Ecco il senso di una rinnovata presenza dei laici nella Chiesa. Il libro di Fabio Fabene

(Mario Morcellini, Formiche) Un testo di agile lettura che ha il vantaggio di mettere in trasparenza quanto sta cambiando nella Chiesa, incoraggiando un’operazione di valorizzazione delle nuove figure del ministero. Mario Morcellini recensisce il libro di monsignor Fabio Fabene, “Sinfonia di ministeri. Una rinnovata presenza dei laici nella Chiesa” — Un testo breve ma animato da una chiara convinzione: il richiamo urgente al protagonismo dei laici nella comunità ecclesiale per restituire orizzonti di senso a una visione dei ministeri ricca di multiformi vocazioni e carismi. È questo il senso dell’ultimo libro di Fabio Fabene: “Sinfonia di ministeri. Una rinnovata presenza dei laici nella Chiesa” (San Paolo Edizioni).

Laici francesi: trasformare la Chiesa

di: Lorenzo Prezzi

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Come Trasformare la Chiesa cattolica? Come ripartire dopo la devastazione degli abusi uscendo dal clericalismo e da una predicazione sessuofobica per una pratica sinodale ed ecclesiale nella vita dei credenti? Undici laici cattolici di Francia hanno proposto alcune indicazioni in proposito.

Sollecitati da Michel Camdessus, ex direttore generale del Fondo monetario internazionale ed ex membro del Consiglio pontificio Giustizia e pace, una decina di figure di alta professionalità (fra queste Yves Berthelot ex sottosegretario dell’ONU, Xavier Larere ex direttore generale di Antenne 2, l’ammiraglia della televisione pubblica, Pierre Achard, ispettore generale delle finanze) sviluppano le loro proposte in una trentina di pagine (a cui vanno aggiunti tre saggi storico-teologici di p. Hervé Legrand).

Con franchezza e libertà gli autori si sintonizzano sulla volontà di riforma di papa Francesco e alimentano una corrente di riflessione che in Francia conosce voci importanti anche recenti. Come quella di G. Lafont, Immaginare la Chiesa cattolica, di J. Moingt, Faire bouger l’église catholique, M. Bellet, La quarta ipotesi. Sul futuro del cristianesimo, A. Borras, Communion ecclésiale et synodalité, H. Legrand, Vatican II, un avenir oublié.

Nella Chiesa francese elementi strutturali come il rinnovo nei prossimi due anni di una ventina di sedi episcopali (su circa 80) e la riduzione dei seminaristi (quest’anno chiudono i seminari di Lille e di Bordeaux) si mescolano a dibattiti pubblici vivaci come quelli sugli abusi (dalla sentenza assolutoria verso il card. P. Barbarin all’attesa per le conclusioni della commissione Sauvé sugli abusi che chiuderà i suoi lavori fra un paio di mesi) o le studiate provocazioni di alcune donne credenti (A. Soupa si è candidata alla sede episcopale di Lione e sette credenti si sono proposte per l’ordinazione diaconale).

Stati generali ossia un sinodo

«Quale Chiesa vorremmo vedere uscire dopo la “grande prova” che stiamo attraversando assieme? Una Chiesa dove né la disattenzione dell’istituzione né il silenzio dei laici favoriranno più le derive che hanno ferito profondamente degli innocenti; una Chiesa che si libera dal clericalismo che la debilita; una Chiesa che cammina in forma sinodale dove chierici e laici dialogano e assumono assieme le responsabilità per vivere il Vangelo e testimoniare la Parola di Dio.

Una Chiesa che fonda la ricostruzione sulla priorità assoluta del Vangelo e sulla santità cercata da tutti i suoi membri, al di là della distinzione fra chierici e laici. Una Chiesa, infine, dove tutti i credenti, uomini e donne, celibi e sposati, potranno assumere molte responsabilità oggi riservate ai preti. Così trasformata essa si proporrà come un popolo di battezzati, in piena coerenza con gli orientamenti del concilio Vaticano II. Una Chiesa non prigioniera della ripetizione di norme etiche e di un discorso dottrinale talora astratto, e in grado di sollecitare l’ospitalità di un mondo che essa ama e di cui partecipa le sofferenze, le speranze e le gioie.

In una parola, «una Chiesa nutrita di Vangelo e di eucaristia, al servizio del mondo» (p. 30). Un’attesa consapevole di una situazione inedita, di un futuro non facile e delle forti resistenze. Per questo «proponiamo una riunione di vescovi e fedeli, una sorta di “stati generali” per il tempo necessario a preparare l’avvenire della Chiesa con le innovazioni e le riforme ancorate alla sua grande tradizione e periodicamente riviste» (p. 30).

sinodalità

Impariamo dagli abusi

La proposta conclusiva viene preparata in tre capitoli: uscire dal clericalismo; verso una visione realistica della vita affettiva e della sessualità; per una Chiesa sinodale.

Il clericalismo è il contesto di coltura degli abusi perché in esso si alimentano un potere e un’autorità privi di controllo e coperti da un compiacente segreto per non intaccare il prestigio dell’istituzione. Tanto più forte quanto condiviso dalle famiglie delle vittime, condizionate da una concezione sbagliata di obbedienza. È onesto ammettere: «i laici non possono addebitare ai preti per intero la colpa della crisi provocata dagli abusi. Hanno la loro parte di responsabilità in questo disastro» (p. 10).

Per affrontare le nuove sfide è necessario un nuovo linguaggio. In particolare sulle questioni sessuali e bioetiche. Per comunicare gli aspetti positivi dell’antropologia cristiana bisogna, da un lato, prendere distanza dall’enfasi sulla morale personale e dalla reiterata critica al moderno (materialismo, relativismo, secolarismo ecc.) e, dall’altro, intercettare la confusa ma reale richiesta di senso e di vita spirituale, nella consapevolezza, bene espressa dall’enciclica Laudato si’ della difesa dell’umano comune.

È necessario uscire dalla differenza ontologica e di potere fra il sacerdozio condiviso dal popolo di Dio e quello ordinato per il servizio del culto. I candidati al sacerdozio hanno bisogno di una formazione capace di dialogare col mondo. E le condizioni di accesso al ministero non possono rimanere restrittive come le attuali. La Chiesa «dovrebbe prepararsi all’ordinazione di uomini sposati che abbiano dato prova di maturità cristiana» (p. 12). Un percorso peraltro già sperimentato con la scelta dei diaconi permanenti.

«Un clero uxorato sarebbe un correttivo importante per le attitudini cattoliche in materia di sessualità e la vita coniugale non apparirebbe più come una scelta di vita inferiore» (p. 13). I preti sposati nella Chiesa cattolica sono già numerosi (dai riti orientali ai nuovi ingressi dall’anglicanesimo). E tutto questo senza rimettere in questione l’impegno al celibato o alla vita consacrata per quanti vi sono chiamati. «È importante non bloccare la questione dell’accesso delle donne ai ministeri ordinati… È legittimo temere che un rifiuto definitivo diventi un handicap per la trasmissione del messaggio ecclesiale nelle società contemporanee. Confermando i pregiudizi relativi al patriarcato e alla misogenia nella Chiesa cattolica, nonostante il rilievo che riveste la figura di Maria» (p. 16).

Prima il Vangelo, poi la morale

«La morale sessuale proposta ancor oggi dal magistero cattolico si caratterizza in effetti per il grande rigore e rigidità. Non ammette la sessualità che nel caso di sposi legittimamente e indissolubilmente uniti» (p. 18). Esprime un sostanziale sospetto come mostra l’impossibilità dei divorziati-risposati di accedere all’eucaristia, l’impossibile accesso al ministero per uomini sposati, la promessa richiesta ai diaconi di non risposarsi nel caso di vedovanza.

Di fatto si riduce la sessualità alla sua funzione riproduttiva. Un impianto felicemente rimesso in discussione dell’enciclica Amoris laetitia e dalla pratica pastorale più avvertita, anche nei confronti dell’omosessualità. I giovani conviventi avrebbero bisogno di itinerari spirituali e di una «benedizione pre-nunziale».

Processi sinodali

Lo sforzo compiuto dal Vaticano II di dare più spazio all’esercizio della collegialità e dell’ecclesiologia di comunione si è scontrato con una recezione che spingeva in senso contrario. Le riforme in corso, in particolare riguardanti la curia romana, valorizzano di più il sinodo dei vescovi e le conferenze episcopali.

Ma la sinodalità è proposta all’insieme della Chiesa e alle singole Chiese locali. «In questo tempo, davanti al pericolo di un clericalismo istituzionalizzato, la sinodalità nel suo significato di piena associazione dei cristiani alla gestione delle comunità, si presenta come una risorsa per migliorare la situazione» (p. 24).

sinodalità

La Chiesa intesa come popolo di Dio, corpo di Cristo e tempio dello Spirito è tale solo dentro l’esercizio sinodale. Troppi elementi remano contro. Un ruolo come quello dei vescovi, nominati dal papa, non condizionabili dai fedeli e autonomi rispetto ai vescovi vicini e alla conferenza episcopale ne è un esempio.

È bene non essere ingenui e credere che tutto è bene nella sinodalità e tutto è male nella funzione gerarchica. È certo, invece, che la sinodalità non vada confusa con la democrazia, anche se con essa ha qualcosa in comune. «Considerare che la Chiesa debba funzionare in tutti gli ambirti come una democrazia non avrebbe senso, perché le assemblee cristiane guardano a una verità che non è in alcuna maniera soggetto al consenso» (p. 27). Il compito più immediato sembra essere quello di aggiornare il diritto canonico alla teologia di comunione. È importante quello che sta succedendo in Germania con l’avvio del processo sinodale.

È auspicabile anche per la Francia «un’assemblea rappresentativa di vescovi e laici per identificare gli sforzi intellettuali, spirituali e organizzativi che il futuro richiede. Niente lo impedisce e tutto lo raccomanda». (p. 27). «Il popolo di Dio, nella sua diversità, percepisce vivamente il bisogno di indicare le riforme più urgenti, di parlarne insieme per poter superare difficoltà d’ordine pratico, ma anche insufficienze dottrinali ereditate da storiche controversie. Senza questo cammino che favorisca l’espressione di quello che portano nel cuore, la frustrazione dei cattolici non farà che crescere» (p. 29).

Un testo militante che non rinuncia a dialogare con le tendenze più conservatrici pur essendone distante e che condivide cordialmente l’indirizzo delle riforme e dei modi suggeriti da papa Francesco.

Settimananews

Il tema. «I laici in parrocchia? Missionari nel quotidiano, non finti parroci»

Il teologo don Asolan riflette sull’Istruzione vaticana sulla parrocchia. «Non basta riadattare le strutture o aggiungere attività. C’è bisogno di “attrazione”. No alle comunità liquide»
Una parrocchia alla periferia di Milano

Una parrocchia alla periferia di Milano – Avvenire

«Quando si parla di parrocchia, non basta affidarsi alla logica dell’adattamento o della correzione. C’è bisogno di ripensare genialmente il rapporto della Chiesa con un territorio geografico e umano per favorire l’incontro autentico con le persone». Don Paolo Asolan è preside del Pontificio Istituto pastorale “Redemptor Hominis” voluto da Pio XII e collegato alla Pontificia Università Lateranense di Roma. Fra le mani ha l’Istruzione vaticana sulla “Conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa” curata dalla Congregazione per il clero. E si sofferma proprio su quella conversione sollecitata a più riprese da papa Francesco. «Ciò che ha funzionato per secoli non è più attrattivo oggi: è sotto gli occhi di tutti – afferma il docente di teologia pastorale –. Perché, se la gente ha bisogno di pregare, va in un santuario o, se vuole mettersi in ricerca dell’assoluto, decide di affrontare il Cammino di Santiago? Forse la parrocchia non fa più quello che deve fare. Ma, come ci insegna Cristo, una toppa strappata da un vestito nuovo non sarà mai adeguata in uno vecchio. Questo per dire che serve un profondo cambiamento di approccio e di mentalità».

L’Istruzione mette in guardia da azzardi che rischiano di snaturare i connotati della parrocchia. Come quello di affidare la guida a un laico, quasi potesse essere contemplato un “parroco laico”. E il testo vieta che un diacono, un consacrato o un laico sia definito «co-parroco», «pastore», «cappellano», «coordinatore», «responsabile parrocchiale». Al massimo, e in casi straordinari, può essere chiamato alla «partecipazione all’esercizio della cura pastorale », mai alla guida. «Il documento – spiega lo studioso – intende ribadire i caratteri costitutivi della comunità cristiana a fronte di sperimentazioni che, ad esempio, prevedono laici o équipe a capo di una parrocchia. Anche in questo caso spicca l’intento di arrangiare: il laicato viene adattato a un ruolo che non gli compete».

Altrettanto superata è la visione che riduce i compiti della comunità a un «trinomio ormai obsoleto», sostiene don Asolan: evangelizzazione, liturgia e carità. «Non sono tre ambiti d’impegno ecclesiale ma dimensioni che attraversano tutto quanto compie la Chiesa», chiarisce il docente. E prosegue: «Invitare a essere parrocchie missionarie non vuol dire considerare la missione un ulteriore campo di azione che quasi si aggiunge ad altri. Significare dare nuova forma al volto della comunità. Perciò la vera conversione chiede alla parrocchia di entrare nella vita di tutti i giorni, dove si affrontano le questioni del lavoro, dell’amore, dell’educazione e non semplicemente di strutturare diversamente ciò che è stato finora fatto».

Nell’Istruzione si raccomanda di sviluppare una vera e propria «arte della vicinanza». Allora un ruolo fondamentale viene svolto dai laici, non certo intesi come surrogati del prete. «Laici cristiani che già vivono immersi nella società e che di fatto sono già in missione permanente. Si tratta, quindi, di permettere che uno stile di vita che viene dal Vangelo sia supportato dalla comunità. Così da superare anche il rischio del clericalismo secondo il quale la pastorale è quella che fa il parroco», avverte don Asolan.

Punto di riferimento per imprimere uno slancio missionario è l’esortazione apostolica Evangelii gaudium, magna charta del pontificato di Francesco. «È indispensabile che si realizzi concretamente l’incontro fra la fede e la realtà, trovando nuovi criteri di azione pastorale. Non basta riorganizzare: altrimenti si continuerà a ragionare in termini di servizi alla gente». Vale anche per le unità pastorali. «Non possono essere una soluzione quando vengono ispirate dalla diminuzione del clero – sostiene lo studioso –. Se sono pensate per offrire “prestazioni” ma non creano comunità, funzionano solo nell’immediato. Né è possibile limitarsi a innestare nuove attività o nuove figure ministeriali».

Ha i suoi lati negativi anche l’idea di una parrocchia che non abbia confini, dove il legame sia condizionato dalla mobilità o dalle relazioni sociali. Quasi si prospetti una parrocchia “liquida” in una società liquida. «Vado dove mi conviene, dicono in molti. In Nord Europa ci sono ormai parrocchie per i soli giovani, altre dedicate alle iniziative culturali. Ma ancora prevale il criterio dei servizi o del sentimento – sottolinea il pastoralista –. Siccome mi piace come predica un certo sacerdote, mi reco in quella parrocchia; siccome lì si fa catechismo in un determinato modo, allora la preferisco. Scelgo per comodità, non per senso di appartenenza».

La Chiesa italiana aveva anticipato la svolta missionaria della parrocchia. «È stato soprattutto con il Convegno ecclesiale nazionale di Verona del 2006 che nella Penisola si erano proposti orientamenti differenti – racconta don Asolan –. L’incontro aveva avuto al centro la testimonianza a partire da dove l’uomo vive. E indicava cinque ambiti: l’affettività; la tradizione; la fragilità; il lavoro e la festa; la cittadinanza. Ambiti che volevano esortare la Chiesa a non restare chiusa fra le mura parrocchiali. Ora si tratta di integrarli con l’Evangelii gaudium e con il discorso programmatico di Francesco alla Chiesa italiana durante il Convegno ecclesiale di Firenze del 2015. Come dice papa Bergoglio, se ci fermiamo alle strutture, le risposte saranno sempre parziali. Invece la parrocchia è chiamata a instaurare relazioni autentiche, reali, incarnate fra i cristiani e la vita: questo crea cultura, domanda, adesione e, come ripete il Papa, soprattutto attrazione».

Rinnovato e potenziato il sito web del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita nello spazio lanciato alla fine dello scorso anno e dedicato alle buone pratiche di collaborazione fra pastori e fedeli

Vatican News

Promuovere e formare i fedeli laici nella Chiesa e nella società: questo è tra i compiti del Dicastero Laici, famiglia e vita che di recente, proprio per essere maggiormente un punto di riferimento per gli agenti pastorali, per i movimenti e le associazioni, e per quanti sono interessati a trovare modalità di impegno con i fedeli laici nei loro Paesi e nelle loro comunità, ha rinnovato  il sito internet nella sezione di lingua inglese  – laityinvolved.org – lanciato alla fine dello scorso anno.

Lo spazio, nell’ambito del sito www.laityfamilylife.va, accoglie la sollecitazione del Papa di proporre modelli positivi di collaborazione fra i pastori e i fedeli, evitando contrapposizioni e antagonismi che fanno male alla Chiesa e dunque presenta una serie di “buone pratiche” in atto nella Chiesa a favore del servizio a  laici. E in questi giorni in cui molti lavorano da casa, il portale in lingua inglese è stato aggiornato e potenziato.

Ogni buona pratica o progetto che arriva prevalentemente dalle Conferenze episcopali e dalle Diocesi dei cinque continenti, può essere un modello per altri Paesi e duque viene spiegata in ogni suo aspetto abbracciando gli ambiti più diversi, dalla pastorale giovanile alla bioetica, all’educazione e alla difesa della vita, ma anche aromenti relativi a sport , nuova evangelizzaione e donna.

L’idea del Dicastero di creare un sito così essenziale è nata dopo un incontro internazionale sulla formazione dei fedeli laici tenutosi lo scorso anno. Rappresentanti di diverse Conferenze episcopali presentarono al Dicastero alcune delle loro migliori attività nel campo dell’evangelizzazione e della promozione dei fedeli laici nei loro rispettivi paesi. Prima ancora dell’incontro internazionale, il Dicastero fece tra tutte le Conferenze Episcopali un sondaggio per conoscere l’attività di ciascuna di esse con i laici.

Vaticano. La parrocchia? Un’armonia di carismi. Non sia un’azienda

Pubblicata una nuova istruzione vaticana sulla “conversione pastorale delle parrocchie”. I rischi di una comunità in cui il prete fa tutto o al contrario in cui sacerdoti e laici sono solo funzionari
La parrocchia? Un’armonia di carismi. Non sia un’azienda

Nella Chiesa c’è posto per tutti e ciascuno può trovare il proprio nell’unica famiglia di Dio. Ancora: è il popolo di Dio che evangelizza, ciascuno secondo la propria vocazione e alle responsabilità che gli competono. Sono i punti di riferimenti attorno a cui si articola l’istruzione “La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa”, appena pubblicata a cura della Congregazione per il clero.
Un testo, spiega monsignor Andrea Ripa, sotto-segretario del dicastero, che si propone come sintesi, calata nel contesto attuale di due precedenti documenti: l’“Ecclesia de mysterio”, “su alcune questioni circa la collaborazione dei fedeli laici al ministero dei sacerdoti”, datato 1997 e, diffusa cinque anni dopo, l’istruzione: “Il presbitero pastore e guida della comunità”. Pubblicazioni tuttora molto importanti che la novità odierna assume come presupposto, come richiamo essenziale per focalizzare la propria attenzione, spiega monsignor Ripa, «a tutti i ministeri operanti all’interno della comunità parrocchiale, in modo da evidenziare come ognuno abbia una sua specificità al servizio dell’unica missione evangelizzatrice». Si tratta cioè di operare insieme per valorizzare ogni carisma preservando la Chiesa da possibili derive, come “clericalizzare” i laici o “laicizzare” i chierici o ancora fare dei diaconi permanenti dei mezzi preti o dei preti mancati.

In questo senso non si propongono novità legislative ma si vuole facilitare un migliore discernimento di scelte pastorali già avviate in modo da definirne meglio i confini ed eventualmente correggerne possibili distorsioni. Alla luce di quel dinamismo in uscita chiesto dal mutamento dei tempo e da un contesto socio-culturale sempre più plurale.
In questo senso l’Istruzione, sottolinea il dicastero vaticano che l’ha curato, vuole favorire e promuovere accanto alla parrocchia determinata unicamente su base territoriale «una pastorale di vicinanza e di cooperazione tra diverse comunità». Gli esempi classici sono rappresentati dalle “unità pastorali” e dai vicariati foranei, detti “zone pastorali”, che hanno il compito di rendere più agevoli i legami, le connessioni tra il centro e la periferie della diocesi. In questo senso il nuovo documento, aggiunge monsignor Ripa, «intende offrire ai vescovi e ai loro collaboratori, chierici e laici, gli strumenti pastorali e canonici per operare secondo un agire genuinamente ecclesiale, dove diritto e profezia si possano coniugare per il maggior bene della comunità». Questo per evitare che l’azione pastorale sia troppo soggettiva e che si finisce per dare vita a comunità parrocchiali in cui il parroco e gli altri presbiteri fanno tutto o, viceversa, in cui per una visione eccessivamente democratica, se così si può dire, non ci sia più un pastore ma solo funzionari, chierici o laici, «che ne gestiscono i diversi ambiti, con una modalità spesso definibile come “aziendale”.

I progetti di riforma dunque possono andare bene, purché vadano nella direzione di una collaborazione e di una cooperazione armonica al servizio e per la valorizzazione di tutti. «Non si tratta di “ingabbiarli” nella fredda schematicità di modelli precostituiti e identici per tutti – sottolinea Ripa –, bensì di mantenerli all’interno dell’ampio alveo ecclesiale, per accompagnare un “andare insieme” – pastori e popolo di Dio – senza cercare di comprimerne il cuore e lo Spirito entro piani pensati solo a tavolino».

Le offerte delle messe non sono “tasse”. Non mercanteggiare” i Sacramenti

L’offerta per le messe “deve essere un atto libero da parte dell’offerente, lasciato alla sua coscienza e al suo senso di responsabilità ecclesiale, non un prezzo da pagare o una tassa da esigere, come se si trattasse di una sorta di imposta sui sacramenti”. Lo ribadisce in un altro dei passaggi l’Istruzione della Congregazione per il clero. “La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa”, a cura della Congregazione per il Clero, diffusa oggi. Tra le indicazioni pratiche del documento, figurano infatti l’attenzione preferenziale verso i poveri e l’esigenza di non “mercanteggiare” la vita sacramentale, dando l’impressione “che la celebrazione dei sacramenti – soprattutto la Santissima Eucaristia – e le altre azioni ministeriali possano essere soggette a tariffari”. “Con l’offerta per la Santa Messa, i fedeli contribuiscono al bene della Chiesa e partecipano della sua sollecitudine per il sostentamento dei ministri e delle opere”, si ricorda nel testo. Di qui l’importanza della sensibilizzazione dei fedeli, “perché contribuiscano volentieri alle necessità della parrocchia, che sono ‘cosa loro’ e di cui è bene che imparino spontaneamente a prendersi cura, in special modo in quei Paesi dove l’offerta della Santa Messa è ancora l’unica fonte di sostentamento per i sacerdoti e anche di risorse per l’evangelizzazione”. I sacerdoti, da parte loro, devono essere esempi “virtuosi” nell’uso del denaro, “sia con uno stile di vita sobrio e senza eccessi sul piano personale, che con una gestione dei beni parrocchiali trasparente e commisurata non su ‘progetti’ del parroco o di un gruppo ristretto di persone, magari buoni, ma astratti, bensì sui reali bisogni dei fedeli, soprattutto i più poveri e bisognosi”. In ogni caso, la raccomandazione del documento, “dall’offerta delle Messe deve essere assolutamente tenuta lontana anche l’apparenza di contrattazione o di commercio, tenuto conto che è vivamente raccomandato ai sacerdoti di celebrare la Messa per le intenzioni dei fedeli, soprattutto dei più poveri, anche senza ricevere alcuna offerta”. Tra gli strumenti che possono consentire il raggiungimento di tale fine, “si può pensare alla raccolta delle offerte in modo anonimo, così che ciascuno si senta libero di donare ciò che può, o che ritiene giusto, senza sentirsi in dovere di corrispondere a un’attesa o a un prezzo”.

Nozze e funerali, solo in via eccezionale i laici possono celebrare

Nel caso in cui, per la scarsità di sacerdoti, “non sia possibile nominare un parroco né un amministratore parrocchiale, che possa assumerla a tempo pieno”, il vescovo diocesano “può affidare una partecipazione all’esercizio della cura pastorale di una parrocchia a un diacono, a un consacrato o un laico, o anche a un insieme di persone (ad esempio, un istituto religioso, una associazione)”, coordinati e guidati da un presbitero “con legittime facoltà”, costituito “moderatore della cura pastorale”, al quale “esclusivamente competono la potestà e le funzioni del parroco, pur non avendone l’ufficio, con i conseguenti doveri e diritti”. Si tratta, si precisa nel documento, di “una forma straordinaria di affidamento della cura pastorale”, da adottare “solo per il tempo necessario, non indefinitamente”, perché “dirigere, coordinare, moderare, governare la parrocchia compete solo ad un sacerdote” .

Nessuno di coloro che hanno ruoli di responsabilità in parrocchia può essere, tuttavia, designato con le espressioni di “parroco”, “co-parroco”, “pastore”, “cappellano”, “moderatore”, “coordinatore”, “responsabile parrocchiale” o con altre denominazioni simili, riservate dal diritto ai sacerdoti. Il vescovo, infine, potrà affidare ufficialmente alcuni incarichi ai diaconi, alle persone consacrate e ai fedeli laici, sotto la guida e la responsabilità del parroco, come, ad esempio la celebrazione di una liturgia della Parola nelle domeniche e nelle feste di precetto, quando “per mancanza del ministro sacro o per altra grave causa diventa impossibile la partecipazione alla celebrazione eucaristica”; l’amministrazione del battesimo e la celebrazione del rito delle esequie. I fedeli laici possono predicare in una chiesa o in un oratorio, se le circostanze, la necessità o un caso particolare lo richiedano, ma “non potranno invece in alcun caso tenere l’omelia durante la celebrazione dell’Eucaristia”. Dove mancano sacerdoti e diaconi, il vescovo diocesano, previo il voto favorevole della Conferenza Episcopale e ottenuta la licenza dalla Santa Sede, può delegare dei laici perché assistano ai matrimoni.

IL TESTO INTEGRALE DELL’ISTRUZIONE

Avvenire

A Reggio Emilia, in collaborazione con la Scuola Teologica Diocesana, nasce da gennaio 2019 la Scuola di Formazione Teologica «Crisanto e Daria»

A Regina Pacis, in collaborazione con la Scuola Teologica Diocesana, nasce da gennaio 2019 la Scuola di Formazione Teologica «Crisanto e Daria». Gli incontri, rivolti in particolare ai fedeli laici del nostro Vicariato urbano, saranno i giovedì di gennaio e febbraio, sul tema diocesano dell’Anno (Giovanni 13-21).

Il primo incontro sarà giovedì 10 gennaio, con don Maurizio Marcheselli, biblista della FTER di Bologna, su “Il risorto in mezzo ai suoi i primi giorni della settimana (Gv 20,19-21)”.

Papa: serve “laicato in uscita”, guardare ai lontani dalla Chiesa

Spingere i laici sempre più nella missione evangelizzatrice, nel segno del Concilio Vaticano II. E’ uno dei punti forti di Francesco nel discorso ai partecipanti all’ultima Plenaria del Pontificio Consiglio dei Laici. Parlando della riforma che porterà all’accorpamento del dicastero con quello per la Famiglia e l’Accademia per la vita, il Pontefice ha  evidenziato che questa avviene proprio per una rinnovata fiducia nella missione dei laici nella Chiesa. Il servizio di Alessandro Gisotti da Radio Vaticana

Si conclude una tappa importante e si apre un nuovo orizzonte per la missione del laicato nella Chiesa. Nell’ultima plenaria del dicastero per i Laici, Francesco ha innanzitutto ringraziato quanti si sono impegnati in questo organismo della Curia, voluto dal Concilio Vaticano e in particolare dal Beato Paolo VI. Un ringraziamento sentito, ha detto scherzando, e non una “valedictio” di commiato per il dicastero.

No ai laici che agiscono per “delega” della gerarchia
Il Papa ha così rammentato i tanti frutti nati in questi ultimi 50 anni nel contesto del laicato: dalle Gmg, “gesto provvidenziale di San Giovanni Paolo II”, alla comparsa delle nuove associazioni laicali, al ruolo crescente della donna nella Chiesa:

“Possiamo dire, perciò, che il mandato che avete ricevuto dal Concilio è stato proprio quello di ‘spingere’ i fedeli laici a coinvolgersi sempre più e meglio nella missione evangelizzatrice della Chiesa, non per ‘delega’ della gerarchia, ma in quanto il loro apostolato ‘è partecipazione alla missione salvifica della Chiesa, alla quale sono tutti deputati dal Signore per mezzo del battesimo e della confermazione’. È il Battesimo che fa di ogni fedele laico un discepolo missionario del Signore, sale della terra, luce del mondo, lievito che trasforma la realtà dal di dentro”.

Riforma della Curia guarda anche alle nuove sfide per i laici
“Alla Chiesa – ha ripreso a braccio – si entra per il Battesimo, non per l’ordinazione sacerdotale o episcopale: si entra per il Battesimo. E tutti siamo entrati attraverso la stessa porta”. Alla luce del cammino percorso, ha quindi affermato, “è tempo di guardare nuovamente con speranza al futuro”. La realtà, ha constatato, ci porta nuove sfide. “È da qui – ha sottolineato – che nasce il progetto di riforma della Curia, in particolare dell’accorpamento del vostro dicastero con il Pontificio Consiglio per la Famiglia in connessione con l’Accademia per la Vita”:

“Vi invito perciò ad accogliere questa riforma, che vi vedrà coinvolti, come segno di valorizzazione e di stima per il lavoro che svolgete e come segno di rinnovata fiducia nella vocazione e missione dei laici nella Chiesa di oggi. Il nuovo dicastero che nascerà avrà come ‘timone’ per proseguire nella sua navigazione, da un lato la Christifideles laici e dall’altro la Evangelii gaudium e la Amoris laetitia, avendo come campi privilegiati di lavoro la famiglia e la difesa della vita”.

Serve “laicato in uscita” per raggiungere i lontani e i bisognosi
Nel contesto del Giubileo della Misericordia, ha proseguito, la Chiesa è chiamata a essere “in permanente uscita”, “comunità evangelizzatrice” che “sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi”:

“Vorrei proporvi, come orizzonte di riferimento per il vostro immediato futuro, un binomio che si potrebbe formulare così: Chiesa in uscita – laicato in uscita. Anche voi, dunque, alzate lo sguardo e guardate ‘fuori’, guardate ai molti ‘lontani’ del nostro mondo, alle tante famiglie in difficoltà e bisognose di misericordia, ai tanti campi di apostolato ancora inesplorati, ai numerosi laici dal cuore buono e generoso che volentieri metterebbero a servizio del Vangelo le loro energie, il loro tempo, le loro capacità se fossero coinvolti, valorizzati e accompagnati con affetto e dedizione da parte dei pastori e delle istituzioni ecclesiastiche”.

Abbiamo bisogno di laici che si sporchino le mani con visione del futuro
“Abbiamo bisogno di laici ben formati – ha detto ancora il Papa – animati da una fede schietta e limpida, la cui vita è stata toccata dall’incontro personale e misericordioso con l’amore di Cristo Gesù”:

“Abbiamo bisogno di laici che rischino, che si sporchino le mani, che non abbiano paura di sbagliare, che vadano avanti. Abbiamo bisogno di laici con visione del futuro, non chiusi nelle piccolezze della vita. E lo ho detto ai giovani: abbiamo bisogno di laici col sapore di esperienza della vita, che si animano a sognare”.

“Oggi – ha concluso a braccio – è il momento in cui i giovani hanno bisogno dei sogni degli anziani”, che abbiano “quella capacità di sognare”, e che ci diano “la forza delle nuove visioni apostoliche”.

Papa: il clericalismo deforma la Chiesa, i laici sono protagonisti

“La Chiesa non è una élite di sacerdoti” e lo Spirito Santo “non è solo ‘proprietà’ della gerarchia ecclesiale”, che deve sempre “incoraggiare” e “stimolare” gli sforzi che i laici compiono per testimoniare il Vangelo nella società. Papa Francesco ha voluto contribuire con una lettera al cardinale Marc Ouellet, presidente della Pontifica Commissione per l’America Latina, al lavoro svolto all’inizio di marzo dall’organismo proprio “sull’indispensabile impegno dei laici nella vita pubblica” dei Paesi latinoamericani. Il servizio di Alessandro De Carolis (Radio Vaticana)

“Non è mai il pastore a dover dire al laico quello che deve fare e dire, lui lo sa tanto e meglio di noi. Non è il pastore a dover stabilire quello che i fedeli devono dire nei diversi ambiti”. È netto come d’abitudine, Papa Francesco, nel riaffermare dove si trovi il punto di equilibrio del rapporto prete-laico cristiano e nel mettere a fuoco le “tentazioni” del clero che, spostando talvolta questo equilibrio, inducono in errori e alimentano derive.

Nella lettera al cardinale Ouellet, Francesco parla dei laici latinoamericani, anche se il valore delle sue considerazioni è chiaramente universale. Una delle “deformazioni più grandi” del rapporto sacerdote-laico, denuncia, è il “clericalismo” che, annullando da un lato “la personalità dei cristiani” e sminuendo “la grazia battesimale”, finisce dall’altro per generare una sorta di “élite laicale”, per cui i laici impegnati sono “solo quelli che lavorano in cose ‘dei preti’”. Senza rendercene conto, insiste, “abbiamo dimenticato, trascurandolo, il credente che molte volte brucia la sua speranza nella lotta quotidiana per vivere la fede”. E queste sono “le situazioni che il clericalismo non può vedere, perché è più preoccupato a dominare spazi che a generare processi”.

Invece, sottolinea il Papa, anzitutto mai dimenticare che la “nostra prima e fondamentale consacrazione affonda le sue radici nel nostro Battesimo. Nessuno è stato battezzato prete né vescovo. Ci hanno battezzati laici ed è il segno indelebile che nessuno potrà mai cancellare”. E poi, stare in mezzo al gregge, in mezzo al popolo: ascoltarne i palpiti, fidarsi della “sua memoria” e del suo “olfatto”, confidando che “lo Spirito Santo agisce in e con esso, e che questo “Spirito non è solo ‘proprietà’ della gerarchia ecclesiale”. Questo, avverte Francesco, “ci salva” da certi slogan che “sono belle frasi ma che non riescono a sostenere la vita delle nostre comunità. Per esempio – dice – ricordo “la famosa frase: ‘È l’ora dei laici’ ma sembra che l’orologio si sia fermato”.

“La Chiesa – prosegue ancora Francesco – non è una élite dei sacerdoti, dei consacrati, dei vescovi”, ma “tutti formiano il Santo Popolo fedele di Dio” e dunque, scrive, “il fatto che i laici stiano lavorando nella vita pubblica” significa per vescovi e sacerdoti “cercare il modo per poter incoraggiare, accompagnare” tutti “i tentativi e gli sforzi che oggi già si fanno per mantenere viva la speranza e la fede in un mondo pieno di contraddizioni, specialmente per i più poveri, specialmente con i più poveri. Significa, come pastori, impegnarci in mezzo al nostro popolo e, con il nostro popolo, sostenere la fede e la sua speranza”, promuovendo “la carità e la fraternità, il desiderio del bene, della verità e della giustizia”.

“È illogico, e persino impossibile – rimarca ancora il Papa – pensare che noi come pastori dovremmo avere il monopolio delle soluzioni per le molteplici sfide che la vita contemporanea ci presenta”. “Non si possono dare direttive generali per organizzare il popolo di Dio all’interno della sua vita pubblica”. Al contrario, indica, “dobbiamo stare dalla parte della nostra gente, accompagnandola nelle sue ricerche e stimolando quell’immaginazione capace di rispondere alla problematica attuale”. Per la sua “realtà” e “identità”, perché “immerso nel cuore della vita sociale, pubblica e politica”, dobbiamo riconoscere – soggiunge Francesco – che il laico ha bisogno di nuove forme di organizzazione e di celebrazione della fede”.

Al clericalismo che pilota, uniforma, fabbrica “mondi e spazi cristiani”, va opposta – asserisce Francesco – la cura della “pastorale popolare”, tipica dell’America Latina, perché, “se ben orientata”, è “ricca di valori”, di una “sete genuina” di Dio, di “pazienza”, di “senso della croce nella vita quotidiana, di “dedizione” e capace di “generosità e sacrificio fino all’eroismo”. “Nel nostro popolo – ricorda – ci viene chiesto di custodire due memorie. La memoria di Gesù Cristo e la memoria dei nostri antenati”. “Perdere la memoria è sradicarci dal luogo da cui veniamo e quindi non sapere neanche dove andiamo”. Quando “sradichiamo un laico dalla sua fede, da quella delle sue origini; quando lo sradichiamo dal Santo Popolo fedele di Dio, lo sradichiamo dalla sua identità battesimale e così lo priviamo della grazia dello Spirito Santo”. “Il nostro ruolo, la nostra gioia, la gioia del pastore – conclude – sta proprio nell’aiutare e nello stimolare, come hanno fatto molti prima di noi, madri, nonne e padri, i veri protagonisti della storia. Non per una nostra concessione di buona volontà, ma per diritto e statuto proprio. I laici sono parte del Santo Popolo fedele di Dio e pertanto sono i protagonisti della Chiesa e del mondo; noi siamo chiamati a servirli, non a servirci di loro”.

Laici cristiani nella Chiesa e nella società – sale della terra e luce del mondo

Chiesa \ Chiesa nel mondo

Brasile: Plenaria dei vescovi su laici nella Chiesa e nella società

Mons. Leonardo Steiner
Inizia oggi ad Aparecida, in Brasile, la 54.ma Assemblea generale della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile, Cnbb, che ha come tema centrale, “Laici cristiani nella Chiesa e nella società – sale della terra e luce del mondo”. La riflessione sul tema è iniziata nel 2014, durante la 52.ma Assemblea Generale. In questa Assemblea il testo di lavoro sarà approfondito e potrà essere approvato come documento. Da Aparecida, Silvonei José Protz.
Radio Vaticana

Questo è il più grande raduno dell’episcopato brasiliano. Sono attesi circa 320 vescovi attivi ed emeriti di 18 regioni della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile. Ogni giorno, i lavori dell’Assemblea generale inizieranno con la celebrazione della Messa presso il Santuario nazionale di Aparecida, trasmessa in tutto il Paese tramite le radio e le televisioni cattoliche.

La Messa di apertura dell’Assemblea generale oggi sarà presieduta dall’arcivescovo di Brasilia, mons. Sergio da Rocha, presidente della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile.

Il vescovo ausiliare di Brasilia e segretario generale dei vescovi brasiliani, mons. Leonardo Steiner, si è incontrato nel primo pomeriggio di ieri con i giornalisti, presso il Centro eventi Padre Vitor Almeida Coelho, ad Aparecida, dove si terranno i lavori.

Mons. Leonardo, durante la conferenza, ha evidenziato il programma e le questioni da affrontare durante l’Assemblea generale. Parlando della programmazione, oltre al tema centrale, ha sottolineato i temi della “Liturgia nella Vita della Chiesa”; la 14.ma Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi; la situazione politica e sociale nel Paese e il messaggio “Pensare Brasile: crisi e soluzioni” e i cambiamenti nel quadro religioso del Paese.

“L’Assemblea è un momento molto prezioso per la nostra Conferenza episcopale, ha detto mons. Steiner, e per le nostre Chiese particolari. Si tratta di un spazio di preghiera, di condivisione, di studio e di convivenza fraterna. In questi giorni, rafforziamo la comunione tra noi vescovi “, ha detto.

Durante i 10 giorni di lavori, i vescovi brasiliani dovrebbero anche fornire una guida per le prossime elezioni comunali di ottobre. Secondo mons. Leonardo, il messaggio sulle elezioni cercherà di guidare i fedeli al momento del voto. “Questo orientamento non ha nulla a che fare con i partiti politici, ma con le opzioni politiche. La Chiesa deve sempre avere un’opzione per la democrazia e la Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile ha sempre cercato di essere fedele agli orientamenti e motivazioni del Santo Padre”, ha detto il segretario generale.

I lavori dell’Assemblea si svilupperanno in quattro sessioni, due di mattina e due di pomeriggio. Durante il prossimo fine settimana, sabato 9 e domenica 10, il ritiro dei vescovi, con la predica quest’anno del presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, il card. Gianfranco Ravasi. Il lavori di questa Assemblea si concluderanno il 15 aprile.

La pastorale e l’apostolato Ma chi sono i laici?

Il Concilio chiede ai laici di collaborare alla pastorale, rimanendo laici, cioè non rinunciando al loro impegno secolare, bensì portandosi dietro l’esperienza e la maturità di fede che in quell’impegno quotidianamente maturano.

Il suo intervento alla 62ª Settimana liturgica nazionale; Trieste, 22-26 agosto 2011.

Il suo intervento alla 62ª Settimana liturgica nazionale; Trieste, 22-26 agosto 2011.

Proviamo a entrare in un consiglio pastorale parrocchiale. Cosa vediamo? Un prete, raramente due. Ancor più raramente qualche suora. Quasi tutti sono laici. Ma chi sono questi laici? Cosa fanno? Da dove vengono? E, soprattutto: perché sono lì? Si tratta di persone normali.
Hanno una vita fatta di tante cose, ma se gli chiediamo «perché sono lì?» la risposta largamente prevalente sarà: perché me lo ha chiesto il parroco, oppure: perché collaboro con lui? Non pochi e probabilmente la maggior parte di quelli più preparati si definiscono “operatori pastorali”, gente che aiuta il parroco a mandare avanti la liturgia o la catechesi o alcuni servizi che la parrocchia mette a disposizione.
Probabilmente nessuno sta lì per quello che fa fuori dal perimetro fisico della parrocchia (e se ci sta si sente “un pesce fuor d’acqua”). Se invece di entrare in parrocchia fossimo entrati nelle stanze di qualche curia, durante una riunione di uno dei tanti “uffici pastorali”, avremmo visto una scena simile e avremmo ascoltato risposte simili.

Il sociologo Luca Diotallevi.

Il sociologo Luca Diotallevi.

Ora cambiamo scena

Se entriamo nell’aula di un consiglio comunale, o in parlamento, se assistiamo a un’assemblea di imprenditori o di sindacalisti, se assistiamo a un collegio dei docenti o alla riunione di una società sportiva, troviamo – nel nostro Paese è inevitabile – una grande maggioranza di battezzati e di persone che sinceramente si dicono “cattoliche” e tra queste una cospicua minoranza di praticanti piuttosto “regolari”.

Se però aspettiamo un attimo, e ascoltiamo il confronto delle posizioni, e aspettiamo che venga il momento in cui si formano e si mettono al voto delle proposte, raramente possiamoconstatare una capacità d’iniziativa, un’analisi della situazione, una proposta di ampia convergenza nata da un discernimento nel corso del quale una libera e responsabile elaborazione della fede cristiana abbia avuto un qualche peso. Attenzione, ciò di cui si sottolinea la mancanza non è assolutamente una manifestazione in qualsiasi forma di unità dei cattolici contro tutti.

Anzi, non è improbabile che, se aspettiamo ancora un po’, capiterà di ascoltare l’invocazione di qualcosa del genere da parte del personaggio più improbabile, sostanziata dei contenuti più deboli e magari esposta con toni aciduli. Del resto, sappiamo bene che tutta quella schiera di associazionismo di ispirazione cristiana parapolitico, parasindacale, paraimprenditoriale, paraprofessionale, quando non del tutto scomparso, è ormai preda di difficoltà ancora più gravi e radicali di quelle cui ogni giorno debbono far fronte le organizzazioni specificamente religiose.

Non c’è da stupirsi dunque se tanti cattolici, una volta alle prese con problemi politici o economici o sociali in genere, risultano sprovvisti di quasi tutto quello che non è una soggettiva generosità o, fortunatamente in un numero modesto di casi, un astioso spirito di rivincita o di opportunismo. È evidente che un solco profondo separa i due tipi di scene appena immaginate. Un solco profondo separa la religione e la vita. È il solco allargato e approfondito dalla crisi della fede, la quale come è capace di generare nuova religione così è capace di generare novità in ogni altro ambito della vita.

Perché stupirsi di questa situazione? Se vescovi e preti hanno trasformato gli spazi ecclesiali in luoghi in cui parlano solo loro, come si può pensare che i laici sappiano parlare la fede laddove si tratta di temi e decisioni che il clero non può e, anche se volesse, non sa affrontare con la competenza richiesta dalla contingenza e dalla complessità delle dinamiche secolari? È come se tutti (clero e laici) avessero accettato il dogma della laicità, quello che garantisce ai professionisti della religione un monopolio in questo ambito e che garantisce ai laici un’assoluta e altrettanto improduttiva libertà in tutti gli altri ambiti. Quando la religione si clericalizza, i laici si laicizzano. Le due scene – quella religiosa e quella mondana – sono separate da un solco profondo che non si colma neppure se i laici elevano il regime dei loro consumi religiosi.

Da laico, posso infatti essere un grande consumatore di beni religiosi, un “super devoto”, un bulimico di religioserìe, ma non per questo sono in grado di comprendere quale valore e quale significato il cristianesimo vorrebbe continuare ad avere in ogni altro momento della mia vita. Eppure il Concilio era stato chiaro (cf ad esempio, Lumen gentium 31). I cristiani vivono nel secolo e lì sono chiamati a una lotta, tanto interiore quanto sociale, nella quale continuamente si tratta di gestire le realtà temporali e di provare a orientarle secondo il piano di Dio. Tra questi (i “laici”), alcuni (i “religiosi”) hanno ricevuto doni speciali seguendo i quali con la loro vita testimoniano già nel presente la vittoria conseguita dal Signore sulle potenze di questo mondo e sulla morte.

Ai vescovi (e ai loro preti), ai pastori, sarebbe chiesto di prendere un po’ di sobria e paziente distanza dal gorgo del secolo e di servire questo popolo al fine che ciascuno dei fedeli possa seguire il Signore liberamente e ordinatamente (cf LG 18).

Ciò non esclude che i laici possano prendere parte all’apostolato dei pastori (“pastorale”), anzi, tutt’altro. Semplicemente si chiede che i laici collaborino alla pastorale rimanendo laici, ovvero non rinunciando al loro impegno secolare ma portandosi dietro l’esperienza e la maturità di fede che in quell’impegno quotidianamente maturano.

A differenza dei pastori, i laici non sono chiamati a divenire professionisti della pastorale, e del resto non potrebbero farlo se non contraddicendosi. In quanto insegnato dalle costituzioni conciliari, il solco tra religione e resto della vita non è tolto – pensarlo sarebbe un’illusione –, ma solo reso un po’ meno profondo e un po’ meno largo. Certo, se i pastori non sanno mettere ordine nel modo di esercitare il loro indispensabile ministero e se tutta la comunità ecclesiale non torna a interrogarsi sui prezzi che stiamo pagando per le sofferenze inflitte all’Azione cattolica e per la disattenzione che riserviamo allo stato del monachesimo e della vita religiosa, sarà davvero difficile contrastare il processo che approfondisce e allarga l’abisso tra religione e vita.

Che fare allora?

Per lo meno fare tesoro di due esperienze. La prima, sempre più frequente e sempre più dolorosa, è quella che ci rivela l’inconsistenza delle promesse fondamentaliste, integriste o variamente movimentiste.

Diversamente da quanto affermato in quelle promesse, il solco di cui abbiamo parlato non è un abbaglio. Esso esiste, fuori di noi e ancor di più dentro di noi, e fino all’ultimo giorno non potrà essere cancellato. Dev’essere affrontato con forza e con coraggio, e soprattutto sostenuti dalla grazia.
È così che cresce una fede vera e matura. Com’è ormai sotto gli occhi di tutti, le esagerazioni fondamentaliste e integriste possono affascinare per il tempo di una breve stagione, ma poi sbiadiscono e lasciano apparire le macerie costruite sulla base di una proposta cristiana spiritualmente debole e culturalmente sprovveduta.

Un antidoto al fascino di quelle esagerazioni sarebbe offerto costantemente da una maggiore familiarità con le dinamiche della vita spirituale e con la storia della Chiesa e del cristianesimo, ma raccomandare tutto questo a volte sembra vano. La seconda esperienza da mettere a punto è quella che come laici facciamo ogni qual volta comprendiamo davvero la nostra dignità nella Chiesa, pari a quella di qualunque altro battezzato, e la responsabilità che ne deriva. Se grande è la dignità, grande è la nostra responsabilità per ogni deficit di esercizio dell’apostolato dei laici, e per le lacerazioni e le deformazioni che questo deficit incide sul volto della civitas e della ecclesia.
Ogni eventuale fiacchezza nell’apostolato dei laici non può mai essere innanzitutto colpa dei pastori. Non è un caso che il solco che separa religione e vita si manifesti oggi con una profondità e una larghezza straordinaria, ovvero proprio in un momento in cui siamo coinvolti in un trapasso da un “mondo” che irreversibilmente finisce a un “mondo” che si va formando, ma del quale non sono ancora visibili neppure i tratti principali. Tuttavia è proprio per vivere con fede e con lucidità questo trapasso che lo Spirito ha donato alla Chiesa e all’umanità la grazia del Vaticano II, così tutti i pontefici, a partire da Paolo VI, hanno insegnato. Questa è una grazia che provoca e che giudica in modo pressante i laici e la qualità del loro apostolato.

In questo trapasso, particolarmente traumatico in Italia e nella vecchia Europa continentale, il compito dei laici cristiani è quello di fare dell’eucaristia e della parola di Dio luce e forza di un discernimento e di un rinnovamento della vita politica, della vita economica, della vita familiare, della vita culturale e scientifica, e così via, e forti di questa esperienza, loro compito è anche quello di contribuire al rinnovamento della vita religiosa.

Luca Diotallevi

vita pastorale febbraio 2013

 

«Incontriamoci, cattolici fiduciosi e laici aperti»

«Penso che chi ha fede debba farsi fiducia e resistere alla tenta­zione di dire: ‘Mondo, vade re­tro’. Chi ha il senso del sacro non può sottrarsi al confronto». Nel dirlo Giuliano Amato, oggi presi­dente dell’Istituto dell’Enciclo­pedia Italiana dopo una lunga carriera universitaria e politica (fu più volte primo ministro), mani­festa l’auspicio che il «cortile dei gentili» si materializzi in nuove occasioni di parole e confronti.
 Nei «Dialoghi post-secolari» (Marsilio) con monsignor Paglia lei scriveva: «L’amore cristiano dà una marcia in più». Perché?
 «È un dato di fatto storico che, se perde l’elemento religioso, una società smarrisce inesorabilmen­te l’attenzione all’altro, avvian­dosi ad una chiu­sura del proprio io che diventa una marea inconteni­bile. Oggi però sia­mo di fronte ad u­na forma settaria di ragione illumi­nistica per cui si vuole vedere la re­ligione come una superstizione del pre-moderno».
 Perché torna di moda questa po­sizione anti-reli­giosa?
 «Tale ‘predicazio­ne’, che io chia­mo ‘illuminismo settario’, ricom­pare per ragioni storicamente comprensibili, ov­vero quale frutto di un’insoffe­renza del post-secolarismo. In­fatti, una cosa è accettare che nel­lo spazio pubblico ognuno possa dire la propria, un’altra ammet­tere le conseguenze di ciò. Appu­rato che nella sfera pubblica le re­ligioni abbiano titolo, ecco na­scere l’insofferenza per i temi re­ligiosi stessi. Ma la domanda è se la riduzione dell’eteronomia dal­le gerarchie come emancipazio­ne della libertà, esperienza pro­pria delle istituzioni democrati­co- liberali, costituisce un’aboli­zione dei vincoli ispirati alle ra­gioni di utilità collettiva oppure attribuzione a ciascuno delle re­sponsabilità delle scelte giuste».
 Come se ne esce?
 «Penso a due personaggi: Isaiah Berlin, per il quale l’esercizio del­la libertà è sempre una scelta mo­rale. E Giovanni Paolo II: per ren­derci più liberi, diceva, Dio si fe­ce impotente. Ora ci troviamo di fronte al peccato della tecnica e dell’etica per cui il limite alla mia libertà è di per se stesso abusivo. Ma dobbiamo ricordarci che il li­mite, anche quello che ci viene dalle gerarchie, è anche un ri­chiamo. In realtà molti laici ca­dono nella trappola per cui la li­bertà non tollera limiti. Ma esi­stono colonne d’Ercole da non varcare: e nella storia esse si spo­stano sempre più in là. Oggi lo percepiamo nelle nostre poten­zialità di distruzione nei confronti degli altri».
 Ad esempio?
 «Le tematiche ‘verdi’, la messa in guardia di quanto l’uomo fa sulla natura come portatore di conseguenze ignote. Gli ogm o i farmaci di cui non conosciamo gli esiti. Oppure: possiamo far ri­cerca sull’essere umano anche nel suo stato em­brionale?
  ».
 Non le pare che il dialogo laici-cat­tolici sia ‘bipar­tizzato’: ognuno si sceglie gli in­terlocutori?
  «Vedo tale peri­colo. È facile tro­vare interlocuto­ri laici attenti su solidarietà, im­migrazione, po­vertà, Darfur o Haiti. E invece, sulla bioetica, è mancata la fidu­cia reciproca e non ci si è più parlati: all’epoca della legge 40 percepii diffidenza da entrambe le parti. Ho vissuto quel periodo come un momento di rottura. Av­vertii, nello specifico, da parte dei laici l’insofferenza verso il punto di partenza del discorso, ovvero assumere che l’embrione è un es­sere umano allo stato nascente. Avevamo tanto parlato di dialo­go fino ad allora ma non erava­mo arrivati a fidarci a sufficien­za ».
 Come rinverdire il confronto?
 «Ho sollecitato interlocutori di si­cura fede a tenere incontri confi­denziali per affrontare le questio­ni ‘calde’ senza strepito, per cer­care di capirci. Purtroppo i laici fanno ancora spesso l’equazione ‘religione = società arretrata’. Co­sì succede che i credenti si vedo­no in una società che non rispet­ta la religione e si chiudono in u­na minoranza condannata alla minorità».
 Lorenzo Fazzini – avvenire 25/2/2010

Laici, la via della corresponsabilità

«Uomini e donne che aiutano il Vangelo. Laici corresponsabili nella Chiesa» è il titolo del nuovo ci­clo di conferenze promosso a Roma dal Forum Internazionale di Azione cattolica (Fiac) e dalla Pontificia U­niversità Gregoriana- L aikos , in col­laborazione con le Comunità di vita cristiana (Cvx) e col patrocinio del Pontificio Consiglio per i laici. Il cor­so – anticipa l’agenzia Sir – prevede tre lezioni riservate agli studenti del­la Gregoriana e sei conferenze aper­te al pubblico, sempre al giovedì dal­le 18 alle 20. Previsti anche due se­minari intensivi, che saranno al sa­bato dalle 10 alle 17. Obiettivo del ciclo di conferenze – che si terrà nella sede della Gegoriana, a Roma in piazza della Pilotta 4 – è ali­mentare «alla luce dell’esortazione a­postolica Christifideles laici , la con­sapevolezza della corresponsabilità dei laici nella vita della Chiesa e per la crescita delle Chiese, come collaborazione all’attenzione pastora­le, capace di essere l’e­spressione di soggetti­vità battesimali adul­te, elemento di comu­nione, esperienza di discernimento».

Ecco gli incontri aperti al pubblico. Si comincia domani, giovedì 25 feb­braio, con Salvador Pie Ninot (Gre­goriana) che parlerà di « Lumen gen­tium,  Apostolicam actuositatem e la storia recente dell’apostolato dei lai­ci ». Il 4 marzo: «Elementi di fonda­zione biblica e pneumatologica» (Lu­ca Mazzinghi, Pontificio Istituto Bi­blico). Il 18 marzo «I laici e la Parola di Dio» (Marinella Per­rone, Pontificio Istitu­to Sant’Anselmo) e «I laici e la liturgia» (An­drea Grillo, dello stes­so istituto). Il 20 mar­zo si terrà il seminario «I munus battesimali e il sacerdozio ministe­riale: collaborazione, corresponsabi­lità e sinodalità» (Dario Vitali, Grego­riana) con la prolusione del cardina­le Stanislaw Rylko, presidente del Pontificio Consiglio per i laici. Il 15 a­prile: «I laici e la carità» (Antonio Ma­stantuono, Lateranense). Il 24 aprile sarà la volta del seminario «Questio­ni di teologia pastorale. Con atten­zione a forme ed esperienze di par­tecipazione e corresponsabilità alla collaborazione in forma di corpo or­ganico. L’Azione Cattolica» (Gerard Whelan, Gregoriana), con la prolu­sione del vescovo Josef Clemens, se­gretario del Pontificio Consiglio per i laici. Il 29 aprile: «Vivere secondo lo Spirito. Discernimento e formazio­ne », con Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose e interventi di re­sponsabili di Ac, Cvx e Focolari.

POTENZIARE VOCAZIONE SPECIFICA LAICI

CITTA’ DEL VATICANO, 5 FEB. 2010 (VIS). Il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto questa mattina i Presuli della Conferenza Episcopale di Scozia al termine della quinquennale Visita "ad Limina Apostolorum".

Nel suo discorso ai Presuli il Papa ha fatto riferimento alla felice coincidenza che l’Anno Sacerdotale coincida con la celebrazione del quattrocentesimo anniversario dell’ordinazione sacerdotale del grande martire scozzese San John Ogilvie, la cui "dedizione così fuori del comune" al ministero sacerdotale, è un esempio per i Presuli scozzesi.

Successivamente, nel menzionare le encomiabili iniziative di "Priests for Scotland", il cui obiettivo è la costante formazione del clero, il Santo Padre ha ribadito che le commendevoli iniziative di promozione delle vocazioni "devono essere accompagnate dalla promozione della catechesi fra i fedeli sull’autentico significato del sacerdozio. Sottolineare il ruolo indispensabile del sacerdote nella vita della Chiesa, soprattutto nell’amministrare l’Eucaristia dalla quale la Chiesa stessa riceve la vita".

Insieme a ciò è necessaria "una corretta comprensione della vocazione specifica dei laici" enunciata dal Concilio Vaticano II: "in qualunque luogo il fedele laico viva la propria vocazione battesimale – in famiglia, a casa, al lavoro – deve partecipare attivamente alla missione della Chiesa nella santificazione del mondo. Un rinnovato accento sull’apostolato laico darà (…) un forte impulso alla missione di evangelizzazione della società".

"Questa missione richiede una prontezza ad affrontare con fermezza i problemi derivanti da una crescente onda di secolarismo nel vostro Paese. Il sostegno dell’eutanasia colpisce al cuore la comprensione cristiana della dignità della vita umana. I recenti sviluppi nell’etica medica e alcune delle pratiche promosse nel campo dell’embriologia causano grave preoccupazione. Se viene compromesso l’insegnamento della Chiesa, anche in minor misura, in uno di questi ambiti, allora diviene difficile difendere la pienezza della dottrina cattolica in modo integrale. I Pastori della Chiesa, perciò, devono continuamente chiamare i fedeli alla fedeltà completa al Magistero della Chiesa, mentre nel contempo devono promuovere e difendere il diritto della Chiesa a vivere liberamente nella società secondo la propria fede".

"La Chiesa offre al mondo una visione positiva e ispirata della vita umana, la bellezza del matrimonio e la gioia della paternità e maternità. (…) Assicuratevi di presentare questo insegnamento in modo tale che sia riconosciuto per il messaggio di speranza che esso è. Troppo spesso la dottrina della Chiesa è percepita come una serie di proibizioni e posizioni retrograde, mentre in realtà, come sappiamo, essa è creativa e donatrice di vita, ed è rivolta alla più piena realizzazione del grande potenziale verso il bene e la felicità che Dio ha posto in ciascuno di noi".

Il Santo Padre ha quindi menzionato "la tragedia della divisione" e "la grande rottura con il passato cattolico della Scozia, accaduto quattrocentocinquanta anni orsono" ed ha ringraziato Dio "per il progresso fatto nel curare le ferite che sono eredità di quel periodo, specialmente il settarismo che ha continuato a riemergere anche in tempi recenti".

In proposito il Papa ha lodato la partecipazione dei Vescovi cattolici alla "Action Churches Together in Scotland" (Azione Congiunta delle Chiese in Scozia), il cui obiettivo è "la ricostruzione dell’unità fra i seguaci di Cristo portata avanti con costanza ed impegno".

"Potete essere orgogliosi del contributo delle scuole cattoliche in Scozia nel superare il settarismo e nell’edificare buoni rapporti fra le comunità (…) Mentre incoraggiate gli insegnanti cattolici nel loro lavoro, ponete speciale enfasi" – ha esortato il Pontefice – "sulla qualità e profondità dell’educazione religiosa, in modo da preparare in modo informato i fedeli cattolici laici, rendendoli capaci e disponibili a realizzare la propria missione".

"Una forte presenza cattolica nei mezzi di comunicazione, nella politica locale e nazionale, nella magistratura, nelle professioni e nelle università non può che arricchire la vita nazionale della Scozia, mentre persone di fede offrono testimonianza alla verità, specialmente quando la verità è posta in dubbio" – ha concluso il Papa formulando auspici per il suo incontro con i cattolici di questa terra in occasione della sua prossima Visita apostolica.
AL/…/SCOZIA VIS 100205 (660)