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MAZZOLARI, la domenica non si lavora

In qualità di parroco di Cicognara, negli anni Venti, Mazzolari si era impegnato a formare la gente perché sapesse coniugare tempi del lavoro e tempo della festa. Nel paese dei laboratori di scope di saggina, i ritmi di produzione erano così intensi che finivano spesso per
far dimenticare la fede.

Mazzolari si lamentava con il proprio vescovo che la festa non era sempre santificata. «C’è gente che lavora la domenica senza scrupolo», confessava malinconicamente. A cavallo degli anni Trenta, con la crisi economica, quelle che erano ditte familiari diventarono «piccole industrie» con nuovi problemi di giustizia sociale che Mazzolari non rinunciò a segnalare: la mancanza di igiene sui luoghi di lavoro (in quale caso si trattava di stalle adattate), la presenza di polvere di saggina e di odore di zolfo, il mancato rispetto degli orari.

L’attenzione verso i problemi del lavoro è costante nei ventisette anni trascorsi a Bozzolo, dal 1932 al 1959. Durante la crisi economica degli anni Trenta il paese era allo stremo. I poveri aumentavano di giorno in giorno. Per la visita pastorale del vescovo di Cremona, monsignor Giovanni Cazzani (24-26 aprile 1937), Mazzolari scrive: «La crisi economica ha fatto chiudere ogni industria locale e distrutto la classe operaia». A Bozzolo era rimasto solo qualche artigiano, con poco lavoro. «Bozzolo è paese rurale, paese poverissimo, con alto tasso di disoccupazione ». Metà del paese era contadino, e poteva vivere dignitosamente, ma l’altra metà pativa l’indigenza.

Molti bozzolesi andavano a chiedere l’elemosina nei paesi vicini. Parecchi se ne erano andati a cercare fortuna altrove: ottanta persone lavoravano in Africa orientale. Negli anni Cinquanta Mazzolari si prodigò, come intermediario «sindacale» nella filiale Galbani di Bozzolo, per i piccoli produttori di latte. Era tipica del suo animo di servitore della giustizia la preoccupazione che fosse garantito a tutti l’equo riconoscimento del lavoro. Don Marino Santini, vicario parrocchiale a Bozzolo, raccontò nelle sue memorie che quando Mazzolari «entrava nelle case difficilmente tralasciava una visita alla stalla, una sosta sull’aia per un pensiero al raccolto, o per salutare chi si avviava al lavoro. Tutto gli serviva per carpire alla natura e alla vita tribolata della sua gente i segni di una Presenza». Senza dubbio, l’attività in favore dei lavoratori ha fondato la sua riflessione che mantiene grande attualità. Mazzolari non dà per scontato che l’uomo desideri lavorare. C’è bisogno di un profondo senso di responsabilità sociale cui le coscienze vanno formate. Quando il lavoro non mette al centro l’uomo finisce per usare un linguaggio materialista e la persona diventa «materiale umano».

Con fine senso critico egli avverte il tentativo, avviato da più parti, di servirsi del lavoratore come numero utile a fare massa per il profitto di pochi. Se si vogliono davvero fare gli interessi del lavoratore, occorre invece dargli la parola, ascoltarlo senza staccarlo dalla concretezza del vivere: la famiglia, la scuola, la società. Strumentalizzare è facile; formarsi a partire dall’ascolto delle persone richiede cuore aperto e disponibilità.

L’idea di sindacato cristianamente ispirato ha connotazioni originali già nel secondo dopoguerra. Mazzolari lo pensa come spazio aperto di confronto, capace di intervenire sulle questioni più vive che la storia presenta e non appiattito sulle convenienze di bottega. Per questo
il sindacato non può accontentarsi di firmare accordi sui salari e tutelare le posizioni lavorative, ma deve occuparsi anche degli immigrati, costretti ad abbandonare il proprio paese in cerca di lavoro. I diritti fondamentali di ogni creatura sono il centro del servizio sindacale. Il sindacato di ispirazione cristiana deve diventare sempre più «una palestra di giustizia e di solidarietà cristiana, che prepara lentamente ma durevolmente l’emancipazione del salariato, costruendo in ogni contadino la coscienza della propria grandezza e della propria responsabilità verso la terra, gli uomini e Dio». Compito dell’attività sindacale è far crescere consapevolezza e responsabilità. In altre parole, il sindacato è chiamato a formare coscienze.
Altro tema caro fu quello occupazionale. Sul giornale “Adesso”, Mazzolari è critico verso una politica preoccupata del pareggio di bilancio «mentre i disoccupati aumentano. Con due milioni di disoccupati – scriveva – il pareggio è un’operazione
precaria. Se si vuole, com’è dovere, farli lavorare bisogna far saltare le cifre».

L’economia è al servizio dell’uomo e i problemi del lavoro vanno affrontati con senso del bene comune. La frantumazione sindacale (tre confederazioni) e la forza della Confida (la Confederazione italiana degli agricoltori, del padronato agrario) accrescevano l’urgenza che si ascoltasse la classe lavoratrice e si ponesse fine alla tragedia della disoccupazione, umiliante per i singoli e le famiglie. Per Mazzolari i disoccupati sono il prossimo che invoca aiuto al samaritano di turno. Che rimane senza lavoro e senza prospettive diventa un escluso come un «viaggiatore piantato in asso, mentre ha pagato il suo biglietto come gli altri e più degli altri». La disoccupazione genera emarginazione sociale. Proprio sulla questione occupazionale vi fu a Bozzolo uno scontro fra i più duri. La sera del 15 luglio 1946 si consumò in Comune la spaccatura tra i disoccupati e i benestanti del paese. Pochi giorni prima, il sindaco democristiano Rinaldo Zangrossi aveva affisso un manifesto che inventiva a offrire lavoro ad alcuni disoccupati. Si chiedeva alle famiglie più abbienti di recarsi in Comune a firmare un prestito di denaro per finanziare lavori di pubblica utilità. Il progetto era condiviso anche da Mazzolari. Per raccogliere i fondi nacque una commissione composta dai rappresentanti di diversi partiti; era presente quello comunista, ma non il socialista.

Il 15 luglio, appunto, gli abbienti di Bozzolo furono invitati a presentarsi in municipio. Nessuno si fece vivo e l’appello fu disatteso. Da qui la protesta rabbiosa dei disoccupati che affluirono in piazza, salirono in Comune e pretesero di conoscere i nomi di chi si era rifiutato di sottoscrivere il prestito. Il sindaco, forse per timore, invece di chiamare le forze dell’ ordine invocò l’aiuto del parroco che accorse, anch’egli deluso per il fallimento dell’iniziativa. In sua presenza si decise di prelevare a casa alcuni dei “facoltosi” e di trascinarli in Comune per costringerli a firmare. Sotto minaccia di violenza, i membri di dieci famiglie benestanti vennero condotti davanti al primo cittadino per garantire economicamente i lavori.

Davanti alla “rivoluzione” il parroco scelse di tacere. Si trovò lì, nel mezzo, contestato dagli uni e dagli altri. «Guardando e ascoltando, – racconterà un giorno – capivo fin troppo bene che né gli uni né gli altri mi sentivano dei loro. Per gli uni ero l’uomo che tiene coi padroni: per i signori, l’avvocato della canaglia contro i galantuomini, la brava gente che lavora e risparmia ». Solo verso l’una e mezza di notte l’aria si calmò ed egli fu l’ultimo a lasciare il municipio. Visse l’ esperienza drammatica di essere bersaglio di tutti e, insieme, si sentì chiamato a soffrire per loro: l’“uomo di nessuno” che raccoglieva il duplice insulto senza poter opporre resistenza.

avvenire.it