Papa: lettera ai libanesi, verrò appena possibile

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Il Papa lancia un appello alla comunità internazionale per aiutare il Libano e annuncia che visiterà il Paese “appena possibile”.
“L’affetto al caro popolo libanese, che conto di visitare appena possibile, unito alla costante sollecitudine che ha animato l’azione dei miei predecessori e della Sede Apostolica, mi spinge a rivolgermi ancora una volta alla Comunità internazionale.

Aiutiamo il Libano a rimanere fuori dai conflitti e dalle tensioni regionali. Aiutiamolo a uscire dalla grave crisi e a riprendersi”, scrive Papa Francesco nella lettera al popolo libanese in occasione del Natale.
La lettera è rivolta al cardinale Bechara Boutros Rai, Presidente dell’assemblea dei Patriarchi e dei vescovi cattolici nel Libano e “a tutti i libanesi, senza distinzione di comunità e di appartenenza religiosa”. (ANSA).

Il Libano nella catastrofe

di: Katharina Geiger (a cura)

libano situazione

L’esplosione a Beirut è stata il risultato di una lunga serie di fallimenti politici in Libano? Marc Frings, segretario generale del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK) ed esperto di Medio Oriente, spiega la situazione che sta dietro il dramma di Beirut e come vede il futuro. Riprendiamo qui l’intervista che ha rilasciato a Katharina Geiger per l’emittente Dom Radio di Colonia.

  • Signor Frings, nella catastrofe avvenuta nel porto di Beirut, il 4 agosto, dovuta all’esplosione di una grande quantità di nitrato di ammonio, varie decine di persone sono rimaste uccise; migliaia i feriti e innumerevoli i dispersi. Molti hanno detto: immagini così spaventose non si erano più viste dalla fine della guerra civile. Cosa le sembra?

Questo è assolutamente vero. Il Libano è un paese molto fragile che ora è stato colpito da questa terribile crisi. Tuttavia, la crisi è molto profonda e si trova nel DNA del Libano. Negli ultimi 20 anni ci sono state di continuo sfide enormi. Basti pensare alla dipendenza dalla Siria, alle varie guerre, anche con Israele, o ai molti rifugiati che sono venuti nel Paese. Dall’autunno scorso si ripetono le proteste e le manifestazioni contro i politici. La gente non crede che abbiano realmente la capacità di cambiare qualcosa. A questo proposito, si deve purtroppo dire, come pensa la gente, che più in basso di così la situazione non può scendere.

  •  Le esplosioni hanno ora scosso un paese che si regge su gambe estremamente vacillanti. Come si presenta attualmente la crisi? 

Sostanzialmente il Libano è un paese molto fragile, anche per il fatto che esiste un’aritmetica di potere molto sofisticata e molto dettagliata che cerca di includere i molti gruppi di una popolazione con quasi 20 comunità religiose. Clientelismo e nepotismo sono qualcosa che osserviamo in molti stati della regione e che potremmo descrivere come caratteristica di fondo. Ma in Libano questa divisione confessionale dei posti è, in definitiva, anche un sistema. È stato in questo modo che hanno pacificato il paese dopo la guerra civile.

Ma oggi il sistema è soprattutto motivo di insoddisfazione e di rabbia, perché chiaramente – soprattutto secondo i giovani libanesi – non è in grado di affrontare le sfide. Si tratta soprattutto di problemi economici e finanziari. Il paese è ormai al verde. La moneta nazionale ha perso completamente il suo valore. Si parla dell’80%. Di fatto non si può importare nulla.

  • Cosa vuol dire ciò per la gente?

C’è un’enorme disoccupazione e c’è inoltre anche la crisi umanitaria dovuta a un massiccio afflusso di rifugiati: 1,5 milioni di siriani sono ospitati in Libano. A questi si aggiungono i profughi palestinesi, ossia un altro mezzo milione di persone.

Dopo l’esplosione del 4 agosto, circa 250.000 persone sono rimaste senza casa, e si tratta solo di stime provvisorie. Esiste un alto grado di insoddisfazione. E tutto ciò accade in piena crisi del coronavirus che colpisce anche il Libano, quindi si deve continuare a parlare di una tendenza verso il basso.

  • Se è giusta la supposizione secondo cui un’enorme quantità di nitrato di ammonio è saltato in aria, cosa significherebbe?

Significherebbe che, indipendentemente dalle speculazioni politiche che continuano a prendere piede, le accuse contro i politici di non aver fatto niente, hanno sicuramente fondamento. Infatti, già da sei anni, in base a una concessione, queste quantità erano immagazzinate nella zona del porto.

Si pone di nuovo la domanda: la politica ha fallito? Non si tratta solo dell’attuale governo che è in carica solo da poche settimane, ma in definitiva di sapere se il sistema politico potrà sopravvivere a questa crisi. Infatti, le manifestazioni si sono fermate in primavera solo perché è intervenuta nel frattempo la crisi del coronavirus.

  • La comunità internazionale offre aiuti. La solidarietà è stata espressa già da molte parti. Anche da Israele, che formalmente è in guerra con il Libano. Un barlume di speranza?

Non credo. È certamente un importante fatto simbolico che qui bisogna registrare. Anche Tel Aviv spegnerà oggi luci e invierà nel Nord messaggi di partecipazione. Ma importante è che qui soffi uno spirito umanitario, non solo sul piano mondiale, ma anche nel Libano, dove si sente parlare di molte organizzazioni umanitarie, di molto lavoro della gente comune e di aiuti di prossimità; si nota che molte cose stanno accadendo. Io penso che il principale aiuto verrà certamente dalla Francia, in forza degli stretti legami storici che ci sono sempre stati tra Parigi e Beirut.

Ma dobbiamo guardare anche più lontano, nel senso che bisognerà affrontare la crisi economica e finanziaria che paralizza questo paese. E c’è da sperare che adesso anche i responsabili politici di Beirut comprendano che devono essere avviate delle riforme in modo che il FMI possa realmente raccogliere e attivare il pacchetto di aiuti che ha presentato. Solo così il Libano potrà trovare una pace duratura che la società ha più che meritata.

  • Di cosa ha più bisogno urgente il Libano a suo giudizio per sfuggire alla catastrofe? 

Credo che, lasciando un attimo da parte la crisi attuale per quanto grave, c’è un chiaro segnale per i giovani. Ogni anno 35.000 studenti si diplomano nelle università libanesi. Il 90% non ha alcuna prospettiva di lavoro. Queste persone hanno bisogno di un segnale chiaro di avere un futuro nel Paese e non nella diaspora.

La maggior parte dei libanesi non vive in Libano ma all’estero, e investe molto nella società locale attraverso le rimesse. Ma io penso che i dati economici del 2020 saranno molto miseri a causa della pandemia. Perciò è tanto più importante offrire ai giovani una prospettiva in loco. E ciò è qualcosa che sia il Libano sia la comunità internazionale devono e possono realizzare.

Settimana News

Bkerké, i vescovi maroniti riuniti per scegliere il nuovo arcivescovo di Beirut

asianews

Prolungati i lavori del sinodo annuale per la scelta del successore di mons. Boulos Matar, per 23 anni alla guida della diocesi. Al centro dei lavori anche questioni di ordine ecclesiastico, sociale e nazionale. L’invito al governo e ai leader politici per creare un clima “sano e responsabile”. Rilanciare l’economia, senza dimenticare società e scuole. 

Libano Patriarca maronita: le divisioni politiche indeboliscono ‘le fondamenta’ della nazione


AsiaNews 

Il cardinale Beshara al-Rahitorna sulle divisioni interne e le lotte fra le varie fazioni, che minano i principi sui quali si fonda il Paese. Uno “spirito settario” che interferisce nelle diverse questioni e causa una sfiducia nelle istituzioni stesse. Alle difficoltà economiche si intreccia il pericolo terrorismo dopo l’attentato a Tripoli di un “lupo solitario” Isis. 

Libano Dai vescovi un appello a superare l’impasse politica

L’Osservatore Romano

Un nuovo appello alla classe politica per la formazione di un governo tecnico è stato lanciato ancora una volta dai vescovi maroniti a Beirut. In occasione della riunione mensile nella sede patriarcale di Bkerké, sotto la guida del cardinale Béchara Boutros Raï, patriarca di Antiochia dei Maroniti, i presuli hanno invitato i responsabili del bene comune a «superare gli ostacoli politici e non, che impediscono la formazione di un governo», e li hanno esortati a «mettersi d’accordo in modo rapido sulla formula migliore per la nascita di un esecutivo in grado di avviare le riforme strutturali e gli investimenti».

Libano l’incontro di pace per il Mediterraneo nel 2019

da Avvenire

«Buon viaggio per Damasco». Il cardinale Gualtiero Bassetti si china verso l’auto scura e saluta Joseph Absi, patriarca cattolico greco-melchita. «Rientro in Siria ma non so che cosa potrà succedermi…», sussurra il primate. Il presidente della Cei gli stringe le mani sul finestrino aperto della vettura. Alle sue spalle ha Ignazio Giuseppe III Younan, patriarca siro-cattolico ed eparca di Beirut per i siri, poi Grégoire Pierre XX Ghabroyan, patriarca armeno-cattolico, e il “padrone di casa”, il cardinale Béchara Boutros Raï, patriarca della Chiesa maronita. L’auto parte dal grande piazzale del patriarcato, davanti al palazzo dallo stile semplice, ed elegante allo stesso tempo, incastonato a metà della collina di Harissa da cui si scorge l’azzurro intenso del Mediterraneo, la periferia di Beirut e, poco più in alto, la statua della Madonna che domina sul mare e protegge la nazione cara alla Bibbia.

Il santuario di Nostra Signora del Libano ad Harissa a venti chilometri da Beirut (foto Gambassi)

Il santuario di Nostra Signora del Libano ad Harissa a venti chilometri da Beirut (foto Gambassi)

Per la visita di Bassetti in Libano i patriarchi d’Oriente legati al Paese dei cedri si ritrovano assieme: fatto raro e quindi di particolare rilevanza. Con uno scopo preciso: dare il benvenuto al presidente della Cei e consegnargli idealmente i dolori e le speranze dei cristiani di Libano, Siria, Iraq, Armenia. E per Bassetti è l’occasione in cui lanciare uno degli eventi che come “guida” dell’episcopato italiano ha voluto: l’Incontro di riflessione e spiritualità per la pace nel Mediterraneo che vedrà arrivare nella Penisola i vescovi degli Stati affacciati sul grande mare. Un’iniziativa organizzata dalla Cei con il “beneplacito” del Papa e della Segreteria di Stato vaticana. «L’appuntamento si terrà probabilmente nella primavera 2019 – annuncia l’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve –. Non è ancora stata decisa la sede: potrebbe essere la Sicilia oppure la Puglia, ponti storici fra Oriente e Occidente. Ma anche Firenze. E non perché io sia fiorentino ma perché ci ha ispirato la profezia del sindaco “santo” Giorgio La Pira che volle nel capoluogo toscano i Colloqui mediterranei e che definiva questo mare un “grande lago di Tiberiade”. Un mare che prima di essere un confine è un mezzo di comunicazione fra i popoli».

La periferia di Beirut al tramonto (foto Gambassi)

La periferia di Beirut al tramonto (foto Gambassi)

Perciò la comunità ecclesiale non può restare immobile di fronte alle «emergenze» – come le definisce il porporato – che si vivono lungo le sue sponde: dalle guerre all’esodo dei migranti, passando per le crisi politiche.«I cristiani – sottolinea il presidente della Cei –, per la loro origine “mediterranea”, per la ricchezza delle tradizioni, per il significato incontestabile della loro azione in tutti questi Paesi e non ultimo per la forza ecumenica del loro martirio che continua ancora oggi sono chiamati a offrire un contributo all’elaborazione di una prospettiva di dialogo e di riconciliazione del Mediterraneo. Il tutto tenendo conto del punto di vista delle periferie e della luce di misericordia del Signore e ascoltando le voci delle Chiese mediorientali e nord-africane che sperimentano in prima persona situazioni molto complesse».

L'incontro del cardinale Gualtiero Bassetti con i patriarchi cattolici in Libano (foto Gambassi)

L’incontro del cardinale Gualtiero Bassetti con i patriarchi cattolici in Libano (foto Gambassi)

O addirittura drammi, come quelli che a Bassetti riferiscono i patriarchi. «È bene sapere ciò che accade. E dobbiamo dire grazie alla Cei per il suo costante sostegno», spiega il cardinale Béchara Boutros Raï, patriarca della Chiesa maronita, camminando fra il chiostro e le sale della sua residenza. «Da vanti mesi – raccontaJoseph Absi, patriarca cattolico greco-melchita – le strade di Damasco sono deserte. I giovani sono fuggiti. Nelle chiese restano soltanto anziani e bambini. Come comunità cristiane del Vicino Oriente abbiamo bisogno dell’appoggio dei nostri fratelli d’Occidente perché aprano gli occhi dei governanti». Quasi si commuove Ignazio Giuseppe III Younan, patriarca siro-cattolico, quando dice di affidare «all’Italia le sorti dei cristiani di questa regione». E aggiunge: «Fra pochi anni sia in Siria, sia in Iraq la nostra presenza potrebbe scomparire. È il caos il principale nemico che rischia di cancellare l’elemento cristiano dopo duemila anni». Si tocca la croce sul pettoGrégoire Pierre XX Ghabroyan, patriarca armeno-cattolico, mentre rivela: «Avevamo sedici diocesi; ne resta appena una. Grazie al cielo il Libano ci ha dato ospitalità. E il patriarca maronita ha ribadito più volte a gran voce: “Sono miei figli, aprite le porte”».

Il cardinale Gualtiero Bassetti nell'ambasciata italiana a Beirut (foto Gambassi)

Il cardinale Gualtiero Bassetti nell’ambasciata italiana a Beirut (foto Gambassi)

Un’accoglienza che oggi coinvolge i profughi siriani. Nessuno sa esattamente quanti siano: forse un milione, forse un milione e mezzo di rifugiati – in gran parte musulmani – in mezzo a una popolazione che non supera i quattro milioni di abitanti ed è spalmata su un fazzoletto “verde” simile all’Abruzzo. «È come se in Italia arrivassero venti milioni di migranti – osserva Bassetti –. Da noi ci sono tensioni pretestuose. Ecco perché dovremmo prendere il Libano come esempio di prossimità, attenzione e integrazione di chi bussa alle sue frontiere». Le parole del cardinale risuonano nell’ambasciata italiana dove viene accolto da Simona De Martino, primo consigliere dell’ambasciatore a Beirut, e da Elia Caporossi, incaricato d’affari per la Siria. «Il Libano – evidenziano i due diplomatici – sta dando una lezione di pluralismo. E seppur fra le difficoltà rappresenta un modello che funziona, tanto che il dialogo è parte sia dell’assetto istituzionale, sia del sentire comune». Il riferimento è al fragile equilibrio raggiunto dopo la guerra civile che dal 1975 al 1990 ha insanguinato la “piccola Svizzera” del Medio Oriente. «Però fra i cristiani – fa sapere il vescovo francescano conventuale Cesar Essayan, vicario apostolico di Beirut – il timore di eclissarsi non dipende dalla convivenza con i musulmani, con cui abbiamo rapporti più che positivi, siano essi sunniti o sciiti, ma dalle guerre che esasperano il sentimento religioso fino a sfociare nel fondamentalismo e nella violenza». Chiarisce monsignor Ivan Santus, incaricato d’affari ad interim della nunziatura apostolica in Libano: «I discepoli del Risorto sono una presenza essenziale in questo contesto che permettono l’armonia fra le fedi perché sono uomini di dialogo. E oggi chiedono all’Europa che la linfa da cui è nato l’albero della loro testimonianza sia sostenuta».

L'incontro del cardinale Bassetti con il presidente della Repubblica libanese, Michel Aoun (foto presidenza della Repubblica)

L’incontro del cardinale Bassetti con il presidente della Repubblica libanese, Michel Aoun (foto presidenza della Repubblica)

Monsignor Santus accompagna Bassetti nei quattro giorni del suo «pellegrinaggio che vuole essere un segno di vicinanza della Chiesa italiana alle Chiese d’Oriente», afferma il porporato. Un viaggio promosso su invito del vicariato apostolico dei latini e della Fondazione italiana “Giovanni Paolo II” che dalla Toscana è in prima linea accanto all’unica nazione del mondo arabo dove i cristiani sono il 40% dei residenti. Con il porporato c’è il presidente della Fondazione, il vescovo emerito di Fiesole, Luciano Giovannetti, insieme a una delegazione della onlus impegnata nella cooperazione internazionale e nello sviluppo in Medio Oriente.
Per ventiquattro ore il volto del cardinale compare su telegiornali, quotidiani e siti Internet del Paese. Perché incontra il presidente della Repubblica, il cristiano maronita Michel Aoun, ex capo di stato maggiore e con un passato anche da premier. Nel salone dei ricevimenti del “Quirinale” di Beirut, il Palazzo di Baabda, Bassetti torna a parlare dell’Incontro per la pace nel Mediterraneo invocando «concordia fra le religioni e le culture». E Aoun chiede al presidente della Cei di «aiutare i cristiani del Medio Oriente» che sono «sempre più poveri» o costretti «ad abbandonare i villaggi in Siria, Iraq e Armenia» o ancora «vittime di attentati come in Egitto». Poi a Bassetti affida un sogno «da portare in Vaticano», dice: realizzare in Libano «un centro per il dialogo interreligioso» sotto l’egida dell’Onu.

L'incontro del cardinale Bassetti con i leader religiosi e politici a Tiro (foto Gambassi)

L’incontro del cardinale Bassetti con i leader religiosi e politici a Tiro (foto Gambassi)

«Bassetti» è l’unica parola scritta con i caratteri occidentali. Il resto dei vocaboli negli striscioni è in arabo. E si può leggere: «Benvenuto cardinale Bassetti. Qui cristiani e musulmani vivono uniti nella misericordia e nella carità». Sorride il presidente della Cei mentre alza lo sguardo verso i cartelli che lo accolgono lungo le strade di Tiro, nel Sud del Libano. A piedi percorre il cuore antico della città che lega il suo nome ai Fenici e oggi, con i suoi tesori archeologici, è parte del patrimonio Unesco. Affisse ai lampioni si alterano le bandiere verdi degli sciiti di Amal e quelle gialle di Hezbollah. Anche qui siamo in piena campagna elettorale. Perché a maggio si rinnova il Parlamento nazionale. E i movimenti politici – tutti marcati dall’elemento religioso – presidiano con i propri vessilli le vie principali.

Uno degli striscioni di benvenuto a Bassetti lungo le strade di Tiro (foto Gambassi)

Uno degli striscioni di benvenuto a Bassetti lungo le strade di Tiro (foto Gambassi)

Il Libano meridionale è la terra di quel “Partito di Dio”, Hezbollah appunto, che grazie alla sua ala paramilitare controlla ogni angolo. Ma Tiro è anche una singolare “enclave” della convivenza fra le fedi. «Sono diciotto le sigle religiose presenti nella zona», racconta al cardinale il generale Rodolfo Sganga, comandante del contingente di 4mila uomini di dodici nazioni (fra cui l’Italia) impegnato sul confine fra Libano e Israele nella missione di pace delle Nazioni Unite. Ed è a Tiro che si tiene nell’incontro interreligioso con Bassetti, uno fra gli eventi centrali della visita del presidente della Cei nel Paese mediorientale. A organizzarlo la locale arcidiocesi maronita. E a fare da cornice un salone della Cattedrale. Accanto al cardinale ci sono leader religiosi e politici: dalla ministra per lo sviluppo, la sciita Inaya Ezeddine, ai muftì sunniti e sciiti, compreso un rappresentante religioso di Hezbollah. «Carissimi fratelli», li chiama in più occasioni Bassetti nel lungo colloquio. E ricorda che «siamo tutti figli dell’unico Dio che è misericordia e ama ciascuno di noi». Quindi l’invito a «continuare a essere una sola cosa che è poi l’essenza del Vangelo». A Bassetti l’arcivescovo maronita Chucrallah-Nabil El-Hagetiene a far sapere che questa è «una terra benedetta dal Signore» dove «Cristo si è fermato» e in cui «adesso viviamo insieme come un’unica famiglia» diventando «davvero una scuola di perdono».

Il cardinale Bassetti con la ministra allo sviluppo durante l'incontro con i leader religiosi e politici a Tiro (foto Gambassi)

Il cardinale Bassetti con la ministra allo sviluppo durante l’incontro con i leader religiosi e politici a Tiro (foto Gambassi)

Vicino al cardinale siede la ministra. «Diciamo no alla violenza – afferma – e sì alla giustizia». Richiama la Quaresima il muftì sciita Hassan Abdallah per dire che «vivere nella fede è una ricchezza» e il «rispetto di ogni credente è fondamentale». Per questo, aggiunge, «respingiamo ogni forma di estremismo». E il muftì vicino a Hezbollah, Nawef al-Mausawi, cita san Giovanni Crisostomo per evidenziare che le religioni «sono faro per i popoli»; poi richiama il Corano quando esorta «a essere vicini a chiunque crede». E sarà il muftì sunnita Medran al-Habbal a caldeggiare l’incontro «fra mezzaluna e croce, fra moschea e chiesa» perché si crei «un movimento mondiale per proteggere l’uomo dal degrado morale e spirituale». Fino a osservare: «Molti hanno voluto dividere cristiani e musulmani. Oggi servono capi religiosi che desiderino camminare sulla stessa strada». È quanto «insegna il Libano, luce per l’Oriente e l’Occidente», ribadisce Bassetti. E precisa monsignor Ivan Santus, incaricato d’affari ad interim della nunziatura apostolica: «La comunione è possibile quando si trova un’intesa intorno al discorso su Dio. Ed è proprio il Signore che permette l’incontro».

La visita del cardinale Bassetti al contingente italiano della missione Unifil nel Sud del Libano (foto ministero della difesa)

La visita del cardinale Bassetti al contingente italiano della missione Unifil nel Sud del Libano (foto ministero della difesa)

Ci vogliono venti minuti di auto, salendo fra le colline che si affacciano sul mare, per arrivare alla base dei militari italiani della missione Unifil. Sono 1.100, adesso in gran parte paracadutisti della Folgore di Livorno, che si alternano nel supporto alle forze di sicurezza locali e nell’aiuto alla gente. Bassetti visita la struttura, accompagnato dal generale Sganga. «Il vostro è un impegno di pace», dice ai soldati. A quindici di loro il presidente della Cei conferisce il sacramento della Cresima.

«Si sono preparati con catechesi serali dopo giornate pesanti o notti di pattuglia», rivela il primo maresciallo Giuseppe Milano, accolito nell’arcidiocesi di Palermo, assieme al cappellano don Filippo. «È necessario testimoniare Cristo vivo che si dona a tutti», sollecita Bassetti durante la Messa. E di fronte all’intero contingente schierato per salutarlo il cardinale si rivolge ai giovani. «Molti di voi sono ragazzi. La Chiesa ha voluto un Sinodo sui giovani perché abbiamo bisogno della vostra freschezza e del vostro slancio. Vorrei che anche voi vi sentiate parte del Sinodo con lo spirito di sacrificio e di umanità che qui esprimete».

La visita del cardinale Bassetti al contingente italiano della missione Unifil nel Sud del Libano (foto ministero della difesa)

La visita del cardinale Bassetti al contingente italiano della missione Unifil nel Sud del Libano (foto ministero della difesa)

L’ultimo gesto del cardinale è l’abbraccio ai poveri. Una cena con i profughi cristiani di Siria e Iraq, le famiglie assistite attraverso il progetto dei “Corridoi umanitari” della Comunità di Sant’Egidio, i “dimenticati” di Beirut. «Nel cuore di Dio – dice il presidente della Cei – non esiste lo straniero. Il Signore ha creato la Terra affidandola alla famiglia umana che è una sola, che non può essere divisa. La pace è un dovere ma ha bisogno di giustizia. Non facciamo finta di non vedere. Impegniamoci con tutto il cuore e tutta la mente. Altrimenti tradiremo il Vangelo».

La cena del cardinale Gualtiero Bassetti con le famiglie di profughi e gli 'ultimi' (foto Gambassi)

La cena del cardinale Gualtiero Bassetti con le famiglie di profughi e gli “ultimi” (foto Gambassi)


Attentato in Libano 42 morti e 500 feriti

 

È salito ad almeno 42 morti il bilancio provvisorio delle due bombe esplose oggi a Tripoli, la seconda città del Libano affacciata sulla costa settentrionale. Lo hanno reso noto fonti mediche e delle forze
di sicurezza. Si tratta del peggior attacco dai tempi della guerra civile (1975-1990) e arriva a una settimana di distanza dall’attentato che ha colpito i sobborghi meridionali della capitale Beirut,
roccaforte delle milizie sciite di Hezbollah, facendo 27 morti.Le due esplosioni, che sembra siano state coordinate, sono avvenute fuori da due moschee al termine delle preghiere del venerdì nella città a maggioranza sunnita. «Ho visto sette cadaveri all’interno di diverse auto bruciate», ha riferito un testimone che si trova vicino alla moschea di Taqwa, dove si è verificata la prima esplosione. Una fonte della sicurezza ha detto che diverse persone sono morte nel secondo scoppio, fuori della moschea di al-Salam. Le esplosioni sono avvenute una settimana dopo che un’altra esplosione ha provocato 24 morti in un quartiere di Beirut, rococaforte degli Hezbollah.

Per il primo ministro Najib Miqati si tratta di un’azione che mira a «fomentare il conflitto» in Libano. «Ma promettiamo ai nostri figli e fratelli a Tripoli che rimarremo al loro fianco, specialmente in questo momento critico», ha aggiunto il premier, citato dall’agenzia Nna. Il presidente della Repubblica, Michel Suleiman, ha rivolto un appello a tutti i libanesi perchè «rimangano uniti e sconfiggano ogni tentativo di creare conflitti».
Anche Hezbollah ha bollato come «terroristico» l’attentato di oggi a Tripoli. In una nota diffusa dal movimento sciita libanese si punta il dito contro un «piano criminale finalizzato a diffondere il seme della discordia tra i libanesi e trascinarli in una guerra nel nome del confessionalismo e del settarismo» e denuncia un «disegno internazionale per spaccare la regione e diffondervi sangue e fuoco».

Il raid israeliano

L’alba di venerdì era stata già illuminata da lampi di guerra. Dopo il lancio di razzi di giovedì, Israele ha effettuato un raid aereo sul sud del Libano. L’aviazione di Tel Aviv ha bombardato un obiettivo definito «sito terroristico» vicino a Nàameh, tra Beirut e Sidone.
L’esercito ha spiegato che il bombardamento è «in risposta ai quattro razzi lanciati ieri sul nord di Israele». Il portavoce Peter Lerner ha sottolineato che Israele non «tollererà aggressioni terroristiche che partono dal Libano». «L’attacco di ieri – ha proseguito – è una lampante violazione della sovranità israeliana ed ha messo a repentaglio la vita civile di Israele». Poi l’avvertimento:  per l’attacco Israele ritiene «responsabile il governo libanese».

Il bersaglio è una base di un gruppo palestinese ritenuto vicino al regime siriano. Lo dice l’agenzia nazionale libanese riferendosi al Fronte popolare di liberazione della Palestina-Comando Generale, il gruppo guidato da Ahmad Jibril e conosciuto per il suo sostegno a Bashar al-Assad.​

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