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Il vademecum. I cellulari alla Messa? Ecco perché non basta che siano silenziosi

Don Paolo Padrini è un sacerdote che di cellulari e tablet se ne intende. Non certo perché è uno di quei «preti e anche vescovi» che hanno «tanti telefonini alzati» durante la Messa, come ha ammonito oggi papa Francesco durante l’udienza generale in piazza San Pietro; ma perché è un esperto del mondo digitale ed è il “padre” diiBreviary, l’applicazione che permette di avere a portata di clic i testi della Liturgia delle Ore in cinque lingue e che è stata scaricata da oltre tre milioni di persone in tutto il mondo. «Bisogna essere chiari – spiega il sacerdote 45enne della diocesi di Tortona –. Il cellulare e il tablet sono un supporto alla preghiera ma non si usano per pregare. Soprattutto occorre chiedersi quando questi strumenti rischiano di arrecare disturbo al personale incontro con il Signore». Don Padrini fa un esempio. «Giustamente papa Francesco ha censurato l’uso del telefonino durante le celebrazioni. Mi permetto di aggiungere che il cellulare andrebbe lasciato a casa quando si va a Messa. E, se proprio lo portiamo con noi, va spento. Non è sufficiente impostarlo in “modalità silenziosa”». Perché? «È vero che con questa scelta non si disturbano gli altri e che non suonerà nel corso dell’Eucaristia. Ma, se il telefonino resta collegato alla rete, è come se nella nostra mente rimanesse un canale perennemente aperto che distrae anche l’anima. Infatti sentiremo sempre la vibrazione oppure avremo la curiosità di tirare fuori dalla tasca l’apparecchio per controllare se qualcuno ci ha chiamato. E ciò distrae dal dialogo con Dio che si crea nella liturgia».

Don Paolo Padrini, il sacerdote della diocesi di Tortona esperto del mondo digitale e ideatore dell'App iBreviary

Don Paolo Padrini, il sacerdote della diocesi di Tortona esperto del mondo digitale e ideatore dell’App iBreviary

Con un tocco di sarcasmo Francesco ha ironizzato sul fatto che nella Messa il sacerdote «non dice: “In alto i nostri telefonini per fare la fotografia!”». E ha avvertito: «È una cosa brutta». Che coinvolge sia i laici, sia i pastori. «Il Papa – afferma don Padrini – si riferiva a ciò che accade nelle celebrazioni che presiede. Tutti siamo tentati dal desiderio di prendere il cellulare se abbiamo di fronte il Pontefice. E lo facciamo sia per amore verso il Papa, sia perché partecipiamo a un grande momento di Chiesa. In preda a una sorta di furore eroico vogliamo immortalare l’attimo con un video o una fotografia. Si tratta di una giustificazione? Assolutamente no. La Messa non è un evento per riprese o scatti. È l’abbraccio con il Padre e il Figlio attraverso la Parola e i segni dell’azione liturgica. Pertanto le uniche antenne da issare sono quelle dello Spirito Santo e non le antenne che catturano altre onde, destinate a inquinare quei frangenti». Poi precisa: «In una celebrazione la partecipazione dell’assemblea si declina nell’ascolto, nelle parole della liturgia, nel canto. Non sicuramente nell’impiego di strumenti come il cellulare che non sono parte di questo contesto. Basterebbe il buon senso per capirlo». Eppure è arrivato il rimprovero di Francesco che ha ricordato: «La Messa non è uno spettacolo». E ha esortato «Ricordatevi: niente telefonini». «Il Papa – sottolinea il sacerdote – ribadisce che una celebrazione non è un set fotografico. E con le sue parole ci invita a custodire gli atti che compiamo. Lo dico anche laicamente: con il cellulare sempre in mano perdiamo il gusto per ciò che stiamo facendo. Pensiamo a quando in un concerto ci mettiamo a filmarlo invece di lasciarci conquistare dalla musica…».

Una religiosa in piazza San Pietro

Una religiosa in piazza San Pietro

Comunque iBreviary ha fatto breccia. «Innanzitutto l’App è legata alla preghiera personale – sostiene don Padrini –. A mio avviso, un cellulare o un tablet non è adatto per la preghiera comunitaria. Infatti dico “no” all’uso di questi strumenti nella Messa. E poi il breviario digitale va meditato in “modalità aereo”, ossia evitando che il telefonino suoni o che sullo schermo appaiono notifiche di messaggi e mail. Soltanto così il cellulare sarà consono alla preghiera. Del resto, non basta educare all’impiego intelligente dei device elettronici. Serve anche educare gli strumenti, vale a dire impostarli in maniera coerente. Tutto ciò eviterà di essere succubi della tecnologia o addirittura di essere manipolati da essa, fino quasi a diventarne schiavi».

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Commento al Vangelo XVI Domenica Tempo ordinario – Anno A

Guardiamo al bello, al buono che Dio semina in noi

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».

Questa parabola mi ha cambiato il volto di Dio. La interpretava con parole luminose padre Giovanni Vannucci, uno dei massimi mistici del ‘900. Diceva: il nostro cuore è un pugno di terra, seminato di buon seme e assediato da erbacce; una zolla di terra dove intrecciano le loro radici, talvolta inestricabili, il bene e il male.
«Vuoi che andiamo a togliere la zizzania?» domandano i servi al padrone. La risposta è perentoria: «No, perché rischiate di strapparmi spighe di buon grano!». Un conflitto di sguardi: quello dei servi si posa sul male, quello del padrone sul bene. Il seminatore infaticabile ripete: guarda al buon grano di domani, non alla zizzania. La gramigna è secondaria, viene dopo, vale di meno.
Tu pensa al buon seme. Davanti a Dio una spiga di buon grano vale più di tutta la zizzania del campo, il bene è più importante del male, la luce conta più del buio.
La morale del Vangelo infatti non è quella della perfezione, l’ideale assoluto e senza macchia, ma quella del cammino, della fecondità, dell’avvio, di grappoli che maturano tenacemente nel sole, di spighe che dolcemente si gonfiano di vita.
La parabola ci invita a liberarci dai falsi esami di coscienza negativi, dallo stilare il solito lungo elenco di ombre e di fragilità, che poi è sempre lo stesso. La nostra coscienza chiara, illuminata e sincera deve scoprire prima di tutto ciò che di vitale, bello, buono, promettente, la mano viva di Dio ha seminato in noi: il nostro giardino, l’Eden affidato alla nostra cura.
Mettiamoci sulla strada con cui Dio agisce: per vincere la notte accende il mattino; per far fiorire la steppa sterile getta infiniti semi di vita; per sollevare la farina pesante e immobile mette un pizzico di lievito. Dio avvia la primavera del cosmo, a noi spetta diventare l’estate profumata di messi. Io non sono i miei difetti o le mie debolezze, ma le mie maturazioni. Non sono creato a immagine del Nemico e della sua notte, ma a immagine del Creatore e del suo giorno.
L’attività religiosa, solare, positiva, vitale che dobbiamo avere verso noi stessi consiste nel
non preoccupiamoci prima di tutto delle erbacce o dei difetti, ma nel venerare tutte le forze di bontà, di generosità, di accoglienza, di bellezza e di tenerezza che Dio ci consegna. Facciamo che queste erompano in tutta la loro forza, in tutta la loro potenza e vedremo le tenebre scomparire.
Custodisci e coltiva con ogni cura i talenti, i doni, i semi di vita e la zizzania avrà sempre meno terreno. Preoccupati del buon seme, ama la vita, proteggi ogni germoglio, sii indulgente con tutte le creature. E sii indulgente anche con te stesso. E tutto il tuo essere fiorirà nella luce.
(Letture: Sapienza 12,13.16-19; Salmo 85; Romani 8, 26-27; Matteo 13, 24-30).

da Avvenire

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Lutto in diocesi: morto don Alcide Pecorari, parroco storico di San Giacomo

Lutto in diocesi: morto don Alcide Pecorari, parroco storico di San Giacomo

Si terrà la mattina di martedì 18 aprile alle 10.30 in Cattedrale a Reggio la liturgia di commiato per don Alcide Pecorari, spentosi nella tarda mattinata del Sabato santo – il 15 aprile – a Rubiera, all’età di 84 anni, dopo una lunga e inesorabile malattia.

Don Alcide per quattro decenni era stato alla guida della parrocchia cittadina dei Santi Giacomo e Filippo a Reggio Emilia, comunità parrocchiale che ora ne piange la dipartita.

Nato il 7 febbraio 1933 a Gazzata di San Martino in Rio – ma era originario della comunità di San Faustino di Rubiera – don Alcide avrebbe raggiunto il traguardo dei 60 anni di sacerdozio il prossimo 23 giugno.

donAlcidePecorari

Ricevuta l’ordinazione presbiterale nel 1957, era stato Vicario cooperatore a Bibbiano, poi a Castelnovo Sotto, quindi parroco a Cerreto Alpi dal 1964 al 1970, poi a Castelnovo ne’ Monti dal 1970 al 1977; nel corso di quello stesso anno venne nominato parroco di San Giacomo a Reggio. Per tre anni è stato anche amministratore parrocchiale in San Pietro, in città.

Cappellano della Polizia di Stato dal 1991 al 1996 (quindi Cappellano ausiliario dal 1996), poche settimane fa, il 27 marzo, aveva concelebrato in Cattedrale per l’ultima volta, proprio in occasione della Messa del Precetto pasquale per le Forze dell’Ordine.

Notaio presso il Tribunale diocesano dal 1999, e dal 2005 addetto alla Cancelleria vescovile di Curia, ha ricoperto anche il ruolo di Moderatore della parrocchie del Centro storico.

Nella giornata del Venerdì Santo aveva ricevuto la visita del vescovo Massimo Camisasca e l’Unzione con l’olio degli infermi.

Nell’ultimo periodo dell’aggravarsi della malattia era stato accudito con grande disponibilità dai familiari.

Ne piangono la scomparsa anche i vescovi emeriti Paolo Gibertini e Adriano Caprioli, con l’intero presbiterio di Reggio Emilia-Guastalla, e le Sorelle del Cenacolo Francescano.

La salma verrà esposta nell’obitorio del cimitero di Rubiera e si potrà visitare il giorno di Pasqua, domenica 16 aprile, dalle 8 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 19.30. In San Giacomo a Reggio, alle 18.30, verrà recitato il santo Rosario.

Il Lunedì dell’Angelo 17 aprile (giorno che precede le esequie), le spoglie di don Alcide verranno accolte attorno alle 10.30 nella chiesa parrocchiale di San Giacomo, dove alle 11.15 verrà celebrata la Messa dell’Ottava di Pasqua. La chiesa rimarrà poi aperta nel pomeriggio.

Martedì, infine, al termine delle esequie, don Pecorari verrà accompagnato a San Faustino di Rubiera per la sepoltura nel locale camposanto.

laliberta.info

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Video Commento letture S. Messa Domenica 13 Novembre 2016 di don Fabrizio Crotti

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La bella notizia del Signore che va a cercare chi si perde Commento Vangelo XXIV Domenica Tempo Ordinario – Anno C

In quel tempo (…) egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”». (…) Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. (…) Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze (…).

Un pastore che sfida il deserto, una donna di casa che non si dà pace per una moneta che non trova, un padre esperto in abbracci. Le tre parabole della misericordia sono il vangelo del vangelo. Sale dal loro fondo un volto di Dio che è la più bella notizia che potevamo ricevere.
C’era come un feeling misterioso tra Gesù e i peccatori, un cercarsi reciproco che scandalizzava scribi e sacerdoti. Gesù allora spiega questa amicizia con tre parabole tratte da storie di vita: una pecora perduta, una moneta perduta, un figlio che se ne va e si perde. Storie di perdita, che mettono in primo piano la pena di Dio quando perde e va in cerca, ma soprattutto la sua gioia quando trova.
Ecco allora la passione del pastore, quasi un inseguimento della sua pecora per steppe e pietraie. Se noi lo perdiamo, lui non ci perde mai. Non è la pecora smarrita a trovare il pastore, è trovata; non sta tornando all’ovile, se ne sta allontanando; il pastore non la punisce, è viva e tanto basta. E se la carica sulle spalle perché sia meno faticoso il ritorno. Immagine bellissima: Dio non guarda alla nostra colpa, ma alla nostra debolezza. Non traccia consuntivi, ma preventivi. Dio è amico della vita: Gesù guarisce ciechi zoppi lebbrosi non perché diventino bravi osservanti, tanto meglio se accadrà, ma perché tornino persone piene, felici, realizzate, uomini finalmente promossi a uomini.
La pena di un Dio donna-di-casa che ha perso una moneta, che accende la lampada e si mette a spazzare dappertutto e troverà il suo tesoro, lo scoverà sotto la polvere raccolta dagli angoli più oscuri della casa. Così anche noi, sotto lo sporco e i graffi della vita, sotto difetti e peccati, possiamo scovare sempre, in noi e in tutti, un frammento d’oro.
Un padre che non ha figli da perdere, e se ne perde uno solo la sua casa è vuota. Che non punta il dito e non colpevolizza i figli spariti dalla sua vista, ma li fa sentire un piccolo grande tesoro di cui ha bisogno. E corre e gli getta le braccia al collo e non gli importa niente di tutte le scuse che ha preparato, perché alla fedeltà del figlio preferisce la sua felicità.
Tutte e tre le parabole terminano con lo stesso “crescendo”. L’ultima nota è una gioia, una contentezza, una felicità che coinvolge cielo e terra: vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti… Da che cosa nasce questa felicità di Dio? Da un innamoramento, come in un perenne Cantico dei Cantici. Dio è l’Amata che gira di notte nella città e a tutti chiede una sola cosa: «avete visto l’amato del mio cuore?».
Sono io l’amato perduto. Dio è in cerca di me. Se lo capisco, invece di fuggire correrò verso di lui.
(Letture: Esodo 32, 7-11. 13-14; Salmo 50; 1 Timoteo 1, 12-17; Luca 15, 1-32 )

di Ermes Ronchi – avvenire

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Video Commento da You Tube Letture Santa Messa Domenica 4 Settembre 2016

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Video Commento Letture Assunzione di Maria 2016

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Tenersi pronti all’incontro con un Dio che si china sull’uomo

XIX Domenica Tempo ordinario – Anno C

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.
Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo» (…).

Tre volte è ripetuto un invito: siate pronti, tenetevi pronti. A che cosa? Allo splendore dell’incontro. E non con un Dio minaccioso, ladro di vita, che è la proiezione delle nostre paure e dei nostri moralismi violenti; ma con l’impensabile di Dio: un Dio che si fa servo dei suoi servi, che «li farà mettere a tavola e passerà a servirli». Che si china davanti all’uomo, con stima, rispetto, gratitudine. Il capovolgimento dell’idea di un Dio padrone. Il punto commovente, sublime di questa parabola, il momento straordinario è proprio quando accade l’inconcepibile: il Signore si mette a fare il servo, si pone a servizio della mia vita!
Ed ecco Gesù ribadire, perché si imprima bene, questo atteggiamento stravolgente del Signore: «E se giungendo nel cuore della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro». E passerà a servirli. Perché è rimasto incantato.
Che i servi restino in attesa, svegli fino all’alba, non è richiesto; è “un di più” non dettato né da dovere né da paura, si attende così solo se si ama e si desidera, e non si vede l’ora che giunga il momento degli abbracci: «Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore». Un padrone-tesoro verso cui punta diritta la freccia del cuore, come fosse l’amato del Cantico: Dormo, ma il mio cuore veglia (5,2).
Per il servo infedele invece il tesoro è il gusto del potere sugli altri servi, approfittando del ritardo del padrone «cominciare a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere, a ubriacarsi».
Per quel servo, che ha posto il tesoro nelle cose, l’incontro alla fine della notte con il suo signore sarà la dolorosa scoperta di avere mortificato la propria vita nel momento in cui mortificava gli altri; la triste sorpresa di avere fra le mani solo il pianto, i cocci di una vita sbagliata.
La nostra vita è viva quando coltiva tesori di speranze e di persone; vive se custodisce un capitale di sogni e di persone amate, per le quali trepidare, tremare e gioire.
Ma ancora di più il nostro tesoro d’oro fino è un Dio che ha fiducia in noi, al punto di affidarci, come a servi capaci, la casa grande che è il mondo, con tutte le sue meraviglie.
Che fortuna avere un Signore così, che ci ripete: Il mondo è per voi! Potete coltivarne e goderne la bellezza, potete custodire ogni alito di vita. Siete custodi anche del vostro cuore: coltivatelo al gusto del bello, alla sete della sapienza.
Mio tesoro è il volto di Dio, l’immagine straordinaria, clamorosa, che solo Gesù ha osato: Dio nostro servitore, che ha nome Amore, pastore di costellazioni e di cuori, che viene, chiude le porte della notte e apre quelle della luce, ci farà mettere a tavola, e passerà a servirci, le mani colme di doni.
(Letture: Sapienza 18,6-9; Salmo 32; Ebrei 11,1-2.8-19; Luca 12, 32-48).

Avvenire

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Video Commento Letture XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

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Sala Stampa: non sono previste nuove direttive liturgiche

Nessuna nuova direttiva liturgica a partire dal prossimo Avvento. E’ quanto affermato dal direttore della Sala Stampa, padre Federico Lombardi, offrendo ai giornalisti “una precisazione a seguito di notizie di stampa circolate dopo una conferenza tenuta a Londra dal cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione del Culto Divino, alcuni giorni fa”. Il servizio di Alessandro Gisotti da Radio Vaticana.

Il cardinale Sarah, afferma padre Lombardi, “si è sempre preoccupato giustamente della dignità della celebrazione della Messa, in modo da esprimere adeguatamente l’atteggiamento di rispetto e adorazione per il mistero eucaristico”.

Male interpretate le parole del cardinale Sarah
Alcune sue espressioni, prosegue, “sono state tuttavia male interpretate, come se annunciassero nuove indicazioni difformi da quelle finora date nelle norme liturgiche e nelle parole del Papa sulla celebrazione verso il popolo e sul rito ordinario della Messa”. Il direttore della Sala Stampa Vaticana rammenta che nell’Ordinamento Generale del Messale Romano si stabilisce che “l’altare sia costruito staccato dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo, la qual cosa è conveniente realizzare ovunque sia possibile. L’altare sia poi collocato in modo da costituire realmente il centro verso il quale spontaneamente converga l’attenzione dei fedeli”.

Non previste direttive liturgiche a partire dall’Avennto
Per parte sua, riprende padre Lombardi, “Papa Francesco, in occasione della sua visita al Dicastero del Culto Divino, ha ricordato espressamente che la formaordinaria della celebrazione della Messa è quella prevista dal Messale promulgato da Paolo VI, mentre quella straordinaria, che è stata permessa dal Papa Benedetto XVI per le finalità e con le modalità da lui spiegate nel Motu ProprioSummorum Pontificum, non deve prendere il posto di quella ordinaria”. Quindi, dichiara il portavoce vaticano, “non sono previste nuove direttive liturgiche a partire dal prossimo Avvento, come qualcuno ha impropriamente dedotto da alcune parole del cardinale Sarah, ed è meglio evitare di usare la espressioneriforma della riforma”, “riferendosi alla liturgia, dato che talvolta è stata fonte di equivoci”. Tutto ciò, conclude il direttore della Sala Stampa, “è stato concordemente espresso nel corso di una recente udienza concessa dal Papa allo stesso cardinale Prefetto della Congregazione del Culto Divino”.

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26 Giugno 2016 Commento Letture S. Messa di don Fabrizio Crotti

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Nuovo rito del matrimonio, come cambia il modo di dire sì

di Silvia Migliorini
Più di 600 delegati delle 227 diocesi italiane erano presenti al Convegno Nazionale per la presentazione del Nuovo Rito del matrimonio, che si è svolto a Grosseto nella giornate di giovedì 4, venerdì 5 e sabato 6 novembre. Il Convegno, organizzato dalla Conferenza Episcopale Italiana, dall’Ufficio Liturgico nazionale, dall’Ufficio per la Pastorale della famiglia, Catechistico nazionale e dal servizio nazionale per la Pastorale giovanile, sul tema «Celebrare il mistero grande dell’amore» aveva lo scopo di riflettere sul Nuovo Rito del matrimonio che entrerà in vigore dalla prima domenica d’Avvento, il 28 novembre prossimo.

«Ai cattolici che si avvicinano al matrimonio – ha detto il Segretario generale della Cei, mons. Giuseppe Betori – la Chiesa italiana chiede di partire dalla celebrazione del rito, per un cammino verso una fede matura e consapevole … si tratta di un libro – ha continuato – che non si limita e non si esaurisce nella celebrazione, ma offre contenuti e percorsi sia per la preparazione al matrimonio, sia per la riflessione mistagogica, che oggi è più che mai necessaria per dare solidità umana e spirituale alle giovani coppie di sposi, esposte al rischio della superficialità, della fragilità e purtroppo sempre più spesso del fallimento». E proprio della preparazione al matrimonio si è molto discusso in seno al Convengo.

È stata ribadita la necessità di «accompagnare e non seguire» i fidanzati verso la scelta consapevole del matrimonio «come momento culminante di un itinerario, quando la coppia, libera e consapevole – ha detto don Andrea Fontana, direttore dell’Ufficio catechistico di Torino – decide di consacrarsi nell’amore stesso di Cristo, fedele ed indistruttibile, animato dallo Spirito Santo, realizzando ogni giorno la volontà del Padre, cioè la reciproca santificazione attraverso i gesti quotidiani d’amore e di comunione».

I corsi pre-matrimoniali – secondo quanto è emerso – devono configurarsi come progetti personalizzati in itinerari prolungati in cui la Chiesa mostri interesse, cordialità, accoglienza senza giudizio, si sappia mettere in ascolto avendo a cuore il cammino che i fidanzati stanno facendo, personalizzando a ciascuna coppia i contenuti… «ogni coppia – hanno spiegato Marialicia e Carmelo Moscato, responsabili della Pastorale familiare della Diocesi di Monreale – è unica e per questo deve potere ricevere un trattamento personalizzato al fine di fare incontrare la coppia con se stessa … non è importante che siano coinvolti nel gruppo ma che diventino sempre più coppia che si avvia al matrimonio».

«Il matrimonio – ha affermato Don Paolo Giulietti, direttore del Servizio Cei per la Pastorale giovanile – si distacca sempre di più dall’idea del contratto. Del gesto burocratico come potrebbe essere un matrimonio civile, perché restituisce tutto all’ambito dell’esperienza religiosa. Al tempo stesso il Nuovo Rito favorisce una visione del matrimonio meno folcloristica e romantica, perché trasposta più decisamente nel campo della fede … forse – ha concluso – il Nuovo Rito potrà aiutare a vivere in maniera diversa anche la decisione di sposarsi, come risposta ad una chiamata di Dio che viene dal battesimo e conseguentemente ad accettare il matrimonio come missione».

«Tra le tante novità del Rito la più pubblicizzata è stata la nuova formula “accolgo te” al posto di “prendo te” – ha spiegato don Giuseppe Busani, direttore dell’Ufficio liturgico nazionale – alcuni ritengono che sia meno incisiva della precedente. Non sono d’accordo – ribatte – perché la nuova formula sottolinea maggiormente un impegno fondato sulla grazia di Cristo».

Punto molto dibattuto è stato il secondo capitolo della pubblicazione del Nuovo Rito che prevede la celebrazione del Sacramento del matrimonio senza Eucaristia ma con la sola Liturgia della Parola: «un’opportunità in più offerta alle giovani coppie – ha detto Andrea Grillo, teologo e membro della Commissione istituita dalla Cei per la stesura finale del Nuovo Rito del matrimonio – da parte di una Chiesa che promuove e accoglie ogni storia di fede».

Grillo ha spiegato che la possibilità di celebrare il matrimonio con la sola Liturgia della Parola intende rimediare a due eccessi in cui le comunità parrocchiali possono cadere: «Ci potrebbe essere il rischio di pensare – ha spiegato – da una parte di avere un diritto acquisito a sposarsi in Chiesa e dall’altra di credere che il matrimonio in Chiesa sia il risultato di una selettivo concorso a numero chiuso. Tra una pericolosa indifferenza ed una selettiva diffidenza la Chiesa italiana ha voluto trovare una mediazione, proponendo di accogliere la coppia con una delicata e attenta attenzione pastorale. Il fatto che l’Eucaristia non venga celebrata nel corso del matrimonio, come libera scelta dei nubendi, non deve essere vissuta come mera sottrazione ma come opportunità che si vuole dare alla coppia per riscoprire un più intenso desiderio di Eucaristia».

Il parroco: «Aiuterà gli sposi a essere più consapevoli»
E’ stata consegnata nelle mani di don Paolo Gentili, parroco della comunità di Roselle, frazione di Grosseto, come rappresentante di tutti i parroci italiani al Convegno nazionale, la prima pubblicazione del Nuovo Rito del matrimonio. Mons. Giuseppe Betori, Segretario generale della Cei, ha voluto compiere questo gesto simbolico per significare un passaggio di consegne a coloro che, dal 28 novembre prossimo, data in cui il Rito entrerà ufficialmente in vigore, si avvarranno della novità da proporre alle giovani coppie di sposi e così… insieme a don Paolo anche due giovani fidanzati grossetani, Emanuele Lodde e Simona Rusconi, della parrocchia del SS. Crocifisso, hanno ricevuto, come prima coppia, il Nuovo Rito, in segno di accoglienza.

Don Paolo, entriamo nei dettagli. Quali sono le novità del Nuovo Rito del matrimonio, cioè in che cosa si differenzia rispetto a quello tradizionale?

«La prima novità è la stretta connessione con il Battesimo – spiega – per questo nel primo capitolo, che è quello riferito alla celebrazione, è previsto che gli Sposi facciano memoria del loro Battesimo rinnovando le promesse, con il Sacerdote, vicino al Fonte battesimale».

Quindi gli sposi vanno insieme verso l’Altare… e dopo?

«Inizia la Liturgia della Parola che è stata ampliata nella scelta: sono 82 brani adesso tra Antico e Nuovo Testamento che possono essere scelti dagli sposi per la celebrazione. Questo perché gli sposi vivano con maggiore impegno il tempo della scelta per la preparazione della liturgia della Parola».

Si arriva, poi, al momento culminante che è quello della Liturgia del Matrimonio: che cosa è cambiato?

«Gli sposi possono scegliere se rispondere alle domande tradizionali del Sacerdote o declamare insieme una professione di fede, che le contenga tutte, in cui l’accento è posto, in modo particolare, sulla preghiera alla comunità, a cui è dato un ruolo rilevante, che li accompagni e li sostenga nel loro cammino di coppia. Si giunge, quindi, ad una nuova scelta: o pronunciare la formula nuova tanto pubblicizzata “Io accolgo te, come mia sposa, con la Grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre nella gioia e del dolore, nella salute e nella malattia e di amarti ed onorarti per tutti i giorni della mia vita” … oppure iniziare un dialogo vero e proprio tra gli sposi che inizia così “Vuoi unire la tua vita alla mia?”».

Quale significato assume il termine «accolgo te» che è stato sostituito al tradizionale «prendo te»?

«Ritengo che sottolinei il dono che l’altro fa di se stesso nella libertà… c’è una disponibilità ad accogliere tutto dell’altro, con i suoi pregi e difetti. È, poi, maggiormente sottolineata l’idea di vocazione al matrimonio, come risposta alla chiamata di Dio. Subito dopo il Consenso (prima era successivo al Padre Nostro), è il momento della benedizione nuziale… ciò sta a significare che la benedizione nasce direttamente dal sacramento del matrimonio. Nuova aggiunta, dopo gli scambi degli anelli, le litanie dei Santi, soprattutto dei santi che sono stati sposati».

E riguardo al Secondo capitolo, di cui si è molto parlato, in cui è offerta la possibilità a giovani coppie che da tempo hanno abbandonato il cammino ecclesiale, di sposarsi comunque in Chiesa ma con la sola Liturgia della Parola?

«Qualcuno ha pensato ad un rito di serie B… Non sono d’accordo. Ritengo che abbia lo stesso spessore dell’altro, ma senza il momento dell’Eucaristia. Il tutto nasce dall’esigenza di evitare il più possibile quei matrimoni in cui è palpabile la poca partecipazione da parte degli sposi e dei parenti. La Chiesa ha fatto questa scelta anche e soprattutto per risvegliare negli sposi il desiderio di Eucaristia, di comprendere in modo pieno e consapevole il senso del matrimonio in Chiesa».

La scheda: tutte le novità
Il nuovo rito del matrimonio (in realtà sarebbe più corretto parlare di «adattamento» del rito) entrerà in vigore dal 28 novembre. Il testo prevede tre riti distinti: il primo inserito nella Messa, il secondo inserito nella Liturgia della Parola (senza l’Eucaristia), il terzo riguardante il matrimonio in cui solo uno dei due sposi sia battezzato. Specie per le prime due tipologie, ci sono alcuni importanti cambiamenti rispetto a quanto avvenuto fino ad oggi.

«Io accolgo te…»
La novità più grande riguarda la formula, che diventa «Io accolgo te, come mia sposa, con la Grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre nella gioia e del dolore, nella salute e nella malattia e di amarti ed onorarti per tutti i giorni della mia vita». Mai gli sposi possono anche scegliere una formula più complessa, costituita da un dialogo vero e proprio tra gli sposi che inizia così: «Vuoi unire la tua vita alla mia?»

Si inizia dal fonte battesimale
Un’altra novità importante riguarda l’inizio della celebrazione: il sacerdote accoglie la coppia vicino al fonte battesimale, dove i futuri sposi rinnovano le promesse battesimali prima di incamminarsi insieme verso l’altare.

Letture, scelta più ampia
Per la Liturgia della Parola, è stata ampliata la scelta a disposizione: adesso sono 82 i brani tra Antico e Nuovo Testamento che possono essere scelti dagli sposi per la celebrazione. Rinnovate anche le litanie dei santi, con uno spazio particolare dedicato ai santi sposati

Matrimonio senza messa
L’adattamento del rito introduce anche una possibilità in più: quella di celebrare il matrimonio senza l’Eucaristia, all’interno di una Liturgia della Parola. Una formula pensata per le coppie che esprimono il desiderio di sposarsi in Chiesa, ma non hanno alle spalle un cammino di vita cristiana. Non un’imposizione, ma una scelta in più a disposizione delle coppie.

La benedizione degli sposi
Nuova è anche la formula per la benedizione degli sposi. Il testo accentua la supplica affinché gli sposi, «segnati con il fuoco dello Spirito, diventino Vangelo vivo tra gli uomini». E introduce l’aspetto escatologico: «la profonda nostalgia» di Dio «fino al giorno in cui potranno, con i loro cari, lodare in eterno» il Suo nome.

– See more at: http://www.toscanaoggi.it

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Video Commento Letture S. Messa Santissima Trinità di don Fabrizio Crotti dalla web Tv Santo Stefano

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Avviso Messa di Pentecoste 15 Maggio 2016 ore 10,30 celebrazione unica per tutte le parrocchie UP

UNITÀ PASTORALE «SANTI CRISANTO E DARIA»

CATTEDRALE – S. PROSPERO – S. TERESA

–S. STEFANO – S. ZENONE
Giubileo della Misericordia
«Mentre stava
compiendosi il giorno
della Pentecoste,
si trovavano
tutti insieme
nello stesso luogo»
(Atti 2,1)
Domenica 15 maggio 2016, ore 10.30
nella Basilica B. Vergine della Ghiara
Messa di Pentecoste per le parrocchie dell’Unità Pastorale
Ci stringeremo come una sola famiglia intorno al Vescovo emerito
Adriano Caprioli, che rende grazie a Dio per i suoi 80 anni di vita.

– domenica 15 maggio, alle 10.30 nella Basilica della Ghiara: Messa di Pentecoste unica per tutte e 5 le parrocchie

scarica la locandina file-pdf>>> Pentecoste_2016

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Commento Letture 10 Aprile III Domenica di Pasqua

a cura di don Fabrizio Crotti, teologo di Reggio Emilia

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