Domenica 12 maggio 1619: «O fortunata città di Reggio…»

Dopo 400 anni noi rinnoviamo la lode  che Alessandro Squadroni ha vergato nel «Fasciculus Laudum Regii Lepidi»

“O giorno glorioso e felice di una tanto grande traslazione! Giorno beato e celebre di una tanto grande festività! Giorno tanto sublime di un ammirabile trionfo e festivo in ogni tempo! O giorno da segnare veramente con una pietruzza bianca!” (A. Squadroni, Fasciculus Laudum Regii Lepidi, pagina 64).Non stiamo qui a ricordare la straordinaria partecipazione di autorità e di popolo, la processione cittadina con i carri allegorici, la Messa solenne con musiche preparate per l’occasione da don Aurelio Signoretti, Maestro di Cappella del Duomo. Non possiamo, tuttavia, non fare nostre le esclamazioni che quel giorno uscirono dal cuore di Alessandro Squadroni: “O fortunata, anzi fortunatissima, o beata, anzi beatissima città di Reggio, che possiedi questa venerata Immagine!…Quanti benefici ci sono stati concessi per mezzo tuo, o Maria! Tu per noi preghi, domandi e richiedi quanto ci è necessario; e preghi il Figlio per i figli, l’Unigenito per gli adottivi, il Signore per i servi. Tutte le generazioni ti proclamano beata, o Reggio: fra le tue mura sorge un tempio del quale niente è più santo, niente più prezioso!” (opera citata, pagine 65-71).

Ci piace richiamare anche la stampa di Giusto Sadeler (si veda, sotto, nel manifesto del 12 maggio 2019) che decora lo scritto di A. Squadroni. Maria Santissima vi appare Regina (la Corona) di pace (i rami di ulivo), Dominatrice e Protettrice di Reggio (la scritta latina dice Reggio reggia della Vergine); i rami intrecciati e legati indicano il vincolo pacifico che lega insieme la Madonna e la “sua” Reggio, nel cui disegno già appare il Tempio monumentale.
Il 12 maggio 1619 era la domenica di Pentecoste.

laliberta.info

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Vaticano: presentato docufilm “I Giubilei-La strada del perdono”

“I Giubilei. La strada del perdono”: è questo il titolo dello straordinario nuovo documentario, per la regia di Luca Salmaso, realizzato da Ctv e Officina della Comunicazione in partnership con UnipolSai e presentato oggi nella Filmoteca Vaticana della Santa Sede. Già passato in parte alla 73.ma Mostra del Cinema della Biennale di Venezia e in anteprima su Rai Uno nel dicembre scorso, l’iniziativa racconta in modo inedito le grandi cerimonie giubilari, a partire dall’Anno Santo straordinario della Misericordia indetto da Papa Francesco l’8 dicembre del 2015. Ad arricchire la fruizione, l’ascolto del brano musicale “Questa Misericordia” composto appositamente da Sandro Di Stefano sulla base di alcuni versi del Pontefice. Il servizio di Gabriella Ceraso da Radio Vaticana

Chiudere l’Anno del Giubileo straordinario della Misericordia con un documento ufficiale, un racconto di quanto accaduto, di cosa abbia significato viverlo anche per il futuro, ma non solo. Questo nuovo docufilm serve anche ad altro, spiega mons. Dario Edoardo Viganò prefetto della Segreteria per la Comunicazione:

“Comprendere innanzi tutto cosa vuol dire Anno giubilare, cioè anno della liberazione dai pesi. Quindi, c’è anche un progetto per rendere reale e storica la giustizia tra le persone. Poi la storia del Giubileo nei vari momenti è anche un’occasione per riflettere sulla società, sulla giustizia, sulla pace, sulla condivisione, sulla tolleranza”.

L’enorme sintesi che si compie, in 50 minuti di proiezione, è storica, sociale, culturale, ma ha un focus speciale, come tiene a specificare lo storico Marco Roncalli:

“L’attenzione verte soprattutto su questo Novecento che paradossalmente è il secolo più secolarizzato, ma dove c’è la maggiore concentrazione di Giubilei: 1900, 1925,  poi in realtà 1929, perché con i Patti ci fu un Giubileo straordinario; ovviamente il 1950, il Giubileo anche che ci fu alla fine del Concilio, quindi 1964, poi 1975 con Paolo VI, 1983 di nuovo con Papa Wojtyla, il Duemila … Quindi si vuole dare un senso di questa lunga onda dei Giubilei ma soprattutto direi che abbiamo messo in evidenza quello che conta: questo ritorno fortissimo a questa proposta della misericordia, dando conto, oltre a tutto il lavoro di ricostruzione storica, a quello che è stato l’Anno vissuto, soprattutto seguendo quei momenti molto particolari. Ci sono le immagini ovviamente dell’apertura nella Repubblica Centrafricana, ma ci sono anche quelle dei cosiddetti “Venerdì della Misericordia”. Ogni Giubileo rispecchia certamente il periodo in cui viene celebrato: direi però che con il Giubileo di Papa Francesco c’è stato innanzi tutto un rovesciamento di prospettiva.Tutti siamo stati invitati infatti ad essere a nostra volta strumenti di misericordia, ma aldilà di questo, c’è stato anche un voler portare tutto all’essenzialità del cristianesimo nella dimensione della misericordia. Anche lo stesso istituto giubilare, che a lungo ha risentito anche del peso di tanti dibattiti di tipo teologico sulle indulgenze,  non dico che sia stato spazzato via, però direi che si è tornati veramente al cuore del Giubileo, che è appunto l’esperienza del perdono e l’esperienza della misericordia cui siamo stati chiamati anche noi ad essere strumenti”.

Il linguaggio utilizzato in questo documentario non è didascalico ma semplice, immediato e al tempo stesso innovativo. Tre i livelli che si possono identificare, ancora mons. Dario Viganò:

“Il primo livello è di ricostruzione storica. Poi c’è un secondo livello che è dato dal valore aggiunto di grandi professionisti o studiosi, dai teologi agli storici, che raccordano appunto ciò che è avvenuto nella storia con ciò che sta avvenendo in un determinato momento, in questo caso il Giubileo. Il terzo livello è il racconto propriamente spirituale fatto di immagini e di volti, di tutte le persone che hanno avvicinato l’esperienza della misericordia, facendo un cammino reale, fisico oltre che spirituale”.

Per tutto ciò che neanche le immagini di reperorio riescono a documentare, la produzione si è avvalsa di un linguaggio animato. L’amministratore di Officina della Comunicazione, Nicola Salvi:

“Ci siamo avvalsi di disegnatori e animatori che hanno creato delle clip animate per poter rendere anche più adatto anche ad un pubblico giovane questo tipo di racconto. Ne esce a mio avviso un racconto abbastanza innovativo per quello che riguarda il tema”.

Un grazie speciale infine va a Sandro di Stefano che ha musicato parole di Papa Francesco sulla misericordia, arricchendo questo documentario di un contributo unico.

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MUSICA Giubileo delle corali: attese da domani 10mila persone da tutto il mondo

Saranno circa 10mila le persone, attese a Roma da tutto il mondo, che da domani a domenica 23 ottobre parteciperanno alGiubileo delle Corali e degli Animatori Liturgici. L’evento, organizzato da Nova Opera Onlus e dal Coro della diocesi di Roma, si aprirà domani con un Convegno formativo in Aula Paolo VI sul tema: “Cantare la Misericordia”. Interverranno nella mattinata monsignor Guido Marini e monsignor Massimo Palombella, mentre nel pomeriggio saranno presenti monsignor Vincenzo De Gregorio e il noto artista e teologo p. Marko Ivan Rupnik. Non mancheranno – informano i promotori dell’iniziativa – le testimonianze di giovani che hanno fatto della musica uno strumento di evangelizzazione e concreto aiuto ai fratelli, come quella di Adriano, ex lungodegente dell’Ospedale Bambin Gesù che si è diplomato in Conservatorio e oggi porta la musica tra i piccoli ammalati dell’Ospedale o quella di Giovanni il quale, proveniente dalla Turchia e cresciuto in una famiglia di religione islamica, è ora fratello salesiano e attraverso la musica costruisce ponti di speranza. Il 22 ottobre tutti i partecipanti incontreranno il Papa in occasione dell’Udienza Giubilare mentre, alle ore 18, andranno a formare un unico grande Coro per un Concerto in Aula Paolo VI dedicato alla Divina Misericordia e a San Giovanni Paolo II nel giorno della sua Memoria Liturgica. Sul Palco dell’Aula monsignor Marco Frisina dirigerà l’Orchestra Fideles et Amati, il Coro della diocesi di Roma, le rappresentanze di Corali Diocesane e Parrocchiali e un Coro di voci bianche composto da circa 150 bambini, per un totale di oltre 400 coristi che guideranno il canto delle migliaia di partecipanti. Il Concerto, riservato per motivi di spazio ai soli iscritti al Giubileo, sarà trasmesso integralmente la stessa sera alle ore 22,40 su Tv2000 (canale 28 Dt). La tre giorni si concluderà domenica 23 ottobre con il Pellegrinaggio alla Porta Santa e la Messa nella Basilica di San Pietro presieduta da monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizazione.Prima di tornare alle loro Comunità Diocesane e Parrocchiali, i presenti riceveranno ancora la benedizione del Santo Padre partecipando alla preghiera dell’Angelus in Piazza San Pietro.

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Giubileo: buonismo o riforma

Il Giubileo della misericordia volge ormai al termine. Molti tenteranno di farne un bilancio (e qualcuno già ci prova…). Noi vorremmo più semplicemente provare a rileggerlo, recuperandone la provocazione ma anche rilanciandone quanto a nostro avviso rimane incompiuto.

 Un atto ermeneutico…

La promulgazione di un Anno santo della misericordia ci è parso innanzitutto un vero e proprio atto ermeneutico del Vaticano II da parte del papa, non affidato a grandi discorsi ma a un gesto, come è ormai prassi cara a Francesco. L’“ermeneutica della riforma” di papa Benedetto ha trovato nell’ermeneutica di Francesco uno sviluppo che definiremmo “plastico”. Se il Vaticano II ha voluto «rileggere il Vangelo alla luce della cultura contemporanea producendo un movimento di rinnovamento che semplicemente viene dallo stesso Vangelo» (Francesco, Intervista a p. Antonio Spadaro del 19 settembre 2013), tale rinnovamento trova nella categoria teologica e spirituale della “misericordia” molto più che uno slogan; essa assume il carattere di una vera e propria categoria ermeneutica con cui interpretare il Vangelo e la Chiesa.

Per Francesco, infatti, la “misericordia” non è semplicemente sentimento buonista che smussa conflitti e assolve da ogni responsabilità; né è lo sconto fatto alla verità, che troppo spesso ilmainstream imperante riduce a regola o norma antiquata da superare; ancor meno è la carta da tirar fuori per uscire vincenti da un improbabile scontro tra dottrina e pastorale. In essa il papa ritrova il “proprium” del Dio cristiano, il “cuore” del Vangelo di Cristo, il senso della presenza e dell’azione della Chiesa, il tratto fondamentale dell’uomo redento.

Lo scrive con chiarezza nella Bolla di Indizione del Giubileo, Misericordiae vultus (MV, 11 aprile 2015): «La misericordia nella Sacra Scrittura è la parola-chiave per indicare l’agire di Dio verso di noi. Egli non si limita ad affermare il suo amore, ma lo rende visibile e tangibile. L’amore, d’altronde, non potrebbe mai essere una parola astratta. Per sua stessa natura è vita concreta: intenzioni, atteggiamenti, comportamenti che si verificano nell’agire quotidiano. La misericordia di Dio è la sua responsabilità per noi. (…) È sulla stessa lunghezza d’onda che si deve orientare l’amore misericordioso dei cristiani. Come ama il Padre così amano i figli. Come è misericordioso lui, così siamo chiamati ad essere misericordiosi noi, gli uni verso gli altri» (MV, 9). Essa è addirittura «l’architrave che sorregge la vita della Chiesa. Tutto della sua azione pastorale dovrebbe essere avvolta dalla tenerezza con cui si indirizza ai credenti; nulla del suo annuncio e della sua testimonianza verso il mondo può essere privo di misericordia. La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole» (MV, 10).

Riforma e riforme trovano perciò qui il loro criterio. La “misericordia” chiede una Chiesa estroversa, aperta, che esiste per il mondo, per gli altri, per tutti, non per se stessa, in una autoreferenzialità che la ucciderebbe. È la misericordia che chiede una liturgia che conduca all’offerta di se stessi, uniti a Cristo, come sacrificio vivente gradito a Dio senza delegare o, peggio, sostituire con il rito la propria conversione.

La misericordia trova nell’ascolto della parola di Dio la sua forza e la sua verità e scopre nella “compassione” del Figlio incarnato “mandato a promulgare l’anno di grazia del Signore” l’identità più profonda della Chiesa nel mondo.

La misericordia invita i credenti ad assumere il volto dell’altro, chiunque esso sia, specie se povero e abbandonato, come criterio, destinatario e fine di ogni azione pastorale. La misericordia è l’unico vero antidoto a una mentalità e a una logica del privilegio e dell’interesse che poco o nulla hanno da spartire con il Figlio dell’uomo venuto per servire e non per essere servito. È la misericordia ad esigere istituzioni e strutture ecclesiastiche che servano il Vangelo e gli uomini, favorendo l’incontro e la missione, non la conservazione e l’autodifesa. Essa è l’autentica “forma Evangelii” cui il Vaticano II ha inteso richiamare la Chiesa perché possa tornare a Dio e diventare sacramento universale di salvezza per il mondo.

In questo nostro tempo, dove la paura, la sfiducia, la chiusura, la crisi ci spingono a chiuderci nella difesa di noi stessi e a chiedere e pretendere sempre e solo giustizia fino a diventare tutti giustizialisti, l’Anno della misericordia di papa Francesco ha voluto essere una boccata d’aria buona, la stessa che si respirò cinquanta anni fa, nei giorni belli del Concilio.

… non ancora compiuto

Il tentativo del papa, però, può diventare fatalmente tentazione, se la provocazione non suscita la necessaria riflessione teologica, ecclesiologica e pastorale. Il gesto può richiamare e colpire ma deve “dare a pensare” se vuole creare mentalità e convertire la prassi. In questo nostro tempo, dove la banalizzazione mediatica tende a risolvere tutto in slogan demagogici e emozioni a bassa intensità spirituale e ad alta compatibilità sociale, la misericordia rischia di ridursi a uno sconto morale o a sentimento buonista verso chi sta peggio. Le opere di misericordia, corporale e spirituale, da stimolo a una prassi evangelica possono trasformarsi in assistenzialismo assolutorio che non converte i meccanismi sociali ed economici che esaltano il mercato e mortificano i poveri.

Ci è parso che l’invito del Giubileo a “essere misericordiosi come il Padre” abbia un po’ faticato ad andare oltre i riti e le cerimonie e che i pellegrinaggi giubilari, universali e diocesani, non abbiano ancora messo in moto percorsi spirituali e pastorali condivisi. L’invito del papa alla concretezza rischia di essere interpretato come rifiuto del pensiero e della riflessione. Concretezza, però, non è sinonimo di adattamento né riflessione significa necessariamente intellettualismo. Francesco stesso ne è consapevole quando mette in guardia da «una falsa opposizione tra la teologia e la pastorale; tra la riflessione credente e la vita credente; la vita, allora, non ha spazio per la riflessione e la riflessione non trova spazio nella vita» (Messaggio all’Università cattolica di Buenos Aires, 3 settembre 2015).

Chiuse dunque le Porte sante delle cattedrali, speriamo che restino aperti per la Chiesa cantieri di ricerca e di riflessione seria che portino a compimento quanto lo Spirito sta iniziando attraverso le parole e i gesti di papa Francesco.

settimananews.it

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Giubileo diocesano delle Aggregazioni laicali e dei Movimenti domenica 23 ottobre 2016 – ore 18

Domenica 23 ottobre 2016

– ore 18 Passaggio della Porta Santa
Celebrazione eucaristica presieduta dal Vescovo Massimo nella festa dei Santi Martiri Crisanto e Daria, patroni di Reggio e della Diocesi

Cattedrale di Santa Maria Assunta – Reggio Emilia
Esposizione “I Volti della Misericordia” (15 ottobre – 1 novembre 2016)

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A corredare il Giubileo dell’Università è Jubileum Exhibition

A corredare il Giubileo dell’Università è Jubileum Exhibition, una serie di eventi culturali ospitati nel Palazzo Ferrajoli, a piazza Colonna, nel cuore di Roma, inaugurati stamani con il Convegno “Misericordia e riconciliazione. Il dialogo interreligioso per la pace”. Della settimana, ricca di appuntamenti, ci parla il coordinatore Giovanni Cipriani,

di Roberta Gisotti – radio vaticana

R. – Questa Settimana si sviluppa con una serie di eventi convegnistici, di cui il primo è quello menzionato, sul dialogo interreligioso, che vede riuniti ben 16 rappresentanti di confessioni religiose. Quindi, abbiamo le Chiese ortodosse rumena, greco-ortodossa, copto-ortodossa e anche la Chiesa del Patriarcato di Mosca e poi luterani, valdesi, la comunità ebraica, i rappresentanti della comunità religiosa islamica italiana, poi maestri di zen, induismo, taoisti e anche dei sikh. Questo significativo evento è il momento iniziale di questa Settimana di incontri. Sabato poi abbiamo la presentazione di ben cinque libri, sempre a tematica religiosa e giubilare. Nel programma anche dei concerti ed una bellissima mostra fotografica – oltre 100 immagini – che rappresenta il Grande Giubileo del 1950 e l’abbiamo definito “Il Giubileo in bianco e nero”, dove si vede anche come vestivano i nostri padri, i nostri nonni, le nostre nonne che venivano a Roma per il Giubileo del 1950, che è il grande Giubileo della ricostruzione nell’immediato Dopoguerra. Abbiamo poi una Mostra d’arte contemporanea intitolata “Imago Misericordiae”, ed ancora uno spazio per i libri religiosi e di spiritualità ed anche una piccola Mostra di filatelia, sempre dedicata al Giubileo.

 

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Conoscenza e misericordia: a Roma dal 7 all’11 settembre il Giubileo delle Università

Università Cattolica del Sacro Cuore
Dai temi economici a quelli della comunicazione, dalla bioetica alla teologia, fino alla psicologia e alla finanza, una tavola rotonda che raggrupperà oltre 50 Rettori giunti da tutti i cinque continenti, e infine l’udienza con Papa Francesco. Sono questi alcuni dei punti principali del Giubileo delle Università e dei Centri e delle Istituzioni dell’Alta Formazione Artistica e Coreutica che si svolgerà a Roma da domani all’11 settembre e avrà come filo conduttore il tema “Conoscenza e Misericordia.La terza missione dell’Università”. L’evento è promosso dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica in collaborazione con Ufficio per la Pastorale Universitaria della diocesi di Roma, e il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.
“Credo che il Giubileo delle Università sia un momento importante – spiega il vescovo Lorenzo Leuzzi, delegato per l’Ufficio diocesano per la Pastorale Universitaria – perché offre un’occasione per andare ancora più in profondità sul tema della misericordia e dunque il tentativo di passare dalla misericordia assistenziale al quella progettuale. Siamo di fronte a un cambiamento d’epoca che impone una nuova riflessione, cioè quella di cercare di lavorare insieme con la collaborazione di tutti, perché l’umanità ha davanti a sé grandi sfide nelle quali e per le quali l’università deve svolgere un ruolo determinante”.
I docenti dell’Università Cattolica impegnati nelle sessioni del Giubileo
Il contributo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore al Giubileo sarà particolarmente significativo con interventi nelle principali sessioni e tavoli di lavoro. La rappresentanza dei docenti sarà guidata dal Magnifico Rettore Prof. Franco Anelli che parteciperà il giorno 8 settembre alle ore 9.00 all’Incontro Mondiale dei Rettori.
La Professoressa Maria Chiara Malaguti, Ordinario della Facoltà di Economia presso la sede di Roma, presenterà il programma generale dell’evento nella cerimonia inaugurale del 7 settembre alle 15.30.
Fra i relatori e moderatori dell’Ateneo si segnalano i Presidi delle Facoltà di Economia e di Medicina e chirurgia, Professori Domenico Bodega e Rocco Bellantone, il Professor Walter Ricciardi, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità e Ordinario di Igiene, il Professor Antonio G. Spagnolo, Direttore dell’Istituto di Bioetica e Medical Humanities, i Professori Rodolfo Proietti e Massimo Antonelli, Ordinari di Anestesiologia e Rianimazione, il Professor Roberto Cauda, Ordinario di Malattie infettive e Direttore del Centro di Ateneo per la solidarietà internazionale, il Professor Vincenzo Valentini, Ordinario di Radioterapia, il Professor Americo Cicchetti, Ordinario di Organizzazione Aziendale, il Professor Luigi Janiri, Associato di Psichiatria, il Professor Stefano Bozzi, Associato di Finanza aziendale e la Dottoressa Marina Casini, Ricercatore dell’Istituto di Bioetica e Medical Humanities.
L’evento si aprirà il 7 settembre alle ore 15.30 con la cerimonia inaugurale presso l’Aula Magna della Pontificia Università Lateranense, che vedrà la presenza del Premio Nobel per la Fisica Claude Cohen-Tannoudji e di Peter van Inwagen, docente all’università statunitense di Notre Dame. La prima giornata si concluderà con la celebrazione dei Vespri solenni, nella basilica papale di San Giovanni in Laterano, preseduti dal cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, Presidente del Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace, e la partecipazione dell’Orchestra Barocca dei Conservatori.
Il giorno dopo, 8 settembre alle ore 9.00, presso l’Università degli Studi di “Tor Vergata” si svolgerà l’Incontro mondiale dei Rettori, quindi i lavori proseguiranno suddivisi nelle differenti sessioni, che si svolgeranno tra l’Università degli Studi di Roma Tre, la Libera Università Maria Santissima, e la Pontificia Università della Santa Croce. In contemporanea si svolgeranno tre forum: uno dedicato ai Centri di Ricerca, presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche; un secondo rivolto ai dirigenti amministrativi alla Sapienza Università di Roma, introdotto dal saluto di Mons. Claudio Giuliodori, Assistente Ecclesiastico Generale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, e infine al teatro Eliseo avrà luogo il Forum dei Centri e delle Istituzioni dell’Alta Formazione Artistica e Coreutica. La sera alle 21 nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura ci sarà il concerto giubilare con Orchestra Nazionale dei Conservatori, che sarà introdotto da un intervento del cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura.
Venerdì 9 settembre si svolgerà nella Pontificia Università Lateranense la sintesi dei lavori e, alle 16.30, i partecipanti si recheranno nella Basilica di San Giovanni in Laterano ove sarà celebrato il Giubileo, con il passaggio alla Porta Santa e la Celebrazione Eucaristica presieduta dal cardinale Giuseppe Versaldi, Prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica. Il giorno dopo i partecipanti si recheranno in piazza San Pietro per l’udienza giubilare con papa Francesco.

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Il perdono “in uscita”

Nel marzo del 416, papa Innocenzo I scriveva a Decenzio, vescovo di Gubbio, la Lettera decretale, nella quale sono contenute importanti indicazioni liturgiche ed ecclesiali in ordine alla celebrazione dei sacramenti, penitenza compresa. È questo 1600° anniversario ad aver motivato la scelta di Gubbio come sede della 67ª settimana liturgica nazionale sul tema “La liturgia luogo della misericordia. Riconciliati per riconciliare” (22-25 agosto).

La scelta del luogo e del tema hanno ricevuto il plauso di papa Francesco. Nel messaggio inviato a Claudio Magnago, vescovo di Castellaneta e presidente del Centro di azione liturgica (CAL), a firma del card. Segretario di stato, Piero Parolin, si legge che la liturgia deve essere percepita «quale luogo della misericordia incontrata e accolta per essere donata». Rifuggendo da «atteggiamenti intimistici e autoconsolatori» e «partendo dalla consapevolezza che si è perdonati per perdonare, occorre essere testimoni di misericordia in ogni ambiente, suscitando desiderio e capacità di perdono». Il sacramento della penitenza – si legge ancora nel messaggio – deve diventare una “soglia” che apre verso «un’umanità sempre più bisognosa di compassione».

La stessa esortazione la troviamo nel saluto di accoglienza ai convegnisti firmato congiuntamente dal vescovo Maniago e da Mario Ceccobelli, vescovo di Gubbio: il sacramento della penitenza «non è stato istituito per esaurirsi nell’angusto spazio di un confessionale… La misericordia che riceviamo dal Padre non ci è data come una consolazione privata… Si è perdonati per perdonare».

Il servo di Maria padre Ermes Ronchi, nella relazione alla settimana liturgica, ha usato accenti piuttosto duri nel denunciare «celebrazioni senza pathos, senza sorrisi, e noiose», arrivando a dire che «Dio può morire di noia nelle nostre chiese». Cercare poi la misericordia celebrata nelle nostre assemblee «è impresa ardua», perché vi si consuma un fatto religioso, «ma non si consegna speranza ai fedeli». E poi un accento positivo: «La misericordia che libera è una forza mite e possente che rimette la mia barca sul filo della corrente, che fa ripartire la carovana al levar del sole; non un colpo di spugna sul passato, ma un colpo di vento verso il futuro, che insegna respiri, apre sentieri».

Il vescovo Maniago, presentando il programma della settimana, aveva dichiarato che questo appuntamento «vuol contribuire a indicare con forza l’unica risposta alle troppe situazioni di conflitto, di violenza e terrore che colpiscono soprattutto innocenti, creando un clima di sgomento e di sofferenza». E proseguiva: «Il nostro mondo ha bisogno di riconciliazione e il Signore è pronto, nella sua instancabile misericordia, a renderci tutti strumenti perché altri possano ricevere e sperimentare lo stesso dono». Concetto ribadito alla celebrazione dei vespri che hanno ufficialmente aperto la settimana liturgica: «Se ci lasciamo riconciliare, diventiamo noi stessi più capaci di misericordia e operatori di riconciliazione. La vita rigenerata dalla misericordia di Dio nell’azione liturgica, si realizza poi come riconciliazione in forme di interazione sociale, di perdono, di solidarietà, di impegno per la pace e la salvaguardia del creato».

Anche il vescovo Nunzio Galantino si è espresso sulla stessa linea nell’omelia del 23 agosto: «Sentirci richiamare all’esercizio della misericordia, in tempi come i nostri attraversati da forti spinte egoistiche e di chiusura, vuol dire – ha dichiarato il segretario generale della CEI – sentirsi richiamati alla carità come arte dell’incontro, come arte della relazione, come arte del vivere, ma significa soprattutto sollecitare un soprassalto di umanità per non permettere al cinismo, alla barbarie e all’indifferenza di avere la meglio».

Per questo – ha dichiarato Enzo Bianchi nella relazione conclusiva della settimana – «noi cristiani oggi dovremmo tentare di dare alla misericordia e alla riconciliazione una valenza sociale, a volte politica».

Tre relatori si sono soffermati esplicitamente sul sacramento della penitenza: Ildebrando Scicolone, Silvano Sirboni e il vescovo di Novara, Franco Giulio Brambilla. Potremmo sintetizzare i loro interventi nello slogan “dal rito alla vita”. La penitenza infatti è una virtù che va oltre il sacramento. Senza questo “oltre” – ha spiegato il vescovo Brambilla – lo stesso sacramento è costretto a rinchiudersi della dinamica confessio-absolutio, la quale non può non affrontare la questione del superamento del peccato e della ricostruzione della propria storia cristiana».

I gruppi di lavoro si sono confrontati sull’interrogativo “Quale misericordia e quali riconciliazioni più urgenti oggi”, declinato in quattro aree: nella famiglia, nella comunità parrocchiale, con la vita e con il mondo, con le confessioni cristiane e con le altre religioni.

Ai 300 convegnisti è stato dato l’appuntamento a Roma per la 68ª settimana liturgica. Sarà l’occasione per celebrare e festeggiare i settant’anni di vita del CAL.

settimananews.it

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Il Papa per il giubileo continentale americano. Pedagogia della misericordia

L’Osservatore Romano
Si è aperta sabato 27 agosto a Bogotá, in Colombia, la celebrazione continentale del giubileo straordinario della misericordia. Organizzate dalla Pontificia Commissione per l’America latina, insieme con il Consiglio episcopale latinoamericano (Celam), in collaborazione con gli episcopati degli Stati Uniti d’America e del Canada, le giornate giubilari si concluderanno martedì 30. Ai partecipanti il Papa ha inviato un videomessaggio di cui pubblichiamo il testo in una traduzione dallo spagnolo.
Apprezzo l’iniziativa del Celam e della Cal, in contatto con gli episcopati degli Stati Uniti e del Canada — mi ricorda il Sinodo d’America — che ha permesso di celebrare come continente il Giubileo della Misericordia.
Mi rallegra sapere che hanno potuto partecipare tutti i Paesi d’America. Di fronte a tanti tentativi di frammentazione, di divisione e di scontro tra i nostri popoli, queste istanze ci aiutano ad aprire orizzonti e a stringerci più e più volte la mano; un grande segno che ci incoraggia nella speranza. Per iniziare, mi tornano in mente le parole dell’apostolo Paolo al suo discepolo prediletto: «Rendo grazie a colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al mistero: io che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo senza saperlo, lontano dalla fede; così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù. Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità» (1 Tm 1, 12-16).
Questo dice a Timoteo nella sua prima lettera, capitolo primo, versetti 12-16. E, dicendolo a lui, vuole dirlo a ognuno di noi. Parole che sono un invito, anzi direi una provocazione. Parole che vogliono spingere Timoteo, e tutti quelli che le ascolteranno nel corso della storia, ad agire. Sono parole dinanzi alle quali non restiamo indifferenti, al contrario, mettono in moto tutta la nostra dinamica personale.
E Paolo lo dice chiaramente: Gesù Cristo è venuto nel mondo per salvare i peccatori, e lui si ritiene il peggiore. Ha una chiara coscienza di chi è, non nasconde il suo passato e neppure il suo presente. Ma questa descrizione di se stesso non la fa né per colpevolizzarsi né per giustificarsi, e neppure per gloriarsi della sua condizione. È l’inizio della lettera, già nei versetti precedenti ha raccomandato a Timoteo di non badare a «favole e a genealogie interminabili», a «fatue verbosità», avvertendo che tutte finiscono in dispute, in scontri. L’importante non è — come potremmo pensare a prima vista — il suo essere peccatore, ma che Timoteo, e con lui ognuno di noi, possa porsi in quella stessa sintonia. In termini calcistici, potremmo dire: mette la palla al centro perché un altro la colpisca. Ci “passa la palla” perché possiamo condividere la sua stessa esperienza: nonostante tutti i miei peccati “mi è stata usata misericordia”.
Abbiamo l’opportunità di stare qui, perché con Paolo possiamo dire: ci è stata usata misericordia. In mezzo ai nostri peccati, i nostri limiti, le nostre pochezze; in mezzo alle nostre molteplici cadute, Gesù Cristo ci ha visti, si è avvicinato, ci ha dato la mano e ci ha usato misericordia con noi. Con chi? Con me, con te, con te, con te, con tutti. Ognuno di noi potrà fare memoria, ripassando tutte le volte che il Signore lo ha visto, lo ha guardato, gli si è avvicinato e lo ha trattato con misericordia. Tutte le volte che il Signore ha confidato nuovamente in lui, ha scommesso nuovamente su di lui (cfr. Ezechiele, 16). Mi torna in mente il capitolo 16 di Ezechiele, quel non stancarsi di puntare su ognuno di noi del Signore. Ed è questo che Paolo chiama dottrina sicura — curioso! — questo è dottrina sicura: ci è stata usata misericordia. È questo il fulcro della sua Lettera a Timoteo. Nell’attuale contesto giubilare quanto bene ci fa ritornare su questa verità, rammentare come il Signore nel corso della nostra vita si è avvicinato a noi e ci ha usato misericordia, mettere al centro il ricordo del nostro peccato e non dei nostri presunti successi, crescere in una consapevolezza umile e non colposa della nostra storia di distanze — la nostra, non quella altrui, non quella di chi ci sta accanto, e ancor meno quella del nostro popolo —, e tornare a meravigliarci della misericordia di Dio. Questa è parola sicura, è dottrina sicura e non parole vuote.
C’è una particolarità nel testo che vorrei condividere con voi. Paolo non dice: “Il Signore mi parlò o mi disse”, “il Signore mi fece vedere o imparare”. Dice: “mi trattò con”. Per Paolo il suo rapporto con Gesù è suggellato dal modo in cui lo ha trattato. Lungi dall’essere un’idea, un desiderio, una teoria — e anche un’ideologia — la misericordia è un modo concreto di “toccare” la fragilità, di vincolarci agli altri, di avvicinarci tra noi. È una maniera concreta d’immedesimarsi nelle persone quando stanno “in un brutto periodo”. È un’azione che porta a dare il meglio di sé affinché gli altri si sentano trattati in modo tale da poter sentire che nella loro vita non è stata ancora detta l’ultima parola. Trattati in modo tale che chi si è sentito schiacciato dal peso dei propri peccati, provi il sollievo di una nuova possibilità. Lungi dall’essere una bella frase, è l’azione concreta con cui Dio vuole relazionarsi con i propri figli. Paolo utilizza qui la voce passiva e — scusate la pedanteria di questo riferimento un po’ ricercato — il tempo aoristo — scusate la traduzione un po’ referenziale — ma si potrebbe ben dire “sono stato misericordiato”. La voce passiva pone Paolo nella condizione di recettore dell’azione dell’altro; lui non fa altro che lasciarsi misericordiare. L’aoristo dell’originale ci ricorda che in lui quell’esperienza è avvenuta in un momento preciso che ricorda, di cui è grato e che festeggia.
Il Dio di Paolo genera il movimento che va dal cuore alle mani, il movimento di chi non ha paura di avvicinarsi, non ha paura di toccare, di accarezzare; e tutto ciò senza scandalizzarsi né condannare, senza escludere nessuno. Un’azione che si fa carne nella vita delle persone.
Capire e accettare ciò che Dio fa per noi — un Dio che non pensa, ama e agisce mosso dalla paura, ma perché confida in noi e attende la nostra trasformazione — deve forse essere il nostro criterio ermeneutico, il nostro modo di operare: «va’ e anche tu fa’ lo stesso» (Luca, 10, 37). Il nostro modo di agire verso gli altri allora non sarà mai un’azione basata sulla paura ma sulla speranza che Lui ha nella nostra trasformazione. E chiedo: speranza di trasformazione o paura? Un’azione basata sulla paura l’unica cosa che ottiene è separare, dividere, voler distinguere con precisione chirurgica un lato dall’altro, costruire false sicurezze e quindi costruire recinti. Un’azione basata sulla speranza di trasformazione, sulla conversione, incoraggia, stimola, guarda al domani, genera spazi di opportunità, sprona. Un’azione basata sulla paura è un’azione che pone l’accento sulla colpa, sul castigo, sull’“hai sbagliato”. Un’azione basata sulla speranza di trasformazione pone l’accento sulla fiducia, sull’apprendere, sull’alzarsi; sul cercare sempre di generare nuove opportunità. Quante volte? Settanta volte sette. Perciò l’atteggiamento misericordioso risveglia sempre la creatività. Pone l’accento sul volto della persona, sulla sua vita, sulla sua storia, sulla sua quotidianità. Non si sposa con un modello o con una ricetta, ma possiede la sana libertà di spirito di cercare il meglio per l’altro, nel modo in cui la persona può capirlo. E questo attiva tutte le nostre capacità, tutto il nostro ingegno, ci fa uscire dal nostro recinto. Non è mai fatua verbosità — con le parole di Paolo — che c’intrappola in dispute interminabili. L’azione basata sulla speranza di trasformazione è un’intelligenza inquieta che fa palpitare il cuore e dà urgenza alle nostre mani. Palpitìo al cuore e urgenza alle nostre mani. Il cammino che va dal cuore alle mani.
Vedendo Dio agire così, ci può succedere quello che è successo al figlio maggiore della parabola del Padre misericordioso: ci scandalizziamo per il trattamento che il padre riserva al figlio minore che ritorna. Ci scandalizziamo perché lo ha accolto a braccia aperte, perché lo ha trattato con tenerezza e gli ha fatto indossare gli abiti migliori, poiché era tanto sporco. Ci scandalizziamo perché vedendolo tornare, lo ha baciato e ha fatto festa. Ci scandalizziamo perché non lo ha punito ma lo ha trattato per quel che era: un figlio.
Iniziamo a scandalizzarci — succede a tutti noi, è come un processo, no? — iniziamo a scandalizzarci quando appare l’Alzheimer spirituale; quando ci dimentichiamo di come il Signore ci ha trattati, quando iniziamo a giudicare e a dividere la società. C’invade una logica separatista che, senza rendercene conto, ci porta a fratturare ancora di più la nostra realtà sociale e comunitaria. Fratturiamo il presente costruendo “fazioni”. C’è la fazione dei buoni e quella dei cattivi, quella dei santi e quella dei peccatori. Questa perdita di memoria ci fa pian piano dimenticare la realtà più ricca che abbiamo e la dottrina più chiara da difendere. La realtà più ricca e la dottrina più chiara. Anche se siamo peccatori, il Signore non ha smesso di trattarci con misericordia. Paolo non ha mai smesso di ricordare che lui stava dall’altra parte, che è stato scelto all’ultimo, come il frutto di un aborto. La misericordia non è una “teoria da sfoderare”: “Ah!, ora va di moda parlare di misericordia per questo giubileo e, va bene, seguiamo la moda”. No, non è una teoria da sfoderare perché si applauda la nostra condiscendenza, ma è una storia di peccato da ricordare. Quale? La nostra, la mia, la tua. E un amore da lodare. Quale? Quello di Dio, che mi ha usato misericordia.
Siamo inseriti in una cultura fratturata, in una cultura che respira scarti. Una cultura viziata dall’esclusione di tutto ciò che può attentare contro gli interessi di pochi. Una cultura che sta lasciando lungo il cammino volti di anziani, di bambini, di minoranze etniche che sono viste come minacce. Una cultura che poco a poco promuove la comodità di pochi con l’aumento della sofferenza di molti. Una cultura che non sa accompagnare i giovani nei loro sogni, narcotizzandoli con promesse di felicità eteree, e che nasconde la memoria viva degli anziani. Una cultura che ha sprecato la saggezza dei popoli indigeni e che non ha saputo custodire la ricchezza delle loro terre.
Tutti ce ne rendiamo conto, sappiamo di vivere in una società ferita, nessuno lo mette in dubbio. Viviamo in una società che sanguina e il costo delle sue ferite di solito finiscono col pagarlo i più indifesi. Ma è proprio in questa società, in questa cultura che il Signore ci invia. Ci invia e ci spinge a portare lì il balsamo della “sua” presenza. Ci invia con un solo programma: usarci misericordia, renderci vicini a quelle migliaia di indifesi che camminano nella nostra amata terra americana proponendo un atteggiamento diverso. Un atteggiamento nuovo, cercando di far sì che il nostro modo di relazionarci s’ispiri a quello sognato da Dio, a quello attuato da Dio. Un modo di trattare basato sul ricordo del fatto che tutti veniamo da luoghi remoti, come Abramo, e tutti siamo stati condotti fuori da luoghi di schiavitù, come il popolo di Israele.
Continua a riecheggiare in noi tutta l’esperienza vissuta ad Aparecida, e l’invito a rinnovare il nostro essere discepoli missionari. Molti di noi hanno parlato del discepolato, molti di noi si sono interrogati su come promuovere una catechesi del discepolato e missionaria. Paolo ci dà una chiave interessante: l’atteggiamento misericordioso. Ci ricorda che ciò che ha fatto di lui un apostolo è stato questo atteggiamento, il modo in cui Dio si è avvicinato alla sua vita: “mi è stata usata misericordia”. A renderlo discepolo è stata la fiducia che Dio ha risposto in lui nonostante i suoi molti peccati. E questo ci ricorda che possiamo avere i migliori piani, i migliori progetti e teorie nel pensare la nostra realtà, ma se ci manca questo “atteggiamento misericordioso” la nostra pastorale resterà troncata a metà strada.
È in questo che si mettono in gioco la nostra catechesi, i nostri seminari — insegniamo ai nostri seminaristi questo modo di trattare con misericordia? —, la nostra organizzazione parrocchiale e la nostra pastorale. È in questo che si mettono in gioco la nostra azione missionaria e i nostri piani pastorali. È in questo che si mettono in gioco le nostre riunioni presbiteriali e persino il nostro modo di fare teologia: nell’imparare ad avere un atteggiamento misericordioso, un modo di relazionarci che giorno dopo giorno dobbiamo chiedere — perché è una grazia —, che giorno dopo giorno siamo invitati a imparare. Un atteggiamento misericordioso tra noi vescovi, presbiteri e laici. Siamo in teoria “missionari della misericordia” e molte volte sappiamo più di “cattivi trattamenti” che di buoni trattamenti. Quante volte ci siamo dimenticati nei nostri seminari di promuovere, accompagnare e stimolare una pedagogia della misericordia e che il cuore della pastorale è l’atteggiamento misericordioso. Pastori che sappiano trattare e non maltrattare. Ve lo chiedo per favore: pastori che sappiano trattare e non maltrattare.
Oggi in modo particolare siamo invitati a un atteggiamento misericordioso verso il santo Popolo fedele di Dio — che sa bene di essere misericordioso perché è memorioso —, verso le persone che si avvicinano alle nostre comunità, con le loro ferite, i loro dolori e le loro piaghe. E anche con la gente che si avvicina alle nostre comunità e che cammina ferita lungo le vie della storia, sperando di ricevere questo trattamento misericordioso. La misericordia s’impara con l’esperienza — in noi prima di tutto — come in Paolo: lui ha mostrato tutta la sua misericordia, lui ha mostrato tutta la sua paziente misericordia. S’impara sentendo che Dio continua e confidare in noi e continua a invitarci a essere suoi missionari, continua a inviarci perché trattiamo i nostri fratelli nello stesso modo in cui Lui ci tratta, in cui Lui ci ha trattati, e ognuno di noi conosce la propria storia, può andare lì e fare memoria. La misericordia s’impara, perché il Padre continua a perdonarci. Esiste già troppa sofferenza nella vita dei nostri popoli perché ne aggiungiamo altre ancora. Imparare a trattare con misericordia è imparare dal Maestro a renderci vicini, senza aver paura di quelli che sono stati scartati o che sono “macchiati” e segnati dal peccato. Imparare a dare la mano a chi è caduto, senza aver paura dei commenti. Ogni atteggiamento non misericordioso, per quanto giusto appaia, finisce col diventare maltrattamento. L’ingegno starà nel potenziare i cammini di speranza, quelli che privilegiano l’atteggiamento buono e fanno risplendere la misericordia.
Cari fratelli, questo incontro non è un congresso, un meeting, un seminario o una conferenza. Questo nostro incontro è una celebrazione: siamo stati invitati a celebrare il modo in cui Dio tratta ognuno di noi e il suo popolo. Perciò credo sia il momento buono per dire insieme: “Signore, mi sono lasciato ingannare, in mille maniere sono fuggito dal tuo amore, però sono qui un’altra volta per rinnovare la mia alleanza con te. Ho bisogno di te. Riscattami di nuovo Signore, accettami ancora una volta fra le tue braccia redentrici” (Evangelii gaudium, n. 3).
Ringraziamo, come fa Paolo con Timoteo, perché Dio affida a noi il compito di ripetere con il suo popolo gli enormi gesti di misericordia che Egli ha avuto e ha verso di noi, e perché questo incontro ci aiuti ad uscire rafforzati nella convinzione di trasmettere la dolce e confortante gioia del Vangelo della misericordia.
L’Osservatore Romano, 27-28 agosto 2016.

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