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Ida: adesso che ha vinto l’Oscar andremo a vedere la sua storia?

C’è una variante di questa rubrica che mi accingo a sperimentare, ed è narrare di ciò che, con una qualche sorpresa, non ho incontrato, nelle mie ultime passeggiate tra le discussioni ecclesiali digitali. Stavolta si tratta di una giovane suora, di nome Anna. O meglio, Ida: questo il titolo del film polacco che ha vinto, l’altra notte, il premio Oscar 2014 come miglior film straniero. È la storia di una vocazione alla vita religiosa nella Polonia comunista degli anni Sessanta: quella in cui tra i vescovi più giovani c’era, tanto per intenderci, monsignor Wojtyla.

Viste queste premesse, non appena la notizia ha cominciato a circolare, lunedì mattina (ad esempio, da quando “Avvenire” ha rilanciato, sul sito e su Facebook, la recensione redatta a suo tempo da Alessandra De Luca:http://tinyurl.com/l93bjad), mi sarei aspettato che un tamtam di felicitazioni e commenti mobilitasse l’intera blogosfera che frequento. Doveva bastare il primo piano, bianco e nero, della protagonista, a ricordare a tutti noi l’intensa vicenda di una ragazza che, cresciuta in convento, sceglie il suo futuro solo dopo «un involontario viaggio di formazione» con una lontana parente «cinica e autodistruttiva», comunista militante, «che la accusa di volersi rovinare la vita» e le rivela le sue origini ebraiche. Un film che non potevamo non avere visto… ), mi sarei aspettato che un tamtam di felicitazioni e commenti mobilitasse l’intera blogosfera che frequento.

E invece niente, o quasi. Non sarà che non l’abbiamo visto? I dati della distribuzione dicono che in Italia è arrivato il 13 marzo 2014 e se n’è andato il 18 aprile: un mese di proiezioni, solo 561,749 euro di incassi, quasi subito in dvd. E infatti, sempre sulla pagina Facebook di “Avvenire”, vedo che la notizia ha quasi 500 “mi piace”, quasi 200 condivisioni e 1 (uno) commento, di Emanuela Baraldi: «Ho già avuto la fortuna di vederlo grazie alla bella programmazione di qualità e alla disponibilità di volontari al Cinema parrocchiale Palladium! Ne vale la pena!».

avvenire.it