Arriva il «nuovo» Padre Nostro, ma per la Messa ci vorrà un po’

Anziché “Non ci indurre in tentazione” diremo “Non abbandonarci alla tentazione”, più fedele all’originale. Facciamo il punto con il vescovo Claudio Maniago

Arriva il «nuovo» Padre Nostro, ma per la Messa ci vorrà un po'

da Avvenire

Per il “nuovo” Padre Nostro ci siamo quasi ma non ancora. No, non si tratta di un gioco di parole ma di combinare una crescente attesa con le esigenze di precisione e prudenza che accompagnano un cambiamento vero, destinato a incidere nel profondo della vita comunitaria. Come noto infatti l’Assemblea generale della Cei lo scorso novembre ha approvato la traduzione italiana della preghiera insegnata da Gesù in cui la vecchia invocazione: “Non ci indurre in tentazione” viene sostituita da “Non abbandonarci alla tentazione”.

Novità anche per il “Gloria” in cui al posto del “Pace in terra agli uomini di buona volontà” si dirà “Pace in terra agli uomini, amati dal Signore”. Cambiamenti che, ottenuta la confirmatio, cioè il via libera della Santa Sede, rientrano in un lavoro di ben più ampio respiro come la traduzione del Messale Romano, giunto nel 2002 alla sua terza edizione “tipica”, in latino. E la cui consegna, in italiano, alle parrocchie, non dovrebbe tardare più di tanto. «La stampa del Messale è un’operazione molto delicata – sottolinea monsignor Claudio Maniago vescovo di Castellaneta e presidente della Commissione episcopale Cei per la liturgia – perché si tratta del libro più importante della nostra liturgia, che riguarda l’Eucaristia, la Sua celebrazione. L’équipe, la “macchina” chiamata a occuparsene sta lavorando attivamente. Il libro dev’essere solido ma anche facilmente utilizzabile e bello sia sotto il profilo grafico che dell’apparato iconografico. Tutti aspetti che richiedono la massima attenzione».

Una data precisa per la pubblicazione non c’è ancora.
No, si sta lavorando alacremente per averlo quanto prima, però è evidente che trattandosi di un libro così prezioso ci sono dei passaggi tecnici indispensabili, per esempio la correzioni di bozze, da fare anche due o tre volte. In modo da evitare errori.

Perché il Messale è così importante?
Perché è un libro che non soltanto guida la celebrazione ma fa da norma alla stessa. Lì troviamo davvero quello che è indispensabile. Una realtà importante e preziosa come la celebrazione eucaristica non può essere affidata alla fantasia, per quanto fervida, di un sacerdote, di un vescovo, di una comunità ma deve farne emergere l’originalità nell’ambito di una comunione ecclesiale che possa far riconoscere sempre la Chiesa, in ogni celebrazione cui si partecipa.

Questa è la terza edizione del Messale Romano.
Esatto, che arriva in italiano circa 16 anni dopo la sua editio typica. Un tempo lungo perché come si sa la traduzione è un lavoro molto delicato e importante, che deve rispettare il senso contenuto nelle parole, che non va tradito. Di qui la necessità del contributo di tante persone. Non bastano un latinista e un italianista ma ci vogliono teologi, biblisti, liturgisti.. E posso dire che per questo lavoro è stata allestita un’équipe di altissimo livello, con alcuni dei migliori specialisti.

Un impegno lungo e complesso che però dimostra l’importanza di lavorare insieme.
Certo, nelle traduzioni si incontrano e confrontano anche differenti scuole di pensiero. Ad esempio quando si tratta di testi biblici sono gli esegeti che in buona parte esprimono pareri e danno indicazioni. Tuttavia per la scelta finale, senza tradire il significato dei testi, si deve arrivare a una formulazione accessibile al popolo di Dio. In particolare per il Padre Nostro l’attenzione si è concentrata soprattutto sulla frase, sull’invocazione “Non indurci in tentazione”. Un passaggio ostico alla comprensione immediata della gente su cui il Santo Padre era più volte intervenuto proprio perché appare contrario al senso della preghiera stessa, al volto paterno di Dio che invece, secondo la precedente formulazione, sarebbe addirittura all’origine del nostro cadere nelle tentazioni. La nuova traduzione recupera la dimensione paterna di un Dio che non ci abbandona neppure nel momento, che non viene risparmiato a nessuno, della tentazione.

Più volte il Papa è intervenuto proprio sulla necessità di una traduzione più adeguata. Il motu proprio “Magnum principium” appare molto significativo in tal senso.
Soprattutto ha ricollocato il giudizio ultimo su una traduzione nel luogo dove anche il Concilio l’aveva messo, cioè la Conferenza dei vescovi, coloro che hanno la prima responsabilità, anche in ordine alla celebrazione, della liturgia. Ha ridato ai vescovi una responsabilità che è loro propria, insita nel carisma episcopale, quella cioè di moderare la liturgia. Anche per questo parlando della traduzione del Messale sono stati importanti i vari passaggi attraverso il Consiglio permanente e l’Assemblea dei vescovi che ha dovuto approvarla pezzo per pezzo fino al sì definitivo del novembre scorso. I documenti precedenti come l’istruzione Liturgiam authenticamche regolava le traduzioni prima dell’ultimo motu proprio avevano invece a cuore soprattutto una grande fedeltà al testo originario, principio che peraltro rimane importante, che non può venire meno nella tradizione ecclesiale.

Anche se il testo della preghiera ora è più in sintonia con quanto insegnato da Gesù, bisognerà vincere abitudini consolidate nel tempo. Vi aspettate un po’ di sconcerto da parte del popolo di Dio?
Nel Messale i vescovi hanno fatto la scelta di cercare il più possibile di mantenere, soprattutto per quanto riguarda la parte attiva dell’assemblea come le risposte e le acclamazioni, il testo invariato. Quello che si creerà di fronte al Padre Nostro e al Gloria credo sarà uno sconcerto facilmente superabile, anche in virtù di una spiegazione che comunque sarà fatta. La pubblicazione del Messale avrà bisogno di un’attenta operazione di accompagnamento nelle Chiese locali.

Occorrerà anche lavorare sulla pastorale liturgica?
Assolutamente sì. I vescovi italiani vogliono che la pubblicazione del nuovo Messale Romano sia un’occasione preziosa per rivedere e rilanciare la pastorale liturgica, in particolare per quanto riguarda la celebrazione dell’Eucaristia, che ha bisogno di un’attenzione sempre rinnovata perché non venga mai meno la consapevolezza di quelle che sono le dinamiche celebrative, le sequenze che la riforma del Vaticano II ha ricollocato in una sua logica e una tradizione di preghiere e canti che sono patrimonio intangibile della Chiesa. Da questo punto di vista saranno approntati anche sussidi, ci saranno operazioni per stimolare ogni Chiesa locale a cogliere questa novità come un’occasione per il rinvigorimento dello spirito di partecipazione.

Abbiamo parlato finora di Messale Romano, ma che tipo di rispondenza ci sarà nella liturgia ambrosiana?
Evidentemente, pur con i percorsi propri del rito ambrosiano, dovranno esseri recepiti tutti quelli che sono i testi comuni presenti in entrambi i riti. Ma si sta già lavorando anche in questo senso.

Tornando alla domanda iniziale, quanto dovremo aspettare per recitare il nuovo Padre Nostro a Messa?
Non ho una risposta precisa. Penso però che sia difficile arrivare alla pubblicazione del Messale entro la fine di quest’anno. Non credo comunque che si vada molto più in là, perché, ripeto, si sta lavorando alacremente.

Da sapere / Un percorso lungo oltre sedici anni

Dopo l’approvazione, arrivata nel novembre 2018, della plenaria dei vescovi, la nuova edizione italiana, la terza, del Messale Romano ha ottenuto il decisivo via libera del Papa. Francesco ne ha approvato la promulgazione a seguito del giudizio positivo della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Durante l’Assemblea generale del maggio scorso è stato il presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, ad annunciare l’avvenuta “confirmatio” della Santa Sede, che ha concluso così un lavoro di studio e miglioramento dei testi durato oltre 16 anni. Come detto tra le novità introdotte ci sono traduzioni più efficaci e fedeli al senso originario del “Padre Nostro” e del “Gloria”. In particolare nella preghiera insegnataci da Gesù l’invocazione “Non ci indurre in tentazione” lascia al posto a “Non abbandonarci alla tentazione” e all’espressione “come noi li rimettiamo” viene aggiunto un “anche”: “come anche noi…”. Per quanto riguarda il “Gloria”, poi, “Pace in terra agli uomini di buona volontà” viene sostituito dalla nuova formulazione: “Pace in terra agli uomini, amati dal Signore”. (Red.Cath.)

Messa in ricordo di Giovanna Gabbi Lunedì 13 agosto ore 10.30 in Cattedrale Reggio Emilia

laliberta.info

L’undicesimo anniversario dell’improvvisa scomparsa della professoressa Giovanna Gabbi, figura di rilievo del laicato cattolico, presidente delle giovani di Azione Cattolica, insegnante di francese nelle scuole medie, perita tragicamente Giandeto di Casina il 13 agosto 2007 sarà ricordato lunedì prossimo in Cattedrale con una celebrazione eucaristica presieduta in cripta dal vescovo emerito Adriano Caprioli.

Giovanna Gabbi è stata la prima consacrata in diocesi nell’“Ordo virginum”: fece la sua consacrazione a Marola l’8 gennaio 1981 nelle mani del vescovo Gilberto Baroni.

Sempre lunedì in cattedrale nella Messa delle 8.00 sarà fatto un particolare ricordo di don Giuliano Berselli a undici anni dalla morte avvenuta a seguito di un incidente stradale.

Il vademecum. I cellulari alla Messa? Ecco perché non basta che siano silenziosi

Don Paolo Padrini è un sacerdote che di cellulari e tablet se ne intende. Non certo perché è uno di quei «preti e anche vescovi» che hanno «tanti telefonini alzati» durante la Messa, come ha ammonito oggi papa Francesco durante l’udienza generale in piazza San Pietro; ma perché è un esperto del mondo digitale ed è il “padre” diiBreviary, l’applicazione che permette di avere a portata di clic i testi della Liturgia delle Ore in cinque lingue e che è stata scaricata da oltre tre milioni di persone in tutto il mondo. «Bisogna essere chiari – spiega il sacerdote 45enne della diocesi di Tortona –. Il cellulare e il tablet sono un supporto alla preghiera ma non si usano per pregare. Soprattutto occorre chiedersi quando questi strumenti rischiano di arrecare disturbo al personale incontro con il Signore». Don Padrini fa un esempio. «Giustamente papa Francesco ha censurato l’uso del telefonino durante le celebrazioni. Mi permetto di aggiungere che il cellulare andrebbe lasciato a casa quando si va a Messa. E, se proprio lo portiamo con noi, va spento. Non è sufficiente impostarlo in “modalità silenziosa”». Perché? «È vero che con questa scelta non si disturbano gli altri e che non suonerà nel corso dell’Eucaristia. Ma, se il telefonino resta collegato alla rete, è come se nella nostra mente rimanesse un canale perennemente aperto che distrae anche l’anima. Infatti sentiremo sempre la vibrazione oppure avremo la curiosità di tirare fuori dalla tasca l’apparecchio per controllare se qualcuno ci ha chiamato. E ciò distrae dal dialogo con Dio che si crea nella liturgia».

Don Paolo Padrini, il sacerdote della diocesi di Tortona esperto del mondo digitale e ideatore dell'App iBreviary

Don Paolo Padrini, il sacerdote della diocesi di Tortona esperto del mondo digitale e ideatore dell’App iBreviary

Con un tocco di sarcasmo Francesco ha ironizzato sul fatto che nella Messa il sacerdote «non dice: “In alto i nostri telefonini per fare la fotografia!”». E ha avvertito: «È una cosa brutta». Che coinvolge sia i laici, sia i pastori. «Il Papa – afferma don Padrini – si riferiva a ciò che accade nelle celebrazioni che presiede. Tutti siamo tentati dal desiderio di prendere il cellulare se abbiamo di fronte il Pontefice. E lo facciamo sia per amore verso il Papa, sia perché partecipiamo a un grande momento di Chiesa. In preda a una sorta di furore eroico vogliamo immortalare l’attimo con un video o una fotografia. Si tratta di una giustificazione? Assolutamente no. La Messa non è un evento per riprese o scatti. È l’abbraccio con il Padre e il Figlio attraverso la Parola e i segni dell’azione liturgica. Pertanto le uniche antenne da issare sono quelle dello Spirito Santo e non le antenne che catturano altre onde, destinate a inquinare quei frangenti». Poi precisa: «In una celebrazione la partecipazione dell’assemblea si declina nell’ascolto, nelle parole della liturgia, nel canto. Non sicuramente nell’impiego di strumenti come il cellulare che non sono parte di questo contesto. Basterebbe il buon senso per capirlo». Eppure è arrivato il rimprovero di Francesco che ha ricordato: «La Messa non è uno spettacolo». E ha esortato «Ricordatevi: niente telefonini». «Il Papa – sottolinea il sacerdote – ribadisce che una celebrazione non è un set fotografico. E con le sue parole ci invita a custodire gli atti che compiamo. Lo dico anche laicamente: con il cellulare sempre in mano perdiamo il gusto per ciò che stiamo facendo. Pensiamo a quando in un concerto ci mettiamo a filmarlo invece di lasciarci conquistare dalla musica…».

Una religiosa in piazza San Pietro

Una religiosa in piazza San Pietro

Comunque iBreviary ha fatto breccia. «Innanzitutto l’App è legata alla preghiera personale – sostiene don Padrini –. A mio avviso, un cellulare o un tablet non è adatto per la preghiera comunitaria. Infatti dico “no” all’uso di questi strumenti nella Messa. E poi il breviario digitale va meditato in “modalità aereo”, ossia evitando che il telefonino suoni o che sullo schermo appaiono notifiche di messaggi e mail. Soltanto così il cellulare sarà consono alla preghiera. Del resto, non basta educare all’impiego intelligente dei device elettronici. Serve anche educare gli strumenti, vale a dire impostarli in maniera coerente. Tutto ciò eviterà di essere succubi della tecnologia o addirittura di essere manipolati da essa, fino quasi a diventarne schiavi».

Commento al Vangelo XVI Domenica Tempo ordinario – Anno A

Guardiamo al bello, al buono che Dio semina in noi

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».

Questa parabola mi ha cambiato il volto di Dio. La interpretava con parole luminose padre Giovanni Vannucci, uno dei massimi mistici del ‘900. Diceva: il nostro cuore è un pugno di terra, seminato di buon seme e assediato da erbacce; una zolla di terra dove intrecciano le loro radici, talvolta inestricabili, il bene e il male.
«Vuoi che andiamo a togliere la zizzania?» domandano i servi al padrone. La risposta è perentoria: «No, perché rischiate di strapparmi spighe di buon grano!». Un conflitto di sguardi: quello dei servi si posa sul male, quello del padrone sul bene. Il seminatore infaticabile ripete: guarda al buon grano di domani, non alla zizzania. La gramigna è secondaria, viene dopo, vale di meno.
Tu pensa al buon seme. Davanti a Dio una spiga di buon grano vale più di tutta la zizzania del campo, il bene è più importante del male, la luce conta più del buio.
La morale del Vangelo infatti non è quella della perfezione, l’ideale assoluto e senza macchia, ma quella del cammino, della fecondità, dell’avvio, di grappoli che maturano tenacemente nel sole, di spighe che dolcemente si gonfiano di vita.
La parabola ci invita a liberarci dai falsi esami di coscienza negativi, dallo stilare il solito lungo elenco di ombre e di fragilità, che poi è sempre lo stesso. La nostra coscienza chiara, illuminata e sincera deve scoprire prima di tutto ciò che di vitale, bello, buono, promettente, la mano viva di Dio ha seminato in noi: il nostro giardino, l’Eden affidato alla nostra cura.
Mettiamoci sulla strada con cui Dio agisce: per vincere la notte accende il mattino; per far fiorire la steppa sterile getta infiniti semi di vita; per sollevare la farina pesante e immobile mette un pizzico di lievito. Dio avvia la primavera del cosmo, a noi spetta diventare l’estate profumata di messi. Io non sono i miei difetti o le mie debolezze, ma le mie maturazioni. Non sono creato a immagine del Nemico e della sua notte, ma a immagine del Creatore e del suo giorno.
L’attività religiosa, solare, positiva, vitale che dobbiamo avere verso noi stessi consiste nel
non preoccupiamoci prima di tutto delle erbacce o dei difetti, ma nel venerare tutte le forze di bontà, di generosità, di accoglienza, di bellezza e di tenerezza che Dio ci consegna. Facciamo che queste erompano in tutta la loro forza, in tutta la loro potenza e vedremo le tenebre scomparire.
Custodisci e coltiva con ogni cura i talenti, i doni, i semi di vita e la zizzania avrà sempre meno terreno. Preoccupati del buon seme, ama la vita, proteggi ogni germoglio, sii indulgente con tutte le creature. E sii indulgente anche con te stesso. E tutto il tuo essere fiorirà nella luce.
(Letture: Sapienza 12,13.16-19; Salmo 85; Romani 8, 26-27; Matteo 13, 24-30).

da Avvenire

Lutto in diocesi: morto don Alcide Pecorari, parroco storico di San Giacomo

Lutto in diocesi: morto don Alcide Pecorari, parroco storico di San Giacomo

Si terrà la mattina di martedì 18 aprile alle 10.30 in Cattedrale a Reggio la liturgia di commiato per don Alcide Pecorari, spentosi nella tarda mattinata del Sabato santo – il 15 aprile – a Rubiera, all’età di 84 anni, dopo una lunga e inesorabile malattia.

Don Alcide per quattro decenni era stato alla guida della parrocchia cittadina dei Santi Giacomo e Filippo a Reggio Emilia, comunità parrocchiale che ora ne piange la dipartita.

Nato il 7 febbraio 1933 a Gazzata di San Martino in Rio – ma era originario della comunità di San Faustino di Rubiera – don Alcide avrebbe raggiunto il traguardo dei 60 anni di sacerdozio il prossimo 23 giugno.

donAlcidePecorari

Ricevuta l’ordinazione presbiterale nel 1957, era stato Vicario cooperatore a Bibbiano, poi a Castelnovo Sotto, quindi parroco a Cerreto Alpi dal 1964 al 1970, poi a Castelnovo ne’ Monti dal 1970 al 1977; nel corso di quello stesso anno venne nominato parroco di San Giacomo a Reggio. Per tre anni è stato anche amministratore parrocchiale in San Pietro, in città.

Cappellano della Polizia di Stato dal 1991 al 1996 (quindi Cappellano ausiliario dal 1996), poche settimane fa, il 27 marzo, aveva concelebrato in Cattedrale per l’ultima volta, proprio in occasione della Messa del Precetto pasquale per le Forze dell’Ordine.

Notaio presso il Tribunale diocesano dal 1999, e dal 2005 addetto alla Cancelleria vescovile di Curia, ha ricoperto anche il ruolo di Moderatore della parrocchie del Centro storico.

Nella giornata del Venerdì Santo aveva ricevuto la visita del vescovo Massimo Camisasca e l’Unzione con l’olio degli infermi.

Nell’ultimo periodo dell’aggravarsi della malattia era stato accudito con grande disponibilità dai familiari.

Ne piangono la scomparsa anche i vescovi emeriti Paolo Gibertini e Adriano Caprioli, con l’intero presbiterio di Reggio Emilia-Guastalla, e le Sorelle del Cenacolo Francescano.

La salma verrà esposta nell’obitorio del cimitero di Rubiera e si potrà visitare il giorno di Pasqua, domenica 16 aprile, dalle 8 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 19.30. In San Giacomo a Reggio, alle 18.30, verrà recitato il santo Rosario.

Il Lunedì dell’Angelo 17 aprile (giorno che precede le esequie), le spoglie di don Alcide verranno accolte attorno alle 10.30 nella chiesa parrocchiale di San Giacomo, dove alle 11.15 verrà celebrata la Messa dell’Ottava di Pasqua. La chiesa rimarrà poi aperta nel pomeriggio.

Martedì, infine, al termine delle esequie, don Pecorari verrà accompagnato a San Faustino di Rubiera per la sepoltura nel locale camposanto.

laliberta.info

La bella notizia del Signore che va a cercare chi si perde Commento Vangelo XXIV Domenica Tempo Ordinario – Anno C

In quel tempo (…) egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”». (…) Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. (…) Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze (…).

Un pastore che sfida il deserto, una donna di casa che non si dà pace per una moneta che non trova, un padre esperto in abbracci. Le tre parabole della misericordia sono il vangelo del vangelo. Sale dal loro fondo un volto di Dio che è la più bella notizia che potevamo ricevere.
C’era come un feeling misterioso tra Gesù e i peccatori, un cercarsi reciproco che scandalizzava scribi e sacerdoti. Gesù allora spiega questa amicizia con tre parabole tratte da storie di vita: una pecora perduta, una moneta perduta, un figlio che se ne va e si perde. Storie di perdita, che mettono in primo piano la pena di Dio quando perde e va in cerca, ma soprattutto la sua gioia quando trova.
Ecco allora la passione del pastore, quasi un inseguimento della sua pecora per steppe e pietraie. Se noi lo perdiamo, lui non ci perde mai. Non è la pecora smarrita a trovare il pastore, è trovata; non sta tornando all’ovile, se ne sta allontanando; il pastore non la punisce, è viva e tanto basta. E se la carica sulle spalle perché sia meno faticoso il ritorno. Immagine bellissima: Dio non guarda alla nostra colpa, ma alla nostra debolezza. Non traccia consuntivi, ma preventivi. Dio è amico della vita: Gesù guarisce ciechi zoppi lebbrosi non perché diventino bravi osservanti, tanto meglio se accadrà, ma perché tornino persone piene, felici, realizzate, uomini finalmente promossi a uomini.
La pena di un Dio donna-di-casa che ha perso una moneta, che accende la lampada e si mette a spazzare dappertutto e troverà il suo tesoro, lo scoverà sotto la polvere raccolta dagli angoli più oscuri della casa. Così anche noi, sotto lo sporco e i graffi della vita, sotto difetti e peccati, possiamo scovare sempre, in noi e in tutti, un frammento d’oro.
Un padre che non ha figli da perdere, e se ne perde uno solo la sua casa è vuota. Che non punta il dito e non colpevolizza i figli spariti dalla sua vista, ma li fa sentire un piccolo grande tesoro di cui ha bisogno. E corre e gli getta le braccia al collo e non gli importa niente di tutte le scuse che ha preparato, perché alla fedeltà del figlio preferisce la sua felicità.
Tutte e tre le parabole terminano con lo stesso “crescendo”. L’ultima nota è una gioia, una contentezza, una felicità che coinvolge cielo e terra: vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti… Da che cosa nasce questa felicità di Dio? Da un innamoramento, come in un perenne Cantico dei Cantici. Dio è l’Amata che gira di notte nella città e a tutti chiede una sola cosa: «avete visto l’amato del mio cuore?».
Sono io l’amato perduto. Dio è in cerca di me. Se lo capisco, invece di fuggire correrò verso di lui.
(Letture: Esodo 32, 7-11. 13-14; Salmo 50; 1 Timoteo 1, 12-17; Luca 15, 1-32 )

di Ermes Ronchi – avvenire