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Lutto in diocesi: morto don Alcide Pecorari, parroco storico di San Giacomo

Lutto in diocesi: morto don Alcide Pecorari, parroco storico di San Giacomo

Si terrà la mattina di martedì 18 aprile alle 10.30 in Cattedrale a Reggio la liturgia di commiato per don Alcide Pecorari, spentosi nella tarda mattinata del Sabato santo – il 15 aprile – a Rubiera, all’età di 84 anni, dopo una lunga e inesorabile malattia.

Don Alcide per quattro decenni era stato alla guida della parrocchia cittadina dei Santi Giacomo e Filippo a Reggio Emilia, comunità parrocchiale che ora ne piange la dipartita.

Nato il 7 febbraio 1933 a Gazzata di San Martino in Rio – ma era originario della comunità di San Faustino di Rubiera – don Alcide avrebbe raggiunto il traguardo dei 60 anni di sacerdozio il prossimo 23 giugno.

donAlcidePecorari

Ricevuta l’ordinazione presbiterale nel 1957, era stato Vicario cooperatore a Bibbiano, poi a Castelnovo Sotto, quindi parroco a Cerreto Alpi dal 1964 al 1970, poi a Castelnovo ne’ Monti dal 1970 al 1977; nel corso di quello stesso anno venne nominato parroco di San Giacomo a Reggio. Per tre anni è stato anche amministratore parrocchiale in San Pietro, in città.

Cappellano della Polizia di Stato dal 1991 al 1996 (quindi Cappellano ausiliario dal 1996), poche settimane fa, il 27 marzo, aveva concelebrato in Cattedrale per l’ultima volta, proprio in occasione della Messa del Precetto pasquale per le Forze dell’Ordine.

Notaio presso il Tribunale diocesano dal 1999, e dal 2005 addetto alla Cancelleria vescovile di Curia, ha ricoperto anche il ruolo di Moderatore della parrocchie del Centro storico.

Nella giornata del Venerdì Santo aveva ricevuto la visita del vescovo Massimo Camisasca e l’Unzione con l’olio degli infermi.

Nell’ultimo periodo dell’aggravarsi della malattia era stato accudito con grande disponibilità dai familiari.

Ne piangono la scomparsa anche i vescovi emeriti Paolo Gibertini e Adriano Caprioli, con l’intero presbiterio di Reggio Emilia-Guastalla, e le Sorelle del Cenacolo Francescano.

La salma verrà esposta nell’obitorio del cimitero di Rubiera e si potrà visitare il giorno di Pasqua, domenica 16 aprile, dalle 8 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 19.30. In San Giacomo a Reggio, alle 18.30, verrà recitato il santo Rosario.

Il Lunedì dell’Angelo 17 aprile (giorno che precede le esequie), le spoglie di don Alcide verranno accolte attorno alle 10.30 nella chiesa parrocchiale di San Giacomo, dove alle 11.15 verrà celebrata la Messa dell’Ottava di Pasqua. La chiesa rimarrà poi aperta nel pomeriggio.

Martedì, infine, al termine delle esequie, don Pecorari verrà accompagnato a San Faustino di Rubiera per la sepoltura nel locale camposanto.

laliberta.info

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Video Commento letture S. Messa Domenica 13 Novembre 2016 di don Fabrizio Crotti

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La bella notizia del Signore che va a cercare chi si perde Commento Vangelo XXIV Domenica Tempo Ordinario – Anno C

In quel tempo (…) egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”». (…) Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. (…) Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze (…).

Un pastore che sfida il deserto, una donna di casa che non si dà pace per una moneta che non trova, un padre esperto in abbracci. Le tre parabole della misericordia sono il vangelo del vangelo. Sale dal loro fondo un volto di Dio che è la più bella notizia che potevamo ricevere.
C’era come un feeling misterioso tra Gesù e i peccatori, un cercarsi reciproco che scandalizzava scribi e sacerdoti. Gesù allora spiega questa amicizia con tre parabole tratte da storie di vita: una pecora perduta, una moneta perduta, un figlio che se ne va e si perde. Storie di perdita, che mettono in primo piano la pena di Dio quando perde e va in cerca, ma soprattutto la sua gioia quando trova.
Ecco allora la passione del pastore, quasi un inseguimento della sua pecora per steppe e pietraie. Se noi lo perdiamo, lui non ci perde mai. Non è la pecora smarrita a trovare il pastore, è trovata; non sta tornando all’ovile, se ne sta allontanando; il pastore non la punisce, è viva e tanto basta. E se la carica sulle spalle perché sia meno faticoso il ritorno. Immagine bellissima: Dio non guarda alla nostra colpa, ma alla nostra debolezza. Non traccia consuntivi, ma preventivi. Dio è amico della vita: Gesù guarisce ciechi zoppi lebbrosi non perché diventino bravi osservanti, tanto meglio se accadrà, ma perché tornino persone piene, felici, realizzate, uomini finalmente promossi a uomini.
La pena di un Dio donna-di-casa che ha perso una moneta, che accende la lampada e si mette a spazzare dappertutto e troverà il suo tesoro, lo scoverà sotto la polvere raccolta dagli angoli più oscuri della casa. Così anche noi, sotto lo sporco e i graffi della vita, sotto difetti e peccati, possiamo scovare sempre, in noi e in tutti, un frammento d’oro.
Un padre che non ha figli da perdere, e se ne perde uno solo la sua casa è vuota. Che non punta il dito e non colpevolizza i figli spariti dalla sua vista, ma li fa sentire un piccolo grande tesoro di cui ha bisogno. E corre e gli getta le braccia al collo e non gli importa niente di tutte le scuse che ha preparato, perché alla fedeltà del figlio preferisce la sua felicità.
Tutte e tre le parabole terminano con lo stesso “crescendo”. L’ultima nota è una gioia, una contentezza, una felicità che coinvolge cielo e terra: vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti… Da che cosa nasce questa felicità di Dio? Da un innamoramento, come in un perenne Cantico dei Cantici. Dio è l’Amata che gira di notte nella città e a tutti chiede una sola cosa: «avete visto l’amato del mio cuore?».
Sono io l’amato perduto. Dio è in cerca di me. Se lo capisco, invece di fuggire correrò verso di lui.
(Letture: Esodo 32, 7-11. 13-14; Salmo 50; 1 Timoteo 1, 12-17; Luca 15, 1-32 )

di Ermes Ronchi – avvenire

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Video Commento da You Tube Letture Santa Messa Domenica 4 Settembre 2016

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Video Commento Letture Assunzione di Maria 2016

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Tenersi pronti all’incontro con un Dio che si china sull’uomo

XIX Domenica Tempo ordinario – Anno C

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.
Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo» (…).

Tre volte è ripetuto un invito: siate pronti, tenetevi pronti. A che cosa? Allo splendore dell’incontro. E non con un Dio minaccioso, ladro di vita, che è la proiezione delle nostre paure e dei nostri moralismi violenti; ma con l’impensabile di Dio: un Dio che si fa servo dei suoi servi, che «li farà mettere a tavola e passerà a servirli». Che si china davanti all’uomo, con stima, rispetto, gratitudine. Il capovolgimento dell’idea di un Dio padrone. Il punto commovente, sublime di questa parabola, il momento straordinario è proprio quando accade l’inconcepibile: il Signore si mette a fare il servo, si pone a servizio della mia vita!
Ed ecco Gesù ribadire, perché si imprima bene, questo atteggiamento stravolgente del Signore: «E se giungendo nel cuore della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro». E passerà a servirli. Perché è rimasto incantato.
Che i servi restino in attesa, svegli fino all’alba, non è richiesto; è “un di più” non dettato né da dovere né da paura, si attende così solo se si ama e si desidera, e non si vede l’ora che giunga il momento degli abbracci: «Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore». Un padrone-tesoro verso cui punta diritta la freccia del cuore, come fosse l’amato del Cantico: Dormo, ma il mio cuore veglia (5,2).
Per il servo infedele invece il tesoro è il gusto del potere sugli altri servi, approfittando del ritardo del padrone «cominciare a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere, a ubriacarsi».
Per quel servo, che ha posto il tesoro nelle cose, l’incontro alla fine della notte con il suo signore sarà la dolorosa scoperta di avere mortificato la propria vita nel momento in cui mortificava gli altri; la triste sorpresa di avere fra le mani solo il pianto, i cocci di una vita sbagliata.
La nostra vita è viva quando coltiva tesori di speranze e di persone; vive se custodisce un capitale di sogni e di persone amate, per le quali trepidare, tremare e gioire.
Ma ancora di più il nostro tesoro d’oro fino è un Dio che ha fiducia in noi, al punto di affidarci, come a servi capaci, la casa grande che è il mondo, con tutte le sue meraviglie.
Che fortuna avere un Signore così, che ci ripete: Il mondo è per voi! Potete coltivarne e goderne la bellezza, potete custodire ogni alito di vita. Siete custodi anche del vostro cuore: coltivatelo al gusto del bello, alla sete della sapienza.
Mio tesoro è il volto di Dio, l’immagine straordinaria, clamorosa, che solo Gesù ha osato: Dio nostro servitore, che ha nome Amore, pastore di costellazioni e di cuori, che viene, chiude le porte della notte e apre quelle della luce, ci farà mettere a tavola, e passerà a servirci, le mani colme di doni.
(Letture: Sapienza 18,6-9; Salmo 32; Ebrei 11,1-2.8-19; Luca 12, 32-48).

Avvenire

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Video Commento Letture XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

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Sala Stampa: non sono previste nuove direttive liturgiche

Nessuna nuova direttiva liturgica a partire dal prossimo Avvento. E’ quanto affermato dal direttore della Sala Stampa, padre Federico Lombardi, offrendo ai giornalisti “una precisazione a seguito di notizie di stampa circolate dopo una conferenza tenuta a Londra dal cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione del Culto Divino, alcuni giorni fa”. Il servizio di Alessandro Gisotti da Radio Vaticana.

Il cardinale Sarah, afferma padre Lombardi, “si è sempre preoccupato giustamente della dignità della celebrazione della Messa, in modo da esprimere adeguatamente l’atteggiamento di rispetto e adorazione per il mistero eucaristico”.

Male interpretate le parole del cardinale Sarah
Alcune sue espressioni, prosegue, “sono state tuttavia male interpretate, come se annunciassero nuove indicazioni difformi da quelle finora date nelle norme liturgiche e nelle parole del Papa sulla celebrazione verso il popolo e sul rito ordinario della Messa”. Il direttore della Sala Stampa Vaticana rammenta che nell’Ordinamento Generale del Messale Romano si stabilisce che “l’altare sia costruito staccato dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo, la qual cosa è conveniente realizzare ovunque sia possibile. L’altare sia poi collocato in modo da costituire realmente il centro verso il quale spontaneamente converga l’attenzione dei fedeli”.

Non previste direttive liturgiche a partire dall’Avennto
Per parte sua, riprende padre Lombardi, “Papa Francesco, in occasione della sua visita al Dicastero del Culto Divino, ha ricordato espressamente che la formaordinaria della celebrazione della Messa è quella prevista dal Messale promulgato da Paolo VI, mentre quella straordinaria, che è stata permessa dal Papa Benedetto XVI per le finalità e con le modalità da lui spiegate nel Motu ProprioSummorum Pontificum, non deve prendere il posto di quella ordinaria”. Quindi, dichiara il portavoce vaticano, “non sono previste nuove direttive liturgiche a partire dal prossimo Avvento, come qualcuno ha impropriamente dedotto da alcune parole del cardinale Sarah, ed è meglio evitare di usare la espressioneriforma della riforma”, “riferendosi alla liturgia, dato che talvolta è stata fonte di equivoci”. Tutto ciò, conclude il direttore della Sala Stampa, “è stato concordemente espresso nel corso di una recente udienza concessa dal Papa allo stesso cardinale Prefetto della Congregazione del Culto Divino”.

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26 Giugno 2016 Commento Letture S. Messa di don Fabrizio Crotti

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Nuovo rito del matrimonio, come cambia il modo di dire sì

di Silvia Migliorini
Più di 600 delegati delle 227 diocesi italiane erano presenti al Convegno Nazionale per la presentazione del Nuovo Rito del matrimonio, che si è svolto a Grosseto nella giornate di giovedì 4, venerdì 5 e sabato 6 novembre. Il Convegno, organizzato dalla Conferenza Episcopale Italiana, dall’Ufficio Liturgico nazionale, dall’Ufficio per la Pastorale della famiglia, Catechistico nazionale e dal servizio nazionale per la Pastorale giovanile, sul tema «Celebrare il mistero grande dell’amore» aveva lo scopo di riflettere sul Nuovo Rito del matrimonio che entrerà in vigore dalla prima domenica d’Avvento, il 28 novembre prossimo.

«Ai cattolici che si avvicinano al matrimonio – ha detto il Segretario generale della Cei, mons. Giuseppe Betori – la Chiesa italiana chiede di partire dalla celebrazione del rito, per un cammino verso una fede matura e consapevole … si tratta di un libro – ha continuato – che non si limita e non si esaurisce nella celebrazione, ma offre contenuti e percorsi sia per la preparazione al matrimonio, sia per la riflessione mistagogica, che oggi è più che mai necessaria per dare solidità umana e spirituale alle giovani coppie di sposi, esposte al rischio della superficialità, della fragilità e purtroppo sempre più spesso del fallimento». E proprio della preparazione al matrimonio si è molto discusso in seno al Convengo.

È stata ribadita la necessità di «accompagnare e non seguire» i fidanzati verso la scelta consapevole del matrimonio «come momento culminante di un itinerario, quando la coppia, libera e consapevole – ha detto don Andrea Fontana, direttore dell’Ufficio catechistico di Torino – decide di consacrarsi nell’amore stesso di Cristo, fedele ed indistruttibile, animato dallo Spirito Santo, realizzando ogni giorno la volontà del Padre, cioè la reciproca santificazione attraverso i gesti quotidiani d’amore e di comunione».

I corsi pre-matrimoniali – secondo quanto è emerso – devono configurarsi come progetti personalizzati in itinerari prolungati in cui la Chiesa mostri interesse, cordialità, accoglienza senza giudizio, si sappia mettere in ascolto avendo a cuore il cammino che i fidanzati stanno facendo, personalizzando a ciascuna coppia i contenuti… «ogni coppia – hanno spiegato Marialicia e Carmelo Moscato, responsabili della Pastorale familiare della Diocesi di Monreale – è unica e per questo deve potere ricevere un trattamento personalizzato al fine di fare incontrare la coppia con se stessa … non è importante che siano coinvolti nel gruppo ma che diventino sempre più coppia che si avvia al matrimonio».

«Il matrimonio – ha affermato Don Paolo Giulietti, direttore del Servizio Cei per la Pastorale giovanile – si distacca sempre di più dall’idea del contratto. Del gesto burocratico come potrebbe essere un matrimonio civile, perché restituisce tutto all’ambito dell’esperienza religiosa. Al tempo stesso il Nuovo Rito favorisce una visione del matrimonio meno folcloristica e romantica, perché trasposta più decisamente nel campo della fede … forse – ha concluso – il Nuovo Rito potrà aiutare a vivere in maniera diversa anche la decisione di sposarsi, come risposta ad una chiamata di Dio che viene dal battesimo e conseguentemente ad accettare il matrimonio come missione».

«Tra le tante novità del Rito la più pubblicizzata è stata la nuova formula “accolgo te” al posto di “prendo te” – ha spiegato don Giuseppe Busani, direttore dell’Ufficio liturgico nazionale – alcuni ritengono che sia meno incisiva della precedente. Non sono d’accordo – ribatte – perché la nuova formula sottolinea maggiormente un impegno fondato sulla grazia di Cristo».

Punto molto dibattuto è stato il secondo capitolo della pubblicazione del Nuovo Rito che prevede la celebrazione del Sacramento del matrimonio senza Eucaristia ma con la sola Liturgia della Parola: «un’opportunità in più offerta alle giovani coppie – ha detto Andrea Grillo, teologo e membro della Commissione istituita dalla Cei per la stesura finale del Nuovo Rito del matrimonio – da parte di una Chiesa che promuove e accoglie ogni storia di fede».

Grillo ha spiegato che la possibilità di celebrare il matrimonio con la sola Liturgia della Parola intende rimediare a due eccessi in cui le comunità parrocchiali possono cadere: «Ci potrebbe essere il rischio di pensare – ha spiegato – da una parte di avere un diritto acquisito a sposarsi in Chiesa e dall’altra di credere che il matrimonio in Chiesa sia il risultato di una selettivo concorso a numero chiuso. Tra una pericolosa indifferenza ed una selettiva diffidenza la Chiesa italiana ha voluto trovare una mediazione, proponendo di accogliere la coppia con una delicata e attenta attenzione pastorale. Il fatto che l’Eucaristia non venga celebrata nel corso del matrimonio, come libera scelta dei nubendi, non deve essere vissuta come mera sottrazione ma come opportunità che si vuole dare alla coppia per riscoprire un più intenso desiderio di Eucaristia».

Il parroco: «Aiuterà gli sposi a essere più consapevoli»
E’ stata consegnata nelle mani di don Paolo Gentili, parroco della comunità di Roselle, frazione di Grosseto, come rappresentante di tutti i parroci italiani al Convegno nazionale, la prima pubblicazione del Nuovo Rito del matrimonio. Mons. Giuseppe Betori, Segretario generale della Cei, ha voluto compiere questo gesto simbolico per significare un passaggio di consegne a coloro che, dal 28 novembre prossimo, data in cui il Rito entrerà ufficialmente in vigore, si avvarranno della novità da proporre alle giovani coppie di sposi e così… insieme a don Paolo anche due giovani fidanzati grossetani, Emanuele Lodde e Simona Rusconi, della parrocchia del SS. Crocifisso, hanno ricevuto, come prima coppia, il Nuovo Rito, in segno di accoglienza.

Don Paolo, entriamo nei dettagli. Quali sono le novità del Nuovo Rito del matrimonio, cioè in che cosa si differenzia rispetto a quello tradizionale?

«La prima novità è la stretta connessione con il Battesimo – spiega – per questo nel primo capitolo, che è quello riferito alla celebrazione, è previsto che gli Sposi facciano memoria del loro Battesimo rinnovando le promesse, con il Sacerdote, vicino al Fonte battesimale».

Quindi gli sposi vanno insieme verso l’Altare… e dopo?

«Inizia la Liturgia della Parola che è stata ampliata nella scelta: sono 82 brani adesso tra Antico e Nuovo Testamento che possono essere scelti dagli sposi per la celebrazione. Questo perché gli sposi vivano con maggiore impegno il tempo della scelta per la preparazione della liturgia della Parola».

Si arriva, poi, al momento culminante che è quello della Liturgia del Matrimonio: che cosa è cambiato?

«Gli sposi possono scegliere se rispondere alle domande tradizionali del Sacerdote o declamare insieme una professione di fede, che le contenga tutte, in cui l’accento è posto, in modo particolare, sulla preghiera alla comunità, a cui è dato un ruolo rilevante, che li accompagni e li sostenga nel loro cammino di coppia. Si giunge, quindi, ad una nuova scelta: o pronunciare la formula nuova tanto pubblicizzata “Io accolgo te, come mia sposa, con la Grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre nella gioia e del dolore, nella salute e nella malattia e di amarti ed onorarti per tutti i giorni della mia vita” … oppure iniziare un dialogo vero e proprio tra gli sposi che inizia così “Vuoi unire la tua vita alla mia?”».

Quale significato assume il termine «accolgo te» che è stato sostituito al tradizionale «prendo te»?

«Ritengo che sottolinei il dono che l’altro fa di se stesso nella libertà… c’è una disponibilità ad accogliere tutto dell’altro, con i suoi pregi e difetti. È, poi, maggiormente sottolineata l’idea di vocazione al matrimonio, come risposta alla chiamata di Dio. Subito dopo il Consenso (prima era successivo al Padre Nostro), è il momento della benedizione nuziale… ciò sta a significare che la benedizione nasce direttamente dal sacramento del matrimonio. Nuova aggiunta, dopo gli scambi degli anelli, le litanie dei Santi, soprattutto dei santi che sono stati sposati».

E riguardo al Secondo capitolo, di cui si è molto parlato, in cui è offerta la possibilità a giovani coppie che da tempo hanno abbandonato il cammino ecclesiale, di sposarsi comunque in Chiesa ma con la sola Liturgia della Parola?

«Qualcuno ha pensato ad un rito di serie B… Non sono d’accordo. Ritengo che abbia lo stesso spessore dell’altro, ma senza il momento dell’Eucaristia. Il tutto nasce dall’esigenza di evitare il più possibile quei matrimoni in cui è palpabile la poca partecipazione da parte degli sposi e dei parenti. La Chiesa ha fatto questa scelta anche e soprattutto per risvegliare negli sposi il desiderio di Eucaristia, di comprendere in modo pieno e consapevole il senso del matrimonio in Chiesa».

La scheda: tutte le novità
Il nuovo rito del matrimonio (in realtà sarebbe più corretto parlare di «adattamento» del rito) entrerà in vigore dal 28 novembre. Il testo prevede tre riti distinti: il primo inserito nella Messa, il secondo inserito nella Liturgia della Parola (senza l’Eucaristia), il terzo riguardante il matrimonio in cui solo uno dei due sposi sia battezzato. Specie per le prime due tipologie, ci sono alcuni importanti cambiamenti rispetto a quanto avvenuto fino ad oggi.

«Io accolgo te…»
La novità più grande riguarda la formula, che diventa «Io accolgo te, come mia sposa, con la Grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre nella gioia e del dolore, nella salute e nella malattia e di amarti ed onorarti per tutti i giorni della mia vita». Mai gli sposi possono anche scegliere una formula più complessa, costituita da un dialogo vero e proprio tra gli sposi che inizia così: «Vuoi unire la tua vita alla mia?»

Si inizia dal fonte battesimale
Un’altra novità importante riguarda l’inizio della celebrazione: il sacerdote accoglie la coppia vicino al fonte battesimale, dove i futuri sposi rinnovano le promesse battesimali prima di incamminarsi insieme verso l’altare.

Letture, scelta più ampia
Per la Liturgia della Parola, è stata ampliata la scelta a disposizione: adesso sono 82 i brani tra Antico e Nuovo Testamento che possono essere scelti dagli sposi per la celebrazione. Rinnovate anche le litanie dei santi, con uno spazio particolare dedicato ai santi sposati

Matrimonio senza messa
L’adattamento del rito introduce anche una possibilità in più: quella di celebrare il matrimonio senza l’Eucaristia, all’interno di una Liturgia della Parola. Una formula pensata per le coppie che esprimono il desiderio di sposarsi in Chiesa, ma non hanno alle spalle un cammino di vita cristiana. Non un’imposizione, ma una scelta in più a disposizione delle coppie.

La benedizione degli sposi
Nuova è anche la formula per la benedizione degli sposi. Il testo accentua la supplica affinché gli sposi, «segnati con il fuoco dello Spirito, diventino Vangelo vivo tra gli uomini». E introduce l’aspetto escatologico: «la profonda nostalgia» di Dio «fino al giorno in cui potranno, con i loro cari, lodare in eterno» il Suo nome.

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Video Commento Letture S. Messa Santissima Trinità di don Fabrizio Crotti dalla web Tv Santo Stefano

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Avviso Messa di Pentecoste 15 Maggio 2016 ore 10,30 celebrazione unica per tutte le parrocchie UP

UNITÀ PASTORALE «SANTI CRISANTO E DARIA»

CATTEDRALE – S. PROSPERO – S. TERESA

–S. STEFANO – S. ZENONE
Giubileo della Misericordia
«Mentre stava
compiendosi il giorno
della Pentecoste,
si trovavano
tutti insieme
nello stesso luogo»
(Atti 2,1)
Domenica 15 maggio 2016, ore 10.30
nella Basilica B. Vergine della Ghiara
Messa di Pentecoste per le parrocchie dell’Unità Pastorale
Ci stringeremo come una sola famiglia intorno al Vescovo emerito
Adriano Caprioli, che rende grazie a Dio per i suoi 80 anni di vita.

– domenica 15 maggio, alle 10.30 nella Basilica della Ghiara: Messa di Pentecoste unica per tutte e 5 le parrocchie

scarica la locandina file-pdf>>> Pentecoste_2016

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Commento Letture 10 Aprile III Domenica di Pasqua

a cura di don Fabrizio Crotti, teologo di Reggio Emilia

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Commento Letture II DOMENICA DI PASQUA o della Divina Misericordia (ANNO C)

di don Fabrizio Crotti

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Video Commento Letture di don Fabrizio Crotti – Domenica di Pasqua Risurrezione del Signore (anno C)

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Papa a Messa Crismale: Misericordia ci fa uscire dai nostri recinti

Chiediamo a Dio misericordioso di aiutarci ad uscire dai nostri recinti, dalle nostre teologie complicate per portare a tutti il suo amore. Così Papa Francesco nella Messa Crismale, celebrata nella Basilica di San Pietro. Il Pontefice ha messo l’accento sull’incontro e il perdono, come ambiti privilegiati in cui il Signore manifesta la sua misericordia. Quindi, ha messo in guardia da una spiritualità light e da una “mondanità virtuale” che ci impediscono di ascoltare la voce di Dio. Durante la celebrazione – nella quale i sacerdoti della diocesi di Roma hanno rinnovato le loro promesse – sono stati benedetti gli Oli dei Catecumeni e degli Infermi e il Crisma.

“Gesù non combatte per consolidare uno spazio di potere. Se rompe recinti e mette in discussione sicurezze è per aprire una breccia al torrente della Misericordia”. E’ la bella immagine che Francesco ha utilizzato all’inizio della sua omelia nella Messa crismale, concelebrata in San Pietro da 120 tra cardinali e vescovi e 1800 sacerdoti.

La dinamica della Misericordia lega un piccolo gesto ad un altro
Nell’Anno Giubilare, il Papa ha sottolineato che la Misericordia di Dio porta sempre “qualcosa di nuovo”, è sempre “in cammino” e “cerca il modo di fare un passo avanti, un piccolo passo in là, avanzando sulla terra di nessuno, dove regnavano l’indifferenza e la violenza”. Questa, ha soggiunto, è stata la dinamica del Buon Samaritano:

“Questa è la dinamica della Misericordia, che lega un piccolo gesto con un altro, e senza offendere nessuna fragilità, si estende un po’ di più nell’aiuto e nell’amore. Ciascuno di noi, guardando la propria vita con lo sguardo buono di Dio, può fare un esercizio con la memoria e scoprire come il Signore ha usato misericordia con noi, come è stato molto più misericordioso di quanto credevamo, e così incoraggiarci a chiedergli che faccia un piccolo passo in più, che si mostri molto più misericordioso in futuro”.

Francesco incoraggia, dunque, a chiedere al Signore di aiutarci a “rompere quegli schemi ristretti nei quali tante volte incaselliamo la sovrabbondanza del suo cuore”. Ancora, ha esortato ad “uscire dai nostri recinti, perché è proprio del Cuore di Dio traboccare di misericordia” e il Signore “preferisce che si perda qualcosa piuttosto che manchi una goccia”. Nel giorno in cui i sacerdoti rinnovano le loro promesse, il vescovo di Roma li invita ad essere “testimoni e ministri della Misericordia” e mette l’accento su due ambiti in cui il Signore eccede nella sua Misericordia: l’incontro e il perdono, “che ci fa vergognare e ci dà dignità”.

Festeggiamo quando riceviamo la Misericordia di Dio?
Parlando dell’incontro, il Papa si accosta alla parabola del Padre Misericordioso per rilevare come sempre ci meravigli la “sovrabbondanza” della gioia del Padre per il ritorno del figlio prodigo. E’ la stessa gioia del lebbroso risanato da Gesù, aggiunge. Due esempi che ci fanno capire che il “ringraziamento” gioioso è la “risposta giusta”  al dono della Misericordia:

“A tutti noi può farci bene domandarci: dopo essermi confessato, festeggio? O passo rapidamente ad un’altra cosa, come quando dopo essere andati dal medico, vediamo che le analisi non sono andate tanto male e le rimettiamo nella busta e passiamo a un’altra cosa. E quando faccio l’elemosina, do tempo a chi la riceve di esprimere il suo ringraziamento, festeggio il suo sorriso e quelle benedizioni che ci danno i poveri o proseguo in fretta con le mie cose dopo aver lasciato cadere la moneta?”.

Mantenere una sana tensione tra vergogna e dignità
Il Papa rivolge dunque l’attenzione al perdono, ambito dove davvero vediamo che “Dio eccede in una Misericordia sempre più grande” e “ci fa passare direttamente dalla vergogna più vergognosa alla dignità più alta senza passaggi intermedi”. Noi, invece, si rammarica, davanti al perdono di Dio “tendiamo a seperare i due atteggiamenti” come fecero Adamo ed Eva:

“La nostra risposta al perdono sovrabbondante del Signore dovrebbe consistere nel mantenerci sempre in quella sana tensione tra una dignitosa vergogna e una dignità che sa vergognarsi: atteggiamento di chi per sé stesso cerca di umiliarsi e abbassarsi, ma è capace di accettare che il Signore lo innalzi per il bene della missione, senza compiacersene. Il modello che il Vangelo consacra, e che può servirci quando ci confessiamo, è quello di Pietro, che si lascia interrogare a lungo sul suo amore e, nello stesso tempo, rinnova la sua accettazione del ministero di pascere le pecore che il Signore gli affida”.

No alle teologie complicate che ci rendono ciechi
Francesco fa riferimento al popolo povero e prigioniero, il “popolo scartato” con il quale i sacerdoti sono chiamati ad identificarsi. “Ricordiamo – ha detto – che ci sono moltitudini innumerevoli di persone povere, ignoranti, prigioniere, che si trovano in quella situazione perché altri li opprimono”. Ma, ha ammonito, “ricordiamo anche che ognuno di noi sa in quale misura tante volte siamo ciechi, privi della bella luce della fede, non perché non abbiamo a portata di mano il Vangelo, ma per un eccesso di teologie complicate”:

“Sentiamo che la nostra anima se ne va assetata di spiritualità, ma non per mancanza di Acqua Viva – che beviamo solo a sorsi –, ma per un eccesso di spiritualità ‘frizzanti’, di spiritualità light. Ci sentiamo anche prigionieri, non circondati, come tanti popoli, da invalicabili mura di pietra o da recinzioni di acciaio, ma da una mondanità virtuale che si apre e si chiude con un semplice click. Siamo oppressi, ma non da minacce e spintoni, come tanta povera gente, ma dal fascino di mille proposte di consumo che non possiamo scrollarci di dosso per camminare, liberi, sui sentieri che ci conducono all’amore dei nostri fratelli, al gregge del Signore, alle pecorelle che attendono la voce dei loro pastori”.

E’ Gesù, ha concluso, che “viene a riscattarci, a farci uscire, per trasformarci da poveri e ciechi, da prigionieri e oppressi in ministri di misericordia e consolazione”.

Radio Vaticana

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Video Commento livestreaming Letture S. Messa V Quaresima di don Fabrizio Crotti

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Video Commento Letture S. Messa IV Quaresima Domenica 6 Marzo a cura di don Fabrizio Crotti

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Messa beat, la chitarra sia con voi

Dentro musica, battimani e scene isteriche. Fuori una calca di giovani, con le forze dell’ordine in stato di assedio a blindare l’ingresso. È il 27 aprile 1966 e non è un concerto dei Beatles, ma la prima esecuzione della Messa dei Giovani di Marcello Giombini: la celebre “messa beat”. Stando a giornali e riviste, quel giorno a Roma ci furono scene apocalittiche, ma negli articoli è difficile scindere la ricerca del colore e dello scandalo dalla cronaca. Il concerto ebbe luogo nell’ambito dell’Oratorio secolare dei Filippini alla Vallicella, nell’aula di Francesco Borromini. Una chiave dello spirito in cui prese vita quell’evento, che non ebbe luogo in un contesto liturgico (l’oratorio era per altro ormai sconsacrato). Tra gli autori dei testi, insieme a Giuseppe Scoponi e Tommaso Federici, un liturgista, c’era anche l’oratoriano Carlo Gasbarri.

È probabile che nei suoi intenti la messa beat si riagganciasse alle laudi filippine, che pochi anni dopo un altro Concilio, quello di Trento, intonavano testi sacri in lingua volgare. Ma i tempi erano cambiati. Lo stesso Giombini, in un’intervista ad “Avvenire” nel 1999, affermava che la messa beat «era un fenomeno solo discografico. Io non ero un addetto ai lavori, non sapevo niente di liturgia, anche se avevo amici liturgisti che mi aiutavano.

Da musicista, però, mi sembrava di aver scoperto l’esigenza di un canto religioso più giovane e vicino al costume di quegli anni, perché in chiesa allora si sentivano grandi lagne. E così ho pensato a un prodotto mirato come la Messa. Che difatti ha avuto molto successo, decine di migliaia di copie». Il passaggio nel rito sarebbe avvenuto solo due anni dopo, quando per il Natale 1968 Giombini venne invitato dalla Pro Civitate Christiana di Assisi a comporre canti per la liturgia. Nacque la Messa Alleluia, a cui ne seguirono altre e i 150 Salmi per il tempo presente. Alcuni di quei brani resistono nel repertorio, come Vieni tra noi Signore, Le tue mani, Quando busserò, Pace a te fratello mio. Paradossalmente ormai del tutto privi dell’allure di “canto giovane”.

La stampa, intuendo forse inconsciamente la nascita di una lacerazione, incasellò prontamente il fenomeno nel dualismo urlatori-melodici. «All’epoca le critiche furono spietate – dice Daniele Sabaino, docente di Storia della musica dei riti cristiani presso l’Università di Pavia e di Musica e liturgia dopo il Concilio Vaticano II nel corso promosso dall’Ufficio liturgico nazionale della Cei – non solo da parte di chi era facile aspettarselo, ma anche ad esempio dall’“Unità”. Si contestava la desacralizzazione della Messa. Osservato con maggiore distacco, è stato il tentativo di portare la musica dell’oggi dentro la liturgia, in un momento in cui la separazione tra vita quotidiana e vita liturgica era significativa. I linguaggi musicali erano volti al passato o chiusi nel loro recinto. Serviva perciò una scelta di campo: cosa si intendeva con “musica d’oggi”? La musica popular o la musica colta? Le post avanguardie o le chitarre? Si scelse di democratizzare l’impatto che la musica poteva avere nel culto.

Se osserviamo i Salmi, scritti da Giombini su stimolo di don Giovanni Rossi, appaiono oggi un tentativo ben costruito di fare entrare il linguaggio quotidiano dentro alla liturgia». La messa beat, d’altronde, non apparve come un fulmine a ciel sereno. «Non ci si arrivò per caso – spiega don Luigi Garbini, autore per il Saggiatore di una esaustiva, nonostante il titolo, Breve storia della musica sacra–. Sul fronte musicale, nel 1965 i Beatles vengono in Italia e si mostrano come un gruppo rivoluzionario che dà spessore culturale al mondo giovanile. Poi c’è la società in piena trasformazione.

E la Chiesa elettrizzata e anche sconvolta dagli esiti della costituzione Sacrosanctum Concilium che, ammettendo la lingua volgare nel rito, genera in alcuni una sorta di liberazione rispetto al passato, in altri una sensazione di profondo smarrimento. Questo fatto produce una terra di nessuno in cui diversi attori liturgico-musicali fanno la loro comparsa. E, naturalmente, gli uni contro gli altri». Giombini è tra questi, ma non l’unico: «Si potrebbe ricordare Claudio Chieffo, legato alle linee spirituali di Gioventù Studentesca, e il suo tentativo di interpretare in modo diverso la novità della lingua. Oppure l’esperienza di Chiara Lubich e la nascita, sempre nel 1966, della Generazione Nuova che nel proprio repertorio musicale ha avuto sempre a cuore i temi della pace tra i popoli». In quegli anni si muovono mondi paralleli che agganciano la religione e con essa l’espressione musicale «come fenomeno in cui far convogliare tutte quelle istanze che rappresentano un fattore di cambiamento sociale e politico.

Diversamente però da questi attori – prosegue Garbini – che avevano un contesto di riferimento, Giombini non rappresentava nessuno in particolare. Aveva semmai una sua precisa collocazione nel panorama artistico romano. Autore soprattutto di colonne sonore, non poteva interpretare il fenomeno religioso se non attraverso griglie emotive che mettevano in luce una certa idea di sacro». A 50 anni di distanza, quella “litigiosità” sulla musica nella liturgia non sembra venire a patti. Difficile trovare un argomento ecclesiastico su cui le discussioni siano più roventi. Ma non è così scontato valutare quale sia l’eredità di quel fenomeno. «Quella beat è stata un’esperienza circoscritta, in cui era centrale il sound dell’epoca: tastiere, chitarre, basso e batteria – commenta Sabaino –. La continuità con quanto è seguito sta nello sdoganamento dell’approccio.

Ma le musiche dei Gen, ad esempio, sono mediate da altre esperienze, come il christian rock americano piuttosto che discendere direttamente dagli anni ’60. È però importante non fare l’equazione tra strumenti e stili. Accompagnare la liturgia con la chitarra non significa fare musica pop». Secondo Garbini «oggi quella carica eversiva è assente non solo nella liturgia ma anche nella musica cosiddetta leggera. Inoltre il canto nella liturgia non rappresenta più il contenitore privilegiato per l’espressione di istanze sociali collettive. Il risultato è l’assenza di un repertorio.

Di uno stile. Di un carattere specifico. I prodotti musicali della liturgia di oggi sono di norma scadenti. Nel panorama italiano Frisina costituisce un’eccezione. E potrebbe anche essere considerato, a suo modo, un erede di Giombini: perché quando compone lo fa sostanzialmente pensando al cinema, alle immagini, ossia ai risultati emotivi prodotti dalla musica. È in fondo un compositore barocco: come Giombini, la cui messa beat è nata non a caso sotto la volta di Borromini ». Sabaino: «Vista con distacco, fu il tentativo di portare il presente nella liturgia in un momento in cui era scollegata dalla vita quotidiana» Garbini: «È indicativa di un momento in cui sul sacro convergevano istanze sociali collettive, cosa che oggi non accade più».

Avvenire

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Elogio della vita consacrata. L’omelia di Mons. Caprioli 2 Febbraio in S. Stefano Reggio Emilia

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ELOGIO DELLA VITA CONSACRATA

Festa della Presentazione del Signore al Tempio 2016 e XX Giornata della Vita consacrata

Non è un caso che, nel Vangelo proclamato dalla odierna liturgia, al centro del messaggio stia il tema dell’incontro di Dio con il suo popolo nella persona di Gesù, vero Tempio di Dio in mezzo a noi. E figure di accompagnamento, rappresentative dell’intero popolo, siano l’anziano Simeone e la profetessa Anna.

La profezia dell’attesa

“Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto di Israele”. Uomo giusto e timorato di Dio: così dunque lo qualifica il Vangelo.

È questo un elogio della sua vita passata, vissuta all’insegna della obbedienza alla legge del suo popolo, al quale si sentiva appartenente. E più ancora è l’elogio della sua vita di credente in Dio, di un religioso che è riuscito a fare della pratica esteriore il luogo del suo cammino interiore verso Dio.

E, tuttavia, questo uomo che poteva ben dirsi soddisfatto della sua vita passata, si rivela ancora un uomo non arroccato sul suo passato, ma aperto alla novità, proteso verso ciò che ancora doveva accadere: “aspettava il conforto di Israele”.

Colpisce la capacità di guardare al futuro di questo anziano, non per rassegnazione, ma mosso da un vivo desiderio. Che cosa spiega questa capacità di sguardo al futuro? Potremmo dire così: è uno sguardo non su di sè, ma su di un Altro; non rivolto al proprio io, ma rivolto a Dio.

L’invito che viene da questa figura del Vangelo che è l’anziano Simeone è quello di alzare lo sguardo verso il futuro.

È quanto il beato Paolo VI richiama, nel suo Pensiero alla morte, quando “davanti alla morte, maestra della filosofia della vita” afferma “che l’avvenimento fra tutti più grande fu per me, come lo è per quanti hanno pari fortuna, l’incontro con Cristo, la Vita”. E ancora: “Non più guardare indietro, ma fare volentieri, semplicemente, umilmente, fortemente il dovere risultante dalle circostanze in cui mi trovo, come Tua volontà”.

Come per Paolo VI, come per Simeone, come per ogni persona consacrata, che ha incontrato il Signore, è la Verità dell’incontro pieno ed appagante con la Parola eterna di Dio il segreto e la testimonianza da dare al nostro mondo.

Vengono in mente gli imperativi sempre del Pensiero alla morte di Paolo VI: “Fare presto, fare bene, fare soprattutto con gioia ciò che Tu, o Signore, vuoi da me, anche se supera immensamente le mie forze e se michiede la vita”.

“Profezia della speranza” è stata definita la vita della persona consacrata. Di questa figura profetica, che è la vita consacrata — la quale ha imparato a giocarsi su ciò che non ha riscontro nel tempo come l’attesa del Signore che viene —, ha ancora bisogno la nostra Chiesa e il nostro tempo.

Profezia della fedeltà

Di un’altra figura parla il Vangelo: “C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele della tribù di Aser… Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del Bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme”.

Oltre alla profezia della speranza, troviamo qui la profezia della fedeltà. La parola fedeltà sembra diventata oggi una parola fuori moda, un po’ come la donna di chiesa, sempre presente alle celebrazioni che si svolgono: animatrice della preghiera e del canto, pronta a dare una mano anche ai servizi più umili ma preziosi nella cura e nel decoro necessari ad una degna celebrazione.

Fedeltà è per la Bibbia una parola teologica. Fedele è Dio nei riguardi dell’uomo, di ogni sua creatura. Ritroviamo qui l’altro aspetto della vita consacrata nella Chiesa: non solo profezia della speranza, ma profezia della fedeltà di Dio, testimonianza di Cristo ieri, oggi e sempre. È questo il gioioso annunzio che questa giornata della vita consacrata intende testimoniare nella Chiesa e nel mondo: Dio è fedele.

La vita della persona consacrata è la singolare risposta alla fedeltà di Dio, e per questo ha bisogno di stare nella casa del Signore con la preghiera e il digiuno. La preghiera, sopratutto la preghiera per eccellenza dell’Eucaristia, è l’anima della fedeltà, perchè essa ci colloca, ci stabilisce e ci edifica nell’orizzonte della fedeltà di Dio, che in Gesù Cristo, avendo amati i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Ma, se la preghiera è l’anima della fedeltà, il digiuno inteso biblicamente come l’opera e il servizio della carità, il mettere sè a servizio degli altri nelle varie forme della carità, è per così dire il terreno concreto in sui è chiamata ad esercitarsi la fedeltà.

Fedeltà ha così anche il significato di fedeltà alla Chiesa. Vale anche per i religiosi e le religiose l’invito, ispirato al Concilio, “a considerare il Vescovo non solo come pastore di tutta la comunità diocesana, ma anche come garante della loro fedeltà alla propria vocazione nell’ adempimento del loro servizio a vantaggio della Chiesa locale” (Mutuae relationes). Anche il carisma del fondatore, ovviamente da privilegiare per il rinnovamento della vita religiosa, resta sullo sfondo della Chiesa particolare, nella quale il fondatore si è formato come cristiano e successivamente ha operato.

Non è un caso che le Sorelle e i Fratelli della Case della Carità siano nati qui a Reggio e abbiano “messo su casa” con i poveri della parrocchia e delle unità pastorali. Non è un caso che questa celebrazione della Presentazione al tempio veda qui riunite a S. Stefano le parrocchie della Unità pastorale dei Santi Crisanto e Daria con le comunità religiose del territorio.

Le ricordiamo: le Figlie di Gesù, le Suore della Carità di S. Giovanna Antida, le Figlie di S. Paolo, le Sorelle dell’Imitazione di Cristo (dal Kerala), le Missionarie di S. Carlo presso il Vescovado — e stasera si aggiungono le Suore Dorotee di Regina Pacis, le Suore di Sant’Anna dell’India a Villa Verde —, Fabrizia e Maura, sorelle dei poveri; non da ultimo l’Ordine dei Servi di Maria presso il santuario cittadino della Madonna della Ghiara.

  1. Giuseppe, il silenzioso, e Maria, la Vergine dell’ascolto, per le numerose famiglie religiose che ancor oggi vivono ed operano nella nostra Diocesi — negli ospedali a consolare gli afflitti, nelle scuole ad istruire i fanciulli e i giovani, nelle parrocchie a qualificare l’azione pastorale, nelle terre di missione a portare a tutti il Vangelo di Cristo, nei conventi e nei monasteri a contemplare e proclamare le lodi del Signore nella preghiera e nella vita comune — siano i vostri e nostri compagni di pellegrinaggio nel cammino verso l’incontro con il Signore Gesù.

+ Adriano Caprioli vescovo emerito

Chiesa parrocchiale di Santo Stefano – Reggio Emilia, 2 febbraio 2016

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foto di Zanetti P.