Il Vangelo. A Nazaret il sogno di un mondo nuovo

III Domenica
Tempo ordinario – Anno C

[…] In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me» […]

Tutti gli occhi erano fissi su di lui. Sembrano più attenti alla persona che legge che non alla parola proclamata. Sono curiosi, lo conoscono bene quel giovane, appena ritornato a casa, nel villaggio dov’era cresciuto nutrito, come pane buono, dalle parole di Isaia che ora proclama: «Parole così antiche e così amate, così pregate e così agognate, così vicine e così lontane. Annuncio di un anno di grazia, di cui Gesù soffia le note negli inferi dell’umanità» (R. Virgili). Gesù davanti a quella piccolissima comunità presenta il suo sogno di un mondo nuovo. E sono solo parole di speranza per chi è stanco, o è vittima, o non ce la fa più: sono venuto a incoraggiare, a portare buone notizie, a liberare, a ridare vista. Testo fondamentale e bellissimo, che non racconta più “come” Gesù è nato, ma “perché” è nato. Che ridà forza per lottare, apre il cielo alle vie della speranza. Poveri, ciechi, oppressi, prigionieri: questi sono i nomi dell’uomo. Adamo è diventato così, per questo Dio diventa Adamo. E lo scopo che persegue non è quello di essere finalmente adorato e obbedito da questi figli distratti, meschini e splendidi che noi siamo. Dio non pone come fine della storia se stesso o i propri diritti, ma uomini e donne dal cuore libero e forte. E guariti, e con occhi nuovi che vedono lontano e nel profondo. E che la nostra storia non produca più poveri e prigionieri. Gesù non si interroga se quel prigioniero sia buono o cattivo; a lui non importa se il cieco sia onesto o peccatore, se il lebbroso meriti o no la guarigione. C’è buio e dolore e tanto basta per far piaga nel cuore di Dio. Solo così la grazia è grazia e non calcolo o merito. Impensabili nel suo Regno frasi come: «È colpevole, deve marcire in galera». Il programma di Nazaret ci mette di fronte a uno dei paradossi del Vangelo. Il catechismo che abbiamo mandato a memoria diceva: «Siamo stati creati per conoscere, amare, servire Dio in questa vita e poi goderlo nell’eternità». Ma nel suo primo annuncio Gesù dice altro: non è l’uomo che esiste per Dio ma è Dio che esiste per l’uomo. C’è una commozione da brividi nel poter pensare: Dio esiste per me, io sono lo scopo della sua esistenza. Il nostro è un Dio che ama per primo, ama in perdita, ama senza contare, di amore unilaterale. La buona notizia di Gesù è un Dio sempre in favore dell’uomo e mai contro l’uomo, che lo mette al centro, che dimentica se stesso per me, e schiera la sua potenza di liberazione contro tutte le oppressioni esterne, contro tutte le chiusure interne, perché la storia diventi totalmente “altra” da quello che è. E ogni uomo sia finalmente promosso a uomo e la vita fiorisca in tutte le sue forme.
(Letture: Neemia 8,2-4.5-6.8-10; Salmo 18; 1 Corinzi 12,12-30; Luca 1,1-4; 4,14-21)

Il dono più prezioso dei Magi? Il loro stesso viaggio. Commento al Vangelo Epifania

Epifania del Signore

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. […]

Epifania, festa dei cercatori di Dio, dei lontani, che si sono messi in cammino dietro a un loro profeta interiore, a parole come quelle di Isaia. «Alza il capo e guarda». Due verbi bellissimi: alza, solleva gli occhi, guarda in alto e attorno, apri le finestre di casa al grande respiro del mondo. E guarda, cerca un pertugio, un angolo di cielo, una stella polare, e da lassù interpreta la vita, a partire da obiettivi alti. Il Vangelo racconta la ricerca di Dio come un viaggio, al ritmo della carovana, al passo di una piccola comunità: camminano insieme, attenti alle stelle e attenti l’uno all’altro. Fissando il cielo e insieme gli occhi di chi cammina a fianco, rallentando il passo sulla misura dell’altro, di chi fa più fatica. Poi il momento più sorprendente: il cammino dei Magi è pieno di errori: perdono la stella, trovano la grande città anziché il piccolo villaggio; chiedono del bambino a un assassino di bambini; cercano una reggia e troveranno una povera casa. Ma hanno l’infinita pazienza di ricominciare. Il nostro dramma non è cadere, ma arrenderci alle cadute. Ed ecco: videro il bambino in braccio alla madre, si prostrarono e offrirono doni. Il dono più prezioso che i Magi portano non è l’oro, è il loro stesso viaggio. Il dono impagabile sono i mesi trascorsi in ricerca, andare e ancora andare dietro ad un desiderio più forte di deserti e fatiche. Dio desidera che abbiamo desiderio di Lui. Dio ha sete della nostra sete: il nostro regalo più grande. Entrati, videro il Bambino e sua madre e lo adorarono. Adorano un bambino. Lezione misteriosa: non l’uomo della croce né il risorto glorioso, non un uomo saggio dalle parole di luce né un giovane nel pieno del vigore, semplicemente un bambino. Non solo a Natale Dio è come noi, non solo è il Dio-con-noi, ma è un Dio piccolo fra noi. E di lui non puoi avere paura, e da un bambino che ami non ce la fai ad allontanarti. Informatevi con cura del Bambino e poi fatemelo sapere perché venga anch’io ad adorarlo! Erode è l’uccisore di sogni ancora in fasce, è dentro di noi, è quel cinismo, quel disprezzo che distruggono sogni e speranze. Vorrei riscattare queste parole dalla loro profezia di morte e ripeterle all’amico, al teologo, all’artista, al poeta, allo scienziato, all’uomo della strada, a chiunque: Hai trovato il Bambino? Ti prego, cerca ancora, accuratamente, nella storia, nei libri, nel cuore delle cose, nel Vangelo e nelle persone; cerca ancora con cura, fissando gli abissi del cielo e gli abissi del cuore, e poi raccontamelo come si racconta una storia d’amore, perché venga anch’io ad adorarlo, con i miei sogni salvati da tutti gli Erodi della storia e del cuore.
(Letture: Isaia 60,1-6; Salmo 71; Efesini 3,2-3.5-6; Matteo 2,1-12)

di Ermes Ronchi – Avvenire

Basilica della B. V. della Ghiara, 8 settembre 2018 Omelia per la Festa della Natività di Maria, inizio del nuovo anno pastorale

Cari fratelli e sorelle,

 

come ogni anno iniziamo qui, sotto lo sguardo di Maria, una nuova pagina della nostra vita. È questa per me e per tutti voi – ne sono certo – un’occasione bellissima, molto attesa, desiderata, che permette di ritrovarci assieme attorno alla nostra Madre. Ella ci invita a essere pieni di fiducia e a camminare con letizia verso il Signore.

La fede, fonte di fiducia e di gioia

Proprio questo è ciò di cui più abbiamo bisogno: la fiducia e la gioia. Tutto, intorno a noi, sembra congiurare contro questi due doni. Il nostro sembra il tempo della paura, talvolta motivata, talvolta creata ad arte ed ingigantita dai mass media; il tempo del disorientamento e dell’assenza di speranza. Anche noi possiamo venire inghiottiti da questa nebbia, da queste ombre, perdendo così il senso e l’orientamento dell’esistenza e infine smarrendo proprio il dono della fede e delle altre virtù teologali. La fede è mundi lumen, luce per camminare nel mondo. Non una luce generica, che può andar bene per ogni momento, ma una luce precisa, specifica, attuale, che ci indica i passi da compiere nelle condizioni in cui ci troviamo a vivere.

Il primo compito del vescovo e delle nostre comunità è perciò: alimentare la fede. La preghiera è la strada principale di questa alimentazione. Essa non è un atto devoto e tantomeno magico con cui cerchiamo di catturare la benevolenza di Dio. Piuttosto consiste in un’immersione nella volontà di Dio e nel suo disegno sul mondo. Quando dico “preghiera” penso certamente alle preghiere semplici del Padre Nostro, dell’Ave Maria e del Gloria, che ripetiamo ogni giorno, forse senza più neppure pensare alle parole che diciamo. Penso, anche e soprattutto, ai Salmi, che sono una fonte fondamentale della nostra fede cristiana. Penso alla liturgia domenicale in cui tutta la comunità cristiana è continuamente alimentata dalla Parola di Dio, dall’Eucaristia e dagli altri sacramenti, in cui troviamo il giudizio di Dio sulla storia del mondo e l’indicazione per i nostri passi.

 

La Santa Messa domenicale

 

Stiamo assistendo, in questi ultimi anni, ad una progressiva erosione della frequenza alla santa messa domenicale. Le nostre celebrazioni liturgiche, che vorrebbero essere più partecipate, sono spesso più deserte. Segno che non bastano canti, accoglienza, abbracci di pace. Occorre aiutare le persone a riscoprire il grande tesoro della santa messa, presenza di Cristo, morto e risorto, nella nostra vita. E soprattutto occorre riannunciare Cristo e la fede, perché senza fede la messa è solo un evento ripetitivo, noioso e incomprensibile, tanto più lontano quanto più lo si vorrebbe attualizzare.

Abbassamento e gloria

Quest’anno mediteremo la seconda parte del Vangelo di Giovanni (cioè i capitoli da 13 a 21), il Libro della Gloria. Esso potrà essere uno strumento formidabile di aiuto proprio nell’affronto delle domande che abbiamo tutti sulle labbra e nel cuore. Che rapporto esiste tra morte e vita? Tra abbassamento e gloria? Tra sconfitta apparente e reale vittoria? Come attraversare il tempo della difficoltà e del buio, vivendo già l’anticipo della luce della resurrezione? Queste e altre questioni che riguardano il nostro presente potranno trovare una risposta, non certo meccanica, attraverso la meditazione di questa parte del Vangelo. Il testo scritturistico letto nella Chiesa dalla comunità cristiana, animata dallo Spirito di Cristo, suscita nella stessa comunità e nei singoli credenti le strade per vivere con creatività e verità la fedeltà a Cristo nel nostro tempo con le sue nuove domande.

Leggere il presente

La Chiesa dunque non ci lascia soli. Dobbiamo chiedere alle nostre comunità, ai nostri sacerdoti, alle nostre guide spirituali, ai tanti fratelli e sorelle che vivono la fede accanto a noi di aiutarci in questo discernimento sul presente. Non stiamo vivendo la fine del mondo, ma piuttosto un tempo in cui la nostra fede cristiana chiede di esprimersi in forme nuove attraverso le nuove circostanze in cui la storia del mondo si va svolgendo.

Talvolta ci sembra soltanto di vedere il sole che tramonta. La fede, la carità e la speranza ci permettono invece di scoprire l’alba che si preannuncia. Quante famiglie ancora vivono il sacramento del loro matrimonio come un incontro gioioso con Cristo, sentendosi così una cellula viva della comunità cristiana! Quante ne incontro durante la visita pastorale, durante le udienze, nelle occasioni a loro dedicate! Quante mettono al mondo ancora dei figli! Sanno di non essere incoscienti, godono della confidenza in Dio. Sono felici dei sorrisi dei loro bambini e della possibilità di rinnovare la vita del mondo attraverso il dono di nuove creature. Quante famiglie adottano dei bambini che sono stati abbandonati! Quante dedicano una parte del loro tempo a situazioni di bisogno e di povertà!

Quotidianamente incontro ragazzi, adolescenti e giovani alla ricerca di un senso della loro vita. Quanti di loro hanno incontrato Cristo e non lo lascerebbero più per nessun motivo! Quanti decidono di dedicare una parte consistente della loro vita al volontariato sociale o internazionale! Le opere di carità, così vive nella nostra Chiesa, testimoniano che la fede è una brace che non si è spenta: dobbiamo alimentarla perché certamente ogni stagione della vita ha bisogno di nuove ragioni e nuove risposte.

La fede cristiana spinge all’impegno e al sacrificio, alla creatività e alla gioia. La nostra è una terra nella quale il lavoro ha un grande posto ed è tenuto in particolare considerazione. Vorrei con i giovani riprendere le strade di un loro possibile impegno non solo verso responsabilità sociali, ma anche nella vita politica, secondo le linee maestre tracciate dalla Dottrina Sociale della Chiesa. È un invito pressante di papa Francesco, di cui il nostro Paese ha più che mai bisogno. I grandi politici cristiani, come Alcide De Gasperi, che hanno contribuito decisivamente alla ricostruzione del nostro paese dopo la seconda guerra mondiale, sono stati aiutati dallo Spirito Santo nella loro azione creativa. Anche oggi abbiamo bisogno dell’aiuto dello Spirito per individuare nuove strade di intervento dei cristiani nella vita politica assieme agli uomini e alle donne che condividono la proposta umanistica del Vangelo.

Nuova presenza sul territorio

Ho voluto sottolineare in questa prima parte della mia omelia un giudizio sul momento che stiamo vivendo, per aiutarvi a guardare con creatività e fede ai nostri giorni. Come Chiesa, in questi anni, ci siamo impegnati verso nuove forme di presenza sul territorio e una nuova modalità di lavoro nella nostra curia.

Cosa c’entra tutto questo lavoro che abbiamo compiuto con la crescita della fede, della speranza e della carità? Cosa c’entra la semplificazione che stiamo operando degli Uffici pastorali attraverso la loro dislocazione unitaria nella nostra curia? Cosa c’entra l’intenso impegno per una dismissione dei beni inutili ed una semplificazione dei nostri bilanci?

Siamo persone isolate dal mondo, che badano solo a se stesse, che si occupano di discorsi interni alla Chiesa, autoreferenziali? Non penso proprio che sia così. Così come la Chiesa vive solamente di Cristo e per Cristo, come la luna che riceve la sua luce dal sole, allo stesso modo essa vive per gli uomini. Soltanto la passione per gli uomini, per la loro vita, per il loro bene può dare ragione delle nostre strutture e delle nostre iniziative. Altrimenti tutto sarebbe come un gioco di carta che può tenerci occupati, ma che infine non avrebbe nessun peso nella storia di Dio con gli uomini.

Se abbiamo pensato alle unità pastorali è perché desideriamo che nella nostra diocesi, ben consapevoli delle lentezze e delle fatiche necessarie, ci siano comunità vive, in cui presbiteri, diaconi, laici e religiosi possano sperimentare delle forme di vita comune, essere il cuore pulsante che raggiunge le periferie esistenziali, come hanno fatto gli apostoli. Essi uscirono da Gerusalemme, certamente anche a causa di una persecuzione, ma con lo scopo di raggiungere le regioni più disparate del mondo.

Facciamo fatica ad allontanarci dal nostro campanile. Quel calore che sperimentiamo nelle nostre comunità ci è dato per essere trasmesso, per riscaldare le vite dei nostri fratelli e delle nostre sorelle. La Chiesa non si misura dai numeri dei suoi aderenti, anche se nessun numero va disprezzato, ma dall’intensità e dalla profondità con cui le nostre comunità vivono quotidianamente l’incontro con il Signore e il suo mandato missionario.

Anno santo della Ghiara

Quest’anno ci è offerta un’occasione bellissima per il rinnovamento delle nostre vite. Ricorre infatti il quattrocentesimo anniversario della traslazione dell’immagine della nostra Madonna della Ghiara dal muro dove era stata dipinta alla Basilica costruita per accoglierla. La Santa Sede ha risposto positivamente all’invito della nostra Chiesa e dei padri Serviti affinché questo sia un anno giubilare, un anno cioè di rinnovamento, anche attraverso l’indulgenza plenaria. Molte sono le iniziative già in cantiere. Ma il cuore del giubileo è la riscoperta di Maria come strada fondamentale della fede. Guardando a Maria, alla sua vita, dall’Annunciazione all’Assunzione, scopriamo tutto l’itinerario della vita del cristiano. Impariamo ancora una volta ciò che è durevole e necessario, ciò che è transitorio e passeggero. Da Maria, però, non impariamo soltanto la fede. Da lei otteniamo la carità che l’ha portata a viaggiare fino alla cugina Elisabetta, che l’ha portata a custodire il proprio Figlio, che l’ha portata sotto la croce. La carità verso tutti i suoi figli che siamo noi. Il Giubileo della Ghiara ci riporti alla recita del Santo Rosario. Penso che a nessuno sia impossibile recitare almeno una decina al giorno. Sappiamo dalla Madonna che attraverso il Rosario si ottengono un’infinità di grazie.

Con questa fiducia apriamoci al nuovo anno pastorale e affidiamoci alle braccia della Madre. Amen.

(di Mons. Camisasca)

Pasqua di Risurrezione Anno B. Il sepolcro vuoto, annuncio di una vita indistruttibile

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. […]

Una tomba, un giardino, una casa e un andare e venire di donne e di uomini. Maria di Magdala esce di casa quando è ancora notte, buio nel cielo e buio nel cuore. Non ha niente tra le mani, solo il suo amore che si ribella all’assenza di Gesù: «Amare è dire: tu non morirai!» (G. Marcel). È pieno di risonanze del Cantico dei Cantici il Vangelo del mattino di Pasqua: ci sono il giardino, la notte e l’alba, la ricerca dell’amore perduto, c’è la corsa, le lacrime, e il nome pronunciato come soltanto chi ama sa fare.
Maddalena ha un gran coraggio. Quell’uomo amato, che sapeva di cielo, che aveva spalancato per lei orizzonti infiniti, è ora chiuso in un buco nella roccia. Tutto finito. Ma perché Maria si reca al sepolcro? «Perché si avvicinò alla tomba, pur essendo una donna, mentre ebbero paura gli uomini? Perché lei gli apparteneva e il suo cuore era presso di lui. Dove era lui, era anche il cuore di lei. Perciò non aveva paura» (Meister Eckhart).
E vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Il sepolcro è spalancato, vuoto e risplendente, nel fresco dell’alba. E fuori è primavera. Il sepolcro è aperto come il guscio di un seme. E vuoto.
Maria di Magdala corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo. È sempre lei, la donna forte accanto alla croce, stordita in faccia al sepolcro vuoto, sempre nominata per prima negli elenchi delle donne che seguono Gesù, è lei che rimette in moto il racconto della fede.
Sugli apostoli era piombato un macigno. Il dolore a unghiate aveva scavato il cuore. Ma loro hanno comunque fatto una scelta intelligente: stanno insieme, non si separano. Uno da solo può essere travolto, insieme invece si fa argine, insieme si può correre e arrivare più lontano e più in profondità: uscirono allora Simon Pietro e l’altro discepolo e correvano insieme tutti e due…
Insieme arrivano e vedono: manca un corpo alla contabilità della morte, manca un ucciso ai conti della violenza. I loro conti sono in perdita. Quell’assenza richiede che la nostra vista si affini, chiede di vedere in profondità. «Non è qui» dice un angelo alle donne. Che bello questo «non è qui». Lui è, ma non qui; lui è, ma va cercato fuori, altrove; è in giro per le strade, è in mezzo ai viventi; è «colui che vive», è un Dio da sorprendere nella vita. È dovunque, eccetto che fra le cose morte. È dentro i sogni di bellezza, in ogni scelta per un più grande amore, è dentro l’atto di generare, nei gesti di pace, negli abbracci degli amanti, nella fame di giustizia, nel grido vittorioso del bambino che nasce, nell’ultimo respiro del morente. E chi vive una vita come la sua ha in dono la sua stessa vita indistruttibile.
(Letture: Atti 10,34a.37-43; Salmo 117; Colossesi 3,1-4; Giovanni 20,1-9)

di Ermes Ronchi – Avvenire

Commento al vangelo della Trasfigurazione

Solitamente nel vangelo odierno si vede:
– Un’anticipazione della gloria di Cristo (cf in Gv 12,28 1a voce del Padre: «L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!»). Il suo volto è trasfigurato, come più tardi lo sarà il volto del risorto, che richiederà del tempo per essere riconosciuto.
– Un sostegno alla fede degli apostoli. Pietro, Giacomo e Giovanni saranno i testimoni dell’agonia, quando Gesù in persona, e non più gli apostoli, «cominciò a provare tristezza e angoscia… si prostrò con la faccia a terra» (Mt 26,37-39). Poco prima della Trasfigurazione, Pietro aveva confessato la fede in Gesù Figlio di Dio: la voce del Padre viene a confermare questa professione di fede e il commento fattone da Gesù: «Il Padre mio che sta nei cieli (te l’ha rivelato)» (Mt 16,13-20).

Ma questa fede di Pietro era ancora molto debole
Poco dopo la sua «confessione», egli aveva manifestato la sua totale incomprensione del mistero della croce e Gesù l’aveva trattato come «Satana» (Mt 16,13-23). Forse questo contesto di tensione fra Pietro e Cristo può spiegare il timore menzionato da Matteo. Timore sacro che l’incontro col divino provoca nell’uomo, e che Gesù viene amichevolmente a placare con un gesto fraterno notato solo da Matteo.
– Una conferma della natura di Gesù e della sua missione profetica: «Il Figlio mio… ascoltatelo».
Una lettura più approfondita ci mostra Gesù come:
– L’erede di tutto l’Antico Testamento. Lo attestano la presenza di Mosè e di Elia, i due grandi profeti, i due testimoni (che ritroviamo in Ap 11,3); e anche i due la cui morte supera la sorte comune (la tomba di Mosè non fu mai ritrovata ed Elia fu portato via su un carro di fuoco).
– «Il profeta» annunciato dal Deuteronomio che prenderà il posto di Mosè: «Un profeta pari a me; a lui darete ascolto» (Dt 18,15, citato in At 7,37). Come il volto di Mosè era raggiante alla sua discesa dal Sinai (Es 34), il volto di Gesù «brillò come il sole». Questo particolare è proprio di Matteo, mentre Marco e Luca si accontentano di affermare che il volto di Gesù cambiò aspetto.
– Colui che sta preparando la nuova Pasqua. L’«alto monte», il sopraggiungere della nube, il timore che essa provoca ricordano il Sinai; le tende che Pietro vuol costruire ricordano il deserto.

Il racconto della Trasfigurazione in Matteo
Pur dipendendo da Marco (9,2-10), Matteo rielabora i dati della tradizione in forma abbastanza libera, accentuando soprattutto i tratti letterari «apocalittici» nel suo racconto e attingendo non poco da Daniele (cf 10,1-11, ecc.): così, ad esempio, il volto di Gesù diventa luminoso come il sole e le sue vesti come la luce; i discepoli cadono bocconi a terra assaliti da timore; Gesù li tocca e li rincuora, invitandoli ad alzarsi e a non temere, ecc. Tutto questo serve a creare il senso del mistero e della «trascendenza». Gesù si manifesta come uno che appartiene a un «mondo» e a una realtà diversi da quelli della nostra esperienza. Il «regno di Dio», sia pure per un attimo, in lui si manifesta in totalità e pienezza con tutti i «segni» che lo costituiscono e lo caratterizzano.
Quel «regno di Dio», a cui non soltanto rendono testimonianza i più significativi personaggi del pessato, come Mosè ed Elia, ma di cui fanno anche parte: il che equivale a dire che esso è una realtà «omnicomprensiva» che, pur trovando in Cristo la sua pienezza, si compone e si arricchisce della presenza e dell’apporto di tutti. In questo senso è evidente che Cristo da solo non basta a costituire il regno di Dio!
Il mistero non è però sufficiente a spiegarsi da solo: nelle visioni apocalittiche, infatti, ricorre come costante letteraria il suono di una «voce» che viene dal cielo a illustrare il senso delle cose e dei personaggi in gioco, proprio come capita nel nostro caso: «Ed ecco una voce che diceva: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo”» (Mt 17,5).
Ciò nonostante il senso del mistero rimane, per il semplice fatto che subito dopo i tre discepoli, che Gesù aveva prescelti per questa singolare esperienza, e cioè Pietro, Giacomo e Giovanni, si ritrovano davanti al Gesù di tutti i giorni: «All’udire ciò i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore, ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: “Alzatevi e non temete”. Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo» (vv. 6-8). Quello che avevano visto e udito sembrava loro niente più che un incantesimo, o un’illusione!
Tanto più che Gesù stesso interviene per proibire di divulgare questo fatto prima della sua Risurrezione: «E mentre discendevano dal monte Gesù ordinò loro: “Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti”» (v. 9).

La Trasfigurazione come «anticipazione» della gloria pasquale
Perché questa proibizione? La ragione non è per niente chiara. Io ritengo che il motivo sia da ricercare nel fatto che la Trasfigurazione, per un verso è come un’anticipazione, sia pure ancora incerta, del mistero della Risurrezione che immette già nella gloria definitiva del mondo «futuro»; e, per un altro verso, solo attraverso la futura esperienza della Risurrezione i discepoli di Gesù potevano afferrare il mistero di quei pochi attimi di gloria e di felicità, che Pietro era stato invece tentato di prolungare all’indefinito: «Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia» (v. 4).
Bisognava perciò attendere la Risurrezione per penetrare fino in fondo il mistero e comprendere la «continuità» fra il Gesù «terreno» e il «Signore della gloria». La Trasfigurazione rappresenta precisamente l’anello di saldatura fra le due esperienze che gli Apostoli hanno avuto di Cristo: dal sepolcro non è venuto fuori un personaggio fantastico, inventato dalla immaginazione amorosa dei suoi discepoli e neppure creato dalla onnipotenza di Dio, ma un personaggio «concreto» che, se soltanto adesso rifulge della «gloria» abbagliante della divinità, questa «gloria» la possedeva già prima, come mostra appunto l’evento misterioso della Trasfigurazione. Per questo molti studiosi parlano di essa come di una esperienza pasquale «anticipata».
Tutto questo si capisce anche meglio se si pensa alla precisa collocazione del nostro testo. Esso viene subito dopo l’annuncio della passione e morte del Figlio dell’uomo, dopo le rimostranze di Pietro e l’invito ai discepoli a seguire il Maestro sulla via della croce: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,21-28). Con ciò si vuol dire che al di là della passione esiste per Gesù un futuro di gloria e che in lui non c’è frattura tra la sua missione di Servo sofferente di Jahvè e quella di giudice glorioso ed escatologico, che gli compete in quanto «Figlio dell’uomo» già predetto da Daniele (7,13-14).
Solo l’esperienza di Pasqua poteva perciò aiutare i discepoli a mettere insieme questi due aspetti così contrastanti dell’unica personalità e dell’unica esperienza salvifica di Cristo.
Tutto questo, del resto, non è facile neppure per noi dopo duemila anni di cristianesimo, almeno a livello esistenziale. Ed è per questo che la voce, che proclamò solennemente al mondo Gesù come «Figlio prediletto» del Padre (cf Is 42,1 e Mt 3,17), aggiunse anche: «Ascoltatelo» (v. 5).
Il riferimento corre qui al Profeta futuro, atteso come un secondo Mosè, per proclamare al popolo la Parola ultima e definitiva di Dio: «Il Signore tuo Dio susciterà per te… un profeta pari a me; a lui darete ascolto» (cf Dt 18,15).
L’«ascoltare», però, ha un’ampiezza ben più vasta, come risulta da tutto il contesto: è la capacità di accettare Cristo, alla luce della fede, come colui nel quale si incrocia il mistero della umiliazione e della gloria, della sofferenza fino alla morte e della risurrezione, e di seguirlo su questa via di apparente contraddizione ma di profonda armonia di valori e di esperienze vitali. È un «ascoltare» che si traduce in un «riesperimentare» e in un «rivivere».

Occorre essere esperti di tenebre per comunicare la speranza.

Il viaggio della vita terrena ha come meta ultima la vita, la casa del Padre, la comunione perfetta.
C’è l’invito ad essere viandanti, non nomadi.

Il viandante va, ha nel cuore la nostalgia per ciò che ha lasciato, ma anche la passione e la premura di raggiungere la meta.
Il viandante si mette in marcia con un carico leggero perché la strada è lunga ed egli lo sa, però può diventare benedizione per chi incontra.
Il viandante è obbediente ad una chiamata e lungo il cammino impara ad ascoltare il ritmo della vita della strada, e ciò che compie non è per la sua brama, per la sua volontà, ma perché nell’ascolto attento entra nella realizzazione del progetto di Dio.

Tutto questo va fatto in un percorso di speranza.
La speranza è come quella luce sul monte della trasfigurazione.
Luce che subito si spegne perché bisogna riprendere la strada nella notte.
Ma intanto quella luce si è accesa e tu sai che c’è.
Per avere la speranza e poterla comunicare bisogna essere esperti di tenebre.
Per questo, la luce del Tabor viene fatta risplendere mentre si cammina verso la croce di Gesù.
Anche chi ritiene di non avere la fede, e non porta ancora dentro di sé la luce del Risorto, può essere in grado di sperare.
E lo può proprio perché, nella sua strada di notte, qualcosa è venuto a spezzare per un momento le tenebre,
e la luce di quell’istante è diventata la forza segreta del suo cammino che è, nello stesso tempo,
nel buio della notte e nell’attesa paziente di un’alba luminosa della storia.

L’ultima decisiva partenza di ogni uomo è quella che si lascia alle spalle ogni sicurezza e si abbandona a Dio per un futuro che è solo promessa.

elledici.org

 

Omelia di Mons. Camisasca per la solennità dell’Assunta Cattedrale di Reggio Emilia, 15 agosto 2016

Cari fratelli e sorelle,

ci ritroviamo assieme, nel cuore dell’estate, per celebrare la solennità dell’Assunta. Per noi questa festa riveste un significato particolare perché proprio a Maria assunta in cielo è dedicata la nostra Cattedrale. Il mistero che oggi la Chiesa ci invita a guardare è come la sintesi della vita cristiana: nella glorificazione di Maria contempliamo, infatti, il destino di gioia che attende tutte le nostre vite, che raccoglierà tutte le nostre attese e darà compimento a tutte le nostre fatiche, al nostro lavoro e al nostro desiderio di riposo.

Per scoprire con maggiore profondità il significato di questa festa, rileggiamo assieme le parole del Vangelo. Esso ci presenta Maria che visita Elisabetta.

Poiché non possediamo un racconto evangelico dell’Assunzione della Vergine, la Chiesa ha scelto questo brano perché in esso si parla dell’ascensione di Maria verso i monti della Giudea (cfr. Lc 1, 39). La sua assunzione in cielo è qui simbolicamente anticipata da questo lungo viaggio da Nazareth ad Ein Karem, dove si trova la casa di Elisabetta e Zaccaria, la casa del futuro Giovanni Battista. L’“ascensione” di Maria è quindi come un abbraccio a tutto il passato, a tutta la storia di Israele, riassunta nel bambino che Elisabetta porta nel grembo. Nello stesso tempo, Maria, giungendo da Elisabetta, porta con sé, nel suo seno, Gesù e in Lui fa presente il compimento di tutta la storia della salvezza e del mondo intero.

Attraverso le parole del Magnificat la Vergine ripercorre la lunga alleanza di Dio con l’umanità ed esalta la bontà e la grandezza del Signore che è stato fedele alla sua promessa. Maria guarda già al futuro, al destino di grandezza a cui l’umanità è chiamata dallo sguardo misericordioso che Dio ha rivolto a lei. Ciò che Dio le ha donato è esteso ad ogni persona: di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono (Lc 1,50). Dio è disceso sulla terra per riportarci assieme a lui nella casa del Padre. Sono queste le grandi cose che ha fatto in me l’Onnipotente (Lc 1, 49). È questa la più alta manifestazione della santità di Dio: santo è il suo nome (Lc 1, 49).

In questo brano evangelico possiamo a ragione vedere raccolti i motivi principali della solennità dell’Assunta. La glorificazione di Maria in cielo, in anima e corpo, è infatti, l’inizio della glorificazione a cui è destinata tutta l’umanità redenta dal sangue di Cristo. Come nel viaggio verso Elisabetta, anche nell’assunzione in cielo Maria abbraccia e porta con sé tutta la storia e tutta l’umanità. Tutto ciò che è l’uomo, il suo corpo, la sua ragione, i suoi desideri, le sue fragilità e le sue grandezze, tutto è riassunto nell’umanità di Maria, nel cui grembo abita il vivo Corpo di Cristo, la Chiesa universale, l’umanità nuova che in lei viene condotta non sui monti della Giudea, ma nella gloria eterna della Trinità.

Comprendiamo allora le ragioni per cui la Chiesa ci invita oggi a rallegrarci. In Maria realmente, come afferma il Prefazio che tra poco reciteremo, contempliamo «la primizia e l’immagine della Chiesa», «il compimento del mistero della nostra salvezza», il «segno di consolazione e di sicura speranza» per ogni uomo e ogni donna che si lasci raggiungere da lei e che, come Elisabetta, la riconosca Madre del Signore e maestra della fede: beata colei che ha creduto per tutti noi (cfr. Lc 1, 45)! Benedetta colei che ci porta la salvezza offrendoci il frutto del suo grembo (cfr. Lc 1, 42)!

Cari fratelli e sorelle, non allontaniamoci mai dalla consolazione che ci viene donata attraverso Maria. Qualsiasi fatica, dolore, aridità, ma anche gioia, responsabilità, attraversi la nostra vita, invochiamo la santa Madre del nostro Dio e Signore Gesù Cristo. Ella ci aspetta sempre per incoraggiarci, per consolarci, per ristorarci. Non ci tenga lontano da lei la percezione dell’infinita distanza tra la sua purezza e la nostra meschinità. La vergine Maria non si scandalizza di noi. Siamo suoi figli. Siamo i figli che Gesù le ha affidati dalla croce. Ci ama e ci difende con amore di madre. Sarà la sua vicinanza a lavarci nel tempo dalle nostre impurità.

O Regina Assunta in cielo, regina della nostra Chiesa, immagine perfetta della nostra umanità, tu sei l’onore del nostro popolo, tu la nostra speranza. In te contempliamo tutto ciò che desideriamo per noi e per i nostri cari. A te affidiamo le nostre vite, le vite di coloro che versano nel bisogno, le vite di tutti coloro che portiamo nel cuore. Tua è la nostra città, tue le nostre case. Madre di Misericordia, rendi tuoi anche i nostri cuori. Amen.

+ Massimo Camisasca