I poveri sono i nostri amici Natale reggiano della Comunità di Sant’Egidio

La Comunità di Sant’Egidio compie 50 anni. Una storia cominciata il 7 febbraio 1968, all’indomani del Concilio Vaticano II a Roma da Andrea Riccardi con un piccolo gruppo di liceali che volevano cambiare il mondo. Oggi Sant’Egidio, che Papa Francesco ha ribattezzato “la Comunità delle 3 P” (Preghiera, Poveri, Pace), continua a nutrire lo stesso sogno con tanti amici che lo condividono. Con gli anni è divenuta una rete di comunità che, in più di 70 paesi del mondo, con una particolare attenzione alle periferie e ai periferici, raccoglie uomini e donne di ogni età e condizione, uniti da un legame di fraternità nell’ascolto del Vangelo e nell’impegno volontario e gratuito per i poveri e per la pace.

Preghiera, poveri e pace sono i suoi riferimenti fondamentali. La preghiera, basata sull’ascolto della Parola di Dio, è la prima opera della Comunità, ne accompagna e orienta la vita. A Roma e in ogni parte del mondo, è anche luogo di incontro e di accoglienza per chi voglia ascoltare la Parola di Dio e rivolgere la propria invocazione al Signore. I poveri sono i fratelli e gli amici della Comunità. L’amicizia con chiunque si trovi nel bisogno – anziani, senza dimora, migranti, disabili, detenuti, bambini di strada e delle periferie – è tratto caratteristico della vita di chi partecipa a Sant’Egidio nei diversi continenti.

Leggi tutto l’articolo di Mariangela Adduci su La Libertà del 9 gennaio

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Avvento-Natale 2018: pubblicato il sussidio della Cei

romasette

È stato pubblicato il Sussidio Avvento-Natale 2018 sul tema “Verrà il Signore in tutta la sua gloria: ogni uomo vedrà il Salvatore”. Il sussidio si compone di due parti: una dedicata al tempo di Avvento e una al tempo di Natale. Offre per ciascuna Domenica/Solennità/Festa i commenti alla Liturgia della Parola, le indicazioni liturgiche, i formulari per la preghiera dei fedeli, i suggerimenti musicali. Una particolare attenzione è rivolta ai ministranti. Il sussidio si apre con la presentazione di monsignor Stefano Russo, segretario generale della Cei.

«Questo tempo di salvezza – scrive monsignor Russo nella prefazione – permea l’esistenza del singolo credente e della Chiesa tutta. Entrambi desiderano affrancarsi dalle pesantezze della vita quotidiana, entrambi anelano a recuperare una serenità di fondo che sembra dissolta dalla diffusa precarietà sociale. Tuttavia, le nebbie dell’autunno dell’anima non manifestano soltanto opacità e confusione. Esse annunciano, pur velatamente, l’avvicinarsi del Sole invitto, Cristo Gesù, che a Natale rinasce nel cuore di ciascuna persona pronta ad aderire alla volontà del Padre»

«È trascorso ormai un anno durante il quale molti hanno attraversato prati ridenti e paesaggi incantevoli. Il panorama non è stato però sempre idilliaco. Sentieri impervi ci hanno messo in difficoltà, ci hanno costretto a prendere coscienza dei nostri limiti. I successi non sempre bilanciano i fallimenti, i dolori talora insidiano la gioia e il piacere di vivere. Immersi e quasi schiacciati da una folla anonima – prosegue -, rischiamo di non trovare il porto della pace nell’ambito familiare e nel contesto del lavoro quotidiano. Non c’è, tuttavia, condizione di vita che sia destinata a durare per sempre. Solo Cristo è stato ieri, è oggi e sarà domani. È il nostro Salvatore, la via da percorrere, la verità da assorbire totalmente, la vita da riscoprire ogni giorno e condividere nello splendore della gloria perché in Lui anche noi siamo figli di Dio».

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A Natale, Dio, ti voglio vicino

Turoldo dà voce a ogni uomo che sente il baratro della fatica, della povertà e dell’infelicità. Abbiamo un Bambino «mendicante d’amore» a cui non possiamo che rivolgere la più semplice delle preghiere: «Ti voglio vicino, mio Bene».

A Natale abbiamo una speranza, che per l’uomo di fede diviene certezza: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Quel «venne ad abitare in mezzo a noi» in greco suona come «piantò la sua tenda in noi». La tenda, che porta con sé tutta la memoria del deserto, indica la fragilità del Dio Bambino: la tenda non ha mura solide, per difesa e protezione. Ma la tenda è anche lo spazio immediato della casa, che in poco tempo può elevarsi per dare riparo e per offrire ospitalità. La tenda è lo spazio dell’amicizia, resa ancora più profonda da quel «in noi»: il Verbo non si pone accanto, si pone dentro di noi. Spazio dell’intimo segreto, della radice umana.

Tutto questo nel volto di un Bambino che di tutto ha bisogno. Ma in quel Bambino ci è offerta la possibilità di una vicinanza: del Dio che si fa uomo e, con questo, dell’uomo che porta Dio. Perché sappiamo che non c’è uomo in cui Dio non ponga la sua tenda dal giorno in cui il Figlio nacque a «Betlemme di Giudea».

Un Dio vicino, che noi desideriamo ci sia sempre più vicino. Perché un Dio bambino ci sorprende, ci disorienta. Un Dio bambino non risolve i nostri problemi, non obbedisce alle nostre richieste. Un Dio bambino ci costringe all’amore gratuito, che è quello che Lui offre. Un Dio bambino ci spinge a chiedere solo la vicinanza, che vinca solitudini e notti, come cantava padre Turoldo:

Ti voglio vicino, mio Bene

(quanto ti chiamo la notte!)

Ti voglio vicino, mio Amato.

Da solo, nessuno pensa

sia più povero e infelice.

Povero e infelice,

e nulla che mi riesca!…

Ma tu mi sei vicino

mi devi essere vicino!

Mio Dio:

anche tu

solo!

E per amore così esposto

e impotente.

Anche tu infelice

mendicante d’amore:

seduto alle porte della città.

Perfino seduto

alle porte del tempio:

da chi entra non degnato

di uno sguardo.

Insieme, insieme, mio Dio,

saremo felici!

Turoldo dà voce a ogni uomo che sente il baratro della fatica, della povertà e dell’infelicità. Abbiamo un Bambino «mendicante d’amore», un Bambino «esposto / e impotente». A questo Dio così ricco di novità non possiamo che rivolgere la più semplice delle preghiere: «Ti voglio vicino, mio Bene».

Quando siamo nel dubbio, nell’angoscia, nella paura, è di vicinanza che abbiamo bisogno. Qui sta il sollievo, qui la speranza, qui sta la felicità possibile: «Insieme, insieme, mio Dio / saremo felici!».

Dio, stai vicino all’uomo che arranca, dagli la tua mano, anche se di Bambino. Soprattutto se è di Bambino.

 

Buon Natale, amico lettore, che sia di vicinanza a Dio e al fratello.

vinonuovo.it

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Arte e tradizione. Il divino e l’umano: nel presepe quell’inaudito incontro

«L’incontro di due protagonisti, il divino e l’umano: è questa la ‘storia’ che il presepe racconta. Un racconto di cui c’è bisogno oggi almeno come ce n’era quando nel 1223 Francesco d’Assisi, per la prima volta, riprodusse nella grotta di Greccio la scena della Natività. Oggi come allora l’uomo ha bisogno di Dio: oggi, forse ancor più che allora, c’è sete di un amore che vinca la ‘folla delle solitudini’ e stemperi l’accanirsi dei conflitti. ‘Fare il presepe’ è perciò oggi più che mai un messaggio di pace e di speranza, un gesto d’amore, che può parlare al cuore di tutti ». Così l’arcivescovo Bruno Forte, che non a caso all’arte del presepe ha dedicato bellissimi saggi. E al dialogo tra artisti e natività sono dedicate numerose mostre e iniziative anche grazie a Fondazione Crocevia con il progetto ‘Presepe Presente’.

A Milano, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, per il terzo anno consecutivo una mostra di presepi d’artista è stata inaugurata ieri dal vescovo Claudio Giuliodori. Nel primo chiostro del Bramante sono esposte, fino al 27 gennaio, le opere di grandi maestri: l’Annunciazione di Arturo Martini, una splendida terracotta del 1927; un presepe degli artisti Anselmo Bucci e Francesco Nonni, maiolica del 1949; le straordinarie terrecotte dedicate alla storia della salvezza dell’artista campano Marcello Aversa. Di quest’ultimo il vescovo di Carpi Francesco Cavina ha inaugurato il 9 dicembre presso il Duomo la grande mostra «Marcello Aversa. Storie di cielo in terra», che resterà aperta fino al 29 gennaio. L’esposizione si tiene in contemporanea anche nel Museo diocesano di Salerno, dove sarà inaugurata dal vescovo Luigi Moretti il 16 dicembre. E poi il grande presepe di Francesco Artese a Firenze di cui parliamo altrove in questa pagina. L’arte si confronta con il grande mistero: la divinità assume l’umano facendosi volto, carne, ossa. L’umanità accoglie il divino per ritrovare l’unità perduta e la pienezza di gioia, di vita, di amore, di bellezza. Il mistero è l’Eterno che si piega alle coordinate spazio-temporali nella notte di Betlemme. Solo Matteo e Luca raccontano le vicende legate alla nascita di Gesù: 48 versetti il primo, 132 il secondo. Poche parole per descrivere il mistero più grande. Ecco allora il desiderio di mostrare, di far vedere, di raccontare. E questo è il presepe, come nota Davide Rondoni: «Il presepe non è un simbolo, che per alcuni può essere anche una semplice idea, un’astrazione. Il presepe è un racconto, la narrazione di un evento, di un fatto storico. Non è un’ideologia, ma contemplazione e memoria».

Tra i contemporanei Marcello Aversa al presepe dedica quasi tutta la sua arte. Scrive di lui Bruno Forte: «Aversa ‘plasma’ così i suoi presepi: col tocco dell’artista, trasforma la creta in racconto, rendendo visibile l’incontro che cambia il cuore e la vita. Il divino è rappresentato dalla scena che dà senso a tutte le altre: ‘il mistero’. Essa comprende le figure del Bambino, di Maria e di Giuseppe, affiancati dal bue e dall’asinello, e la mangiatoia (praesepium), che dà il nome all’insieme. Che si sia di fronte al luogo in cui l’Eterno sta entrando nel tempo è indicato dal roteare degli angeli, impegnati a cantare la gioia del cielo che viene ad abitare la terra. L’umano è presente nella varietà delle sue espressioni: dai pastori, i poveri aperti alle sorprese di Dio, ai magi, figura di tutte le ‘genti’ raggiunte dalla luce della stella, all’umanità indifferente e distratta, rappresentata dagli ospiti della locanda». «In realtà è tutta la terra ad accogliere il Redentore del mondo: le intuizioni della più antica teologia cristiana, per la quale il Cristo è il centro e il fine del cosmo, sono così presenti in questi presepi, diventando anche un invito alla spiritualità ecologica. È così che questi presepi possono assolvere efficacemente al compito per cui nacque il presepe: dire il Vangelo ‘in dialetto’, in un modo, cioè, che sfidi le nostre paure e le chiusure del cuore, e sia annuncio di una gioia e di una speranza possibili, dischiuse oggi, per tutti, da quell’umile nascita».

da Avvenire

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L’omelia di Papa Francesco nella Notte di Natale

Il Papa ha presieduto nella Basilica di San Pietro la Messa della Notte di Natale. Pubblichiamo di seguito il testo dell’omelia:

«È apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini» (Tt 2,11). Le parole dell’apostolo Paolo rivelano il mistero di questa notte santa: è apparsa la grazia di Dio, il suo regalo gratuito; nel Bambino che ci è donato si fa concreto l’amore di Dio per noi.

È una notte di gloria, quella gloria proclamata dagli angeli a Betlemme e anche da noi oggi in tutto il mondo. È una notte di gioia, perché da oggi e per sempre Dio, l’Eterno, l’Infinito, è Dio con noi: non è lontano, non dobbiamo cercarlo nelle orbite celesti o in qualche mistica idea; è vicino, si è fatto uomo e non si staccherà mai dalla nostra umanità, che ha fatto sua. È una notte di luce: quella luce, profetizzata da Isaia (cfr 9,1), che avrebbe illuminato chi cammina in terra tenebrosa, è apparsa e ha avvolto i pastori di Betlemme (cfr Lc 2,9).

I pastori scoprono semplicemente che «un bambino è nato per noi» (Is 9,5) e comprendono che tutta questa gloria, tutta questa gioia, tutta questa luce si concentrano in un punto solo, in quel segno che l’angelo ha loro indicato: «Troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» (Lc 2,12). Questo è il segno di sempre per trovare Gesù. Non solo allora, ma anche oggi. Se vogliamo festeggiare il vero Natale, contempliamo questo segno: la semplicità fragile di un piccolo neonato, la mitezza del suo essere adagiato, il tenero affetto delle fasce che lo avvolgono. Lì sta Dio.

Con questo segno il Vangelo ci svela un paradosso: parla dell’imperatore, del governatore, dei grandi di quel tempo, ma Dio non si fa presente lì; non appare nella sala nobile di un palazzo regale, ma nella povertà di una stalla; non nei fasti dell’apparenza, ma nella semplicità della vita; non nel potere, ma in una piccolezza che sorprende. E per incontrarlo bisogna andare lì, dove Egli sta: occorre chinarsi, abbassarsi, farsi piccoli. Il Bambino che nasce ci interpella: ci chiama a lasciare le illusioni dell’effimero per andare all’essenziale, a rinunciare alle nostre insaziabili pretese, ad abbandonare l’insoddisfazione perenne e la tristezza per qualche cosa che sempre ci mancherà. Ci farà bene lasciare queste cose per ritrovare nella semplicità di Dio-bambino la pace, la gioia, il senso della vita.

Lasciamoci interpellare dal Bambino nella mangiatoia, ma lasciamoci interpellare anche dai bambini che, oggi, non sono adagiati in una culla e accarezzati dall’affetto di una madre e di un padre, ma giacciono nelle squallide “mangiatoie di dignità”: nel rifugio sotterraneo per scampare ai bombardamenti, sul marciapiede di una grande città, sul fondo di un barcone sovraccarico di migranti. Lasciamoci interpellare dai bambini che non vengono lasciati nascere, da quelli che piangono perché nessuno sazia la loro fame, da quelli che non tengono in mano giocattoli, ma armi.

Il mistero del Natale, che è luce e gioia, interpella e scuote, perché è nello stesso tempo un mistero di speranza e di tristezza. Porta con sé un sapore di tristezza, in quanto l’amore non è accolto, la vita viene scartata. Così accadde a Giuseppe e Maria, che trovarono le porte chiuse e posero Gesù in una mangiatoia, «perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (v. 7). Gesù nacque rifiutato da alcuni e nell’indifferenza dei più. Anche oggi ci può essere la stessa indifferenza, quando Natale diventa una festa dove i protagonisti siamo noi, anziché Lui; quando le luci del commercio gettano nell’ombra la luce di Dio; quando ci affanniamo per i regali e restiamo insensibili a chi è emarginato.

Ma il Natale ha soprattutto un sapore di speranza perché, nonostante le nostre tenebre, la luce di Dio risplende. La sua luce gentile non fa paura; Dio, innamorato di noi, ci attira con la sua tenerezza, nascendo povero e fragile in mezzo a noi, come uno di noi. Nasce a Betlemme, che significa “casa del pane”. Sembra così volerci dire che nasce come pane per noi; viene alla vita per darci la sua vita; viene nel nostro mondo per portarci il suo amore. Non viene a divorare e a comandare, ma a nutrire e servire. Così c’è un filo diretto che collega la mangiatoia e la croce, dove Gesù sarà pane spezzato: è il filo diretto dell’amore che si dona e ci salva, che dà luce alla nostra vita, pace ai nostri cuori.

L’hanno capito, in quella notte, i pastori, che erano tra gli emarginati di allora. Ma nessuno è emarginato agli occhi di Dio e proprio loro furono gli invitati di Natale. Chi era sicuro di sé, autosufficiente, stava a casa tra le sue cose; i pastori invece «andarono, senza indugio» (cfr Lc 2,16). Anche noi lasciamoci interpellare e convocare stanotte da Gesù, andiamo a Lui con fiducia, a partire da quello in cui ci sentiamo emarginati, a partire dai nostri limiti. Lasciamoci toccare dalla tenerezza che salva. Avviciniamoci a Dio che si fa vicino, fermiamoci a guardare il presepe, immaginiamo la nascita di Gesù: la luce e la pace, la somma povertà e il rifiuto. Entriamo nel vero Natale con i pastori, portiamo a Gesù quello che siamo, le nostre emarginazioni, le nostre ferite non guarite. Così, in Gesù, assaporeremo lo spirito vero del Natale: la bellezza di essere amati da Dio. Con Maria e Giuseppe stiamo davanti alla mangiatoia, a Gesù che nasce come pane per la mia vita. Contemplando il suo amore umile e infinito, diciamogli grazie: grazie, perché hai fatto tutto questo per me.

Radio Vaticana

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Classici a lume di candela per il Natale del coro di Cambridge

Una travolgente versione di Jingle bells funge in qualche modo da ouverture al disco Yulefest!, che Stephen Layton e il Trinity College Choir hanno dedicato al tradizionale repertorio dei canti natalizi; una partenza a razzo, con un arrangiamento scritto originariamente per The swingle singers che gli eccellenti cantori dell’Università di Cambridge affrontano a rotta di collo, dimostrando massima tenuta e controllo estremo nell’affrontare le curve pericolose disseminate qua e là da veloci stacchi di tempo e bruschi cambi di ritmo. Un’evidente prova di bravura, che non rimane isolata all’interno di una scaletta a cui l’ensemble vocale inglese rende onore fino all’ultimo brano, dimostrandosi uno “strumento” estremamente duttile e sempre perfettamente intonato alla varietà stilistica ed espressiva di un repertorio davvero multiforme.
Muovendosi tra serietà e rigore, gioco e divertissment, tra standard come l’immancabile Silent night, il classicissimo White Christmas di Irving Berlin o il raffinato arrangiamento di Have yourself a merry little Christmas firmato dal giovane compositore Owain Park (classe 1993), autore anche del pirotecnico Tomorrow shall be my dancing day e dell’adattamento della splendida The very best time of year tratta dalla raccolta di carole di John Rutter (classe 1945); ma anche tra pagine più ricercate come The Christmas song, in una versione di Peter Gritton per coro a quattro parti dal sapore antico, quasi da colonna sonora a 78 giri per un film in bianco e nero; o l’armonizzazione realizzata da Gunnar Eriksson (classe 1936) di The Virgin and Child, dove le parole e la melodia di una canzone popolare svedese si intrecciano con un corale luterano a due voci.
Per chiudere infine con The oxen, rielaborazione musicale di Jonathan Rathbone (classe 1957) dell’omonima poesia di Thomas Hardy, che ci riporta a lume di candela all’aspetto più profondo del Tempo d’Avvento, dove una musica sublime illumina i cuori e riaccende la speranza per la nascita di Gesù.

Trinity College Choir Cambridge
Yulefest!
Hyperion. Euro 18,00

avvenire

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Natale è il mistero di un dono

«Benedetto il bimbo, che oggi ha fatto esultare Betlemme. / Benedetto l’infante, che oggi ha ringiovanito l’umanità. / Benedetto il frutto, che ha chinato se stesso verso la nostra fame. / Benedetto il Buono, che in un istante ha arricchito tutta la nostra povertà e ha colmato la nostra indigenza. / Benedetto colui che è stato piegato dalla sua misericordia a prendersi cura della nostra infermità».

Con queste parole sant’Efrem affida alla poesia l’esaltazione del mistero del Natale, in un inno composto nel IV secolo. Le parole sono semplici e profonde, venate di palpabile commozione. Al cuore della lode, il segreto di un Bambino svelato al mondo: egli è motivo di gioia per tutta la terra, di cui è virgulto eletto, primizia di salvezza. Di questo Bambino il santo siriaco celebra la condiscendenza, il suo chinarsi «piegato dalla misericordia», il suo farsi prossimo della nostra miseria sino a colmarla di abbondanza.

Natale è il mistero di un dono: non di un dono qualunque, non uno dei tanti che si assiepano sotto l’albero, spesso per onorare più un “dovere” di circostanza che una reale necessità. «Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio» (Isaia 9,5). Egli è davvero per noi.

Nel Natale Dio è più che mai rivolto a noi: ci sorride nel sorriso di un Bambino, accoglie le nostre premure come il più fragile e bisognoso degli uomini. È un’immagine che la nostra tradizione ha molto cara, non mancando mai nei presepi che si illuminano nelle nostre case. È, però, anche un’immagine che ne richiama molte altre. E invita a non dimenticare.

Nel volto del Bambino di Nazaret la fede ci invita a ritrovare quello, forse meno serafico, di tanti bambini altrettanto bisognosi e fragili. Nel profilo del figlio di Maria dovremmo scoprire, non senza costernazione, quello di tanti figli che vengono al mondo nella precarietà, nell’indigenza più stringente. Nei primi, travagliati giorni del Redentore in fasce dovremmo rivedere l’affannosa lotta per sopravvivere di intere famiglie che pure non rinunciano alla gioia di dare al mondo una nuova vita, la drammatica ricerca di alloggio, di sicurezza e di protezione, che spesso le costringe a spostarsi oltre i confini delle loro terre e a cercare lontano.

Nel mistero del Dio Bambino non è forse riflesso lo strazio dei bambini naufraghi sulle nostre coste? Li vediamo riversi, abbandonati dai flutti sulla sabbia, traditi dalla disperazione che ha spinto i loro cari a portarli con sé in cerca di serenità. Eppure il Natale ci sembra, a volte, un’altra cosa. Non dovrebbe forse suscitare lo stesso, venerante tremore il mistero della sofferenza di chi, innocente, deve pagare per colpe non sue il prezzo per venire al mondo?

Dovrebbe indignare la facilità con cui l’odierna attenzione mediatica si sposta dalle tragedie del Mediterraneo alle opulenze dei cenoni. Si piange, ci si irrita per l’abuso, per la violenza di cui sono oggetto i piccoli, ma si tratta spesso di un effetto “a tempo determinato”. Il mistero del Natale, invece, ci invita a una memoria perenne, a non dimenticare. Perché «un bambino è nato per noi», a noi, a ciascuno di noi «è stato dato un figlio».

Sulla scia del Giubileo straordinario inaugurato da Papa Francesco, il Bambino di Nazaret ci addita la via della prossimità. In lui – ci dice sant’Efrem – risplende l’esempio di una misericordia che non si accontenta del candore dei buoni propositi, ma scende in campo per farsi azione, reazione, riscatto. Quel Bambino, misero tra i miseri, si è chinato sulla nostra indigenza, «piegato dalla misericordia», Impariamo da lui a chinarci anche noi gli uni verso gli altri, Impariamo a non ritenerci mai così poveri da non poter dare, e mai così ricchi da non dover ricevere. Perché un Bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio.

avvenire

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Riflessione: NATALE, le tre nascite di Gesù

La festa di Natale si avvicina e molti cristiani si apprestano a celebrarla, preparando anche i festeggiamenti che essa tradizionalmente richiede. In questa lunga vigilia che ormai è sempre più anticipata, e di conseguenza prolungata, per ragioni commerciali, non certo ‘spirituali’, si levano alcune voci critiche verso il consumismo, che scaturisce dall’ebbrezza connessa alle feste; altre voci richiamano l’attenzione sui poveri, sui senza casa, simboleggiati nei presepi; per altri ancora il Natale è l’occasione di una guerra culturale contro quelli che non sono cristiani; per altri, infine, il modo di vivere questa festa è epifania della stupidità che rinuncia a simboli e segni per non mettere in imbarazzo chi è estraneo alla fede cristiana. Sembra che la vigilia, anziché essere un tempo di preparazione e di maggior consapevolezza di ciò che si celebra, sia un pretesto per altre preoccupazioni.

Va anche registrata una forte caduta della qualità della fede, perché il popolo cristiano, non educato ma anzi sviato, non sa più cosa sia veramente il Natale e cosa è chiamato a celebrare. Lo dimostra la vulgata che ormai si è imposta: «Aspettiamo che nasca Gesù bambino… Ci prepariamo alla nascita di Gesù… Gesù sta per nascere: venite, adoriamo!». Espressioni, queste, prive di qualsiasi qualità di fede adulta e secondo il Vangelo. Perché? Perché Gesù è nato una volta per sempre a Betlemme, da Maria di Nazaret, dunque non si deve più attendere la sua nascita: altrimenti si tratterebbe di un’ingenua regressione devota e psicologizzante che depaupera la speranza cristiana, oppure di una finzione degna della scena di un teatro, non della fede cristiana!

Non ci si prepara alla Natività di Gesù Cristo, perché a Natale – come recita la liturgia – si fa memoria ( commemoratio, dice l’antico martirologio) di un evento del passato, già avvenuto «nella pienezza del tempo» (Gal 4,4). Cosa dunque si celebra a Natale da autentici cristiani? Si fa memoria della nascita di Gesù, della nascita da donna del Figlio di Dio, della «Parola fatta carne» (cf. Gv 1,14), umanizzata in Gesù di Nazaret. A Natale, inoltre, volgiamo i nostri sguardi alla venuta gloriosa di Cristo alla fine dei tempi perché, secondo la promessa che ripetiamo nel Credo, «verrà a giudicare i vivi e i morti e il suo Regno non avrà fine».

Tutto l’Avvento ha il significato di preparazione a questo evento finale della venuta gloriosa di Gesù Cristo, non alla nascita del santo bambino. Infine, a Natale ogni cristiano deve vivere e celebrare la nascita o la venuta del Signore Gesù nel suo cuore, nella sua vita. La grande tradizione della chiesa cattolica, fin dagli antichi padri d’oriente e d’occidente, ha meditato su queste tre nascite o venute del Signore, e proprio in base a questa consapevole percezione dovuta allo Spirito i sacramentari gelasiano e gregoriano introdussero le tre messe di Natale: notte, aurora e giorno. Sono poi stati soprattutto i padri cistercensi del XII secolo a sostare maggiormente sul mistero del Na- tale come giorno delle tre nascite di Cristo: Bernardo di Clairvaux per primo distingue, medita e commenta queste tre nascite, e subito dopo i suoi discepoli, Guerrico di Igny e Isacco della Stella.

Facile la meditazione sulla prima venuta di Gesù, quella dell’incarnazione, illustrata dai ‘vangeli dell’infanzia’ di Matteo e di Luca (cf. Mt 1-2; Lc 1-2): è un evento che si compie nell’umiltà, perché Gesù nasce da Maria nella campagna di Betlemme, non avendo trovato i suoi un alloggio nel caravanserraglio. Di questa nascita avvenuta quando Cesare Augusto era imperatore ed Erode re di Galilea, non si accorgono né i potenti né gli uomini del culto e della legge: sono pastori, poveri coloro ai quali Dio dà l’annuncio della nascita del Messia, il Salvatore.

I nostri presepi la rappresentano bene, ma questo ‘memoriale’ di un evento avvenuto nella storia autorizza la lettura di due ulteriori nascite-venute del Signore. In primo luogo la venuta del Signore nella gloria alla fine dei tempi: colui che è venuto nell’umiltà della carne fragile e mortale degli umani verrà con un corpo spirituale, glorioso, vincitore della morte e di ogni male, per instaurare il suo Regno. Questa è la parusia, la manifestazione di Gesù quale Signore di fronte a tutta la creazione. L’Avvento insiste soprattutto su questa venuta per chiederci di vigilare, di essere pronti, di pregare per affrettarla, perché egli viene e viene presto! Purtroppo a tale venuta si fa sempre meno cenno nella chiesa e la predicazione spesso è muta su questo tema. Eppure ciò è decisivo per la fede: se Cristo non viene nella gloria quale giudice e instauratore definitivo del Regno, allora vana è la nostra fede, vana la nostra affermazione che egli è risorto, miserabile la nostra vita di sequela (cf. 1Cor 15,19).

Purtroppo nella vita secolare della chiesa attraversiamo raramente periodi di ‘febbre escatologica’ e quasi sempre restiamo nel torpore di chi è spiritualmente sonnambulo e non attende più nulla. Non è un caso che Ignazio Silone, questo grande cristiano, a chi gli chiedeva perché non entrasse a far parte della chiesa, dal momento che aveva ritrovato una fede profonda in Gesù e nel Vangelo, rispose: «Per far parte di quelli che dicono di aspettare il Signore, e lo aspettano con lo stesso entusiasmo con cui si aspetta il tram, non ne vale la pena!». Infine, il Natale è l’occasione per rinnovare la fede nella terza nascita di Gesù: la venuta di Gesù in noi che può avvenire ogni giorno, hic et nunc, qui e adesso. Il cristiano sa che il suo corpo è chiamato a essere dimora di Dio, tempio santo.

Ecco allora l’importanza che il Signore Gesù venga, nasca in noi, nel nostro cuore, in modo che la sua vita sia innestata nella nostra vita, fino a poter dire nella fede: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal 2,20). È una venuta che ciascuno di noi deve invocare – «Marana tha! Vieni, Signore Gesù!» (1Cor 16,22; Ap 22,20) -, deve preparare, predisponendo tutto per l’accoglienza del Signore che viene nella sua Parola, nell’Eucaristia e nei modi che egli solo decide, in base alla sua libertà e alla potenza dello Spirito santo. Occorre essere vigilanti, in attesa, pronti, con il cuore ardente come quello della sentinella che aspetta l’aurora. Qui occorrerebbe ascoltare san Bernardo che ci parla delle «visite del Verbo, della Parola», in cui il Signore Gesù Cristo viene in noi: evento spirituale, nascosto, umile, ma sperimentabile.

Ecco solo due stralci delle sue meditazioni: «Conosciamo una triplice venuta del Signore. Una venuta nascosta si colloca infatti tra le altre due, che sono manifeste. Nella prima il Verbo ‘è apparso sulla terra e ha vissuto tra gli uomini’ (Bar 3,38)… Nell’ultima venuta ‘ogni carne vedrà la salvezza di Dio’ (Lc 3,6) e ‘volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto’ (Gv 19, 37; cf. Zc 12,10). La venuta intermedia è invece nascosta… Nella prima venuta, dunque, ‘venne nella carne’ (1Gv 4,2) e nella debolezza, in questa intermedia viene ‘in Spirito e potenza’ (Lc 1,17), nell’ultima ‘verrà nella gloria’ (Lc 9,26) e nella maestà… Quindi questa venuta intermedia è, per così dire, una via che unisce la prima all’ultima: nella prima ‘Cristo’ fu ‘nostra redenzione’ (1Cor 1,30), nell’ultima ‘si manifesterà come nostra vita’ (Col 3,4), in questa… è nostro riposo e nostra consolazione». ( Discorsi sull’AvventoV, 1); «Confesso che il Verbo mi ha visitato più volte. Benché sia spesso entrato in me, non l’ho mai sentito entrare. Ho sentito che era là, mi ricordo della sua presenza… Ma da dove sia venuto nella mia anima, o dove sia andato nel lasciarla, da dove sia entrato e uscito, confesso che oggi ancora lo ignoro… È solo grazie ai moti del mio cuore che mi sono reso conto della sua presenza… Finché vivrò, non cesserò di invocare, per richiamare in me il Verbo: ‘Ritorna!’ (Ct 2,17). E ogni volta che se ne andrà, ripeterò questa invocazione, con il cuore ardente di desiderio». ( Discorsi sul Cantico dei cantici LXXIV, 5-7)

Ecco il vero Natale cristiano: noi ricordiamo la tua nascita a Betlemme, Signore, attendiamo la tua venuta nella gloria, accogliamo la tua nascita in noi, oggi. Per questo il mistico del XVII secolo Angelo Silesio poteva affermare: «Nascesse mille volte Gesù a Betlemme, se non nasce in te… tutto è inutile».

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