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Verso il Natale. Inizia l’Avvento. Ecco come vivere il tempo dell’attesa

Inizia domenica 3 dicembre 2017 l’Avvento, il tempo forte dell’Anno liturgico che prepara al Natale. La prima domenica di Avvento apre il nuovo Anno liturgico. Quattro sono le domeniche di Avvento nel rito romano, mentre nel rito ambrosiano sono sei e infatti l’Avvento è già cominciato domenica 12 novembre (però nel computo delle sei domeniche va esclusa la domenica 24 dicembre che è definita «domenica prenatalizia»). «Uno dei temi più suggestivi del tempo di Avvento» è «la visita del Signore all’umanità», aveva spiegato lo scorso annopapa Francesco nel suo primo Angelus d’Avvento in piazza San Pietro. E aveva invitato alla «sobrietà, a non essere dominati dalle cose di questo mondo, dalle realtà materiali». Inoltre in una delle omelia durante la Messa mattutina a Casa Santa Marta il Pontefice aveva indicato «la grazia che noi vogliamo nell’Avvento»: «camminare e andare incontro al Signore», cioè «un tempo per non stare fermo».

La liturgia

L’Avvento inizia con i primi Vespri della prima Domenica di Avvento e termina prima dei primi Vespri di Natale. Il colore dei paramenti liturgici indossati dal sacerdote è il viola; nella terza domenica di Avvento (ossia, la domenica Guadete) facoltativamente si può usare il rosa, a rappresentare la gioia per la venuta di Cristo.Nella celebrazione eucaristica non viene recitato il Gloria, in maniera che esso risuoni più vivo nella Messa della notte per la Natività del Signore.

I nomi tradizionali delle domeniche di Avvento sono tratti dalle prime parole dell’Antifona di ingresso alla Messa
. La prima domenica è detta del Ad te levavi («A te elevo», Salmo 25); la seconda domenica è chiamata del Populus Sion («Popolo di Sion», Isaia 30,19.30); la terza domenica è quella del Gaudete («Rallegratevi», Filippesi 4,4.5); la quarta domenica è quella del Rorate («Stillate», Isaia 45,8).

L’origine dell’Avvento

Il termine Avvento deriva dalla parola “venuta”, in latino adventus. Il vocabolo adventus può tradursi con “presenza”, “arrivo”, “venuta”. Nel linguaggio del mondo antico era un termine tecnico utilizzato per indicare l’arrivo di un funzionario, la visita del re o dell’imperatore in una provincia. Ma poteva indicare anche la venuta della divinità, che esce dal suo nascondimento per manifestarsi con potenza, o che viene celebrata presente nel culto.

I cristiani adottarono la parola Avvento per esprimere la loro relazione con Cristo: Gesù è il Re, entrato in questa povera “provincia” denominata terra per rendere visita a tutti; alla festa del suo avvento fa partecipare quanti credono in Lui. Con la parola adventus si intendeva sostanzialmente dire: Dio è qui, non si è ritirato dal mondo, non ci ha lasciati soli. Anche se non lo possiamo vedere e toccare come avviene con le realtà sensibili, Egli è qui e viene a visitarci in molteplici modi.

Il tempo dell’attesa, della conversione e della speranza

L’Avvento è «tempo di attesa, di conversione, di speranza», come spiega Direttorio su pietà popolare e liturgia. Èil tempo dell’attesa della venuta di Dio che viene celebrata nei suoi due momenti: la prima parte del tempo di Avvento invita a risvegliare l’attesa del ritorno glorioso di Cristo; poi, avvicinandosi il Natale, la seconda parte dell’Avvento rimanda al mistero dell’Incarnazione e chiama ad accogliere il Verbo fatto uomo per la salvezza di tutti. Ciò è spiegato nel primo Prefazio di Avvento, ossia la preghiera che “apre” la liturgia eucaristica all’interno della Messa dopo l’Offertorio. In essa si sottolinea che il Signore «al suo primo avvento nell’umiltà della nostra natura umana, portò a compimento la promessa antica, e ci aprì la via dell’eterna salvezza». E poi si aggiunge: «Verrà di nuovo nello splendore della gloria, e ci chiamerà a possedere il regno promesso che ora osiamo sperare vigilanti nell’attesa».

L’Avvento è poi tempo di conversione, alla quale la liturgia di questo momento forte invita con la voce dei profeti e soprattutto di Giovanni Battista: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (Mt 3, 2). Infine è il tempo della speranza gioiosa che la salvezza già operata da e le realtà di grazia già presenti nel mondo giungano alla loro maturazione e pienezza, per cui la promessa si tramuterà in possesso, la fede in visione, e «noi saremo simili a lui e lo vedremo così come egli è» (1 Gv 3, 2).

Le letture dell’Avvento

Le letture – nel 2017 vengono seguite quelle dell’Anno B – testimoniano questa suddivisione dell’Avvento. Fino alla terza domenica di Avvento la liturgia si focalizza sull’attesa del ritorno del Signore. Poi marca in maniera più specifica l’attesa e la nascita di Gesù. Così nella prima domenica di Avvento il Vangelo (Marco 13,33-37) ha al centro le parole di Cristo: «Vegliate: non sapete quando il padrone di casa ritornerà». Nella seconda domenica di Avvento il Vangelo (Marco 1,1-8) si sofferma sul Battesimo e sulle parole di Giovanni Battista al fiume Giordano: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali». Nella terza domenica di Avvento il Vangelo (Giovanni 1,6-8. 19-28) ha ancora al centro il Battista che «venne come testimone per dare testimonianza alla luce» e che, interrogato dai Giudei, dice: «In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete». Infine il Vangelo dell’ultima domenica di Avvento (Luca 1,26-38) è quello dell’Annunciazione e ha come perno la figura della Madonna.

Maria, icona dell’Avvento

Il tempo dell’Avvento ha come icona quella della Vergine. Papa Francesco ha sottolineato che «Maria è la “via” che Dio stesso si è preparato per venire nel mondo» ed è «colei che ha reso possibile l’incarnazione del Figlio di Dio, “la rivelazione del mistero, avvolto nel silenzio per secoli eterni” (Romani 16,25)» grazie «al suo “sì” umile e coraggioso». La presenza della Solennità dell’Immacolata Concezione – 8 dicembre – fa parte del mistero che l’Avvento celebra: Maria è il prototipo dell’umanità redenta, il frutto più eccelso della venuta redentiva di Cristo.

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Motu proprio del Papa sulle traduzioni dei testi liturgici

E’ stata resa nota oggi la Lettera apostolica in forma di «Motu proprio»di Papa Francesco “Magnum Principium” con cui viene modificato il can. 838 del codice di diritto canonico che riguarda l’uso delle lingue volgari nella liturgia. L’obiettivo, si legge nella Lettera, è fare in modo che la disciplina canonica attualmente vigente nel canone in questione “sia resa più chiara” e affinché “appaia meglio la competenza della Sede Apostolicacirca le traduzioni dei libri liturgici”.

Prima di indicare nel dettaglio in che modo il canone 838 andrà letto, il “Motu proprio” spiega le ragioni dell’attenzione della Chiesa a questo tema ricordando come l’importante principio, confermato dal Concilio Ecumenico Vaticano II, “secondo cui la preghiera liturgica, adattata alla comprensione del popolo, possa essere capita, ha richiesto il grave compito, affidato ai vescovi, di introdurre la lingua volgare nella liturgia e di preparare ed approvare le versioni dei libri liturgici”. Ciò nella consapevolezza della Chiesa “dell’incombente sacrificio della perdita parziale della propria lingua liturgica, il latino, e insieme “delle difficoltà che in questa materia potevano presentarsi”.

Se da una parte infatti, era necessario favorire la partecipazione di tutti i fedeli alle celebrazioni liturgiche “con l’unità sostanziale del Rito Romano”, dall’altra ci sarebbe voluto del tempo perché le stesse lingue volgari potessero diventare lingue liturgiche, “splendenti non diversamente dal latino liturgico per l’eleganza dello stile e la gravità dei concetti al fine di alimentare la fede”.  E molte furono le Leggi liturgiche, le Istruzioni, le Lettere circolari, e le indicazioni della Sede Apostolica per raggiungere questo obiettivo. Non bisogna dimenticare infatti che per i credenti la Parola “è un mistero: quando infatti vengono proferite le parole, in particolare quando si legge la Sacra Scrittura, Dio parla agli uomini, Cristo stesso nel Vangelo parla al suo popolo”.

Il “Motu proprio” sottolinea perciò l’importanza della fedeltà ai testi originali: “bisogna fedelmente comunicare ad un determinato popolo, tramite la sua propria lingua, ciò che la Chiesa ha inteso comunicare ad un altro per mezzo della lingua latina”. In altre parole: “ogni traduzione dei testi liturgici deve essere congruente con la sana dottrina.”

Non ci si deve stupire se in questo campo siano sorte delle difficoltà tra le Conferenze Episcopali e la Sede Apostolica. Perciò, si legge nella Lettera apostolica:  “E’ oltremodo necessaria una costante collaborazione piena di fiducia reciproca, vigile e creativa, tra le Conferenze Episcopali e il Dicastero della Sede Apostolica che esercita il compito di promuovere la sacra Liturgia, cioè la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.”  Da qui la necessità espressa da Papa Francesco di rendere più chiara la disciplina canonica attualmente vigente e in particolare la competenza della Sede Apostolica circa “le traduzioni dei libri liturgici”.

In tal senso il can. 838 andrà letto come segue:

Can. 838 – § 1. Regolare la sacra liturgia dipende unicamente dall’autorità della Chiesa: ciò compete propriamente alla Sede Apostolica e, a norma del diritto, al Vescovo diocesano.

§ 2. È di competenza della Sede Apostolica ordinare la sacra liturgia della Chiesa universale, pubblicare i libri liturgici, rivedere[1] gli adattamenti approvati a norma del diritto dalla Conferenza Episcopale, nonché vigilare perché le norme liturgiche siano osservate ovunque fedelmente.

§ 3. Spetta alle Conferenze Episcopali preparare fedelmente le versioni dei libri liturgici nelle lingue correnti, adattate convenientemente entro i limiti definiti, approvarle e pubblicare i libri liturgici, per le regioni di loro pertinenza, dopo la conferma della Sede Apostolica.

§ 4. Al Vescovo diocesano nella Chiesa a lui affidata spetta, entro i limiti della sua competenza, dare norme in materia liturgica, alle quali tutti sono tenuti.

Il “Motu proprio” stabilisce che le modifiche del canone 838, abbiano conseguenze sull’art. 64 § 3 della Costituzione Apostolica Pastor Bonus e sulle altre leggi, in particolare quelle contenute nei libri liturgici, in materia di traduzioni e adattamenti. Il Papa infine chiede che “la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti modifichi il proprio “Regolamento” in base alla nuova disciplina e aiuti le Conferenze Episcopali ad espletare il loro compito e si adoperi per promuovere sempre di più la vita liturgica della Chiesa Latina”.

Le disposizioni contenute nel  “Motu proprio” , che porta la data del 3 settembre, entreranno  in vigore il 1° ottobre 2017.

radiovaticana

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Papa Francesco: la riforma liturgica è irreversibile

A quasi mezzo secolo dalla chiusura del Concilio Vaticano II uno dei suoi frutti più noti, quello della riforma liturgica, fa ancora discutere. Ecco allora l’invito che papa Francesco fa nell’udienza concessa ai partecipanti allaSettimana liturgica promossa dal Centro di azione liturgica (Cal), affinchè si superino “letture infondate e superficiali, ricezioni parziali e pressi che sfigurano” la riforma della liturgica, che, tra le altre cose, introdusse la lingua nazionale nella celebrazione della Messa, al posto del latino in uso fino al Concilio convocato da san Giovanni XXIII. Al contrario, invita il Papa, si tratta di “conoscerne meglio le ragioni sottese, anche tramite la documentazione storica, come di interiorizzarne i principi ispiratori e di osservare la disciplina che la regola”.

IL TESTO DEL DISCORSO

Un lungo processo riformatore

Un discorso lungo e articolato quello che papa Francesco ha voluto rivolgere ai partecipanti al convegno del Cal, ricordando che il processo riformatore della liturgia pone le proprie radici ben prima dell’evento conciliare, e citando il riordino della musica sacra e il ripristino celebrativo della domenica da parte di san Pio X – noto come il Papa del catechismo – con il motu proprio “Tra le sollecitudini” del 22 novembre 1903, e il progetto riformatore di Pio XII espresso nell’enciclica “Mediator Dei” del 20 novembre 1947. E proprio nel 1947 nacque il Cal, che festeggia i suoi 70 anni di vita, che “in questo ambito formativo si è distinto con le sue iniziative” ha ricordato Francesco.

Una liturgia viva

Ma non è stato solo un discorso basato sulla memoria del passato, ma il Papa ha voluto anche sottolineare alcuni aspetti legati al tema della Settimana liturgica: “Una liturgia viva per una Chiesa viva”. Ebbene per papa Bergoglio la “liturgia è viva in ragione della presenza viva di Colui che morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato la vita a tutti noi”. Dunque “senza la presenza reale del mistero di Cristo, non è alcuna vitalità liturgica“, ricordando che l’altare diventa il “segno visibile dell’invisibile Mistero”. Non meno importante, secondo Francesco, anche il fatto che la liturgia “è vita per l’intero popolo della Chiesa“. Non una liturgia clericale, ma popolare, “un’azione per il popolo, ma anche del popolo”. Un invito a vivere la liturgia da protagonisti e non da spettatori, anche perchè, ed è il terzo punto toccato dal Pontefice nel suo discorso, “la liturgia è vita e non un’idea da capire. I riti e le preghiere per quello che sono e non per le spiegazioni che ne diamo, diventano una scuola di vita cristiana, aperta a quanti hanno orecchi, occhi e cuore dischiusi ad apprendere la vocazione e la missione dei discepoli di Gesù”.

L’armonia delle tradizioni rituali

“La Chiesa è davvero viva se, formando un solo essere vivente con Cristo, è portatrice di vita, è materna, è missionaria, esce incontro al prossimo, sollecita di servire senza inseguire poteri mondani che la rendono sterile”. Una Chiesa viva, in preghiera, e con la sua connotazione “cattolica” che va oltre il Rito Romano, che pur essendo il più esteso non è il solo. “L’armonia delle tradizioni rituali, d’Oriente e d’Occidente, per il soffio del medesimo Spirito dà voce all’unica Chiesa orante per Cristo, con Cristo e in Cristo”.

In un passaggio del discorso papa Francesco afferma che «dopo questo magistero, dopo questo lungo cammino possiamo affermare con sicurezza e con autorità magisteriale che la riforma liturgica è irreversibile».

Avvenire

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A Roma la Settimana Liturgica: al centro la “Chiesa in uscita”

Si apre  a Roma, la 68.ma Settimana Liturgica Nazionale sul tema “Una Liturgia viva per una Chiesa viva”. L’evento è promosso dal CAL, Centro di Azione Liturgica. Federico Piana ha intervistato mons. Giovanni Di Napoli, segretario del CAL:

R. – La settimana liturgica di quest’anno ha sede a Roma proprio perché vogliamo ricordare i 70 anni del CAL che è questa associazione ecclesiale sorta 70 anni fa a Parma nel mese di ottobre del 1947 proprio con lo scopo di portare e diffondere in Italia le istanze del movimento liturgico.

D. – In questa settimana ci saranno anche dei gruppi di lavoro? Com’è articolata?

R. – Anzitutto noi ricordiamo i 70 anni, ma non è un’autocelebrazione. Ci sarà una relazione di apertura di un vescovo emerito mons. Felice di Molfetta che è stato presidente del CAL negli anni trascorsi, il quale farà un po’ una panoramica della vita del Cal e del suo apporto alla vita della Chiesa italiana, soprattutto in merito alla promozione della liturgia e alla “receptio” della riforma liturgica ma con una chiara prospettiva verso il futuro di questo impegno che deve continuare. Quindi non solo uno sguardo al passato che deve compiacersi ma piuttosto per trovare le ragioni per continuare con più generosità e con più entusiasmo questo impegno a servizio della liturgia nelle chiese italiane. Poi, naturalmente, il discorso si snoda su quello che è il tema, “Una liturgia viva per una chiesa viva”. Un tema, per la verità, che non è la prima volta che viene affrontato dalle settimane liturgiche. Penso alla settimana di Bergamo del 1987, “Pastore e comunità per una liturgia viva”, quindi nel passato. E altre ancora nel passato hanno affrontato questo tema. Oggi noi lo affrontiamo alla luce di questo stimolo che ci viene da Papa Francesco di una “Chiesa in uscita”, soprattutto alla luce di quel meraviglioso numero 24 di Evangelii gaudium dove dice che la Chiesa evangelizza e si evangelizza attraverso la bellezza della liturgia. E allora vogliamo proprio vedere questa liturgia nella vita della Chiesa. La prima relazione è affidata a don Roberto Repole che è anche docente alla facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Torino ma è anche presidente dell’associazione teologica italiana: “La liturgia al centro della vita della Chiesa”, quindi il rapporto con la liturgia nella vita della Chiesa. Poi, l’altra relazione importante nel giorno 23 è affidata a mons. Bruno Forte: “Celebrare i sacramenti per vivere la fede”. C’è sempre questo rapporto tra la liturgia viva per una testimonianza cristiana vissuta nella vita della Chiesa di ogni giorno. In questa luce ci sono anche le due comunicazioni, quella di don Paolo Tomatis di Torino: “Celebrare il linguaggio per comunicare il mistero”, la ritualità a cui accennavo prima, il senso e il valore della ritualità che non è qualcosa di morto, ma è qualcosa vivo e che deve essere ravvivato. L’altra comunicazione importante: “Sulla liturgia e pietà popolare, vie per l’evangelizzazione”. Noi vediamo che anche qui c’è uno stimolo molto grande dal Santo Padre per la valorizzazione di questa realtà viva nella vita della Chiesa che è la pietà popolare.

D.  – E’ anche un po’ la purificazione di alcuni atti che hanno un po’ degenerato nel tempo…

R. – Sì, esatto, perché già il Concilio aveva dato delle indicazioni – al numero 13 del Sacrosanctum Concilium – di come rapportare la liturgia e la pietà popolare, di questo bisogno di purificare la pietà popolare però purificandola con intelletto di amore, non con distacco o disprezzo. Questa è la cosa bella che molto ci può dire nel recuperare questa dimensione della ritualità, della corporeità.

da Radio Vaticana

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UFFICIO LITURGICO DI REGGIO EMILIA-GUASTALLA Calendario liturgico dal 17 al 24 agosto 2017

UFFICIO LITURGICO DI REGGIO EMILIA-GUASTALLA
Calendario liturgico
dal 17 al 24 agosto 2017

Giovedì 17 agosto
Il calendario dei Santi oggi si apre con il ricordo di santa Chiara della Croce di Montefalco (PG) (1268 – 1308), monaca agostiniana, ardente di amore per la passione di Cristo. E si chiude con il ricordo della beata Maria Elisabetta Turgeon, religiosa fondatrice canadese del XIX secolo (anche per lei come per santa Chiara della Croce, la parabola della vita è stata di soli 40 anni!), che ha testimoniato una fiducia incrollabile nel Signore e in particolare nella Divina Misericordia; è stata beatificata nell’aprile 2015.
Le Chiese d’Africa oggi ricordano i servi di Dio, i martiri di Mombasa, Kenya (quasi centocinquanta), fra i quali tre missionari agostiniani portoghesi, uomini, donne e bambini, nativi e portoghesi (+ 1631).

Venerdì 18 agosto
Oggi è il giorno di sant’Elena (+ 330), madre dell’imperatore Costantino: non è prevista alcuna memoria liturgica, ma solo… dell’onomastico!
Il nuovo Martirologio Romano ha mantenuto in questo giorno la celebre memoria dei Martiri detti della ‘Massa Candida’ (secolo III-IV), anche se non ne precisa il numero (secondo la tradizione sarebbero trecento!): «A Utica in Africa, nell’odierna Tunisia, santi martiri della Massa Candida, che, più numerosi dei pesci tratti nella rete dagli Apostoli, fedeli al loro vescovo Quadrato, andarono gloriosamente incontro alla morte, professando tutti insieme Cristo Figlio di Dio».
Si ricorda anche nel 65° della nascita al cielo sant’Alberto Hurtado Cruchaga (1901-1952), gesuita del Cile, fondatore del Hogar de Cristo per accogliervi i senza tetto. È stato il primo santo canonizzato da Benedetto XVI nella Giornata Missionaria Mondiale dell’ottobre 2005.
In questi giorni preoccupanti di minacce nucleari (proprio mentre abbiamo ricordato le tragedie di Hiroshima e Nagasaki!), può essere luminoso il ricordo, da noi poco conosciuto, di Kim Dae-Jung (1924-2009), presidente della Corea del Sud (1998-2003), cattolico, premio Nobel per la Pace (2000), che lottò per affermare i valori democratici e i diritti civili, e operò attivamente per la riconciliazione con la Corea del Nord.

Sabato 19 agosto
È possibile celebrare (solo al mattino, perché sabato) la memoria di san Giovanni Eudes (1601-1680), sacerdote francese, dedito alle missioni parrocchiali, alla formazione dei sacerdoti e alla diffusione del culto ai Sacri Cuori di Gesù e Maria, fondando due Congregazioni religiose, una maschile e una femminile, con questa specifica missione.
È anche il giorno di santa Sara, moglie di Abramo: come per sant’Elena, non è prevista memoria liturgica, ma solo… dell’onomastico!

* Il calendario missionario redatto dai Comboniani, oggi evidenzia la memoria dei beati Ludovico Flores e 14 compagni martiri, missionari stranieri e navigatori giapponesi, uccisi a Nagasaki (Giappone, +1622). Ricorda inoltre Sant’Ezechiele Moreno Díaz (+1906), sacerdote spagnolo degli Agostiniani Recolletti, missionario nelle Filippine e in Sudamerica; fu vescovo di Pasto (Colombia).
* Oggi è il 63° anniversario della morte dello statista e servo di Dio, Alcide De Gasperi. A Reggio, per iniziativa del Circolo culturale “G. Toniolo” e con il coinvolgimento delle aggregazioni laicali, delle altre realtà culturali e socio-politiche ispirate cristianamente, si terrà la X commemorazione di De Gasperi e dei leader cattolici che hanno segnato la storia della Patria e hanno sognato la “casa comune” dell’Europa (tra essi, anche l’altro servo di Dio, Don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare, il cui 58° anniversario ricorreva l’8 agosto scorso). Il cuore di questa memoria, come nelle altre edizioni, non sarà un convegno ma la celebrazione eucaristica festiva delle 18.30 nella Basilica di San Prospero. L’Eucaristia sarà presieduta dal neo-vescovo di Crema, Mons. Daniele Gianotti. Nelle precedenti nove edizioni, l’Eucaristia è stata presieduta da S. E. Mons. Lorenzo Ghizzoni, Mons. Francesco Marmiroli, Mons. Emilio Landini, Mons. Eleuterio Agostini, Mons. Franco Ruffini, S. E. Mons. Ariano Caprioli, Mons. Giovanni Costi, Don Giordano Goccini e Don Giuseppe Dossetti.

* Nei viaggi apostolici di Papa Francesco, fino a quello dell’aprile scorso in Egitto, non sono mai mancati incontri con i leader e i rappresentanti musulmani, nella convinzione che l’incontro fraterno e il dialogo siano l’antidoto più efficace alle violenze e alle paure di questi tempi, in varie parti del mondo. Già Benedetto XVI aveva più volte richiamato la necessità del dialogo islamo-cristiano e proprio in questo giorno è bene ricordare l’evento finora unico di amicizia, di fraternità, di speranza — avvenuto il 19 agosto 1985 — quando san Giovanni Paolo II incontrò 80mila giovani musulmani nello stadio di Casablanca (Marocco). Già tre anni prima, in Nigeria aveva detto: «Tutti noi, cristiani e musulmani, viviamo sotto il sole di un unico Dio misericordioso. E difendiamo la dignità dell’uomo. Adoriamo Dio e professiamo una sottomissione totale a lui. Il cristianesimo e l’islam hanno molte cose in comune: il privilegio della preghiera, il dovere della giustizia accompagnato dalla compassione e dall’elemosina, e soprattutto un sacro rispetto per la dignità dell’uomo che sta alla base dei diritti fondamentali di ogni essere umano, incluso il diritto alla vita del nascituro».

Domenica 20 agosto: XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
In quanto domenica, quest’anno si omette la memoria di san Bernardo di Chiaravalle, il santo Abate del XII secolo (1090-1153), uno dei padri del monachesimo cistercense, che seminò l’Europa di monasteri: alla sua morte, l’Ordine Cistercense, che stava per scomparire, era presente e operativo con 343 abbazie in tutto il Continente. Maestro di vita spirituale, educatore di generazioni di Santi, ha lasciato un’opera notevole di commento alla Bibbia e alla liturgia. Memorabile l’Angelus che il 20 agosto 2006 — domenica, come quest’anno —, Benedetto XVI dedicò tutto alla figura di san Bernardo (il testo si trova subito su internet). Come era solito fare coi Santi, ne ha fatto una presentazione molto bella, ma quella volta c’era di più: nella figura di san Bernardo, vi era “in filigrana” quella di Benedetto XVI stesso; si poteva e si può ancora cogliere il “segreto” della spiritualità del Papa emerito.
Oggi è anche il giorno di due personaggi biblici, venerati Santi: il giudice e profeta Samuele (e quindi oggi, anche se domenica, è l’onomastico di chi porta questo nome) e del simpatico personaggio del Vangelo di Luca, Zaccheo.

Lunedì 21 agosto – MEMORIA DI SAN PIO X, PAPA
È obbligatoria la memoria di Papa Giuseppe Sarto, pontefice dal 4 agosto 1903 al 20 agosto 1914, col nome di Pio X. Appena eletto, pubblicò il Motu proprio “Tra le sollecitudini”, dove si afferma che la partecipazione ai santi misteri (la liturgia) è la fonte prima e indispensabile della vita cristiana. Canonizzato nel 1954, alcune realtà nella nostra Diocesi, sorte negli anni successivi, sono intitolate a san Pio X: la parrocchia cittadina, fondata nel 1963, e l’annessa scuola materna; la chiesa a Sorbolo Levante (sorta cinquant’anni fa) nella parrocchia di Lentigione (Brescello) e la scuola materna de La Vecchia di Vezzano. Nelle due parrocchie suddette di San Pio X e Lentigione, il ricordo festoso di San Pio X, può essere anticipato alla domenica precedente.
* Il calendario liturgico ricorda anche la beata Victoire Rasoamanarivo, laica, sposata e poi vedova, principessa del Madagascar. Ha difeso con tenacia la fede e la Chiesa cattolica in un grave momento di persecuzione, in cui furono espulsi dall’Isola tutti i missionari. Morta a 46 anni il 21 agosto 1894, la sua tomba è posta nel sagrato della cattedrale di Antananarivo, capitale del Madagascar. È così patrona non solo della Chiesa ma anche del popolo malgascio. In tutte le Case della Carità sparse per il mondo è invocata ogni giorno nelle giaculatorie volute da Don Mario ad ogni mistero del Rosario.

Martedì 22 agosto – MEMORIA DELLA BEATA VERGINE MARIA COL TITOLO DI REGINA
Pio XII, che aveva proclamato il dogma dell’Assunta nell’Anno Santo del 1950, cinque anni dopo, istituì questa memoria assegnandola appunto all’ottava della Solennità dell’Assunzione. Come recita il Martirologio Romano, Colei «che generò il Figlio di Dio, principe della pace, il cui regno non avrà fine», è salutata oggi «dal popolo cristiano come Regina del cielo e Madre di misericordia».
* Il 22 agosto è il giorno della nascita al cielo del sacerdote san Filippo Benizi (1233-1285), figura di spicco alle origini dell’Ordine dei Servi di Maria. La sua memoria viene trasferita dall’Ordine Servita al giorno successivo.
* Oggi in Cattedrale verrà ricordato, nel 60° della sua morte, l’illustre Cardinale reggiano Giovanni Mercati (1866-1957), Bibliotecario e Archivista di Santa Romana Chiesa, considerato una delle figure più erudite della storia della Chiesa. La Messa delle 8 sarà presieduta dal Vescovo emerito Mons. Caprioli; la Messa delle 10.30 sarà presieduta dal Prof. Mons. Giovanni Costi, direttore del Centro Diocesano di Studi Storici con sede a Marola, nell’ex-Seminario, dove i fratelli Mercati, Don Giovanni e Don Angelo, iniziarono il loro insegnamento, prima di essere inviati a Roma a mettere a frutto le loro competenze.

Mercoledì 23 agosto
È possibile celebrare la memoria di santa Rosa da Lima (Lima, Perù, 1586 – 24 agosto 1617), laica terziaria domenicana, dedita alla preghiera e alla penitenza per la conversione dei peccatori e la salvezza degli indigeni e dei popoli dell’Oriente; patrona principale delle Americhe e delle Filippine.
– Dal 1998, su iniziativa dell’UNESCO, si celebra oggi la Giornata Internazionale del Ricordo della Tratta negriera (che nel Seicento vide un doloroso traffico di schiavi dall’Africa all’America del Sud) e della sua Abolizione.

* Saremo particolarmente in comunione con la Congregazione Mariana delle Case della Carità, che questa sera, presso la Casa di Preghiera di Albinea, con la Messa alle 19 e con l’Incontro di testimonianze dalle Missioni, alle 21, inizierà la cosiddetta Assemblea di “metà mandato”, a distanza di tre anni dall’ultimo Capitolo e, appunto, a tre anni dal prossimo. Le giornate di questa assemblea speciale si concluderanno sabato 2 agosto, con incontri di Rami, Assemblee generali, incontri aperti a tutti, come quelli con il prof. Luigino Bruni — esperto di dinamiche comunitarie, che scrive settimanalmente su Avvenire —, il giovedì 31 agosto alle 21 presso la Casa della Carità “B. V. della Ghiara” a Reggio.

Giovedì 24 agosto – FESTA DI SAN BARTOLOMEO APOSTOLO
Nella nostra Diocesi, sono nove le parrocchie intitolate a san Bartolomeo apostolo: Borzano d’Enza, Camporella di Ramiseto, Casalgrande Alto, Casina, Collagna, Enzola di Poviglio, Paullo di Casina, San Bartolomeo in Sassoforte (Reggio Emilia), Secchio di Villa Minozzo. Per queste parrocchie, la solennità può essere anticipata a domenica 20 o posticipata a domenica 27 agosto.
Oggi è il giorno della nascita al cielo di santa Giovanna Antida di Thouret (Besancon, Francia, 27 novembre 1765 – 24 agosto 1826), fondatrice delle Suore della Carità. La Congregazione — a Reggio rimasta con una comunità solo nell’Istituto scolastico di San Vincenzo —, festeggia però la memoria il giorno 23 maggio.
Il 24 agosto si ricordano anche due notevoli figure missionarie: beata Maria dell’Incarnazione [Maria Vincenza Rosal] (1820-1886), nata in Guatemala, fondatrice e itinerante in varie nazioni americane, morta durante una fondazione a Tulcán, Ecuador. È la prima beata guatemalteca (beatificata da san Giovanni Paolo II il 4 maggio 1997 a Roma); beato Miroslav Bulesic, sacerdote e martire della Croazia (1920-1947), ucciso appena dopo aver amministrato il sacramento della Cresima. Ai propri nemici e persecutori mandò questo messaggio: “La mia vendetta è il perdono” (beatificato a Pola il sabato 28 settembre 2013).

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Commento al vangelo della Trasfigurazione

Solitamente nel vangelo odierno si vede:
– Un’anticipazione della gloria di Cristo (cf in Gv 12,28 1a voce del Padre: «L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!»). Il suo volto è trasfigurato, come più tardi lo sarà il volto del risorto, che richiederà del tempo per essere riconosciuto.
– Un sostegno alla fede degli apostoli. Pietro, Giacomo e Giovanni saranno i testimoni dell’agonia, quando Gesù in persona, e non più gli apostoli, «cominciò a provare tristezza e angoscia… si prostrò con la faccia a terra» (Mt 26,37-39). Poco prima della Trasfigurazione, Pietro aveva confessato la fede in Gesù Figlio di Dio: la voce del Padre viene a confermare questa professione di fede e il commento fattone da Gesù: «Il Padre mio che sta nei cieli (te l’ha rivelato)» (Mt 16,13-20).

Ma questa fede di Pietro era ancora molto debole
Poco dopo la sua «confessione», egli aveva manifestato la sua totale incomprensione del mistero della croce e Gesù l’aveva trattato come «Satana» (Mt 16,13-23). Forse questo contesto di tensione fra Pietro e Cristo può spiegare il timore menzionato da Matteo. Timore sacro che l’incontro col divino provoca nell’uomo, e che Gesù viene amichevolmente a placare con un gesto fraterno notato solo da Matteo.
– Una conferma della natura di Gesù e della sua missione profetica: «Il Figlio mio… ascoltatelo».
Una lettura più approfondita ci mostra Gesù come:
– L’erede di tutto l’Antico Testamento. Lo attestano la presenza di Mosè e di Elia, i due grandi profeti, i due testimoni (che ritroviamo in Ap 11,3); e anche i due la cui morte supera la sorte comune (la tomba di Mosè non fu mai ritrovata ed Elia fu portato via su un carro di fuoco).
– «Il profeta» annunciato dal Deuteronomio che prenderà il posto di Mosè: «Un profeta pari a me; a lui darete ascolto» (Dt 18,15, citato in At 7,37). Come il volto di Mosè era raggiante alla sua discesa dal Sinai (Es 34), il volto di Gesù «brillò come il sole». Questo particolare è proprio di Matteo, mentre Marco e Luca si accontentano di affermare che il volto di Gesù cambiò aspetto.
– Colui che sta preparando la nuova Pasqua. L’«alto monte», il sopraggiungere della nube, il timore che essa provoca ricordano il Sinai; le tende che Pietro vuol costruire ricordano il deserto.

Il racconto della Trasfigurazione in Matteo
Pur dipendendo da Marco (9,2-10), Matteo rielabora i dati della tradizione in forma abbastanza libera, accentuando soprattutto i tratti letterari «apocalittici» nel suo racconto e attingendo non poco da Daniele (cf 10,1-11, ecc.): così, ad esempio, il volto di Gesù diventa luminoso come il sole e le sue vesti come la luce; i discepoli cadono bocconi a terra assaliti da timore; Gesù li tocca e li rincuora, invitandoli ad alzarsi e a non temere, ecc. Tutto questo serve a creare il senso del mistero e della «trascendenza». Gesù si manifesta come uno che appartiene a un «mondo» e a una realtà diversi da quelli della nostra esperienza. Il «regno di Dio», sia pure per un attimo, in lui si manifesta in totalità e pienezza con tutti i «segni» che lo costituiscono e lo caratterizzano.
Quel «regno di Dio», a cui non soltanto rendono testimonianza i più significativi personaggi del pessato, come Mosè ed Elia, ma di cui fanno anche parte: il che equivale a dire che esso è una realtà «omnicomprensiva» che, pur trovando in Cristo la sua pienezza, si compone e si arricchisce della presenza e dell’apporto di tutti. In questo senso è evidente che Cristo da solo non basta a costituire il regno di Dio!
Il mistero non è però sufficiente a spiegarsi da solo: nelle visioni apocalittiche, infatti, ricorre come costante letteraria il suono di una «voce» che viene dal cielo a illustrare il senso delle cose e dei personaggi in gioco, proprio come capita nel nostro caso: «Ed ecco una voce che diceva: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo”» (Mt 17,5).
Ciò nonostante il senso del mistero rimane, per il semplice fatto che subito dopo i tre discepoli, che Gesù aveva prescelti per questa singolare esperienza, e cioè Pietro, Giacomo e Giovanni, si ritrovano davanti al Gesù di tutti i giorni: «All’udire ciò i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore, ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: “Alzatevi e non temete”. Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo» (vv. 6-8). Quello che avevano visto e udito sembrava loro niente più che un incantesimo, o un’illusione!
Tanto più che Gesù stesso interviene per proibire di divulgare questo fatto prima della sua Risurrezione: «E mentre discendevano dal monte Gesù ordinò loro: “Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti”» (v. 9).

La Trasfigurazione come «anticipazione» della gloria pasquale
Perché questa proibizione? La ragione non è per niente chiara. Io ritengo che il motivo sia da ricercare nel fatto che la Trasfigurazione, per un verso è come un’anticipazione, sia pure ancora incerta, del mistero della Risurrezione che immette già nella gloria definitiva del mondo «futuro»; e, per un altro verso, solo attraverso la futura esperienza della Risurrezione i discepoli di Gesù potevano afferrare il mistero di quei pochi attimi di gloria e di felicità, che Pietro era stato invece tentato di prolungare all’indefinito: «Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia» (v. 4).
Bisognava perciò attendere la Risurrezione per penetrare fino in fondo il mistero e comprendere la «continuità» fra il Gesù «terreno» e il «Signore della gloria». La Trasfigurazione rappresenta precisamente l’anello di saldatura fra le due esperienze che gli Apostoli hanno avuto di Cristo: dal sepolcro non è venuto fuori un personaggio fantastico, inventato dalla immaginazione amorosa dei suoi discepoli e neppure creato dalla onnipotenza di Dio, ma un personaggio «concreto» che, se soltanto adesso rifulge della «gloria» abbagliante della divinità, questa «gloria» la possedeva già prima, come mostra appunto l’evento misterioso della Trasfigurazione. Per questo molti studiosi parlano di essa come di una esperienza pasquale «anticipata».
Tutto questo si capisce anche meglio se si pensa alla precisa collocazione del nostro testo. Esso viene subito dopo l’annuncio della passione e morte del Figlio dell’uomo, dopo le rimostranze di Pietro e l’invito ai discepoli a seguire il Maestro sulla via della croce: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,21-28). Con ciò si vuol dire che al di là della passione esiste per Gesù un futuro di gloria e che in lui non c’è frattura tra la sua missione di Servo sofferente di Jahvè e quella di giudice glorioso ed escatologico, che gli compete in quanto «Figlio dell’uomo» già predetto da Daniele (7,13-14).
Solo l’esperienza di Pasqua poteva perciò aiutare i discepoli a mettere insieme questi due aspetti così contrastanti dell’unica personalità e dell’unica esperienza salvifica di Cristo.
Tutto questo, del resto, non è facile neppure per noi dopo duemila anni di cristianesimo, almeno a livello esistenziale. Ed è per questo che la voce, che proclamò solennemente al mondo Gesù come «Figlio prediletto» del Padre (cf Is 42,1 e Mt 3,17), aggiunse anche: «Ascoltatelo» (v. 5).
Il riferimento corre qui al Profeta futuro, atteso come un secondo Mosè, per proclamare al popolo la Parola ultima e definitiva di Dio: «Il Signore tuo Dio susciterà per te… un profeta pari a me; a lui darete ascolto» (cf Dt 18,15).
L’«ascoltare», però, ha un’ampiezza ben più vasta, come risulta da tutto il contesto: è la capacità di accettare Cristo, alla luce della fede, come colui nel quale si incrocia il mistero della umiliazione e della gloria, della sofferenza fino alla morte e della risurrezione, e di seguirlo su questa via di apparente contraddizione ma di profonda armonia di valori e di esperienze vitali. È un «ascoltare» che si traduce in un «riesperimentare» e in un «rivivere».

Occorre essere esperti di tenebre per comunicare la speranza.

Il viaggio della vita terrena ha come meta ultima la vita, la casa del Padre, la comunione perfetta.
C’è l’invito ad essere viandanti, non nomadi.

Il viandante va, ha nel cuore la nostalgia per ciò che ha lasciato, ma anche la passione e la premura di raggiungere la meta.
Il viandante si mette in marcia con un carico leggero perché la strada è lunga ed egli lo sa, però può diventare benedizione per chi incontra.
Il viandante è obbediente ad una chiamata e lungo il cammino impara ad ascoltare il ritmo della vita della strada, e ciò che compie non è per la sua brama, per la sua volontà, ma perché nell’ascolto attento entra nella realizzazione del progetto di Dio.

Tutto questo va fatto in un percorso di speranza.
La speranza è come quella luce sul monte della trasfigurazione.
Luce che subito si spegne perché bisogna riprendere la strada nella notte.
Ma intanto quella luce si è accesa e tu sai che c’è.
Per avere la speranza e poterla comunicare bisogna essere esperti di tenebre.
Per questo, la luce del Tabor viene fatta risplendere mentre si cammina verso la croce di Gesù.
Anche chi ritiene di non avere la fede, e non porta ancora dentro di sé la luce del Risorto, può essere in grado di sperare.
E lo può proprio perché, nella sua strada di notte, qualcosa è venuto a spezzare per un momento le tenebre,
e la luce di quell’istante è diventata la forza segreta del suo cammino che è, nello stesso tempo,
nel buio della notte e nell’attesa paziente di un’alba luminosa della storia.

L’ultima decisiva partenza di ogni uomo è quella che si lascia alle spalle ogni sicurezza e si abbandona a Dio per un futuro che è solo promessa.

elledici.org

 

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Commento al Vangelo XVI Domenica Tempo ordinario – Anno A

Guardiamo al bello, al buono che Dio semina in noi

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».

Questa parabola mi ha cambiato il volto di Dio. La interpretava con parole luminose padre Giovanni Vannucci, uno dei massimi mistici del ‘900. Diceva: il nostro cuore è un pugno di terra, seminato di buon seme e assediato da erbacce; una zolla di terra dove intrecciano le loro radici, talvolta inestricabili, il bene e il male.
«Vuoi che andiamo a togliere la zizzania?» domandano i servi al padrone. La risposta è perentoria: «No, perché rischiate di strapparmi spighe di buon grano!». Un conflitto di sguardi: quello dei servi si posa sul male, quello del padrone sul bene. Il seminatore infaticabile ripete: guarda al buon grano di domani, non alla zizzania. La gramigna è secondaria, viene dopo, vale di meno.
Tu pensa al buon seme. Davanti a Dio una spiga di buon grano vale più di tutta la zizzania del campo, il bene è più importante del male, la luce conta più del buio.
La morale del Vangelo infatti non è quella della perfezione, l’ideale assoluto e senza macchia, ma quella del cammino, della fecondità, dell’avvio, di grappoli che maturano tenacemente nel sole, di spighe che dolcemente si gonfiano di vita.
La parabola ci invita a liberarci dai falsi esami di coscienza negativi, dallo stilare il solito lungo elenco di ombre e di fragilità, che poi è sempre lo stesso. La nostra coscienza chiara, illuminata e sincera deve scoprire prima di tutto ciò che di vitale, bello, buono, promettente, la mano viva di Dio ha seminato in noi: il nostro giardino, l’Eden affidato alla nostra cura.
Mettiamoci sulla strada con cui Dio agisce: per vincere la notte accende il mattino; per far fiorire la steppa sterile getta infiniti semi di vita; per sollevare la farina pesante e immobile mette un pizzico di lievito. Dio avvia la primavera del cosmo, a noi spetta diventare l’estate profumata di messi. Io non sono i miei difetti o le mie debolezze, ma le mie maturazioni. Non sono creato a immagine del Nemico e della sua notte, ma a immagine del Creatore e del suo giorno.
L’attività religiosa, solare, positiva, vitale che dobbiamo avere verso noi stessi consiste nel
non preoccupiamoci prima di tutto delle erbacce o dei difetti, ma nel venerare tutte le forze di bontà, di generosità, di accoglienza, di bellezza e di tenerezza che Dio ci consegna. Facciamo che queste erompano in tutta la loro forza, in tutta la loro potenza e vedremo le tenebre scomparire.
Custodisci e coltiva con ogni cura i talenti, i doni, i semi di vita e la zizzania avrà sempre meno terreno. Preoccupati del buon seme, ama la vita, proteggi ogni germoglio, sii indulgente con tutte le creature. E sii indulgente anche con te stesso. E tutto il tuo essere fiorirà nella luce.
(Letture: Sapienza 12,13.16-19; Salmo 85; Romani 8, 26-27; Matteo 13, 24-30).

da Avvenire

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La bella notizia del Signore che va a cercare chi si perde Commento Vangelo XXIV Domenica Tempo Ordinario – Anno C

In quel tempo (…) egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”». (…) Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. (…) Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze (…).

Un pastore che sfida il deserto, una donna di casa che non si dà pace per una moneta che non trova, un padre esperto in abbracci. Le tre parabole della misericordia sono il vangelo del vangelo. Sale dal loro fondo un volto di Dio che è la più bella notizia che potevamo ricevere.
C’era come un feeling misterioso tra Gesù e i peccatori, un cercarsi reciproco che scandalizzava scribi e sacerdoti. Gesù allora spiega questa amicizia con tre parabole tratte da storie di vita: una pecora perduta, una moneta perduta, un figlio che se ne va e si perde. Storie di perdita, che mettono in primo piano la pena di Dio quando perde e va in cerca, ma soprattutto la sua gioia quando trova.
Ecco allora la passione del pastore, quasi un inseguimento della sua pecora per steppe e pietraie. Se noi lo perdiamo, lui non ci perde mai. Non è la pecora smarrita a trovare il pastore, è trovata; non sta tornando all’ovile, se ne sta allontanando; il pastore non la punisce, è viva e tanto basta. E se la carica sulle spalle perché sia meno faticoso il ritorno. Immagine bellissima: Dio non guarda alla nostra colpa, ma alla nostra debolezza. Non traccia consuntivi, ma preventivi. Dio è amico della vita: Gesù guarisce ciechi zoppi lebbrosi non perché diventino bravi osservanti, tanto meglio se accadrà, ma perché tornino persone piene, felici, realizzate, uomini finalmente promossi a uomini.
La pena di un Dio donna-di-casa che ha perso una moneta, che accende la lampada e si mette a spazzare dappertutto e troverà il suo tesoro, lo scoverà sotto la polvere raccolta dagli angoli più oscuri della casa. Così anche noi, sotto lo sporco e i graffi della vita, sotto difetti e peccati, possiamo scovare sempre, in noi e in tutti, un frammento d’oro.
Un padre che non ha figli da perdere, e se ne perde uno solo la sua casa è vuota. Che non punta il dito e non colpevolizza i figli spariti dalla sua vista, ma li fa sentire un piccolo grande tesoro di cui ha bisogno. E corre e gli getta le braccia al collo e non gli importa niente di tutte le scuse che ha preparato, perché alla fedeltà del figlio preferisce la sua felicità.
Tutte e tre le parabole terminano con lo stesso “crescendo”. L’ultima nota è una gioia, una contentezza, una felicità che coinvolge cielo e terra: vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti… Da che cosa nasce questa felicità di Dio? Da un innamoramento, come in un perenne Cantico dei Cantici. Dio è l’Amata che gira di notte nella città e a tutti chiede una sola cosa: «avete visto l’amato del mio cuore?».
Sono io l’amato perduto. Dio è in cerca di me. Se lo capisco, invece di fuggire correrò verso di lui.
(Letture: Esodo 32, 7-11. 13-14; Salmo 50; 1 Timoteo 1, 12-17; Luca 15, 1-32 )

di Ermes Ronchi – avvenire

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CRIPTA CATTEDRALE Liturgia del giorno 1 Settembre – IUBILÆUM MISERICORDIÆ

CRIPTA CATTEDRALE Liturgia del giorno – IUBILÆUM MISERICORDIÆ

>>> Eucaristia nella II Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato Messaggio del Santo Padre Francesco “Usiamo misericordia verso la nostra casa comune”

>>> Prefazio 1 Settembre 2016

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CRIPTA CATTEDRALE Liturgia del giorno – IUBILÆUM MISERICORDIÆ 29 Agosto 2016

CRIPTA CATTEDRALE Liturgia del giorno – IUBILÆUM MISERICORDIÆ 29 Agosto 2016

>>> Martirio di San Giovanni Battista 29 Agosto

>>> Lodi 29 Agosto 2016

>>> Vespri 29 Agosto

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“La liturgia luogo della misericordia – Riconciliati per riconciliare” è il tema della 67esima Settimana liturgica nazionale

 “La liturgia luogo della misericordia – Riconciliati per riconciliare” è il tema della 67esima Settimana liturgica nazionale che si terrà a Gubbio, in Umbria, dal 22 al 25 agosto, per iniziativa del Centro di azione liturgica (Cal). La Settimana, spiegano il presidente del Cal, monsignor Claudio Maniago, e il vescovo di Gubbio, monsignor Mario Ceccobelli, “nel contesto del Giubileo e alla luce della bolla di indizione di papa Francesco, si pone lo scopo di evidenziare la liturgia, nella diversità dei suoi riti, come luogo dove il grande mistero della riconciliazione è reso presente, annunciato, celebrato e comunicato”. Tra i relatori Ermes Ronchi, Ildebrando Scicolone e il priore della Comunità monastica di Bose, Enzo Bianchi. A presiedere le celebrazioni eucaristiche saranno il cardinale Gualtiero Bassetti (arcivescovo metropolita di Perugia-Città della Pieve); monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei; monsignor Domenico Sorrentino (vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino), monsignor Franco Giulio Brambilla (vescovo di Novara), monsignor Gualtiero Sigismondi (vescovo di Foligno). Nella diocesi di Gubbio sono in corso le celebrazioni a ricordo dei mille e seicento anni dalla scrittura della “Lettera Decretale” (19 marzo 416), documento fondamentale per la diocesi di Gubbio, il più antico a oggi pervenuto che ne attesti l’esistenza, e di assoluto rilievo negli studi liturgici ed ecclesiali. Con il testo, infatti, “il dettato di papa Innocenzo e in particolare quello riguardante i sacramenti e la loro amministrazione, diviene normativo non solo per la Chiesa particolare a cui era indirizzato ma in tutte le altre Chiese”, spiega un comunicato.

sir

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Testi liturgici per la festa di Santa Maria Maddalena 22 Luglio

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Ai Sacerdoti

Ai Diaconi

Alle Comunità Religiose e alle Case della Carità di Reggio Emilia-Guastalla

Carissimi, in merito alla felice idea di Papa Francesco di elevare la memoria di Santa Maria Maddalena a festa, su incarico del Vescovo Massimo, trasmetto la comunicazione e i testi inviati a tutte le Diocesi dal Direttore dell’Ufficio Liturgico Nazionale.

Buona festa di Santa Maria Maddalena!

d. Daniele Casini


Come è noto, la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti con decreto del 3 giugno 2016, su indicazione del Santo Padre, ha elevato la memoria di Santa Maria Maddalena (22 luglio) a festa.
In allegato trasmettiamo la traduzione approvata per la lingua italiana del nuovo prefazio della festa e le modifiche da inserire nella Liturgia delle Ore.
Per opportuna conoscenza alleghiamo anche due testi di S. E. mons. Arthur Roche, Segretario della medesima Congregazione a commento della festa e del nuovo prefazio.
Mi è gradita l’occasione per porgere cordiali saluti.
Don Franco Magnani
(sotto i testi segnalati da don Franco Magnani – i file si possono scaricare cliccando sui tioli)

>>> Variazioni Liturgia delle Ore (file word)

>>> Commento Roche Festa (file pdf)

>>> Commento Roche Prefazio (file word)

>>> Prefazio (file word)

 

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Selfie e liturgia: riflessioni, sorrisi e un’esplosione di gioia

In qualità di immigrato digitale mi rendo conto che vi sono alcuni aspetti di tale cultura ai quali sono rimasto pressoché impermeabile. Uno di questi è il selfie: non mi viene in mente di farlo, non lo so fare, se per caso lo faccio e lo condivido dimentico di usare Whatsapp e mi indebito con il mio gestore telefonico. Ho letto perciò con curiosità un post di don Alessandro Palermo, sul suo blog di pastorale digitale ( tinyurl.com/gv83qvx ), dove spiega, con argomenti forti, perché durante le liturgie non è proprio il caso di scattare e condividere dei selfie: «L’azione umana esige una completa connessione con l’azione di Dio», e non altro.
Mi pare che non faccia una piega. Il fatto è che a me non sarebbe neppure venuto in mente. Foto, sì: quando la liturgia mette in primo piano una persona cara, o se vi accade qualcosa di “notiziabile”. Ma autoscatti, proprio no. L’idea che la Chiesa istituzionalizzi, un domani, questa pratica mi fa solo sorridere: l’immagine dell’assoluzione, nel Rito della penitenza, potrebbe essere esibita alla confessione successiva in risposta alla domanda “da quanto tempo…”; mentre durante la Messa, il momento che precede la frazione del pane potrebbe essere introdotto dal diacono con un: “Scambiatevi un selfie di pace”.
Per scrupolo interrogo Google, che mi propone tre casi: i famosi selfie con papa Francesco; quelli di alcuni sacerdoti durante la Messa dell’Incontro mondiale delle famiglie di Philadelphia, stigmatizzati pubblicamente dal cardinal Sarah; quelli di don Antonio Parrillo (parroco a Gioia Sannitica), postati su Facebook e rilanciati, diversi mesi fa, da “YouMedia” ( tinyurl.com/z46v5or ). Il primo non c’entra, perché non siamo in contesto liturgico; il secondo rientra nel più vasto e problematico caso delle celebrazioni liturgiche di massa; il terzo effettivamente dà ragione delle preoccupazioni di cui sopra. Ma la didascalia con la quale don Parrillo ha commentato le foto postate, «Vi taggo nel cuore di Dio», è troppo bella: un’esplosione di gioia del Vangelo.

avvenire

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Nuovo rito del matrimonio, come cambia il modo di dire sì

di Silvia Migliorini
Più di 600 delegati delle 227 diocesi italiane erano presenti al Convegno Nazionale per la presentazione del Nuovo Rito del matrimonio, che si è svolto a Grosseto nella giornate di giovedì 4, venerdì 5 e sabato 6 novembre. Il Convegno, organizzato dalla Conferenza Episcopale Italiana, dall’Ufficio Liturgico nazionale, dall’Ufficio per la Pastorale della famiglia, Catechistico nazionale e dal servizio nazionale per la Pastorale giovanile, sul tema «Celebrare il mistero grande dell’amore» aveva lo scopo di riflettere sul Nuovo Rito del matrimonio che entrerà in vigore dalla prima domenica d’Avvento, il 28 novembre prossimo.

«Ai cattolici che si avvicinano al matrimonio – ha detto il Segretario generale della Cei, mons. Giuseppe Betori – la Chiesa italiana chiede di partire dalla celebrazione del rito, per un cammino verso una fede matura e consapevole … si tratta di un libro – ha continuato – che non si limita e non si esaurisce nella celebrazione, ma offre contenuti e percorsi sia per la preparazione al matrimonio, sia per la riflessione mistagogica, che oggi è più che mai necessaria per dare solidità umana e spirituale alle giovani coppie di sposi, esposte al rischio della superficialità, della fragilità e purtroppo sempre più spesso del fallimento». E proprio della preparazione al matrimonio si è molto discusso in seno al Convengo.

È stata ribadita la necessità di «accompagnare e non seguire» i fidanzati verso la scelta consapevole del matrimonio «come momento culminante di un itinerario, quando la coppia, libera e consapevole – ha detto don Andrea Fontana, direttore dell’Ufficio catechistico di Torino – decide di consacrarsi nell’amore stesso di Cristo, fedele ed indistruttibile, animato dallo Spirito Santo, realizzando ogni giorno la volontà del Padre, cioè la reciproca santificazione attraverso i gesti quotidiani d’amore e di comunione».

I corsi pre-matrimoniali – secondo quanto è emerso – devono configurarsi come progetti personalizzati in itinerari prolungati in cui la Chiesa mostri interesse, cordialità, accoglienza senza giudizio, si sappia mettere in ascolto avendo a cuore il cammino che i fidanzati stanno facendo, personalizzando a ciascuna coppia i contenuti… «ogni coppia – hanno spiegato Marialicia e Carmelo Moscato, responsabili della Pastorale familiare della Diocesi di Monreale – è unica e per questo deve potere ricevere un trattamento personalizzato al fine di fare incontrare la coppia con se stessa … non è importante che siano coinvolti nel gruppo ma che diventino sempre più coppia che si avvia al matrimonio».

«Il matrimonio – ha affermato Don Paolo Giulietti, direttore del Servizio Cei per la Pastorale giovanile – si distacca sempre di più dall’idea del contratto. Del gesto burocratico come potrebbe essere un matrimonio civile, perché restituisce tutto all’ambito dell’esperienza religiosa. Al tempo stesso il Nuovo Rito favorisce una visione del matrimonio meno folcloristica e romantica, perché trasposta più decisamente nel campo della fede … forse – ha concluso – il Nuovo Rito potrà aiutare a vivere in maniera diversa anche la decisione di sposarsi, come risposta ad una chiamata di Dio che viene dal battesimo e conseguentemente ad accettare il matrimonio come missione».

«Tra le tante novità del Rito la più pubblicizzata è stata la nuova formula “accolgo te” al posto di “prendo te” – ha spiegato don Giuseppe Busani, direttore dell’Ufficio liturgico nazionale – alcuni ritengono che sia meno incisiva della precedente. Non sono d’accordo – ribatte – perché la nuova formula sottolinea maggiormente un impegno fondato sulla grazia di Cristo».

Punto molto dibattuto è stato il secondo capitolo della pubblicazione del Nuovo Rito che prevede la celebrazione del Sacramento del matrimonio senza Eucaristia ma con la sola Liturgia della Parola: «un’opportunità in più offerta alle giovani coppie – ha detto Andrea Grillo, teologo e membro della Commissione istituita dalla Cei per la stesura finale del Nuovo Rito del matrimonio – da parte di una Chiesa che promuove e accoglie ogni storia di fede».

Grillo ha spiegato che la possibilità di celebrare il matrimonio con la sola Liturgia della Parola intende rimediare a due eccessi in cui le comunità parrocchiali possono cadere: «Ci potrebbe essere il rischio di pensare – ha spiegato – da una parte di avere un diritto acquisito a sposarsi in Chiesa e dall’altra di credere che il matrimonio in Chiesa sia il risultato di una selettivo concorso a numero chiuso. Tra una pericolosa indifferenza ed una selettiva diffidenza la Chiesa italiana ha voluto trovare una mediazione, proponendo di accogliere la coppia con una delicata e attenta attenzione pastorale. Il fatto che l’Eucaristia non venga celebrata nel corso del matrimonio, come libera scelta dei nubendi, non deve essere vissuta come mera sottrazione ma come opportunità che si vuole dare alla coppia per riscoprire un più intenso desiderio di Eucaristia».

Il parroco: «Aiuterà gli sposi a essere più consapevoli»
E’ stata consegnata nelle mani di don Paolo Gentili, parroco della comunità di Roselle, frazione di Grosseto, come rappresentante di tutti i parroci italiani al Convegno nazionale, la prima pubblicazione del Nuovo Rito del matrimonio. Mons. Giuseppe Betori, Segretario generale della Cei, ha voluto compiere questo gesto simbolico per significare un passaggio di consegne a coloro che, dal 28 novembre prossimo, data in cui il Rito entrerà ufficialmente in vigore, si avvarranno della novità da proporre alle giovani coppie di sposi e così… insieme a don Paolo anche due giovani fidanzati grossetani, Emanuele Lodde e Simona Rusconi, della parrocchia del SS. Crocifisso, hanno ricevuto, come prima coppia, il Nuovo Rito, in segno di accoglienza.

Don Paolo, entriamo nei dettagli. Quali sono le novità del Nuovo Rito del matrimonio, cioè in che cosa si differenzia rispetto a quello tradizionale?

«La prima novità è la stretta connessione con il Battesimo – spiega – per questo nel primo capitolo, che è quello riferito alla celebrazione, è previsto che gli Sposi facciano memoria del loro Battesimo rinnovando le promesse, con il Sacerdote, vicino al Fonte battesimale».

Quindi gli sposi vanno insieme verso l’Altare… e dopo?

«Inizia la Liturgia della Parola che è stata ampliata nella scelta: sono 82 brani adesso tra Antico e Nuovo Testamento che possono essere scelti dagli sposi per la celebrazione. Questo perché gli sposi vivano con maggiore impegno il tempo della scelta per la preparazione della liturgia della Parola».

Si arriva, poi, al momento culminante che è quello della Liturgia del Matrimonio: che cosa è cambiato?

«Gli sposi possono scegliere se rispondere alle domande tradizionali del Sacerdote o declamare insieme una professione di fede, che le contenga tutte, in cui l’accento è posto, in modo particolare, sulla preghiera alla comunità, a cui è dato un ruolo rilevante, che li accompagni e li sostenga nel loro cammino di coppia. Si giunge, quindi, ad una nuova scelta: o pronunciare la formula nuova tanto pubblicizzata “Io accolgo te, come mia sposa, con la Grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre nella gioia e del dolore, nella salute e nella malattia e di amarti ed onorarti per tutti i giorni della mia vita” … oppure iniziare un dialogo vero e proprio tra gli sposi che inizia così “Vuoi unire la tua vita alla mia?”».

Quale significato assume il termine «accolgo te» che è stato sostituito al tradizionale «prendo te»?

«Ritengo che sottolinei il dono che l’altro fa di se stesso nella libertà… c’è una disponibilità ad accogliere tutto dell’altro, con i suoi pregi e difetti. È, poi, maggiormente sottolineata l’idea di vocazione al matrimonio, come risposta alla chiamata di Dio. Subito dopo il Consenso (prima era successivo al Padre Nostro), è il momento della benedizione nuziale… ciò sta a significare che la benedizione nasce direttamente dal sacramento del matrimonio. Nuova aggiunta, dopo gli scambi degli anelli, le litanie dei Santi, soprattutto dei santi che sono stati sposati».

E riguardo al Secondo capitolo, di cui si è molto parlato, in cui è offerta la possibilità a giovani coppie che da tempo hanno abbandonato il cammino ecclesiale, di sposarsi comunque in Chiesa ma con la sola Liturgia della Parola?

«Qualcuno ha pensato ad un rito di serie B… Non sono d’accordo. Ritengo che abbia lo stesso spessore dell’altro, ma senza il momento dell’Eucaristia. Il tutto nasce dall’esigenza di evitare il più possibile quei matrimoni in cui è palpabile la poca partecipazione da parte degli sposi e dei parenti. La Chiesa ha fatto questa scelta anche e soprattutto per risvegliare negli sposi il desiderio di Eucaristia, di comprendere in modo pieno e consapevole il senso del matrimonio in Chiesa».

La scheda: tutte le novità
Il nuovo rito del matrimonio (in realtà sarebbe più corretto parlare di «adattamento» del rito) entrerà in vigore dal 28 novembre. Il testo prevede tre riti distinti: il primo inserito nella Messa, il secondo inserito nella Liturgia della Parola (senza l’Eucaristia), il terzo riguardante il matrimonio in cui solo uno dei due sposi sia battezzato. Specie per le prime due tipologie, ci sono alcuni importanti cambiamenti rispetto a quanto avvenuto fino ad oggi.

«Io accolgo te…»
La novità più grande riguarda la formula, che diventa «Io accolgo te, come mia sposa, con la Grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre nella gioia e del dolore, nella salute e nella malattia e di amarti ed onorarti per tutti i giorni della mia vita». Mai gli sposi possono anche scegliere una formula più complessa, costituita da un dialogo vero e proprio tra gli sposi che inizia così: «Vuoi unire la tua vita alla mia?»

Si inizia dal fonte battesimale
Un’altra novità importante riguarda l’inizio della celebrazione: il sacerdote accoglie la coppia vicino al fonte battesimale, dove i futuri sposi rinnovano le promesse battesimali prima di incamminarsi insieme verso l’altare.

Letture, scelta più ampia
Per la Liturgia della Parola, è stata ampliata la scelta a disposizione: adesso sono 82 i brani tra Antico e Nuovo Testamento che possono essere scelti dagli sposi per la celebrazione. Rinnovate anche le litanie dei santi, con uno spazio particolare dedicato ai santi sposati

Matrimonio senza messa
L’adattamento del rito introduce anche una possibilità in più: quella di celebrare il matrimonio senza l’Eucaristia, all’interno di una Liturgia della Parola. Una formula pensata per le coppie che esprimono il desiderio di sposarsi in Chiesa, ma non hanno alle spalle un cammino di vita cristiana. Non un’imposizione, ma una scelta in più a disposizione delle coppie.

La benedizione degli sposi
Nuova è anche la formula per la benedizione degli sposi. Il testo accentua la supplica affinché gli sposi, «segnati con il fuoco dello Spirito, diventino Vangelo vivo tra gli uomini». E introduce l’aspetto escatologico: «la profonda nostalgia» di Dio «fino al giorno in cui potranno, con i loro cari, lodare in eterno» il Suo nome.

– See more at: http://www.toscanaoggi.it

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Corso di formazione omiletica permanente per presbiteri e diaconi

Promosso dagli Uffici Liturgico, Catechistico e per le Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana, nasce il Primo Corso di Formazione Omiletica Permanente per presbiteri e diaconi.

ProgettOmelia si offre come occasione propizia per approfondire gli aspetti comunicativi della predicazione omiletica.

Lo stesso papa Francesco ricorda come «la preoccupazione per la modalità della predicazione è anch’essa un atteggiamento profondamente spirituale. Significa rispondere all’amore di Dio, dedicandoci con tutte le nostre capacità e la nostra creatività alla missione che Egli ci affida; ma è anche un esercizio squisito di amore al prossimo, perché non vogliamo offrire agli altri qualcosa di scarsa qualità» (EG n.156).

  • Il primo incontro (I° step), dedicato esclusivamente ai Coordinatori diocesani del progetto
    si terrà a Roma, dalle ore 15:30 di giovedì 21 aprile alle ore 13:00 di venerdì 22.
Per questa prima fase sono già chiuse le iscrizioni (28 febbraio 2016).
Sarà compito dei Coordinatori diocesani offrirvi localmente maggiori dettagli sullo sviluppo del progetto.
  • Un secondo incontro formativo (II° step), rivolto ai componenti delle Équipe diocesane,
    si terrà sempre a Roma, dalle ore 10:30 alle 17:00 di sabato 18 giugno 2016, presso la Pontificia Università Gregoriana.

Ulteriori aggiornamenti verranno pubblicati in seguito.

fonte: chiesacattolica.it
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