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“Il Piccolo Principe” in dialogo con Papa Francesco

Enzo Romeo, vaticanista del Tg2, due anni fa l’aveva riletto alla luce della Bibbia e ora per i tipi della stessa editrice Ancora è la volta di un altro giornalista, Umberto Folena, caporedattore di «Avvenire», ad accostarsi all’opera più nota di Antoine de Saint-Exupéry con un prodotto originale.

Scaduto ormai il copyright sulle opere dello scrittore francese (1900 – 1944) e a più di 70 anni dalla pubblicazione, «Il Piccolo Principe» continua a tenere banco sugli scaffali delle librerie e nelle vendite online. Alla prima versione italiana, realizzata nel 1949 da Nini Bompiani Bregoli, molte altre se ne sono aggiunte – comprese le traduzioni d’autore e i disegni rivisitati dai bambini di oggi – ma ciò che mancava era l’accostamento al magistero di papa Francesco.

Un accostamento forzato, magari frutto della popolarità di cui gode Bergoglio, oppure due voci che, pur appartenendo a epoche e luoghi di provenienza assai diversi, scoprono di cantare in coro? Folena, anticipando la domanda, fornisce la sua spiegazione: alla richiesta esplicita che gli era pervenuta la prima reazione era stata quella della rinuncia («maltrattare una meravigliosa fiaba e un ottimo pontefice, giammai»). Ma il dubbio si è ben presto dissolto perché «una cosa risultava evidente: qualunque fosse l’argomento, entrambi parlavano al bambino».

E non un bambino qualsiasi, bensì il bambino che abita in ciascuno di noi, «il bambino che – nonostante i doveri assortiti, la professione, i troppi eventi della vita che ti spoetizzano cercando di renderti disincantato e cinico – ancora respira e vive da qualche parte della mia anima». Un bambino che «non ha nulla di zuccheroso o infantile», ma che va preso tremendamente sul serio, perché per parlare con il bambino è necessario dimenticarsi della propria adultità, per «stare al gioco della purezza». Che altro non è che il magistero di papa Francesco, annota l’autore, per via di quel suo continuo appello a lasciare strada libera al bambino. Perché solo quanti possiedono un cuore e un animo di bambino sono in grado di accogliere l’inatteso, quell’«essenziale», nascosto nell’invisibile e nella minorità. Che è poi l’obiettivo che il Pontefice indica anche alla Chiesa: una Chiesa capace di chinarsi e comprendere, di riconoscere ogni bambino che incontra anche quando questi possiede un’anima imprigionata fino a soffocare.

Se è vero che qualcuno ha definito il piccolo libro quasi un «Nuovissimo Testamento» per via di quella incisiva esplorazione dell’assoluto, la lettura guidata da Folena (con la traduzione di Vincenzo Canella religioso dei Fratelli delle Scuole cristiane) diventa anche un sussidio utilizzabile a livello pastorale.

Molte sono le analogie individuate, sempre calzanti, anche quando a prima vista sembrerebbero imprevedibili o forzate. A partire dall’«immaginazione» – leggi anche «fantasia» – che lo scrittore francese ha utilizzato a piene mani per la sua fiaba straordinaria: «Non perdete la capacità di sognare – è l’invito di Bergoglio alle famiglie radunate a Manila per l’Incontro mondiale del 2015 – Non è possibile una famiglia senza un sogno. Quando in una famiglia si perde la capacità di sognare, i bambini non crescono e l’amore non cresce, la vita si affievolisce e si spegne». «Lo Spirito è freschezza, fantasia, novità», dirà agli anziani radunati in piazza San Pietro nell’autunno 2014.

E poi il tema dell’«incontrare» e «uscire» che traccia il filo del racconto, ma anche quello di un pontificato: «Una Chiesa “in uscita” è una Chiesa con le porte aperte. Uscire verso gli altri per giungere alle periferie umane non vuol dire correre verso il mondo senza una direzione e senza senso. Molte volte è meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà per guardare negli occhi e ascoltare, o rinunciare alle urgenze per accompagnare chi è rimasto al bordo della strada».

O ancora quell’immagine della pecora e quell’espressione (forse quella più associata a Bergoglio) che diventa simbolo della tenerezza di Dio e si fa invito nei confronti di preti, vescovi e in fin dei conti di ogni battezzato, «siate pastori con l’odore delle pecore».

O quel «custodire» che diventa una vera e propria missione: «custodire la gente, aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore», come affermava nell’omelia d’inizio pontificato in quell’ormai lontano 19 marzo 2013.

Significativo il parallelo al celeberrimo capitolo XXI, quello dove si narra dell’incontro sulla spiaggia tra il piccolo principe e la volpe. Un passo che spesso viene utilizzato nella pastorale familiare, simbolo di quel legame che unisce gli sposi: «Dopo l’amore che ci unisce a Dio, l’amore coniugale è la “più grande amicizia”. È un’unione che possiede tutte le caratteristiche di una buona amicizia: ricerca del bene dell’altro, reciprocità, intimità, tenerezza, stabilità, e una somiglianza tra gli amici che si va costruendo con la vita condivisa» (AL 1239). E quell’«addomesticare» spiegato con tanta saggezza dalla volpe diventa un appello a superare ciò che il Papa definisce la «fatica di intessere legami profondi», come dirà ai partecipanti all’assemblea del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni sociali.

E sempre quella capacità di «guardare oltre», come il deserto: non solo vuoto o completa aridità, bensì il deserto che, come nelle parole dei profeti, è in grado di «fiorire».

Quasi un’appendice a conclusione la storia di Saint-Exupéry narrata con la passione che quasi trasuda da ogni pagina di un libretto che, come il volumetto di Romeo, è già un piccolo classico.

Antoine De Saint-Exupéry – Umberto Folena (a cura di), «Il Piccolo Principe. Commentato con testi di papa Francesco», pp. 176, €17,00.

Vatican Insider

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La storia «Sul gommone con Dio via dalle bombe»

Una testimonianza diretta, raccontata in prima persona, di un viaggio che ha cambiato la vita di migliaia di persone come lei: una ragazza siriana curda di 14 anni, Maxima Lava, descrive in un libro appena pubblicato da Mondadori le tappe, gli incontri, le riflessioni più personali, le paure e la grande gioia di riuscire nell’impresa di raggiungere l’Europa.

In ‘Solo la luna ci ha visti passare’ (137 pagine, 17 euro), scritto con la giornalista freelance Francesca Ghirardelli, Maxima racconta nei dettagli la sua esperienza, storia singola fra un milione di storie: nell’arco del 2015 poco più di un milione di migranti e richiedenti asilo sono arrivati in Europa dal mare. Di questo milione, 856mila hanno transitato dalla Turchia alla Grecia, attraverso il mar Egeo.

L’estratto del libro che pubblichiamo descrive la traversata notturna a bordo di un gommone, dalla costa turca fino all’isola greca di Lesbos. Da quella notte è passato esattamente un anno: erano infatti le prime ore del 5 agosto 2015 quando Maxima ha preso il largo, lasciandosi alle spalle la Turchia, insieme ad altre 41 persone. Davanti a lei, ad attenderla, c’erano altre tre settimane di viaggio con lunghissime camminate nei boschi di Macedonia e Serbia, fino a Belgrado, tappa obbligata per richiedenti asilo e migranti che lo scorso anno percorrevano la cosiddetta ‘rotta balcanica’, diretti a nord. Un tragitto ora non più praticabile, dopo la chiusura di molte frontiere e dopo il controverso accordo siglato tra l’Unione Europea e la Turchia, in vigore dal 20 marzo scorso. Maxima è arrivata a destinazione, in Olanda, il 29 agosto.

Mar Egeo, costa turca, alba del 5 agosto 2015.

«Sarà stata mezzanotte. Ci hanno nascosto tra gli alberi che crescevano fino a un passo dalla sabbia. Abbiamo aspettato in silenzio, seduti, fino a notte fonda, insieme a moltissima altra gente, non solo chi era arrivato con noi a bordo del minivan. Altri rifugiati si trovavano sul posto già da prima.

Lì vicino, le case basse di un piccolo villaggio sembravano disabitate. Non si sentiva un rumore. Avevo sonno, gli occhi mi si chiudevano. Anche Sara era stanca. Ci siamo addormentate, nascoste nella boscaglia della spiaggia, sedute fra quella gente a pochi metri dall’acqua.

‘Forza, dài, andiamo!’ C’era una grande confusione quando mi sono svegliata. La gente si alzava in piedi, afferrava i bagagli, mentre i trafficanti turchi preparavano il gommone per la partenza.

Nel buio si muovevano grandi fasci di luce che venivano dalla Grecia, i fari potenti delle navi greche che controllavano se lungo la costa ci fosse qualcuno nascosto. Puntavano anche dalla nostra parte, ma gli alberi ci proteggevano e quando la luce è arrivata su di noi, nessuno si è accorto che eravamo lì.

Il gommone era pronto. Mi sembrava piccolo. Sarà stato lungo sei metri e largo appena due. La gente si muoveva verso l’acqua e io, che mi ero appena svegliata, mi sono messa a correre, stringendo la mano di zio Lazghin e quella di Sara. Ci siamo lanciati sul gommone e siamo arrivati fra i primi. Per questo ci siamo sistemati al centro, nella parte piatta. A me pareva ci fosse posto solo per una ventina di persone, ma alla fine sono saliti tutti. Solo quando eravamo già al largo, qualcuno si è ricordato di contare i passeggeri: eravamo quarantadue.

I trafficanti ci hanno abbandonato alla nostra sorte. ‘Non veniamo di là, il gommone lo guidate da soli’ hanno detto scendendo sulla spiaggia. Nessuno, però, sapeva come si conducesse un’imbarcazione del genere, nessuno lo aveva mai fatto.

A bordo non si respirava, mancava l’ossigeno. Certo, eravamo all’aperto, ma sopra di noi erano ammassate altre persone. E anche le loro valigie e le borse ci coprivano.

Per questo durante la traversata non ho visto nulla. A parte la luna, che quella notte era splendente. Solo il mio viso restava scoperto, immobile rivolto in su. Non potevo girare la testa e anche il resto del corpo era bloccato dalle persone che avevo addosso. Alcune letteralmente sedute su di me. Non potevo muovere le gambe, non le sentivo più, nemmeno le dita, non capivo se fossero rotte.

Poi l’acqua ha cominciato a entrare e a fermarsi sul fondo del gommone. E siccome muoversi era difficile o proprio impossibile, non potevamo buttarla fuori, non c’era spazio per farlo.

Mi sentivo la schiena tutta bagnata. Non erano gli schizzi, era proprio una pozza che aumentava di livello all’interno del gommone, a mano a mano che andavamo avanti.

Chi era seduto sui bordi aveva i piedi e le caviglie dentro l’acqua, noi, sotto, eravamo immersi.

Alcuni passeggeri hanno cominciato ad agitarsi, a dire che due navi, una della polizia greca e una turca, si stavano avvicinando. Io non riuscivo a vedere niente, perché ancora non potevo muovere la testa.

Una delle navi, credo quella turca, si è fatta sempre più vicina, ma in quel mo- mento la fortuna ci è venuta in aiuto: siamo riusciti a spostarci velocemente in un punto invisibile ai poliziotti, girando attorno alla loro stessa imbarcazione. Il fascio di luce del faro ci è passato a soli pochi metri, ma non ci ha illuminato: quanto siamo stati fortunati!

‘State in silenzio, zitti!’ ci ripetevamo a vicenda. Eravamo talmente vicini che uno di noi ha toccato con la mano l’enorme scafo. Non scorgendo nessuno in mare, i turchi si sono allontanati. Quella notte solo la luna ci ha visti passare.

Quando siamo stati abbastanza distanti, i passeggeri del mio gommone hanno cominciato a ripetere: ‘Dio, salvaci, salvaci! Portaci in salvo, lasciaci arrivare di là!’.

Stiamo davvero vivendo questi giorni? Sono la realtà oppure solo un sogno? Non avrei mai, mai immaginato di attraversare prove così dure.

Non ho mai pianto durante il viaggio. Tranne nei momenti in cui ho ripensato alla mia famiglia, alla possibilità di non rivedere più nessuno di loro.

‘Perché piangi?!’ mi chiedo. Quando piango mi sento la persona più debole del mondo. Allora mi dico: ‘Maxima, non sei debole. Sei la più forte’.

Io non perdo la speranza. Non importa quello che accade, arriverò dove siamo diretti. La speranza è ciò che tiene vivi gli uomini. Se non ce l’hai, ti senti schiacciato e sfinito da quello che ti accade, dal pensiero di quanto sia complicato vivere. Credo che la vita possa diventare davvero più semplice se solo si dà speranza a ciò che si fa. Così si rende tutto più facile. Il mio primo nome è Maxima, ma il secondo che mio padre e mia madre hanno scelto per me è Lava, che vuol dire ‘speranza’.

Così siamo andati avanti, continuando a imbarcare acqua, fino a quando ho sentito come lo scossone di un terremoto sotto di noi, proprio come se la terra tremasse sotto il mare. Ho pensato che saremmo morti tutti.

Invece, erano le rocce che grattavano da sotto: avevamo raggiunto l’isola.

Tutti si sono precipitati a terra. Urlavano: «Allah è il più grande!». Mia cugina e io eravamo confuse, non sapevamo se piangere o ridere. Non appena siamo scese, Sara ha cominciato a ridere senza più fermarsi, anche se un attimo prima stava per lasciare andare le lacrime.

Sembravamo impazzite. La gente ringraziava Allah e in quel momento il sole è sorto. È stato come se Dio ci avesse sollevato con le sue mani, gommone e tutto, e ci avesse appoggiato dall’altra parte del mare. Ci siamo abbracciati. Ho stretto mia cugina e mio zio e anche gli altri passeggeri. Quindi ci siamo tolti il giubbotto di salvataggio, lo abbiamo abbandonato sugli scogli, ho afferrato il mio zaino, che era pesantissimo per tutta l’acqua che ci era entrata, e ho cominciato a camminare».

Avvenire

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Papa ai giovani in un libro su Madre Teresa: servite i poveri

Papa Francesco ha scritto la prefazione – pubblicata oggi in anteprima dal Corriere della sera – al libro “Amiamo chi non è amato”, nel quale la Emi ha raccolto due interventi inediti pronunciati da Madre Teresa nel ’73, a Milano, incontrando giovani e religiose. Francesco ha raccolto la sua riflessione sul testo in cinque parole: preghiera, carità, misericordia operosa, famiglia e giovani.  Il servizio di Roberto Piermarini

da Radio Vaticana

Il Papa inizia le sue riflessioni parlando della preghiera e ricorda che “Madre Teresa iniziava la sua giornata partecipando alla Santa Messa e la chiudeva con l’adorazione a Gesù Sacramento, Amore infinito. Così diventa possibile trasformare il lavoro in preghiera” afferma il Papa. Se entreremo nei sentimenti di Gesù, potremo gustare la vita e donare uno sguardo rinnovato a chi incontriamo.

La seconda parola, carità, spiega Francesco, “significa farsi prossimo alle periferie degli uomini e delle donne che incontriamo ogni giorno e provare compassione per gli ultimi nel corpo e nello spirito”, “farsi testimoni della carezza di Dio per ogni ferita dell’umanità”, per offrire alle persone che lo desiderano, la presenza e la vicinanza di Dio.

Sulla misericordia operosa il Papa ricorda che con le opere di misericordia corporali e spirituali, siamo chiamati a prenderci cura di ogni uomo. “Sarà un modo per risvegliare la nostra coscienza spesso assopita davanti al dramma della povertà e per entrare sempre di più nel cuore del Vangelo, dove i poveri sono i privilegiati della misericordia divina”. “Madre Teresa ha fatto di questa pagine del Vangelo – osserva Francesco – la guida della sua vita, la strada verso la santità e potrebbe diventarlo anche per noi”.

Quarta parola la famiglia. E’ qui che “impariamo da mamma e da papà – scrive il Papa – a sorriderci, a perdonarci, accoglierci, sacrificarci gli uni per gli altri, donare senza pretendere nulla in cambio, pregare e soffrire insieme, gioire e aiutarci reciprocamente”, come ci invita Madre Teresa.

E infine una parola per i giovani, che vedrà la settimana prossima alla Gmg di Cracovia. Il Papa li invita ad essere “costruttori di ponti per spezzare la logica della divisione, del rifiuto, della paura gli uni degli altri” e a mettersi al “servizio dei poveri”. Li esorta ad “affrontate con coraggio la vita, che è dono di Dio” e a “non farsi rubare il futuro che è nelle loro mani”. Nel libro Madre Teresa – che Francesco proclamerà santa il prossimo 4 settembre – afferma che la “malattia più grave non è la lebbra o la tubercolosi, ma la solitudine. Questa è la causa di tanti disordini, divisioni e guerre che oggi ci affliggono”.

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“Misericordia per tutti”, il libro Sabato 2 aprile alle 18.30 verrà presentato

Sabato 2 aprile alle 18.30 verrà presentato al pubblico nei locali dell’Università il nuovo libro di don Luca Ferrari “Misericordia per tutti – Il sacramento della Riconciliazione come cammino”.
L’autore, presbitero della Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, responsabile del Movimento Familiaris Consortio, è ideatore e responsabile del gruppo Giovani & Riconciliazione, che si propone di sensibilizzare i giovani, e non solo, al sacramento del Perdono.

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laliberta.info

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Ecco la “Storia del Vaticano. Dalle origini ai giorni nostri”

La ripercorre il libro di Paolo Scandaletti: le radici nell’antichità remota con Abramo e Mosè, Cristo e gli Apostoli in Palestina, Pietro e Paolo che avviano la Chiesa nella grande Roma, fino a Papa Bergoglio

Questo libro racconta la vita dell’istituzione più longeva dell’umanità: le radici nell’antichità remota con Abramo e Mosè, Cristo e gli Apostoli in Palestina, Pietro e Paolo che avviano la Chiesa nella grande Roma, fino a Papa Bergoglio. Storia che spesso coincide con quella dei Papi: dai perseguitati a quelli che la consolidano come Leone e Gregorio Magno, salvano nei monasteri il patrimonio culturale della civiltà greco-romana; affrontano male l’ondata islamica e le crociate, ma aprono all’aria fresca degli Ordini mendicanti. Si buttano nel potere temporale, battagliando con il grande imperatore Federico II; e in quello mondano, provocando lo schiaffo di Lutero e la salutare rigenerazione del Concilio di Trento.

 

Agli splendori del «Rinascimento italiano» i pontefici hanno dato la basilica di San Pietro con la cupola di Michelangelo, il colonnato del Bernini, la magia della Cappella sistina e le «Stanze» di Raffaello; i Musei vaticani prima attrattiva del turismo colto del mondo. Nel rovescio, la piaga del nepotismo e i papi guerrieri, i vescovi feudatari e principi col popolo di Dio emarginato, i processi dell’Inquisizione e il caso clamoroso di Galileo. L’unità d’Italia sloggia il Papa dal Quirinale, liberandolo finalmente da un potere temporale ormai imbarazzante. Mussolini con il Concordato del 1929 ha dato forma allo Stato Vaticano: tanto minuscolo territorialmente quanto libero di svolgere la missione per la quale la Chiesa è stata creata due millenni fa.

«Storia del Vaticano. Dalle origini ai giorni nostri», di Paolo Scandaletti, Biblioteca dell’Immagine, 2015, 487 pagine, 14 euro.

lastampa.it

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“Misericordia all’opera”: con un intervento inedito del Cardinale Martini

Il nuovo libro di don Virginio Colmegna, che descrive le storie e i volti incontrati in Casa della carità.

Edito da “In Dialogo”, il volume contiene un testo inedito di Carlo Maria Martini

Dalla prefazione di Silvia Landra, presidente Azione Cattolica Ambrosiana:
«Lo stupore per la misericordia all’opera è in ogni pagina di questo libro, in cui don Virginio Colmegna raccoglie alcuni suoi interventi, pronunciati in diverse occasioni pubbliche molto diverse, nei primi dieci anni di vita di Casa della carità a Milano, dove egli spende il suo ministero di sacerdote ambrosiano. Nessun rischio di deriva intimistica, però: le riflessioni di Colmegna, insieme alle storie e ai volti dei moltissimi ospiti accolti nella struttura, raccontati  dalla penna di collaboratori e volontari, aprono continuamente al valore della responsabilità collettiva, della ricerca culturale comune, della felicità urbana e della convivenza pacifica come diritti da custodire con un impegno plurale, della politica come forma esplicita di un amore attento e reciproco. Ci sono, in questo testo, materiali originali e preziosi per aiutare chi legge a vivere con intensità l’Anno giubilare della misericordia, indetto da papa Francesco».

Dall’introduzione di don Virginio Colmegna, presidente Fondazione Casa della carità
«Meditando le parole del Papa, mi indigno, quando sento di essere parte di una noncuranza grave che permette all’odio di scavalcare i confini dei Paesi e all’indifferenza di avvolgere le coscienze. E mi entusiasmo, quando avverto tutto il potenziale di essere una Chiesa chiamata a lenire le ferite, a fasciarle con la misericordia e a curarle con la solidarietà e l’attenzione. Sento come una sferzata a ricominciare dal mio quotidiano, dalla Casa della carità che abito, dai poveri che incontro nelle periferie fisiche e simboliche della città. È il laboratorio di umanità dove ogni giorno posso vedere che la misericordia di Dio esiste, che è storia di uomini, donne e bambini incontrati di persona».

Don Virginio Colmegna è presidente della Fondazione Casa della carità Angelo Abriani di Milano.

Ordinato sacerdote nel 1969, negli anni Ottanta ha promosso diverse cooperative e comunità di accoglienza. Direttore della Caritas Ambrosiana dal 1993 al 2004, quando il cardinale Carlo Maria Martini gli ha chiesto di dar vita alla Casa della carità.

Sorta nel quartiere periferico di Crescenzago, la struttura è una vera e propria Casa che accoglie e dà aiuto quotidiano e gratuito a decine di persone in difficoltà.

segnalazione web a cura di Web Master Santo Stefano

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Venerdì 17 aprile alle 18.30 presso la Libreria All’Arco avviene la presentazione del nuovo libro del vescovo Camisasca dal titolo “I misteri di Maria”

Venerdì 17 aprile alle 18.30 presso la Libreria All’Arco avviene la presentazione del nuovo libro del vescovo Camisasca dal titolo “I misteri di Maria”. Intervengono suor Rachele Paiusco, Superiora Generale Missionarie di San Carlo Borromeo, Suor Chiara Francesca della Piccola Famiglia dell’Annunziata, Nilde Marchesini coordinatrice del progetto “Maria di Magdala”.

Modera l’incontro Edoardo Tincani direttore del settimanale diocesano “La Libertà” alla presenza dell’autore, monsignor Massimo Camisasca.

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Montini alla scuola di Agostino e Ambrogio: libro di monsignor Adriano Caprioli, vescovo emerito di Reggio Emilia

È uscito in questi giorni il libro di monsignor Adriano Caprioli, vescovo emerito di Reggio Emilia, sulla figura di papa Montini:”Montini alla scuola di Agostino e Ambrogio. Chiamati alla santità”. Un libro di 127 pagine suddiviso in sei capitoli impreziosito dalla prefazione del cardinale Angelo Scola Arcivescovo di Milano.

Quello di Caprioli vuole essere un omaggio alla figura di Paolo VI in occasione della recente beatificazione. Caprioli stesso fu ordinato sacerdote dall’allora Arcivescovo Montini. Attualmente è prsidente della Fondazione Ambrosiana Paolo VI presso Gazzada.

Si tratta di un contributo sulla figura spirituale e pastorale di Montini Arcivescovo sulle orme dei Padri come Agostino e Ambrogio non solo come maestri di fede, di dottrina, di teologia e di pastorale con cui confrontarsi per il rinnovamento della vita della Chiesa di oggi, ma testimoni di vita spirituale imitabili anche nella vita moderna di oggi.

Un ritratto autobiografico in cui Montini parlando e lasciando parlare Agostino e Ambrogio parla anche di sè come vescovo.

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laliberta.info

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D’Amato Nazario – Le parole non sono ancora sulla mia lingua

D’Amato Nazario – Le parole non sono ancora sulla mia lingua

Le parole non sono ancora sulla mia lingua Titolo

Le parole non sono ancora sulla mia lingua

>>> scheda libro online con il 15 di sconto… 

La vita – il nascere, il morire, l’incontro con l’altro – è il banco di prova della propria fede ed il luogo della ricerca di Dio, talvolta condotta con affanno, tal altra con entusiasmo, con la consapevolezza dei propri limiti senza, per essi, cadere nello sconforto. Camminare, cascare, rialzarsi, andare avanti certi di una meta ultima, che dà il senso al proprio cammino e alla storia.

venerdì 9 maggio 2014 alle ore 18,00
presso sala polivalente Oratorio don Bosco
via Adua, 79 Reggio Emilia

presentazione del libro

Autore D’Amato Nazario
Prezzo
Sconto 15%
€ 9,35
(Prezzo di copertina € 11,00 Risparmio € 1,65)
Dati 2013, 90 p., brossura
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Lettura esegetico-teologica degli Atti degli Apostoli

Atti degli Apostoli – >> scheda online su ibs con 15% di sconto

Lettura esegetico-teologica degli Atti degli Apostoli, condotta a più voci e percorrendo stimolanti sentieri interpretativi. Uno sguardo approfondito sul nuovo modo di vivere evangelico inaugurato dalla prima comunità cristiana.

Atti degli Apostoli Titolo Atti degli Apostoli
Prezzo
Sconto 15%
€ 27,20   Spedizioni gratuite in Italia
(Prezzo di copertina € 32,00 Risparmio € 4,80)
Dati 2013, 408 p., brossura
Curatore Crimella M.
Editore EMP  (collana Parole di vita)

libri

 

 

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L’ultimo Dan Brown? Sembra copiato da una guida turistica

di Silvia Guidi

Titolo

Inferno – >>> acquista online su ibs

Autore

Brown Dan

Prezzo

Sconto 15%

€ 21,25

(Prezzo di copertina € 25,00 Risparmio € 3,75)

Spiace ammetterlo, ma è divertente. Soprattutto per chi è nato a Firenze e la conosce bene, ma anche per chi ha visitato la città da turista. Durante la lettura – il libro di cui stiamo parlando è l’ultimo thriller storico-esoterico di Dan Brown Inferno (nella traduzione italiana: Milano, Mondadori, 2013, pagine 522, euro 25) – capita di imbattersi in passi dalla comicità involontaria davvero irresistibile. Gli indigeni, i pronipoti di Dante degli anni Dieci del Duemila descritti dall’autore, sono strani personaggi dalle abitudini incomprensibili: mangiano olive al forno e lampredotto a colazione, invadono con nuvole di fumo misto a pungente aroma di caffè espresso gli ascensori e in ogni singolo ambiente chiuso, ospedali compresi – i sopralluoghi dell’autore in Italia si sono svolti evidentemente prima dell’entrata in vigore della legge Sirchia – e riempiono di statue di uomini nudi la piazza più importante della città. Il professor Robert Langdon – lo stesso de Il codice da Vinci, Angeli e demoni, Il simbolo perduto, ne conta, sconcertato, almeno dieci: oltre alla copia del David di Michelangelo e al Biancone dell’Ammannati c’è persino una schiera di satiri accanto al Nettuno, in piazza della Signoria. Integralmente nudi, precisa con bizzarra pruderie.
Nota a margine per i non toscani: il lampredotto è uno dei quattro stomaci dei bovini, l’abomaso, che viene cotto a lungo con pomodoro, cipolla, prezzemolo, sedano e condito con salsa verde e olio piccante; un piatto povero tipico della cucina locale buonissimo ma inadatto ad accompagnare il cappuccino. Come le olive, del resto, più consone al Martini agitato, non mescolato di James Bond che a una colazione all’ombra del campanile di Giotto.
Sono davvero strani, dicevamo, questi fiorentini. Le autorità locali traggono in inganno i turisti con cartelli ambigui: la scritta “Porta del Paradiso” deve essere messa sulla Porta del Paradiso, ammonisce l’autore, non sull’inferriata di protezione, altrimenti i visitatori scambieranno il capolavoro dell’arte orafa famoso in tutto il mondo per un normale cancello come se ne trovano a migliaia in New England. Il Battistero è bellissimo, niente da eccepire, ma quanto a senso pratico, la popolazione locale non merita la sufficienza. Anche dai migliori, tra gli autoctoni, arrivano brutte sorprese, pure gli artisti più celebri commettono errori grossolani: Lorenzo Ghiberti è stato piuttosto bravo nel realizzare le formelle in bronzo dorato della porta, ma si è dimenticato un elemento essenziale come la maniglia.
Mentre si aggira fra dipinti e celebri statue, il nostro Robert descrive la città con la stessa quieta, rassicurante piattezza di una guida turistica tascabile. “La narrazione – chiosa perfidamente Monica Hesse, “The Washington Post” – sembra tratta da una guida Fodor’s, come quando Langdon si interrompe nel bel mezzo di una fuga, in un momento che potrebbe costargli la vita, per ricordare la storia di un ponte. È come cercare di risolvere un mistero mentre un’audioguida ti pende dalle orecchie: “Passate sopra questo corpo riverso e digitate 32 per conoscere i dettagli sulla scatola di velluto contenente la maschera mortuaria di Dante, nel Palazzo Vecchio””. Per ulteriori informazioni sugli orari del museo e i giorni di chiusura attendere il segnale acustico, grazie.
Il placido Robert si risveglia dal letargo e diventa improvvisamente sarcastico solo quando parla di temi che riguardano la Chiesa. Anche se l’azione si svolge a Firenze, continua a citare a ogni pie’ sospinto il Vaticano. La stessa Sienna Brooks, l’affascinante coprotagonista, non manca di notare la strana ossessione del suo compagno di avventure: siamo nel giardino di Boboli, che c’entra San Pietro? “Sienna non aveva idea di cosa c’entrasse il Vaticano con la loro situazione – si legge nell’edizione italiana a pagina 142, e il lettore non può che convenirne – ma Langdon prese ad annuire, continuando a guardare verso est e il retro del Palazzo”. Miss Brooks, dotata di una buona dose di sensibilità oltre che di un abnorme quoziente di intelligenza, non approfondisce oltre. “Ad ogni poeta manca un canto”, come si dice a Firenze, e Sienna è teneramente indulgente verso il suo Robert. Saggiamente il professor Langdon preferisce glissare sul tema quoziente di intelligenza e non far cenno al proprio, visto che nel corso della trama cade in ogni trappola possibile, dalle più banali alle più sofisticate, si fida sistematicamente delle persone sbagliate, controlla la mail dal primo portatile che gli capita a tiro fornendo le coordinate precise del suo nascondiglio ai suoi supertecnologici nemici (“si può essere così stupidi?” si domanda a pagina 77 uno dei cattivi del libro, a capo del Consortium, una sorta di Spectre internazionale), cade nel più nero sconforto perché ha perso il suo amato orologio di Topolino, si perde in divagazioni erudite mentre un commando armato fino ai denti lo attende sotto casa, rischia l’attacco di panico perché non riesce a trovare una libreria aperta di lunedì – ma il giorno di riposo non era la domenica? Dove lo trovo un testo della Divina Commedia a Firenze? Ci sono i poster per turisti con il testo integrale, ma il carattere è troppo piccolo, tocca chiedere in prestito l’iPhone di una connazionale e sperare che accetti di pagare il costo dell’accesso a internet. Proviamo a fare un salto nella Chiesa di Dante, Santa Margherita de’ Cerchi, forse qualche citazione sui depliant per turisti, accanto alla (peraltro finta) lapide di Beatrice Portinari, riesco a rimediarla (sintesi libera ma realistica del testo).
Tornano in mente le parole della quarta di copertina: “È normale che a Firenze Robert Langdon sia di casa, che il David e piazza della Signoria, il giardino di Boboli e Palazzo Vecchio siano per lui uno sfondo familiare, una costellazione culturale e affettiva ben diversa dal palcoscenico turistico percorso in tutti i sensi di marcia da legioni di visitatori”. Un’excusatio non petita che era meglio evitare. Ha uno strano modo di esternare il suo amore per l’arte, il professore di simbologia famoso in tutto il mondo: usa la fonte battesimale del “bel San Giovanni” come un lavandino, smacchia la maschera funebre di Dante con uno strofinaccio, danneggia in modo irreparabile L’Apoteosi di Cosimo i del suo amato Giorgio Vasari saltando incautamente da una trave all’altra – con killer al seguito ovviamente – nel controsoffitto del Salone dei Cinquecento. Ma forse è colpa dell’amnesia retrograda – vera o presunta? Naturale o indotta con dosi da cavalli di benzodiazepine? Non sveliamo di più – che rallenta provvisoriamente le prodigiose facoltà cognitive del professore, l’espediente narrativo su cui si regge praticamente tutta la complessa intelaiatura della trama. “Le parti iniziali di Inferno – scrive Janet Maslin su “The New York Times” – si avvicinano così tanto a un’auto-parodia che il signor Brown sembra aver perso se stesso come Langdon, che inizia il libro in un letto di ospedale”. I cattivi, invece sono dotati di super poteri e facoltà visive eccezionali: il genio della biologia svizzero Bertrand Zobrist, leader del movimento Transumanista, riesce a guardare negli occhi per un ultimo struggente congedo dalla vita il suo amato bene – che lo aspetta in strada, vicino al Bargello – dal campanile della Badia fiorentina, a settanta metri da terra. Senza binocolo, naturalmente.
Ma Firenze non è l’unica location del libro. Il rapido precipitare degli eventi – una rocambolesca caccia al tesoro, che, per quanto scombinata e ribaltata da colpi di scena poco credibili e troppo frequenti riesce comunque ad agganciare l’attenzione del lettore – porta Robert e Sienna a bordo di un treno diretto al nord. La città cambia ma l’ipersensibilità olfattiva continua, accompagnata da altre incongruenze gastronomiche: Langdon si accorge di essere a Venezia grazie all’inequivocabile profumo di seppie al nero che aleggia costantemente sui canali, più forte della salsedine e dell’odore di nafta dei vaporetti. Chissà quale sito in stile tripadvisor avrà dato origine a un copia-incolla così surreale. Ma la vera domanda è: possibile che passi simili abbiano superato il filtro di un plotone di editor e il senso critico dell’équipe di traduttori disposti a lasciarsi chiudere in un bunker per mantenere il segreto sul testo fino all’ultimo minuto? Misteri dei best-seller contemporanei.
Gli errori storici non mancano e c’è chi si è già preso la briga di elencarli tutti, ma in fondo i thriller di Dan Brown sono una lettura da spiaggia senza pretese, e in questo caso la Commedia di Dante è solo un pretesto narrativo, una scenografia dipinta a tinte forti per facilitare il lavoro agli sceneggiatori che porteranno ben presto Inferno sul grande schermo.
Quello che produce un leggero fastidio sono le prediche eugenetiche contenute in un libro che simpatizza apertamente con il cattivo, uno scienziato pazzo che ha perso il lume dell’intelletto perché incompreso dalle ottuse menti oscurantiste dei contemporanei. Uno psicopatico pericoloso che però, in realtà – secondo la quasi totalità dei personaggi, e quindi anche secondo l’autore – ha ragione.
I transumanisti di Bertrand Zobrist sono l’ennesimo travestimento del “super uomo” di Nietzsche, unito in un cocktail letale per il lettore a deliri malthusiani sui pericoli della sovrappopolazione, ampiamente confutati già dalla fine del Settecento ma citati come scientificamente attendibili. “Il fine giustifica i mezzi” spiega l’autore, attribuendo ovviamente la frase a Machiavelli anche se nei testi dello scrittore toscano non c’è, come si può comodamente leggere su Wikipedia; quel che è certo è che l’umanità, secondo quella ristretta élite che si sente autorizzata dalla propria presunta superiorità a decidere per il bene di tutti, deve essere drasticamente sfoltita, epurata, selezionata. Le guerre in corso non bastano, servirebbe una bella epidemia globale. Peccato che la peste nera sia un ricordo del passato (o forse no, se la tecnologia lo consente).
Tutto si fonda sulla convinzione che l’uomo è un essere “sbagliato” da riprogrammare; il fatto che gradisca o meno di essere riprogrammato è un dettaglio irrilevante. Viene ribadito più volte, nel corso del libro, il disprezzo per il gregge umano che non accetta di essere migliorato, e per quelle masse ottuse che si ostinano inesplicabilmente ad amare la vita, a fidarsi di quello che vedono e vivono tutti i giorni piuttosto che dar credito a schemi matematici astratti, basati su presupposti sbagliati e più volte smentiti dalla storia. Una propaganda, questa sì, davvero virale e tossica, che suona grottesca e fuori tempo massimo nel lungo inverno demografico che ha colpito buona parte dell’europa e del mondo.
Attraverso il personaggio del Rettore – un cattivo un po’ meno cattivo degli altri – l’autore sembra quasi descrivere, consapevolmente o meno, se stesso. “Io mi guadagno da vivere con l’inganno. Io fornisco disinformazione” dice il capo del Consortium mentre veleggia al largo dell’Italia a bordo dello yacht Mendacium (nomen omen) preoccupato dalla punizione karmica che si abbatte su chi frequenta troppo spesso la mistificazione. “Il Rettore non era certo l’unico al mondo a fabbricare menzogne (…) Che si trattasse di sostenere un mercato azionario, giustificare una guerra, vincere un’elezione o stanare dei terroristi, i mercanti di potere si affidavano a programmi di disinformazione di massa per plasmare l’opinione pubblica. Era sempre stato così”.
Qualche battuta davvero spiritosa c’è nelle 522 pagine del libro, come l’allegro cinismo dell’editor americano Jonas Faukman, un personaggio che purtroppo fa un’apparizione fugace: “Non abbiamo a disposizione jet privati per gli autori di tomi sulla storia delle religioni – spiega Faukman rispondendo alla richiesta di aiuto di Langdon che lo ha tirato giù dal letto alle quattro di mattina, incurante dei fusi orari – Se hai intenzione di scrivere Cinquanta sfumature di iconografia ne possiamo parlare”.

(©L’Osservatore Romano 12-13 agosto 2013)

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Libro di Mons. Ghirelli: «un compendio d’importanza internazionale circa il tema dello spazio liturgico della Chiesa cattolica dopo il Concilio»

Il poderoso volume scritto da mons. Tiziano Ghirelli, direttore dell’Ufficio diocesano per i beni culturali di Reggio Emilia, compie un’interessante e illuminante  analisi delle tipologie degli edifici ecclesiali,  dai primi secoli fino a un’attenta riflessione  su quanto indicato dopo il concilio Vaticano II dagli episcopati di diverse nazioni europee e americane, in relazione ai luoghi  della celebrazione.

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Il libro è introdotto da un Prologo del  card. Giovanni Lajolo e da una Prefazione di  Albert Gerhards, docente di Scienza liturgica alla Facoltà teologica cattolica dell’Università di Bonn, che lo definisce «un compendio d’importanza internazionale circa il  tema dello spazio liturgico della Chiesa cattolica dopo il Concilio, nel contesto della  storia delle varie Chiese e della loro riflessione teologica», con «criteri per una corretta valutazione della celebrazione e degli  spazi liturgici adeguati». E continua: «Lo  studio di Tiziano Ghirelli serve pertanto a  tracciare un percorso per la comprensione  teorica e pratica dello spazio sacro come  espressione essenziale della Chiesa e segno  della presenza di Dio nel mondo».

Nell’Introduzione del libro, Tiziano  Ghirelli sottolinea come, dopo oltre quarant’anni, la riforma liturgica, punto decisivo del Vaticano II, è ancora oggi oggetto di  un ampio dibattito, tra strenui difensori  della riforma e suoi accaniti contestatori.

Tuttavia, l’autore ben mette in rilievo come il problema non si esaurisca semplicemente nella dimensione liturgica. Lo spirito  che anima la riforma conciliare fa infatti  emergere aspetti ecclesiologici che sono  oggi ben lontani dall’essere condivisi, soprattutto in relazione alla comprensione  dell’assemblea liturgica come soggetto celebrante.

In questo senso, Ghirelli mette in rilievo le molteplici carenze che si evidenziano  nel modo con cui sono progettati gli spazi  cultuali, troppo spesso luoghi d’improvvisazione e di sciatteria, che non favoriscono  la partecipazione alla celebrazione liturgica. A questo riguardo, l’autore esemplifica,  anche grazie a una serie di immagini di  grande efficacia, le situazioni di particolare  incertezza e sofferenza, mostrando poli  celebrativi realizzati all’insegna della mediocrità e del cattivo gusto, quando non  suggeriscono messaggi del tutto distorti e  scorretti.

Tra questi casi, l’autore inserisce significativamente un’immagine che mostra una  celebrazione che si svolge secondo il messale di Pio V, voluto da papa Benedetto  XVI, all’altare tridentino, quando in primo  piano è posizionato un altare alla «moderna». In breve, la riforma liturgica conseguente alla Sacrosantum concilium è ben  lontana dall’essere compiuta. Troppo spesso, infatti, se ne riducono le istanze  all’aspetto più superficiale del prete rivolto  al popolo.

Le realizzazioni postconciliari che l’autore prende in esame come modelli, di fatto, mostrano un clima di grande smarrimento e disagio, progettati con forte approssimazione nell’articolazione dei poli liturgici; per non parlare poi delle varie manifestazioni di «arte sacra», purtroppo troppo spesso decaduta a una sorta di discutibile galleria del trionfo dell’amatorialità e del  dilettantismo.

Dopo un interessante percorso di carattere storico sugli edifici per il culto, dalle  origini del cristianesimo al Vaticano II, Ghirelli parla poi di «ierotopi» e di spazi celebrativi nei documenti di conferenze episcopali nazionali, in quanto cerca di verificare criticamente quanto gli episcopati  delle diverse nazioni hanno prodotto negli  ultimi decenni nell’ambito dei luoghi per la  celebrazione liturgica. In questo senso, risulta di grande interesse esaminare le posizioni degli episcopati di Francia, Spagna, Inghilterra e Galles, Stati Uniti, Italia, Canada  e Irlanda.

Occorre una nuova mentalità del celebrare, come afferma lo stesso autore: «La  nostra esperienza deve riferirsi prioritariamente all’arte del celebrare, orizzonte senza il quale i poli liturgici ben poco possono  significare, anche se eccellenti per collocazione spaziale e per realizzazione artistica. I  manufatti e le opere nascono per essere  vissuti all’interno dell’azione liturgica rinnovata, costruita su relazioni significative e  animata dall’amore verso Dio e le persone,  altrimenti diventano oggetti museali. Perché ciò non avvenga occorre la consapevolezza coraggiosa di non fare mescolanze tra  la liturgia pre e post Concilio, ossia non celebrare la nuova liturgia con la mentalità  della vecchia». (256).

Dobbiamo dunque ripensare lo spazio  per la liturgia, grazie a una nuova consapevolezza che veda una sinergia tra committenza, progettista, artista e liturgista: «Per  questo – sottolinea l’autore – si tratta di  non inventare nulla, ma di riandare alla genuinità delle fonti dello spazio liturgico cristiano e, in una fedeltà creativa, dar vita a  nuovi canoni per l’architettura e l’arte liturgica contemporanea» (276).

Grande spazio è poi dedicato al lungo  restauro e alla ristrutturazione dei poli liturgici della cattedrale di Reggio Emilia,  condotti sotto la guida del vescovo (oggi  emerito) mons. Adriano Caprioli e il coordinamento dello stesso Ghirelli. Il vescovo  Caprioli ha voluto infatti ridisegnare gli  spazi liturgici con l’introduzione di una  nuova cattedra episcopale, progettato dal  celebre artista dell’arte povera di origine  greca Jannis Kounellis; una croce moderna sospesa, del giapponese Hidetoshi Nagasawa, che riprende antichi temi paleocristiani; un nuovo altare realizzato con marmo romano di recupero appena sbozzato di Claudio Parmiggiani; un candelabro  per il cero pasquale che richiama le dimensioni dei grandi candelabri di origine medioevale di Ettore Spalletti (cf. Regno-att. 22,2011,732ss).

L’autore fa ben emergere il fatto che  se la risistemazione dei poli e le opere realizzate dopo un lungo cammino liturgico e  biblico con la committenza hanno provocato notevoli e aspre polemiche molto accese, in città e non solo, il dibattito è  tutt’altro che chiaro e definito. Se la croce  dorata di Nagasawa non è mai stata (inspiegabilmente) esposta dal vescovo Caprioli – invece che in cattedrale sarà collocata al museo diocesano –, la nuova cattedra episcopale, prevista sul lato della navata, è stata smontata «per motivi di spazio»  in occasione dell’ingresso del nuovo vescovo mons. Massimo Camisasca, senza che nessuno l’abbia più rivista. In che modo è possibile comprendere queste «cancellazioni»?

Molto chiaro è lo spirito di rinnovamento dello spazio celebrativo auspicato  dall’autore. Non a caso, Ghirelli cita il testo  della CEI L’adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica, del 1996, nei termini di «un’importante iniziativa di inculturazione della fede nel suo momento celebrativo, in armonia con le esigenze di conservazione del patrimonio storico e artistico, nell’ambito del progetto di nuova evangelizzazione che la Chiesa si propone di realizzare nel terzo millennio» (124). Come attuare oggi questo progetto? Questa sembra essere la sfida suggerita da Ghirelli –  tutt’altro che scontata – per il futuro.

Andrea Dall’Asta in Regno-att. n.4, 2013, p.104

chiese.ierotopi

 

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IDEE. Testori, una cultura per respirare

Quando gli amici che hanno organizzato questo colloquio mi hanno comunicato il titolo della sessione entro cui io avrei dovuto dare una testimonianza ed ho saputo che il titolo era “Cultura per vivere”, mi sono domandato se il titolo non dovesse essere ancora più estremo, ad esempio qualcosa come “Una cultura per respirare”, proprio nel senso del respiro che esce dai polmoni.

L’“essere di più” di cui parla Giovanni Paolo II nella sua allocuzione all’Unesco (2 giugno 1980), letto nel suo nucleo più caritatevole, più caritativo, ma anche più drammatico, non significa essere in quanto pensare, in quanto respirare? Dobbiamo porci questo interrogativo noi, in questa specie di civiltà in cui abbiamo lasciato o voluto che molti uomini, molti giovani scegliessero di non pensare più, anzi di non respirare più, scegliessero il suicidio o la morte! Nell’allocuzione del Santo Padre all’Unesco, che è fondata sulla speranza e nella speranza, non si può non leggere un allarme terribile, tanto più terribile quanto più è grande la speranza che la percorre, e anzi che costituisce l’interrogazione prima, rivolta attraverso quella sede a tutti gli uomini di cultura e a tutti gli uomini del mondo.

Basterebbe leggerne due frammenti: «Queste società (di civilizzazione tecnica) si trovano davanti la crisi specifica dell’uomo, che consiste in una mancanza crescente di fiducia nei confronti della propria umanità, del significato del fatto di essere uomo e dell’affermazione e della gioia che ne derivano e che sono sorgente di creazione. La civiltà contemporanea tenta d’imporre all’uomo una serie di imperativi apparenti, che i loro portavoce giustificano ricorrendo al principio dello sviluppo e del progresso. Così, per esempio, al posto del rispetto della vita l’”imperativo” di sbarazzarsi della vita e di distruggerla…».

Più avanti questo allarme si fa ancora più esplicito: «Ci rendiamo conto… che l’avvenire dell’uomo e del mondo è minacciato, radicalmente minacciato, a dispetto delle intenzioni, certamente nobili, dell’uomo di cultura, dell’uomo di scienza. Ed è minacciato perché i meravigliosi risultati delle sue ricerche e delle sue scoperte, soprattutto nell’ambito delle scienze della natura, sono state e continuano ad essere utilizzate – a pregiudizio dell’imperativo etico – per dei fini che non hanno niente a che vedere con le esigenze della scienza e persino a fini di distruzione e di morte, e questo ad un grado mai conosciuto fino ad oggi, causando dei danni veramente inimmaginabili.

Allorché la scienza è chiamata ad essere al servizio della vita dell’uomo, si constata troppo sovente che essa è asservita a scopi che sono distruttori della vera dignità dell’uomo e della vita umana». Di fronte a queste parole, che danno un’immagine giusta, lucida, dell’estrema situazione in cui la società è giunta, mi domando quale sia la funzione della cultura se non quella di arrivare al luogo da cui prevengono questi “imperativi apparenti”.

Mi domando se la prima funzione della cultura non sia quella di snidare il meccanismo che ci invia questi “imperativi apparenti”, e di vedere perché, a dispetto delle intenzioni, quindi nonostante le buone intenzioni, il risultato non sia per la vita ma per la morte. […] La cultura, e tanto più la cultura cristiana, non può non accusare, non può non indicare questo misterioso ma terribile, insinuante luogo. Questa misteriosa, terribile, insinuante entità che ci manda i suoi apparenti, ma poi reali ricatti, abita in un meccanismo; ormai non è più neppure il caso di parlare, credo, di ideologia. Le ideologie sono cadute, sono uscite dalla mente, dal corpo, dalle ossa delle persone e dei popoli che le avevano costruite e hanno creato su questi popoli, su questi uomini una sorta di mostruosa entità chiamata con due termini uguali: il potere o anche, dobbiamo avere il coraggio di dirlo, l’Anticristo. […]

L’origine del potere è nell’uomo ritenuta come frutto di un caso. Ed è per giustificare questo caso, per gestirlo, che si instaura il meccanismo del potere – lo stesso potere che poi guida, opprime, deprime, soffoca e trasforma in una galera continuamente condizionata l’essere dell’uomo. La sua origine viene soppressa, sostituita, giustificata con questa trasformazione del caso nel potere, che verrebbe a salvare la casualità della nascita dell’uomo, direi quasi a renderla sostenibile per l’uomo. A questo punto l’uomo è pronto per diventare completamente vittima, cioè per non essere uomo.

Ci si domanda allora come può una cultura fare quest’opera di attacco, di snidamento, di continua e instancabile messa in accusa di questo mostruoso meccanismo del potere, se non nascendo e formandosi come creaturalità che deriva, che nasce, come creaturalità che si rende possibile per il riconoscimento che al nostro punto di nascita come uomini non c’è la cecità, non c’è un buio da riempire con un potere, ma c’è una volontà, un amore che ci ha formati. Solo in questa accettazione una cultura d’attacco sente la necessità di essere anche una forma, cosa di cui il potere ha paura. Ciò di cui ha paura il potere, e lo si vede anche qui da noi, è dell’uomo che esce dall’intimità o trasforma l’intimità in gesti, in azioni, in forma. Allora si scende sulle strade e si pesta, si ferisce, si colpisce.

Allora si mettono le museruole, si impediscono le parole, perché proprio questo riconoscimento di essere creature determina nella cultura d’attacco, come deve essere la nostra, una cultura assolutamente non tranquilla, anche se serena, determina una forma che si oppone a questo meccanismo di potere. Quindi la negazione dell’uomo, che si sta compiendo, la negazione perfino del respiro dell’uomo, non può avvenire senza che questa forma di vita, questa proposta di cultura non assuma tutta la forza, la pregnanza che assume un figlio, che assume un feto quando Dio decide che sia uomo. La cultura deve avere questa irrefutabilità, si deve sapere che se si uccide questa forma di cultura si uccide l’uomo, esattamente come si deve sapere che se si uccide un feto, piccolo, ancora apparentemente senza forma, si uccide un uomo e quindi si scinde, si stacca, si nega quella volontà originale. […]

La nostra croce oggi è terribile: è evitare questo scontro o questo incontro, questo attraversamento della tragicità del momento in cui viviamo, è veramente evitare la croce e assumercene altre che sono sempre più comode. […] La speranza sta invece nell’assumersi la croce tragica dell’uomo, quindi la speranza è dolce, è tenera, ma è terribile. Non dobbiamo farci illusioni. […] Questa che ho cercato di esprimere in brevissime parole non è un’ipotesi. Per quello che mi riguarda è ciò che consiste, e sempre è consistita, ma ancor di più consiste la mia vita. E la parola, che Dio mi ha dato in qualche modo il dono e la responsabilità di usare, non ha senso, o sento che la tradisco e che diventa menzogna, quindi servizio di meccanismo e odio all’uomo anche se, “a dispetto delle intenzioni”, secondo l’espressione di Giovanni Paolo II, appena la tolgo, per mio proprio comodo, da questo attraversamento del dramma della società di oggi.

 

Giovanni Testori – avvenire.it
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Ghirelli Tiziano – Ierotopi cristiani. Le chiese secondo il magistero

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Questa pubblicazione rappresenta un compendio di importanza internazionale riguardo il tema dello spazio liturgico della Chiesa Cattolica dopo il Concilio Vaticano II. Vengono qui raccolti infatti gli studi, svolti dal 2005 al 2008 presso la Pontificia Università Gregoriana, con i quali si prendevano in esame le direttive emanate dagli episcopati di cultura occidentale (riportate in lingua originale nell’appendice del volume) in materia di spazi celebrativi e arte liturgica, a partire dal Concilio, offrendone una lettura critica in chiave teologica. L’imponente lavoro di Tiziano Girelli ricco di immagini a colori di alta qualità, ha l’intento dunque di fornire a tutti gli studiosi del settore un valido strumento per la comprensione teorica e pratica dello spazio sacro come espressione della presenza di Dio e della Chiesa nel mondo.

Ierotopi cristiani. Le chiese secondo il magistero Titolo

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Dati 2012, 696 p., brossura
Curatore Costi G.; Giovanelli G.
Editore Morcelliana  (collana Storia)