La Comunità. 240mila poveri in tutto il mondo ai pranzi di Natale di Sant’Egidio

da Avvenire

60mila in Italia. Gli invitati sono senza dimora, rifugiati, anziani soli, famiglie in difficoltà, bambini di strada e i poveri delle bidonville africane

Un momento del pranzo di Natale di Sant'Egidio a Santa Maria in Trastevere a Roma

Un momento del pranzo di Natale di Sant’Egidio a Santa Maria in Trastevere a Roma – Ansa

Oltre 60 mila persone in Italia e 240 mila in tutto il mondo hanno partecipato ai Pranzi di Natale con i poveri, amici della Comunità di Sant’Egidio. A ritrovarsi insieme, seduti alla stessa tavola, a partire dalla Basilica di Santa Maria in Trastevere – dove iniziò questa tradizione nel Natale del 1982 – tante persone diverse tra loro: dai senza dimora ai rifugiati venuti con i corridoi umanitari in Europa, dagli anziani soli alle famiglie in difficoltà, fino ai bambini di strada e ai poveri che vivono nelle grandi bidonvilles dell’Africa e dell’America Latina.

Un momento del pranzo di Natale di Sant'Egidio a Santa Maria in Trastevere a Roma

Un momento del pranzo di Natale di Sant’Egidio a Santa Maria in Trastevere a Roma – Ansa

In Italia sono state coinvolte oltre cento tra grandi e piccole città, tra cui Roma, Napoli, Genova, Messina, Milano, Bari, Firenze, Torino, Novara, Padova, Catania, Palermo, Trieste: “Qui viviamo la gioia di tante solitudini che diventano famiglia – ha commentato il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo – Perché nessuno deve essere messo da parte in questo giorno di Natale e ognuno, chi serve e chi è servito, può guardare con speranza al suo futuro: chi serve e chi è servito”.

Un momento del pranzo di Natale di Sant'Egidio a Santa Maria in Trastevere a Roma

Un momento del pranzo di Natale di Sant’Egidio a Santa Maria in Trastevere a Roma – Ansa

A Santa Maria in Trastevere, dove in rispetto dell’ambiente l’apparecchiatura era completamente plastic free, hanno contribuito in tanti alla realizzazione del pranzo, compresa la Comunità Ebraica che ha offerto piatti di lasagne kosher.

Un momento del pranzo di Natale di Sant'Egidio a Santa Maria in Trastevere a Roma

Un momento del pranzo di Natale di Sant’Egidio a Santa Maria in Trastevere a Roma – Ansa

Oltre al parroco don Marco Gnavi, erano presenti tra gli altri, anche i cardinali Walter Kasper e Michael Czerny, il vescovo ausiliare di Roma Est, monsignor Gianpiero Palmieri, l’assessore a Persona, Scuola e Comunità Solidale del Campidoglio, Veronica Mammì, e il nunzio della Santa Sede in Italia, monsignor Emil Paul Tscherrig, che ha portato gli auguri di Papa Francesco. Hanno partecipato al pranzo anche i rifugiati giunti dall’isola greca di Lesbo lo scorso 4 dicembre, grazie ad uno speciale corridoio umanitario dell’Elemosineria Apostolica e della Comunità di Sant’Egidio.

da Avvenire

Cinema. «Il primo Natale» di Ficarra e Picone sbanca il botteghino e incassa 8 milioni

Un ladro e un prete finiscono nella Palestina dell’anno zero in cerca del Bambino fra sorrisi, avventura e commozione. Il duo: «Col nostro film festeggiamo il compleanno di Gesù»

Salvio Ficarra e Valentino Picone in una scena de "Il primo Natale"

Salvio Ficarra e Valentino Picone in una scena de “Il primo Natale”

da Avvenire

Il primo Natale di Ficarra e Picone è il primo incasso di Natale con 1.164.118 nella sola giornata di
Natale sbaragliando il box office con un totale che sfiora gli 8 italiano del 2019 per incasso e numero di spettatori, che sono oltre 1 milione e 200 mila. “Siamo felici, che nel giorno di Natale, migliaia di persone abbiano scelto il nostro film per trascorrere insieme a noi, un giorno così bello – dicono Ficarra e Picone”. Il primo Natale, prodotto da Attilio De Razza per Tramp Limited, distribuito da Medusa è il settimo film di Ficarra e Picone.

Raccontare «con situazioni comiche ma anche momenti per pensare il Natale per quello che realmente è, anche se molti se ne dimenticano, cioè il compleanno di Gesù». È nata così, spiegano Salvo Ficarra e Valentino Picone, registi e protagonisti, la loro irruzione nel presepe nella loro nuova commedia Il primo Natale, primo film del duo uscito per le feste, in sala dal 12 dicembre in 600 copie.

Un po’ Non ci resta che piangere, un po’ Ben Hur, il film di Ficarra e Picone è un progetto ambizioso, sia dal punto di vista dei temi, sia da quello produttivo. Un lavoro costato 11 milioni di euro girato a Ouarzazate, l’Hollywood del Marocco, che rappresenta la Palestina dell’era di Gesù, con tanto di comparse, cavalli, bighe, costumi storici e musiche (di Carlo Crivelli) alla Lawrence d’Arabia, che trasformano le avventure di Ficarra e Picone in un mini peplum ben fotografato da Daniele Ciprì, simpatico, ma anche avvincente. Soprattutto perché non perde mai di vista il tema centrale, Gesù e l’amore per il prossimo, coniugando tenerezza, avventura e temi di attualità. Un film che lancia sin da alla prima scena una critica alla freddezza della nostra società che ha fatto del Natale una festa consumistica: Salvo, uno svelto ladro di arte sacra ateo convinto, vedendo sullo schermo di un mega televisore in un centro commerciale le immagini dei migranti sui barconi, si interessa solo a quanti pixel di definizione abbia lo schermo.

Video


Nel frattempo, don Valentino, candido parroco del paesino di Roccadimezzo Sicula sta allestendo il presepe vivente con una esasperante pignoleria per i dettagli. I due si incontreranno quando Salvo, travestito da san Giuseppe, ruberà la preziosa statua del Bambinello. Nell’inseguimento, i due finiranno misteriosamente nei pressi di Betlemme poco prima che nasca Gesù. Così, tra gag ed equivoci (si sorride, ma il tono è rispettoso), i due vanno alla ricerca della Sacra Famiglia nella speranza che li aiuti a tornare nel 2019. Ma nel frattempo, in una avventura che segnerà una crescita personale per ambedue e la scoperta di una amicizia, Salvo e Valentino si ritroveranno fra rivoluzionari zeloti, crudeli guardie romane, simpatici bambini ebrei, a dover salvare il piccolo Gesù (e non solo lui) dalla furia di Erode (un Massimo Popolizio da antologia) deciso a compiere la strage degli innocenti. Ed è proprio qui che il sorriso si fa amaro, con un chiaro paragone con i tanti innocenti in fuga oggi da persecuzioni e guerre.

«Abbiamo parlato anche di immigrazione – spiega Nicola Guaglianone, che ha scritto la sceneggiatura del film insieme a Fabrizio Testini e ovviamente ai due comici –. È un film adatto alle persone sia laiche che cristiane. D’altronde i valori cristiani sono facilmente condivisibili anche da chi non crede».

Nella basilica romana di S.Maria in Trastevere oltre mille poveri hanno avuto un Natale dignitoso. Altri 60 mila indigenti in Italia hanno festeggiato

foto di Sant'Egidio.

Da Santa Maria in Trastevere l’abbraccio a tutti i lottatori della speranza che hanno fatto sì che questo giorno sia un vero Natale“.

Così il parroco di Santa Maria in Trastevere, don Marco Gnavi, saluta su Twitter quanti hanno reso possibile e collaborato al pranzo di Natale con i poveri svoltosi ieri nella basilica romana per iniziativa della Comunità di Sant’Egidio.

Oltre mille persone, in un clima di grande gioia e familiarità, hanno partecipato a Roma, a mezzogiorno, all’appuntamento annuale, che si ripete dal Natale del 1982, della Comunità per i senza dimora, gli anziani soli, le famiglie in difficoltà, le persone fragili.

Ma molti altri sono i partecipanti ai pranzi di Natale promossi da Sant’Egidio in Italia e nel mondo: circa 60 mila i commensali in un centinaio di città italiane (tra cui Bologna, Catania, Firenze, Genova, Messina, Milano, Napoli, Padova, Parma, Torino, Trieste) e 240 mila in oltre 70 Paesi di tutti i continenti.

Una “festa della solidarietà”, l’ha chiamata Sant’Egidio, per sostenere la quale e accogliere un numero sempre maggiore di persone, dal 2 al 25 dicembre è stata lanciata la campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi “A Natale aggiungi un posto a tavola”.

Come da tradizione, il menù del pranzo di Natale di Sant’Egidio ha previsto, in Italia: antipasto, lasagne, polpettone con verdure, frutta fresca, panettone e spumante, caffè e cioccolatini.

Inoltre tutti gli ospiti conosciuti dai volontari hanno ricevuto regali pensati apposta per loro: oggetti utili come coperte e sacchi a pelo, radio, indumenti, prodotti per l’igiene personale, zainetti, borsoni, ma anche alimenti e dolci.

Lo facciamo perché nessuno sia escluso – ha spiegato la Comunità -: una grande tavolata capace di mettere insieme tante persone diverse tra loro. Un Natale per tutti. In un tempo in cui si parla e si vive troppo spesso all’insegna della contrapposizione e dello scontro vogliamo offrire un’immagine che è già realtà in tante parti del nostro Paese e rappresenta il volto umano delle nostre città italiane”.

“Ma è una realtà che proponiamo anche in Europa e negli altri continenti – ha aggiunto -: una grande festa della generosità aperta a tutti. Vorremmo che si vivesse così ogni giorno dell’anno e crediamo sia possibile dato l’alto numero di persone che si è unito a noi in questo Natale contribuendo ad allargare la famiglia umana a chi ha bisogno”.

fonte: Comunicato Stampa

Natale. Il vero volto dell’umano. Questa notte, questo tempo, quest’Italia

Davanti al mistero di questo evento, avverto tutta la responsabilità di rivolgermi a voi, lettori, con una parola che possa raggiungervi personalmente e accompagnarvi per un tratto di cammino

Il vero volto dell'umano. Questa notte, questo tempo, quest'Italia

Natale. Davanti al mistero di questa notte santa, avverto tutta la responsabilità di rivolgermi a voi, lettori, con una parola che possa raggiungervi personalmente e – se possibile – accompagnarvi per un tratto del vostro cammino.

Un cammino spesso non facile. Ho davanti agli occhi le stanchezze e le disillusioni, le incertezze e l’ansietà di tanta gente, provata dalla preoccupazione per il venir meno di un modello di lavoro e di sviluppo e, a un livello ancor più profondo, per la difficoltà a riconoscersi con una propria identità, nell’appartenenza a una famiglia e a una comunità.

Ne sono segno la caduta delle nascite, l’invecchiamento demografico del Paese, e la stessa emigrazione di tanti giovani verso l’estero. In un simile contesto, forse anche la voce della Chiesa troppe volte si è fatta flebile, nella fatica a interpretare questa stagione alla luce dell’esperienza e della speranza cristiana. «Siamo un popolo di stressati, perché non abbiamo un traguardo, una prospettiva – riconosceva qualche giorno fa Giuseppe De Rita, a margine della presentazione del Rapporto del Censis –. Ci manca il futuro e per questo il presente diventa faticoso, fastidioso».

Alla mancanza di prospettive, si aggiunge spesso l’incapacità di un rapporto di fiducia con gli altri. A ben vedere, si tratta di due facce della stessa medaglia, che dice di uno sfilacciamento personale e sociale: lo sguardo miope sulla realtà rende ciascuno attento e sensibile solamente a quelle che sono avvertite come le proprie urgenze personali, che diventano così il principale – se non l’unico – criterio di valutazione e di scelta.

In realtà, come osserva Sergio Belardinelli, sappiamo che «la forza di una cultura sta invece nella capacità di relazionarsi continuamente con ciò che è “altro”, senza perdere la consapevolezza della propria identità; nella capacità di tendersi il più possibile verso l’altro, senza spezzare i legami che si hanno con se stessi, con la propria storia e la propria tradizione». Identità, cultura, relazioni, appartenenza. Per non fermarci alla retorica e dare contenuto e orizzonte a queste parole, torniamo a Betlemme, riprendiamo i sentieri che conducono alla Natività.

Al nostro cuore inquieto, il Bambino Gesù offre come risposta la sua persona, la relazione con Lui, da cui nasce il volto umano di ciò che siamo, la possibilità di vivere l’esistenza quotidiana in modo nuovo.

Davanti all’umiltà del presepe cadono violenza e inganno, odi e calunnie; si avverte la ricchezza di conoscersi meglio per arrivare a guardarsi in modo diverso e tendere a formare comunità. La storia del Natale di Gesù ci insegna a conservare, anche nei momenti più difficili, la fiducia e il coraggio.

Fiducia e coraggio con cui guardare la storia dalla parte di chi la soffre davvero; a farlo – come suggeriva papa Francesco nell’omelia natalizia di un paio d’anni fa – con gli occhi di Maria e di Giuseppe: «Il Figlio di Dio dovette nascere in una stalla perché i suoi non avevano spazio per Lui. … In mezzo all’oscurità di una città che non ha spazio né posto per il forestiero che viene da lontano, in mezzo all’oscurità di una città in pieno movimento e che in questo caso sembrerebbe volersi costruire voltando le spalle agli altri, proprio lì si accende la scintilla rivoluzionaria della tenerezza di Dio».

Pensiamoci. Le chiusure e le contrapposizioni, oltre che sterili, finiscono per togliere l’aria a tutti. Il subbuglio del mondo non è una tragedia, ma qualche cosa che mormora dentro, che cerca di richiamare la nostra attenzione, la reclama. Non disertiamo le responsabilità che la vita ci ha affidato; torniamo a fare con passione e competenza la nostra parte, sapendo che ricostruire un tessuto identitario e comunitario non è opera che s’improvvisa.

La vera felicità – ci insegna il presepe – sta nello spogliarsi di pretese di autosufficienza, nella grandezza di chi sa inginocchiarsi davanti al Mistero e rialzarsi con uno sguardo più attento a capire la realtà e a spendersi con generosità per renderla migliore per tutti.

Buon Natale a ciascuno di voi.

di Gualtiero Bassetti: è cardinale arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Conferenza episcopale

da Avvenire

Natale del Signore (Messa della Notte) Foglietto, Letture e Salmo

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NOTA: Le liturgie della Messa dell’Aurora e della Messa del Giorno sono in questa pagina, sotto la Messa della Notte.
“Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”.
Soltanto la contemplazione può semplificare la nostra preghiera per arrivare a constatare la profondità della scena e del segno che ci è dato.
Una mangiatoia, un bambino, Maria in contemplazione, Giuseppe meditabondo: “Veramente tu sei un Dio misterioso!”. Il Padre, il solo che conosce il Figlio, ci conceda di riconoscerlo affinché l’amiamo e lo imitiamo.
Nessun apparato esteriore, nessuna considerazione, nel villaggio tutto è indifferente. Solo alcuni pastori, degli emarginati dalla società…
E tutto questo è voluto: “Egli ha scelto la povertà, la nudità.
Ha disprezzato la considerazione degli uomini, quella che proviene dalla ricchezza, dallo splendore, dalla condizione sociale”. Nessun apparato, nessuno splendore esteriore.
Eppure egli è il Verbo che si è fatto carne, la luce rivestita di un corpo. Egli si trova nel mondo che egli stesso continuamente crea, ma vi è nascosto. Perché vuole apparirci solo di nascosto?
Egli fino ad allora era, secondo l’espressione di Nicolas Cabasilas, un re in esilio, uno straniero senza città, ed eccolo che fa ritorno alla sua dimora. Perché la terra, prima di essere la terra degli uomini, è la terra di Dio. E, ritornando, ritrova questa terra creata da lui e per lui.
“Dio si è fatto portatore di carne perché l’uomo possa divenire portatore di Spirito”,
dice Atanasio di Alessandria.
“Il suo amore per me ha umiliato la sua grandezza.
Si è fatto simile a me perché io lo accolga.
Si è fatto simile a me perché io lo rivesta”
(Cantico di Salomone).
Per capire, io devo ascoltare lui che mi dice:
“Per toccarmi, lasciate i vostri bisturi…
Per vedermi, lasciate i vostri sistemi di televisione…
Per sentire le pulsazioni del divino nel mondo, non
prendete strumenti di precisione…
Per leggere le Scritture, lasciate la critica…
Per gustarmi, lasciate la vostra sensibilità…”
(Pierre Mounier).
Ma credete e adorate.

Natale, Zuppi: «Sia all’insegna della fiducia negli altri». Il cardinale: «La candidatura dei Portici un‘attenzione all’incontro»

«Spero che sia un Natale all’insegna della fiducia e della speranza, soprattutto in questi periodi di poca fiducia e poca speranza. Bisogna imparare a fidarsi degli altri, di chi abbiamo vicino e sconfiggere le nostre paure». È il messaggio che ha lanciato il vescovo di Bologna, il cardinale Matteo Zuppi, nell’incontro con la stampa per gli auguri di Natale. Per Bologna, secondo Zuppi, è stato un anno di «scoperte e riscoperte», con particolare riferimento alla questione dei portici, che il Comune candida a patrimonio dell’Unesco. «L’attenzione per i portici – ha detto – è attenzione all’incontro, alla cura delle cose comuni, ci aiuta a vivere con maggiore consapevolezza». Per Zuppi è anche il primo Natale da cardinale. «Non cambia nulla – ha detto – è una responsabilità in più che condivido con tutta la comunità».

corriere.it

Luoghi dell’infinito. L’inedito di Chesterton: i riti nascondono l’essenza del Natale?

da Avvenire

Il contrario: per il grande scrittore inglese donano un “codice identificativo” a un tempo marcato dalla gratuità. Insomma, a renderci umani è la festa. Martedì 3 sui “Luoghi”

Addobbi natalizi nella Galleria delle carrozze della Stazione centrale di Milano (Fotogramma)

Addobbi natalizi nella Galleria delle carrozze della Stazione centrale di Milano (Fotogramma)

Il testo inedito di Chesterton, di cui pubblichiamo qui solo una parte ridotta, è tratto dal nuovo numero di “Luoghi dell’Infinito, in edicola con “Avvenire” da martedì 3 dicembre. Lo speciale numero 245 è dedicato alle arti e alla loro capacità di dare corpo e forma al mistero del Natale. Nell’editoriale Ermes Ronchi riflette sulla notte che cambia la storia: l’Infinito si fa finito, il «vasaio diventa egli stesso argilla». È di Antonio Paolucci l’articolo di apertura dello speciale “L’arte del Natale”: lo storico dell’arte racconta sei pittori, da Giotto a Caravaggio, in adorazione a Betlemme. L’editore Roberto Cicala traccia una sorta di autobiografia poetica attraverso gli autori che hanno dedicato le proprie rime al presepe. La storica dell’architettura Maria Antonietta Crippa ci porta a Barcellona per raccontarci la facciata della Natività della Sagrada Familia di Gaudì. Lo studioso di iconologia Roberto Filippetti ci fa vedere il presepe con gli occhi di Giotto. Il critico musicale di “Avvenire” Pierachille Dolfini medita la storia della natività al suono di brani extranatalizi, da Bach a Verdi. Lo speciale si conclude quindi proprio con l’inedito di Gilbert Keith Chesterton, sul profondo e antichissimo senso della festa e del rito. 

Il Natale è stato al centro di innumerevoli controversie e ha la fortuna di essere stato salvato più volte dai suoi nemici. Infatti, come molte altre belle realtà, ha sofferto di più per la freddezza dei suoi amici scettici che non per il calore dei suoi nemici fanatici. Il fanatismo dei suoi detrattori ha solo incoraggiato il fedele alla sfida e ha confermato l’importanza del rito; al contrario, trasformandolo in una routine, il Natale rischia veramente di scomparire. Il rito è l’esatto opposto della routine. Il mondo moderno è fuori strada perché è caduto sempre più nella routine.

L’essenza del vero rito sta nel compiere qualcosa di significativo: può sembrare rigido, lento o cerimonioso nella forma perché dipende dalla natura artistica che assume. Ma viene celebrato in quanto ha un significato. L’essenza della routine sta invece nella sua insignificanza. Colui che celebra il rito è consapevole di ciò che sta facendo. Invece il lavoratore costretto alla catena di montaggio non conosce ciò che sta facendo. Forse è un vantaggio il fatto che compia tali noiose mansioni in modo così distaccato; ma si può discutere se tale ripetitività sia un bene per il mondo del lavoro. Forse è un bene, per chi lo apprezza, che il lavoro sia così inconsapevole, forse è un bene che si diventi come degli animali o degli automi. Ma tutto cambia se qualcuno agisce in conformità a determinate idee, anche se le consideriamo antiquate.

Tutto cambia se qualcuno professa l’arte sacra e solenne del mimo, anche se non ci piace la mimica. Il principio dei rituali antichi è quello di compiere gesti inutili ma che significano qualcosa. Il principio della routine moderna è quello di fare cose utili, come se non significassero nulla. Si dice spesso che le modalità della festività natalizia nacquero nell’antico mondo pagano e furono tramandate al nostro nuovo mondo pagano. Ma ognuno, sia un nuovo o un antico pagano o persino (le vie del Signore sono infinite) un cristiano, rispetta questa significativa pantomima così come si rispetta ogni rituale cristiano. Il professore di etnologia potrà attribuire la tradizione del vischio ai Druidi o a Baldr [la divinità nordica del Sole, ndt].

Ma deve riconoscere che certe cerimonie venivano sempre celebrate con il vischio e anche l’etnologia ammetterà che persino alcuni professori le hanno celebrate così. Il critico musicale o lo studente di storia dell’armonia potrà paragonare la qualità delle antiche carole a quella delle canzoni moderne. Ma dovrà acconsentire che pure nei tempi più remoti i bambini iniziavano a cantare le carole natalizie durante il periodo dell’Avvento. Come tutti i bambini sono al passo coi tempi e non intoneranno di certo le carole di Natale in una notte di mezza estate. In breve, se qualcuno osserva ancora le tradizioni natalizie sa che sono caratterizzate da un preciso rituale legato al succedersi del tempo e delle stagioni. Esso viene celebrato in un tempo specifico cosicché la gente si renda conto di una verità specifica, come in tutte le cerimonie, come il silenzio nel giorno del ricordo dei caduti o il saluto del nuovo anno con i cannoni o le campane.

Si tratta di fissare nella mente una data festa o un ricordo. Il trascorrere del tempo si carica di significato. Troppo spesso il concetto di emancipazione tende a rendere tutti i momenti della vita insignificanti. L’antica concezione della liberazione era quella di elevare la persona a una consapevolezza più intensa; la concezione moderna è quella di farla cadere in un vuoto mentale. Ecco perché si dice, e molti giornalisti lo sostengono, che una civiltà di robot sarebbe più efficiente e pacifica. Essere del tutto privo di consapevolezza è il vantaggio del robot. Posso ammettere tutti i difetti delle antiche usanze, ma non che siano morte o prive di senso.

È la società senza usanze a essere morta e insignificante. Se un professore mi dicesse in tutta sincerità: “Non voglio baciare la ragazza sotto la decorazione di vischio in quanto mi fa pensare a ciò che sto facendo, preferisco baciare ogni genere di ragazza dove voglio senza pensare a ciò che sto facendo”, lo considererei un tipo onesto e potrei discutere con lui su fatti concreti dell’etica etnologica. Se un ragazzino di strada mi dicesse: “Mi piace schiamazzare quando voglio e non devo aspettare un particolare giorno dell’anno per farlo”, ammetterei che è nella natura dei ragazzini fare chiasso e nutrirei una certa simpatia per lui, essendo stato anch’io un ragazzino. Ma se mi dicessero che i gesti e le canzoni rituali sono meno significativi degli istinti naturali di baciare chiunque o schiamazzare ovunque non mi troverei d’accordo sul piano puramente intellettuale. Mi sembra che così la vita stia diventando troppo monotona e meccanica. Se l’obiettivo è quello di vivere in modo più intelligente e intenso, di aumentare l’immaginazione, cioè di donare un significato alla realtà, allora penso che si possa raggiungere questo scopo molto meglio mantenendo i gesti simbolici, le stagioni, le ricorrenze, piuttosto che lasciare andare ognuno alla deriva.

(da “Illustrated London News”, 21 dicembre 1935, per la prima volta edito in Italia. Traduzione di Andrea Colombo)

I poveri sono i nostri amici Natale reggiano della Comunità di Sant’Egidio

La Comunità di Sant’Egidio compie 50 anni. Una storia cominciata il 7 febbraio 1968, all’indomani del Concilio Vaticano II a Roma da Andrea Riccardi con un piccolo gruppo di liceali che volevano cambiare il mondo. Oggi Sant’Egidio, che Papa Francesco ha ribattezzato “la Comunità delle 3 P” (Preghiera, Poveri, Pace), continua a nutrire lo stesso sogno con tanti amici che lo condividono. Con gli anni è divenuta una rete di comunità che, in più di 70 paesi del mondo, con una particolare attenzione alle periferie e ai periferici, raccoglie uomini e donne di ogni età e condizione, uniti da un legame di fraternità nell’ascolto del Vangelo e nell’impegno volontario e gratuito per i poveri e per la pace.

Preghiera, poveri e pace sono i suoi riferimenti fondamentali. La preghiera, basata sull’ascolto della Parola di Dio, è la prima opera della Comunità, ne accompagna e orienta la vita. A Roma e in ogni parte del mondo, è anche luogo di incontro e di accoglienza per chi voglia ascoltare la Parola di Dio e rivolgere la propria invocazione al Signore. I poveri sono i fratelli e gli amici della Comunità. L’amicizia con chiunque si trovi nel bisogno – anziani, senza dimora, migranti, disabili, detenuti, bambini di strada e delle periferie – è tratto caratteristico della vita di chi partecipa a Sant’Egidio nei diversi continenti.

Leggi tutto l’articolo di Mariangela Adduci su La Libertà del 9 gennaio