Cristiani e musulmani in cammino

Domenica 31 luglio a Santa Croce, Pratofontana, Guastalla, Novellara e Scandiano gruppi di islamici hanno partecipato alle sante Messe delle comunità parrocchiali

Il Papa rifiuta l’equazione Islam uguale violenza e terrorismo. E per questo, nelle sue reazioni di condanna degli attentati non fa riferimento ai musulmani. “In ogni religione – afferma – ci sono piccoli gruppi fondamentalisti, ma non si può affermare che l’Islam nel suo complesso sia terrorista”.
Francesco ne ha parlato domenica 31 luglio con i giornalisti nella consueta conferenza stampa sul volo di ritorno a Roma dalla Polonia. Lo stesso giorno in cui in Francia e in Italia migliaia di musulmani hanno espresso la loro vicinanza ai cristiani partecipando alle Messe domenicali.

A pochi giorni dall’efferato omicidio di Rouen, nel quale ha perso la vita padre Jaques Hamel, il Consiglio francese del Culto musulmano ha invitato i responsabili delle moschee, gli imam e i fedeli islamici ad unirsi in preghiera con i “fratelli cristiani” nelle Messe domenicali. La stessa iniziativa è stata rilanciata in Italia da Ucoii (Unione delle Comunità Islamiche d’Italia) e Coreis (Comunità religiosa islamica italiana) e messa in atto in molte città italiane. La scorsa domenica gruppi di musulmani si sono uniti alla preghiera domenicale delle comunità di Santa Croce in città, Pratofontana, Guastalla, Novellara e Scandiano, anche se in diocesi non tutti i parroci hanno apprezzato l’iniziativa islamica.

20160731_112349_HDR

lalaiberta.info

Fermare la Guerra. Leader religiosi cristiani, musulmani, yazidi e sabei hanno partecipato oggi pomeriggio alla preghiera per la pace

Nella Baghdad in cui, anche oggi,  tre esplosioni hanno causato  almeno 24  morti e decine di feriti, si è pregato per la pace. Lo hanno fatto, insieme, cristiani, musulmani e yazidi, chiamati dal patriarca caldeo Louis Raphael Sako  a unire i cuori e le voci per una preghiera interconfessionale nella chiesa dedicata alla Regina del Rosario a Baghdad. Parlando al sitoBaghdadhope, il patriarca della Chiesa ha spiegato che l’incontro di  “preghiera di pace per l’Iraq, la Siria e l’intera regione mediorientale” è stato un tentativo di muoversi in direzione “della pace per il nostro martoriato Paese”. La preghiera è diventata l’arma dei pacifici da contrapporre alla “cultura del settarismo” che si è diffusa in Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein, con lo scontro fra sciiti e sunniti e l’irrompere sulla scena del terrorismo fanatico dell’Isis.  Proprio in queste ore l’esercito iracheno ha annunciato di essere entrato a Falluja, la città roccaforte dei militanti del califfato.

L’Anno giubilare della Misericordia e il Ramadan, il mese sacro di digiuno e preghiera islamico, sono “una opportunità per correggere le percezioni reciproche” e per “scegliere la via che conduce alla pace, alla riconciliazione” e a un “clima di fiducia”. È uno dei passaggi del messaggio lanciato dal Patriarca Caldeo Louis Rapahel Sako. Nel messaggio, divulgato da AsiaNews, Sako ha esortato i leader religiosi a unire gli sforzi per diffondere “la cultura della tolleranza”, rafforzare “i valori di appartenenza” alla nazione e “mettere al bando ogni forma di estremismo”.

Alla preghiera sono stati invitati i capi religiosi e alcuni diplomatici, ma – per motivi di sicurezza – non c’erano politici e uomini di Governo perché, ha spiegato il Patriarca, “sono sempre accompagnati da guardie  e soldati”.  Chi non ha potuto partecipare alla preghiera è comunque invitato a unirsi alla cerimonia, recitando questo testo redatto per l’occasione: “Signore, ne abbiamo avuto abbastanza di guerre, conflitti e distruzioni che ci hanno fatto orrore, ci hanno fatto apparire orribili ed hanno distrutto il nostro mondo. Uccidere non è altro che una deviazione dal Tuo piano divino perché l’uomo goda di una vita felice! Ti preghiamo Signore di illuminare i nostri leader politici, rinnovare i loro cuori in modo che possano superare le loro dispute ed i propri interessi, possano sostenere la bontà e l’amore ed essere strumenti di pace di cui abbiamo bisogno più di ogni altra cosa, specialmente in Iraq, in Siria e nella regione. Vogliamo vivere come fratelli e sorelle una vita felice e gioiosa dove non sia ingiustizia o guerra, morti o feriti, sfollati o migranti, senza casa o affamati. Madre Maria, sommergi i nostri cuori di pace e amore”.

Famiglia Cristiana

Il Papa ai musulmani: formare i giovani al rispetto dell’altro

Con un gesto che ha un solo precedente papa Francesco ha firmato personalmente il tradizionale messaggio ai musulmani per la fine del Ramadan. È dal 1967 che dal Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso viene emesso questo tipo di testo. E finora soltanto nel 1991 Giovanni Paolo II lo inviò personalmente. Quest’anno lo ha fatto anche papa Bergoglio che ha deciso di incentrarlo sul tema «La promozione del mutuo rispetto attraverso l’educazione».
Rivolgendosi «ai musulmani del mondo intero», il Pontefice afferma che «Rispetto significa un atteggiamento di gentilezza verso le persone per cui nutriamo considerazione e stima». E «mutuo significa che questo non è un processo a senso unico, ma qualcosa che si condivide da entrambe le parti». Applicando poi il principio del mutuo rispetto in particolare tra cristiani e musulmani, papa Francesco rileva che tutti «siamo chiamati a rispettare la religione dell’altro, i suoi insegnamenti, simboli e valori» e a manifestare «uno speciale rispetto» ai «capi religiosi e ai luoghi di culto». Poiché, aggiunge, «quanto dolore arrecano gli attacchi all’uno o all’altro di questi!». E in questo quadro risulta fondamentale trasmettere questa consapevolezza ai giovani. Scrive papa Bergoglio: «Dobbiamo formare i nostri giovani a pensare e parlare in modo rispettoso delle altre religioni e dei loro seguaci, evitando di mettere in ridicolo o denigrare le loro convinzioni e pratiche».
Papa Francesco ha già mostrato la sua particolare attenzione per il dialogo con il mondo islamico. Con la spontaneità che lo contraddistingue. Lo scorso 8 luglio a Lampedusa, ad esempio, all’inizio dell’omelia, aveva detto: «Un pensiero lo rivolgo ai cari immigrati musulmani che oggi, alla sera, stanno iniziando il digiuno di Ramadan, con l’augurio di abbondanti frutti spirituali. La Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie».
Questa speciale attitudine del pontefice è stata commentata ieri sulla Radio Vaticana dal cardinale Jean-Louis Tauran presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Riguardo al fatto che il documento sia firmato personalmente dal Pontefice il porporato ha detto che «è un’iniziativa tutta sua, personale». «Credo – ha aggiunto – che con essa egli abbia voluto manifestare il grande rispetto che ha per i fedeli dell’islam. Io ricordo, per esempio, che qualche anno fa egli aveva inviato un sacerdote dell’arcidiocesi di Buenos Aires al Cairo per studiare l’arabo, perché voleva una persona che fosse capace, che fosse ben formata in particolare per il dialogo con l’islam. Così, in questo suo primo anno di pontificato e nel contesto attuale, ha voluto indicare chiaramente che il dialogo interreligioso, e in particolare il dialogo con l’islam, rappresenti una delle priorità del suo ministero». Il presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso ha poi sottolineato come nel dialogo con l’islam «papa Francesco si inserisca sulla scia di papa Benedetto XVI». «Non bisogna dimenticare, infatti, – ha proseguito – che papa Francesco succede ad un Papa che credo sia stato il Papa che, in questo secolo, ha più parlato di islam; un Papa che ha visitato tre moschee … Credo quindi che Francesco sia determinato a seguire questa linea di collaborazione mutua, di desiderio – nonostante le difficoltà – di conoscersi meglio. Più la situazione è difficile e più è necessario parlare: credo ce questa sia una costante ed una convinzione radicata in questo Papa, come lo era nel suo predecessore».
Il cardinale Tauran ha infine evidenziato come papa Bergoglio fin dal «primo giorno del suo pontificato, quando ha ricevuto una delegazione di musulmani, è stato estremamente cordiale». «Qualche giorno fa abbiamo ricevuto un’altra delegazione, e anche in questa occasione è stato estremamente cordiale», ha aggiunto. «Tutti sono colpiti dalla sua semplicità: ma questo non significa che sia “naïf”», ha spiegato il porporato. E ha proseguito «È chiaramente consapevole delle difficoltà, ma lui è gentile; ovviamente è preoccupato di non dimenticare i cristiani che soffrono in alcuni Paesi a maggioranza musulmana, senza dimenticare peraltro quei musulmani che a volte sono fatti oggetto di discriminazione in altri Paesi».

 

Gianni Cardinale – avvenire.it

La Chiesa nello “specchio” della stampa araba

Una ricerca dell’Università Santa Croce mostra una sorprendente attenzione per la comunità ecclesiale, ascoltata anche se rappresentata con qualche stereotipo
Alessandro Speciale
Città del Vaticano – vaticainsider

Una presenza significativa e ascoltata, anche se rappresentata a volte con qualche stereotipo: è l’immagine della Chiesa e dei cristiani sui giornali del mondo arabo, analizzata da Samar Messayeh nella sua tesi di dottorato in Comunicazione istituzionale presso la Pontificia Università della Santa Croce.

Lo studio analizza 1371 articoli pubblicati tra il novembre 2007 e l’aprile 2008, in 18 giornali in lingua araba di 18 Paesi appartenenti alla Lega Araba, dal Marocco alla Siria, dall’Egitto all’Arabia Saudita. Ne emerge un quadro sicuramente più articolato, e per certi versi sorprendente, della rilevanza pubblica della Chiesa in una parte del mondo dove spesso in Occidente i cristiani ‘fanno notizia’ solo perché oggetto di violenza e persecuzione.

Lo studio rivela, ancora una volta, il ruolo centrale della minoranza cristiana nella cultura araba – un ruolo che non a caso viene da lontano: le prime tipografie del Medio Oriente sono state introdotte dai cristiani nel 1610 e il primo arabo a fondare un giornale in arabo è stato un cristiano.

Nella povertà di mezzi e di libertà del giornalismo della regione, “la Chiesa – sintetizza Messayeh – fa notizia”, e le parole e i gesti del papa vengono spesso seguiti con attenzione. Naturalmente, i cristiani hanno più spazio in quei Paesi dove sono una minoranza forte, mentre il dialogo islamo-cristiano – in modo forse un po’ “ipocrita e sterile”, osserva la ricercatrice – viene messo in risalto i Paesi, come quelli del Golfo, dove non ci sono comunità cristiane “visibili”.

Naturalmente, non mancano gli stereotipi: ci sono quelli di carattere storico – che leggono la Chiesa all’insegna di crociate, inquisizione e potere temporale – e quelli più caratteristicamente ‘arabi’, che tendono ad identificare i cristiani con l’Occidente.

Sfortunatamente, lo studio di Messayeh – una cristiana irachena che non nasconde le critiche alla sua “terra martirizzata” – è stato compilato prima dell’esplosione della ‘primavera araba’ in molti dei Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa.

In questo senso, il riguardo istituzionale nei confronti della Chiesa può essere considerato almeno in parte una conseguenza delle direttive dei regimi dittatoriali, attenti a censurare ogni possibile focolaio di tensione interno; allo stesso tempo, viene riconosciuto “il ruolo della Chiesa nel difendere i valori umani e la pace” e, in qualche raro caso, dal confronto con la Chiesa emergono persino degli spunti di “autocritica” per l’islam e per le società dei Paesi arabi.

È il caso, ad esempio, di un articolo comparso nel gennaio 2008 su Al Ittihad, quotidiano degli Emirati Arabi Uniti, con il titolo “Il risveglio islamico”. L’autore, analizzando il ruolo dell’islam politico, presumibilmente alla luce dell’immobilismo che allora sembrava bloccare le società arabe, ipotizza nel futuro il pericolo che “accada nell’Islam come nel Cristianesimo”, con la Chiesa chiamata a pagare anche per “crimini… che non ha commesso”.

“Si avverte qua e là nei giornali esaminati l’eco di una esigenza di cambiamenti politici, cambiamenti più di stampo laico che religioso”, scrive Messayeh. Molte volte il riferimento è al processo di separazione tra Stato e Chiesa in Occidente, sia come modello da “imitare” che come occasione per rimarcare la “diversità della società arabo-mussulmana”.

Quanto accaduto negli anni successivi la ricerca, mostra come queste due diverse tendenze fossero entrambe forti, e si confrontino adesso apertamente, al di fuori della concordia fittizia imposta dai regimi. “prese in considerazione. “Una volta consolidati i cambiamenti attuali – conclude giustamente Messayeh – sarebbe interessante vedere se ci sono anche cambiamenti nel modo in cui la stampa parla della Chiesa”.

chiesa.islam