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Calatrava, la chiesa è bianca a Ground Zero

«Gioco armonioso di volumi»: così lo scultore Auguste Rodin descriveva l’architettura. E Le Corbusier, continuando quella linea di pensiero, argomentava che l’essenza dell’architettura sta nel rapporto dei volumi con la luce.

Lo ricorda Santiago Calatrava, il fantasioso progettista spagnolo che disegna strutture secondo un’articolata varietà riecheggiante la complessità della natura, nella relazione che svolta ieri al convegno di Bose. Quanto di più immateriale, la luce è riconosciuta come perno dell’architettura, che è quel che di più solido e duraturo l’estro e l’inventiva umana sa costruire. «Tra le tante arti – sostiene Calatrava – l’architettura è la più astratta, perché riassume in sé tutte le altre, e richiede esperienza e pratica in ognuna di esse perché si possano realizzare edifici fuori dall’ordinario. Ho inseguito per tutta la vita la realizzazione di un’architettura di carattere sacrale. Ma sinora i tentativi da me compiuti in questa direzione sono rimasti infruttuosi; tuttavia, hanno segnato un cammino di avvicinamento verso l’architettura della luce».

Passi mossi con crescente maturità…
«Tra i miei primi progetti religiosi c’è stato il completamento della basilica di St. John the Divine a New York; un’architettura neobizantina nella parte absidale e neogotica nella navata, cui mancava la copertura. Proposi di realizzarla in cristallo, con serre che allineassero profili arborei come guglie e che fosse completata da uno svettante pinnacolo all’incrocio del transetto, che potesse confrontarsi con le altezze della città dei grattacieli. Il progetto non poté essere compiuto. Partecipai poi a un concorso per una cappella dedicata al francescano Junipero Serra, fondatore delle missioni californiane su cui sono sorte le grandi città dello Stato nordamericano: l’idea era di realizzare una cupola che si aprisse con due ali di geometria rigata. Non potei realizzare neppure questo progetto, ma l’idea fu compiuta per il museo di arte moderna di Milwaukee (Wisconsin): l’effetto di levitazione della struttura, la magia dell’apertura delle grandi ali è divenuto uno spettacolo che attira visitatori e curiosi; e l’architettura avvicina la terra al cielo».

E la sua prima chiesa, invece?
«Vinsi poi il concorso per la nuova cattedrale di Oakland, intitolata Christ the light (“Cristo la luce”): il progetto prevedeva vetrate rette da una struttura di acciaio, leggera, rivolta libera all’intorno verso un giardino composto secondo diverse tradizioni, così che ogni nazionalità potesse ritrovarsi in uno spazio verde consono alla sua identità. La realizzazione fu affidata al secondo arrivato. Ho potuto costruire altre architetture che ritengo capaci di elevare l’animo, per esempio la stazione ferroviaria di Liegi: anche qui ho voluto compiere una struttura caratterizzata da leggerezza, dal rapporto col cielo, uno spazio che parla di elevazione spirituale. Non sembri strano: vi passano in fretta decine di migliaia di persone al giorno, non si fermano, è l’esperienza di alcuni minuti; ma in quel beve tratto di tempo desidero che giunga loro il messaggio: “Tu sei importante, sei una persona degna”».

E con questo bagaglio di esperienza lei giunge al concorso per la chiesa ortodossa a Ground Zero a New York…
«Lì sorgeva una precedente chiesa ortodossa, distrutta dal crollo delle Torri gemelle. A Ground Zero stavo già curando la realizzazione della stazione dove si incrociano diverse linee di trasporti, una ferrovia e tre metropolitane. Partecipai al concorso per realizzare un edificio che sostituisse quello perduto. Presi a ispirazione la basilica di Santa Sofia di Costantinopoli: una grande cupola a coprire lo spazio centrale, con tante aperture perimetrali che permettono alla luce di inondare a e dilavare tutto lo spazio. Ora la stiamo realizzando. St. Nicholas sarà tutta in marmo: lo stesso col quale furono eretti gli edifici sull’acropoli di Atene. Materia solida, pesante. Ma taglieremo le lastre così sottili da ottenere un effetto traslucido. La cupola bianca in superficie avrà un trattamento bocciardato che consentirà un effetto chiaroscurale: durante il giorno restituirà il biancore naturale del marmo, di notte l’illuminazione interna la farà rifulgere all’intorno. Un grande arco ribassato coprirà poi un esonartece e subito dopo un endonartece, nel cui ambiente totalmente bianco chi entra potrà accendere le candele: le fiammelle faranno vibrare le candide e curve superfici, libere da colonne. Luce e opalescenza insomma saranno la cifra di questa architettura per me inconsueta, diversa da tutti gli altri miei progetti. Ma ricca di spiritualità intensa. Non vi sarà altro colore, solo il bianco: la voce della luce».

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