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mons. Massimo Camisasca Archive

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Vescovo Mons. Camisasca invita i giovani in Cattedrale

“Desidero rivolgere un invito ai giovani e a tutti quanti vorranno vivere con me quattro momenti durante la Quaresima: 27 febbraio, 6, 13 e 20 marzo, in Cattedrale, nella nostra Cattedrale, alle 20.45. Quattro momenti per camminare assieme verso la Pasqua.

Il primo sarà dedicato a san Pietro e al suo tradimento: è possibile risorgere dopo i tradimenti?

Il secondo sarà dedicato al cireneo: è possibile portare i pesi nostri e i pesi degli altri?

Il terzo alla Maddalena: Gesù amava la Maddalena ed era amato da lei: quali sono i passi dell’amore?

E poi il quarto momento, il centurione e i due ladroni: Come possiamo rinascere dopo la morte? A cosa siamo destinati?

Ecco, quattro momenti per camminare assieme verso la Pasqua”.

Con queste parole – in un videomessaggio registrato dall’Ufficio diocesano per le Comunicazioni sociali- monsignor Massimo Camisasca invita i giovani a partecipare in Cattedrale ad un nuovo ciclo di catechesi, riunite sotto il titolo “Li amò sino alla fine”.

Il primo appuntamento, venerdì 27 febbraio alle 20.45, è sul tema “La conversione dell’amore”(Simon Pietro e Gesù); seguono il 6 marzo “Protagonisti della salvezza del mondo” (Il cireneo), il 13 marzo “La scoperta dell’amore vero” (Maria Maddalena) e il 20 marzo “Un amore che non ha confini” (Il centurione e i due ladroni).

La struttura della serata sarà quella già collaudata nelle passate edizioni. Il Vescovo e altri sacerdoti saranno disponibili per le confessioni a partire dalle 20. Poi un canto introdurrà le parole di monsignor Camisasca, che dopo la sua catechesi accoglierà le domande di alcuni partecipanti, per concludere intorno alle 22.

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“Sentinelle” aggredite: le parole del Vescovo. Il commento di monsignor Camisasca nell’intervista concessa a Radio Vaticana

È un fenomeno, questo, che mi fa molto pensare, e cioè quanto il silenzio sia oggi sentito come una provocazione, soprattutto quando dietro a questo silenzio c’è l’affermazione dei diritti di libertà delle persone. E questo è ciò che mi preoccupa soprattutto, in questo momento, e cioè la debolezza della nostra democrazia in cui sembrano messe in crisi la libertà di pensiero e la libertà di espressione. Penso che il valore di questa testimonianza che danno le Sentinelle, sia quello… leggi le parole del Vescovo…

Da Radio Vaticana del 15 dicembre 2014– “Le persone non sono categorie, i bambini hanno diritto ad un papà e ad una mamma”: Così le Sentinelle in Piedi in un comunicato rispondono agli insulti subiti sabato in varie città italiane durante le veglie silenziose aconfessionali e apartitiche da loro organizzate a favore della libertà di pensiero ed educazione e contro l’ideologia gender. Particolare tensione a Roma e La Spezia dove attivisti gay hanno rotto il silenzio dei veglianti.

VescovoOmelia 1

Al microfono di Paolo Ondarza il commento del vescovo di Reggio Emilia Guastalla, monsignor Massimo Camisasca:

R. –È un fenomeno, questo, che mi fa molto pensare, e cioè quanto il silenzio sia oggi sentito come una provocazione, soprattutto quando dietro a questo silenzio c’è l’affermazione dei diritti di libertà delle persone. E questo è ciò che mi preoccupa soprattutto, in questo momento, e cioè la debolezza della nostra democrazia in cui sembrano messe in crisi la libertà di pensiero e la libertà di espressione. Penso che il valore di questa testimonianza che danno le Sentinelle, sia quello di affermare semplicemente qualcosa in cui si crede, un credo laico. Si crede che fondamento della società sia la famiglia e si crede, perché è radicato nella storia e nella natura dell’uomo, che la famiglia sia formata da un uomo e da una donna e si crede che sia un bene per i figli avere un padre e una madre. Non vedo che cosa ci sia di intollerante o di omofobo in tutto ciò. All’opposto: vedo in tutto ciò l’affermazione di un bene per tutti, e quindi di qualcosa che viene offerto al bene comune, al bene della città e della società.

D. – L’iniziativa delle “Sentinelle in piedi” è laica, aconfessionale, apolitica, apartitica, tant’è che chi vi partecipa proviene dalle più diverse realtà, identità religiose e orientamenti sessuali …CamisascaCamisasca

R. – Infatti, il mio parlare di vescovo non vuole appropriare a sé nessuna realtà. Questa realtà è una realtà laica e quindi ha diritto di esprimere la sua voce, come hanno diritto di esprimere la loro voce anche tutte le altre posizioni. Purché questa espressione non diventi lesiva della dignità dell’altro, e quindi non diventi insulto, non diventi sputo, non diventi aggressione. Penso che dobbiamo ricominciare – Dio voglia sia possibile – a testimoniare che nella nostra società democratica ci si ascolti, anche su posizioni diverse, e si cerchi di cogliere ciò che di positivo c’è nella posizione dell’altro.

D. – In ballo c’è anche il concetto di “diritto”: anche Papa Francesco, recentemente, ha messo in guardia dal rischio di leggere i diritti in una chiave individualista …

R. – C’è uno stravolgimento della parola “diritto”, per cui la tragedia dell’aborto adesso, in alcuni Paesi, viene riconosciuta come “diritto delle donne”. Allora, c’è una mutazione del linguaggio che già avevamo visto nelle dittature. La famosa “lingua di legno” delle dittature, di cui parlava Ionesco: quella capacità di manipolare il linguaggio per cui le parole che dovrebbero esprimere una cosa finiscono per esprimerne un’altra. In realtà, non ci sono diritti sganciati dalla verità dell’uomo, non ci sono diritti sganciati dai suoi doveri.

D. – “Siamo in piazza per il bene di tutti, soprattutto di chi ha la coscienza addormentata”, scrivono in un comunicato le “Sentinelle in piedi”. Ravvisa questa coscienza addormentata, oggi?

R. – Molto. Purtroppo. Viviamo in un momento in cui, comprensibilmente, le persone, le famiglie portano su di sé un carico enorme di problemi; viene meno per taluni il lavoro, vengono meno gli stipendi o si riducono; ci si impoverisce … Poi, c’è molta violenza, nel nostro tempo, e quindi comprensibilmente si cerca, o si è vinti dalla tentazione di una chiusura nel privato: “ci pensino gli altri, sono problemi loro, io vado avanti così, con la mia coscienza”. Non ci si rende conto, in realtà, che “i problemi loro” non esistono: i problemi dell’uomo sono di tutti assieme e di tutti assieme sono le sconfitte o le vittorie.

D. – Quindi, risvegliare la coscienza su questi temi, oggi, è importante?

R. –È fondamentale da parte di tutti: della Chiesa e anche della società civile.

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L’omelia del vescovo in cattedrale nel giorno della solennità dell’Assunzione di Maria che coincide con la giornata di preghiera per i cristiani perseguitati

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Reggio Emilia, 15 agosto 2014 – Il vescovo, monsignor Massimo Camisasca, ha presieduto in cattedrale la messa, nella solennità dell’Assunzione di Maria, con i sacerdoti e con le comunità parrocchiali del centro storico. La celebrazione si è svolta nella giornata di preghiera per i cristiani perseguitati indetta dalla Cei.

Ecco l’omelia completa di monsignor Camisasca:

Cari fratelli e sorelle, durante questa celebrazione eucaristica, in unione con tutta la Chiesa diffusa nel mondo, e in particolare con le diocesi di tutt’Italia, preghiamo per i nostri fratelli, i cristiani dell’Iraq, costretti a lasciare le loro case e tutti i loro beni per fuggire di fronte a una volontà di morte che chiede loro di rinnegare la fede in cambio della vita. Allo stesso modo preghiamo per tutti coloro che, pur appartenendo ad altre fedi e religioni, stanno subendo la stessa ingiustizia.

La testimonianza dei nostri fratelli ci insegna che la fede è il bene più prezioso che abbiamo. Essa illumina la nostra vita e la riempie di significato. Ci rende anche capaci di portare il peso della sofferenza e del dolore. Nello stesso tempo le vicende terribili dell’Iraq, ricordandoci il numero impressionante di martiri di questo inizio di millennio, ci invitano a chiedere che la libertà religiosa sia il fondamento della convivenza civile in ogni Paese. Esprimiamo dunque nella preghiera la comunione profonda con i nostri fratelli perseguitati e chiediamo a Maria Assunta di proteggerli nel loro difficile cammino.

Cosa vuole insegnare alla nostra vita quotidiana la festa di oggi? Quale dono vuol fare la Chiesa a noi con la solennità dell’Assunzione di Maria? Qualcuno potrebbe pensare che una celebrazione dedicata a guardare Colei che sale in cielo in anima e corpo, sottraendosi allo sguardo dei presenti, ci inviti quasi ad uscire da questa vita per trasferirci spiritualmente nella vita futura. In tutto ciò è nascosta una grande tentazione che anche molte filosofie hanno vissuto. Ma Cristo non ci invita a uscire da questa vita prima del tempo. Egli stesso ha detto, poco prima di lasciarci, rivolgendosi al Padre: non voglio che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal male (cfr. Gv 17,15).

La vita cristiana non è un oppio che ci fa dimenticare le responsabilità e i problemi dell’esistenza. All’opposto, Gesù è venuto proprio per portarci una luce, per essere lui stesso la luce che illumina la vita degli uomini. Per aiutarci a distinguere il bene dal male. Per indicarci le strade onde operare delle scelte giuste e fruttuose. Egli è venuto per cambiare il nostro cuore e per donarci la forza di compiere il bene. Ci aiuta ad estirpare le radici di male e opera attraverso di noi, per quanto possibile alla nostra fragilità umana, azioni giuste e sante.

Nello stesso tempo l’invito a guardare in alto contiene una verità, che è espressa anche con la preghiera con cui abbiamo iniziato questa Messa: «Fa’ che viviamo in questo mondo costantemente rivolti ai beni eterni». Cosa sono questi beni eterni se non la persona stessa di Gesù? Come Maria, allora, dobbiamo imparare a vivere le responsabilità e le circostanze della vita quotidiana guardando a suo Figlio. Come Maria siamo chiamati a trattenere nel nostro cuore le parole che Dio ci rivolge perché esse ci aprano il senso di ciò che accade.

Nella sua parola Dio non soltanto rivela la sua sapienza, ma dona se stesso. Come per Maria la parola di Dio era quel bambino o quel ragazzo che viveva nella sua casa, così anche per noi la Parola si è fatta carne ed abita in mezzo a noi, si è resa presente nella nostra vita in mille modi e ci invita a diventare testimoni della carità presso gli uomini e le donne del nostro tempo come ha fatto Maria.

Il vangelo che abbiamo appena ascoltato ci parla della Madonna che non ha avuto paura, subito dopo il concepimento di Gesù, di iniziare un lungo viaggio per andare ad aiutare la parente Elisabetta, rimasta incinta in tarda età e con una gravidanza difficile. Maria ha percorso molti chilometri per portare Gesù. Tutte le preoccupazioni di quel momento, i discorsi della gente, la comprensibile ansia per quello che avrebbe pensato Giuseppe, tutto passa in secondo piano e diventa un inno di lode a Dio.

Ecco che cosa vuol dire avere lo sguardo rivolto verso l’alto: saper leggere in profondità ciò che accade. Restare umili. Imparare a vedere ciò che Dio opera. Imparare la lode e l’esultanza. Facciamoci tutti discepoli come Maria. Ella ha saputo custodire nel silenzio le verità più grandi e i momenti più drammatici della sua vita. Non ha preteso di capire subito tutto, ma ha accettato di percorrere fino in fondo l’itinerario che il Padre aveva scelto per suo Figlio e per lei. Ed è stata così ricolmata di gioia e di gloria.

Sosteniamoci a vicenda, aiutiamoci perché anche nel nostro cuore nascano gli stessi sentimenti, nella nostra mente gli stessi pensieri che hanno abitato nella mente e nel cuore di Maria. Il Signore ci aiuta nel cammino, spesso difficile, della vita. Portiamo questo aiuto ai fratelli (cfr. 2Cor 1,4)! Quando si accende dentro di noi il fuoco dell’incarnazione, quando conosciamo che Dio si è fatto uomo per raccoglierci dal nostro male, diventiamo desiderosi di essere noi stessi fuoco che illumina e riscalda la vita degli altri uomini, donando generosamente quello che abbiamo ricevuto. Amen.

fonte: http://www.ilrestodelcarlino.it/reggio-emilia/camisasca-non-abbiate-paura-di-affrontare-le-responsabilit%C3%A0-della-vita-1.125987

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Il Vescovo Massimo scrive ai giovani

 

Cari giovani,

l’anno prossimo proseguiremo i nostri incontri qui in Cattedrale durante la Quaresima secondo un calendario che vi sarà comunicato. Vorrei però comunicarvi ora una cosa che mi sta molto a cuore.Molti di voi mi hanno scritto che i nostri incontri hanno toccato temi importanti per la vita di ognuno di voi e molte domande sono emerse: come è possibile vivere nella quotidianità ciò che ci siamo detti? Come posso fare della mia vita qualcosa di grande? Come scoprire il mio posto nel mondo e così realizzarmi come uomo e come donna?

Per aiutarvi a rispondere a queste domande ho pensato ad un cammino importante da vivere assieme a partire dal prossimo anno, con cadenza mensile, aperto a tutti coloro che vogliono iniziare a prendere sul serio la propria vita ed essere aiutati a capire cosa chiede Dio da loro. Sarà un cammino di discernimento aperto a 360° per comprendere se Dio vi chiama sulla strada del matrimonio, della vita consacrata o del sacerdozio. È dunque aperto a tutti, ragazzi e ragazze, coppie di fidanzati o single, dai 18 anni in su. Assieme a voi ci sarà don Daniele Scorrano e un’équipe che si sta costituendo attorno a don Alessandro Ravazzini, responsabile del Servizio Diocesano Vocazioni,formata da giovani coppie di sposi, seminaristi, persone consacrate e altri giovani.
Non lasciate cadere questa possibilità! Venite assieme ai vostri amici, invitate altri! Non c’è nulla di più interessante nella vita dell’avventura che ci porta a scoprire come realizzare la nostra esistenza. Sarà come andare ad un pozzo per attingere acqua fresca che possa dissetare la nostra sete di vita. Per questo abbiamo pensato di chiamare questa esperienza:Il pozzo di Giacobbe, avendo negli occhi e nel cuore l’immagine di Gesù che, seduto su quel pozzo, dialoga con la Samaritana (cfr. Gv 4, 5-42).

Sono certo che questo itinerario, che raccoglie anche l’eredità diPer un passo nel cammino, vi aiuterà a vivere innanzitutto ciò in cui siete già immersi: lo studio universitario, il lavoro, il vostro impegno in parrocchia e nella società.

Per poter preparare adeguatamente questo percorso e per comunicarvi tutte le informazioni sulle date e i luoghi, vi prego di segnalare la vostra presenza a questo indirizzo di posta elettronica:

pozzodigiacobbe.re@gmail.com

Diffondetelo tra i vostri amici. Vi aspetto numerosi!

in http://www.pastoralegiovani.re.it/?action=goid&id=2&artid=518

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Nuovi missionari della San Carlo fondata nel 1985 da Mons. Camisasca Vescovo di Reggio Emilia in Usa e Russia

 

don Paolo Sottopietra, superiore generale della San CarloDON PAOLO SOTTOPIETRA, SUPERIORE GENERALE DELLA SAN CARLO

Il 21 giugno verranno ordinati dal cardinale Rilko sei diaconi e un prete, Michele Benetti. Per lui destinazione Washington, dove insegnerà Fisica e Teologia

REDAZIONE
ROMA – vaticaninsider

Un migliaio di persone per festeggiare i sette ordinandi della Fraternità San Carlo. Domani, 21 giugno, alle 15.30 in santa Maria Maggiore a Roma, per l’imposizione delle mani di sua eminenza il Cardinal Rylko, Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, verranno ordinati un sacerdote e sei diaconi della realtà ispirata al movimento di Comunione e Liberazione. Il prete è Michele Benetti 31 anni, che si va ad aggiungere agli oltre 125 membri che compongono la realtà fondata nel 1985 da Monsignor Massimo Camisasca, oggi vescovo di Reggio Emilia-Guastalla.

Don Michele sarà destinato a Washington. Nella capitale americana vive già da quattro anni e lì ha finito la sua formazione teologica. Insegnerà Fisica e Teologia presso il Bishop O’Connell High School ad Arlington in Virginia, dove metterà a frutto la laurea in fisica, ottenuta prima di entrare in seminario. «Ho sempre avuto questo grande desiderio – dice don Benetti a Vaticaninsider – di poter testimoniare ai ragazzi delle scuole superiori la profonda connessione tra la fede cristiana e la scienza moderna. E’ dallo stupore per la presenza delle cose che ci stanno attorno che sorgono le grandi domande circa il mistero della nostra esistenza».

Con don Michele verranno ordinati anche sei diaconi che sono destinati alle missioni della Fraternità a Mosca, Colonia, Roma, Torino e Reggio Emilia. «I padri della nostra Fraternità, don Giussani e don Massimo Camisasca, ci hanno insegnato – afferma don Paolo Sottopietra, superiore generale della San Carlo – il contenuto vero della vita di un uomo: comunione, amicizia, vocazione, libertà, gratuità, dono di sé. Ci hanno mostrato la bellezza dell’obbedienza della preghiera, ci hanno comunicato la passione per tutto ciò che di positivo c’è nel cuore dell’uomo e nella vita dei popoli, ci hanno educato a una compassione piena di rispetto per il dolore, l’errore e il peccato. Partiamo da Roma per vivere con tutti queste esperienze, per dire che Cristo è vivo e ci viene incontro ancora oggi».

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Domenica 15 Giugno 2014 ore 18.00 in Cattedrale Reggio Emilia solenne Celebrazione per ricordare il primo centenario della Fondazione della Famiglia Paolina

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Domenica 15 Giugno 2014 ore 18.00 nella  Chiesa Cattedrale di Santa Maria Assunta Reggio Emilia solenne Celebrazione Eucaristica presieduta dal Vescovo Sua Ecc.za Mons. Massimo Camisasca  per ricordare il primo centenario della Fondazione della Famiglia Paolina (1914-2014)…

“Fate  a tutti la carità della verità” (beato Giacomo Alberione, Fondatore della Famiglia Paolina)

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segnalazione web a cura di webmastersantostefano@simail.it

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Il vescovo Massimo commenta l’Esortazione «Evangelli gaudium»

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“Ci sono cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua”. L’autore di questa frase, facilmente riconoscibile per lo stile diretto a cui ci sta abituando, è Papa Francesco, quasi all’inizio (al numero 6) di un’Esortazione apostolica – la Evangelii gaudium – indirizzata ai fedeli cristiani “per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni” (n. 1).
La gioia di evangelizzare è il tema dominante di questo documento: non un’euforia passeggera, ma la radice della “trasformazione missionaria della Chiesa”, come si legge fin dal titolo del primo capitolo.
Abbiamo ripreso il testo di Papa Francesco, segnatamente i numeri dal 34 al 49, insieme al Vescovo.

Monsignor Camisasca, come commenta questo primo capitolo della “Evangelii gaudium”?

Mi sembra che la parola chiave sia missione: la Chiesa è chiamata ad avere una forma missionaria, cioè deve concepire se stessa come continuità della missione del Padre che manda il Figlio e del Figlio che manda lo Spirito.
Missione vuol dire andare verso gli uomini, dunque non è indifferente il modo della comunicazione. Il Papa vuole dirci qual è il cuore del messaggio di cui dobbiamo essere portatori. Non è soltanto ciò da cui dobbiamo partire, ma anche ciò che di più importante abbiamo da trasmettere ad imitazione di Gesù.
Imitare Gesù è lo scopo che la Chiesa si propone da duemila anni. Qual è la “novità” di Papa Francesco?

La sua preoccupazione fondamentale è manifestare il cuore del messaggio di Gesù Cristo e non dare per scontato che i nostri interlocutori lo conoscano, perché è il cuore di questo messaggio che gli conferisce senso, bellezza e attrattiva.
“L’annuncio, dunque, deve concentrarsi su ciò che è essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente, più necessario» (n. 35). Di cosa si tratta? È sempre Papa Francesco a rispondere, poco dopo (n. 36) “La bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto”.
Nell’annuncio della “grande bellezza” del cristianesimo, tuttavia, viene il momento in cui la carità va coniugata con la verità. E qui spesso sorgono problemi o incomprensioni…
Il Papa non vuole nascondere nessuna verità cristiana, è consapevole che c’è un cammino dalla fede alla carità e quindi dalla fede alla vita morale, ma vuole che la persona sia messa in condizione di incontrarsi con il cuore incandescente della proposta di Cristo. È da questo cuore che possiamo poi comprendere ed entrare in tutte le altre verità proposte dal cristianesimo. Non c’è una negazione delle altre verità, anzi, il Papa afferma esplicitamente che tutte le verità rivelate procedono dalla stessa fonte divina e sono credute con la medesima fede, ma occorre una chiave per poterle accostare altrimenti, disarticolate, perdono il loro significato.
Si deve cioè procedere dal generale – il cuore del messaggio – al particolare dei singoli precetti?

Sappiamo che tutte le verità sono unite fra di loro e che, in fondo, potremmo partire da ciascuna per mostrare tutto quanto il cristianesimo, ma questa unità sistematica delle verità cristiane, che è la passione e il campo di ricerca di chi approfondisce la teologia cristiana, in realtà non può essere il punto di partenza del nostro annuncio e della nostra catechesi. Il punto di partenza è la manifestazione dell’amore salvifico di Dio. In questa affermazione del Papa leggo una critica a una metodologia catechistica del passato che rimarca, quasi con spirito totalizzante, alcuni comandamenti a scapito di altri.
Al numero 39 il Papa dice che non bisogna mutilare l’integralità del messaggio del Vangelo, e che non possiamo ridurlo ad alcuni accenti dottrinali o morali che procedono da opzioni ideologiche. Per esempio, ha commesso questo errore di prospettiva chi ha sottolineato in modo indebito i peccati contro il sesto comandamento, facendo della sessuofobia il cuore del cristianesimo, oppure chi, altrettanto indebitamente, ha evidenziato l’aspetto di Gesù liberatore in chiave politica.
Annunciando un cristianesimo semplice, però, non c’è il rischio di presentarlo anche, in qualche modo, “semplificato”?

Il Papa non vuole cercare in questo modo il consenso del mondo. È illuminante quando (al n. 49) scrive: “Non potremo mai rendere gli insegnamenti della Chiesa qualcosa di facilmente comprensibile e felicemente apprezzato da tutti. La fede conserva sempre un aspetto di croce”.
Ci invita a puntare su questa “sostanza”, su questo centro infuocato dell’evento di Cristo, non perché così otterremo consenso e tutti ci seguiranno, ma per fedeltà al Vangelo e alla missione di Cristo.

Da questo punto di vista è interessante notare che il Papa, mentre da un lato ci invita ad “uscire”, ad andare verso le periferie del mondo e dello spirito, dall’altro ci inviti ad “entrare”, a concentrarci sul cuore del cristianesimo: su Gesù Salvatore.

Si può uscire solo in quanto si è ben saldi nel centro, si può andare solo in quanto si rimane. È il tema antico e sempre nuovo dell’unità di azione e contemplazione che trova nella vita di Gesù con gli apostoli la sua sintesi più alta. È questo il cuore del Vangelo che il Papa ci invita a guardare: la «comunione missionaria» di Gesù con gli apostoli (cfr. n. 23).
Sono dunque due i fuochi dell’ellisse che il Papa ci sta indicando. Considerarne solo uno, sottolinearne solo uno a scapito dell’altro vuol dire tradire o strumentalizzare il suo messaggio.
Forse la semplificazione del messaggio, allora, viene fatta dalla libera estrapolazione dei pensieri del Papa…
Non dobbiamo pensare di avere già capito cosa il Papa dice, perché Bergoglio è un uomo che viene dal Sud del mondo e per entrare nella sua mentalità abbiamo bisogno di molto tempo.

Sta indicando un cammino di cambiamento alla Chiesa ed è in questo cammino che dobbiamo entrare con molta umiltà, senza decostruire tutto quello che abbiamo fatto ma, con lui, riformulandolo nel tempo, in modo da poter raggiungere gli uomini e le donne di oggi.
Un anno dopo, qual è il suo giudizio sul pontificato di Papa Francesco?
L’elezione di papa Bergoglio, come evento storico, è paragonabile alla scoperta dell’America.

Con la scoperta colombiana dell’America un uomo del nord è andato a sud del mondo e ha guardato il sud con gli occhi del nord. Adesso è un uomo del sud che viene al nord e ci fa guardare a tutta la Chiesa con gli occhi del sud. Quindi siamo chiamati ad entrare in una nuova prospettiva. E vi si entra lentamente. Non dobbiamo fare dei suoi testi un ricettario, estrapolando ora questa ora l’altra frase, ma dobbiamo cercare cosa vuole comunicarci in profondità.
Il rischio che molti cristiani corrono è di guardare al Papa con i criteri del mondo, delegando la propria conoscenza di lui e del suo messaggio alle interpretazioni – che sono spesso anche manipolazioni – che ne fanno i giornali, la Tv e Internet.
Occorre, invece, meditare ciò che il Papa dice nella sua integralità, chiedere nella preghiera di entrare personalmente e umilmente in quel processo di conversione che la sequela di Gesù chiede in ogni tempo.
E non dimentichiamoci, come egli stesso ha chiesto, di pregare ogni giorno per il Papa e per il suo grande e delicato ministero.

Edoardo Tincani – laliberta.info

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Giovedì 17 aprile – Giovedì Santo e Messa Crismale

Alle 9.30, in Cattedrale, solenne concelebrazione della Messa Crismale presieduta dal vescovo Massimo.




A  concelebrare ci saranno anche i vescovi emeriti Paolo e Adriano, con la rinnovazione delle promesse sacerdotali e diaconali, la consegna delle offerte quaresimali per le missioni diocesane, la benedizione degli Oli, la festa per gli anniversari di Ordinazione e il ricordo orante dei confratelli defunti dalla Pasqua 2013.

 La liturgia sarà trasmessa in diretta su Radiopace – Redazione Reggiana.

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Incontro del nostro Vescovo Mons. MASSIMO CAMISASCA con gli Insegnanti di Religione Specialisti

Il prossimo incontro di aggiornamento, previsto per oggi MARTEDI’ 26 NOVEMBRE 2013, dalle ore 15.30 alle ore 18.00 presso l’Oratorio don Bosco – Via Adua 79-Reggio Emilia sarà dedicato all’incontro del nostro Vescovo Mons. MASSIMO CAMISASCA con gli Insegnanti di Religione Specialisti.

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Il Vescovo ha messo a disposizione la sua presenza per tutto il periodo dell’incontro, per sostenere la delicata responsabilità educativa e culturale che è affidata all’opera dell’insegnante di religione e condividere con gli Idr gli orientamenti di pastorale della Chiesa locale.
Il Vescovo desidera anche ascoltare gli insegnanti, dando spazio agli interventi in aula.
Il Vicedirettore dell’Ufficio Scuola
Prof. Gino Morlini

DIOCESI DI REGGIO EMILIA – GUASTALLA
UFFICIO SCUOLA
Viale Timavo. 93 – 42121 Reggio Emilia
Tel. 0522 406887/406880 – Fax 0522 406881/406887

pastorale.scolastica@diocesi.re.it

ufficio.scuola@diocesi.re.it
Sito internet : www.portaleirc.it

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Auguri Vescovo Massimo

Mons. Camisasca saluta alcuni giovani albanesi durante la recente visita pastorale alla missione diocesana in Albania (foto Codazzi)
Mons. Camisasca saluta alcuni giovani albanesi durante la recente visita pastorale alla missione diocesana in Albania (foto Codazzi)
Nelle giornate di domenica 3 e lunedì 4 novembre siamo invitati a ricordare nella preghiera il nostro vescovo Massimo:
• domenica 3 novembre festeggia il suo 67° compleanno;
• lunedì 4 novembre, memoria di san Carlo Borromeo, è il 38° anniversario della sua Ordinazione presbiterale (ricevuta nel 1975 a Bergamo).

Auguri di cuore anche dal blog Santo Stefano

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IN PRIMO PIANO: Il vescovo incontra i giovani

Il vescovo incontra i giovani

Il vescovo incontra i giovani

Dopo il successo dello scorso anno, tornano venerdì 25 ottobre, alle 20.45 in Cattedrale, gli incontri del vescovo Massimo con i giovani. Nella prima serata Guzmán M. Carriquiry Lecour, Segretario della Pontificia Commissione per l’America Latina, affronterà il tema “La Chiesa di Papa Francesco”.

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Famiglia, cima della vertigine educativa. Nella serata sul tema “Educare è un viaggio”

Famiglia, cima della vertigine educativa

Famiglia, cima della vertigine educativa

Nella serata sul tema “Educare è un viaggio”, il Vescovo ha parlato delle relazioni genitori-figli-scuola

Molto partecipato l’incontro promosso da AGe, Aimc, Fidae, Fism e Uciim nella serata di martedì 28 maggio al Centro Giovanni XXIII di Reggio Emilia Famiglia, cima della vertigine educativa

Educare è un coinvolgimento di esistenze, è rivivere continuamente ciò che si è vissuto accanto ai propri cari: il coniuge, i figli, i nipoti, gli amici. Con una base ineguagliabile, la famiglia naturale, sempre più insistentemente nel mirino della mentalità corrente. Francia docet.

È un piccolo distillato dell’incontro “Educare è un viaggio” in compagnia di Massimo Camisasca, in diretta dal Centro Giovanni XXIII di Reggio Emilia nel dopocena di martedì 28 maggio. Anche la serata diventa un viaggio: gli scompartimenti “viaggiatori” – le due aule al primo piano di via Prevostura 4 – si riempiono rapidamente e qualcuno resta in piedi o si accomoda nel pianerottolo. Nel primo tempo l’itinerario sull’educazione proposto dal Vescovo è accompagnato dalle domande di Gabriele Rossi, il presidente dell’Associazione Genitori (AGe), che promuove l’iniziativa insieme alle altre sigle cattoliche Aimc (maestri), Fism (scuole dell’infanzia paritarie), Fidae (scuole primarie e secondarie) e Uciim (insegnanti medi). Poi è la volta degli interventi del pubblico: una mamma, un nonno, due presidi in pensione, a confrontarsi chi con lo sportello psicologico alle scuole medie chi con i cambiamenti epocali nel modo di abitare, di lavorare e di comunicare, o ancora sul ruolo dell’associazionismo e sul “prezzo” delle separazioni.

Tutto il discorso educativo fa perno sulla famiglia e sulla sua intrinseca vitalità. Monsignor Camisasca attinge in particolare al libro “Amare ancora” (Edizioni Messaggero Padova, 2011 – da qui scheda libro online su ibs con il 15% di sconto),

Camisasca Massimo – Amare ancora. Genitori e figli nel mondo di oggi e di domani

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Amare ancora. Genitori e figli nel mondo di oggi e di domani – >>> da qui sconto 15%

Autore Camisasca Massimo
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(Prezzo di copertina € 14,00 Risparmio € 2,10)

già presentato in più di cinquanta città italiane, che ha scritto dopo avere ascoltato a lungo genitori e figli di oggi. Con un convincimento profondo: anche se la cronaca, tra delitti “domestici” e alternative giuridiche, erutta quotidianamente fatti negativi, la famiglia è una bella opportunità da riscoprire per il futuro. E con un fondamento altrettanto saldo: la persona, che è sempre concepita in relazione con altri “tu” in ogni esperienza umana, in contrapposizione all’individuo inteso come “io” assoluto, che non ha altri riferimento all’infuori di sé. Non a caso, dice il relatore collegandosi al magistero di Benedetto XVI e alle prime omelie di Papa Francesco, all’origine della crisi dell’uomo contemporaneo c’è proprio la chiusura in questa visione egoistica, portatrice di frammentazione sociale.

Ecco che quell’avverbio di tempo, ancora, che compare anche nel titolo del libro di Camisasca, più che la trincea di una difesa agguerrita diventa il tratto di una speranza da rifondare. Lo dicono i ragazzi che ancora si innamorano e progettano insieme il domani, così come le famiglie che ancora sono felici di accogliere la vita come un dono, scegliendo la “logica della testimonianza”.

Il Vescovo poi, sapendo di sfidare la cultura dei desideri/diritti tanto in voga in Europa, parla ancora di natura: comunque la si voglia chiamare, spiega, è difficile nascondere che nell’uomo c’è qualcosa di insopprimibile: la creaturalità, l’idea di bene e di male, il senso di compiutezza che egli può realizzare solo aprendosi nell’amore, nella fraternità, nell’amicizia.

Certo, viene per tutte le relazioni la prova del tempo, e capita non di rado che la promessa venga meno, “non in sé, ma in noi”. La fedeltà – commenta il presule – è una virtù che vive se rinasce continuamente e nel corso della vita la si può sostenere quanto più si diventa consapevoli che è un “bene difficile” e si impara a perdonare, anche se stessi.

Pure rispondendo a una domanda su paternità e maternità, Camisasca passa da quel “crocevia di tutte le esperienze della vita umana” che è la famiglia. Così, il padre è definito come “colui che prende per mano il figlio e lo porta a incontrare le cose”, a scoprire che la vita è anche (ma non soltanto) problemi, rifuggendo gli estremi del genitore ossessivo/autoritario o viceversa troppo remissivo. Quanto alla madre, ogni donna è essenzialmente “bellezza”, una bellezza che è attrattiva, generativa e “custode” della casa. Ma chi riduce a zero l’importanza del padre e della madre, ammonisce, pone le premesse per lo sviluppo di personalità più fragili, insicure e violente. Il pensiero torna ai surrogati di matrimonio e di generazione che premono per il loro “riconoscimento” legale, mentre la politica, che dovrebbe favorire le politiche familiari per la casa, il lavoro e la natalità, appare animata da una “strana voglia suicida”.

Circa il rapporto scuola-famiglia, il Vescovo insiste sulla necessità che bambini e ragazzi siano aiutati a crescere attraverso le capacità sia intellettive che affettive, rinnovando un’alleanza che richiede nuovi investimenti.

Educare è infine un rischio, perché significa trasmettere se stessi – ogni giorno, nella vita comune – e non un semplice prontuario per l’esistenza. È un “viaggio”, conclude Camisasca, che implica ascolto e quindi pazienza, fino a rispettare il limite della libertà del figlio-altro da sé, giacché “siamo tutti madri e padri putativi”. Questa è anche la “vertigine” dell’educazione: solo in famiglia la si può vivere fino in fondo.

Edoardo Tincani – diocesi.re.it

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18 Aprile 2013 Cattedrale di Reggio Emilia. – PROGETTA CON DIO… ABITA IL FUTURO – veglia di preghiera per le Vocazioni

Veglia .Diocesana.Vocazioni.2013

Giovedì 18 aprile 2013 alle ore 21 in Cattedrale a Reggio Emilia, si terrà una veglia di preghiera per le vocazioni
con il vescovo Mons. Massimo Camisasca, dal titolo PROGETTA CON DIO… ABITA IL FUTURO

diocesi.re.it

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Agenda del Vescovo Mons. Camisasca dal 10 Marzo al 15 Marzo 2013

AGENDA DEL VESCOVO
 
Domenica 10 marzo
Alle ore 11, benedizione della nuova chiesa del Sacro Cuore di Baragalla
Martedì 12 marzo
Alle ore 11, a Bagnolo, il Vescovo incontra i sacerdoti del Vicariato 1 (zona nord).
Alle ore 20.45, nella cripta della Cattedrale, guida l’incontro della “Scuola di Preghiera”.
Giovedì 14 marzo
Alle ore 10.30 presiede la Santa Messa nel 14° anniversario della morte del vescovo Gilberto Baroni, con la commemorazione dei vescovi defunti.
Venerdì 15 marzo
In Cattedrale, alle ore 20.45, il Vescovo tiene il quarto incontro quaresimale con i giovani, dal titolo: “Il dono di una vita senza fine. La resurrezione di Lazzaro”.
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Alle radici del rinnovamento. Una lettura del Concilio Vaticano II

Giovedì 7 marzo, nella chiesa di S. Pietro a Correggio, mons. Massimo Camisasca è intervenuto sul Concilio Vaticano II
ALLE RADICI DEL RINNOVAMENTO.
UNA LETTURA DEL CONCILIO VATICANO II
Correggio, chiesa di San Pietro (espansione sud), giovedì 7 marzo 2013
LEGENDA: le risposte del vescovo di Reggio Emilia-Guastalla Massimo Camisasca alle domande (in grassetto) di Edoardo Tincani, direttore de “La Libertà”
“Gaudet Mater Ecclesia…”: con queste parole papa Giovanni XXIII, l’11 ottobre 1962, apriva solennemente il Concilio Ecumenico Vaticano II. Lei era quindicenne… Vorrei sapere quali sono i suoi ricordi personali di quelle giornate storiche.
Siamo agli inizi degli anni Sessanta, contrassegnati da un grande slancio in avanti della società occidentale. Un ottimismo che faceva dimenticare o almeno mettere in secondo piano i gravi problemi che pure esistevano: l’Europa era divisa in due parti, l’ondata di benessere che effettivamente stava radicandosi in Europa apriva, però, problemi di trasformazione culturale di enorme portata (una nuova concezione della famiglia con il diffondersi della pillola, una diversa visione del tempo libero, una nuova esperienza della mobilità, una nuova concezione dell’uomo e della vita portata dallo sviluppo della televisione e del cinema, ecc…). Si scopriva la fame nel mondo: esistevano milioni di uomini sottoalimentati, che vivevano in condizioni di precarietà assoluta. La Chiesa era perseguitata nei Paesi comunisti, viveva una tragedia di cui non si conoscevano bene i contorni. Eppure l’ascesa di un cattolico alla Casa bianca, un nuovo stile di esercizio del ministero petrino portato da Papa Giovanni,… tutto sembrava presagire un’epoca nuova.
Nel ’61-’62 avevo 15-16 anni, erano gli anni del ginnasio. La fede e la Chiesa erano per me due dati molto profondi e molto solidi, portati dall’educazione dei miei genitori. Non potevo neppure lontanamente immaginare cosa sarebbe accaduto di lì a pochi anni: il ’68, la contestazione ecclesiale, il terrorismo… Furono per me anni luminosi. Nell’annuncio e nell’inizio del Concilio vidi un segno di vitalità della Chiesa. Non potevo però assolutamente immaginare le dimensioni di ciò che sarebbe accaduto.
Torniamo all’annuncio del Concilio. Fu un fatto dirompente o in qualche modo il terreno era già preparato ad accogliere quel seme?
L’annuncio di un nuovo Concilio da parte di Giovanni XXIII si inserì all’interno del diffuso clima di rinnovamento di cui ho parlato prima. Da questo punto di vista fu un annuncio naturale, ma nello stesso tempo inaspettato. Naturale, poiché i germi di una radicale esigenza di rinnovamento della Chiesa erano stati gettati da lungo tempo, già durante il pontificato di Pio XII, fondamentale perché maturasse nella Chiesa l’esigenza di una nuova assise conciliare. C’era stato, lungo tutto il Novecento, un ritorno alle fonti (bibliche, liturgiche e patristiche).
Ma nello stesso tempo fu un annuncio inaspettato e nuovo. Nessuno si aspettava una decisione simile da un Papa che, nella mente di chi lo conosceva solo superficialmente, doveva segnare un periodo di transizione tra il lungo pontificato pacelliano e il nuovo.
Leggendo con attenzione la Gaudet Mater Ecclesia, possiamo entrare nel cuore di Giovanni XXIII. «Il grande problema, posto davanti al mondo, dopo quasi due millenni resta immutato»: con Cristo o senza Cristo. Il Papa va alla radice delle questioni: necessità per la Chiesa di annunciare l’immutata verità di Cristo in modo da raggiungere l’uomo moderno e contemporaneo. È ottimista Giovanni XXIII, e comunica ottimismo. «A noi sembra – dice – di dover dissentire dai profeti di sventura che annunziano eventi sempre infausti, quasi che incombesse la fine del mondo. Nel presente momento storico, la Provvidenza ci sta conducendo ad un nuovo ordine di rapporti umani… che si volgono verso il compimento di disegni superiori e inattesi; e tutto, anche le umane avversità, dispone per il maggior bene della Chiesa».
Qual era il compito principale del Concilio nella volontà di Giovanni XXIII che lo indisse?
 
Risponde lui stesso sempre nella Gaudet Mater Ecclesia: «Questo massimamente riguarda il Concilio ecumenico: che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace». Ma il Papa non si limita a enunciare lo scopo – custodire e insegnare in modo più efficace –, ne indica anche il fondamento nella perennità e immutabilità della rivelazione che Dio ha fatto nel suo Figlio unigenito. Entra così anche nel merito del metodo attraverso cui il Concilio deve conseguire il suo scopo: «Perché tale dottrina raggiunga i molteplici stadi dell’attività umana… è necessario anzitutto che la Chiesa non si discosti dal sacro patrimonio della verità ricevuto dai Padri; e al tempo stesso deve anche guardare al presente, alle nuove condizioni e forme di vita introdotte nel mondo odierno, le quali hanno aperto nuove strade all’apostolato cattolico… Dalla rinnovata, serena e tranquilla adesione a tutto l’insegnamento della Chiesa nella sua interezza e precisione, quale ancora splende negli atti conciliari del tridentino e del Vaticano I… è necessario che questa dottrina certa e immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo». Dunque uno sguardo rivolto in avanti, avendo i piedi ben saldi nella storia e nella Tradizione che ci raggiungono dal passato. Tutto questo, nelle intenzioni di Giovanni XXIII era da conseguire «usando la medicina della misericordia piuttosto che quella della severità».
E Lei come definirebbe lo scopo del Concilio, anche alla luce del suo sviluppo e delle sue interpretazioni?
Per comprendere qualcosa del Concilio Vaticano II occorre allargare lo sguardo e considerarlo all’interno dell’intera storia della Chiesa. Senza una visione globale, infatti, rischieremmo di assolutizzare dei particolari e ci sarebbe precluso l’accesso al cuore di questo grande evento che la Chiesa ha vissuto.
Parlare del Concilio, dunque, significa innanzitutto parlare della necessità continua che la Chiesa ha di rinnovarsi:Ecclesia semper reformanda. Perché la Chiesa ha bisogno di rinnovamento? In cosa consiste questo rinnovamento? Come il Vaticano II ha incarnato questo bisogno? Queste mi sembrano le domande fondamentali.
Occorre umiltà per parlare della Chiesa, e più ancora per parlare di una rinascita della sua vita, per parlare di una riforma nella Chiesa. Occorre immedesimarsi col disegno di Dio nella storia, disegno che sorpassa sempre ogni nostra possibilità di previsione e di comprensione.
Dio è un riformatore. Vuole che la sua opera rinasca nei cuori degli uomini e nella storia dell’umanità. Per questo pensare alla riforma nella Chiesa vuol dire cercare di entrare, domandare di entrare, in ciò che Dio vuole.
La parola “riforma”, però, è uno di quei termini dai mille significati (si parla da anni di riforme istituzionali, per esempio…). In che senso il Concilio Vaticano II ha costituito una riforma della Chiesa?
La riforma è innanzitutto cambiamento che riguarda la mia vita. È un’esperienza, presente e passata, che ha segnato profondamente la mia esistenza. Come posso rispondere a colui che mi ha amato e mi ama? Come può cambiare la mia vita per rispondere a Cristo?
A differenza della storia profana, o almeno di alcune sue correnti storiografiche che concepiscono la storia come un cammino in avanti attraverso una serie continua di riforme o rivoluzioni, la riforma nella Chiesa nasce da un processo che tende contemporaneamente in avanti e all’indietro, come abbiamo notato leggendo la Gaudet Mater Ecclesia. In avanti, perché segue il cammino degli uomini, delle loro scoperte, delle loro filosofie. All’indietro, perché per la Chiesa la riforma è una riproposizione in forme nuove del principio che l’ha generata.
La Chiesa è lo sviluppo nel tempo e nello spazio del corpo di Gesù. Essa, pur nei travagli inevitabili della storia, è abitata da un principio vitale che urge continuamente il processo delle riforme, ma nello stesso tempo impedisce che tali riforme diventino rivoluzioni. In altre parole, nella Chiesa non c’è mai un momento in cui si riparte da zero, in cui si costruisce tutto di nuovo. L’elemento conservatore si coniuga continuamente con quello progressivo, che spinge la Chiesa nella sua missione verso nuovi territori, nuove lingue, nuove conquiste.
La riforma nella Chiesa si basa dunque su due pilastri: da un lato, alla sua origine c’è un evento fondativo, un evento originario, la vita di Gesù con gli apostoli, che ha come cuore la sua incarnazione, passione, morte e resurrezione, e il dono dello Spirito. Dall’altro lato, questo evento, per l’azione dello Spirito Santo, è contemporaneo in ogni tempo. Deve essere accolto dagli uomini, mettere in azione la loro libertà, dare forma ad ogni epoca della storia. L’azione di Dio infatti, non scavalca mai, ordinariamente, la libertà degli uomini, la struttura temporale e complessa dell’esistenza umana. Agisce attraverso cambiamenti spesso infinitesimali che diventano clamorosi soltanto nell’incontro con un numero infinito di altre libertà in azione.
Il suo ragionamento è convincente. Non possiamo ignorare però che la ricezione del Concilio è stata ed è tuttora materia di accesi dibattiti e polemiche.
È vero. La spiegazione più chiara di quanto lei dice l’ha data Benedetto XVI all’inizio del suo pontificato, in uno dei discorsi più importanti che ci ha regalato. Parlando alla Curia romana nel dicembre 2005 il Papa si poneva proprio questa domanda. «Nessuno può negare – diceva – che, in vaste parti della Chiesa, la recezione del Concilio si è svolta in modo piuttosto difficile». Perché? – si chiedeva. «Tutto dipende dalla giusta interpretazione del Concilio […], dalla sua giusta ermeneutica, dalla giusta chiave di lettura e di applicazione. I problemi della recezione sono nati dal fatto che due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L’una ha causato confusione, l’altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti. Da una parte esiste un’interpretazione che vorrei chiamare “ermeneutica della discontinuità e della rottura”» – che è ciò che intendevo quando prima parlavo di “rivoluzione” – dall’altra quella che il Papa definiva “l’ermeneutica della riforma”, che è quanto ho cercato di esprimere prima.
Centrale, nella comprensione di quell’evento straordinario, resta (nel passaggio di testimone da Giovanni XXIII a Paolo VI) la cosiddetta ecclesiologia del Concilio. Riprendiamo così in mano la Costituzione dogmatica sulla Chiesa, la “Lumen Gentium”, promulgata il 16 novembre 1964. Tra le tante “immagini di Chiesa” consegnate alla storia da quel documento, quali le paiono più recepite e quali invece più trascurate, oggi?
La Chiesa è una vita in movimento. Essa, come dicevo, è la continuità di un principio, di un evento che ne costituisce l’inizio e la sua presenza in ogni istante della storia.
Come ha affermato Benedetto XVI nell’ultima lectio magistralis del suo pontificato, parlando ai parroci di Roma (13 febbraio 2013), occorre leggere la riflessione del Vaticano II sulla Chiesa come una prosecuzione di ciò che il Vaticano I aveva incominciato con la sottolineatura del primato petrino. Si trattava dell’inizio di un rinnovamento dell’ecclesiologia bruscamente interrotto dalla prima guerra mondiale, rinnovamento che veniva da lontano e che, dopo la chiarificazione della dottrina sul primato, esigeva un suo completamento. La Mystici Corporis di Pio XII è espressione autorevole di questa esigenza. La Chiesa non è appena un’istituzione, un’organizzazione, ma una realtà viva della quale ogni battezzato è protagonista. Ogni “io” è inserito nel grande “noi” dei credenti.
Penso sia questa coniugazione tra il protagonismo dell’io e la sua realizzazione nel noi di Cristo e della sua Chiesa il cuore dell’ecclesiologia del Concilio. Le varie formule e immagini di Chiesa che ci ha consegnato laLumen gentium – ovile del quale solo Cristo è la porta, podere o costruzione di Dio, soprattutto Corpo di Cristo ePopolo di Dio – si riassumono proprio in questa tensione alla comunione, dono che proviene da Dio Trinità e si fonda sulla vita, morte e resurrezione di Cristo. «Solo tramite la cristologia – ha affermato il papa – diveniamo Popolo di Dio e così si combinano i due concetti (Corpo di Cristo e Popolo di Dio, ndr)… Ma solo dopo il Concilio è stato messo in luce un elemento che si trova un po’ nascosto, anche nel Concilio stesso, e cioè: il nesso tra Popolo di Dio e Corpo di Cristo è proprio la comunione con Cristo nell’unione eucaristica… La relazione tra Popolo di Dio e Corpo di Cristo crea una nuova realtà: la comunione… È frutto del Concilio che il concetto di comunione sia diventato sempre più l’espressione dell’essenza della Chiesa».
Oggi la grande sfida che abbiamo di fronte è proprio entrare in questa comunione, nelle sue ragioni, nella sua vita, nella possibilità di realizzazione della persona che essa significa. Dobbiamo abbandonare i toni ideologici che per troppo tempo hanno caratterizzato i dibattiti sulla natura della Chiesa. Siamo assieme, attorno a Pietro, per vivere la comunione con Cristo e realizzare la nostra vera statura. La Chiesa è comunione perché rinasce continuamente dai sacramenti, soprattutto dall’eucarestia, che ci rende una sola cosa con Cristo. Autorità ed eucarestia sono i due fuochi della Chiesa come Comunione.
Con la “Gaudium et Spes” entriamo nel rapporto tra la Chiesa e il mondo contemporaneo…

Vorrei accennare a delle coordinate di lettura del rapporto tra Chiesa e mondo che nascono dal mistero dell’Incarnazione. Dio parla alla Chiesa e al mondo, anche attraverso i fatti della storia. La stessa storia della Chiesa partecipa della storia degli uomini. «La Chiesa – afferma proprio la Gaudium et Spes – cammina assieme con l’umanità tutta e sperimenta, assieme al mondo, la medesima sorte terrena, ed è come il fermento e quasi l’anima della società umana» (n. 40). Si può dire che le due vicende siano inestricabilmente congiunte, come Agostino aveva predicato delle due città, quella di Dio e quella dell’uomo. La Chiesa deve continuamente interrogarsi sulla natura di tale legame.
Un “interrogarsi” sul rapporto Chiesa e mondo che non è tanto o solo un esercizio intellettuale, quanto piuttosto una forma di compartecipazione. Tra gli estremi della contrapposizione e della sovrapposizione… come si colloca il Concilio?
La Chiesa è interessata al mondo innanzitutto perché è essa stessa parte del mondo. Essa è legata agli uomini perché è “fatta” di uomini. La Chiesa non è altro che il mondo che si converte a Cristo. È il mondo degli uomini, delle loro esistenze, dei loro interessi, che porta con sé tutta la creazione verso Cristo. L’uomo che si converte a Cristo, e attraverso il battesimo viene innestato in lui, trascina con sé tutto il creato, il suo lavoro, i suoi affetti, la sua vita quotidiana e la natura che partecipa di essa.
Ma, come dicevo prima citando il numero 40 della Gaudium et Spes, la Chiesa non si confonde con il mondo. Ha la “pretesa” di esserne l’anima. Sa che ha una responsabilità grave nei confronti dell’umanità. Benché a volte misconosciuta e osteggiata, la Chiesa sa di portare in sé il segreto del mondo. Il desiderio di conoscere le dinamiche profonde delle società e dei popoli nasce quindi dalla passione per il destino degli uomini, dal desiderio di comunicare loro la salvezza. L’evangelizzazione rimane il compito primario della Chiesa. Come ha luminosamente testimoniato Giovanni Paolo II, la Chiesa è interessata all’uomo, perché è interessata a Cristo presente in ogni uomo. Ed è interessata a Cristo perché solo lui svela all’uomo la sua identità (cfr. n. 22).
Anche e soprattutto grazie al Concilio, la Bibbia è oggi molto più presente di un tempo nelle case della gente. Più difficile, partendo dalla Rivelazione, attualizzare il rapporto fra Scrittura e Tradizione. D’altra parte questo fa parte del suo ministero di apostolo. Cosa le dice – e cosa “ci” dice – in proposito la “Dei Verbum”?
Mi ha molto colpito la semplicità e l’acume con cui il Papa, quando mi ha ricevuto assieme agli altri vescovi dell’Emilia Romagna, ha sintetizzato il contenuto dei principali documenti del Concilio. A proposito della Lumen gentium e della Dei Verbum ci ha detto che parlano della Rivelazione, così come la Sacrosantum Conciliumparla della centralità dell’Eucarestia e la Gaudium et Spes della forza che muove il mondo, che è la fiducia nel Signore risorto.
La Dei Verbum, dunque, parla della rivelazione, cioè della comunicazione che Dio fa di se stesso agli uomini. Certamente la forma storica attraverso cui Dio si è comunicato all’uomo è la sua Parola, cioè Suo Figlio. Questa Parola, pur non riducibile alla Sacra Scrittura, trova in essa la sua prefigurazione e la sua espressione perenne. Il Concilio ha avuto il grande merito di sottolineare l’importanza della Sacra Scrittura, aiutando il popolo di Dio ad abbeverarsi ad essa anche attraverso una maggiore presenza nella liturgia di testi scritturistici. Proprio la liturgia è il contesto che più di ogni altro permette di leggere la Bibbia, poiché la sottrare a interpretazioni soggettive fuorvianti e, soprattutto, la proclama all’interno di un contesto vivo nel quale solo si rende intellegibile. La Dei Verbum ha sottolineato, a questo proposito, l’intima unità di Scrittura e Tradizione viva della Chiesa: «La sacra Tradizione e la sacra Scrittura costituiscono l’unico sacro deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa… Il compito di interpretare autenticamente la Parola di Dio, scritta o trasmessa, è stato affidato al solo magistero vivo della Chiesa» (Dei Verbum, n. 10). Non è possibile leggere la Scrittura fuori dalla Chiesa senza perderne il senso profondo, cioè la rivelazione del Figlio di Dio che è risorto ed è vivo oggi.
«Ci sono grandi dotti, grandi specialisti, grandi teologi – ha affermato significativamente Benedetto XVI – […] penetrati nei dettagli della sacra Scrittura […] ma non hanno potuto vedere il mistero stesso, il vero nucleo: che Gesù era realmente Figlio di Dio […]. Così il grande mistero di Gesù, del Figlio fattosi uomo, si riduce a un Gesù storico, una figura tragica, un fantasma senza carne e ossa, un uomo che è rimasto nel sepolcro, si è corrotto ed è realmente un morto» (Dall’omelia di Benedetto XVI nella Santa Messa con i membri della Commissione teologica internazionale, Cappella paolina, 1 dicembre 2009).
A questo proposito pochi giorni fa il Papa ha parlato della Chiesa come luogo vivo «nel quale vive dagli inizi questa Parola e dal quale riceve la sua luce, nella quale è nata. Già il fatto del canone è un fatto ecclesiale». E continuava: «Sempre e solo in questa comunione della Chiesa viva si può anche realmente capire, leggere la Scrittura come Parola di Dio, come Parola che ci guida nella vita e nella morte» (Benedetto XVI, Discorso ai Parroci e ai preti di Roma, 13 febbraio 2013).
Siamo nell’Anno della fede voluto da Benedetto XVI e indetto con la “Porta fidei”, ma già Paolo VI indisse (con l’Esortazione apostolica “Petrum et Paulum Apostolos”) un Anno della fede che si estese dal 29 giugno 1967 al 29 giugno 1968. Il 30 giugno 1968 proclamò il “Credo del Popolo di Dio”, che meriterebbe di essere riascoltato per intero. Entriamo nella stagione del post-Concilio, tra speranza e angosce: solo quattro anni dopo lo stesso Montini ebbe a dire: “Attraverso qualche fessura il fumo di Satana è entrato nella Chiesa”. Come le pare oggi la situazione della Chiesa, in questa stagione, rispetto alle inquietudini di Paolo VI?
Paolo VI sentiva fortemente l’urgenza di parlare all’uomo moderno. Nello stesso tempo non voleva tradire il contenuto della fede. Cercò di appoggiarsi agli uomini che sentiva più vicini alle proprie aperture, ma infine si trovò solo. Come d’altra parte aveva preannunciato in un appunto scritto durante un ritiro spirituale all’inizio del pontificato: “Mi sento come una statua sopra una guglia di un duomo”. Una meditazione che probabilmente gli era nata guardando la sua cattedrale di Milano.
Gli studi sul Concilio Vaticano II ormai possono documentare ampiamente quanto e dove egli sia intervenuto per bloccare le spinte indebite in avanti verso un dissolvimento dell’identità ecclesiale. Ma soprattutto egli cercò di bloccare tale processo negativo attraverso la parola, la sua parola drammatica e accorata che si affidava a Dio di fronte alle forze disgregatrici dell’unità ecclesiale.
Il Credo del popolo di Dio fu una delle espressioni più intense e impegnative di tale volontà di intervento. Pubblicato in occasione dell’anno della fede in pieno ’68 vuole essere un’enunciazione sintetica ed organica dei contenuti della fede. Tutte le verità espresse intorno a Cristo e alla vita cristiana nei Concili di Nicea, Costantinopoli, Efeso, Calcedonia fino a Trento e al Vaticano I, all’Immacolata Concezione e all’Assunzione di Maria vi si trovano assieme alla dottrina del Vaticano II sulla Chiesa. Paolo VI insistette sull’importanza di un’espressione formale delle verità di fede. Non si dovevano tralasciare troppo facilmente le parole che i Padri avevano scovato lungo i secoli anche a costo di lunghe lotte. Paolo VI riaffermò la dottrina della Transustanziazione, il celibato ecclesiastico, ebbe il coraggio di condannare la contraccezione e di subire l’opposizione di vasti settori della Chiesa a seguito di tale decisione. Ascoltava le ragioni di tutti e infine decideva. A lui si deve riconoscere il grande merito di non avere mai ceduto. Non avremmo avuto Giovanni Paolo II senza Paolo VI. Nell’ultimo discorso del suo pontificato, il 29 giugno 1978, festa dei santi Pietro e Paolo, poco più di un mese prima della morte, ebbe a dire: “Ci sentiamo a questa soglia estrema contrastati e sorretti dalla coscienza di avere instancabilmente ripetuto davanti alla Chiesa e al mondo: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente (Mt 16,16); anche noi, come Paolo, sentiamo di poter dire: ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede (2Tim 4,7)… Infatti la fede è più preziosa dell’oro (1Pt 1,7)… non basta riceverla, ma bisogna conservarla anche in mezzo alle difficoltà”. Fidem servavi. Proprio queste parole sembrano suggellare tutto il senso del suo pontificato. Certamente egli non ha potuto risolvere tutti i problemi dottrinali e disciplinari. Proprio nel discorso che ora ho citato esprime piena consapevolezza di un lavoro ancora da svolgere e volge un accorato invito a coloro che all’interno della Chiesa sono causa di eresie e di scisma affinché si guardino dal turbare ulteriormente la comunità ecclesiale. Tale compito di rinnovamento della Chiesa sarà al centro del pontificato di Giovanni Paolo II.
Temo non ci sia il tempo di analizzare il pontificato del Beato Giovanni Paolo II. Fermiamoci agli ultimi otto anni. Quali sono le linee fondamentali del rinnovamento che Benedetto XVI ha indicato alla Chiesa?
L’intero pontificato di Benedetto XVI si trova totalmente inscritto all’interno del grande alveo di rinnovamento creato dal Concilio: è iniziato nel 2005, proprio nell’anno in cui la Chiesa celebrava i 40 anni dalla fine del Concilio, e si è concluso nel cinquantesimo della sua apertura.
Penso che le linee fondamentali del rinnovamento che Benedetto XVI ha indicato si collochino sulla stessa linea di orizzonte dell’intendimento con cui Giovanni XXIII ha convocato il Concilio Vaticano II. Papa Giovanni parlava di una ripulitura del volto della Chiesa, di una cancellazione delle sue macchie provocate dal sedimentarsi della polvere del tempo sul suo volto (cfr. Giovanni XXIII, Discorso inaugurale per l’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, 11 ottobre 1962). Benedetto XVI si colloca sulla stessa lunghezza d’onda. Per lui si tratta di un’opera di cancellazione di tutto ciò che è inautentico, di purificazione, di semplificazione appunto. Di un dialogo continuo con l’origine: non per ripresentare le forme storiche di un’età dell’oro che non è mai esistita, ma per ritrovare nell’esperienza di Cristo con gli apostoli la forma originaria che ogni secolo cristiano è chiamato a rivivere. Per trovare una risposta al problema del rinnovamento della Chiesa, il cardinale Ratzinger affermava, negli anni Sessanta: «sarebbe necessario porre la domanda: che cosa risulta falso nella Chiesa, se messo a confronto con le origini? Questo appunto, e questo solo è il problema che vale come criterio dello sforzo di rinnovamento della Chiesa» (J. Ratzinger, Il nuovo popolo di Dio, Queriniana, Brescia 1971, 295).
La storia della Chiesa è una serie continua di inizi nuovi. «Il vero attore della riforma è lo Spirito Santo che favorisce inizi sempre nuovi e genera uomini portatori di tali inizi, profeti di una nuova fruttificazione del Vangelo» afferma ancora nel 2001 (J. Ratzinger, Dio e il mondo. Essere cristiani nel nuovo millennio, in colloquio con Peter Seewald, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 2001, 361).
Siamo ancora al Joseph Ratzinger fine teologo, però. Come Pontefice, ha saputo essere “riformatore”, nel senso espresso dal Concilio?
Diventato papa, Joseph Ratzinger modula continuamente queste note in nuove sinfonie. Qualche mese dopo la sua elezione alla cattedra di Pietro, nella Giornata Mondiale della Gioventù a Colonia, presenta i santi e i beati come i veri riformatori della Chiesa e come protagonisti di una rivoluzione positiva in tutto il mondo. «Solo dai santi, solo da Dio viene la vera rivoluzione, il cambiamento decisivo del mondo». Sempre nello stesso anno, il 22 dicembre, in occasione degli auguri natalizi alla Curia romana, in un discorso che rimarrà famoso, sostiene che ogni autentico rinnovamento nella Chiesa è un «insieme di continuità e discontinuità». Continuità con l’inizio, con le istituzioni fondamentali volute da Cristo, la regula fidei, il sacerdozio, il primato di Pietro. E discontinuità perché la comunità della Chiesa, per poter essere fedele al suo fondatore, deve rinascere continuamente nel confronto giorno dopo giorno con le persone e le culture che incontra, misurandosi con i problemi che sorgono e attraverso i quali il Signore la sfida. Con i vescovi tedeschi, in visita ad limina nel novembre del 2006, non può che toccare il tema della riforma. Critica l’attivismo esteriore delle riforme non autentiche e non spirituali e ribadisce che deve essere «la fede stessa a scandire in tutta la sua grandezza, chiarezza e bellezza il ritmo della riforma… di cui abbiamo bisogno». Le udienze del mercoledì dei primi anni del pontificato rileggono tutta la storia della Chiesa attraverso le vite dei santi: «essi sanno promuovere un rinnovamento ecclesiale stabile e profondo, perché essi stessi sono profondamente rinnovati, sono in contatto con la vera novità: la presenza di Dio nel mondo» (Udienza generale, 13 gennaio 2010).
Siamo in un periodo storico eccezionale, con la Santa Sede vacante e il Papa emerito. Grandi sfide attendono il nuovo Pontefice. Ancora sul tema della riforma della Chiesa, qual è la consegna fondamentale che Benedetto XVI ci lascia?
Alla luce di tutto ciò che ho detto fin ora si può comprendere che per Benedetto XVI il luogo fondamentale della riforma sia la liturgia. È attraverso di essa che l’uomo entra nella «gioia della fede, [nella] radicalità dell’obbedienza, [nella] dinamica della speranza e [nella] forza dell’amore» (Omelia per il giovedì santo, 5 aprile 2012). La liturgia consente quella conformazione a Cristo che è il presupposto e la base di ogni riforma autentica. Per Ratzinger “conformarsi a Cristo” vuol dire innanzitutto entrare nella sua obbedienza, quella che Lui ha vissuto e vive nei confronti del Padre e continua nella Chiesa come comunione con Pietro e i successori degli apostoli uniti a lui. Negli ultimi tre secoli l’Europa ha visto una generale contestazione al principio di obbedienza e di autorità. Reazione comprensibile di fronte all’autoritarismo e al clericalismo di tanti ambienti civili ed ecclesiali. Ma entrare nell’obbedienza non vuol dire cancellare la ragione, distruggere i sentimenti, annientare la propria umanità. È possibile obbedire a Dio obbedendo a degli uomini. Per questo il papa propone i santi come «traduzione dello stile di vita di Cristo». Essi ci mostrano come sia possibile vivere interamente la propria umanità in una sequela a Cristo e all’autorità della Chiesa in cui si coniugano obbedienza e libertà.
Il cuore della riforma è la santità, come aveva detto il Concilio parlando di «vocazione universale alla santità» (cfr.Lumen gentium, nn. 39ss).
Questa è, in definitiva, la sfida che sempre di nuovo la Chiesa si trova di fronte.
diocesi.re.it
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Il Vescovo e i giovani / 2 – Gesù e Nicodemo

Mons. Massimo Camisasca incontra i giovani della diocesi di Reggio Emilia – Guastalla. Secondo incontro del ciclo “Chi cercate?”. Tema della serata: “Come può un uomo rinascere? Il dialogo con Nicodemo”. Cattedrale di Reggio Emilia, venerdì 1° marzo 2013.

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Venerdì 1° marzo dalle 20 in Cattedrale. Il Vescovo parla ai giovani: le novità del secondo incontro

Un migliaio di giovani, nonostante la neve, hanno risposto all’invito del vescovo Massimo Camisasca la sera di venerdì 22 febbraio, per il primo degli appuntamenti quaresimali in Cattedrale. È già una bella notizia. Il Vescovo inoltre ha deciso di modificare la formula dei prossimi incontri: a partire da venerdì 1° marzo sarà offerta ai giovani che lo desiderano la possibilità di accostarsi al Sacramento della Riconciliazione.
A partire dalle 20 la Cattedrale sarà aperta, con a disposizione venti postazioni per le confessioni: quattro nei transetti della chiesa superiore e sedici nella cripta. Anche monsignor Camisasca sarà tra i confessori.
Alle 20.45 il Vescovo parlerà ai giovani sul tema “Come può un uomo rinascere? Il dialogo con Nicodemo”. Un’altra novità riguarda il tempo per le domande libere dei presenti, che sarà più congruo rispetto alla prima serata. L’intento rimane quello di concludere la conversazione alle 22, per favorire la meditazione personale e il rientro a casa in orari compatibili con i doveri scolastici dei presenti.
Molti dei partecipanti al primo incontro hanno espresso entusiasmo e attenzione per le catechesi proposte, che attualizzano i passi del Vangelo conducendo all’incontro personale con Gesù. Riflettendo sull’episodio della guarigione del cieco nato, il 22 febbraio, il Vescovo ha presentato la risposta cristiana ad una grande domanda che investe tutti gli uomini: “Siamo frutto del caso, venuti dal nulla, o siamo voluti da Qualcuno che ci conosce da prima della nostra nascita?”.
Il 1° marzo, soffermandosi sul personaggio di Nicodemo, indicherà ai giovani la via per “rinascere”, a cominciare dal Battesimo.
Seguiranno altri due incontri:
8 marzo – La sorgente del vero amore. La Samaritana al pozzo
15 marzo – Il dono di una vita senza fine. La risurrezione dell’amico Lazzaro
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Reggio Emilia: Cattedrale gremita per il primo incontro del Vescovo con i giovani

Cattedrale gremita la sera di venerdì 22 febbraio per il primo incontro del Vescovo Massimo con i giovani.
Fin dal suo ingresso in Diocesi, il 16 dicembre scorso, mons. Camisasca ha espresso il desiderio di parlare ai giovani.  E’ nato il percorso “Chi cercate?” promosso dal Servizio diocesano per la Pastorale Giovanile e dedicato agli incontri di Gesù. Le serate sono scandite dalla sobrietà. Un canto iniziale, la lettura di un brano del Vangelo di Giovanni, l’intervento del Vescovo e le domande dei giovani con l’obiettivo dichiarato di chiudere intorno alle 22.
E dal prossimo venerdì, il 1° marzo, il ritrovo è fissato per le 20.15, per offirire l’opportunità, a chi lo desidera, di accostarsi al sacramento della Riconciliazione.
“L’uomo è cieco quando non sa il perché della sua vita”, ha detto il Vescovo nella serata del 22 febbraio sul tema La luce che illumina la reatà. La guarigione del cieco nato. La fede “non è vedere delle cose che non esistono, ma vedere più in profondità le cose che esistono”. “E anche nelle prove ci sono occasioni in cui Dio vuole chiamarci a sé”, aggiunge riferendosi alla realtà delle malattie, come la cecità; ma pure i limiti umani possono essere “strada” alla conoscenza del Signore, se ci apriamo al suo perdono.
Mons. Camisasca parla cercando lo sguardo dei giovani. Essi, venuti in Cattedrale con il gruppo della parrocchia o del movimento, ascoltano attenti, alcuni prendono appunti.
Siamo frutti del caso venuti dal nulla o siamo voluti da Qualcuno che ci conosce da prima della nostra nascita? Questa la domanda più grande che possiamo farci, dice il Vescovo leggendo a commento il Salmo 139. All’origine di tutto, ecco la sua convinta risposta, c’è una “libertà amante”. Libertà, però. Per cui ognuno di noi “ha scritto dentro di sé un disegno”.
C’è di che riflettere in vista del secondo appuntamento: “Come può un uomo rinascere? Il dialogo con Nicodemo”, previsto per venerdì 1° marzo, in Cattedrale.
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Ingresso in Diocesi di mons. Massimo Camisasca (video)

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Agenda del Vescovo Massimo dal 17 Febbraio al 22 Febbraio 2013

AGENDA DEL VESCOVO
Domenica 17 febbraio
Alle 10 il Vescovo è a Cavazzoli per la posa della prima pietra della nuova Scuola dell’Infanzia.
Mercoledì 20 febbraio
Alle 21 in Cattedrale il Vescovo presiede la stazione quaresimale cittadina con il rito di elezione dei catecumeni.
Giovedì 21 febbraio
In mattinata incontra i preti giovani a Marola; nel pomeriggio visita la scuola San Tomaso di Correggio.
Venerdì 22 febbraio
In Cattedrale, alle 21, tiene il primo dei quattro incontri quaresimali con i giovani, dal titolo: La luce che illumina la realtà. La guarigione del cieco nato.
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