In questa esperienza estiva privilegiata di incontro con i giovani sapremo fare tesoro di quanto la Chiesa ha vissuto in due anni abbondanti di percorso sinodale?

vinonuovo.it

Si aprono in questi giorni le esperienze che in tutta Italia chiamiamo con vari nomi, da Grest a oratorio feriale a campo estivo… ovunque, con la fine della scuola, la comunità cristiana apre i suoi spazi e mette a servizio la sua ricchezza educativa per accompagnare, nel tempo estivo, i bambini, i ragazzi, gli adolescenti.

Questo sarà il primo Grest dopo il Sinodo dei giovani… cambierà qualcosa? Sapremo fare tesoro di quanto la Chiesa ha vissuto in due anni abbondanti di percorso sinodale?

Perché, giova dirlo, se non iniziamo a fare piccoli o grandi passi a partire dal quotidiano, nulla potrà realmente mutare nel nostro approccio ai giovani.

Forse cambieremo per necessità, dati i numeri dei consacrati e dei volontari in diminuzione, o forse cambieremo per convinzione profonda, per obbedienza, per ascolto… ma vale la pensa chiedersi: il Sinodo cosa ha portato di nuovo nel tempo estivo? Perché questi sono i mesi dell’anno in cui la Chiesa ha la possibilità di entrare veramente in contatto con molti ragazzi che, senza dubbio, bussano animati da molteplici interessi e motivi, non tutti certamente spirituali o ‘canonici’. Ma credo che la sfida stia proprio qui: avere a che fare con uno spaccato abbastanza realista del mondo giovanile di oggi nel momento privilegiato del tempo libero, un poco immuni da stress scolastici, sportivi, e anche ‘sacramentali’ (come può essere l’iniziazione cristiana).

Per diverse settimane i ragazzi porteranno vita in ambienti che durante l’anno sono sovente silenziosi e malinconici; genereranno energia e caos; caricheranno gli adulti di attese; potranno sorprenderci e deluderci; avremo a che fare con i loro genitori magari poco collaborativi (purtroppo).

Ma nel frattempo c’è stato un Sinodo e un’esortazione postsinodale che ha parlato di coinvolgimento, di linguaggi nuovi, di Chiesa giovane, di giovani da non tenere prigionieri in oratori e centri parrocchiali, ma da lanciare nel mondo.

Sapremo essere all’altezza? Sapremo dare loro non tanto ospitalità, ma dignità? Saremo in grado di far capire che la Chiesa è anche loro? Che hanno il diritto di farsi sentire, di portare la loro vita spesso un po’ ferita, confusa, contraddittoria (come quelle di tutti) al centro del nostro mondo ecclesiale? Sapremo puntare sull’essenziale, offrendo anche momenti di solidarietà, senza dimenticare il silenzio e la preghiera? Sapremo essere adulti che accompagnano senza soffocare la libertà? Sapremo non solo pensare a proposte nuove, ma anche pensare di lasciare a loro la regia delle proposte?

Sapremo, soprattutto, rischiare? Avremo il coraggio di lasciare spazio alla creatività dei giovani?

È faticoso, richiede tanta fiducia e tanta speranza. Ma non possiamo ritrarci: il passato non tornerà; dobbiamo costruire il futuro.

I prossimi mesi possono essere il primo frutto concreto del Sinodo. Se sapremo metterci in ascolto dello Spirito e tentate qualche nuovo sentiero.

Non siamo soli: siamo una Chiesa in cammino nel tempo della Pentecoste. L’icona di Emmaus ce lo ricorda: il Signore ci si fa accanto se ci mettiamo in cammino, non se restiamo fermi.

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GIOVANI Educazione: p. Cucci (La Civiltà Cattolica), “i videogiochi possono avere un ruolo importante in chiave pedagogica”

agensir

I videogiochi possono rivestire un ruolo di “grande importanza” in “sede pedagogica”. Il loro “potere di attrazione può fare di essi un efficace canale di educazione, socializzazione e trasmissione dei valori a livello etico e religioso, in una maniera capace di unire competenza, coinvolgimento e motivazione”. A sottolinearlo è padre Giovanni Cucci, scrittore de “La Civiltà Cattolica” che, senza nascondere i lati negativi alla base del “meccanismo della dipendenza patologica”, mette in luce la capacità dei videogiochi di “creare un mondo nuovo, come pure di destabilizzare quello sinora conosciuto”. Essi, spiega in un articolo sul numero di maggio, trasmettono “sempre dei contenuti, anzitutto etici: ci sono i buoni e i cattivi, gli eroi e i codardi, i fedelissimi e i traditori”. Sebbene “on line ce ne sono alcuni che certamente favoriscono la versione ‘romantica’ della guerra e della violenza, come un facile tiro al bersaglio, o la soluzione finale al problema del male eliminando i cattivi”, ci sono “videogiochi che mostrano in maniera altrettanto efficace l’assurdità e l’inutilità della guerra”. Si tratta, osserva p. Cucci, “di prodotti che rivisitano criticamente la descrizione dei conflitti in termini di avventura eccitante ed eroica, e soprattutto evidenziano il risvolto etico di tali problematiche”. “Alcuni, chiamati serious game (giochi di tipo educativo), promuovono l’altruismo e lo sviluppo, consentono di riconoscere le proprie capacità e risorse, mettendole a disposizione di altri”, continua il gesuita evidenziando la possibilità “di comprendere i grandi problemi dell’attualità in chiave etica”.

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Giovani e lavoro. Stop al posto fisso, attratti dall’autoimprenditorialità

Stop al posto fisso, attratti dall'autoimprenditorialità

Avvenire

Animati da una spiccata propensione all’altruismo sia nella dimensione privata che nella sfera pubblica, i giovani mostrano un rinnovato interesse per la politica, sono informati e sanno motivare le proprie opinioni. Critici verso un’Europa in cui ritengono che l’Italia conti poco o nulla e da cui si aspettano un impegno attivo sulla questione dei migranti, auspicano un cambiamento e per questo andranno a votare in massa il prossimo 26 maggio. Sul modello di Greta Thunberg, si candidano al ruolo di attori protagonisti del presente. Questo il ritratto della generazione tracciato dal VII Rapporto di ricerca realizzato dall’Osservatorio “Generazione Proteo” della Link Campus University, che quest’anno ha intervistato circa 10mila studenti italiani tra i 17 e i 19 anni. «La nostra ricerca – dichiara il prof. Nicola Ferrigni, direttore dell’Osservatorio “Generazione Proteo” – conferma il permanere di un disallineamento tra il mondo adulto e i giovani, cui tuttavia questi ultimi rispondono rivelando un inarrestabile desiderio di reazione, che abbiamo sintetizzato nella definizione di “giovani re-attori”. Tuttavia, nel loro candidarsi ad attori protagonisti del presente, i nostri giovani hanno bisogno di essere legittimati in questo ruolo dal mondo adulto e dalle Istituzioni. La generazione dei re-attori ci ha lanciato un assist e sta a noi, mondo adulto, scegliere se sostenere o meno la sua candidatura. Ma con la consapevolezza che, in assenza di un tempestivo riscontro, i giovani (questo ci dice la nostra ricerca) sceglierebbero, se potessero, di vivere un’altra epoca o di nascere in un altro Paese». I risultati del VII Rapportosono stati presentati nel corso della conferenza stampa nel corso della quale sono intervenuti il presidente della Link Campus University Vincenzo Scotti, il prof. Fabrizio Fornari (Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio” di Chieti-Pescara), la prof.ssa Anna Maria Giannini (Sapienza-Università di Roma), il giornalista David Parenzo. A concludere i lavori il vice ministro del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, prof. Lorenzo Fioramonti. La conferenza stampa ha aperto ufficialmente la IV edizione di #ProteoBrains, la “due giorni” annuale di confronto e dibattito tra centinaia di studenti, provenienti da tutta Italia, e che quest’anno ha ospitato ai tavoli tematici dieci special guest espressione della cultura del suono (musicisti, doppiatori, sound designer, speaker eccetera).

Europa. Due pesi, due misure. Lontani da giudizi netti sull’Europa, i giovani intervistati tendono a privilegiare posizioni più sfumate che, se da un lato abbracciano un’interpretazione positiva dell’Unione Europea vista come una potenza internazionale (21%) e come garante della sicurezza in caso di conflitti (18,9%), dall’altro ne mettono in luce criticità e defezioni. Il giudizio complessivo sull’Europa appare infatti viziato non soltanto dalla percezione di una confederazione in cui tutti gli Stati non hanno lo stesso peso (25,3%) – a cominciare dall’Italia che il complessivo 59,4% circa degli intervistati giudica “per nulla” (9,3%) o “poco” (50,1%) influente – ma anche dall’opinione diffusa di una incapacità di gestione dell’emergenza immigrazione (20,3%). Proprio sulla questione della chiusura dei porti ai migranti, gli intervistati tornano a rimarcare il compito imprescindibile dell’Europa nel dipanare una problematica complessa (37,6%). Sempre su questo argomento il 24,4% dei giovani si dichiara a favore della chiusura dei porti, laddove il 22,1% lo condanna come un gesto ritenuto indegno di un Paese democratico.

Elezioni europee: tutti alle urne per dovere civico. Alla vigilia delle elezioni europee, gli intervistati sembrano comunque avere le idee chiare sulla loro partecipazione alla consultazione elettorale: l’80% di loro si recherà infatti alle urne, principalmente perché – e in maniera del tutto speculare a quanto emerso nel VI Rapporto di ricerca (2018) con riferimento alle elezioni politiche – “votare costituisce un dovere civico” (76,6%). No all’“Italexit”, sì all’Unione culturale europea. In larga misura favorevoli all’Europa, solo pochi intervistati vorrebbero una “Italexit”: l’80% circa voterebbe infatti “no” a un referendum che decreterebbe l’uscita del nostro Paese dall’Europa, mentre è meno netto il giudizio sull’uscita dall’Euro, preferita da uno studente su tre (34,8%). Oltre che per la sua dimensione politica, l’Europa viene percepita dai giovani anche come un processo culturale, come suggerito da quegli intervistati per i quali essere cittadini europei significa “costruire una cultura condivisa” (31%), mentre passano in secondo piano gli aspetti economici (18,6%).

Interesse per la politica: segnali di ripresa. I giovani mostrano segnali di una rinnovata attenzione nei confronti della politica, contrariamente al sentire comune. La percentuale di coloro che si dichiarano interessati alla politica risulta infatti significativa e, seppur ancora confinata a un limitato segmento della popolazione giovanile, fa registrare una decisa impennata, crescendo dal 30% del 2016 al 41% nel 2019, con un incremento complessivo dunque di 11 punti percentuali in tre anni.

Troppo diversi, non dureranno a lungo.
 Consapevoli delle profonde differenze esistenti tra le forze politiche che compongono l’attuale esecutivo, i giovani esprimono perplessità quando si parla dell’alleanza di governo, che per i più non durerà a lungo (32,8%). I più critici ritengono invece che l’alleanza rappresenti solo un modo per spartirsi le poltrone (27,5%). Ma non manca chi plaude al suo operato ritenuto in linea con le promesse elettorali (10,7%) e chi considera il contratto un “modello di governo” per il futuro (8,4%).
Le priorità del Governo. La lotta alla povertà è in cima alla lista delle priorità che gli intervistati assegnano al governo (21,7%), seppure si tratta di una classifica in cui fatica a emergere una specifica esigenza, giacché il ventaglio delle priorità per i giovani risulta vasto e ricomprende al suo interno tanto la già citata lotta alla povertà, quanto il contrasto alla criminalità (15,9%), la riduzione delle tasse (14,4%), la gestione dell’immigrazione (12,9%), le politiche per l’occupazione (12,7%), la riduzione dell’evasione fiscale (10,3%), le politiche per l’ambiente (10%).

Reddito di cittadinanza: due giovani su tre sono favorevoli. Ben vengano politiche come il “reddito di cittadinanza” che raccoglie i favori del complessivo 67,2% degli intervistati e che, in presenza dei necessari controlli (37,7%), contribuirà non solo a rilanciare l’economia (9,2%), ma anche a ridare dignità alle persone (20,3%). Complessivamente circa la metà degli studenti ne farebbe richiesta, perché non rinuncerebbe a un aiuto economico (20,5%) e perché ritiene che si tratti di un’opportunità e di un supporto alla ricerca del lavoro (23,4%).

Favorevoli alla legittima difesa. La quasi totalità dei giovani intervistati ritiene giusto sparare a un ladro che entra in casa, anche se i più legittimano tale comportamento solo in presenza di un reale e oggettivo pericolo di vita (44,4%). Per contro vi è un complessivo 12,8% di contrari per i quali sparare rappresenta un comportamento sbagliato in qualsiasi situazione (4,2%), e secondo cui non può esserci giustizia fai-da-te in un Paese democratico (8,6%).

Bye bye “posto fisso”. Pensando al proprio futuro, la povertà spaventa (22,1%). Non a caso, chiamati a indicare un’immagine per esprimere l’idea del disagio sociale, gli intervistati scelgono quella del suicidio di un padre di famiglia che ha appena perso il lavoro (33,4%) o di un anziano che rovista nella spazzatura (25,4%). Ma è soprattutto con il timore di un lavoro non coerente con i propri sogni (41%) che gli intervistati fanno i conti. Un lavoro cui i giovani guardano in modo diverso rispetto al passato, rifuggendo la sicurezza del “posto fisso” che per la metà degli intervistati assume un’accezione negativa, giacché non rinuncerebbero alle proprie ambizioni per il fantomatico “posto fisso” (29%), faticherebbero a fare lo stesso lavoro per tutta la vita (6,2%), così come sono convinti che ormai il lavoro piuttosto che cercarlo, bisogna crearselo (14,9%). Per contro, a difendere il “posto fisso” sono quei giovani che vedono in un lavoro sicuro l’unico modo per fare progetti futuri (33,7%).

Il lavoro si crea a partire dalle passioni.
 D’altra parte, i giovani guardano in modo nuovo al mercato del lavoro: attratti dall’idea di fondare una start up, considerata un’opportunità di crescita personale e professionale (23,4%), nonché un’occasione per diventare imprenditori di sé stessi (21,5%), restano affascinati anche dalle nuove professioni. Come quella dell’influencer, al quale i giovani riconoscono il talento di aver trasformato un hobby in un business (40,9%) e che, lungi dall’essere solo una moda (14,4%), viene considerato il lavoro del futuro (9,4%). Un’opinione condivisa anche per un’altra figura professionale, quale quella del gamer: a fronte infatti di un complessivo 20% circa che dichiara di “video-giocare” – chi a livello professionistico (3,5%), chi in maniera amatoriale (15,6%) – è opinione diffusa che si tratti di persone che hanno avuto il grande merito di far fruttare una passione personale (48,5%), riuscendo quindi a lavorare divertendosi (15,8%).

Pena di morte. Si attesta a livelli ancora molto elevati la percentuale dei giovani favorevoli alla pena di morte (28,4%), nonostante un sensibile calo rispetto al passato (34,5% nel 2018). Tra le motivazioni a sostegno della pena capitale, la convinzione che un grave crimine vada ripagato con la propria stessa vita (51,6%), che possa essere un deterrente in grado di favorire la riduzione dei crimini (17,3%), e che si tratti di uno strumento in grado di assicurare giustizia alle vittime e ai loro familiari (21%). C’è tuttavia da segnalare come, rispetto alle precedenti edizioni della ricerca, ad essere cresciuta sensibilmente è la percentuale dei giovani che si dichiarano contrari alla pena di morte: dal 35,8% del 2017 al 55,6% del 2019.

Scuola: centralità al ruolo degli insegnanti, a loro giudizio “sottopagati”. I giovani intervistati investono i propri insegnanti di grandi responsabilità, non mancando di riconoscere l’importanza e l’autorità del loro ruolo: se infatti oltre uno studente su tre ritiene quello dell’insegnante uno dei mestieri più importanti (35,1%), e che richiede una vocazione (25,5%), i giovani sono consapevoli che si tratti però di un lavoro spesso sottovalutato oltre che sottopagato (30,3%). L’importanza della figura degli insegnanti è riconosciuta dagli stessi genitori secondo i quali – riferiscono gli intervistati – dovrebbe essere sempre rispettata la loro autorità (37,4%), nonché il loro ruolo, insieme a quello della famiglia, nell’educazione dei ragazzi (37,3%).

Alternanza scuola-lavoro: una buona opportunità, solo se migliorata.Giudizi contrastanti sull’alternanza scuola-lavoro, che raccoglie i favori di chi la ritiene un’opportunità per avvicinarsi al mondo del lavoro (29,6%) e per arricchire il percorso di studi affiancando la pratica alla teoria (13,3%), ma anche le lamentele di quanti invece la reputano una perdita di tempo (36,3%), oltre che un’occasione data alle aziende per avere manodopera senza costi (7,8%).

Regionalizzazione dell’istruzione. Decisamente più critici invece rispetto alla regionalizzazione dell’istruzione: i giovani credono infatti in una didattica universale e con programmi scolastici uguali per tutti (30,4%), e sono preoccupati delle conseguenze che un simile provvedimento potrebbe produrre in termini di un ulteriore divario tra le Regioni più ricche e quelle meno abbienti (29,1%).

Smartphone a scuola: plebiscito contro il divieto. La dipendenza dei ragazzi dallo smartphone emerge prepotentemente in riferimento ad alcuni comportamenti “devianti” messi in atto a scuola: se infatti quasi 1 studente su 4 (23,7%) dichiara di non riuscire a concentrarsi nello studio senza avere accanto il cellulare, ben 1 studente su 3 (33,9%) non riesce a seguire un’intera lezione senza guardare il proprio smartphone, cui si aggiunge chi controlla le notifiche persino durante le interrogazioni (11,5%). Motivo per cui vi è un plebiscito contro il divieto di utilizzo a scuola dello smartphone (78,7%).

Hate-speech: fake news e minacce social alla reputazione. Riflesso della degenerazione della nostra società (32,9%), l’utilizzo e l’esasperazione dei toni e dei linguaggi violenti appartiene, secondo i giovani, soprattutto alla Rete e ai social network (37,6%), molto più che alla politica (20%) o alla televisione (12,8%), ma nonostante ne facciano quotidianamente esperienza, uno studente su tre non sa cosa sia l’hate-speech (32,7%). Ma la Rete si sa, nasconde molte insidie tra le quali preoccupa maggiormente la diffusione di materiale riservato o intimo (27,3%), mentre spaventano meno il furto di identità (15,2%) o la violazione dell’account social (14,6%). D’altra parte, secondo oltre la metà dei giovani Proteo (57%) è proprio la diffusione di foto, video, scherzi offensivi, sia online che offline, a danneggiare la reputazione di un ragazzo oggi, più di un fisico non attraente (12,6%). Tra le altre minacce della Rete non possono non essere menzionate le fake news, considerate anch’esse pericolose e in grado di minare la reputazione di una persona (24%) e che oggi trovano, secondo gli intervistati, terreno fertile tanto nella volontà di condizionare negativamente fatti o personaggi pubblici o politici (27,5%), quanto nella superficialità della condivisione online dei contenuti (26,9%) e nella costante ricerca dei “like” (23,2%).

L’altruismo come stile di vita. Tra i compiti più importanti affidati ai genitori, quello di insegnare ai propri figli ad aiutare gli altri (45,3%), un’esigenza che si rispecchia nell’alta percentuale di intervistati impegnati attualmente in attività di volontariato (36,2%) o che vorrebbero esserlo in futuro (33,3%), e che vedono nella solidarietà uno strumento per provare a cambiare il mondo che li circonda (32,5%) o fare qualcosa di concreto per la società in cui vivono (26,9%). Quest’apertura all’altro si riflette anche nell’elevato parere favorevole alla donazione degli organi (89,4%), così come nell’atteggiamento degli intervistati che, accanto a una persona disabile vorrebbero e proverebbero in qualche modo a essere utili (39,3%), e che rispetto alla controversia sui vaccini assumono una chiara presa di posizione a favore, avendo a cuore la salvaguardia della salute di tutti (44,5%) e, soprattutto, di quella dei bambini (35,5%). “Altruismo”, peraltro, fa rima non solo con “solidarietà”, ma anche con “inclusione”. Soprattutto nei confronti degli omosessuali, che per la maggioranza degli intervistati non hanno nulla che li renda diversi dagli altri (54,5%); semmai, come sostiene il 19,2%, essi contribuiscono a una società più aperta e nuova.

Il modello Greta. I giovani italiani plaudono inoltre all’iniziativa della giovane attivista svedese Greta Thunberg contro il cambiamento climatico e alla quale si riconosce il merito di aver portato all’attenzione del dibattito pubblico un tema così importante (40,5%) e di aver sollecitato l’impegno personale di altre persone seguendo il suo esempio (12,5%). Ciononostante, un giovane su quattro circa ritiene che la sua attività, seppur meritevole, non riuscirà a cambiare le cose e produrre effetti concreti e immediati (26,4%). Far sentire la propria voce è tuttavia importante (per 60,8% si tratta di “uno dei principi essenziali della società”), anche quando si tratta di esprimere il proprio dissenso. Quanto alle modalità attraverso cui fare ciò, la Rete resta lo strumento più efficace (39,2%), nonostante vi sia chi crede che il modo migliore per esprimere il proprio dissenso sia scendere in piazza (18,7%) o andare a votare (16,3%).

Sì o no? Favorevoli alla legalizzazione delle droghe leggere (53,9%), gli intervistati sono invece contrari all’acquisto di alcolici (72,3%) o sigarette (69,8%) da parte dei minorenni, così come esprimono perplessità sulla possibilità della patente di guida a 16 anni (47,4% i favorevoli, 38,1% i contrari). Consapevoli dell’importanza del sesso sicuro, sostengono l’iniziativa di distribuire preservativi a scuola (56,2%), mentre faticano a tenere separate la sfera della sessualità da quella dell’affettività, dal momento che i più ritengono il sesso meno divertente e soddisfacente in assenza di sentimenti (39,3%). Appoggiano le pratiche dell’aborto (60,8%), della fecondazione assistita (64%) e del suicidio assistito (51,6%); difendono in maniera decisa le unioni miste (84,1%); si dividono infine sull’opportunità di adozione di un figlio da parte di coppie omosessuali (47,2% i favorevoli, 33% i contrari).

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Lo studio. Giovani italiani più fragili dei coetanei europei: 29% non studia né lavora

Giovani italiani più fragili dei coetanei europei: 29% non studia né lavora

Povertà educativa, sottoccupazione e rassegnazione riguardo al futuro. Ha ancora molte ombre, la condizione dei giovani italiani, che esce dalla nuova versione del Rapporto dell’Istituto Toniolo, nelle librerie in questi giorni per le edizioni “Il Mulino”. Rispetto a dieci anni fa, all’inizio della Grande crisi, la situazione è ulteriormente peggiorata, con i Neet (i giovani che non studiano e non lavorano), passati dal 21,3% del 2007 al 29,1% attuale. In pratica, si legge in una nota del Toniolo, una generazione «è invecchiata peggiorando progressivamente la propria condizione e arrivando a superare i 30 anni di età con un carico di fragilità record in Europa. Se nel 2007 – prosegue l’analisi – all’età di 20-24 anni, il divario con la media europea era di circa 6 punti percentuali, risultava salito nel 2017, all’età di 30-34 anni, oltre i 10 punti percentuali».

Invecchiare senza vedere progressi

Di fatto troppi giovani italiani invecchiano senza vedere sostanziali progressi nella costruzione del proprio progetti di vita, ricorda il Toniolo. Con la conseguenza di «rivedere progressivamente al ribasso i propri obiettivi ma di rassegnarsi anche a non raggiungerli». Tanto che la percentuale di chi pensa che si troverà senza lavoro nel mezzo della vita adulta (a 45 anni) sale dal 12,6% di chi ha 21-23 anni al 34,9% di chi ha 30-34 anni. Si tratta del valore più alto in termini comparativi con gli altri grandi Paesi europei.

«Tempo di scelte deboli»

«La chiave di lettura di questa edizione del Rapporto Giovani – spiega il coordinatore scientifico Alessandro Rosina – è quella del presente, che può essere considerato come tempo di attesa inoperosa che qualcosa accada nella propria vita, come tempo di piacere, svago e interazione con gli altri, come tempo di scelte che impegnano positivamente verso il futuro personale e collettivo. Sono soprattutto tali scelte a risultare deboli oggi nei percorsi di vita di troppi giovani italiani».

Avvenire

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Giornata mondiale della gioventù. L’euforia dei pellegrini italiani conquista Panama

Christian Gennari / Siciliani

Christian Gennari / Siciliani

da Avvenire

Inizio col botto. Per gli italiani alla Giornata mondiale della gioventù a Panama l’avvio è stato di quelli pirotecnici. Nel corso della festa di accoglienza tenutasi due sere fa nella parrocchia di Nuestra Señora de Guadalupe uno spettacolo di fuochi di artificio ha illuminato la notte della città. Poi è stato tutto un susseguirsi di canti, balli di gruppo e musica dal vivo. Un evento nell’evento per dare il benvenuto ai nostri connazionali e a quanti provenienti da altre nazioni sono ospitati dalla comunità di 40mila abitanti del vulcanico parroco don Manuel Anselmo Diaz. Fortissima è stata la partecipazione della gente del posto che ha accolto i pellegrini con l’affetto tipico dei popoli latinamericani, anche se qua l’influsso statunitense si percepisce con immediatezza. Ovunque i prezzi sono espressi in dollari e lo skyline richiama le metropoli Usa.

Christian Gennari ' Siciliani

Christian Gennari / Siciliani

Domenica intanto sono arrivati a Panama City gli altri italiani a infoltire il gruppone dei 1.200 pellegrini provenienti dal Belpaese. I primi a raggiungere Casa Italia, quartier generale dei pellegrini arrivati dalla Penisola, sono stati poco dopo le 9 del mattino due giovani sacerdoti della diocesi di Como. Don Pietro Bianchi, 34 anni, è alla sua quinta Gmg. È il responsabile della pastorale giovanile diocesana e giunge con il brio di chi pare alla sua prima Giornata mondiale. Con lui c’è don Michele Pitino, 34enne, responsabile della pastorale vocazionale diocesana, alla sua terza Gmg. «Quella di Colonia del 2005 con papa Benedetto non dico che fu decisiva per la mia vocazione, ma qualcosa ha di certo significato nel mio percorso di fede, quando allora ero seminarista», racconta di sé don Michele. Entrambi fanno parte della delegazione comasca composta da otto giovani. Il loro entusiasmo è contagioso e mettono subito allegria a Casa Italia dove si ricongiungono con don Michele Gianola, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni, anche lui comasco, che fa parte della squadra della Cei impegnata nell’accoglienza dei nostri connazionali.

Sotto la guida di don Michele Falabretti, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile, qua lavorano dodici persone. Operano nei locali dell’istituto “Fermi”, una scuola privata in cui si insegna in italiano, spagnolo e inglese. Tutti quanti sono impegnati nel trasmettere il calore ricevuto da chi abita questi luoghi accoglienti in cui anche i poliziotti dispensano sorrisi. A Casa Italia vengono distribuite le magliette ufficiali e vengono fornite le indicazioni utili per trascorrere al meglio queste intense giornate panamensi. È disponibile anche una sala media. Il wifi è gratuito per tutti, un elemento non secondario in quest’epoca di social in cui anche la Gmg ha una sua estensione grazie a quanto si riesce a condividere in Rete. Se questa è una Giornata mondiale “anomala” visto che si tiene in gennaio (qua comunque è estate e le scuole sono chiuse) e non si parla di numeri stratosferici di partecipazione (si ipotizzano 800 milapresenze per la Veglia di sabato sera con il Papa), le possibilità offerte dall’ambiente digitale amplificano il raduno dei ragazzi da tutto il mondo e lo rendono davvero senza confini. Per i nativi digitali e non solo.

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Gmg. Bassetti: «Cari giovani l’Italia attende il vostro slancio»

da Avvenire

Il cardinale Bassetti (al centro, in piedi) con un gruppo di giovani (foto d'archivio)

Il cardinale Bassetti (al centro, in piedi) con un gruppo di giovani (foto d’archivio)

A Panama ci sarà anche lui. Accanto al Papa e al fianco dei giovani italiani. «Non sarà facile per me a 76 anni», confida l’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti. Ma non ha voluto mancare. Panama 2018 ha infatti una molteplicità di valenze pastorali e sociali che meritano di essere viste da vicino. La continuità con il Sinodo, l’abbraccio al mondo da una terra ponte per vocazione, il superamento della mentalità del successo a tutti i costi e l’adozione di uno stile di servizio, il ruolo dei nostri ragazzi a servizio del Paese. Il porporato sottolinea: «I giovani abbattono i muri. Impariamo da loro».

Molti sostengono che la Gmg di Panama sia la continuazione del Sinodo sui giovani. È d’accordo? E se sì, in che senso lo è?
In effetti la prossima Gmg si inserisce sulla scia del Sinodo sui giovani, una grande intuizione di papa Francesco. Il tema del raduno che inizierà nei prossimi giorni è la risposta della Vergine alla chiamata di Dio: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”. Le parole di Maria sono un “sì” coraggioso e generoso. Il “sì” di chi ha capito il segreto della vocazione: uscire da se stessi e mettersi al servizio degli altri. Proprio la fede e il discernimento vocazionale sono stati al centro del Sinodo dello scorso ottobre.

Vede qui il collegamento con il Sinodo?
Un tempo come il nostro, segnato dall’incertezza e dalla paura, non incoraggia risposte che impegnino per tutta la vita. E non incoraggia risposte che siano nel segno del dono. Invece, oggi più che mai noi tutti, a cominciare dai giovani, siamo chiamati a spenderci per l’altro, oltre quella mentalità mondana che incita al successo personale, al benessere individuale, all’apparenza effimera e che di fatto alimenta una concezione egoistica della vita. La Madre di Dio, rispondendo all’Angelo, non ha timori. E con il suo “eccomi” ci mostra Cristo. Tanti giovani sono affascinanti dalla figura di Gesù. La sua vita appare loro buona e bella perché povera e semplice, fatta di amicizie sincere e profonde, spesa per i fratelli con generosità, mai chiusa verso nessuno, ma sempre disponibile al dono. La vita di Gesù rimane anche oggi profondamente attrattiva e ispirante; essa è per i giovani una provocazione che interpella.

Lei che cosa ha portato a casa dall’esperienza del Sinodo?
Dalla ricca esperienza del Sinodo ho potuto cogliere i bellissimi e molteplici volti dei giovani nel mondo intero. La diversità è ricchezza, allarga gli orizzonti, ci fa andare oltre i nostri schemi. Nel mio cuore porto il grido dei giovani che fuggono dalle guerre o dalla povertà in Africa; le piaghe sociali di quelli che vivono nell’America Latina; lo sfruttamento di quelli in Asia; le disillusioni di una parte della gioventù dell’Occidente. Ma anche il desiderio comune a tutti i giovani di essere protagonisti, di poter dare un contributo fattivo alla crescita della società e della Chiesa. Non quindi giovani in ritirata, come talvolta si può immaginare, ma in prima linea, in uscita. Dobbiamo però metterli nelle condizioni di agire, dare loro fiducia, non ingabbiarli.

Si è insistito molto sulla dimensione dell’ascolto dei giovani. Qualcuno sostiene che questo significhi rinunciare alla missione di insegnare loro la fede e i comportamenti conseguenti. Qual è la sua opinione al proposito?
I giovani sono portatori di un’inquietudine che va prima di tutto accolta, rispettata e accompagnata, scommettendo con convinzione sulla loro libertà e responsabilità. La Chiesa sa per esperienza che il loro contributo è fondamentale per il suo rinnovamento. I giovani, per certi aspetti, possono essere più avanti di noi pastori. Ascoltarli è il primo passo per renderli “missionari” e non semplicemente esecutori.

Che Gmg si immagina? Panama è un luogo di unione (tra due oceani, tra due continenti), ma anche di grandi contraddizioni (violenza, narcotraffico, povertà). Che cosa ha voluto dirci il Papa scegliendo questa terra come sede della Gmg?
Immagino una Gmg che abbraccia il mondo. Del resto è la caratteristica delle Giornate mondiali della gioventù che sono frutto della visione profetica di san Giovanni Paolo II. Francesco è il Papa arrivato dalla “fine del mondo” e guarda all’intera umanità: anche, e direi in modo particolare, a quella ferita in Paesi dove il contesto sociale è difficile. Panama è quasi un “ponte” che unisce il Sud con il Nord del continente americano. Viene da pensare che sia una sorta di baricentro fra il Sud del mondo e il nostro Occidente. A noi è chiesto di essere “ponti” fra i popoli. E i giovani ce lo mostrano con il loro desiderio di incontrare chi vive dall’altra parte del pianeta, con la loro curiosità di scoprire terre lontane, con la loro apertura alle differenze. I giovani non alzano muri: li abbattono. Impariamo da loro…

I giovani italiani questa volta non saranno tantissimi. In Italia non è estate. Ma da coloro che porteranno il tricolore sulle sponde del Canale che cosa si aspetta il presidente della Cei, che ha anche scelto di accompagnarli?
Ho 76 anni. E per me non sarà una passeggiata un viaggio in aereo di oltre 12 ore per andare a Panama. Ma non sono voluto mancare a fianco dei nostri giovani italiani, poco meno di un migliaio. È vero che il numero può apparire non elevato. Ma dice anche il desiderio di mettersi in cammino, di seguire Pietro che li chiama ad attraversare l’oceano per portare a Panama il volto giovane della Chiesa italiana. Una Chiesa dalle radici profonde, capace di testimoniare il Risorto anche oltre i suoi confini nazionali, in grado di trasmettere la gioia del Vangelo di generazione in generazione. Ai giovani italiani dico: impegnatevi per il Signore, per la Chiesa e per il nostro Paese. Il Signore vi esorta ad annunciarlo a tutti dai “tetti”, che oggi sono anche i social network in cui un giovane cristiano deve essere presente. La Chiesa italiana ha bisogno del vostro slancio, del vostro entusiasmo, persino della vostra critica costruttiva. L’Italia necessita di un nuovo impegno socio-politico che non può che partire dai giovani. Il Paese può riscattarsi dalla crisi e dalle divisioni se una nuova generazione, anche di cristiani giovani, saprà spendersi per il bene comune e non alimentare interessi di parte.

Sarà anche la Gmg di san Romero. Qual è il messaggio che viene da questa figura?
L’arcivescovo Romero ci dice che ogni credente deve essere martire, ossia testimone. Ha amato il Signore e il suo popolo fino a spargere il suo sangue sull’altare mentre celebrava Messa. Guardando all’arcivescovo di El Salvador i giovani incontrano un “gigante della fede” che ha denunciato i mali del potere e ha abbracciato gli ultimi, i “senza voce”. La voce di Romero è diventata la voce degli indifesi. Ed è stato uomo della riconciliazione. Mai cedere alla perversa logica dell’odio. E, come Romero ben ci ricorda, dobbiamo essere “apostoli” di pace, di concordia, di misericordia ovunque, cominciando dalle nostre famiglie, dalle nostre scuole o università, dai nostri luoghi di lavoro, dalle nostre città.

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Giovani dopo il Sinodo: È tempo di mobilità

Leggendo il secondo capitolo del documento finale del Sinodo sui giovani, mi ha particolarmente colpito l’indicazione per la quale i migranti possono diventare un vero e proprio “paradigma” per illuminare il nostro tempo e la condizione giovanile. Di più, proprio i migranti «ricordano la condizione originaria della fede, ovvero quella di essere “stranieri e pellegrini sulla terra” (Eb 11,13)». Come non menzionare a questo punto che proprio l’istituzione della parrocchia intende, sin dalle sue origini, esprimere questa capacità dei credenti di “abitare” non solo gli uni accanto agli altri, ma soprattutto accanto a tutti gli esseri umani nella concretezza di un luogo e di un tempo? Si dà nell’identità della parrocchia un principio di mobilità, adattabilità, prossimità che dobbiamo riscoprire.

La condizione di cambiamento profondo che proprio i migranti incarnano ci ricorda quanto, a livello più generale papa Francesco spesso ripete. E cioè che al presente non siamo in un’epoca di cambiamento, quanto piuttosto di fronte a un cambiamento d’epoca, che sta ridefinendo in modo assai profondo le esperienze umane fondamentali di giovani, adulti e vecchi accanto ai quali e per i quali esiste la parrocchia.

Da questo punto di vista, la rinnovata cura che la comunità credente intende dimostrare verso le nuove generazioni, a partire dal Sinodo, non sarà possibile senza una piena disponibilità di un cambiamento dell’intero impianto pastorale all’altezza del cambiamento d’epoca dato.

Già al paragrafo 105 di Evangelii gaudium, Francesco aveva rilevato una tale emergenza quando, a proposito di pastorale giovanile, evidenziava che «i giovani, nelle strutture abituali, spesso non trovano risposte alle loro inquietudini, necessità, problematiche e ferite». E questo perché «la pastorale giovanile, così come eravamo abituati a svilupparla, ha sofferto l’urto dei cambiamenti sociali». Del resto, basta puntare un attimo l’attenzione all’azione pastorale nei confronti delle nuove generazioni, per restarne profondamente toccati. Sono decenni, ormai, che con la cresima i giovani vanno via, senza sbattere porte, senza proclami e senza alcun senso di colpa.

Ricordarci della condizione di strutturale mobilità della parrocchia ci conduce ad un semplice ma decisivo interrogativo: possiamo o non possiamo cambiare il nostro modo di dire e di fare cristianesimo oggi? In altre parole: dobbiamo arrenderci al fatto per il quale la fede cristiana si sta riducendo a una cosa per bambini e finché si rimane bambini? O possiamo fare altrimenti, trasformando gli ambienti feriali delle nostre comunità da piccoli club di affezionati anziani in spazi attraenti e promettenti per tutti e dunque per giovani, adulti e anziani?

Molti di noi ricordano una delle ultime espressioni del cardinale Martini: come Chiesa siamo indietro di 200 anni! Una provocazione che non dovremmo lasciare cadere invano. Per amore dei giovani. Per amore del Vangelo.

Settimana News


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Dopo il Sinodo/3. Precarietà, ingiustizie, squilibri: la Chiesa si fa voce dei giovani

da avvenire

Precarietà, ingiustizie, squilibri: la Chiesa si fa voce dei giovani

Il Sinodo dei vescovi, nella sua preparazione remota e nei giorni dell’assemblea dell’ottobre 2018, ha tentato di ascoltare i desideri, le paure, le speranze, le difficoltà dei giovani, idealmente di tutti i giovani. Il tema delle scelte ha molto a che fare con le difficoltà che i contesti attuali presentano, nelle diverse parti del mondo. Al numero 91 del documento finale si legge, infatti: «Il tema delle scelte si pone con particolare forza e a diversi livelli, soprattutto di fronte a itinerari di vita sempre meno lineari, caratterizzati da grande precarietà».

Anche in Italia incertezza e noncuranza, accompagnate da miopia nelle decisioni politiche e istituzionali, sono ciò che la società offre ai giovani. Non è raro che qualcuno di loro, durante incontri personali, sfoghi la sua rabbia e impotenza verso un contesto economico e sociale che rema contro. Milena, 25 anni, durante un ritiro confida con le lacrime agli occhi di volersi sposare e avere un figlio, ma che al solo pensiero si sente come se si stesse per lanciare nel vuoto: lei insegnante e precaria, il fidanzato con un’attività in proprio, che ha alti e bassi. La sua paura è per il bambino che potrebbe venire al mondo: con quale coraggio avventurarsi in questa responsabilità? Solo la concretezza della fiducia in Dio e dell’amore col fidanzato appaiono essere di sostegno. È vero: esistono nel mondo contesti di guerra e di povertà in cui paradossalmente metter su casa, dare alla luce dei figli, conservare la fede sembra spaventare molto di meno e costituire una sorta di resistenza ‘naturale’ nella propria umanità. Il Sinodo, come esperienza di Chiesa universale, ha certamente reso ascoltabile la testimonianza di giovani che scelgono l’amore e la vita anche dove tutto li minaccia. E tuttavia non ci si può nascondere che nei contesti economicamente più sviluppati i tempi e le esigenze di una collettività schiacciata su un capitalismo impazzito sembrano rubare a una generazione i propri sogni o, meglio, la possibilità sensata di realizzarli. Una società complessa e progredita rende quasi privilegi impossibili le esigenze più semplici, pagando con il suo stesso invecchiamento e la diffusione di rassegnazione e conflitti. Quello che Milena e tanti altri giovani lamentano è dover lottare per trovare un posticino in una società ripiegata su se stessa, che sembra poter fare a meno di loro e non comprende che invece proprio grazie all’aiuto, alla creatività, e all’entusiasmo dei giovani potrebbe avere uno slancio e rialzare così la testa.
Purtroppo la ribellione dei giovani sta cedendo il posto all’indifferenza verso chi sembra non lasciare loro alcuno spazio. I padri sinodali, ma anche i giovani partecipanti all’assemblea, con grande trasporto hanno impegnato la Chiesa al coraggio della denuncia: «La Chiesa si impegna nel- la promozione di una vita sociale, economica e politica nel segno della giustizia, della solidarietà e della pace, come anche i giovani chiedono con forza. Questo richiede il coraggio di farsi voce di chi non ha voce presso i leader mondiali, denunciando corruzione, guerre, commercio di armi, narcotraffico e sfruttamento delle risorse naturali e invitando alla conversione coloro che ne sono responsabili» (n.151). Chi può difendere i giovani in Italia oggi se non comincia almeno la Chiesa a farlo? Saranno loro a pagare le spese di un’economia che non è alleata della terra e dell’ambiente. Sono le prime vittime di un sistema economico legale ma ingiusto che vede allargarsi la forbice delle disuguaglianze. In Italia oggi l’incidenza della povertà assoluta è più alta tra i giovani fino a 34 anni che tra gli anziani: è la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale e, per l’ultimo rapporto Caritas, un povero su due è giovane. Certo, loro hanno imparato anche a difendersi da soli e stanno mostrando, rispetto a noi adulti, maggior coraggio nel denunciare. È il caso, per esempio, di Greta Thunmberg, quindicenne svedese che ha apostrofato come bambini immaturi i partecipanti alla Cop24, la conferenza delle Nazioni Unite sul clima svoltasi in Polonia nel dicembre 2018: Greta, con semplicità e grande chiarezza di visione, ha redarguito i grandi del mondo spiegandogli che i combustibili fossili vanno lasciati sotto terra: «Dite di amare i vostri figli sopra ogni cosa, e state rubando loro il futuro!».
Ma, ha aggiunto, «non sono venuta qui per invitarvi a prendervi cura del nostro futuro. Non lo avete fatto e non lo farete». Voleva solo ricordare a tutti che i cambiamenti climatici sono una realtà. Greta ha le idee molto chiare. E ugualmente lineari, semplici, piene di futuro, erano le idee dei ragazzi che hanno partecipato, a fine ottobre, alla conferenza «Prophetic Economy» organizzata in Italia da una serie di associazioni e movimenti. I giovanissimi erano sul palco insieme a climatologi e grandi economisti, come Jeffrey Sachs: non erano solo ascoltatori, ma partecipanti attivi, pieni di idee e di visione.
Tanto che Carlo Petrini, inventore di Slow food, nell’ultima giornata ha citato un vecchio proverbio – «Se i giovani sapessero e se gli anziani potessero!» – proponendo di rovesciarlo: «Se i giovani potessero e se gli anziani sapessero!». Come a dire: c’è una così chiara visione, nei giovani, di come possiamo salvare il Pianeta che se loro avessero i mezzi per farlo e se i grandi comprendessero, dando loro spazio, forse davvero potremmo invertire la rotta. Il Sinodo 2018 pare averlo compreso, quando nel documento finale afferma: «I giovani spronano la Chiesa a essere profetica in questo campo, con le parole ma soprattutto attraverso scelte che mostrino che un’economia amica della persona e dell’ambiente è possibile» (n.154). Per dare risposta al Sinodo le comunità cristiane potrebbero – o meglio, possono – iniziare da una verifica sui propri consumi, per evitare che acquistare a basso costo significhi sfruttamento del lavoro e della terra; ma anche sulle rendicontazioni e sulla trasparenza: quello che amministriamo non è nostro ma dei poveri, e va gestito con diligenza; così come sui propri investimenti: possiamo forse dormire sonni tranquilli se i nostri soldi sono investiti per finanziare chi produce e commercializza illegalmente armi o mine anti-uomo, o chi fa business nel settore dell’azzardo, o imprese e Stati che non rispettano l’ambiente? Avrebbe un’energia senza precedenti il messaggio evangelico se tutti iniziassimo a fare investimenti sostenibili e responsabili. Investimenti puliti. Alcune diocesi si sono inoltrate in questo cammino con coraggio, ma la strada è ancora lunga. «I sistemi si cambiano anche mostrando che è possibile un modo diverso di vivere la dimensione economica e finanziaria »: così si esprime il documento finale (n.154).
Quando in passato la Chiesa con i suoi carismi ha vissuto in modo profetico la dimensione economica tutta l’umanità ha fatto passi in avanti: l’umano è diventato più umano. Ne sono di esempio le prime forme di rendicontazione contabile, nate nelle abbazie benedettine dall’esigenza di dar conto a Dio della sua provvidenza; i monti di pietà francescani che inventarono la finanza come strumento di aiuto ai poveri; il primo contratto di lavoro per i giovani messo a punto da Don Bosco; l’economia di comunione immaginata da Chiara Lubich, e tanti altri. Molti giovani – cattolici e non – hanno una sensibilità su questi temi e li riconoscono fondamentali. Essi, giustamente, non ci ritengono credibili se in un convegno parliamo di povertà mentre le nostre strutture e abitudini dimostrano poca attenzione al rispetto dell’ambiente. Perché la rottura del rapporto col creato genera nuove povertà: «Tutto è connesso», ci insegna papa Francesco nella Laudato si’. Non è possibile accompagnare seriamente i giovani se non ci lasciamo scomodare da queste urgenze, di cui è intriso il loro futuro.

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Sinodo. Papa ai giovani: Scusate se anziché aprirvi cuore vi abbiamo riempito orecchie

Papa ai giovani: Scusate se anziché aprirvi cuore vi abbiamo riempito orecchie

“Vorrei dire ai giovani, a nome di tutti noi adulti: scusateci se spesso non vi abbiamo dato ascolto; se, anziché aprirvi il cuore, vi abbiamo riempito le orecchie. Come Chiesa di Gesù desideriamo metterci in vostro ascolto con amore, certi di due cose: che la vostra vita è preziosa per Dio, perché Dio è giovane e ama i giovani; e che la vostra vita è preziosa anche per noi, anzi necessaria per andare avanti”. Le forti parole del Papa risuonano nella Basilica vaticana, davanti a circa 7mila fedeli per la chiusura del Sinodo. Alla processione di ingresso, hanno preso parte anche i giovani uditori che hanno partecipato all’Assemblea sinodale. Come Bartimeo, il cieco di Gerico che dopo essere stato guarito da Gesù diventa discepolo, così “anche noi abbiamo camminato insieme, abbiamo fatto ‘sinodo’”, dice infatti Francesco.

IL TESTO INTEGRALE DELL’OMELIA

LA CHIESA DESIDERA ASCOLTARE I GIOVANI
“Ascoltare, prima di parlare”, cioè “l’apostolato dell’orecchio”, è il primo passo che Gesù stesso indica quando ascolta il grido del cieco di Gerico e lo lascia parlare, senza essere sbrigativo mentre coloro che stavano con Gesù rimproveravano Bartimeo perché tacesse. “Avevano in mente i loro progetti”, nota il Papa per mettere in evidenza come, invece, per Gesù “il grido di chi chiede aiuto” non sia un disturbo ma “una domanda vitale”. I cristiani sono quindi chiamati a prestare ascolto non “alle chiacchere inutili” ma ai bisogni del prossimo, con amore e pazienza. E come Dio non si stanca mai, ma gioisce sempre quando “lo cerchiamo”, così i cristiani devono chiedere “la grazia di un cuore docile all’ascolto”.

TESTIMONI DELL’AMORE DI DIO, NON MAESTRI DI TUTTI O ESPERTI DEL SACRO
“Farsi prossimi”, “antidoto contro la tentazione delle ricette pronte”, consiste quindi nel “portare la novità di Dio nella vita del fratello”. Per questo, il Papa esorta a chiedersi se si è capaci di “uscire dai nostri circoli per abbracciare quelli che ‘non sono dei nostri’ e che Dio cerca ardentemente”. C’è, infatti, sempre, la tentazione di “lavarsi le mani” mentre il Papa esorta a fare come Gesù che si è chinato su un cieco, cioè esorta a “sporcarci le mani”. E quando per amore di Dio “anche noi ci facciamo prossimi diventiamo portatori di vita nuova: non maestri di tutti, non esperti del sacro, ma testimoni dell’amore che salva”.

LA LETTERA AI GIOVANI DEL MONDO DEI PADRI SINODALI

“Le nostre debolezze non vi scoraggino, le fragilità e i peccati non siano ostacolo alla vostra fiducia”. Lo affermano i Padri sinodali nella Lettera ai giovani del mondo a conclusione del Sinodo loro dedicato, letta nella Basilica di San Pietro al termine della messa di papa Francesco. “La Chiesa vi è madre, non vi
abbandona, è pronta ad accompagnarvi su strade nuove, sui sentieri di altura ove il vento dello Spirito soffia più forte, spazzando via le nebbie dell’indifferenza, della superficialità, dello scoraggiamento”, aggiungono i vescovi.

da Avvenire

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