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Arte e tradizione. Il divino e l’umano: nel presepe quell’inaudito incontro

«L’incontro di due protagonisti, il divino e l’umano: è questa la ‘storia’ che il presepe racconta. Un racconto di cui c’è bisogno oggi almeno come ce n’era quando nel 1223 Francesco d’Assisi, per la prima volta, riprodusse nella grotta di Greccio la scena della Natività. Oggi come allora l’uomo ha bisogno di Dio: oggi, forse ancor più che allora, c’è sete di un amore che vinca la ‘folla delle solitudini’ e stemperi l’accanirsi dei conflitti. ‘Fare il presepe’ è perciò oggi più che mai un messaggio di pace e di speranza, un gesto d’amore, che può parlare al cuore di tutti ». Così l’arcivescovo Bruno Forte, che non a caso all’arte del presepe ha dedicato bellissimi saggi. E al dialogo tra artisti e natività sono dedicate numerose mostre e iniziative anche grazie a Fondazione Crocevia con il progetto ‘Presepe Presente’.

A Milano, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, per il terzo anno consecutivo una mostra di presepi d’artista è stata inaugurata ieri dal vescovo Claudio Giuliodori. Nel primo chiostro del Bramante sono esposte, fino al 27 gennaio, le opere di grandi maestri: l’Annunciazione di Arturo Martini, una splendida terracotta del 1927; un presepe degli artisti Anselmo Bucci e Francesco Nonni, maiolica del 1949; le straordinarie terrecotte dedicate alla storia della salvezza dell’artista campano Marcello Aversa. Di quest’ultimo il vescovo di Carpi Francesco Cavina ha inaugurato il 9 dicembre presso il Duomo la grande mostra «Marcello Aversa. Storie di cielo in terra», che resterà aperta fino al 29 gennaio. L’esposizione si tiene in contemporanea anche nel Museo diocesano di Salerno, dove sarà inaugurata dal vescovo Luigi Moretti il 16 dicembre. E poi il grande presepe di Francesco Artese a Firenze di cui parliamo altrove in questa pagina. L’arte si confronta con il grande mistero: la divinità assume l’umano facendosi volto, carne, ossa. L’umanità accoglie il divino per ritrovare l’unità perduta e la pienezza di gioia, di vita, di amore, di bellezza. Il mistero è l’Eterno che si piega alle coordinate spazio-temporali nella notte di Betlemme. Solo Matteo e Luca raccontano le vicende legate alla nascita di Gesù: 48 versetti il primo, 132 il secondo. Poche parole per descrivere il mistero più grande. Ecco allora il desiderio di mostrare, di far vedere, di raccontare. E questo è il presepe, come nota Davide Rondoni: «Il presepe non è un simbolo, che per alcuni può essere anche una semplice idea, un’astrazione. Il presepe è un racconto, la narrazione di un evento, di un fatto storico. Non è un’ideologia, ma contemplazione e memoria».

Tra i contemporanei Marcello Aversa al presepe dedica quasi tutta la sua arte. Scrive di lui Bruno Forte: «Aversa ‘plasma’ così i suoi presepi: col tocco dell’artista, trasforma la creta in racconto, rendendo visibile l’incontro che cambia il cuore e la vita. Il divino è rappresentato dalla scena che dà senso a tutte le altre: ‘il mistero’. Essa comprende le figure del Bambino, di Maria e di Giuseppe, affiancati dal bue e dall’asinello, e la mangiatoia (praesepium), che dà il nome all’insieme. Che si sia di fronte al luogo in cui l’Eterno sta entrando nel tempo è indicato dal roteare degli angeli, impegnati a cantare la gioia del cielo che viene ad abitare la terra. L’umano è presente nella varietà delle sue espressioni: dai pastori, i poveri aperti alle sorprese di Dio, ai magi, figura di tutte le ‘genti’ raggiunte dalla luce della stella, all’umanità indifferente e distratta, rappresentata dagli ospiti della locanda». «In realtà è tutta la terra ad accogliere il Redentore del mondo: le intuizioni della più antica teologia cristiana, per la quale il Cristo è il centro e il fine del cosmo, sono così presenti in questi presepi, diventando anche un invito alla spiritualità ecologica. È così che questi presepi possono assolvere efficacemente al compito per cui nacque il presepe: dire il Vangelo ‘in dialetto’, in un modo, cioè, che sfidi le nostre paure e le chiusure del cuore, e sia annuncio di una gioia e di una speranza possibili, dischiuse oggi, per tutti, da quell’umile nascita».

da Avvenire

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L’omelia di Papa Francesco nella Notte di Natale

Il Papa ha presieduto nella Basilica di San Pietro la Messa della Notte di Natale. Pubblichiamo di seguito il testo dell’omelia:

«È apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini» (Tt 2,11). Le parole dell’apostolo Paolo rivelano il mistero di questa notte santa: è apparsa la grazia di Dio, il suo regalo gratuito; nel Bambino che ci è donato si fa concreto l’amore di Dio per noi.

È una notte di gloria, quella gloria proclamata dagli angeli a Betlemme e anche da noi oggi in tutto il mondo. È una notte di gioia, perché da oggi e per sempre Dio, l’Eterno, l’Infinito, è Dio con noi: non è lontano, non dobbiamo cercarlo nelle orbite celesti o in qualche mistica idea; è vicino, si è fatto uomo e non si staccherà mai dalla nostra umanità, che ha fatto sua. È una notte di luce: quella luce, profetizzata da Isaia (cfr 9,1), che avrebbe illuminato chi cammina in terra tenebrosa, è apparsa e ha avvolto i pastori di Betlemme (cfr Lc 2,9).

I pastori scoprono semplicemente che «un bambino è nato per noi» (Is 9,5) e comprendono che tutta questa gloria, tutta questa gioia, tutta questa luce si concentrano in un punto solo, in quel segno che l’angelo ha loro indicato: «Troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» (Lc 2,12). Questo è il segno di sempre per trovare Gesù. Non solo allora, ma anche oggi. Se vogliamo festeggiare il vero Natale, contempliamo questo segno: la semplicità fragile di un piccolo neonato, la mitezza del suo essere adagiato, il tenero affetto delle fasce che lo avvolgono. Lì sta Dio.

Con questo segno il Vangelo ci svela un paradosso: parla dell’imperatore, del governatore, dei grandi di quel tempo, ma Dio non si fa presente lì; non appare nella sala nobile di un palazzo regale, ma nella povertà di una stalla; non nei fasti dell’apparenza, ma nella semplicità della vita; non nel potere, ma in una piccolezza che sorprende. E per incontrarlo bisogna andare lì, dove Egli sta: occorre chinarsi, abbassarsi, farsi piccoli. Il Bambino che nasce ci interpella: ci chiama a lasciare le illusioni dell’effimero per andare all’essenziale, a rinunciare alle nostre insaziabili pretese, ad abbandonare l’insoddisfazione perenne e la tristezza per qualche cosa che sempre ci mancherà. Ci farà bene lasciare queste cose per ritrovare nella semplicità di Dio-bambino la pace, la gioia, il senso della vita.

Lasciamoci interpellare dal Bambino nella mangiatoia, ma lasciamoci interpellare anche dai bambini che, oggi, non sono adagiati in una culla e accarezzati dall’affetto di una madre e di un padre, ma giacciono nelle squallide “mangiatoie di dignità”: nel rifugio sotterraneo per scampare ai bombardamenti, sul marciapiede di una grande città, sul fondo di un barcone sovraccarico di migranti. Lasciamoci interpellare dai bambini che non vengono lasciati nascere, da quelli che piangono perché nessuno sazia la loro fame, da quelli che non tengono in mano giocattoli, ma armi.

Il mistero del Natale, che è luce e gioia, interpella e scuote, perché è nello stesso tempo un mistero di speranza e di tristezza. Porta con sé un sapore di tristezza, in quanto l’amore non è accolto, la vita viene scartata. Così accadde a Giuseppe e Maria, che trovarono le porte chiuse e posero Gesù in una mangiatoia, «perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (v. 7). Gesù nacque rifiutato da alcuni e nell’indifferenza dei più. Anche oggi ci può essere la stessa indifferenza, quando Natale diventa una festa dove i protagonisti siamo noi, anziché Lui; quando le luci del commercio gettano nell’ombra la luce di Dio; quando ci affanniamo per i regali e restiamo insensibili a chi è emarginato.

Ma il Natale ha soprattutto un sapore di speranza perché, nonostante le nostre tenebre, la luce di Dio risplende. La sua luce gentile non fa paura; Dio, innamorato di noi, ci attira con la sua tenerezza, nascendo povero e fragile in mezzo a noi, come uno di noi. Nasce a Betlemme, che significa “casa del pane”. Sembra così volerci dire che nasce come pane per noi; viene alla vita per darci la sua vita; viene nel nostro mondo per portarci il suo amore. Non viene a divorare e a comandare, ma a nutrire e servire. Così c’è un filo diretto che collega la mangiatoia e la croce, dove Gesù sarà pane spezzato: è il filo diretto dell’amore che si dona e ci salva, che dà luce alla nostra vita, pace ai nostri cuori.

L’hanno capito, in quella notte, i pastori, che erano tra gli emarginati di allora. Ma nessuno è emarginato agli occhi di Dio e proprio loro furono gli invitati di Natale. Chi era sicuro di sé, autosufficiente, stava a casa tra le sue cose; i pastori invece «andarono, senza indugio» (cfr Lc 2,16). Anche noi lasciamoci interpellare e convocare stanotte da Gesù, andiamo a Lui con fiducia, a partire da quello in cui ci sentiamo emarginati, a partire dai nostri limiti. Lasciamoci toccare dalla tenerezza che salva. Avviciniamoci a Dio che si fa vicino, fermiamoci a guardare il presepe, immaginiamo la nascita di Gesù: la luce e la pace, la somma povertà e il rifiuto. Entriamo nel vero Natale con i pastori, portiamo a Gesù quello che siamo, le nostre emarginazioni, le nostre ferite non guarite. Così, in Gesù, assaporeremo lo spirito vero del Natale: la bellezza di essere amati da Dio. Con Maria e Giuseppe stiamo davanti alla mangiatoia, a Gesù che nasce come pane per la mia vita. Contemplando il suo amore umile e infinito, diciamogli grazie: grazie, perché hai fatto tutto questo per me.

Radio Vaticana

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Classici a lume di candela per il Natale del coro di Cambridge

Una travolgente versione di Jingle bells funge in qualche modo da ouverture al disco Yulefest!, che Stephen Layton e il Trinity College Choir hanno dedicato al tradizionale repertorio dei canti natalizi; una partenza a razzo, con un arrangiamento scritto originariamente per The swingle singers che gli eccellenti cantori dell’Università di Cambridge affrontano a rotta di collo, dimostrando massima tenuta e controllo estremo nell’affrontare le curve pericolose disseminate qua e là da veloci stacchi di tempo e bruschi cambi di ritmo. Un’evidente prova di bravura, che non rimane isolata all’interno di una scaletta a cui l’ensemble vocale inglese rende onore fino all’ultimo brano, dimostrandosi uno “strumento” estremamente duttile e sempre perfettamente intonato alla varietà stilistica ed espressiva di un repertorio davvero multiforme.
Muovendosi tra serietà e rigore, gioco e divertissment, tra standard come l’immancabile Silent night, il classicissimo White Christmas di Irving Berlin o il raffinato arrangiamento di Have yourself a merry little Christmas firmato dal giovane compositore Owain Park (classe 1993), autore anche del pirotecnico Tomorrow shall be my dancing day e dell’adattamento della splendida The very best time of year tratta dalla raccolta di carole di John Rutter (classe 1945); ma anche tra pagine più ricercate come The Christmas song, in una versione di Peter Gritton per coro a quattro parti dal sapore antico, quasi da colonna sonora a 78 giri per un film in bianco e nero; o l’armonizzazione realizzata da Gunnar Eriksson (classe 1936) di The Virgin and Child, dove le parole e la melodia di una canzone popolare svedese si intrecciano con un corale luterano a due voci.
Per chiudere infine con The oxen, rielaborazione musicale di Jonathan Rathbone (classe 1957) dell’omonima poesia di Thomas Hardy, che ci riporta a lume di candela all’aspetto più profondo del Tempo d’Avvento, dove una musica sublime illumina i cuori e riaccende la speranza per la nascita di Gesù.

Trinity College Choir Cambridge
Yulefest!
Hyperion. Euro 18,00

avvenire

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Natale è il mistero di un dono

«Benedetto il bimbo, che oggi ha fatto esultare Betlemme. / Benedetto l’infante, che oggi ha ringiovanito l’umanità. / Benedetto il frutto, che ha chinato se stesso verso la nostra fame. / Benedetto il Buono, che in un istante ha arricchito tutta la nostra povertà e ha colmato la nostra indigenza. / Benedetto colui che è stato piegato dalla sua misericordia a prendersi cura della nostra infermità».

Con queste parole sant’Efrem affida alla poesia l’esaltazione del mistero del Natale, in un inno composto nel IV secolo. Le parole sono semplici e profonde, venate di palpabile commozione. Al cuore della lode, il segreto di un Bambino svelato al mondo: egli è motivo di gioia per tutta la terra, di cui è virgulto eletto, primizia di salvezza. Di questo Bambino il santo siriaco celebra la condiscendenza, il suo chinarsi «piegato dalla misericordia», il suo farsi prossimo della nostra miseria sino a colmarla di abbondanza.

Natale è il mistero di un dono: non di un dono qualunque, non uno dei tanti che si assiepano sotto l’albero, spesso per onorare più un “dovere” di circostanza che una reale necessità. «Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio» (Isaia 9,5). Egli è davvero per noi.

Nel Natale Dio è più che mai rivolto a noi: ci sorride nel sorriso di un Bambino, accoglie le nostre premure come il più fragile e bisognoso degli uomini. È un’immagine che la nostra tradizione ha molto cara, non mancando mai nei presepi che si illuminano nelle nostre case. È, però, anche un’immagine che ne richiama molte altre. E invita a non dimenticare.

Nel volto del Bambino di Nazaret la fede ci invita a ritrovare quello, forse meno serafico, di tanti bambini altrettanto bisognosi e fragili. Nel profilo del figlio di Maria dovremmo scoprire, non senza costernazione, quello di tanti figli che vengono al mondo nella precarietà, nell’indigenza più stringente. Nei primi, travagliati giorni del Redentore in fasce dovremmo rivedere l’affannosa lotta per sopravvivere di intere famiglie che pure non rinunciano alla gioia di dare al mondo una nuova vita, la drammatica ricerca di alloggio, di sicurezza e di protezione, che spesso le costringe a spostarsi oltre i confini delle loro terre e a cercare lontano.

Nel mistero del Dio Bambino non è forse riflesso lo strazio dei bambini naufraghi sulle nostre coste? Li vediamo riversi, abbandonati dai flutti sulla sabbia, traditi dalla disperazione che ha spinto i loro cari a portarli con sé in cerca di serenità. Eppure il Natale ci sembra, a volte, un’altra cosa. Non dovrebbe forse suscitare lo stesso, venerante tremore il mistero della sofferenza di chi, innocente, deve pagare per colpe non sue il prezzo per venire al mondo?

Dovrebbe indignare la facilità con cui l’odierna attenzione mediatica si sposta dalle tragedie del Mediterraneo alle opulenze dei cenoni. Si piange, ci si irrita per l’abuso, per la violenza di cui sono oggetto i piccoli, ma si tratta spesso di un effetto “a tempo determinato”. Il mistero del Natale, invece, ci invita a una memoria perenne, a non dimenticare. Perché «un bambino è nato per noi», a noi, a ciascuno di noi «è stato dato un figlio».

Sulla scia del Giubileo straordinario inaugurato da Papa Francesco, il Bambino di Nazaret ci addita la via della prossimità. In lui – ci dice sant’Efrem – risplende l’esempio di una misericordia che non si accontenta del candore dei buoni propositi, ma scende in campo per farsi azione, reazione, riscatto. Quel Bambino, misero tra i miseri, si è chinato sulla nostra indigenza, «piegato dalla misericordia», Impariamo da lui a chinarci anche noi gli uni verso gli altri, Impariamo a non ritenerci mai così poveri da non poter dare, e mai così ricchi da non dover ricevere. Perché un Bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio.

avvenire

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Riflessione: NATALE, le tre nascite di Gesù

La festa di Natale si avvicina e molti cristiani si apprestano a celebrarla, preparando anche i festeggiamenti che essa tradizionalmente richiede. In questa lunga vigilia che ormai è sempre più anticipata, e di conseguenza prolungata, per ragioni commerciali, non certo ‘spirituali’, si levano alcune voci critiche verso il consumismo, che scaturisce dall’ebbrezza connessa alle feste; altre voci richiamano l’attenzione sui poveri, sui senza casa, simboleggiati nei presepi; per altri ancora il Natale è l’occasione di una guerra culturale contro quelli che non sono cristiani; per altri, infine, il modo di vivere questa festa è epifania della stupidità che rinuncia a simboli e segni per non mettere in imbarazzo chi è estraneo alla fede cristiana. Sembra che la vigilia, anziché essere un tempo di preparazione e di maggior consapevolezza di ciò che si celebra, sia un pretesto per altre preoccupazioni.

Va anche registrata una forte caduta della qualità della fede, perché il popolo cristiano, non educato ma anzi sviato, non sa più cosa sia veramente il Natale e cosa è chiamato a celebrare. Lo dimostra la vulgata che ormai si è imposta: «Aspettiamo che nasca Gesù bambino… Ci prepariamo alla nascita di Gesù… Gesù sta per nascere: venite, adoriamo!». Espressioni, queste, prive di qualsiasi qualità di fede adulta e secondo il Vangelo. Perché? Perché Gesù è nato una volta per sempre a Betlemme, da Maria di Nazaret, dunque non si deve più attendere la sua nascita: altrimenti si tratterebbe di un’ingenua regressione devota e psicologizzante che depaupera la speranza cristiana, oppure di una finzione degna della scena di un teatro, non della fede cristiana!

Non ci si prepara alla Natività di Gesù Cristo, perché a Natale – come recita la liturgia – si fa memoria ( commemoratio, dice l’antico martirologio) di un evento del passato, già avvenuto «nella pienezza del tempo» (Gal 4,4). Cosa dunque si celebra a Natale da autentici cristiani? Si fa memoria della nascita di Gesù, della nascita da donna del Figlio di Dio, della «Parola fatta carne» (cf. Gv 1,14), umanizzata in Gesù di Nazaret. A Natale, inoltre, volgiamo i nostri sguardi alla venuta gloriosa di Cristo alla fine dei tempi perché, secondo la promessa che ripetiamo nel Credo, «verrà a giudicare i vivi e i morti e il suo Regno non avrà fine».

Tutto l’Avvento ha il significato di preparazione a questo evento finale della venuta gloriosa di Gesù Cristo, non alla nascita del santo bambino. Infine, a Natale ogni cristiano deve vivere e celebrare la nascita o la venuta del Signore Gesù nel suo cuore, nella sua vita. La grande tradizione della chiesa cattolica, fin dagli antichi padri d’oriente e d’occidente, ha meditato su queste tre nascite o venute del Signore, e proprio in base a questa consapevole percezione dovuta allo Spirito i sacramentari gelasiano e gregoriano introdussero le tre messe di Natale: notte, aurora e giorno. Sono poi stati soprattutto i padri cistercensi del XII secolo a sostare maggiormente sul mistero del Na- tale come giorno delle tre nascite di Cristo: Bernardo di Clairvaux per primo distingue, medita e commenta queste tre nascite, e subito dopo i suoi discepoli, Guerrico di Igny e Isacco della Stella.

Facile la meditazione sulla prima venuta di Gesù, quella dell’incarnazione, illustrata dai ‘vangeli dell’infanzia’ di Matteo e di Luca (cf. Mt 1-2; Lc 1-2): è un evento che si compie nell’umiltà, perché Gesù nasce da Maria nella campagna di Betlemme, non avendo trovato i suoi un alloggio nel caravanserraglio. Di questa nascita avvenuta quando Cesare Augusto era imperatore ed Erode re di Galilea, non si accorgono né i potenti né gli uomini del culto e della legge: sono pastori, poveri coloro ai quali Dio dà l’annuncio della nascita del Messia, il Salvatore.

I nostri presepi la rappresentano bene, ma questo ‘memoriale’ di un evento avvenuto nella storia autorizza la lettura di due ulteriori nascite-venute del Signore. In primo luogo la venuta del Signore nella gloria alla fine dei tempi: colui che è venuto nell’umiltà della carne fragile e mortale degli umani verrà con un corpo spirituale, glorioso, vincitore della morte e di ogni male, per instaurare il suo Regno. Questa è la parusia, la manifestazione di Gesù quale Signore di fronte a tutta la creazione. L’Avvento insiste soprattutto su questa venuta per chiederci di vigilare, di essere pronti, di pregare per affrettarla, perché egli viene e viene presto! Purtroppo a tale venuta si fa sempre meno cenno nella chiesa e la predicazione spesso è muta su questo tema. Eppure ciò è decisivo per la fede: se Cristo non viene nella gloria quale giudice e instauratore definitivo del Regno, allora vana è la nostra fede, vana la nostra affermazione che egli è risorto, miserabile la nostra vita di sequela (cf. 1Cor 15,19).

Purtroppo nella vita secolare della chiesa attraversiamo raramente periodi di ‘febbre escatologica’ e quasi sempre restiamo nel torpore di chi è spiritualmente sonnambulo e non attende più nulla. Non è un caso che Ignazio Silone, questo grande cristiano, a chi gli chiedeva perché non entrasse a far parte della chiesa, dal momento che aveva ritrovato una fede profonda in Gesù e nel Vangelo, rispose: «Per far parte di quelli che dicono di aspettare il Signore, e lo aspettano con lo stesso entusiasmo con cui si aspetta il tram, non ne vale la pena!». Infine, il Natale è l’occasione per rinnovare la fede nella terza nascita di Gesù: la venuta di Gesù in noi che può avvenire ogni giorno, hic et nunc, qui e adesso. Il cristiano sa che il suo corpo è chiamato a essere dimora di Dio, tempio santo.

Ecco allora l’importanza che il Signore Gesù venga, nasca in noi, nel nostro cuore, in modo che la sua vita sia innestata nella nostra vita, fino a poter dire nella fede: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal 2,20). È una venuta che ciascuno di noi deve invocare – «Marana tha! Vieni, Signore Gesù!» (1Cor 16,22; Ap 22,20) -, deve preparare, predisponendo tutto per l’accoglienza del Signore che viene nella sua Parola, nell’Eucaristia e nei modi che egli solo decide, in base alla sua libertà e alla potenza dello Spirito santo. Occorre essere vigilanti, in attesa, pronti, con il cuore ardente come quello della sentinella che aspetta l’aurora. Qui occorrerebbe ascoltare san Bernardo che ci parla delle «visite del Verbo, della Parola», in cui il Signore Gesù Cristo viene in noi: evento spirituale, nascosto, umile, ma sperimentabile.

Ecco solo due stralci delle sue meditazioni: «Conosciamo una triplice venuta del Signore. Una venuta nascosta si colloca infatti tra le altre due, che sono manifeste. Nella prima il Verbo ‘è apparso sulla terra e ha vissuto tra gli uomini’ (Bar 3,38)… Nell’ultima venuta ‘ogni carne vedrà la salvezza di Dio’ (Lc 3,6) e ‘volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto’ (Gv 19, 37; cf. Zc 12,10). La venuta intermedia è invece nascosta… Nella prima venuta, dunque, ‘venne nella carne’ (1Gv 4,2) e nella debolezza, in questa intermedia viene ‘in Spirito e potenza’ (Lc 1,17), nell’ultima ‘verrà nella gloria’ (Lc 9,26) e nella maestà… Quindi questa venuta intermedia è, per così dire, una via che unisce la prima all’ultima: nella prima ‘Cristo’ fu ‘nostra redenzione’ (1Cor 1,30), nell’ultima ‘si manifesterà come nostra vita’ (Col 3,4), in questa… è nostro riposo e nostra consolazione». ( Discorsi sull’AvventoV, 1); «Confesso che il Verbo mi ha visitato più volte. Benché sia spesso entrato in me, non l’ho mai sentito entrare. Ho sentito che era là, mi ricordo della sua presenza… Ma da dove sia venuto nella mia anima, o dove sia andato nel lasciarla, da dove sia entrato e uscito, confesso che oggi ancora lo ignoro… È solo grazie ai moti del mio cuore che mi sono reso conto della sua presenza… Finché vivrò, non cesserò di invocare, per richiamare in me il Verbo: ‘Ritorna!’ (Ct 2,17). E ogni volta che se ne andrà, ripeterò questa invocazione, con il cuore ardente di desiderio». ( Discorsi sul Cantico dei cantici LXXIV, 5-7)

Ecco il vero Natale cristiano: noi ricordiamo la tua nascita a Betlemme, Signore, attendiamo la tua venuta nella gloria, accogliamo la tua nascita in noi, oggi. Per questo il mistico del XVII secolo Angelo Silesio poteva affermare: «Nascesse mille volte Gesù a Betlemme, se non nasce in te… tutto è inutile».

avvenire

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Natale. Viva è la fatica dell’attesa

Il libro di Qohelet non è un romanzo né un trattato di teologia. È più simile a un diario spirituale ed etico. I suoi diversi capitoli registrano e narrano pensieri, emozioni ed esperienze di un viaggiatore sotto il sole. Il suo sconfinato interesse e la sua forza dipendono dalla sapienza, dalla libertà teologica e dal coraggio morale del suo autore, che continua a parlarci da almeno ventitré secoli. Solo i libri grandissimi ci riescono. Così, viaggiando la vita con Qohelet, incontriamo “pagine di diario” dove siamo totalmente immersi nel fumo dellavanitas, altre dove la gioia del “cantico dei tempi” ci rapisce e conquista, per tornare subito dopo a meditare mestamente sulla morte e sulla caducità della vita. Come noi, che oggi contempliamo un bambino nascere e domani accompagniamo un amico nella sua ultima agonia. Diversi i sentimenti, diverse le lacrime, la stessa vita che scorre. Il ritmo dei tempi è anche il ritmo delle pagine di Qohelet.

«Ho anche notato che sotto il sole al posto del diritto c’è l’iniquità e al posto della giustizia c’è l’iniquità» (Qohelet 3,16). Di fronte allo spettacolo di ingiustizia della terra, dove nei tribunali che dovrebbero garantire l’equità si annida la malvagità, Qohelet ci dice che «il giusto e il malvagio Dio li giudicherà, perché c’è un tempo per ogni cosa e per ogni azione» (3,17). E così aggiunge il “tempo” di Dio ai nostri tempi troppo squilibrati e storti. Sente il dolore per un mondo ingiusto, per l’infinito numero di vittime-Abele che abitano la terra. Ma l’attesa del giudizio universale alla fine dei tempi non è la risposta di Qohelet all’iniquità, perché il mondo “sopra il sole” è, per lui, troppo lontano e inaccessibile per poter offrire una risposta convincente alle ingiustizie del mondo “sotto il sole”. Il giudizio di Dio si deve svolgere qui, sulla terra. Se il tempo della giustizia di Elohim esiste davvero, deve inserirsi dentro il nostro tempo mortale. Perché se non è dentro i nostri tempi, sarà solo fuori tempo e quindi non utile per migliorare la condizione e la giustizia della nostra vita. I tempi non-umani non interessano Qohelet, perché se non sono umani possono essere solo disumani o anti-umani.

Il discorso di Qohelet è allora un umanesimo: chiede a Dio di essere il Dio dei viventi non il Dio dei morti. Il Dio sotto il sole, non il Dio nell’alto dei cieli. Se non vogliamo trasformare Elohim in un dio inutile, dobbiamo chiedergli di darci risposte qui ed ora, di darle soprattutto alle vittime. Come Giobbe, l’amico più grande di Qohelet. Come noi, i suoi amici di oggi, che accresciamo il numero dei tanti amici che ha sempre avuto nei secoli (anche se, forse, solo il nostro tempo può iniziare a capirlo veramente). Qohelet, sorprendendoci ancora una volta, ci dice che una prima giustizia sotto il sole si trova nella morte: «Riguardo ai figli dell’uomo dico: gli mostri Elohim quel che sono, vedranno soltanto un branco di bestie. Perché l’esito è uno, figli d’uomo o di bestie, muoiono. In tutti è lo stesso soffio [ruah]. L’uomo non ha alcun vantaggio sulle bestie, perché tutto svapora [hebel]. Tutti vanno nello stesso luogo» (3,18-20). Moriamo tutti come muoiono tutte le bestie. Siamo fratelli e sorelle nella comune e universale mortalità. Sorella morte, fratello lupo, sorella colomba, fratello verme. In questa polvere di tutti e di tutto c’è una sapienza, quella infinita di Salomone: «Tutti [animali e uomini] sono venuti dalla polvere e tutti polvere ritornano» (3,20).
Da bambini impariamo a conoscere la morte vedendo gli animali morire. In quella età della vita riusciamo ancora a sentire negli animali lo stesso soffio che abita noi, i genitori, gli amici. Quei pianti disperati di fronte alla morte di un gatto o di un uccellino ci svelano un accesso più profondo alla vita che poi da adulti perdiamo. Solo i bambini riescono ad amare veramente gli animali e a soffrire per il loro dolore – e forse solo i vecchi che hanno la grazia di tornare bambini possono avvicinare quel primo amore. Qohelet ci aiuta a recuperare quello sguardo dell’infanzia, a riconoscere nel dolore della terra il nostro stesso dolore. Ci fa riascoltare il primo soffio della creazione.

L’orizzonte dentro il quale Qohelet colloca il suo discorso è quello dei primi capitoli della Genesi. Conosce bene il soffio-spirito che Elohim aveva iniettato nelle narici dell’Adam, il terreste, rendendolo vivente (Genesi 2,7). Risuona nei suoi versi «polvere sei e polvere ritornerai» (Genesi 3,19). Ma quella di Qohelet è una Genesi diversa. La terrestrità dell’Adam non lo fa dominatore degli animali e delle specie viventi: l’Adam di Qohelet è prima di tutto creatura come tutte le altre. Sapeva che l’uomo è stato ed è continuamente ricreato «a immagine e somiglianza di Dio», come cosa «molto bella e molto buona» (1,35). Non lo nega, non lo può negare, ma vuole dirci qualcos’altro: prima di essere diversi dal resto della creazione siamo uguali a tutti i viventi, perché, proprio come loro, siamo mortali e viviamo finché il dono del soffio vive. Solo Dio non muore. L’uomo non è Dio perché muore, e la sua ribellione originaria e perenne è il voler negare la propria mortalità – anche questo è Genesi (cap. 3). La natura non è Dio perché muore. Ogni serpente, ogni idolo, ci promette e cattura promettendoci di eliminare della morte.

Qohelet non solo riafferma questo messaggio profondamente e genuinamente biblico, ma vi trova anche una risposta alla sua e nostra domanda di giustizia. La giustizia inscritta nella morte di tutti gli animali diventa una giustizia universale. La vanitas del grande, del ricco, del disonesto, non sta soltanto nel loro morire come muoiono le vittime e i poveri (questo ce lo aveva detto nel capitolo 2). C’è una vanitas ancora più radicale e profonda: muoiono anche loro come muoiono i cani, gli insetti, gli uccelli. Il più potente faraone muore come il riccio e come la mosca. La diversità nel lusso delle tombe e delle piramidi è solo vanità, è effimera, non conta nulla (2,16). La morte universale è la prima giustizia universale. Di fronte a questo destino cosmico comprendiamo di nuovo perché l’unica felicità possibile e vera è quella che possiamo trovare dentro la vita finché ci abita quell’unico soffio-spirito donatoci: «E ho visto che non c’è un bene che faccia più gioioso l’Adam delle sue opere: è questo il suo profitto (3,22). Scoprire la giustizia della morte che attende tutti i viventi e tutti allo stesso modo, porta Qohelet a lodare per la seconda volta la gioia delle opere umane, la felicità del lavoro. Cresciamo e invecchiamo bene quando la compagnia del dolore e della morte ci accresce la gioia della salute e la felicità di tornare agli affari ordinari della vita.

Il canto di Qohelet è allora un canto crudo e autentico alla vita, anche quando la disprezza perché deluso dalla malvagità delle opere degli uomini sotto il sole: «Tornai poi a considerare tutte le oppressioni che si fanno sotto il sole. Ecco le lacrime degli oppressi e non c’è chi li consoli; dalla parte dei loro oppressori sta la violenza, ma non c’è per loro un consolatore. Allora ho proclamato felici i morti, ormai trapassati, più dei viventi che sono ancora in vita; ma più felice degli uni e degli altri chi ancora non esiste, e non ha visto le azioni malvagie che si fanno sotto il sole» (4.1-3). È l’assenza di consolazione degli oppressi che fa dubitare Qohelet della superiorità dell’essere al mondo rispetto al non-esserci. Non dobbiamo perdere neanche un briciolo della forza e della bellezza di questo verso di Qohelet: una vita da oppressi senza consolatori è peggiore della morte. La sua è una condanna dei troppi oppressori presenti e un appello ai consolatori assenti.

Coloro che piangono possono essere chiamati “beati” solo se sono consolati. L’inferno è il luogo delle “beatitudini a metà”: poveri senza Regno, puri che non vedono Dio, miti senza terra, afflitti sconsolati. E stando dalla parte degli oppressi resi tali dagli oppressori (l’oppressione è una costruzione tutta umana), Qohelet trova la forza di invocare un consolatore, un “paraclito”. Anche se non lo vede, né vuole inventarselo – non c’è peggiore inganno di un consolatore inventato per rispondere alla nostra domanda vera di consolatori. Forse l’avvento di consolatori non-artificiali può essere chiamato e atteso soltanto ponendo il cuore nelle discariche dove i bambini cercano gli avanzi della nostra opulenza, nelle guerre dei ragazzi-soldato, accanto alle bambine vendute per miseria disperata ai mercanti di sesso. Solo da lì lo possiamo desiderare, forse intravvedere. Qohelet non ha creduto che il riscatto di queste vittime inconsolate dovesse essere rimandato al paradiso. Ha tenuto vivo il dolore della terra per l’assenza di consolatori qui ed ora, e così ha reso non-vana l’attesa del suo avvento. Se avesse ceduto alla tentazione delle consolazioni apocalittiche e idolatriche, la Bibbia tutta avrebbe perso capacità di avvento. E invece ha continuato a porre domande, resistendo nell’assenza delle risposte. La bontà delle domande esistenziali si misura con la loro capacità di resilienza nei tempi della carestia di risposte vere e dell’opulenza di risposte false.

Senza rinnovare questa resistenza e questa attesa, anche il Natale finisce per svaporare nella vanitas dei centri commerciali e del sentimentalismo delle atmosfere artificiali create a scopo di lucro. La stella del Natale per essere nuovamente vista nel nostro cielo inquinato ha bisogno di essere attesa, mettendosi accanto alle vittime, agli oppressi delle terra e con loro guardare nella lunga notte ancora verso oriente. Il Natale più bello è quello atteso insieme a Qohelet. Buon Natale a tutti.

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Natale 2015: S. Messa della Novena in S. Stefano ore 19

Natale 2015: S. Messa della Novena in S. Stefano ore 19

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Mattarella: presepe messaggio di pace

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​Il Natale ed il presepe trasmettono un messaggio universale in grado di favorire il dialogo tra fedi e culture diverse. Lo sottolinea il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, presentando la mostra “Presepi d’Italia – Le tradizioni regionali al Quirinale”, inaugurata oggi pomeriggio dallo stesso Capo dello Stato nella sala degli Ambasciatori. Una rassegna che vede esposte 21 opere d’arte provenienti da tutte le Regioni italiane e dalle Province di Trento e Bolzano.

“Il presepe – afferma Mattarella – esprime un intenso sentimento religioso e trasmette un messaggio di pace e di fraternità universale.
Il Natale dei cristiani non è soltanto una ricorrenza, ma un evento
che si rinnova e che richiama l’umanità al senso del proprio rapporto
con il mondo e la storia”. “Proprio la profondità e l’universalità del suo significato hanno reso questi simboli dialoganti con le coscienze, con le fedi, con le culture, con le tradizioni popolari. E oggi il dialogo tra credenti e non credenti, il dialogo tra fedi e culture diverse rappresenta una condizione indispensabile per costruire un futuro di sviluppo e di
pace”.

IL VIDEO

Oltre a fornire una gamma vastissima su modalità, interpretazioni, dimensioni e materiali scelti per rappresentare la natività, la mostra offre anche l’occasione per valorizzare i luoghi e i tesori storici, artistici, culturali e naturali che caratterizzano il nostro Paese.

La mostra, ideata nei mesi scorsi e quindi slegata da ogni riferimento
alle polemiche delle ultime settimane, “si colloca tra le iniziative della Presidenza della Repubblica connesse all’apertura al pubblico
del Palazzo del Quirinale” e intende “rappresentare – spiega ancora il
Capo dello Stato – una tradizione così importante e radicata nella
nostra gente e nella cultura italiana”. Inoltre “si vuole mostrare la
varietà e la ricchezza creativa con cui questa viene vissuta nelle
diverse aree del nostro Paese”.
“L’aver raccolto in questa sede i presepi di tutte le regioni d’Italia
– conclude Mattarella- simboleggia anche l’unità della nostra nazione,
che trae alimento e forza dal complesso delle realtà territoriali che
lo caratterizzano”.
avvenire
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Auguri di Natale un po’ speciali

di Vino Nuovo | 24 dicembre 2014 
Ogni anno Paolo Del Vaglio ci regalava una vignetta natalizia. Prima della sua morte – nel settembre scorso – ne aveva già disegnata una che sua moglie Bruna ci ha donato

Auguri Del Vaglio

È il più bel regalo di Natale che Vino Nuovo potesse ricevere, questa vignetta che la signora Bruna – la moglie di Paolo Del Vaglio, il vignettista napoletano collaboratore nostro e di tante testate cattoliche – ci ha fatto avere con la stessa gentilezza di Paolo. Erano i suoi auguri natalizi per quest’anno: li aveva già abbozzati quando è morto nel settembre scorso; una vignetta che i figli hanno provveduto a finire e colorare.

Ci aiuta a ricordare con affetto questo amico che ora ci guarda dal Cielo. Ma soprattutto ci regala un augurio natalizio di una profondità straordinaria. Perché qui scherza come suo solito, Paolo, sulla smania di oggi riguardo alle prove del Dna. Ma contemporaneamente dice tutta l’essenza del mistero del Natale.

Sì, quel Bambino di Betlemme ha propio il Dna di suo Padre. Perché è lo stesso sguardo del Padre, capace di tenere insieme verità e misericordia, a diventare a Natale in Lui una via anche per l’uomo. È lo sguardo che – diventato grande – quel Bambino poserà sul giovane ricco, sul centurione, sull’adultera… E persino su chi lo tradirà.

Paolo in questo Natale lo contempla fino in fondo questo mistero. E a noi affida il compito di continuare a cercare lo stesso Dna del Padre, in ogni donna e in ogni uomo che incrociamo sul nostro cammino.

Ed è l’augurio che in questo Natale anche noi di Vino Nuovo rivolgiamo a tutti voi che ci seguite con così tanta amicizia.

Buon Natale anche dalla Redazione del Blog SantoStefano

 

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NATALE DEL SIGNORE – MESSA DEL GIORNO… Foglietto, Letture e Salmo Cantato

Grado della Celebrazione: SOLENNITA’
Colore liturgico: Bianco 

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Il Verbo, la seconda persona della Trinità, si fa carne nel grembo della Vergine Maria per dare a chi lo accoglie e a chi crede in lui il “potere di diventare figli di Dio”.
C’è forse comunione più completa, più perfetta del lasciare all’uomo la possibilità di dividere la vita stessa di Dio? Nel Verbo che si è fatto carne, questo bambino di Betlemme, l’uomo trova l’adozione come figlio. Dio non è più un essere lontano, egli diventa suo padre. Dio non è più un essere lontano, egli diventa suo fratello.
“Come l’uomo potrebbe andare a Dio, se Dio non fosse venuto all’uomo? Come l’uomo si libererebbe della sua nascita mortale, se non fosse ricreato, secondo la fede, da una nuova nascita donata generosamente da Dio, grazie a quella che avvenne nel grembo della Vergine?” (Ireneo di Lione).
È per la deificazione dell’uomo che il Verbo si è fatto carne, affinché l’uomo, essendo “adottato”, diventasse figlio di Dio: “Affinché l’essere mortale fosse assorbito e noi fossimo così adottati e diventassimo figli di Dio” (Ireneo di Lione).
L’uomo assume allora la sua vera dimensione, perché non è veramente uomo se non in Dio. E c’è forse una presenza in Dio più forte della figliazione divina?
Proprio ora, il re in esilio rimette piede sulla terra preparata per lui e, nello stesso tempo, l’uomo ritrova il suo “posto”, la sua vera casa, la sua vera terra: Dio.
“Anch’io proclamerò le grandezze di questa presenza: il Verbo si fa carne… È Gesù Cristo, sempre lo stesso, ieri, oggi e nei secoli che verranno… Miracolo, non della creazione, ma della ri-creazione… Perché questa festa è il mio compimento, il mio ritorno allo stato originario… Venera questa grotta: grazie ad essa, tu, privo di sensi, sei nutrito dal senso divino, il Verbo divino stesso” (Gregorio di Nazianzo).

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La riflessione… Natale per ritrovare una meta comune

Il cuore del Natale è la nascita del Figlio di Dio. Non altro. Anche i regali, che di solito ci si scambia, sono il segno del vero regalo, Gesù. Lui è la festa dei cristiani e il dono che Dio fa al mondo. Le altre cose belle sono conseguenza: ritrovarsi in famiglia e tra amici, il riposo dal lavoro, le luci e le tradizioni che il nostro splendido Paese ha messo insieme nei millenni, non sono il cuore ma il frutto di quanto è accaduto a Betlemme in quella notte d’inverno. Per gli uomini di altre culture, credenze e religioni, tutto ciò può essere tradizione e folclore, ma la domanda sorge ovunque: perché tanta festa, tanti regali, tante luci? E perché quell’aria diffusa e avvolgente di tenerezza e di bontà? Dio non è solo risposta, ma è anche domanda. Quanto è accaduto allora, continua ad accadere oggi nei cuori che si aprono. Allora Lui viene, nasce in ognuno che lo invoca, lo cerca senza conoscerlo, forse lo bestemmia o lo combatte. Lui è sempre pronto, perché Dio è Amore. Quale altra ragione Lo avrebbe spinto se non la follia per gli uomini, per entrare nelle nostre oscurità, per accendere la speranza, per incoraggiare i deboli, per sostenere i poveri e gli oppressi?

La questione è che Gesù è lì, ma noi dove siamo? Forse siamo agli inizi della vita, o a metà o verso il termine… ma dove siamo nella strada del nostro mondo interiore? Per che cosa spendiamo energie e tempo? Per andare dove? Quale lo scopo? Le società e le culture possono anche ostacolare la presenza della fede, possono perseguitare e uccidere i cristiani, ma niente e nessuno potrà uccidere la nostalgia di un Oltre, di un Un di Più, che per noi ha il volto di Cristo. I tempi cambiano, ma il cuore resta assetato di felicità, mendicante di assoluto, cercatore di Dio. Ecco perché il migliore alleato del Vangelo resta l’uomo nella verità della sua anima. Basta lasciarla parlare. Sono le domande del Natale di sempre, ma direi in modo particolare del Natale di quest’anno, che protrae una crisi che tutti si sperava fosse molto più breve e meno pesante. E invece è lunga e drammatica per giovani e anziani, singoli e famiglie. La famiglia ancora si rivela la migliore scialuppa di salvataggio, dove i risparmi si dividono con oculatezza, dove si vince la solitudine e la paura del futuro, dove si ritrova il coraggio di lottare.

Al problema del lavoro e dell’occupazione, si aggiunge anche il malcostume che sembra diventare costume generale. Ma così non è! Il rischio più grave è quello dell’avvilimento diffuso, della demoralizzazione globale, della depressione paralizzante. Se gli altri sono disonesti perché io devo essere onesto e sacrificarmi? È la domanda subdola che si può insinuare fino a deprimere o a contagiare. Ma così non dev’essere! L’Italia è un popolo laborioso e onesto, geniale e buono. Se ci sono esempi o sistemi di malaffare, i responsabili devono essere rapidamente accertati e puniti con rigore, ma il popolo degli onesti, cioè degli “uomini”,  deve reagire alla disonestà con una onestà ancora più limpida e con una operosità ancora più convinta. Il Natale del Signore ci ricorda che al male non ci si deve arrendere, e che si vince con un bene forte, serio e giusto. I responsabili della cosa pubblica lo sanno.

Ma dovrebbe anche crescere la capacità di stare insieme in modo costruttivo, di fare rete, di integrarsi non solo tra i membri di una famiglia o di un’azienda, ma tra realtà lavorative e tra istituzioni. Non si tratta di confondere ruoli o di uniformare la società, ma di camminare insieme non in modo astratto e retorico, ma concreto, come sono concreti obiettivi e programmi comuni, energie e risorse, sostegno nazionale e internazionale.

Nessuno, sullo scenario del mondo, dovrebbe sentirsi solo a lottare per cercare, procurare e costruire lavoro e occupazione: il “noi tutti” traduce in modo incisivo il “bene comune”. Ma quel “noi tutti” deve poter diventare visibile, pratico, fruttuoso. Le figure del presepe fanno mestieri diversi, ma vanno tutte verso la grotta: hanno lo stesso scopo pur nelle loro diversità. Il messaggio è preciso: quando si ha veramente una meta comune, e non è ciascuno – singoli o gruppi – meta a se stesso, allora l’ingegno trova le strade per camminare insieme senza sbarrare i sentieri agli altri, senza che nessuno rimanga indietro, senza che i doni che si portano al Bambino si lascino o si vendano lungo la strada perché si è affaticati. Davanti al presepe, chi ha il dono della fede sosti pregando, chi non l’ha sosti pensando. Qualcosa di bello accadrà. Auguri sinceri.

avvenire.it

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NATALE DEL SIGNORE – MESSA DELLA VIGILIA. Foglietto, letture e Salmo Responsoriale Cantato

Grado della Celebrazione: SOLENNITA’
Colore liturgico: Bianco 

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Uomo di Dio, tale è il salvatore di cui avevamo bisogno. Soltanto Dio è la salvezza dell’uomo, ma Dio non vuole salvare l’uomo dall’esterno; ecco perché si fa uomo.
È questo il duplice messaggio che ci affida lo splendido testo di san Matteo.
Uomo discendente da una lunga stirpe di persone, oggetto della promessa, tale è il salvatore dell’uomo. Dal giorno in cui Dio riprende contatto con l’umanità nella persona di Abramo, fino a questa giovane fanciulla di Nazaret chiamata Maria, Dio si dedica con pazienza a quest’opera, prepara la venuta nella nostra carne del suo Figlio unigenito. La genealogia riportata da san Matteo è la genealogia della fedeltà di Dio. Tutte queste persone tracciano la storia di Israele. Sono portatrici della promessa. Le infedeltà di molti di loro mettono in luce la fedeltà di Dio. È da un popolo di peccatori che sorgerà il salvatore. Perché egli viene a salvare proprio il peccatore. Facendosi uomo, egli appartiene alla loro stirpe e, dall’interno della loro stirpe, li vuole salvare, assumendosi il loro peccato senza esserne macchiato: “Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”.
Ma: “Quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo”.
Il ritmo della genealogia si spezza. Se occorreva che l’uomo fosse salvato dall’interno dell’umanità, non poteva esserlo che grazie a Dio. E, brevemente, Matteo sottolinea qui l’origine divina del Salvatore degli uomini: “Egli è generato dallo Spirito Santo”. Dio è molto più fedele di quanto l’uomo potesse immaginare. Lasciamo allora la parola a Ireneo di Lione: “Il Signore ci ha dato un segno” dal profondo degli inferi e “lassù in alto” (Is 7,11) senza che l’uomo osasse sperarlo. Come avrebbe potuto aspettarsi di vedere una vergine partorire un figlio, di vedere in questo figlio un “Dio-con-noi”, che sarebbe sceso nel profondo, sulla terra, per cercare la pecorella smarrita, cioè la creatura che egli aveva plasmato, e sarebbe poi risalito per presentare al Padre suo questo uomo ritrovato?” (Contro le eresie, III, 19,3).

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Vatican Magazine ” Con Maria, Natale controcorrente (video)

 

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Natale… L’albero riabilitato

di Roberto Beretta | 10 dicembre 2014 – vinonuovo.it

natale

 
Il Timone dedica un articolo alle radici fortemente cattoliche della tradizione dell’abete. È l’occasione per applicare anche al Natale il principio dell’ «et… et»?

Con una certa soddisfazione noto che sull’ultimo numero de «Il Timone» – mensile di apologetica molto molto ortodossa, nato dall’ambiente dei Legionari di Cristo e del quale sono stato fin dall’inizio (e fino a qualche tempo fa) un collaboratore – spicca un articolo in favore dell’albero di Natale… Suor Gloria Riva, claustrale esperta di iconografia e simbolica sacra, dedica un articolo all’«albero della luce», nel quale riepiloga le radici fortemente cattoliche della tradizione dell’abete decorato.

Mi sembra un bel segnale perché vi vedo il superamento, anche in ambienti diciamo così della «destra cattolica», della sterile e banale contrapposizione tra albero e presepe, grotta (cattolica) e abete (protestante, anzi addirittura pagano), nella quale pure ci siamo affaticati per anni ed annorum. Finalmente viene accettata – o almeno così pare – la teoria storica, ben indagata dal teologo luterano Oscar Cullmann, secondo cui il nostro domestico albero discende dalle sacre rappresentazioni medievali della vigilia di Natale, durante le quali sui sagrati delle chiese veniva eretto un grande albero decorato nel contempo da mele (il frutto del peccato) e da ostie (lo strumento della redenzione) per commemorare simbolicamente la storia della salvezza che ha il suo punto cardine proprio nell’incarnazione. Inutile dire che mele e ostie sono poi divenute le luccicanti palle da appendere ai rami del finto abete…

Sono contento anche perché mi si offre un’occasione natalizia per ribadire il solito principio dell’«et…et»: nelle cose della storia, cioè, il cattolico non deve e non può scindere manicheisticamente il bene e il male (ricordate la parabola del buon grano e del loglio?), tanto più che molto spesso la vita stessa è lì a smentire nei fatti tale divisione… Chi, per esempio, sarebbe disposto a sostenere che un presepe di quelli bamboleggianti con statuine in falsi atteggiamenti da salotto ­- la bocca circoscritta in una perpetua «o» di posticcia meraviglia – è più «ortodosso» di un albero di Natale sobrio e adorno di una stella luminosa?

E’ così infatti: un paganissimo abete può essere più evangelico di una Natività, un protestante può essere più cristiano di un cattolico, un divorziato risposato può essere più «in comunione» con la Chiesa di un praticante integerrimo… E visto al negativo: non è detto che un vescovo abbia più ragione di un laico, né che un credente veda la vita meglio di un ateo, e nemmeno che quanti ascoltano Radio Maria siano più religiosi di quelli che amano la musica rock. Relativismo? Già, tutto nella storia (e finché rimane nella storia) è «relativo»: ha accettato di esserlo persino Gesù Cristo, proprio la notte che divenne uomo a Betlemme.

 

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Domenica 21 Dicembre ore 17,30: Concerto di Natale a Reggio Emilia nella chiesa di Santo Stefano pro associazione benefica in Rwanda

Domenica 21 DicembreConcerto di Natale a Reggio Emilia nella chiesa di Santo Stefano pro associazione benefica in Rwanda.

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