Lettera pastorale del Vescovo dedicata alla Liturgia

Si intitola “La Liturgia. Dialogo salvifico tra Dio e l’uomo nell’eterno e nel tempo” la terza Lettera pastorale del vescovo Massimo Camisasca.

Il documento è datato 25 dicembre e la versione digitale del testo si può scaricare da qui.
Copie in formato cartaceo saranno disponibili dopo Natale presso la Segreteria della Curia.

“La Libertà” dedicherà alla Lettera un approfondimento su una delle prossime uscite.

Il testo, dedicato alla Liturgia, è composto da cinque parti:

  1. Radici e significato dell’evento liturgico
  2. Le dimensioni della liturgia e il cammino dell’uomo
  3. La celebrazione dell’Eucarestia
  4. Il canto
  5. Partecipazione attiva.

Ricordiamo che monsignor Camisasca ha pubblicato altre due Lettere pastorali: Il dono del diaconato permanente (2014) e Vieni e vedrai (2016), quest’ultima sul tema della vocazione.

Scarica il testo integrale della lettera (.pdf 500 kb) 


laliberta.info

Natale del Signore (Messa della Notte) Foglietto, Letture e Salmo

Scarica il foglietto della Messa >>>> Foglietto
Scarica le Letture del Lezionario >>>> Letture
Scarica il Salmo Responsoriale Cantato >>>> Salmo

NOTA: Le liturgie della Messa dell’Aurora e della Messa del Giorno sono in questa pagina, sotto la Messa della Notte.
“Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”.
Soltanto la contemplazione può semplificare la nostra preghiera per arrivare a constatare la profondità della scena e del segno che ci è dato.
Una mangiatoia, un bambino, Maria in contemplazione, Giuseppe meditabondo: “Veramente tu sei un Dio misterioso!”. Il Padre, il solo che conosce il Figlio, ci conceda di riconoscerlo affinché l’amiamo e lo imitiamo.
Nessun apparato esteriore, nessuna considerazione, nel villaggio tutto è indifferente. Solo alcuni pastori, degli emarginati dalla società…
E tutto questo è voluto: “Egli ha scelto la povertà, la nudità.
Ha disprezzato la considerazione degli uomini, quella che proviene dalla ricchezza, dallo splendore, dalla condizione sociale”. Nessun apparato, nessuno splendore esteriore.
Eppure egli è il Verbo che si è fatto carne, la luce rivestita di un corpo. Egli si trova nel mondo che egli stesso continuamente crea, ma vi è nascosto. Perché vuole apparirci solo di nascosto?
Egli fino ad allora era, secondo l’espressione di Nicolas Cabasilas, un re in esilio, uno straniero senza città, ed eccolo che fa ritorno alla sua dimora. Perché la terra, prima di essere la terra degli uomini, è la terra di Dio. E, ritornando, ritrova questa terra creata da lui e per lui.
“Dio si è fatto portatore di carne perché l’uomo possa divenire portatore di Spirito”,
dice Atanasio di Alessandria.
“Il suo amore per me ha umiliato la sua grandezza.
Si è fatto simile a me perché io lo accolga.
Si è fatto simile a me perché io lo rivesta”
(Cantico di Salomone).
Per capire, io devo ascoltare lui che mi dice:
“Per toccarmi, lasciate i vostri bisturi…
Per vedermi, lasciate i vostri sistemi di televisione…
Per sentire le pulsazioni del divino nel mondo, non
prendete strumenti di precisione…
Per leggere le Scritture, lasciate la critica…
Per gustarmi, lasciate la vostra sensibilità…”
(Pierre Mounier).
Ma credete e adorate.

Foglietto, Letture e Salmo IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA 8 Dicembre

Grado della Celebrazione: SOLENNITA’
Colore liturgico: Bianco


Abramo concepì Isacco per la fede nella promessa di Dio “e divenne padre di molti popoli” (cf. Rm 4,18-22). Ugualmente Maria concepì Gesù per mezzo della fede. La concezione verginale di Gesù fu opera dello Spirito Santo, ma per mezzo della fede di Maria. È sempre Dio che opera, ma attraverso la collaborazione dell’uomo. Credere, infatti, è rispondere con fiducia alla parola di Dio, accogliere i suoi piani come se fossero propri e sottomettersi in obbedienza alla sua volontà per collaborarvi. La fede vuole sempre: 1) la fiducia in Dio e 2) la professione di ciò che si crede, poiché “con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza” (Rm 10,10). Una volta riconosciuta vera la parola di Dio, Maria credette alla concezione verginale di Gesù e credette pure alla volontà di Dio di salvare gli uomini peccatori, la volle e aderì a quel piano lasciandosi coinvolgere: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38). Dalla sua fede quindi nacque Gesù e pure la Chiesa. Perciò, insieme ad Elisabetta che esclamò: “Beata colei che ha creduto all’adempimento delle parole del Signore” (Lc 1,45), ogni generazione oggi la proclama beata (cf. Lc 1,48). La Chiesa ha il compito di continuare nel mondo la missione materna di Maria, quella di comunicare il Salvatore al mondo. Il cristiano di oggi deve fare proprio il piano di Dio “il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati” (1Tm 2,4), proclamando la propria salvezza e lasciandosi attivamente coinvolgere nel portare la salvezza al prossimo, poiché “in questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli (Gv 15,8).
 

>>> Scarica il foglietto della Messa
>>> Scarica le Letture del Lezionario
>>> Scarica il Salmo Responsoriale Cantato

Il cammino. Inizia l’Avvento, tempo di attesa e di conversione verso il Natale

Che cos’è l’Avvento? Quanto dura? Quali paramenti indossa il sacerdote? Come si articola questo tempo liturgico? Quali letture sono proposte nella Messa? Ecco le risposte

L'inaugurazione del presepe e dell'albero di Natale lo scorso anno in piazza San Pietro a Roma

L’inaugurazione del presepe e dell’albero di Natale lo scorso anno in piazza San Pietro a Roma

da Avvenire

Inizia domenica 1 dicembre 2019 l’Avvento, il tempo forte dell’Anno liturgico che prepara al Natale. La prima domenica di Avvento apre il nuovo Anno liturgico. Quattro sono le domeniche di Avvento nel rito romano, mentre nel rito ambrosiano sono sei e infatti l’Avvento è già cominciato domenica 17 novembre. Si tratta di un tempo che invita «ad alzare lo sguardo e ad aprire il cuore per accogliere Gesù», aveva spiegato lo scorso anno papa Francesco nel suo primo Angelus d’Avvento in piazza San Pietro. E aveva aggiunto: «In queste quattro settimane siamo chiamati a uscire da un modo di vivere rassegnato e abitudinario, e ad uscire alimentando speranze, alimentando sogni per un futuro nuovo».

La liturgia

L’Avvento inizia con i primi Vespri della prima domenica di Avvento e termina prima dei primi Vespri di Natale. Il colore dei paramenti liturgici indossati dal sacerdote è il viola; nella terza domenica di Avvento (ossia, la domenica Guadete) facoltativamente si può usare il rosa, a rappresentare la gioia per la venuta di Cristo. Nella celebrazione eucaristica non viene recitato il Gloriain maniera che esso risuoni più vivo nella Messa della notte per la Natività del Signore. Quest’anno la seconda domenica di Avvento coincide con la solennità dell’Immacolata Concezione l’8 dicembre. 

Un sacerdote con la casula viola durante il tempo di Avvento

Un sacerdote con la casula viola durante il tempo di Avvento

I nomi tradizionali delle domeniche di Avvento sono tratti dalle prime parole dell’Antifona di ingresso alla Messa. La prima domenica è detta del Ad te levavi («A te elevo», Salmo 25); la seconda domenica è chiamata del Populus Sion («Popolo di Sion», Isaia 30,19.30); la terza domenica è quella del Gaudete («Rallegratevi», Filippesi 4,4.5); la quarta domenica è quella del Rorate («Stillate», Isaia 45,8).

Papa Francesco con la casula rosa durante il tempo di Avvento

Papa Francesco con la casula rosa durante il tempo di Avvento

L’origine dell’Avvento

Il termine Avvento deriva dalla parola “venuta”, in latino adventusIl vocabolo adventus può tradursi con “presenza”, “arrivo”, “venuta”.Nel linguaggio del mondo antico era un termine tecnico utilizzato per indicare l’arrivo di un funzionario, la visita del re o dell’imperatore in una provincia. Ma poteva indicare anche la venuta della divinità, che esce dal suo nascondimento per manifestarsi con potenza, o che viene celebrata presente nel culto.

'L'albero di Jesse' nella Cattedrale di Worms in Germania

“L’albero di Jesse” nella Cattedrale di Worms in Germania

I cristiani adottarono la parola Avvento per esprimere la loro relazione con Cristo: Gesù è il Re, entrato in questa povera “provincia” denominata terra per rendere visita a tutti; alla festa del suo avvento fa partecipare quanti credono in Lui. Con la parola adventus si intendeva sostanzialmente dire: Dio è qui, non si è ritirato dal mondo, non ci ha lasciati soli. Anche se non lo possiamo vedere e toccare come avviene con le realtà sensibili, Egli è qui e viene a visitarci in molteplici modi.

Il tempo dell’attesa, della conversione e della speranza

L’Avvento è «tempo di attesa, di conversione, di speranza», come spiega Direttorio su pietà popolare e liturgia. È il tempo dell’attesa della venuta di Dio che viene celebrata nei suoi due momenti: la prima parte del tempo di Avvento invita a risvegliare l’attesa del ritorno glorioso di Cristo; poi, avvicinandosi il Natale, la seconda parte dell’Avvento rimanda al mistero dell’Incarnazione e chiama ad accogliere il Verbo fatto uomo per la salvezza di tutti. Ciò è spiegato nel primo Prefazio di Avvento, ossia la preghiera che “apre” la liturgia eucaristica all’interno della Messa dopo l’Offertorio. In essa si sottolinea che il Signore «al suo primo avvento nell’umiltà della nostra natura umana, portò a compimento la promessa antica, e ci aprì la via dell’eterna salvezza». E poi si aggiunge: «Verrà di nuovo nello splendore della gloria, e ci chiamerà a possedere il regno promesso che ora osiamo sperare vigilanti nell’attesa».

'San Giovanni Battista' di Caravaggio alle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma (foto Ansa)

“San Giovanni Battista” di Caravaggio alle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma (foto Ansa)

L’Avvento è poi tempo di conversione, alla quale la liturgia di questo momento forte invita con la voce dei profeti e soprattutto di Giovanni Battista: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (Matteo 3, 2). Infine è il tempo della speranza gioiosa che la salvezza già operata da e le realtà di grazia già presenti nel mondo giungano alla loro maturazione e pienezza, per cui la promessa si tramuterà in possesso, la fede in visione, e «noi saremo simili a lui e lo vedremo così come egli è» (1 Giovanni 3, 2).

Le letture dell’Avvento

Le letture – nel 2019 vengono seguite quelle dell’Anno A con il Vangelo di Luca – testimoniano questa suddivisione dell’Avvento. Nella prima domenica di Avvento – 1 dicembre – il Vangelo (Matteo 24,37-44) contiene il monito di Gesù: «Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà». La seconda domenica di Avvento – 8 dicembre – coincide con la solennità dell’Immacolata Concezione e il brano del Vangelo (Luca 1, 26-38) è quello dell’Annunciazione in cui l’angelo dice a Maria: «Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù».

'L'annunciazione' di Beato Angelico a San Giovanni Valdarno (Arezzo)

“L’annunciazione” di Beato Angelico a San Giovanni Valdarno (Arezzo)

Nella terza domenica di Avvento – 15 dicembre – il Vangelo (Matteo 11,2-11) si sofferma su Giovanni il Battista che dal carcere manda a domandare a Gesù: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Infine il Vangelo dell’ultima domenica di Avvento (Matteo 1,18-24) – 22 dicembre – ha al centro il sogno di Giuseppe in cui l’angelo gli annuncia: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

Maria, icona dell’Avvento

Nei ritmi dell’Anno liturgico l’Avvento è il tempo mariano per eccellenza. Lo ricorda chiaramente Paolo VI nel paragrafo 4 della Marialis Cultus: «In tal modo i fedeli, che vivono con la Liturgia lo spirito dell’Avvento, considerando l’ineffabile amore con cui la Vergine Madre attese il Figlio,sono invitati ad assumerla come modello e a prepararsi per andare incontro al Salvatore che viene, vigilanti nella preghiera, esultanti nella sua lode». Il tempo dell’Avvento ha quindi come icona quella della Vergine. Papa Francesco ha sottolineato che «Maria è la “via” che Dio stesso si è preparato per venire nel mondo» ed è «colei che ha reso possibile l’incarnazione del Figlio di Dio, “la rivelazione del mistero, avvolto nel silenzio per secoli eterni” (Romani 16,25)» grazie «al suo “sì” umile e coraggioso». La presenza della Solennità dell’Immacolata Concezione – 8 dicembre – fa parte del mistero che l’Avvento celebra: Maria è il prototipo dell’umanità redenta, il frutto più eccelso della venuta redentiva di Cristo. E in questo tempo forte la figura della Vergine viene presentata come l’icona dell’attesa fiduciosa e vigilante, della disponibilità attenta e concreta al mistero di Dio. 

'La Madonna del Parto' di Piero della Francesca ad Anghiari

“La Madonna del Parto” di Piero della Francesca ad Anghiari

Il Gloria e la colletta: dal canto al sacro silenzio

Adorazione dei magi

Don Ubaldo è perplesso: lui conosce il Gloria della Missa de Angelis, ma don Asdrubale gli ha detto che non lo canta nessuno: ha trovato un canto carino che tutti possono cantare, con un bel ritornello che richiama il Gloria. I bambini possono scandire il tempo battendo le mani e tutto diventa più festoso e gioioso. «Mah!» borbotta don Ubaldo e lascia fare un po’ sconsolato.

In effetti, i riti di introduzione terminano con il canto del Gloria e l’orazione colletta.

«Il Gloria è un inno antichissimo e venerabile con il quale la Chiesa, radunata nello Spirito Santo, glorifica e supplica Dio Padre e l’Agnello. Il testo di questo inno non può essere sostituito con un altro» precisano le norme del Messale Romano (PNMR 53).

Don Ubaldo ha ragione ad essere perplesso. Lo si canta nelle domeniche fuori del tempo di Avvento e di Quaresima; e, inoltre, nelle solennità e nelle feste, e in celebrazioni di particolare solennità. Questo è un canto fra i più antichi di tutta la liturgia e nasce come inno per la liturgia delle ore. Entra nella liturgia eucaristica perché riecheggia il canto degli angeli narrato dal Vangelo di Luca per la nascita del Salvatore (cf. Lc 2,14).

È un canto di lode, non una riflessione teologica. È un inno trinitario che loda il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Non ha altri grandi valori se non quello di rendere più solenne, festosa, gioiosa la liturgia. Proprio perché nasce come inno, la sua natura richiede il canto: al canto degli angeli si unisce il canto della Chiesa. Privato della musica e del canto, il Gloria perde il suo significato. Infatti, questo canto non accompagna un rito, ma è rito a se stante: è un momento di lode. Quindi anche don Asdrubale ha ragione a voler far cantare tutti. Ma bisogna trovare una musica che mantenga la solennità e non svilisca o intacchi il testo in un vocio stralunato pieno di confusione.

La colletta conclude i riti introduttivi che, abbiamo visto, servono per condurci da una situazione ad un’altra, per generarci come Chiesa che celebra il suo Signore.

La conclusione è affidata ad un momento di sacro silenzio. Ricordiamo che solo alla parola silenzio viene dato questo aggettivo: è solo il silenzio che è sacro. In un’epoca verbosa come la nostra, è importante sottolineare questo aspetto.

Il Messale prescrive: «Il sacerdote invita il popolo a pregare e tutti insieme con lui stanno per qualche momento in silenzio, per prendere coscienza di essere alla presenza di Dio e poter formulare nel cuore le proprie intenzioni di preghiera» (PNMR 54).

È questo il momento vero della colletta: non soltanto quando il sacerdote pronuncia le parole presidenziali per cui: «Il popolo, unendosi alla preghiera, fa propria l’orazione con l’acclamazione Amen», ma quando tutti insieme veniamo raccolti dal silenzio della preghiera. Infatti, il termine “colletta” deriva dal verbo colligere, che vuol dire raccogliere, quindi raccogliere la preghiera. In quel momento di silenzio avviene la raccolta della preghiera. Quindi la colletta si realizza in quel silenzio dell’assemblea. Paolo dice che: «Non sappiamo che cosa sia conveniente domandare» (Rm 8,26). In quel silenzio non chiediamo nulla, non diciamo nulla: sappiamo soltanto che il nostro spirito geme e grida: «Abbà-Padre!».

Questo deve avvenire realmente e ritualmente. La Chiesa ci dona il silenzio nella liturgia perché questo avvenga. Il presbitero dice: «Preghiamo», e deve esserci silenzio, un vero e palpabile silenzio, che scuota i presenti; dove anche i bambini, che sono sempre agitati, si placano perché percepiscono qualcosa di importante, di grande e sconvolgente. Tutto tace.

La partecipazione attiva dei bambini avviene facendo loro percepire in modo pre-razionale l’esperienza della preghiera della Chiesa.

San Giovanni Crisostomo, commentando la colletta, dice: «… e si fece un grande silenzio». Mi viene in mente quello che succede all’apertura del settimo sigillo nell’Apocalisse: «Quando l’Agnello aprì il settimo sigillo, si fece silenzio in cielo per circa mezz’ora» (Ap 8,1).

Quel raccogliersi degli spiriti celesti nell’adorazione e nell’attesa, in uno dei momenti più decisivi della storia del regno di Dio, deve insegnare a noi, creature così agitate, così facilmente distratte, il raccoglimento in presenza delle rivelazioni di Dio per meditarle; il raccoglimento in presenza delle opere di Dio nella natura e nella storia per adorare il loro Autore; il raccoglimento in presenza delle vie di Dio riguardo a noi stessi. Non per nulla Dio ci dà la calma della sera e il silenzio delle notti, il riposo santo della domenica e i tempi della prova in cui ci chiama a rientrare in noi stessi e ci parla, nel raccoglimento dell’anima, a tu per tu.

È un silenzio che riusciamo ad avere qualche volta al racconto dell’istituzione, ma che raramente troviamo in questo punto così importante dell’inizio generante della liturgia.

Dopo il movimento, il passaggio, il canto della lode, veniamo generati dal sacro silenzio: l’orazione di colletta raccoglie, nel mistero che celebriamo, tutti i sussulti della nostra anima e della nostra vita.

da Settimana News

Parolin: approfondire la liturgia, rende capaci di amare i fratelli

vaticannews

Diffondere la “formazione liturgica” per aiutare il Popolo di Dio ad amare la liturgia come “esperienza di incontro con il Signore e con i fratelli”, che protesa alla conversione rende capaci di amare e servire gli altri come ha fatto Cristo. È questa la missione alla quale il cardinale Pietro Parolin incoraggia quanti prendono parte alla 70.ma Settimana Liturgica Nazionale, riuniti a Messina da oggi a giovedì prossimo. Centinaia di persone che, come ogni anno, si incontrano in una diocesi italiana. Quest’anno riflettono sul tema: “Liturgia: chiamata per tutti alla santità battesimale”.

La 70.ma Settimana Liturgica Nazionale

Nella Lettera indirizzata a monsignor Claudio Maniago, vescovo di Castellaneta e presidente del Cento di Azione Liturgica, che organizza l’evento, il porporato chiede, appunto, di “aiutare le comunità a interiorizzare meglio la preghiera della Chiesa”, riscoprendone i contenuti e osservandone i riti. “La liturgia sarà autentica, cioè in grado di formare e trasformare coloro che vi partecipano”, spiega il cardinale Parolin, se pastori e laici “apprenderanno sempre meglio a coglierne il significato e il linguaggio simbolico, inclusa l’arte, il canto e la musica al servizio del mistero celebrato, comprendendovi anche il silenzio”.

Santità e liturgia

Al centro dell’iniziativa della Settimana Liturgica Nazionale vi è infatti quell’importanza di approfondire il rinnovamento liturgico voluto dal Concilio Vaticano II. Il legame fra santità e liturgia il cardinale Parolin lo dipana richiamandosi in particolare alla Sacrosanctum Concilium, la costituzione conciliare sulla sacra liturgia. I Padri conciliari, ricorda, “insistono sul fatto che la liturgia, nel momento in cui celebra la santità, santifica quanti vi partecipano” come anche Papa Francesco ricordava che “la liturgia è vita per l’intero popolo della Chiesa”. “Nella liturgia, l’inaccessibile santità di Dio”, infatti, si comunica in Cristo con il volto della misericordia, dell’amore gratuito e la Liturgia permette agli uomini “di vivere la sua stessa vita”. Il Papa quindi auspica che proprio da questa Settimana “maturi la consapevolezza che la liturgia è luogo privilegiato in cui la santità di Dio ci attira a sé”.

Dalla liturgia la conversione per comportarsi come il Signore

Nell’Eucarestia lo Spirito Santo rende partecipi della vita divina che “trasfigura tutto il nostro essere mortale, rendendolo capace di amare” come ha fatto Cristo, offrendo la propria vita nel servizio dei fratelli. La liturgia è, infatti, “un’esperienza protesa alla conversione della vita tramite l’assimilazione del modo di pensare e di comportarsi del Signore”, evidenzia ancora il cardinale Parolin richiamando le parole di Papa Francesco all’udienza dello scorso febbraio alla Plenaria della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Nel discorso il Papa ricordava anche la liturgia non è il “campo del fai-da-te” e non può essere ridotta a “giusti, ricette e correnti” ma va accolta con docilità e promossa con amore: nelle preghiere e nei gesti risuona il “noi” e non l’”io”, la comunità reale.

Il Vangelo. Domenica di Pentecoste. Lo Spirito Santo? È Dio in libertà

di Ermes Ronchi – Avvenire

Domenica di Pentecoste
Anno C

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».
Lo Spirito, il misterioso cuore del mondo, radice di ogni femminilità che è nel cosmo (Davide M. Montagna), vento sugli abissi e respiro al primo Adamo, è descritto in questo vangelo attraverso tre azioni: rimarrà con voi per sempre, vi insegnerà ogni cosa, vi ricorderà tutto quello che vi ho detto. Tre verbi gravidi di bellissimi significati profetici: “rimanere, insegnare e ricordare”. 
Rimanere, perché lo Spirito è già dato, è già qui, ha riempito la “camera alta”
di Gerusalemme e la dimora intima del cuore. Nessuno è solo, in nessuno dei giorni. Se anche me ne andassi lontano da lui, lui non se ne andrà mai. Se lo dimenticassi, lui non mi dimenticherà. È un vento che non ci spinge in chiesa, ma ci spinge a diventare chiesa, tempio dove sta tutto Gesù.
Insegnare ogni cosa: nuove sillabe divine e parole mai dette ancora, aprire uno spazio di conquiste e di scoperte. Sarà la memoria accesa di ciò che è accaduto “’in quei giorni irripetibili” quando la carne umana è stata la tenda di Dio, e insieme sarà la tua genialità, per risposte libere e inedite, per oggi e per domani. Letteralmente “in-segnare” significa incidere un segno dentro, nell’intimità di ciascuno, e infatti con ali di fuoco/ ha inciso lo Spirito /come zolla il cuore (Davide M. Montagna).
Ricordare: vuol dire riaccendere la memoria di quando passava e guariva la vita e diceva parole di cui non si vedeva il fondo; riportare al cuore gesti e parole di Gesù, perché siano caldi e fragranti, profumino come allora di passione e di libertà. Lo Spirito ci fa innamorare di un cristianesimo che sia visione, incantamento, fervore, poesia, perché “la fede senza stupore diventa grigia” (papa Francesco). 
Un dettaglio prezioso rivela una caratteristica di tutte e tre le azioni dello Spirito: rimarrà sempre con voi; insegnerà ogni cosa, ricorderà tutto.
Sempre, ogni cosa, tutto, un sentore di pienezza, completezza, totalità, assoluto. Lo Spirito avvolge e penetra; nulla sfugge ai suoi raggi di fuoco, ne è riempita la terra (Sal 103), per sempre, per una azione che non cessa e non delude. E non esclude nessuno, non investe soltanto i profeti di un tempo, le gerarchie della Chiesa, o i grandi mistici pellegrini dell’assoluto. Incalza noi tutti, cercatori di tesori, cercatrici di perle, che ci sentiamo toccati al cuore dal fascino di Cristo e non finiamo mai di inseguirne le tracce.
Che cos’è lo Spirito santo? È Dio in libertà. Che inventa, apre, fa cose che non t’aspetti. Che dà a Maria un figlio fuorilegge, a Elisabetta un
figlio profeta. E a noi dona, per sempre, tutto ciò di cui abbiamo bisogno per diventare, come madri, dentro la vita donatori di vita.
(Letture: Atti 2,1-11; Salmo 103; Romani 8,8-17; Giovanni 14, 15-16.23-26).

Il 29 maggio la memoria liturgica di san Paolo VI. Papa dalle mani tese

L’Osservatore Romano 

Si intitola semplicemente San Paolo VI la piccola raccolta di riflessioni e testi per la memoria liturgica del 29 maggio curata dal rogazionista Leonardo Sapienza. Com’è noto la data è quella dell’ordinazione sacerdotale di Giovanni Battista Montini, cui il reggente della prefettura della Casa pontificia ha dedicato numerose pubblicazioni. In quest’ultima il lettore viene guidato in una sorta di “ginnastica spirituale” il cui “coach” è lo stesso Papa bresciano. L’efficace espressione è infatti mutuata da una meditazione dettata da Montini il 1° dicembre 1960, quand’era arcivescovo di Milano, ai preti dei vicariati di Varese, in occasione di un ritiro presso il collegio arcivescovile Sant’Ambrogio. Oltre a riproporne integralmente il testo, il curatore riporta nel volumetto di quaranta pagine il decreto del 25 gennaio scorso emesso dalla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti sull’iscrizione della celebrazione di san Paolo VI, Papa, nel calendario romano generale. Coraggioso apostolo del Vangelo si intitola poi l’articolo — firmato dal prefetto della Congregazione, il cardinale Robert Sarah — di commento al decreto, che precede i testi liturgici proposti a conclusione del libretto.
Aspetti inediti, o quantomeno dimenticati dai più, si trovano invece in Paolo VI. Un uomo che tende le mani, pubblicazione di 64 pagine in carta pregiata che il Circolo San Pietro ha dato alle stampe per festeggiare i 150 anni delle propria attività al servizio dei poveri di Roma. L’antico sodalizio ha infatti invitato a predicare gli esercizi quaresimali per i soci proprio monsignor Sapienza, il quale ha offerto una riflessione tripartita su Montini “uomo, sacerdote, Papa”, limitando al massimo le considerazioni personali e lasciando invece parlare lui «direttamente con i suoi discorsi, i suoi scritti, le sue note, i suoi atti, i viaggi, le visite, gli incontri con le persone di ogni ceto». 
Ed è proprio soffermandosi su quest’ultimo aspetto, che il lettore scopre o riscopre gli infiniti esempi della carità del santo Pontefice. «Si pensi solo al suo desiderio — scrive il rogazionista — di vendere alcuni immobili del centro di Roma per costruire case popolari nella periferia di Roma, ad Acilia, a favore di tante famiglie povere. Segno così concreto che ancora oggi quel quartiere porta il nome di “Villaggio Paolo VI”. 
Tra i «tanti episodi sconosciuti», il curatore ne ricorda alcuni. «Gravi inondazioni hanno colpito il Pakistan nel 1971. Paolo VI in diverse occasioni fa appello alla generosità dei cristiani e degli uomini di buona volontà, per venire incontro alle sofferenze di milioni di persone. Per dare l’esempio, dona la croce pettorale che, per interessamento di un vescovo tedesco, viene acquistata per dieci milioni di lire da un costruttore edile di Monaco di Baviera». E ancora, nello stesso anno: «all’udienza generale di mercoledì 17 febbraio riceve i coniugi Ezio e Anita Luzzi, che hanno avuto quattro gemelli! In occasione del parto il Papa aveva fatto pervenire una generosa offerta alla famiglia di Cave, che già aveva un altro figlio». E in un’altra udienza del mercoledì, il 23 giugno, «riceve la signora Maria Moncullo D’Errico, madre di dieci figli, nominata e premiata “mamma dell’anno”. Il parroco di Casalpalocco aveva chiesto un aiuto per la famiglia che versava in condizioni fisiche, economiche e morali disperate. Paolo VI chiede informazioni al vicegerente, monsignor Ugo Poletti. Il quale risponde che la signora è veramente bisognosa, ma poco praticante. Anzi si possono rilevare non pochi difetti e nessun merito particolare. Il premio è stato concesso per interessamento di un giornalista amico della famiglia. Altre mamme di Roma si trovano in condizioni di bisogno identiche se non superiori». Ma Papa Montini «stabilisce: mandiamo centomila lire e un rosario tramite il parroco. Nel frattempo la famiglia si trasferisce a Peschici»: allora l’assegno diventa di un milione di lire e viene inviato al vescovo di Foggia «con preghiera di rimetterlo alla destinataria». 
Nel 1974 è il parroco di Bardi, nel Parmigiano, a chiedere al Pontefice «un aiuto economico in favore della bambina Elisabetta Assirati, affetta da cardiopatia congenita, che è stata ricoverata in America, ove subirà un delicatissimo intervento al cuore. La famiglia è povera e vive nel terrore di perdere anche questa bambina, dopo la prima deceduta tre anni avanti. Il parroco ha raccolto tre milioni di lire, ma ne occorrono otto. Paolo VI dispone di inviare un milione». Poco dopo la piccola viene operata con successo e torna a casa in salute.
Nel giubileo del 1975 un giovane di razza maori arriva a Roma dalla Nuova Zelanda: è completamente paralizzato a eccezione della testa, per gravi lesioni alla spina dorsale. La famiglia è povera, con altri otto figli, e anche il padre è invalido. I cattolici neozelandesi hanno raccolto una colletta per consentirgli un pellegrinaggio in Europa, con tappa anche a Lourdes, per l’Anno santo. E anche per lui «Paolo VI dispone una generosa offerta».
Tanti altri gli aneddoti che emergono dalle meditazioni, le quali costituiscono il corpo centrale del volume contenente anche un’introduzione del presidente del Circolo, Leopoldo Torlonia, e un pensiero dell’assistente ecclesiastico, monsignor Franco Camaldo. Completano la pubblicazione la domanda di ammissione di Montini al sodalizio, il discorso che gli fece da Papa nel centenario di fondazione (31 maggio 1969), più altri testi e fotografie. Tra queste le riproduzioni delle pagine de «L’Osservatore Romano» che testimoniano il legame tra il Pontefice lombardo e il Circolo.
L’Osservatore Romano, 28-29 maggio 2019

Liturgia / IL PAPA DA’ IL VIA LIBERA AL NUOVO MESSALE IN ITALIANO

Avvenire

Durante la prima giornata di lavori dell’Assemblea generale della Cei, il cardinale presidente Gualtiero Bassetti ha annunciato ai vescovi italiani che il Papa ha autorizzato la promulgazione della nuova edizione in italiano del Messale Romano dopo che è giunta laconfirmatio della Santa Sede. Non c’è ancora una data fissata. Pertanto è ancora prematuro sapere quando cambieranno alcune formule con cui viene celebrata l’Eucaristia nella lingua italiana. Probabilmente saranno necessari ancora diversi mesi.

La traduzione italiana della III edizione del Messale Romano era stata approvata lo scorso novembre dall’Assemblea generale straordinaria della Cei. Fra le novità introdotte quella sul Padre Nostro: non diremo più «e non ci indurre in tentazione» (Dio non può indurre in tentazione), ma «non abbandonarci alla tentazione». E intoneremo il Gloria sostituendo al classico «pace in terra agli uomini di buona volontà», il nuovo «pace in terra agli uomini, amati dal Signore». Sono due tra le più significative modifiche che giungono al termine di un percorso durato oltre 16 anni. Un arco temporale in cui «vescovi ed esperti hanno lavorato al miglioramento del testo sotto il profilo teologico, pastorale e stilistico, nonché alla messa a punto della Presentazione del Messale». Nelle intenzioni della Cei, infatti, la pubblicazione della nuova edizione non è solo un fatto “editoriale”, ma «costituisce l’occasione per contribuire al rinnovamento della comunità ecclesiale nel solco della riforma liturgica». L’entrata in uso del nuovo Messale verrà accompagnata con una sorta di «riconsegna al popolo di Dio», tramite un sussidio che rilanci l’impegno della pastorale liturgica.