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Vaticano: presentato docufilm “I Giubilei-La strada del perdono”

“I Giubilei. La strada del perdono”: è questo il titolo dello straordinario nuovo documentario, per la regia di Luca Salmaso, realizzato da Ctv e Officina della Comunicazione in partnership con UnipolSai e presentato oggi nella Filmoteca Vaticana della Santa Sede. Già passato in parte alla 73.ma Mostra del Cinema della Biennale di Venezia e in anteprima su Rai Uno nel dicembre scorso, l’iniziativa racconta in modo inedito le grandi cerimonie giubilari, a partire dall’Anno Santo straordinario della Misericordia indetto da Papa Francesco l’8 dicembre del 2015. Ad arricchire la fruizione, l’ascolto del brano musicale “Questa Misericordia” composto appositamente da Sandro Di Stefano sulla base di alcuni versi del Pontefice. Il servizio di Gabriella Ceraso da Radio Vaticana

Chiudere l’Anno del Giubileo straordinario della Misericordia con un documento ufficiale, un racconto di quanto accaduto, di cosa abbia significato viverlo anche per il futuro, ma non solo. Questo nuovo docufilm serve anche ad altro, spiega mons. Dario Edoardo Viganò prefetto della Segreteria per la Comunicazione:

“Comprendere innanzi tutto cosa vuol dire Anno giubilare, cioè anno della liberazione dai pesi. Quindi, c’è anche un progetto per rendere reale e storica la giustizia tra le persone. Poi la storia del Giubileo nei vari momenti è anche un’occasione per riflettere sulla società, sulla giustizia, sulla pace, sulla condivisione, sulla tolleranza”.

L’enorme sintesi che si compie, in 50 minuti di proiezione, è storica, sociale, culturale, ma ha un focus speciale, come tiene a specificare lo storico Marco Roncalli:

“L’attenzione verte soprattutto su questo Novecento che paradossalmente è il secolo più secolarizzato, ma dove c’è la maggiore concentrazione di Giubilei: 1900, 1925,  poi in realtà 1929, perché con i Patti ci fu un Giubileo straordinario; ovviamente il 1950, il Giubileo anche che ci fu alla fine del Concilio, quindi 1964, poi 1975 con Paolo VI, 1983 di nuovo con Papa Wojtyla, il Duemila … Quindi si vuole dare un senso di questa lunga onda dei Giubilei ma soprattutto direi che abbiamo messo in evidenza quello che conta: questo ritorno fortissimo a questa proposta della misericordia, dando conto, oltre a tutto il lavoro di ricostruzione storica, a quello che è stato l’Anno vissuto, soprattutto seguendo quei momenti molto particolari. Ci sono le immagini ovviamente dell’apertura nella Repubblica Centrafricana, ma ci sono anche quelle dei cosiddetti “Venerdì della Misericordia”. Ogni Giubileo rispecchia certamente il periodo in cui viene celebrato: direi però che con il Giubileo di Papa Francesco c’è stato innanzi tutto un rovesciamento di prospettiva.Tutti siamo stati invitati infatti ad essere a nostra volta strumenti di misericordia, ma aldilà di questo, c’è stato anche un voler portare tutto all’essenzialità del cristianesimo nella dimensione della misericordia. Anche lo stesso istituto giubilare, che a lungo ha risentito anche del peso di tanti dibattiti di tipo teologico sulle indulgenze,  non dico che sia stato spazzato via, però direi che si è tornati veramente al cuore del Giubileo, che è appunto l’esperienza del perdono e l’esperienza della misericordia cui siamo stati chiamati anche noi ad essere strumenti”.

Il linguaggio utilizzato in questo documentario non è didascalico ma semplice, immediato e al tempo stesso innovativo. Tre i livelli che si possono identificare, ancora mons. Dario Viganò:

“Il primo livello è di ricostruzione storica. Poi c’è un secondo livello che è dato dal valore aggiunto di grandi professionisti o studiosi, dai teologi agli storici, che raccordano appunto ciò che è avvenuto nella storia con ciò che sta avvenendo in un determinato momento, in questo caso il Giubileo. Il terzo livello è il racconto propriamente spirituale fatto di immagini e di volti, di tutte le persone che hanno avvicinato l’esperienza della misericordia, facendo un cammino reale, fisico oltre che spirituale”.

Per tutto ciò che neanche le immagini di reperorio riescono a documentare, la produzione si è avvalsa di un linguaggio animato. L’amministratore di Officina della Comunicazione, Nicola Salvi:

“Ci siamo avvalsi di disegnatori e animatori che hanno creato delle clip animate per poter rendere anche più adatto anche ad un pubblico giovane questo tipo di racconto. Ne esce a mio avviso un racconto abbastanza innovativo per quello che riguarda il tema”.

Un grazie speciale infine va a Sandro di Stefano che ha musicato parole di Papa Francesco sulla misericordia, arricchendo questo documentario di un contributo unico.

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MUSICA Giubileo delle corali: attese da domani 10mila persone da tutto il mondo

Saranno circa 10mila le persone, attese a Roma da tutto il mondo, che da domani a domenica 23 ottobre parteciperanno alGiubileo delle Corali e degli Animatori Liturgici. L’evento, organizzato da Nova Opera Onlus e dal Coro della diocesi di Roma, si aprirà domani con un Convegno formativo in Aula Paolo VI sul tema: “Cantare la Misericordia”. Interverranno nella mattinata monsignor Guido Marini e monsignor Massimo Palombella, mentre nel pomeriggio saranno presenti monsignor Vincenzo De Gregorio e il noto artista e teologo p. Marko Ivan Rupnik. Non mancheranno – informano i promotori dell’iniziativa – le testimonianze di giovani che hanno fatto della musica uno strumento di evangelizzazione e concreto aiuto ai fratelli, come quella di Adriano, ex lungodegente dell’Ospedale Bambin Gesù che si è diplomato in Conservatorio e oggi porta la musica tra i piccoli ammalati dell’Ospedale o quella di Giovanni il quale, proveniente dalla Turchia e cresciuto in una famiglia di religione islamica, è ora fratello salesiano e attraverso la musica costruisce ponti di speranza. Il 22 ottobre tutti i partecipanti incontreranno il Papa in occasione dell’Udienza Giubilare mentre, alle ore 18, andranno a formare un unico grande Coro per un Concerto in Aula Paolo VI dedicato alla Divina Misericordia e a San Giovanni Paolo II nel giorno della sua Memoria Liturgica. Sul Palco dell’Aula monsignor Marco Frisina dirigerà l’Orchestra Fideles et Amati, il Coro della diocesi di Roma, le rappresentanze di Corali Diocesane e Parrocchiali e un Coro di voci bianche composto da circa 150 bambini, per un totale di oltre 400 coristi che guideranno il canto delle migliaia di partecipanti. Il Concerto, riservato per motivi di spazio ai soli iscritti al Giubileo, sarà trasmesso integralmente la stessa sera alle ore 22,40 su Tv2000 (canale 28 Dt). La tre giorni si concluderà domenica 23 ottobre con il Pellegrinaggio alla Porta Santa e la Messa nella Basilica di San Pietro presieduta da monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizazione.Prima di tornare alle loro Comunità Diocesane e Parrocchiali, i presenti riceveranno ancora la benedizione del Santo Padre partecipando alla preghiera dell’Angelus in Piazza San Pietro.

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Giubileo: buonismo o riforma

Il Giubileo della misericordia volge ormai al termine. Molti tenteranno di farne un bilancio (e qualcuno già ci prova…). Noi vorremmo più semplicemente provare a rileggerlo, recuperandone la provocazione ma anche rilanciandone quanto a nostro avviso rimane incompiuto.

 Un atto ermeneutico…

La promulgazione di un Anno santo della misericordia ci è parso innanzitutto un vero e proprio atto ermeneutico del Vaticano II da parte del papa, non affidato a grandi discorsi ma a un gesto, come è ormai prassi cara a Francesco. L’“ermeneutica della riforma” di papa Benedetto ha trovato nell’ermeneutica di Francesco uno sviluppo che definiremmo “plastico”. Se il Vaticano II ha voluto «rileggere il Vangelo alla luce della cultura contemporanea producendo un movimento di rinnovamento che semplicemente viene dallo stesso Vangelo» (Francesco, Intervista a p. Antonio Spadaro del 19 settembre 2013), tale rinnovamento trova nella categoria teologica e spirituale della “misericordia” molto più che uno slogan; essa assume il carattere di una vera e propria categoria ermeneutica con cui interpretare il Vangelo e la Chiesa.

Per Francesco, infatti, la “misericordia” non è semplicemente sentimento buonista che smussa conflitti e assolve da ogni responsabilità; né è lo sconto fatto alla verità, che troppo spesso ilmainstream imperante riduce a regola o norma antiquata da superare; ancor meno è la carta da tirar fuori per uscire vincenti da un improbabile scontro tra dottrina e pastorale. In essa il papa ritrova il “proprium” del Dio cristiano, il “cuore” del Vangelo di Cristo, il senso della presenza e dell’azione della Chiesa, il tratto fondamentale dell’uomo redento.

Lo scrive con chiarezza nella Bolla di Indizione del Giubileo, Misericordiae vultus (MV, 11 aprile 2015): «La misericordia nella Sacra Scrittura è la parola-chiave per indicare l’agire di Dio verso di noi. Egli non si limita ad affermare il suo amore, ma lo rende visibile e tangibile. L’amore, d’altronde, non potrebbe mai essere una parola astratta. Per sua stessa natura è vita concreta: intenzioni, atteggiamenti, comportamenti che si verificano nell’agire quotidiano. La misericordia di Dio è la sua responsabilità per noi. (…) È sulla stessa lunghezza d’onda che si deve orientare l’amore misericordioso dei cristiani. Come ama il Padre così amano i figli. Come è misericordioso lui, così siamo chiamati ad essere misericordiosi noi, gli uni verso gli altri» (MV, 9). Essa è addirittura «l’architrave che sorregge la vita della Chiesa. Tutto della sua azione pastorale dovrebbe essere avvolta dalla tenerezza con cui si indirizza ai credenti; nulla del suo annuncio e della sua testimonianza verso il mondo può essere privo di misericordia. La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole» (MV, 10).

Riforma e riforme trovano perciò qui il loro criterio. La “misericordia” chiede una Chiesa estroversa, aperta, che esiste per il mondo, per gli altri, per tutti, non per se stessa, in una autoreferenzialità che la ucciderebbe. È la misericordia che chiede una liturgia che conduca all’offerta di se stessi, uniti a Cristo, come sacrificio vivente gradito a Dio senza delegare o, peggio, sostituire con il rito la propria conversione.

La misericordia trova nell’ascolto della parola di Dio la sua forza e la sua verità e scopre nella “compassione” del Figlio incarnato “mandato a promulgare l’anno di grazia del Signore” l’identità più profonda della Chiesa nel mondo.

La misericordia invita i credenti ad assumere il volto dell’altro, chiunque esso sia, specie se povero e abbandonato, come criterio, destinatario e fine di ogni azione pastorale. La misericordia è l’unico vero antidoto a una mentalità e a una logica del privilegio e dell’interesse che poco o nulla hanno da spartire con il Figlio dell’uomo venuto per servire e non per essere servito. È la misericordia ad esigere istituzioni e strutture ecclesiastiche che servano il Vangelo e gli uomini, favorendo l’incontro e la missione, non la conservazione e l’autodifesa. Essa è l’autentica “forma Evangelii” cui il Vaticano II ha inteso richiamare la Chiesa perché possa tornare a Dio e diventare sacramento universale di salvezza per il mondo.

In questo nostro tempo, dove la paura, la sfiducia, la chiusura, la crisi ci spingono a chiuderci nella difesa di noi stessi e a chiedere e pretendere sempre e solo giustizia fino a diventare tutti giustizialisti, l’Anno della misericordia di papa Francesco ha voluto essere una boccata d’aria buona, la stessa che si respirò cinquanta anni fa, nei giorni belli del Concilio.

… non ancora compiuto

Il tentativo del papa, però, può diventare fatalmente tentazione, se la provocazione non suscita la necessaria riflessione teologica, ecclesiologica e pastorale. Il gesto può richiamare e colpire ma deve “dare a pensare” se vuole creare mentalità e convertire la prassi. In questo nostro tempo, dove la banalizzazione mediatica tende a risolvere tutto in slogan demagogici e emozioni a bassa intensità spirituale e ad alta compatibilità sociale, la misericordia rischia di ridursi a uno sconto morale o a sentimento buonista verso chi sta peggio. Le opere di misericordia, corporale e spirituale, da stimolo a una prassi evangelica possono trasformarsi in assistenzialismo assolutorio che non converte i meccanismi sociali ed economici che esaltano il mercato e mortificano i poveri.

Ci è parso che l’invito del Giubileo a “essere misericordiosi come il Padre” abbia un po’ faticato ad andare oltre i riti e le cerimonie e che i pellegrinaggi giubilari, universali e diocesani, non abbiano ancora messo in moto percorsi spirituali e pastorali condivisi. L’invito del papa alla concretezza rischia di essere interpretato come rifiuto del pensiero e della riflessione. Concretezza, però, non è sinonimo di adattamento né riflessione significa necessariamente intellettualismo. Francesco stesso ne è consapevole quando mette in guardia da «una falsa opposizione tra la teologia e la pastorale; tra la riflessione credente e la vita credente; la vita, allora, non ha spazio per la riflessione e la riflessione non trova spazio nella vita» (Messaggio all’Università cattolica di Buenos Aires, 3 settembre 2015).

Chiuse dunque le Porte sante delle cattedrali, speriamo che restino aperti per la Chiesa cantieri di ricerca e di riflessione seria che portino a compimento quanto lo Spirito sta iniziando attraverso le parole e i gesti di papa Francesco.

settimananews.it

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Giubileo diocesano delle Aggregazioni laicali e dei Movimenti domenica 23 ottobre 2016 – ore 18

Domenica 23 ottobre 2016

– ore 18 Passaggio della Porta Santa
Celebrazione eucaristica presieduta dal Vescovo Massimo nella festa dei Santi Martiri Crisanto e Daria, patroni di Reggio e della Diocesi

Cattedrale di Santa Maria Assunta – Reggio Emilia
Esposizione “I Volti della Misericordia” (15 ottobre – 1 novembre 2016)

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A corredare il Giubileo dell’Università è Jubileum Exhibition

A corredare il Giubileo dell’Università è Jubileum Exhibition, una serie di eventi culturali ospitati nel Palazzo Ferrajoli, a piazza Colonna, nel cuore di Roma, inaugurati stamani con il Convegno “Misericordia e riconciliazione. Il dialogo interreligioso per la pace”. Della settimana, ricca di appuntamenti, ci parla il coordinatore Giovanni Cipriani,

di Roberta Gisotti – radio vaticana

R. – Questa Settimana si sviluppa con una serie di eventi convegnistici, di cui il primo è quello menzionato, sul dialogo interreligioso, che vede riuniti ben 16 rappresentanti di confessioni religiose. Quindi, abbiamo le Chiese ortodosse rumena, greco-ortodossa, copto-ortodossa e anche la Chiesa del Patriarcato di Mosca e poi luterani, valdesi, la comunità ebraica, i rappresentanti della comunità religiosa islamica italiana, poi maestri di zen, induismo, taoisti e anche dei sikh. Questo significativo evento è il momento iniziale di questa Settimana di incontri. Sabato poi abbiamo la presentazione di ben cinque libri, sempre a tematica religiosa e giubilare. Nel programma anche dei concerti ed una bellissima mostra fotografica – oltre 100 immagini – che rappresenta il Grande Giubileo del 1950 e l’abbiamo definito “Il Giubileo in bianco e nero”, dove si vede anche come vestivano i nostri padri, i nostri nonni, le nostre nonne che venivano a Roma per il Giubileo del 1950, che è il grande Giubileo della ricostruzione nell’immediato Dopoguerra. Abbiamo poi una Mostra d’arte contemporanea intitolata “Imago Misericordiae”, ed ancora uno spazio per i libri religiosi e di spiritualità ed anche una piccola Mostra di filatelia, sempre dedicata al Giubileo.

 

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Conoscenza e misericordia: a Roma dal 7 all’11 settembre il Giubileo delle Università

Università Cattolica del Sacro Cuore
Dai temi economici a quelli della comunicazione, dalla bioetica alla teologia, fino alla psicologia e alla finanza, una tavola rotonda che raggrupperà oltre 50 Rettori giunti da tutti i cinque continenti, e infine l’udienza con Papa Francesco. Sono questi alcuni dei punti principali del Giubileo delle Università e dei Centri e delle Istituzioni dell’Alta Formazione Artistica e Coreutica che si svolgerà a Roma da domani all’11 settembre e avrà come filo conduttore il tema “Conoscenza e Misericordia.La terza missione dell’Università”. L’evento è promosso dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica in collaborazione con Ufficio per la Pastorale Universitaria della diocesi di Roma, e il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.
“Credo che il Giubileo delle Università sia un momento importante – spiega il vescovo Lorenzo Leuzzi, delegato per l’Ufficio diocesano per la Pastorale Universitaria – perché offre un’occasione per andare ancora più in profondità sul tema della misericordia e dunque il tentativo di passare dalla misericordia assistenziale al quella progettuale. Siamo di fronte a un cambiamento d’epoca che impone una nuova riflessione, cioè quella di cercare di lavorare insieme con la collaborazione di tutti, perché l’umanità ha davanti a sé grandi sfide nelle quali e per le quali l’università deve svolgere un ruolo determinante”.
I docenti dell’Università Cattolica impegnati nelle sessioni del Giubileo
Il contributo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore al Giubileo sarà particolarmente significativo con interventi nelle principali sessioni e tavoli di lavoro. La rappresentanza dei docenti sarà guidata dal Magnifico Rettore Prof. Franco Anelli che parteciperà il giorno 8 settembre alle ore 9.00 all’Incontro Mondiale dei Rettori.
La Professoressa Maria Chiara Malaguti, Ordinario della Facoltà di Economia presso la sede di Roma, presenterà il programma generale dell’evento nella cerimonia inaugurale del 7 settembre alle 15.30.
Fra i relatori e moderatori dell’Ateneo si segnalano i Presidi delle Facoltà di Economia e di Medicina e chirurgia, Professori Domenico Bodega e Rocco Bellantone, il Professor Walter Ricciardi, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità e Ordinario di Igiene, il Professor Antonio G. Spagnolo, Direttore dell’Istituto di Bioetica e Medical Humanities, i Professori Rodolfo Proietti e Massimo Antonelli, Ordinari di Anestesiologia e Rianimazione, il Professor Roberto Cauda, Ordinario di Malattie infettive e Direttore del Centro di Ateneo per la solidarietà internazionale, il Professor Vincenzo Valentini, Ordinario di Radioterapia, il Professor Americo Cicchetti, Ordinario di Organizzazione Aziendale, il Professor Luigi Janiri, Associato di Psichiatria, il Professor Stefano Bozzi, Associato di Finanza aziendale e la Dottoressa Marina Casini, Ricercatore dell’Istituto di Bioetica e Medical Humanities.
L’evento si aprirà il 7 settembre alle ore 15.30 con la cerimonia inaugurale presso l’Aula Magna della Pontificia Università Lateranense, che vedrà la presenza del Premio Nobel per la Fisica Claude Cohen-Tannoudji e di Peter van Inwagen, docente all’università statunitense di Notre Dame. La prima giornata si concluderà con la celebrazione dei Vespri solenni, nella basilica papale di San Giovanni in Laterano, preseduti dal cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, Presidente del Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace, e la partecipazione dell’Orchestra Barocca dei Conservatori.
Il giorno dopo, 8 settembre alle ore 9.00, presso l’Università degli Studi di “Tor Vergata” si svolgerà l’Incontro mondiale dei Rettori, quindi i lavori proseguiranno suddivisi nelle differenti sessioni, che si svolgeranno tra l’Università degli Studi di Roma Tre, la Libera Università Maria Santissima, e la Pontificia Università della Santa Croce. In contemporanea si svolgeranno tre forum: uno dedicato ai Centri di Ricerca, presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche; un secondo rivolto ai dirigenti amministrativi alla Sapienza Università di Roma, introdotto dal saluto di Mons. Claudio Giuliodori, Assistente Ecclesiastico Generale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, e infine al teatro Eliseo avrà luogo il Forum dei Centri e delle Istituzioni dell’Alta Formazione Artistica e Coreutica. La sera alle 21 nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura ci sarà il concerto giubilare con Orchestra Nazionale dei Conservatori, che sarà introdotto da un intervento del cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura.
Venerdì 9 settembre si svolgerà nella Pontificia Università Lateranense la sintesi dei lavori e, alle 16.30, i partecipanti si recheranno nella Basilica di San Giovanni in Laterano ove sarà celebrato il Giubileo, con il passaggio alla Porta Santa e la Celebrazione Eucaristica presieduta dal cardinale Giuseppe Versaldi, Prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica. Il giorno dopo i partecipanti si recheranno in piazza San Pietro per l’udienza giubilare con papa Francesco.

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Il perdono “in uscita”

Nel marzo del 416, papa Innocenzo I scriveva a Decenzio, vescovo di Gubbio, la Lettera decretale, nella quale sono contenute importanti indicazioni liturgiche ed ecclesiali in ordine alla celebrazione dei sacramenti, penitenza compresa. È questo 1600° anniversario ad aver motivato la scelta di Gubbio come sede della 67ª settimana liturgica nazionale sul tema “La liturgia luogo della misericordia. Riconciliati per riconciliare” (22-25 agosto).

La scelta del luogo e del tema hanno ricevuto il plauso di papa Francesco. Nel messaggio inviato a Claudio Magnago, vescovo di Castellaneta e presidente del Centro di azione liturgica (CAL), a firma del card. Segretario di stato, Piero Parolin, si legge che la liturgia deve essere percepita «quale luogo della misericordia incontrata e accolta per essere donata». Rifuggendo da «atteggiamenti intimistici e autoconsolatori» e «partendo dalla consapevolezza che si è perdonati per perdonare, occorre essere testimoni di misericordia in ogni ambiente, suscitando desiderio e capacità di perdono». Il sacramento della penitenza – si legge ancora nel messaggio – deve diventare una “soglia” che apre verso «un’umanità sempre più bisognosa di compassione».

La stessa esortazione la troviamo nel saluto di accoglienza ai convegnisti firmato congiuntamente dal vescovo Maniago e da Mario Ceccobelli, vescovo di Gubbio: il sacramento della penitenza «non è stato istituito per esaurirsi nell’angusto spazio di un confessionale… La misericordia che riceviamo dal Padre non ci è data come una consolazione privata… Si è perdonati per perdonare».

Il servo di Maria padre Ermes Ronchi, nella relazione alla settimana liturgica, ha usato accenti piuttosto duri nel denunciare «celebrazioni senza pathos, senza sorrisi, e noiose», arrivando a dire che «Dio può morire di noia nelle nostre chiese». Cercare poi la misericordia celebrata nelle nostre assemblee «è impresa ardua», perché vi si consuma un fatto religioso, «ma non si consegna speranza ai fedeli». E poi un accento positivo: «La misericordia che libera è una forza mite e possente che rimette la mia barca sul filo della corrente, che fa ripartire la carovana al levar del sole; non un colpo di spugna sul passato, ma un colpo di vento verso il futuro, che insegna respiri, apre sentieri».

Il vescovo Maniago, presentando il programma della settimana, aveva dichiarato che questo appuntamento «vuol contribuire a indicare con forza l’unica risposta alle troppe situazioni di conflitto, di violenza e terrore che colpiscono soprattutto innocenti, creando un clima di sgomento e di sofferenza». E proseguiva: «Il nostro mondo ha bisogno di riconciliazione e il Signore è pronto, nella sua instancabile misericordia, a renderci tutti strumenti perché altri possano ricevere e sperimentare lo stesso dono». Concetto ribadito alla celebrazione dei vespri che hanno ufficialmente aperto la settimana liturgica: «Se ci lasciamo riconciliare, diventiamo noi stessi più capaci di misericordia e operatori di riconciliazione. La vita rigenerata dalla misericordia di Dio nell’azione liturgica, si realizza poi come riconciliazione in forme di interazione sociale, di perdono, di solidarietà, di impegno per la pace e la salvaguardia del creato».

Anche il vescovo Nunzio Galantino si è espresso sulla stessa linea nell’omelia del 23 agosto: «Sentirci richiamare all’esercizio della misericordia, in tempi come i nostri attraversati da forti spinte egoistiche e di chiusura, vuol dire – ha dichiarato il segretario generale della CEI – sentirsi richiamati alla carità come arte dell’incontro, come arte della relazione, come arte del vivere, ma significa soprattutto sollecitare un soprassalto di umanità per non permettere al cinismo, alla barbarie e all’indifferenza di avere la meglio».

Per questo – ha dichiarato Enzo Bianchi nella relazione conclusiva della settimana – «noi cristiani oggi dovremmo tentare di dare alla misericordia e alla riconciliazione una valenza sociale, a volte politica».

Tre relatori si sono soffermati esplicitamente sul sacramento della penitenza: Ildebrando Scicolone, Silvano Sirboni e il vescovo di Novara, Franco Giulio Brambilla. Potremmo sintetizzare i loro interventi nello slogan “dal rito alla vita”. La penitenza infatti è una virtù che va oltre il sacramento. Senza questo “oltre” – ha spiegato il vescovo Brambilla – lo stesso sacramento è costretto a rinchiudersi della dinamica confessio-absolutio, la quale non può non affrontare la questione del superamento del peccato e della ricostruzione della propria storia cristiana».

I gruppi di lavoro si sono confrontati sull’interrogativo “Quale misericordia e quali riconciliazioni più urgenti oggi”, declinato in quattro aree: nella famiglia, nella comunità parrocchiale, con la vita e con il mondo, con le confessioni cristiane e con le altre religioni.

Ai 300 convegnisti è stato dato l’appuntamento a Roma per la 68ª settimana liturgica. Sarà l’occasione per celebrare e festeggiare i settant’anni di vita del CAL.

settimananews.it

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Il Papa per il giubileo continentale americano. Pedagogia della misericordia

L’Osservatore Romano
Si è aperta sabato 27 agosto a Bogotá, in Colombia, la celebrazione continentale del giubileo straordinario della misericordia. Organizzate dalla Pontificia Commissione per l’America latina, insieme con il Consiglio episcopale latinoamericano (Celam), in collaborazione con gli episcopati degli Stati Uniti d’America e del Canada, le giornate giubilari si concluderanno martedì 30. Ai partecipanti il Papa ha inviato un videomessaggio di cui pubblichiamo il testo in una traduzione dallo spagnolo.
Apprezzo l’iniziativa del Celam e della Cal, in contatto con gli episcopati degli Stati Uniti e del Canada — mi ricorda il Sinodo d’America — che ha permesso di celebrare come continente il Giubileo della Misericordia.
Mi rallegra sapere che hanno potuto partecipare tutti i Paesi d’America. Di fronte a tanti tentativi di frammentazione, di divisione e di scontro tra i nostri popoli, queste istanze ci aiutano ad aprire orizzonti e a stringerci più e più volte la mano; un grande segno che ci incoraggia nella speranza. Per iniziare, mi tornano in mente le parole dell’apostolo Paolo al suo discepolo prediletto: «Rendo grazie a colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al mistero: io che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo senza saperlo, lontano dalla fede; così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù. Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità» (1 Tm 1, 12-16).
Questo dice a Timoteo nella sua prima lettera, capitolo primo, versetti 12-16. E, dicendolo a lui, vuole dirlo a ognuno di noi. Parole che sono un invito, anzi direi una provocazione. Parole che vogliono spingere Timoteo, e tutti quelli che le ascolteranno nel corso della storia, ad agire. Sono parole dinanzi alle quali non restiamo indifferenti, al contrario, mettono in moto tutta la nostra dinamica personale.
E Paolo lo dice chiaramente: Gesù Cristo è venuto nel mondo per salvare i peccatori, e lui si ritiene il peggiore. Ha una chiara coscienza di chi è, non nasconde il suo passato e neppure il suo presente. Ma questa descrizione di se stesso non la fa né per colpevolizzarsi né per giustificarsi, e neppure per gloriarsi della sua condizione. È l’inizio della lettera, già nei versetti precedenti ha raccomandato a Timoteo di non badare a «favole e a genealogie interminabili», a «fatue verbosità», avvertendo che tutte finiscono in dispute, in scontri. L’importante non è — come potremmo pensare a prima vista — il suo essere peccatore, ma che Timoteo, e con lui ognuno di noi, possa porsi in quella stessa sintonia. In termini calcistici, potremmo dire: mette la palla al centro perché un altro la colpisca. Ci “passa la palla” perché possiamo condividere la sua stessa esperienza: nonostante tutti i miei peccati “mi è stata usata misericordia”.
Abbiamo l’opportunità di stare qui, perché con Paolo possiamo dire: ci è stata usata misericordia. In mezzo ai nostri peccati, i nostri limiti, le nostre pochezze; in mezzo alle nostre molteplici cadute, Gesù Cristo ci ha visti, si è avvicinato, ci ha dato la mano e ci ha usato misericordia con noi. Con chi? Con me, con te, con te, con te, con tutti. Ognuno di noi potrà fare memoria, ripassando tutte le volte che il Signore lo ha visto, lo ha guardato, gli si è avvicinato e lo ha trattato con misericordia. Tutte le volte che il Signore ha confidato nuovamente in lui, ha scommesso nuovamente su di lui (cfr. Ezechiele, 16). Mi torna in mente il capitolo 16 di Ezechiele, quel non stancarsi di puntare su ognuno di noi del Signore. Ed è questo che Paolo chiama dottrina sicura — curioso! — questo è dottrina sicura: ci è stata usata misericordia. È questo il fulcro della sua Lettera a Timoteo. Nell’attuale contesto giubilare quanto bene ci fa ritornare su questa verità, rammentare come il Signore nel corso della nostra vita si è avvicinato a noi e ci ha usato misericordia, mettere al centro il ricordo del nostro peccato e non dei nostri presunti successi, crescere in una consapevolezza umile e non colposa della nostra storia di distanze — la nostra, non quella altrui, non quella di chi ci sta accanto, e ancor meno quella del nostro popolo —, e tornare a meravigliarci della misericordia di Dio. Questa è parola sicura, è dottrina sicura e non parole vuote.
C’è una particolarità nel testo che vorrei condividere con voi. Paolo non dice: “Il Signore mi parlò o mi disse”, “il Signore mi fece vedere o imparare”. Dice: “mi trattò con”. Per Paolo il suo rapporto con Gesù è suggellato dal modo in cui lo ha trattato. Lungi dall’essere un’idea, un desiderio, una teoria — e anche un’ideologia — la misericordia è un modo concreto di “toccare” la fragilità, di vincolarci agli altri, di avvicinarci tra noi. È una maniera concreta d’immedesimarsi nelle persone quando stanno “in un brutto periodo”. È un’azione che porta a dare il meglio di sé affinché gli altri si sentano trattati in modo tale da poter sentire che nella loro vita non è stata ancora detta l’ultima parola. Trattati in modo tale che chi si è sentito schiacciato dal peso dei propri peccati, provi il sollievo di una nuova possibilità. Lungi dall’essere una bella frase, è l’azione concreta con cui Dio vuole relazionarsi con i propri figli. Paolo utilizza qui la voce passiva e — scusate la pedanteria di questo riferimento un po’ ricercato — il tempo aoristo — scusate la traduzione un po’ referenziale — ma si potrebbe ben dire “sono stato misericordiato”. La voce passiva pone Paolo nella condizione di recettore dell’azione dell’altro; lui non fa altro che lasciarsi misericordiare. L’aoristo dell’originale ci ricorda che in lui quell’esperienza è avvenuta in un momento preciso che ricorda, di cui è grato e che festeggia.
Il Dio di Paolo genera il movimento che va dal cuore alle mani, il movimento di chi non ha paura di avvicinarsi, non ha paura di toccare, di accarezzare; e tutto ciò senza scandalizzarsi né condannare, senza escludere nessuno. Un’azione che si fa carne nella vita delle persone.
Capire e accettare ciò che Dio fa per noi — un Dio che non pensa, ama e agisce mosso dalla paura, ma perché confida in noi e attende la nostra trasformazione — deve forse essere il nostro criterio ermeneutico, il nostro modo di operare: «va’ e anche tu fa’ lo stesso» (Luca, 10, 37). Il nostro modo di agire verso gli altri allora non sarà mai un’azione basata sulla paura ma sulla speranza che Lui ha nella nostra trasformazione. E chiedo: speranza di trasformazione o paura? Un’azione basata sulla paura l’unica cosa che ottiene è separare, dividere, voler distinguere con precisione chirurgica un lato dall’altro, costruire false sicurezze e quindi costruire recinti. Un’azione basata sulla speranza di trasformazione, sulla conversione, incoraggia, stimola, guarda al domani, genera spazi di opportunità, sprona. Un’azione basata sulla paura è un’azione che pone l’accento sulla colpa, sul castigo, sull’“hai sbagliato”. Un’azione basata sulla speranza di trasformazione pone l’accento sulla fiducia, sull’apprendere, sull’alzarsi; sul cercare sempre di generare nuove opportunità. Quante volte? Settanta volte sette. Perciò l’atteggiamento misericordioso risveglia sempre la creatività. Pone l’accento sul volto della persona, sulla sua vita, sulla sua storia, sulla sua quotidianità. Non si sposa con un modello o con una ricetta, ma possiede la sana libertà di spirito di cercare il meglio per l’altro, nel modo in cui la persona può capirlo. E questo attiva tutte le nostre capacità, tutto il nostro ingegno, ci fa uscire dal nostro recinto. Non è mai fatua verbosità — con le parole di Paolo — che c’intrappola in dispute interminabili. L’azione basata sulla speranza di trasformazione è un’intelligenza inquieta che fa palpitare il cuore e dà urgenza alle nostre mani. Palpitìo al cuore e urgenza alle nostre mani. Il cammino che va dal cuore alle mani.
Vedendo Dio agire così, ci può succedere quello che è successo al figlio maggiore della parabola del Padre misericordioso: ci scandalizziamo per il trattamento che il padre riserva al figlio minore che ritorna. Ci scandalizziamo perché lo ha accolto a braccia aperte, perché lo ha trattato con tenerezza e gli ha fatto indossare gli abiti migliori, poiché era tanto sporco. Ci scandalizziamo perché vedendolo tornare, lo ha baciato e ha fatto festa. Ci scandalizziamo perché non lo ha punito ma lo ha trattato per quel che era: un figlio.
Iniziamo a scandalizzarci — succede a tutti noi, è come un processo, no? — iniziamo a scandalizzarci quando appare l’Alzheimer spirituale; quando ci dimentichiamo di come il Signore ci ha trattati, quando iniziamo a giudicare e a dividere la società. C’invade una logica separatista che, senza rendercene conto, ci porta a fratturare ancora di più la nostra realtà sociale e comunitaria. Fratturiamo il presente costruendo “fazioni”. C’è la fazione dei buoni e quella dei cattivi, quella dei santi e quella dei peccatori. Questa perdita di memoria ci fa pian piano dimenticare la realtà più ricca che abbiamo e la dottrina più chiara da difendere. La realtà più ricca e la dottrina più chiara. Anche se siamo peccatori, il Signore non ha smesso di trattarci con misericordia. Paolo non ha mai smesso di ricordare che lui stava dall’altra parte, che è stato scelto all’ultimo, come il frutto di un aborto. La misericordia non è una “teoria da sfoderare”: “Ah!, ora va di moda parlare di misericordia per questo giubileo e, va bene, seguiamo la moda”. No, non è una teoria da sfoderare perché si applauda la nostra condiscendenza, ma è una storia di peccato da ricordare. Quale? La nostra, la mia, la tua. E un amore da lodare. Quale? Quello di Dio, che mi ha usato misericordia.
Siamo inseriti in una cultura fratturata, in una cultura che respira scarti. Una cultura viziata dall’esclusione di tutto ciò che può attentare contro gli interessi di pochi. Una cultura che sta lasciando lungo il cammino volti di anziani, di bambini, di minoranze etniche che sono viste come minacce. Una cultura che poco a poco promuove la comodità di pochi con l’aumento della sofferenza di molti. Una cultura che non sa accompagnare i giovani nei loro sogni, narcotizzandoli con promesse di felicità eteree, e che nasconde la memoria viva degli anziani. Una cultura che ha sprecato la saggezza dei popoli indigeni e che non ha saputo custodire la ricchezza delle loro terre.
Tutti ce ne rendiamo conto, sappiamo di vivere in una società ferita, nessuno lo mette in dubbio. Viviamo in una società che sanguina e il costo delle sue ferite di solito finiscono col pagarlo i più indifesi. Ma è proprio in questa società, in questa cultura che il Signore ci invia. Ci invia e ci spinge a portare lì il balsamo della “sua” presenza. Ci invia con un solo programma: usarci misericordia, renderci vicini a quelle migliaia di indifesi che camminano nella nostra amata terra americana proponendo un atteggiamento diverso. Un atteggiamento nuovo, cercando di far sì che il nostro modo di relazionarci s’ispiri a quello sognato da Dio, a quello attuato da Dio. Un modo di trattare basato sul ricordo del fatto che tutti veniamo da luoghi remoti, come Abramo, e tutti siamo stati condotti fuori da luoghi di schiavitù, come il popolo di Israele.
Continua a riecheggiare in noi tutta l’esperienza vissuta ad Aparecida, e l’invito a rinnovare il nostro essere discepoli missionari. Molti di noi hanno parlato del discepolato, molti di noi si sono interrogati su come promuovere una catechesi del discepolato e missionaria. Paolo ci dà una chiave interessante: l’atteggiamento misericordioso. Ci ricorda che ciò che ha fatto di lui un apostolo è stato questo atteggiamento, il modo in cui Dio si è avvicinato alla sua vita: “mi è stata usata misericordia”. A renderlo discepolo è stata la fiducia che Dio ha risposto in lui nonostante i suoi molti peccati. E questo ci ricorda che possiamo avere i migliori piani, i migliori progetti e teorie nel pensare la nostra realtà, ma se ci manca questo “atteggiamento misericordioso” la nostra pastorale resterà troncata a metà strada.
È in questo che si mettono in gioco la nostra catechesi, i nostri seminari — insegniamo ai nostri seminaristi questo modo di trattare con misericordia? —, la nostra organizzazione parrocchiale e la nostra pastorale. È in questo che si mettono in gioco la nostra azione missionaria e i nostri piani pastorali. È in questo che si mettono in gioco le nostre riunioni presbiteriali e persino il nostro modo di fare teologia: nell’imparare ad avere un atteggiamento misericordioso, un modo di relazionarci che giorno dopo giorno dobbiamo chiedere — perché è una grazia —, che giorno dopo giorno siamo invitati a imparare. Un atteggiamento misericordioso tra noi vescovi, presbiteri e laici. Siamo in teoria “missionari della misericordia” e molte volte sappiamo più di “cattivi trattamenti” che di buoni trattamenti. Quante volte ci siamo dimenticati nei nostri seminari di promuovere, accompagnare e stimolare una pedagogia della misericordia e che il cuore della pastorale è l’atteggiamento misericordioso. Pastori che sappiano trattare e non maltrattare. Ve lo chiedo per favore: pastori che sappiano trattare e non maltrattare.
Oggi in modo particolare siamo invitati a un atteggiamento misericordioso verso il santo Popolo fedele di Dio — che sa bene di essere misericordioso perché è memorioso —, verso le persone che si avvicinano alle nostre comunità, con le loro ferite, i loro dolori e le loro piaghe. E anche con la gente che si avvicina alle nostre comunità e che cammina ferita lungo le vie della storia, sperando di ricevere questo trattamento misericordioso. La misericordia s’impara con l’esperienza — in noi prima di tutto — come in Paolo: lui ha mostrato tutta la sua misericordia, lui ha mostrato tutta la sua paziente misericordia. S’impara sentendo che Dio continua e confidare in noi e continua a invitarci a essere suoi missionari, continua a inviarci perché trattiamo i nostri fratelli nello stesso modo in cui Lui ci tratta, in cui Lui ci ha trattati, e ognuno di noi conosce la propria storia, può andare lì e fare memoria. La misericordia s’impara, perché il Padre continua a perdonarci. Esiste già troppa sofferenza nella vita dei nostri popoli perché ne aggiungiamo altre ancora. Imparare a trattare con misericordia è imparare dal Maestro a renderci vicini, senza aver paura di quelli che sono stati scartati o che sono “macchiati” e segnati dal peccato. Imparare a dare la mano a chi è caduto, senza aver paura dei commenti. Ogni atteggiamento non misericordioso, per quanto giusto appaia, finisce col diventare maltrattamento. L’ingegno starà nel potenziare i cammini di speranza, quelli che privilegiano l’atteggiamento buono e fanno risplendere la misericordia.
Cari fratelli, questo incontro non è un congresso, un meeting, un seminario o una conferenza. Questo nostro incontro è una celebrazione: siamo stati invitati a celebrare il modo in cui Dio tratta ognuno di noi e il suo popolo. Perciò credo sia il momento buono per dire insieme: “Signore, mi sono lasciato ingannare, in mille maniere sono fuggito dal tuo amore, però sono qui un’altra volta per rinnovare la mia alleanza con te. Ho bisogno di te. Riscattami di nuovo Signore, accettami ancora una volta fra le tue braccia redentrici” (Evangelii gaudium, n. 3).
Ringraziamo, come fa Paolo con Timoteo, perché Dio affida a noi il compito di ripetere con il suo popolo gli enormi gesti di misericordia che Egli ha avuto e ha verso di noi, e perché questo incontro ci aiuti ad uscire rafforzati nella convinzione di trasmettere la dolce e confortante gioia del Vangelo della misericordia.
L’Osservatore Romano, 27-28 agosto 2016.
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So che questo è l’anno della misericordia. Mi potresti spiegare cos’è?

Per capire bene le parole, è utile, oltre che interessante, andare alla radice del significato. Misericordia deriva da due parole latine, miserere, che significa avere pietà, e cor/cordis, che significa cuore. In pratica è un sentimento che ci fa provare compassione quando qualcuno è infelice o si trova nel bisogno.
Quando penso alla misericordia mi viene in mente un’immagine: un bimbo ancora malfermo sulle gambe che inciampa e si fa male, e tende le braccia alla mamma per avere conforto. Oppure penso a una ragazza che soffre perché ha litigato col fidanzato e cerca un po’ di consolazione dall’amica.
La misericordia ci spinge a soccorrere chi sta male, chiamando in causa tutta la nostra pazienza e la nostra comprensione. È un sentimento che addolcisce il cuore, lo rende accogliente e avvolgente, ma fa anche muovere le gambe, perché ci fa andare incontro a chi ha bisogno di un sostegno.
La misericordia ci insegna anche a perdonare chi sbaglia ed ecco che entra in campo la religione. Infatti tutte e tre le grandi religioni monoteiste dicono che Dio è misericordioso. Nel libro dell’Esodo leggiamo: «Il Signore, tuo Dio, è un Dio misericordioso, non ti abbandonerà», e ancora: «Il Signore, Dio, misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di misericordia e fedeltà». Nel Vangelo è riportata questa frase di Gesù: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso». «Nel nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso», recitano i musulmani nelle loro preghiere rituali. Come vedi ebrei, cristiani e musulmani ritengono che Dio sia misericordioso, perché è capace di un amore infinito, che sempre accoglie chi sbaglia e lo perdona.

La misericordia di Dio è il perdono?

È uno degli aspetti, sì. Se dovessi riassumere in una sola frase tutta la Bibbia, direi che è la storia dell’uomo che spesso sbaglia e di Dio che sempre lo accoglie col suo perdono. «Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia», dice l’apostolo Paolo. Non a caso usa «sovrabbondare» per sottolineare che la misericordia di Dio è infinitamente più grande della misura che servirebbe per perdonare la colpa.

Ma è giusto che Dio ci perdoni tutte le volte? Voglio dire, se ci perdona sempre, allora non impareremo mai!

Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Non è una frase mia, è del profeta Isaia. Dio ci perdona perché ci ama visceralmente! E vuole che impariamo più dall’amore che dalle punizioni. Tu forse pensi che la misericordia sia l’espressione delle persone deboli, io invece credo che sia la caratteristica delle persone forti, sicure, fiduciose.
In Dio la misericordia manifesta la sua onnipotenza, è la forza del suo amore. C’è una bellissima lettera scritta da san Paolo alla comunità di Corinto che dice così: «La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta». La carità è l’amore. E come la misericordia, ha a che fare con il cuore dell’uomo e con la sua capacità di amare. È il sentimento che più avvicina l’uomo al suo Dio.

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#SharetheLove, condividi la Misericordia. Torna il Festincontro

Anche quest’anno, immancabile, dal 10 al 13 giugno a Gavassa, si presenta l’appuntamento con il Festincontro, la festa diocesana dell’Ac. Sono ben 32 le edizioni, ognuna con la sua particolarità, le sue gioie, le sue difficoltà, ma sempre e comunque straordinarie ed intense sia per chi le vive, sia per chi dietro le quinte lavora incessantemente, spesso in orari improbabili, per la sua buona riuscita.

Il tema sarà #SharetheLove – Condividi la Misericordia.

Programma

Venerdì 10 giugno

Ore 18.45 Apertura Festa con il taglio del nastro.
Ore 19.00 S. Messa presieduta dai neosacerdoti don Giancarlo Minotta e don Andrea Volta.
Concelebrerà il vicario generale don Alberto Nicelli.
In ricordo di tutti i benefattori di AC
Ore 20.00 Apertura ristorante e paninoteca.
Ore 21.00 Musical “Un cuore grande come la sabbia del mare” su S. Giovanni Bosco scritto
e diretto dall’U.P. Santa Maria Maddalena (S. Pellegrino e Buon Pastore di Reggio Emilia).
Al termine Preghiera di compieta.

Sabato 11 giugno

Ore 19.00 S. Messa presieduta da padre Bernardo Cervellera – Animata dall’ACR.
Ore 20,00 Visita guidata ai lavori di restauro e adeguamento liturgico della chiesa Festincontro-manifesto2016
parrocchiale di San Floriano Gavassa
Ore 20.00 Apertura ristorante e paninoteca.
Ore 21.30 Momento di incontro e riflessione con PADRE BERNARDO CERVELLERA
missionario del PIME e direttore di ASIANEWS. Tema “Cristiani perseguitati fonte di speranza”
Al termine Preghiera di compieta.

Domenica 12 giugno

Ore 10.00 Inizio grande maratona di BEACH VOLLEY in collaborazione con la Società Sportiva Daino con squadre miste di 4 componenti.
Per iscrizioni contattare Francesco Boni cell 349 3208028.
Al termine del torneo aperitivo e musica insieme.
Ore 18.30 Apericena con intervista in anteprima assoluta di “Family man” e “Family woman” sul Diario semiserio di Edoardo Tincani, Direttore del settimanale diocesano “La Libertà”.
Ore 19.30 Apertura ristorante e paninoteca.
Ore 21.30 “Tenacemente famiglia 2” – Cristiana Caricato, giornalista di TV2000, intervista Costanza Miriano.
Al termine Preghiera di compieta.

Lunedì 13 giugno

Serata TERZA ETA’ dedicata alla “PREGHIERA PER LA PACE E LA MISERICORDIA”
Ore 18:30 Rosario
Ore 19.00 S. Messa presieduta da don Giuseppe Bassissi e mons. Gianfranco Gazzotti animata dal coro “S. Maria – P.Remigio” dell’Arcispedale di Reggio Emilia
Ore 20.00 Apertura ristorante e paninoteca
Per la Terza Età prenotare presso la cassa ristorante o l’ufficio di AC 0522 437773
Ore 21.00 Presso la Paninoteca: partita ITALIA- BELGIO
Ore 21.30 Commedia Dialettale “Al luchet” e “Tognet e la Mariana” della compagnia “Il Muretto” di Rivalta.
Al termine Preghiera di compieta

Tutte le messe sono concelebrate da don Luciano Pirondini
Il Festincontro desidera essere un punto di incontro e di riflessione, pertanto durante tutta la festa la chiesa sarà aperta e sarà possibile confrontarsi con Frate Adriano.

Funzioneranno: Ristorante, Area Giovani, Paninoteca, Stand AC, Grande Pesca, Stand Libri, Gonfiabili, giochi per grandi e piccoli, Stand altre associazioni e movimenti, mostra sulla
“GMG STORY” ricordi e testimonianze da Czestochowa a Cracovia: video, foto …

laliberta.info

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Sacerdoti, non dimenticare chi dona la vita per noi

Preti di strada. Preti chinati sulle ferite degli altri: immigrati, emarginati, famiglie in difficoltà, nuovi poveri. Preti che guidano nel buio dell’incertezza, sostengono nel momento dello sconforto.

Il Giubileo dei sacerdoti, che durerà fino al 3 di giugno, è l’occasione per riaccendere i riflettori sui parroci della nostra parrocchia accanto che si donano senza domandare nulla in cambio. Papa Francesco per loro- immagine del Buon Pastore vicino alla sua gente e servitore di tutti- chiede  un sostegno concreto di preghiera e d’affetto. Ci sono preti come don Mimmo Zambito, parroco di Lampedusa, da anni impegnato nell’accoglienza senza riserve ai migranti giunti sulle coste di quell’isola, porta d’Europa, stremati e senza più speranza. Ci sono religiosi come padre Nico Rutigliano, guanelliano, che  nella sua parrocchia di Fondo Fucile, in provincia di Messina, ha salvato dal degrado un campo incolto con il quale ha potuto tirar via dalla strada decine di giovani ora impegnati anche nel recupero scolastico. Salvandoli da droga e mafie. Ci sono frati come fra Gabriele Onofri, titolare della parrocchia Nostra Signora degli Angeli a Genova Voltri, che dal nulla hanno creato mense, dormitori, centri d’ascolto. E ora sono diventati punto di riferimento imprescindibile per le società civili locali.  Tutto senza le luci della ribalta, senza grande clamore. Nel silenzio più profondo donano la loro vita per tutti noi. Ad imitazione di Cristo. Per favore, non dimentichiamoli. Mai.
(Federico Piana) Radio Vaticano

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Papa Francesco ai sacerdoti: siate “eccesso” di misericordia per tutti

La misericordia di Dio fa passare immediatamente “dalla distanza alla festa”, dalla “vergogna” per le proprie miserie alla “dignità” cui innalza il perdono di Dio, come fa il padre della parabola col figlio prodigo. A una misericordia sempre in “azione” Papa Francesco ha esortato presbiteri e seminaristi con la prima intensa meditazione, che ha aperto la giornata del Giubileo dei sacerdoti, tenuta nella Basilica di San Giovanni in Laterano. La sintesi della riflessione del Papa nel servizio di Alessandro De Carolis (Radio Vaticana)

A capo chino, nel “porcile” in cui l’ha piombato il proprio egoismo, a provare “invidia” per i maiali che mangiano ghiande e, insieme, “nostalgia” per il pane che invece i servi di suo padre mangiano ogni giorno.

Dalla distanza alla festa
Papa Francesco entra con un acume che commuove nel groviglio del pentimento che agita il figlio prodigo per far risaltare in modo tangibile l’“eccesso” della misericordia di Dio, di più: “l’inaudito straripamento” del perdono che il Padre ha per il più misero dei suoi figli per cui, ecco “l’esagerazione”…

“…possiamo passare senza preamboli dalla distanza alla festa, come nella parabola del figlio prodigo, e utilizzare come ricettacolo della misericordia il nostro stesso peccato. Ripeto questo, che è la chiave della prima meditazione: utilizzare come ricettacolo della misericordia il nostro stesso peccato”.

I confessori che bastonano
Tutta la lunga, profonda meditazione di Francesco si dipana tra due estremi: tra la “vergogna” del proprio peccato, che rende umili e apre il cuore a una vita nuova, e la “dignità” che sempre Dio conferisce col suo perdono mai negato all’uomo, visto come il figlio “prediletto” della parabola:

“Permettetemi, ma io penso qui a quei confessori impazienti, che bastonano i penitenti, che li rimproverano… Ma così ti tratterà Dio, eh! Così! Almeno per questo, non fate queste cose…”.

Tra vergogna e dignità
Ma quella del Papa, come dice mutuandolo dallo spagnolo”, è anche una riflessione giocata tra il “misericordiare” e “l’essere misericordiato”, cioè tra la misericordia ricevuta e quella donata agli altri perché, dice e ripete Francesco, se “niente unisce maggiormente con Dio che un atto di misericordia”, la misericordia stessa la si contempla davvero quando è “in azione”, quando il cuore arriva a “provare compassione per chi soffre, commuoversi per chi ha bisogno, indignarsi”. Quando si avverte “il rivoltarsi delle viscere” di fronte a una ingiustizia evidente, che sprona a “porsi immediatamente a fare qualcosa di concreto” con lo stile di tenerezza di Gesù. L’importante, sottolinea il Papa con intensità, è fare come il figlio prodigo e porsi davanti a Dio con la consapevolezza di essere in uno stato di “vergognata dignità”:

“Cosa sentiamo quando la gente ci bacia la mano e guardiamo la nostra miseria più intima e siamo onorati dal Popolo di Dio? E lì è un’altra situazione per capire questo, no? Sempre la contraddizione. Dobbiamo situarci qui, nello spazio in cui convivono la nostra miseria più vergognosa e la nostra dignità più alta. Lo stesso spazio. Sporchi, impuri, meschini, vanitosi – è peccato di preti, la vanità – egoisti e, nello stesso tempo, con i piedi lavati, chiamati ed eletti, intenti a distribuire i pani moltiplicati, benedetti dalla nostra gente, amati e curati”.

La misericordia è un atto libero
Francesco parla ai sacerdoti e ai seminaristi, ma tutto ciò che afferma suona universale per ogni singolo cristiano. Anche quando il Papa rileva che “la misericordia è questione di libertà”, che il “mantenerla nasce da una decisione libera”:

“La misericordia si accetta e si coltiva o si rifiuta liberamente. Se uno si lascia prendere, un gesto tira l’altro. Se uno passa oltre, il cuore si raffredda. La misericordia ci fa sperimentare la nostra libertà ed è lì dove possiamo sperimentare la libertà di Dio, che è misericordioso con chi è misericordioso, come disse a Mosè. Nella sua misericordia il Signore esprime la sua libertà. E noi la nostra”.

Sporcarsi le mani
“Possiamo vivere molto tempo ‘senza’ la misericordia del Signore”, ma essa – assicura Francesco – non agisce davvero in un’anima se non si arriva a “toccare il fondo” di quella “miseria morale” che annida in ognuno e dunque a desiderare e a sperimentare il perdono di Dio:

“Il cuore che Dio unisce a questa nostra miseria morale è il Cuore di Cristo, suo Figlio amato, che batte come un solo cuore con quello del Padre e dello Spirito. È un cuore che sceglie la strada più vicina e che lo impegna. Questo è proprio della misericordia, che si sporca le mani, tocca, si mette in gioco, vuole coinvolgersi con l’altro, si rivolge a ciò che è personale con ciò che è più personale, non “si occupa di un caso” – non si occupa di un caso – ma si impegna con una persona, con la sua ferita”.

Nessuna ingenuità, molta speranza
Qui, il Papa critica il “clericalismo” che induce a ridurre una persona con le sue sofferenze a un “caso”. Così, nota Francesco con ironia, “mi distacco e non mi tocca. E così non mi sporco le mani… E così faccio una pastorale pulita, elegante…. dove non rischio  niente”. Non rischio neanche, soggiunge a mo’ di provocazione, “un peccato vergognoso”. Ma così, prosegue, non è possibile capire come la misericordia vada “oltre la giustizia”, come restituisca “dignità” elevando “colui verso il quale ci si abbassa”. Inoltre, sostiene Francesco, la misericordia, pur vedendo il male in modo oggettivo, gli “toglie il potere sul futuro”:

“Non è che non veda il male, ma guarda a quanto è breve la vita e a tutto il bene che rimane da fare. Per questo bisogna perdonare totalmente, perché l’altro guardi in avanti e non perda tempo nel colpevolizzarsi e nel compatire sé stesso e i motivi del suo errore e rimpiangere ciò che ha perduto. Mentre ci si avvia a curare gli altri, si farà anche il proprio esame di coscienza e, nella misura in cui si aiutano gli altri, si riparerà al male commesso. La misericordia è fondamentalmente speranzosa. E’ madre di speranza”.

Eccessi di misericordia
Francesco termina citando i tanti “eccessi della misericordia” del Vangelo – il paralitico calato da un tetto, il lebbroso guarito che lascia i nove per tornare a inginocchiarsi davanti a Gesù, il cieco Bartimeo che vince, dice, “la dogana dei preti” per farsi sentire da Cristo, la donna emorroissa che “si ingegna” pur di toccarne il mantello e quella peccatrice che gli asciuga i piedi con i capelli – e ne trae questa conclusione:

“Sempre la misericordia è esagera, è eccessiva! Le persone più semplici, i peccatori, gli ammalati, gli indemoniati… sono immediatamente innalzati dal Signore, che li fa passare dall’esclusione alla piena inclusione, dalla distanza alla festa. E questo non si comprende se non è in chiave di speranza, in chiave apostolica e in chiave di chi ha ricevuto misericordia per dare a sua volta misericordia”.

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GIUBILEO DEI SACERDOTI, SERVONO PRETI AMICI DELLA GENTE

Hanno troppo da fare, trascurano quella “pastorale del sagrato” che, alla fine, è decisiva. Dei sacerdoti ha parlato di recente l’assemblea generale della Conferenza episcopale italiana. Dal primo al 3 giugno, a Roma, si celebra il loro Giubileo. Presente papa Francesco.

Impiegato dello Spirito Santo? Professionista del sacro? «Sì, il rischio c’è», ammette don Domenico Dal Molin, che dirige l’Ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni della Cei: «Oggi sul prete grava un carico amministrativo eccessivo. I preti hanno troppo da fare, i parroci ancora di più. E a perdere di vista l’essenziale si fa in fretta». Per due giorni, a maggio, oltre 200 vescovi italiani hanno fatto il punto sulla formazione dei sacerdoti, su come rinnovarla, renderla più profonda e, soprattutto, su come immaginare un sacerdote più amico della gente. Papa Francesco ha aperto l’assemblea della Cei con un ragionamento che è partito da quanto Paolo VI scrisse esattamente 41 anni fa nella Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, della quale ha citato un brano in cui del prete si dice che deve essere “ministro del Vangelo”.

Sembrerebbe una cosa ovvia, ma non è così, perché gli impegni e un’agenda fittissima su ogni argomento sta trasformando il sacerdote in un uomo sussidiario che si occupa di tutto un po’ e fatica ad ascoltare le persone. La questione dell’agenda è stata sollevata proprio da Bergoglio, invitando a liberarsene, dando ragione ad Adriano Celentano che anni e anni fa si lamentava in una grandiosa canzone che all’oratorio non si trovava più neppure un prete per chiacchierare. Sorride don Dal Molin e spiega che di fronte ai rischi in Italia c’è più resistenza che altrove in Europa, ma «papa Francesco ha fatto bene a suonare la campanella». I vescovi italiani hanno convenuto sull’importanzadi una “selezione puntuale” dei candidati al sacerdozio e sulla “qualificazione degli educatori”.

I preti in Italia, oggi, sono circa 33 mila. Il saldo tra nuove ordinazioni e decessi è negativo, mentre gli abbandoni non hanno subìto impennate. L’emorragia delle vocazioni degli ultimi decenni del secolo scorso è stata fermata. Un problema è l’età media sempre più elevata, specialmente nel Norditalia,con relative fatiche: troppe Messe da celebrare, l’identità percepita come legata solo al culto, poco tempo per la preghiera e lo studio, pochissimo alla cosiddetta pastorale del sagrato, che poi, avvisa Dal Molin, «è quella che di solito fa la differenza». Decisiva è la formazione permanente, che deve essere intrecciata attorno a due aspetti: spirituale e culturale. E qui si apre un capitolo nonfacile.

Osserva Dal Molin: «La riflessione deve partire da un’analisi dei luoghi di selezione. Una volta il sacerdote maturava la vocazione nella comunità. La parrocchia contribuiva alla selezione, l’Azione cattolica e gli scout erano ottime palestre dove allenarsi a sentire la chiamata di Dio. Oggi quel bacino di utenza sta venendo meno.Molti nuovi sacerdoti si formano nei movimenti, dai neocatecumenali all’Opus Dei, mentre da Comunione e liberazione si vede un calo. Manca il respiro di una grande comunità, il respiro del territorio che sta accanto a chi sceglie e lo aiuta nello sforzo, senza nascondere nessun guaio. Un prete non può crescere in saldezza in un ambiente protetto». Ciò naturalmente non significa che le vocazioni maturate nei movimenti non siano altrettanto valide e preziose. Tuttavia qualche dubbio rimane: «Una vocazione che non si forma in una forte e costante, magari travagliata, esperienza comunitaria, va valutata con grande attenzione».

L’argomento è delicato e intreccia questioni spirituali e sociologiche. Ancora Dal Molin: «Siamo passati da una declinazione al plurale della vita del prete, il sacerdote sempre in piazza, a una forma forse troppo individualistica, che oggi purtroppo è molto diffusa tra le giovani generazioni di preti. Si mira alla vocazione come autorealizzazione di sé e la fine della vita in seminario è concepita come una liberazione che permette di tornare ai propri spazi». È l’altra faccia del problema: «Se si insiste troppo sul ruolo si finisce a fare i burocrati. Ma alla funzione positiva della comunità per la propria vita si deve essere allenati fin dal seminario, che oggi appare più un luogo conveniente di coabitazione che uno spazio comunitario di vita. In questo modo il prete non impara a essere uomo tra la gente».

L’ultima sfida sono le vocazioni adulte, per le quali in Italia vi sono anche seminari specifici. Osserva Dal Molin: «Dobbiamo stare molto attenti, perché si rischia di confondere la conversione con la vocazione. E anche qui notiamo che la mancanza di un cammino di base comunitario può essere causa di pesantezza e di autoreferenzialità». I laici sono fondamentali per una vita equilibrata del sacerdote. Ma anche in questo caso occorre prudenza da entrambe le parti: «Il prete non deve clericalizzarli per sentirsi più sereno e protetto e i laici devono resistere alla tentazione comoda di concepirsi come mezzi preti». I consigli sono semplici: «Ai giovani preti un po’ meno Facebook e qualche libro in più, e a tutti un segno, cioè la cura di avere sempre la chiesa aperta, anche materialmente, senza preoccuparsi degli arredi. Se avete cose preziose portatele al museo diocesano».

Famiglia Cristiana

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Messaggio di Papa Francesco ai cappellani carcerari europei. Indulgenza giubilare per chi è in carcere

Profondamente grato e “vicino con la preghiera” a chi compie “sforzi nel difendere la dignità umana di tutti coloro che si trovano in carcere”. Lo scrive Papa Francesco in un messaggio inviato, a firma del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, ai cappellani carcerari europei che partecipano al loro incontro in corso al Consiglio d’Europa di Strasburgo fino a domani, ripreso dalla Radio Vaticana.

Indulgenza giubilare ai detenuti
Nel ringraziare il Consiglio delle conferenze episcopali europpe (Ccee) e i promotori dell’incontro, intitolato “Radicalizzazione nelle carceri: una visione pastorale”, Francesco ringrazia in particolare i cappellani carcerari per lacura dei detenuti durante l’Anno della Misericordia. Nel messaggio viene citata la Lettera per la concessione delle indulgenze in occasione del Giubileo, nel passaggio riguardante gli ospiti degli Istituti di pena.

Misericordia, sbarre e libertà
Nelle cappelle delle carceri – afferma la Lettera – potranno ottenere l’indulgenza, e ogni volta che passeranno per la porta della loro cella, rivolgendo il pensiero e la preghiera al Padre”. Possa “questo gesto – prosegue la Lettera – significare per loro il passaggio della Porta Santa, perché la misericordia di Dio, capace di trasformare i cuori, è anche in grado di trasformare le sbarre in esperienza di libertà”.

avvenire

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Giubileo Sacerdoti, occasione di rinnovamento

E’ una settimana speciale per i sacerdoti e i seminaristi di tutto il mondo. Mercoledì inizia infatti il Giubileo a loro dedicato. Momento culminante è la Messa in Piazza San Pietro, celebrata venerdì prossimo da Papa Francesco, che il giorno prima guiderà un ritiro spirituale con ben tre meditazioni nel corso della giornata: alla Basilica di San Giovanni in Laterano, poi a Santa Maria Maggiore e infine a San Paolo. Sul significato di questo Giubileo dei Sacerdoti, Alessandro Gisotti ha intervistato mons. Jorge Carlos Patrón Wong, segretario per i Seminari della Congregazione per il Clero

da Radio Vaticana

R. – Papa Francesco ha deciso, anzitutto, che in questo Giubileo i sacerdoti e i seminaristi si prendano cura di se stessi, si fermino un momento in mezzo alle tante attività pastorali, per trovare un po’ di riposo, di sollievo, di ristoro nel cuore del Buon Pastore, nelle braccia della Misericordia del buon Dio. E’ pure una grande opportunità per fissare di nuovo lo sguardo sulla persona di Gesù, per contemplare in Gesù questo grande amore, questa misericordia, questa carità pastorale, per ringraziarlo per le tante meraviglie che ha fatto per noi. E in noi ha fatto queste meraviglie, non perché siamo bravi o meritevoli del suo amore, ma perché Lui è misericordioso, ci ama, ha una bontà immensa. E noi siamo consapevoli della nostra debolezza e povertà, per questo abbiamo bisogno della Misericordia di Dio. Un terzo punto, molto importante, è ricominciare di nuovo, rispondere di nuovo con generosità a questa chiamata divina. E’ una grande opportunità per rinnovarci, per prendere di nuovo questo profumo del Buon Pastore, condividerlo con il nostro popolo, per ricevere nuovamente l’emissione dello Spirito Santo e rinnovare le nostre forze, il coraggio, l’entusiasmo e farci prossimi, vicini a tutti.

D. – Papa Francesco ribadisce sempre che i sacerdoti devono essere pastori di Misericordia, non burocrati della fede. Perché questa insistenza?

R. – Perché ogni sacerdote è la prima persona toccata dalla Misericordia di Dio. Non si può capire nessuna vocazione al mistero del servizio sacerdotale se non si è toccati dall’amore misericordioso di Dio Padre. Questo amore, però, ci trasfigura, ci cambia, ci muove, ci ricolma di gioia. Questi tre elementi sono molto esistenziali nella vita di ogni seminarista e sacerdote, toccati dalla Misericordia di Dio, trasfigurati dalla Misericordia di Dio e ricolmati di una gioia, di un senso profondo della vita.

D. – Francesco terrà giovedì tre meditazioni in tre Basiliche papali e poi venerdì la Messa in Piazza San Pietro. Una vera “full immersion”, si potrebbe dire, di insegnamento, di catechesi sulla Misericordia per i sacerdoti; un evento davvero straordinario…

R. – E’ una “full immersion”, perché il cuore di Papa Francesco è immerso nel cuore di Gesù Buon Pastore, è immerso nel cuore di ogni pastore, di ogni sacerdote, di ogni seminarista. Papa Francesco ci vuole tanto bene, prega per noi, dà tanti consigli concreti, conosce molto le fatiche, le aspirazioni, le sfide, le sofferenze, le gioie di ogni cuore sacerdotale e di ogni cuore di seminarista. E’ per questo che durante queste tre meditazioni e poi, nell’Eucaristia, il cuore di Papa Francesco, che è un cuore di un Buon Pastore, si rivolgerà, si aprirà totalmente ad altri cuori che sono pure cuori di pastori.

D. – Lei ha nel dicastero per il Clero la delega per i seminari. Cosa la colpisce incontrando i seminaristi di tutto il mondo, in questo Anno Santo della Misericordia?

R. – A me colpisce soprattutto che i giovani di oggi conoscano tutte le sfide, tutte le difficoltà, tutte le problematiche all’interno della Chiesa e fuori della Chiesa, nella società. Sono giovani coraggiosi, gioiosi, che hanno trovato nella chiamata di Gesù una grande avventura di vita, di amore, il senso profondo di condividere una realtà che è molto più grande del proprio cuore: l’amore di Cristo! Ho trovato nei giovani questo desiderio di fare una trasfigurazione interna, perché è interiore, ma sempre con altri. Vedo sempre sacerdoti, seminaristi che sono come amici, come fratelli e che fanno un cammino insieme. Sempre servire, amare le altre persone. L’amore che abbiamo ricevuto da Cristo, vogliamo farlo realtà quotidiana nel servizio concreto, pastorale. Con tutti i nostri limiti, diamo il meglio, affinché il Signore ci usi come semplici, umili strumenti per portare l’amore e la gioia del Signore, la gioia del Vangelo.

 

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