Il Vangelo. Domenica di Pentecoste. Lo Spirito Santo? È Dio in libertà

di Ermes Ronchi – Avvenire

Domenica di Pentecoste
Anno C

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».
Lo Spirito, il misterioso cuore del mondo, radice di ogni femminilità che è nel cosmo (Davide M. Montagna), vento sugli abissi e respiro al primo Adamo, è descritto in questo vangelo attraverso tre azioni: rimarrà con voi per sempre, vi insegnerà ogni cosa, vi ricorderà tutto quello che vi ho detto. Tre verbi gravidi di bellissimi significati profetici: “rimanere, insegnare e ricordare”. 
Rimanere, perché lo Spirito è già dato, è già qui, ha riempito la “camera alta”
di Gerusalemme e la dimora intima del cuore. Nessuno è solo, in nessuno dei giorni. Se anche me ne andassi lontano da lui, lui non se ne andrà mai. Se lo dimenticassi, lui non mi dimenticherà. È un vento che non ci spinge in chiesa, ma ci spinge a diventare chiesa, tempio dove sta tutto Gesù.
Insegnare ogni cosa: nuove sillabe divine e parole mai dette ancora, aprire uno spazio di conquiste e di scoperte. Sarà la memoria accesa di ciò che è accaduto “’in quei giorni irripetibili” quando la carne umana è stata la tenda di Dio, e insieme sarà la tua genialità, per risposte libere e inedite, per oggi e per domani. Letteralmente “in-segnare” significa incidere un segno dentro, nell’intimità di ciascuno, e infatti con ali di fuoco/ ha inciso lo Spirito /come zolla il cuore (Davide M. Montagna).
Ricordare: vuol dire riaccendere la memoria di quando passava e guariva la vita e diceva parole di cui non si vedeva il fondo; riportare al cuore gesti e parole di Gesù, perché siano caldi e fragranti, profumino come allora di passione e di libertà. Lo Spirito ci fa innamorare di un cristianesimo che sia visione, incantamento, fervore, poesia, perché “la fede senza stupore diventa grigia” (papa Francesco). 
Un dettaglio prezioso rivela una caratteristica di tutte e tre le azioni dello Spirito: rimarrà sempre con voi; insegnerà ogni cosa, ricorderà tutto.
Sempre, ogni cosa, tutto, un sentore di pienezza, completezza, totalità, assoluto. Lo Spirito avvolge e penetra; nulla sfugge ai suoi raggi di fuoco, ne è riempita la terra (Sal 103), per sempre, per una azione che non cessa e non delude. E non esclude nessuno, non investe soltanto i profeti di un tempo, le gerarchie della Chiesa, o i grandi mistici pellegrini dell’assoluto. Incalza noi tutti, cercatori di tesori, cercatrici di perle, che ci sentiamo toccati al cuore dal fascino di Cristo e non finiamo mai di inseguirne le tracce.
Che cos’è lo Spirito santo? È Dio in libertà. Che inventa, apre, fa cose che non t’aspetti. Che dà a Maria un figlio fuorilegge, a Elisabetta un
figlio profeta. E a noi dona, per sempre, tutto ciò di cui abbiamo bisogno per diventare, come madri, dentro la vita donatori di vita.
(Letture: Atti 2,1-11; Salmo 103; Romani 8,8-17; Giovanni 14, 15-16.23-26).

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Il 29 maggio la memoria liturgica di san Paolo VI. Papa dalle mani tese

L’Osservatore Romano 

Si intitola semplicemente San Paolo VI la piccola raccolta di riflessioni e testi per la memoria liturgica del 29 maggio curata dal rogazionista Leonardo Sapienza. Com’è noto la data è quella dell’ordinazione sacerdotale di Giovanni Battista Montini, cui il reggente della prefettura della Casa pontificia ha dedicato numerose pubblicazioni. In quest’ultima il lettore viene guidato in una sorta di “ginnastica spirituale” il cui “coach” è lo stesso Papa bresciano. L’efficace espressione è infatti mutuata da una meditazione dettata da Montini il 1° dicembre 1960, quand’era arcivescovo di Milano, ai preti dei vicariati di Varese, in occasione di un ritiro presso il collegio arcivescovile Sant’Ambrogio. Oltre a riproporne integralmente il testo, il curatore riporta nel volumetto di quaranta pagine il decreto del 25 gennaio scorso emesso dalla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti sull’iscrizione della celebrazione di san Paolo VI, Papa, nel calendario romano generale. Coraggioso apostolo del Vangelo si intitola poi l’articolo — firmato dal prefetto della Congregazione, il cardinale Robert Sarah — di commento al decreto, che precede i testi liturgici proposti a conclusione del libretto.
Aspetti inediti, o quantomeno dimenticati dai più, si trovano invece in Paolo VI. Un uomo che tende le mani, pubblicazione di 64 pagine in carta pregiata che il Circolo San Pietro ha dato alle stampe per festeggiare i 150 anni delle propria attività al servizio dei poveri di Roma. L’antico sodalizio ha infatti invitato a predicare gli esercizi quaresimali per i soci proprio monsignor Sapienza, il quale ha offerto una riflessione tripartita su Montini “uomo, sacerdote, Papa”, limitando al massimo le considerazioni personali e lasciando invece parlare lui «direttamente con i suoi discorsi, i suoi scritti, le sue note, i suoi atti, i viaggi, le visite, gli incontri con le persone di ogni ceto». 
Ed è proprio soffermandosi su quest’ultimo aspetto, che il lettore scopre o riscopre gli infiniti esempi della carità del santo Pontefice. «Si pensi solo al suo desiderio — scrive il rogazionista — di vendere alcuni immobili del centro di Roma per costruire case popolari nella periferia di Roma, ad Acilia, a favore di tante famiglie povere. Segno così concreto che ancora oggi quel quartiere porta il nome di “Villaggio Paolo VI”. 
Tra i «tanti episodi sconosciuti», il curatore ne ricorda alcuni. «Gravi inondazioni hanno colpito il Pakistan nel 1971. Paolo VI in diverse occasioni fa appello alla generosità dei cristiani e degli uomini di buona volontà, per venire incontro alle sofferenze di milioni di persone. Per dare l’esempio, dona la croce pettorale che, per interessamento di un vescovo tedesco, viene acquistata per dieci milioni di lire da un costruttore edile di Monaco di Baviera». E ancora, nello stesso anno: «all’udienza generale di mercoledì 17 febbraio riceve i coniugi Ezio e Anita Luzzi, che hanno avuto quattro gemelli! In occasione del parto il Papa aveva fatto pervenire una generosa offerta alla famiglia di Cave, che già aveva un altro figlio». E in un’altra udienza del mercoledì, il 23 giugno, «riceve la signora Maria Moncullo D’Errico, madre di dieci figli, nominata e premiata “mamma dell’anno”. Il parroco di Casalpalocco aveva chiesto un aiuto per la famiglia che versava in condizioni fisiche, economiche e morali disperate. Paolo VI chiede informazioni al vicegerente, monsignor Ugo Poletti. Il quale risponde che la signora è veramente bisognosa, ma poco praticante. Anzi si possono rilevare non pochi difetti e nessun merito particolare. Il premio è stato concesso per interessamento di un giornalista amico della famiglia. Altre mamme di Roma si trovano in condizioni di bisogno identiche se non superiori». Ma Papa Montini «stabilisce: mandiamo centomila lire e un rosario tramite il parroco. Nel frattempo la famiglia si trasferisce a Peschici»: allora l’assegno diventa di un milione di lire e viene inviato al vescovo di Foggia «con preghiera di rimetterlo alla destinataria». 
Nel 1974 è il parroco di Bardi, nel Parmigiano, a chiedere al Pontefice «un aiuto economico in favore della bambina Elisabetta Assirati, affetta da cardiopatia congenita, che è stata ricoverata in America, ove subirà un delicatissimo intervento al cuore. La famiglia è povera e vive nel terrore di perdere anche questa bambina, dopo la prima deceduta tre anni avanti. Il parroco ha raccolto tre milioni di lire, ma ne occorrono otto. Paolo VI dispone di inviare un milione». Poco dopo la piccola viene operata con successo e torna a casa in salute.
Nel giubileo del 1975 un giovane di razza maori arriva a Roma dalla Nuova Zelanda: è completamente paralizzato a eccezione della testa, per gravi lesioni alla spina dorsale. La famiglia è povera, con altri otto figli, e anche il padre è invalido. I cattolici neozelandesi hanno raccolto una colletta per consentirgli un pellegrinaggio in Europa, con tappa anche a Lourdes, per l’Anno santo. E anche per lui «Paolo VI dispone una generosa offerta».
Tanti altri gli aneddoti che emergono dalle meditazioni, le quali costituiscono il corpo centrale del volume contenente anche un’introduzione del presidente del Circolo, Leopoldo Torlonia, e un pensiero dell’assistente ecclesiastico, monsignor Franco Camaldo. Completano la pubblicazione la domanda di ammissione di Montini al sodalizio, il discorso che gli fece da Papa nel centenario di fondazione (31 maggio 1969), più altri testi e fotografie. Tra queste le riproduzioni delle pagine de «L’Osservatore Romano» che testimoniano il legame tra il Pontefice lombardo e il Circolo.
L’Osservatore Romano, 28-29 maggio 2019

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Liturgia / IL PAPA DA’ IL VIA LIBERA AL NUOVO MESSALE IN ITALIANO

Avvenire

Durante la prima giornata di lavori dell’Assemblea generale della Cei, il cardinale presidente Gualtiero Bassetti ha annunciato ai vescovi italiani che il Papa ha autorizzato la promulgazione della nuova edizione in italiano del Messale Romano dopo che è giunta laconfirmatio della Santa Sede. Non c’è ancora una data fissata. Pertanto è ancora prematuro sapere quando cambieranno alcune formule con cui viene celebrata l’Eucaristia nella lingua italiana. Probabilmente saranno necessari ancora diversi mesi.

La traduzione italiana della III edizione del Messale Romano era stata approvata lo scorso novembre dall’Assemblea generale straordinaria della Cei. Fra le novità introdotte quella sul Padre Nostro: non diremo più «e non ci indurre in tentazione» (Dio non può indurre in tentazione), ma «non abbandonarci alla tentazione». E intoneremo il Gloria sostituendo al classico «pace in terra agli uomini di buona volontà», il nuovo «pace in terra agli uomini, amati dal Signore». Sono due tra le più significative modifiche che giungono al termine di un percorso durato oltre 16 anni. Un arco temporale in cui «vescovi ed esperti hanno lavorato al miglioramento del testo sotto il profilo teologico, pastorale e stilistico, nonché alla messa a punto della Presentazione del Messale». Nelle intenzioni della Cei, infatti, la pubblicazione della nuova edizione non è solo un fatto “editoriale”, ma «costituisce l’occasione per contribuire al rinnovamento della comunità ecclesiale nel solco della riforma liturgica». L’entrata in uso del nuovo Messale verrà accompagnata con una sorta di «riconsegna al popolo di Dio», tramite un sussidio che rilanci l’impegno della pastorale liturgica.

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Liturgia: il Novus Ordo ha avuto la intenzione di sostituire il Vetus Ordo. Non si dà alcuna possibilità di intendere vigenti contemporaneamente due riti

in settimananews

 

 

Nel discorso che papa Francesco ha tenuto alla Congregazione del culto (14 febbraio), si legge nelle prime righe questa importante “memoria”:

«Sono passati cinquant’anni da quando, l’8 maggio 1969, san Paolo VI volle istituire l’allora Congregatio pro Cultu Divino, al fine di dare forma al rinnovamento voluto dal Vaticano II. Si trattava di pubblicare i libri liturgici secondo i criteri e le decisioni dei padri conciliari, in vista di favorire, nel popolo di Dio, la partecipazione “attiva, consapevole e pia” ai misteri di Cristo (cf. Cost. Sacrosanctum Concilium, 48). La tradizione orante della Chiesa aveva bisogno di espressioni rinnovate, senza perdere nulla della sua millenaria ricchezza, anzi riscoprendo i tesori delle origini».

In queste ultime parole, che ho evidenziate, è contenuta una “evidenza dimenticata” da parte di molti liturgisti, e anche di molti teologi. Vi si ricorda, infatti, che dopo il Concilio, per attuare disposizioni del Concilio stesso e favorire la “partecipazione attiva” del popolo di Dio, “la tradizione orante della Chiesa aveva bisogno di espressioni rinnovate”, che non facevano perdere nulla, anzi restituivano tesori più antichi.

Se è vera questa premessa, il lavoro di “formazione” di cui oggi ha bisogno la recezione di questa “memoria conciliare” deve anzitutto mettere in chiaro questo elementare passaggio: la Congregazione del Culto accompagna autorevolmente quelle “espressioni rinnovate” di cui ha bisogno la tradizione orante della Chiesa.

La teologia dovrebbe aver acquisito da tempo questa evidenza. Il suo lavoro responsabile dovrebbe accompagnare la faticosa elaborazione di “espressioni rinnovate”, senza più “ripiegarsi in un passato che non è più”.

Per favorire un lavoro di formazione ad una liturgia che è “vita che forma, non idea da apprendere”, occorre mettere in chiaro, in modo deciso, un principio fondamentale. I nuovi riti, scaturiti dal serio lavoro successivo al Concilio Vaticano II, sono la correzione, l’emendamento, la riforma dei riti precedenti. In altri termini, il Novus Ordo ha avuto la intenzione di sostituire ilVetus Ordo. Non si dà alcuna possibilità di intendere vigenti contemporaneamente due riti, di cui il secondo è nato proprio per correggere il precedente. Poi saranno possibili eccezioni locali, ma la legge universale può essere solo questa.

Su questo, ripeto, anzitutto la teologia dovrebbe restare lucida e dare il suo contributo responsabile. Purtroppo, però, ci sono teologi che su questo punto spesso sono generici, poco lucidi, esitanti e ambigui. E possono anche ipotizzare che sia facile, logico e coerente pensare ad una “vigenza” parallela, di NO e di VO.

Vorrei citare, ad es., un testo contenuto in un recente manuale sulla eucaristia, scritto da H. Hoping, nel quale, addirittura con tono ironico, si dice quanto segue:

«Da parte di circoli sia tradizionalisti sia cattolico-liberali non di rado si afferma l’esistenza di una contrapposizione, in merito alla lex credendi elex orandi, tra l’antica e la nuova messa – contro la decisione di Benedetto XVI nella Summorum pontificum. Qui si avvera il detto “gli estremi si toccano”» (H. Hoping, Il mio corpo dato per voi. Storia e teologia dell’eucaristia, Brescia, Queriniana, 2016, 321)

Qui è evidente come Hoping utilizzi solo il criterio di autorità e di ironia, rinunciando al criterio di ragione e a fornire argomenti convincenti per sostenere la “compatibilità” tra NO e VO. In questo modo anche la teologia diventa irresponsabile e non aiuta la Chiesa a discernere il proprio compito. Non a caso lo stesso Hoping, a mio modo di vedere del tutto irresponsabilmente, inserisce nel suo manuale una presentazione parallela di NO e di VO, non come modelli storicamente in divenire, ma come possibilità contemporanee. Addirittura come possibilità alle quali “formare” contemporaneamente lo stesso studente o seminarista. Qui sta un errore logico e teologico irrimediabile, che il teologo ha il dovere di segnalare, se vuole unire il rispetto della autorità con il rispetto della ragione. Perché, se si sostiene che il VO continua ad essere vigente, non si capisce perché mai la Chiesa, da 50 anni, si sia posta in gioco per “rinnovare la propria espressione liturgica”.

È evidente che tra VO e NO non vi è contraddizione, se li si considera diacronicamente: ciò significa che in tempi diversi non vi è contrasto tra il rito di Pio V e il rito di Paolo VI. Ma vi è contraddizione se si pretende di considerare sincronicamente l’uso contemporaneo dei due diversi ordines. Questo uso contemporaneo crea identità ecclesiali parallele, conflitti, incomprensioni, rotture e muri a non finire.

Su questo punto il lavoro liturgico di oggi e di domani non può più avere dubbi. E i teologi devono fare la loro parte, senza paura e con buoni argomenti. Se non si dice chiaramente questa verità, se si giustifica l’uso del VO non per ragioni eccezionali, ma magari solo per la “sciatteria delle nostre liturgie”, si contraddice la volontà del Concilio Vaticano II e il faticoso ma positivo lavoro di questi 50 anni di riforma liturgica. Perché la “formazione liturgica” diventi realmente “forma di vita”, occorre rimuovere definitivamente ogni possibile ambiguità. Si può lavorare comunitariamente e concordemente su un solo rito comune a tutti. Se si lascia universalmente aperta la “fuga nel passato”, si diventa irresponsabili, perché si lascerà sempre il dubbio che il Concilio Vaticano II sia stato solo una parentesi e che la partecipazione del popolo di Dio alla liturgia sia una illusione o addirittura un abuso.

«La tradizione orante della Chiesa aveva bisogno di espressioni rinnovate». Queste parole di papa Francesco sono decisive. Dobbiamo ricordare queste “nuove espressioni” come una necessità inaggirabile, senza consentire a qualcuno di potersene dispensare, per ideologia o per comodità. Potrà essere concesso eccezionalmente a qualcuno, solo per ragioni speciali e solo dalla autorità territoriale competente. Ma non potrà più essere concepibile un “duplex ordo” universale a livello liturgico, nel quale sopravviva in vigore, universalmente, proprio quel rito che la riforma ha voluto superare, arricchire e riformare. Se questo problema non viene risolto, parlare di formazione liturgica rischierà di diventare una espressione equivoca, come purtroppo già avviene non solo su qualche manuale, ma anche in qualche diocesi, per la irresponsabilità e di teologi e di pastori.

Pubblicato il 15 febbraio 2019 nel blog: Come se non.

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Il Vangelo. A Nazaret il sogno di un mondo nuovo

III Domenica
Tempo ordinario – Anno C

[…] In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me» […]

Tutti gli occhi erano fissi su di lui. Sembrano più attenti alla persona che legge che non alla parola proclamata. Sono curiosi, lo conoscono bene quel giovane, appena ritornato a casa, nel villaggio dov’era cresciuto nutrito, come pane buono, dalle parole di Isaia che ora proclama: «Parole così antiche e così amate, così pregate e così agognate, così vicine e così lontane. Annuncio di un anno di grazia, di cui Gesù soffia le note negli inferi dell’umanità» (R. Virgili). Gesù davanti a quella piccolissima comunità presenta il suo sogno di un mondo nuovo. E sono solo parole di speranza per chi è stanco, o è vittima, o non ce la fa più: sono venuto a incoraggiare, a portare buone notizie, a liberare, a ridare vista. Testo fondamentale e bellissimo, che non racconta più “come” Gesù è nato, ma “perché” è nato. Che ridà forza per lottare, apre il cielo alle vie della speranza. Poveri, ciechi, oppressi, prigionieri: questi sono i nomi dell’uomo. Adamo è diventato così, per questo Dio diventa Adamo. E lo scopo che persegue non è quello di essere finalmente adorato e obbedito da questi figli distratti, meschini e splendidi che noi siamo. Dio non pone come fine della storia se stesso o i propri diritti, ma uomini e donne dal cuore libero e forte. E guariti, e con occhi nuovi che vedono lontano e nel profondo. E che la nostra storia non produca più poveri e prigionieri. Gesù non si interroga se quel prigioniero sia buono o cattivo; a lui non importa se il cieco sia onesto o peccatore, se il lebbroso meriti o no la guarigione. C’è buio e dolore e tanto basta per far piaga nel cuore di Dio. Solo così la grazia è grazia e non calcolo o merito. Impensabili nel suo Regno frasi come: «È colpevole, deve marcire in galera». Il programma di Nazaret ci mette di fronte a uno dei paradossi del Vangelo. Il catechismo che abbiamo mandato a memoria diceva: «Siamo stati creati per conoscere, amare, servire Dio in questa vita e poi goderlo nell’eternità». Ma nel suo primo annuncio Gesù dice altro: non è l’uomo che esiste per Dio ma è Dio che esiste per l’uomo. C’è una commozione da brividi nel poter pensare: Dio esiste per me, io sono lo scopo della sua esistenza. Il nostro è un Dio che ama per primo, ama in perdita, ama senza contare, di amore unilaterale. La buona notizia di Gesù è un Dio sempre in favore dell’uomo e mai contro l’uomo, che lo mette al centro, che dimentica se stesso per me, e schiera la sua potenza di liberazione contro tutte le oppressioni esterne, contro tutte le chiusure interne, perché la storia diventi totalmente “altra” da quello che è. E ogni uomo sia finalmente promosso a uomo e la vita fiorisca in tutte le sue forme.
(Letture: Neemia 8,2-4.5-6.8-10; Salmo 18; 1 Corinzi 12,12-30; Luca 1,1-4; 4,14-21)

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Il dono più prezioso dei Magi? Il loro stesso viaggio. Commento al Vangelo Epifania

Epifania del Signore

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. […]

Epifania, festa dei cercatori di Dio, dei lontani, che si sono messi in cammino dietro a un loro profeta interiore, a parole come quelle di Isaia. «Alza il capo e guarda». Due verbi bellissimi: alza, solleva gli occhi, guarda in alto e attorno, apri le finestre di casa al grande respiro del mondo. E guarda, cerca un pertugio, un angolo di cielo, una stella polare, e da lassù interpreta la vita, a partire da obiettivi alti. Il Vangelo racconta la ricerca di Dio come un viaggio, al ritmo della carovana, al passo di una piccola comunità: camminano insieme, attenti alle stelle e attenti l’uno all’altro. Fissando il cielo e insieme gli occhi di chi cammina a fianco, rallentando il passo sulla misura dell’altro, di chi fa più fatica. Poi il momento più sorprendente: il cammino dei Magi è pieno di errori: perdono la stella, trovano la grande città anziché il piccolo villaggio; chiedono del bambino a un assassino di bambini; cercano una reggia e troveranno una povera casa. Ma hanno l’infinita pazienza di ricominciare. Il nostro dramma non è cadere, ma arrenderci alle cadute. Ed ecco: videro il bambino in braccio alla madre, si prostrarono e offrirono doni. Il dono più prezioso che i Magi portano non è l’oro, è il loro stesso viaggio. Il dono impagabile sono i mesi trascorsi in ricerca, andare e ancora andare dietro ad un desiderio più forte di deserti e fatiche. Dio desidera che abbiamo desiderio di Lui. Dio ha sete della nostra sete: il nostro regalo più grande. Entrati, videro il Bambino e sua madre e lo adorarono. Adorano un bambino. Lezione misteriosa: non l’uomo della croce né il risorto glorioso, non un uomo saggio dalle parole di luce né un giovane nel pieno del vigore, semplicemente un bambino. Non solo a Natale Dio è come noi, non solo è il Dio-con-noi, ma è un Dio piccolo fra noi. E di lui non puoi avere paura, e da un bambino che ami non ce la fai ad allontanarti. Informatevi con cura del Bambino e poi fatemelo sapere perché venga anch’io ad adorarlo! Erode è l’uccisore di sogni ancora in fasce, è dentro di noi, è quel cinismo, quel disprezzo che distruggono sogni e speranze. Vorrei riscattare queste parole dalla loro profezia di morte e ripeterle all’amico, al teologo, all’artista, al poeta, allo scienziato, all’uomo della strada, a chiunque: Hai trovato il Bambino? Ti prego, cerca ancora, accuratamente, nella storia, nei libri, nel cuore delle cose, nel Vangelo e nelle persone; cerca ancora con cura, fissando gli abissi del cielo e gli abissi del cuore, e poi raccontamelo come si racconta una storia d’amore, perché venga anch’io ad adorarlo, con i miei sogni salvati da tutti gli Erodi della storia e del cuore.
(Letture: Isaia 60,1-6; Salmo 71; Efesini 3,2-3.5-6; Matteo 2,1-12)

di Ermes Ronchi – Avvenire

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Papa Francesco: canto e musica, strumenti di evangelizzazione senza protagonismi

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La musica sia uno “strumento di unità” per rendere “efficace” il Vangelo nel mondo di oggi, “attraverso la bellezza che ancora affascina e rende possibile credere affidandosi all’amore del Padre”. È l’esortazione del Papa ai partecipanti al III Convegno internazionale delle corali, in corso da ieri in Vaticano. Incontrandoli in Aula Paolo VI, con musiche e canti che stanno contraddistinguendo l’evento organizzato dal Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione, il Pontefice osserva subito come le note levatesi per l’occasione abbiano “risvegliato il Vaticano”.

Strumenti di evangelizzazione

Ringraziando l’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del dicastero, Francesco ricorda il documento finale del recente Sinodo dei vescovi dedicato ai giovani, in cui oltre a sottolineare l’importanza della musica per i ragazzi, si evidenzia pure come il “linguaggio musicale” rappresenti una risorsa pastorale. La musica e il canto, aggiunge richiamando le parole pronunciate poco prima dallo stesso mons. Fisichella, sono un “vero strumento di evangelizzazione” nella misura in cui coloro che li propongono si rendono testimoni della “profondità della Parola di Dio che – spiega – tocca il cuore delle persone, e permettete una celebrazione dei sacramenti, in particolare della santa Eucaristia, che fa percepire la bellezza del Paradiso”.

Non fermatevi mai in questo impegno, un impegno così importante per la vita delle nostre comunità; in questo modo, con il canto date voce alle emozioni che sono nel profondo del cuore di ognuno. Nei momenti di gioia e nella tristezza, la Chiesa è chiamata ad essere sempre vicina alle persone, per offrire loro la compagnia della fede. Quante volte la musica e il canto permettono di rendere questi momenti unici nella vita delle persone, perché li conservano come un ricordo prezioso che ha segnato la loro esistenza.

Una corale internazionale

Richiamando il Concilio Vaticano II, il pensiero del Pontefice va poi alle “tante tradizioni” delle comunità cristiane “sparse per il mondo intero”, che fanno emergere “le forme più radicate nella cultura popolare” e che diventano anche una “vera preghiera”.

Quella pietà popolare che sa pregare creativamente, che sa cantare creativamente; quella pietà popolare che è, come ha detto un vescovo italiano, il “sistema immunitario” della Chiesa. E il canto porta questa pietà avanti. Attraverso queste musiche e canti si dà voce anche alla preghiera e in questo modo si forma una vera corale internazionale, dove all’unisono sale al Padre di tutti la lode e la gloria del suo popolo.

L’universalità della Chiesa

Proprio nella presenza delle migliaia di cantori, musicisti, esperti di musica sacra e liturgica di tutto il mondo il Papa coglie “l’universalità della Chiesa e le sue diverse tradizioni”.

Il vostro canto e la vostra musica, soprattutto nella celebrazione dell’Eucaristia, rendono evidente che siamo un solo Corpo e cantiamo con una sola voce la nostra unica fede. Anche se parliamo lingue diverse, tutti possono comprendere la musica con cui cantiamo, la fede che professiamo e la speranza che ci attende.

Non cadere nel protagonismo

Il canto diventa quindi “una melodia che favorisce la preghiera e la celebrazione liturgica”.

Non cadete, tuttavia, nella tentazione di un protagonismo che offusca il vostro impegno, e umilia la partecipazione attiva del popolo alla preghiera. Per favore non fate la “prima donna”, capito? Siate animatori del canto di tutta l’assemblea e non sostituitevi a essa, privando il popolo di Dio di cantare con voi e di dare testimonianza di una preghiera ecclesiale e comunitaria. Io tante volte mi rattristo quando, in alcune cerimonie dove vado, si canta tanto bene ma la gente non può cantare… È una cosa strana.

Un patrimonio di religiosità

Invita poi cantori e musicisti a “non svalutate le altre espressioni della spiritualità popolare”.

Le feste patronali, le processioni, le danze e i canti religiosi del nostro popolo sono anch’essi un vero patrimonio di religiosità che merita di essere valorizzato e sostenuto perché è pur sempre un’azione dello Spirito Santo nel cuore della Chiesa. Lo Spirito nel canto ci aiuta ad andare avanti.

Il grande concerto per Santa Cecilia

Con la benedizione finale e chiedendo di pregare per il Papa “anche” con il canto, Francesco affida i presenti a Santa Cecilia, loro patrona, in occasione della cui festa, questa settimana, è organizzato l’incontro in Vaticano: alla martire è dedicato il grande concerto delle corali del pomeriggio, con la partecipazione di tutti i cantori presenti in Aula Paolo VI, sotto la direzione di mons. Marco Frisina, uniti al Coro della diocesi di Roma e all’orchestra Fideles et Amati. Domani la conclusione della manifestazione, con la Santa Messa in Basilica Vaticana presieduta da mons. Fisichella. A mezzogiorno, la partecipazione all’Angelus del Pontefice in Piazza San Pietro.

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Avvento-Natale 2018: pubblicato il sussidio della Cei

romasette

È stato pubblicato il Sussidio Avvento-Natale 2018 sul tema “Verrà il Signore in tutta la sua gloria: ogni uomo vedrà il Salvatore”. Il sussidio si compone di due parti: una dedicata al tempo di Avvento e una al tempo di Natale. Offre per ciascuna Domenica/Solennità/Festa i commenti alla Liturgia della Parola, le indicazioni liturgiche, i formulari per la preghiera dei fedeli, i suggerimenti musicali. Una particolare attenzione è rivolta ai ministranti. Il sussidio si apre con la presentazione di monsignor Stefano Russo, segretario generale della Cei.

«Questo tempo di salvezza – scrive monsignor Russo nella prefazione – permea l’esistenza del singolo credente e della Chiesa tutta. Entrambi desiderano affrancarsi dalle pesantezze della vita quotidiana, entrambi anelano a recuperare una serenità di fondo che sembra dissolta dalla diffusa precarietà sociale. Tuttavia, le nebbie dell’autunno dell’anima non manifestano soltanto opacità e confusione. Esse annunciano, pur velatamente, l’avvicinarsi del Sole invitto, Cristo Gesù, che a Natale rinasce nel cuore di ciascuna persona pronta ad aderire alla volontà del Padre»

«È trascorso ormai un anno durante il quale molti hanno attraversato prati ridenti e paesaggi incantevoli. Il panorama non è stato però sempre idilliaco. Sentieri impervi ci hanno messo in difficoltà, ci hanno costretto a prendere coscienza dei nostri limiti. I successi non sempre bilanciano i fallimenti, i dolori talora insidiano la gioia e il piacere di vivere. Immersi e quasi schiacciati da una folla anonima – prosegue -, rischiamo di non trovare il porto della pace nell’ambito familiare e nel contesto del lavoro quotidiano. Non c’è, tuttavia, condizione di vita che sia destinata a durare per sempre. Solo Cristo è stato ieri, è oggi e sarà domani. È il nostro Salvatore, la via da percorrere, la verità da assorbire totalmente, la vita da riscoprire ogni giorno e condividere nello splendore della gloria perché in Lui anche noi siamo figli di Dio».

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Foglietto, Letture e Salmo Tutti i Santi 1 Novembre

Grado della Celebrazione: SOLENNITA’
Colore liturgico: Bianco

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Festeggiare tutti i santi è guardare coloro che già posseggono l’eredità della gloria eterna. Quelli che hanno voluto vivere della loro grazia di figli adottivi, che hanno lasciato che la misericordia del Padre vivificasse ogni istante della loro vita, ogni fibra del loro cuore. I santi contemplano il volto di Dio e gioiscono appieno di questa visione. Sono i fratelli maggiori che la Chiesa ci propone come modelli perché, peccatori come ognuno di noi, tutti hanno accettato di lasciarsi incontrare da Gesù, attraverso i loro desideri, le loro debolezze, le loro sofferenze, e anche le loro tristezze.
Questa beatitudine che dà loro il condividere in questo momento la vita stessa della Santa Trinità è un frutto di sovrabbondanza che il sangue di Cristo ha loro acquistato. Nonostante le notti, attraverso le purificazioni costanti che l’amore esige per essere vero amore, e a volte al di là di ogni speranza umana, tutti hanno voluto lasciarsi bruciare dall’amore e scomparire affinché Gesù fosse progressivamente tutto in loro. È Maria, la Regina di tutti i Santi, che li ha instancabilmente riportati a questa via di povertà, è al suo seguito che essi hanno imparato a ricevere tutto come un dono gratuito del Figlio; è con lei che essi vivono attualmente, nascosti nel segreto del Padre.

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