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Papa: no a fede “fai da te”, beati gli artigiani di misericordia

Esiste il rischio di una fede “fai da te”: alcuni usano il nome di Dio per giustificare la violenza, per altri Dio è solo un “rifugio psicologico”, oppure la fede diventa impermeabile all’amore che spinge verso i fratelli o si annulla la spinta missionaria. Così il Papa nella catechesi all’Udienza generale, stamani in Piazza San Pietro, alla quale hanno partecipato oltre 25 mila fedeli. Francesco ricorda che Gesù è “lo strumento concreto della misericordia del Padre”. Il servizio di Debora Donnini

radio vaticana

Al centro della predicazione di Gesù c’è in primo luogo la misericordia, non la giustizia. All’udienza generale, il Papa invita tutti a convertirsi e diventare “artigiani di misericordia” come Santa Teresa di Calcutta. Gesù stesso, infatti, mostra di essere “lo strumento concreto della misericordia del Padre”. La catechesi parte dal Vangelo proclamato: Giovanni Battista manda i suoi discepoli da Gesù per chiedergli se fosse proprio Lui il Messia. E Gesù risponde con i segni compiuti: i ciechi recuperano la vista, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la Buona Novella. Giovanni non capisce lo stile di Gesù: si trovava in carcere, soffriva nel buio della cella. E la risposta che Gesù dà ai discepoli del Battista sembra, a prima vista, non corrispondere alla richiesta di Giovanni che aspettava il Messia come un giudice che avrebbe finalmente instaurato il Regno di Dio:

“Egli risponde di essere lo strumento concreto della misericordia del Padre, che a tutti va incontro portando la consolazione e la salvezza e in questo modo manifesta il giudizio di Dio”.

Dio invita i peccatori a ritrovare la strada del ritorno
Questo dunque il messaggio che la Chiesa riceve da questo racconto della vita di Cristo:

“Dio non ha mandato il suo Figlio nel mondo per punire i peccatori né per annientare i malvagi. A loro è invece rivolto l’invito alla conversione affinché, vedendo i segni della bontà divina, possano ritrovare la strada del ritorno”.

Giovanni Battista metteva al centro della sua predicazione la giustizia mentre Gesù si manifesta come misericordia. I dubbi del suo Precursore anticipano lo sconcerto che Cristo susciterà in seguito con le sue azioni. Per questo Gesù conclude la sua risposta dicendo che è beato chi non trova in Lui motivo di scandalo, che significa “ostacolo”.

Il rischio per alcuni di una fede “fai da te”
Ma, nota il Papa, se l’ostacolo a credere sono soprattutto le “azioni di misericordia” di Gesù , questo significa che si ha una “falsa immagine” del Messia. “Beati, invece – dice Francesco – coloro che di fronte ai gesti e alle parole di Gesù, rendono gloria al Padre”. Esiste, infatti, il rischio per alcuni di ritagliarsi una fede “fai da te”, che riduce Dio nello spazio dei propri desideri. Ma questa non è vera conversione, sottolinea Francesco, anzi impedisce al Signore di provocare la nostra vita:

“Altri riducono Dio a un falso idolo, usano il suo santo nome per giustificare i propri interessi o addirittura l’odio e la violenza. Per altri ancora Dio è solo un rifugio psicologico in cui essere rassicurati nei momenti difficili: si tratta di una fede ripiegata su sé stessa, impermeabile alla forza dell’amore misericordioso di Gesù che spinge verso i fratelli. Altri ancora considerano Cristo solo un buon maestro di insegnamenti etici, uno fra i tanti della storia. Infine, c’è chi soffoca la fede in un rapporto puramente intimistico con Gesù, annullando la sua spinta missionaria capace di trasformare il mondo e la storia”.

“Noi cristiani – sottolinea invece Francesco – crediamo nel Dio di Gesù” e il nostro desiderio è quello di crescere nell’esperienza viva del suo mistero di amore.

Essere “artigiani di misericordia” come Santa Teresa di Calcutta
Prima dell’udienza, come di consueto, nel percorrere con l’auto scoperta Piazza San Pietro, Francesco si ferma per baciare e abbracciare alcuni bambini. Al termine della catechesi, rivolge i saluti ai fedeli di diverse lingue e nazioni. E ribadisce l’invito a diventare “strumenti di misericordia”:

“Domenica scorsa abbiamo celebrato la canonizzazione di Madre Teresa di Calcutta. Cari giovani, diventate come lei degli artigiani di misericordia; cari ammalati, sentite la sua vicinanza compassionevole specialmente nell’ora della croce; e voi, cari sposi novelli, siate generosi: invocatela perché non manchi mai nelle famiglie la cura e l’attenzione per i più deboli”.

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Meditazione, Vangelo e Santo del Giorno 17 Maggio 2016

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S. Rosario 16 Maggio 2016 dalla web radio

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PapaFrancesco: chi segue Gesù non sbaglia, lasciar stare veggenti e cartomanti

Se ascoltiamo la voce di Gesù e lo seguiamo, non sbaglieremo strada. E’ il cuore dell’omelia di Francesco svolta nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Papa ha sottolineato che Gesù, “Buon Pastore”, è l’unica porta che ci possa far entrare nel recinto della vita eterna. Di qui il monito a non fidarsi di presunti veggenti e cartomanti che ci portano su un cammino sbagliato. Il servizio di Alessandro Gisotti da Radio Vaticana

La porta, il cammino, la voce. Papa Francesco ha preso spunto dal Vangelo odierno – quasi una “eco” del passo sul Buon Pastore – per soffermarsi su tre realtà determinanti per la vita del cristiano. Innanzitutto, ha osservato, Gesù avverte che “chi non entra nel recinto delle pecore per la porta” ma lo fa da un’altra parte “è un ladro e un brigante”. Lui è la porta, ha ammonito. “non ce n’è un’altra”.

Chiediamoci sempre se prendiamo decisioni in nome di Gesù
“Gesù – ha detto ancora – sempre parlava alla gente con immagini semplici: tutta quella gente conosceva com’era la vita di un pastore, perché la vedeva tutti i giorni”. E hanno capito che “soltanto si entra per la porta del recinto delle pecore”. Quelli che vogliono entrare da un’altra parte, dalla finestra o da un’altra parte, invece, sono delinquenti:

“Così chiaro parla il Signore. Non si può entrare nella vita eterna da un’altra parte che non sia la porta, cioè che non sia Gesù’. E’ la porta della nostra vita e non solo della vita eterna, ma anche della nostra vita quotidiana. Questa decisione, per esempio, io la prendo in nome di Gesù, per la porta di Gesù, o la prendo un po’ – diciamolo in un linguaggio semplice – la prendo di contrabbando? Soltanto si entra nel recinto dalla porta, che è Gesù!”

Seguire Gesù, non cartomanti e presunti veggenti
Gesù, ha proseguito, parla dunque del cammino. Il pastore conosce le sue pecore e le conduce fuori: “Cammina davanti ad esse e le pecore lo seguono”. Il cammino è proprio questo, ha detto il Papa, “seguire Gesù” nel “cammino della vita, della vita di tutti i giorni”. Non bisogna sbagliare, ha detto, “Lui va davanti e ci indica il cammino”:

“Chi segue Gesù non sbaglia! ‘Eh, Padre, sì, ma le cose sono difficili… Tante volte io non vedo chiaro cosa fare… Mi hanno detto che là c’era una veggente e sono andato là o sono andata là; sono andato dal tarotista[cartomante], che mi ha girato le carte…’ – ‘Se fai questo, tu non segui Gesù! Segui un altro che ti dà un’altra strada, diversa. Lui davanti indica il cammino. Non c’è un altro che possa indicare il cammino’. Gesù ci ha avvisato: ‘Verranno altri che diranno: il cammino del Messia è questo, questo… Non ascoltate! Non sentire loro. Il cammino sono Io!’. Gesù è porta e anche cammino. Se seguiamo Lui non sbaglieremo”.

La voce di Gesù la possiamo ascoltare nelle Beatitudini
Francesco si è infine soffermato sulla voce del Buon Pastore. “Le pecore – ha annotato – lo seguono perché conoscono la sua voce”. Ma come possiamo conoscere la voce di Gesù, si chiede Francesco, e anche difenderci “dalla voce di quelli che non sono Gesù, che entrano dalla finestra, che sono briganti, che distruggono, che ingannano?”:

“‘Io ti dirò la ricetta, semplice. Tu troverai la voce di Gesù nelle Beatitudini. Qualcuno che ti insegni una strada contraria alle Beatitudini, è uno che è entrato dalla finestra: non è Gesù!’. Secondo: ‘Tu conosci la voce di Gesù? Tu puoi conoscerla quando ci parla delle opere di misericordia. Per esempio nel capitolo 25 di San Matteo: ‘Se qualcuno ti dice quello che Gesù dice lì, è la voce di Gesù’. E terzo: ‘Tu puoi conoscere la voce di Gesù quando ti insegna a dire ‘Padre’, cioè quando ti insegna a pregare il Padre Nostro”.

“E’ così facile la vita cristiana – ha commentato il Papa – Gesù è la porta; Lui ci guida nel cammino e noi conosciamo la sua  voce nelle Beatitudini, nelle opere di misericordia e quando ci insegna a dire ‘Padre’. Ricordatevi, ha concluso, ‘la porta, il cammino e la voce. Che il Signore ci faccia capire questa immagine di Gesù, questa icona: il pastore, che è porta, indica il cammino e insegna a noi ad ascoltare la sua voce’”.

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La fede, i martiri e la fine del regime in Albania

La visita che papa Francesco ha compiuto a Tirana il 21 settembre 2014 continua a produrre i suoi benefici effetti anche a distanza di tempo. Quel giorno Mimmo Muolo era a Tirana, inviato da Avvenire a seguire il Papa, e ha visto di persona l’abbraccio tra il Pontefice e l’anziano sacerdote don Ernest Simoni ( Troshani), che insieme con la religiosa stimmatina suor Marije Kaleta, avevamo scelto come testimoni della fede per raccontare il terribile martirio della nostra Chiesa sotto la dittatura comunista. Don Ernest Simoni è una figura unica, una ricchezza immensa per la Chiesa di Albania, in particolare per la diocesi di Scutari-Pult: l’unico sacerdote testimone e vittima della persecuzione comunista ancora vivente. Alla sua persona sono legato anche da motivi personali.

È nato a Troshan (Lezhë) dove io sono stato parroco, quando venni mandato come missionario in Albania. In un certo senso, anche se l’epoca e il contesto erano diversi, ho ripercorso le sue orme, ho respirato il clima della sua primissima formazione umana e familiare, sono entrato nei luoghi e negli ambienti a lui più cari. Questo fatto lo avvicina ancor di più al mio cuore di vescovo e di pastore. In quel periodo ho avuto modo di conoscere e condividere la fraternità con altri due religiosi francescani, padre Leon Kabashi e padre Konrad Gjolaj (l’uno è stato in carcere, l’altro ai lavori forzati) e ho vissuto con loro quattro anni. Anche mettersi a servizio di questi fratelli, curarli e aiutarli è stata un’esperienza di grande intensità spirituale e umana. Posso dire, perciò, di aver vissuto, in un certo senso, con i martiri e questo per me è un dono di inestimabile valore di cui rendo grazie ogni giorno a Dio.

Oggi la situazione in Albania è profondamente cambiata. In occasione della visita del Papa c’è stata una grande collaborazione, anche a livello economico, con gli organi dello Stato, col sindaco di Tirana e la municipalità. Molti imprenditori e tanti semplici fedeli hanno offerto il proprio contributo. Ma don Ernesto ci aiuta a non dimenticare una pagina che, sebbene risalga a pochi decenni fa, rischia di cadere nell’oblio, so- prattutto sotto l’incalzare di un certo secolarismo che, viaggiando insieme allo sviluppo economico, comincia ad affacciarsi anche nella società albanese.

La memoria dei martiri, invece, è e deve restare la nostra vita, la linfa vivificante del corpo ecclesiale. Il sangue da essi versato è alimento per lo sviluppo della fede e della comunità. Per questo abbiamo accelerato i tempi di lavoro (per quanto dipende da noi) dell’iter del processo di beatificazione e canonizzazione di 38 martiri del periodo comunista. Nell’attesa di poterli iscrivere anche ufficialmente nel glorioso libro dei Santi e dei Beati abbiamo celebrato nel novembre del 2015 il 25° anniversario della prima Messa, che sancì, potremmo dire, l’inizio della fine del regime comunista.

Fu quello un momento speciale per la nostra Chiesa e per il popolo albanese: quel 4 novembre 1990, infatti, nel Cimitero cattolico di Scutari, don Simon Jubani con altri organizzatori, sacerdoti e laici, celebrò la santa Messa: c’erano solo poche centinaia di fedeli, perché molti ebbero paura di rappresaglie. Ma, visto che ne erano usciti indenni da quell’eroico gesto in quel giorno storico (in quanto dal 1967 non si celebrava in pubblico, perché vietato dal regime), la domenica successiva, l’11 novembre accorsero in 50 mila per partecipare all’Eucaristia. Su quell’esempio, il 16 novembre 1990 anche i musulmani si ripresero la Moschea cosiddetta “di Piombo”. La storia narrata in questo libro (la prigionia, i lavori forzati e quanto don Ernest ha fatto dopo la caduta del regime) ci aiuta a ricostruire tutto questo: il clima di quegli anni bui e la rinascita. Don Ernest, esemplare nella sua sofferente fedeltà a Gesù, è una guida sicura per capire ciò che è veramente accaduto.

Una testimonianza che, nell’Anno Santo della Misericordia, acquista un ulteriore profilo di attualità e importanza. Don Ernest ha perdonato i suoi aguzzini. Non conserva rancore. Prega per loro e dice che la misericordia del Padre celeste è così grande che spera possa comprendere anche chi, magari nel segreto della sua coscienza, si è pentito della violenza e dei soprusi compiuti in quegli anni. Questo, tra l’altro, è un atteggiamento che non ha avuto solo il protagonista di questo volume. Da nessuno dei sopravvissuti con i quali ho avuto la fortuna di vivere ho mai sentito una parola di odio contro i persecutori; mai hanno cercato la vendetta.

E anche noi, Conferenza episcopale albanese, quando abbiamo chiesto alle autorità statali l’accesso ai documenti segreti, abbiamo precisato che non eravamo alla ricerca dei nomi dei colpevoli, ma delle circostanze in cui il martirio era maturato; per cui quei nomi avrebbero potuto anche essere sostituti da degli omissis. Un giorno, mentre eravamo a tavola, a un frate che era stato in carcere, qualcuno un po’ provocatoriamente chiese: «Ma se quando andrai in paradiso, vi dovessi trovare Henver Hoxha, (il dittatore albanese), che faresti?». Lui, senza scomporsi, rispose: «Il paradiso è abbastanza grande per tutti: io a un angolo e lui all’altro!».

Avvenire

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ARTE: È un Cristo esigente, che fa e chiede scelte di campo

Aprendo il rotolo delle Scritture nella sinagoga di Nazareth Gesù guarda dritto negli occhi lo spettatore e sembra domandargli: «Tu, da che parte stai? Dentro o fuori?»

sinagoga

GESÙ NELLA SINAGOGA DI NAZARET

Floriano Ippoliti, 2009, Lezionario feriale della Chiesa cattolica italiana

«Secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. […] Gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”». (Lc 1,1-4; 4, 14-21)

 

Non in posa, poco elegante, quasi ruvido, un Gesù così – mentre srotola le Scritture – è arduo da trovare nell’arte. Ma è proprio quest’apertura bimane a impressionare, rispetto a un rotolo o a un libro tenuti in una mano sola. È come lo spalancare: un gesto ampio, di spiegazione… fisica. A cui segue la spiegazione verbale, quando Gesù rende semplice Isaia attualizzandolo. Cioè annunciando che le parole del profeta si riferiscono a lui.

Aveva confidenza, Gesù, con i testi sacri, se entrava in sinagoga «secondo il suo solito». E doveva averli letti e masticati a lungo, se persino da risorto, con i discepoli di Emmaus, non perderà la bella abitudine di dare significato alle Scritture.

Le amava a tal punto da presentare il proprio programma con i quattro verbi di Isaia: «portare ai poveri il lieto annuncio, proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, rimettere in libertà gli oppressi, proclamare l’anno di grazia del Signore». Parole scomode che, facendo felice chi è povero, prigioniero, cieco e oppresso, dovrebbero inquietare chi non lo è. Per questo Gesù guarda dritto negli occhi lo spettatore e sembra domandargli: «Tu, da che parte stai? Dentro o fuori?»… Un’idea pure suggerita, alle spalle di Gesù, dall’architettura a semicerchio che chiude il semicerchio del rotolo.

È un Cristo esigente, che fa e chiede scelte di campo. Un Cristo sanguigno, come la matita usata dall’artista, e insieme dorato, perché in lui tutto si fa divino: cielo, vesti e parole.

 

VINONUOVO.IT

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La fede non è un mercato

L’universo religioso, attivando l’energia più potente dell’animo umano, è il luogo dove si incontrano i sentimenti e le azioni più alte e nobili. Ma in quello stesso luogo si annidano anche grandi pericoli, quando le cellule sane delle fede impazziscono, avvelenano il cuore, ci istupidiscono. La storia e il presente ci offrono una infinita rassegna di questa ambivalenza inevitabile. La Bibbia contiene anche le cure per prevenire e sanare le malattie che nascono dalle religioni e dalle ideologie. Molte di queste cure sono custodite nel libro di Qohelet, che, come un vaccino spirituale, continua ancora a prevenire e a sanare, se siamo pronti ad “assumerlo” e a sopportare all’inizio un po’ di febbre.

«Bada ai tuoi passi quando ti rechi alla casa di Elohim. Avvicìnati per ascoltare, è meglio che offrire “sacrifici”, come fanno gli stolti… Non smarrirti sulla tua bocca e il tuo cuore non abbia fretta di sproloquiare davanti a Dio, perché Dio è in cielo e tu sei sulla terra; perciò siano poche le tue parole» (Qohelet 4,17;5,1). Qohelet nella sua ricerca non si limita a osservare le vanità della vita civile “sotto il sole”. In questo capitolo del suo discorso ci fa entrare nel tempio di Gerusalemme, e passa al setaccio della sua sapienza il culto, le preghiere e la principale pratica religiosa del suo tempo: i sacrifici. Ancora in cerca di vanità nascosta sotto le cose.

E inizia con un avvertimento: “stai attento”, bada ai tuoi passi, quando esci di casa per andare al tempio, perché è un luogo pieno di insidie e di trappole. La vita religiosa richiede attenzione, cura, custodia: “shamar”. Ritroviamo qui la stessa parola (“shamar”) che la Genesi usa per dire il comando di cura-custodia-accudimento della terra che Elohim rivolge all’Adam (Genesi 2,15). Ritroveremo questa stessa parola quando Caino, come non-risposta alla domanda di Elohim: «Dov’è Abele[Hevel]?», pronunciò la terribile frase: «Sono forse il “custode” di mio fratello?» (Genesi 4,9). Questa cura-“shamar” posta come prima parola del primo discorso di Qohelet sulla vita religiosa ci può dire già molto: l’Adam, se non vuole diventare Caino, deve prendersi cura della terra e del fratello, ma deve prendersi cura anche del suo rapporto con Dio. La religione è soprattutto un “curare Dio per non farlo diventare un idolo”, una custodia delle nostre parole, una cura dei luoghi, un accudimento del cuore. E quando questa cura manca, le religioni si trasformano progressivamente in culto idolatrico o, semplicemente, in stupidità, come ama dire Qohelet.

Per Qohelet prendersi cura della vita religiosa significa prima di tutto silenzio, ascolto, economia di parole. Di fronte alla “macchina” religiosa che portava a “riempire” il tempio di parole e di sacrifici, Qohelet propone di “svuotare”, di sgombrare, liberare lo spazio interno ed esterno. Le religioni sono state e sono attraversate dal dialogo-conflitto tra due culture diverse e in genere opposte. Quella che credeva e crede che la religione consista nella “produzione” di parole, sacrifici, offerte, riti, in un mettere, aggiungere, occupare con manufatti lo spazio dell’incontro con il divino. La cultura alla quale appartiene Qohelet, invece, credeva e crede che il principale se non unico lavoro del fedele sia custodire lo spazio del divino, preservandolo dalle molte parole, salvandolo dal sangue dei sacrifici delle vittime; un’arte del levare, una cura di un luogo libero non riempito.

La prima cultura tende, necessariamente, alla trasformazione di Dio in vitello d’oro, perché ha bisogno di vedere, toccare, sentire un Dio che giorno dopo giorno diventa sempre più simile alle parole umane che lo dicono. La seconda cultura religiosa rischia di vivere in un’eterna attesa di un Dio che non parla mai. Qohelet è un grande nemico della religione-vitello, perché considera molte volte più saggia la custodia di uno spazio vuoto che un tempio troppo pieno di cose perché vi possa abitare anche la presenza vera di Elohim. Se non si svuotano i luoghi di Dio, è Dio stesso che finisce per svuotarsi; se non si riducono le parole “su” Dio, è la parola “di” Dio che si logora. Qohelet preferisce un Dio lontano a un dio troppo vicino – “Elohim è in cielo, tu sulla terra”. Meglio restare sempre nell’attesa di Dio, che incontrarsi tutti i giorni con uno stupido feticcio.

Tra le principali cause di sacrifici nel tempio c’erano i voti non mantenuti. Nell’antichità, e anche in Israele, era molto comune fare voti, promesse, impegni con Dio – sui quali la Bibbia esprime un giudizio ambivalente: si pensi al voto “scellerato” di Iefte, che lo portò al sacrificio di sua figlia (Giudici, 11). Qohelet dice: «È meglio non fare voti che farli e poi non mantenerli» (5,3-4). In realtà, il senso originale di quei versetti semitici è ormai molto lontano, anche perché non sono da escludere ritocchi redazionali per addolcire la critica nuda di Qohelet al tempio e ai sacerdoti. Se volessimo cercare di rendere con più efficacia l’insegnamento di Qohelet sui voti e i relativi sacrifici riparatori, potremmo così riassumerlo: non fare voti, sono pratiche sciocche, ma se proprio vuoi farli cerca di rispettarli. Così, almeno, non alimenti lo stolto e idolatrico commercio dei sacrifici.

Il centro del suo discorso sul tempio sta diventando via via sempre più chiaro. I voti e i sacrifici erano l’espressione più popolare della religione commerciale e retributiva del suo tempo. Offrendo sacrifici e libagioni si entrava in un rapporto economico con la divinità. Facendo voti si lucravano “meriti” davanti a Dio (è antichissima questa parola che vogliono mostrarci nuova). Qohelet di fronte a queste pratiche dice: il rapporto tra gli uomini e Dio non è di tipo mercantile, con lui non vale lo scambio di mercato, non applichiamo alla fede la logica economica, perché – e qui sta il punto – questa è la religione degli idolatri e delle molte forme di magia e di superstizione. La logica con cui Dio è all’opera nella storia ci resta velata; ma, dice Qohelet, una cosa è comunque certa: non può essere quella che regola i nostri affari “sotto il sole”, perché sarebbe troppo stupida.

Questa polemica anti-retributiva, presente anche in Giobbe e in molta tradizione profetica e sapienziale, era molto preziosa in un popolo ebraico che ha sempre avuto la tentazione di leggere la sua esperienza con Elohim-YHWH con categorie commerciali, a partire dalla stessa struttura dell’Alleanza.

La fede d’Israele nasce all’interno delle culture mesopotamiche, dove era normale leggere la religione come rapporto di scambio con un Dio-sovrano. Le pratiche religiose, nella loro origine arcaica, nascono normalmente come pratiche idolatriche di tipo commerciale. Quelle che riescono ad evolvere ed emanciparsi dalle loro forme primordiali, abbandonano progressivamente la logica del do-ut-des con la divinità. Molta della fatica che ha fatto il popolo di Israele è stata generata dal processo di liberazione da un Dio mercantile, che donava grazie e indulgenze in cambio di voti, sacrifici e offerte. Senza i profeti, senza Giobbe e Qohelet questo processo sarebbe imploso, e la religione di Israele sarebbe rimasta uno dei tanti culti cananei. Ma la tentazione della religione “economica” è insita in ogni culto, e senza la necessaria cura e attenzione si finisce per ritornare agli antichi culti idolatrici, trasformando Elohim in un Re affamato di offerte e si dichiarazioni di sottomissione per ottenere protezioni.

E così la religione ridiventa una “partita doppia” tra il fedele e la divinità, dove i sacrifici e i voti diventano la “moneta” (non solo in senso metaforico) di questo commercio. Una religione economica che ha sempre avuto (e ha) molti adepti, perché è molto troppo facile, è semplicemente stupida, dice Qohelet – «gli stolti fanno sacrifici».

Il fedele è felice di acquistare “meriti” e di compensare colpe per mezzo di semplici sacrifici, e gli amministratori della religione traggono molti vantaggi economici e controllo sulle coscienze alimentando questo turpe commercio. L’episodio di Gesù con i mercanti nel tempio (Giovanni 2,14-16), posto non a caso proprio all’inizio della sua vita pubblica, lo comprendiamo bene partendo da queste pagine di Qohelet. Il cristianesimo ha dovuto lottare molto nei suoi inizi per annunciare una religione tutta gratuità, e se smette di lottare ritorna sempre puntuale l’antico culto idolatra. Occorre molto lavoro e molta cura per non uscire dall’orizzonte della gratuità, ricadendo nel registri dei meriti e delle colpe.

Nella vasta gamma dei sacrifici al tempio, Qohelet pone l’accento anche sui cosiddetti “peccati involontari” o inavvertenze: «Non permettere alla tua bocca di renderti colpevole e davanti al sacerdote, non dire che è stata una inavvertenza» (5,5). La creazione della categoria dei peccati involontari è geniale, paragonabile ai prodotti più sofisticati della nostra finanza. Si crea un “borsa” e un “sistema di prezzi” anche per azioni non-reali, non cercate né volute. Il mercato perfetto. Si inventano colpe artificiali per poi cancellarle con sacrifici molto reali e costosi. Un mercato con una domanda potenzialmente infinita, e con essa anche il suo lucro, tutto gestito dal “tempio” e dai suoi contabili. Qohelet smaschera anche questa grande “vanitas”, e ci ricorda, ancora insieme a Giobbe (22,23), che anche la misericordia ha bisogno di verità: è fumo, è falsa misericordia, creare colpe “al fine” di perdonarle.

L’esistenza di un “luogo sopra il sole” dove i rapporti non sono regolati dal contratto, dalla reciprocità simmetrica, dallo scambio di mercato, è stata una pre-condizione essenziale perché i commerci e gli affari “sotto il sole” restassero faccende umane. È stato questo cielo abitato dalla gratuità che ci ha consentito di immaginare e realizzare economie civili e buone democrazie. Quali economie, quali democrazie, saremo capaci di immaginare nell’epoca della meritocrazia e degli incentivi senza gratuità?

avvenire.it

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Dante e i Papi: Vangelo in poesia

La Chiesa ha mostrato più volte il vivo e sentito desiderio di onorare degnamente la figura di Dante Alighieri, di tenere nella giusta considerazione la sua opera, considerandola come elemento essenziale del suo patrimonio culturale e religioso, per il profondo rapporto con la fede cristiana e con la riflessione teologica e filosofica sviluppatasi intorno alle verità della fede.

Ricordando i più recenti anniversari danteschi, ci si accorge che i pontefici, a nome di tutta la Chiesa, hanno tributato al sommo poeta uno straordinario, singolare onore, dedicandogli importanti documenti magisteriali. Nell’enciclica In praeclara summorum, rivolta ai professori e alunni degli istituti letterari e di alta cultura del mondo cattolico (30 aprile 1921), Benedetto XV celebrava il VI centenario della morte di Dante. Per l’occasione il pontefice aveva anche promosso il restauro del tempietto ravennate, attiguo alla basilica di San Francesco, che custodisce la tomba di Dante. Con l’enciclica il papa intendeva affermare ed evidenziare «l’intima unione di Dante con la cattedra di Pietro». Nel poema sono espresse le verità fondamentali della Chiesa cattolica, così da renderlo un «compendio delle leggi divine». A riguardo invece dei noti attacchi contro la Chiesa del tempo, papa Benedetto XV giustifica il sommo poeta: «Chi potrebbe negare che in quel tempo vi fossero delle cose da rimproverare al clero?». Per Benedetto XV Dante «conserva la freschezza di un poeta dell’età nostra », anzi egli è molto più moderno di alcuni poeti contemporanei, i quali rievocano «quell’antichità che fu spazzata da Cristo, trionfante sulla croce».

Nella ricorrenza del VII centenario della nascita di Dante, anche Paolo VIcon la lettera apostolica Altissimi cantus (7 dicembre 1965), evidenziava il profondo interesse della Chiesa per la figura di Dante. Con tale documento il pontefice istituiva, presso l’Università Cattolica di Milano, una cattedra di studi danteschi. La lettera apostolica completava la serie di iniziative attraverso le quali papa Montini volle esprimere l’ammirazione sua e di tutta la Chiesa per il cantore della Divina Commedia: il 19 settembre dello stesso anno aveva inviato per la tomba del poeta a Ravenna una croce d’oro, come segno della risurrezione che Dante professava, e il 14 novembre era stata incastonata nel battistero di San Giovanni a Firenze un’aurea corona d’alloro. Infine, a conclusione del concilio Vaticano II, il papa aveva donato a tutti i partecipanti una pregiata edizione della Divina Commedia.

«Del Signore dell’altissimo canto…». Già con l’incipit della lettera apostolica si evidenzia la centralità assoluta, in tutta la poesia italiana, del sommo poeta, definito «l’astro più fulgido» della nostra letteratura e ancora «padre della lingua italiana». Così scrivendo, Paolo VI rinnovava la profonda riconoscenza al poeta, e seguendo Benedetto XV lo annoverava tra tutti i grandi poeti cristiani. «Dante è nostro», ribadisce papa Montini, seguendo anche in questo Benedetto XV. «Nostro» nel senso di universale, ma anche nostro nel senso della fede cattolica. Paolo VI afferma che è un dovere della Chiesa riconoscere Dante come proprio, che ha come conseguenza necessaria uno studio accurato della sua opera per scoprirne gli «inestimabili tesori del pensiero e del sentimento cristiano».

Tra il sommo poeta e il pensiero cristiano vi sono numerosissimi elementi di contatto. Tra questi il fine stesso della Commedia, che ha in comune col messaggio cristiano l’intento di cambiare radicalmente l’uomo, di portarlo dalla selva oscura del peccato alla rosa mistica della santità. «Onorate l’altissimo poeta!» è l’invito-appello con cui Paolo VI conclude l’Altissimi cantus, sollecitando il «fermo impegno» soprattutto di coloro che, per vari motivi, si sentono a lui più vicini. La cultura contemporanea deve saper incontrare Dante e chiedere a lui la guida verso la «dritta via», spesso impedita dalla selva oscura, verso quello che egli ci indica come «dilettoso monte/ ch’è principio e cagion di tutta gioia».

Benedetto XVI non è meno legato a Dante dei suoi predecessori e più volte, già da cardinale, ricorda e cita il sommo poeta. Il cardinal Ratzinger, infatti, nel libro Introduzione al cristianesimo, scrivendo dello «scandalo del cristianesimo», cioè di Cristo Figlio di Dio fattosi uomo, e quindi del significato dell’essere che va ricercato non nel mondo delle idee ma nel volto di un uomo, rammenta la concretezza di questo pensiero nella conclusione della Divina Commedia di Dante: «Dentro da sé del suo colore istesso,/ mi parve pinta della nostra effigie,/ per che il mio viso in lei tutto era messo». Dante, «contemplando il mistero di Dio, scorge con estatico rapimento la propria immagine, ossia un volto umano, esattamente in centro all’abbagliante cerchio di fiamme formato da “l’amore che move il sole e l’altre stelle”».

Benedetto XVI riprende questo tema e questi versi per spiegare il significato profondo della sua prima enciclica Deus caritas est. Incontrando i partecipanti a un congresso organizzato dal Pontificio consiglio «Cor unum», il pontefice afferma: «Ancora più sconvolgente di questa rivelazione di Dio come cerchio trinitario di conoscenza e amore è la percezione di un volto umano – il volto di Gesù Cristo – che a Dante appare nel cerchio centrale della Luce. Se da un lato nella visione dantesca viene a galla il nesso tra fede e ragione, tra ricerca dell’uomo e risposta di Dio, dall’altro emerge anche la radicale la novità di un amore che ha spinto Dio ad assumere un volto umano». Nell’enciclica, si ribadisce, il papa voleva «tentare di esprimere per il nostro tempo e per la nostra esistenza qualcosa di quello che Dante nella sua visione ha ricapitolato in modo audace».

Il 4 maggio 2015, quando in Senato si sono celebrati i 750 anni dalla nascita di Dante. ho avuto l’onore di essere latore di un messaggio diPapa Francesco che si accosta ai suoi predecessori nella lode e nell’ammirazione per questo grande poeta e credente. Lo stesso pontefice, per altro, nella sua prima enciclica Lumen fidei, aveva raffigurato la luce della fede, che avvolge e coinvolge l’intera esistenza umana, attraverso un’immagine dantesca, la «favilla,/ che si dilata in fiamma poi vivace/ e come stella in cielo in me scintilla» (Paradiso XXIV, 145-147).

Avvenire
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Il rapporto tra i giovani, la fede e la religione

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Nuovi numeri sul calo di interesse dei giovani per la religione. Ma le letture alla John Lennon non è affatto detto che interpretino davvero la realtà…

Qualche giorno fa ho trovato sulle pagine “on line” dell’Espresso-Repubblica questo articolo articolo, a firma di Lorenzo Di Pietro sul tema che da anni mi appassiona: il rapporto tra i giovani, la fede e la religione. Di Pietro, partendo da una serie di dati raccolti da tre fonti diverse, descrive un quadro in cui il calo di interesse dei giovani per la religione e la fede è indice, a suo dire, di “un processo di secolarizzazione in corso nel Paese, che coinvolge anche i giovani e vede nelle donne un ulteriore elemento di spinta verso una società più laica ed emancipata”.

Non ho dubbi sui dati che Di Pietro riporta. Qualche dubbio ce l’ho – invece – sulla lettura che di questi dati viene proposta nell’articolo. Intanto perché chi si occupa di queste cose sa benissimo che un conto è la relazione tra i giovani e la religione istituzionale – in gran parte identificata con la Chiesa Cattolica – e un altro è quello tra i giovani e la fede, cioè la dimensione spirituale e la “sensibilità religiosa”. Sostenere che la presa di distanza dalla religione equivale ad un calo della sensibilità religiosa indica solo che l’immagine di questi giovani che si sta proponendo è ottenuta senza avere avuto mai con loro una relazione diretta, sul campo, su questi temi.

In secondo luogo collegare direttamente la presa di distanza dei giovani dalla religione istituzionale con una positiva emancipazione della società vuol dire continuare a leggere il cambiamento sociale con strumenti che oggi non danno ragione sufficiente di ciò che è sotto i nostri occhi: la “laicizzazione” della società, alla francese, cioè religiosamente neutralista, produce estremizzazione religiosa non emancipazione. John Lennon che canta “and no religion too“, per una società che viva in pace, è stato clamorosamente smentito dai fatti. Né i comunismi più “duri e puri”, né i capitalismi più “selvaggi e liquidi” sono riusciti a “uccidere” la religione. Con buona pace di chi se ne rammarica.

L’articolo di Di Pietro – però – ha il merito di riportare l’attenzione su alcuni dati, che erano già noti da tempo, ma che troppo presto, in casa cattolica, sono stati messi da parte. In primo luogo il progressivo e perdurante calo di chi sceglie di avvalersi dell’insegnamento della religione, numero più che raddoppiato in questi ultimi vent’anni. Secondo: l’erosione, anche qui progressiva e costante, della partecipazione ai sacramenti dell’iniziazione cristiana, indicata in circa 15 punti percentuali in meno dal ’95 ad oggi. Terzo, ma non ultimo, la percezione di “appartenenza” religiosa dei giovani, che passa, in ambito cattolico, da un quasi 50% del ’84 a circa il 30% di oggi. Con la contemporanea crescita di chi si dichiara “non appartenente” ad alcuna religione, che, nello stesso periodo, sale di oltre il doppio.

Se poi questi dati vengono messi assieme ad altri (che Di Pietro forse non conosce) il quadro si fa più complesso ancora. Quello, ad esempio, di quasi 2 giovani su 3 che dichiarano di coltivare una forma di spiritualità personale. E di quasi 3 su 4 che dichiarano di credere nell’esistenza di una qualche forma di vita superiore. E ancora, quello di chi ammette una percezione positiva del senso della vita, quasi il 70%, connesso in qualche modo ad un’altra esistenza dopo la morte. (Per chi volesse andare alla fonti consiglio un libro splendido: A. Castegnaro – Fuori dal recinto. Giovani, fede e Chiesa: uno sguardo diverso).

Come si possono, allora, tenere insieme tutti questi dati? Un’ipotesi è che – a differenza di quanto afferma di Pietro – i giovani annuncino la fine della secolarizzazione e, come conseguenza dell’essere post-secolari, la riorganizzazione della dimensione religiosa su strade molto diverse. Strade non “istituzionali”, perciò spesso non rintracciabili dalla Chiesa, ma sulle quali il sentimento religioso appare ancora potentemente presente.

Strade in cui il credere si manifesta sempre più come desiderio di un’esperienza diretta di relazione col mistero, capace di produrre coinvolgimento e sentimento, anche in forme poco elaborate e per certi aspetti non razionalizzabili. Dove cioè le esperienze attraggono molto più dei catechismi e si coglie la tendenza a passare dal credere in Dio al credere nel mistero di Dio, dalla dogmatica alla mistica.

Altro che la prima generazione incredula, perciò! Una generazione invece che sembra annunciare un’epoca diversa. Dove il senso del nostro stare al mondo non arriva più come scoperta e accettazione di un patrimonio culturale consolidato, né tantomeno dalla possibilità di essere costruito con le nostre stesse mani. Ma come esperienza che la vita ci può regalare, ben al di là dello “schema” in cui il sistema culturale ci spinge a restare, e che ci può aprire all’inatteso che speriamo.

 

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Le caratteristiche della fede

di Filomena Fabbri

La fede è luce. Dio viene nel cuore dell’uomo per portare luce: “Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre” (Giovanni 12,46). La Rivelazione viene a cercare l’uomo sul suo stesso terreno, lo insegue nelle sue profondità interiori, quelle che molte volte egli sigilla per paura di essere vulnerabile. Dio ha voluto assumere la vita umana per far sentire ancora di più la sua vicinanza all’uomo.

Il Verbo si è fatto carne, si è sporcato di terra, ha toccato con mano tutte le situazioni che l’uomo vive ricordandogli che la natura umana non può fare a meno di amare e dare fiducia. Amare, infatti, significa dare fiducia, perché la vita è un continuo atto di fede. Un bambino quando nasce non può far nulla, se non dare fiducia, anelare alla sua mamma e al suo papà. Colui che crede, nell’accettare il dono della fede è rivestito di una luce nuova, è trasformato in una creatura nuova, diventa figlio nel Figlio.

La fede però non è un trofeo o un punto di arrivo; è invece un punto di partenza. Dal momento in cui si accoglie il dono della fede il cristiano comincia un cammino tutto nuovo, pieno di sorprese, dove non mancano nemmeno le difficoltà. La vera relazione che l’uomo stringe con Dio necessita di un dinamismo, di una continua conoscenza, di una continua scoperta, di un continuo affidarsi e abbandonarsi, di un continuo “esodo”: un’avventura condivisa che vede Dio agire con l’uomo e nell’uomo.

Per nutrie e rafforzare questa fede è necessario mantenere il cuore “vulnerabile” all’amore di Dio, non smettere di nutrirsi della Parola di Dio, dei sacramenti, della preghiera sia individuale sia comunitaria, per una crescita che porta alla santità della vita, a un amore che non è solo in verticale, ma anche in orizzontale, e cioè capace di abbracciare tutta l’umanità.

— La fede è una grazia. Quando san Pietro confessa che Gesù è “il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, Gesù gli dice: “Né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli” (Matteo 16,17).

— La fede è un atto umano. “Non è contrario né alla libertà né all’intelligenza dell’uomo far credito a Dio e aderire alle verità da lui rivelate” (Catechismo della Chiesa cattolica n. 154). Nella fede, l’intelligenza e la volontà umane cooperano con la grazia divina.

— La fede è certa, più certa di ogni conoscenza umana, perché si fonda sulla Parola stessa di Dio, il quale non può mentire. “Non vi potrà mai essere vera divergenza tra fede e ragione: poiché lo stesso Dio che rivela i misteri e comunica la fede, ha anche deposto nello spirito umano il lume della ragione, questo Dio non potrebbe negare se stesso, né il vero contraddire il vero” (Concilio Vaticano I). “Perciò la ricerca metodica di ogni disciplina, se procede in maniera veramente scientifica e secondo le norme morali, non sarà mai in reale contrasto con la fede, perché le realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal medesimo Dio” (Gaudium et spes n. 36).

— La fede è libera. Per essere umana, la risposta della fede data dall’uomo a Dio dev’essere volontaria: “Nessuno può essere costretto ad abbracciare la fede contro la sua volontà. Infatti l’atto di fede è volontario per sua stessa natura” (Dignitatis umane n. 10).

— La fede è inizio della vita eterna. Ci fa gustare come in anticipo la gioia e la luce della visione beatifica, fine del nostro pellegrinare. Allora vedremo Dio “faccia a faccia” (1Corinzi 13,12), “così come egli è” (1Giovanni 3,2).

sources: CREDERE

 

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Per il cardinale Parolin è una grande sfida portare la fede nella politica

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La Chiesa ha bisogno di voi per la sua missione universale e, viceversa, voi avete bisogno della Chiesa come madre e maestra di tutti”. Così il segretario di Stato Vaticano, cardinale Pietro Parolin, ha portato oggi il suo saluto al quinto meeting dell’International Catholic Legislators’ Network, in corso a Frascati (Roma). Ricordando la missione della Chiesa di “ricondurre tutte le cose a Cristo”, il segretario di Stato ha rimarcato che “la Chiesa ha bisogno di voi” perché “la vostra produzione legislativa è una parte vitale dell’apostolato dei laici”. Come operatori della politica, ha aggiunto, “il vostro ruolo non è solo vivere ‘in mezzo al mondo’, ma anche essere ‘lievito nel mondo’ a favore della famiglia, delle comunità locali e delle rispettive nazioni. La grande sfida per voi è portare la vostra fede nell’affrontare le questioni pressanti del mondo di oggi, nel dialogare con la società e la cultura, e parlare umilmente della luce che la nostra fede offre”.

“La Chiesa – ha quindi osservato Parolin – sa che il vostro lavoro non è facile. È consapevole delle numerose minacce alla vita familiare, sotto forma di politiche e leggi che consentono o addirittura accelerano il suo dissolvimento. È anche ben conscia dell’urgenza di alleviare la povertà e sostenere lo sviluppo integrale dei membri più trascurati della società. Così, come la Chiesa ha bisogno di voi, voi avete bisogno della Chiesa. Ella mette a vostra disposizione i suoi sacramenti, il suo consiglio saggio e il suo impegno per le verità morali della legge naturale. Supporta le iniziative che promuovete a servizio del bene comune attraverso la produzione legislativa”.

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La sfida di dire la fede

Il diretto interessato non lo sa, ma per un momento un vigile urbano di Trieste è stato il protagonista del Salone del Libro. E non di un incontro qualsiasi, ma dell’evento clou di ieri: il dialogo tra Claudio Magris e il presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, il cardinale Gianfranco Ravasi. Attesissimo, quest’ultimo, dopo che un’improvvisa indisposizione lo ha obbligato a disertare la cerimonia d’apertura di mercoledì sera.

Si parla di comunicazione della fede nella società d’oggi, con il direttore della Stampa, Mario Calabresi, incaricato di moderare uno scambio che, prima ancora di essere ospitato al Lingotto, è radicato in un’amicizia di lunga data fra i due protagonisti. Sì, ma in tutto questo che c’entra il vigile urbano? C’entra, c’entra, perché si tratta dell’autoproclamato capo dei satanisti giuliani. «Qualche tempo fa – racconta il professore – è finito sulle pagine dei giornali locali con una serie di dichiarazioni a favore del libero pensiero e di presunte trasgressioni. Ma siamo seri, per cortesia: se uno vuole difendere il male deve schierarsi per il male vero. Si proclami a favore del traffico d’organi, non trovi scuse per andare a ballare».

Il tono della conversazione è questo: lieve, spesso arguto, sempre profondissimo. Se c’è un equivoco sul male, infatti, c’è anche un equivoco sul bene, ed è il più pericoloso. «È ora di finirla con la contrapposizione fra laici e credenti – avverte Magris –. La laicità non è un contenuto, ma un modello di pensiero, un metodo che appartiene a tutti, anche a chi si riconosce in una fede religiosa. Quello che a me preme non è di difendere questa o quella posizione della Chiesa, ma che ci sia chiarezza su quello che la Chiesa afferma. In questo molto fa la superficialità di cui gli stessi intellettuali danno prova, ma non possiamo nasconderci che in alcuni casi la comunicazione da parte dei credenti manca di chiarezza. Non si può accettare, per esempio, che il peccato originale sia considerato come una specie di maledizione ereditaria. Al contrario, è la coscienza di un male dal quale tutti, in modo diverso, siamo contaminati. In questa precisione, in questa sottigliezza straordinaria nel distinguere ciò che è oggetto di fede e ciò che è oggetto di ragione sta la potenza dell’insegnamento della Chiesa, il principio di laicità che può consentire di aderire o non aderire al suo messaggio».

Il cardinal Ravasi acconsente e, quando viene il suo turno, toglie dalla tasca un foglio con il testo di una e-mail ricevuta in mattinata. «Me l’ha inviata un torinese – confessa – e suggerisce una citazione da Sunset Limited di Cormac McCarthy: chi si interroga cerca la verità, ma chi dubita o è indifferente vuole sentirsi dire che la verità non esiste». È l’inizio di un percorso che si snoda tra le Confessioni di Agostino e gli aforismi di Oscar Wilde, tra la consapevolezza che «il nostro cuore non ha posa finché in Te non riposa» e la scoperta che «le risposte sono capaci tutti a trovarle, è per le domande che ci vuole un genio». Un elogio della ricerca, perché, sottolinea Ravasi, «alle religioni non spetta di consolare e rassicurare, semmai di rendere più inquieto l’uomo. Come scriveva Julien Green, “finché siamo inquieti, possiamo stare tranquilli”».

Il cristianesimo non fa eccezione. «L’annuncio del Vangelo – spiega il cardinale – sa ricorrere alla provocazione. Paolo, quando parla agli Ateniesi, presenta loro un orribile strumento di morte. A quell’epoca la croce era l’equivalente della sedia elettrica, ma è proprio da lì che l’apostolo parte». Quella della fede, però, non è un’interrogazione fine a se stessa. «Tutto conduce all’incontro con la persona di Gesù – dice Ravasi – ed è un incontro tanto importante da aprire all’incontro con gli altri uomini. Il cristiano, per sua natura, non può essere integralista, il dialogo è la dimensione che più gli appartiene e che gli permette di accogliere anche la tensione di quanti, pur non credendo, non riescono a ignorare il fascino di Gesù. Penso a Jorge Luis Borges, un grandissimo autore che papa Francesco ha conosciuto personalmente e che ama molto. So che il Suo non è il volto dei pittori, scriveva Borges, ma insisterò a cercarlo fino al giorno dei miei ultimi passi sulla terra».

Non è una fuga nell’irrazionale, non è un rifugio nell’assurdo. Il colpo di scena Ravasi lo tiene per la chiusura: «Vi sarà capitato di innamorarvi, no? E in amore non si sceglie certo affidandosi esclusivamente alla logica. Né si comunica solo con le parole, perché tra gli amanti, secondo un detto attribuito a Pascal, il silenzio è molto più prezioso. Ecco, questo linguaggio è lo stesso della trascendenza».

Alessandro Zaccuri – avvenire.it
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Il cammino della fede

Con una eccezionale liturgia durante la quale sono state venerate le reliquie che la tradizione attribuisce all’apostolo Pietro, alla presenza tra gli altri dei capi delle Chiese cattoliche orientali, si è concluso il secondo anno della fede. Lo aveva indetto Benedetto XVI per ricordare il cinquantesimo anniversario dell’apertura del concilio (11 ottobre 1962) e a lui Papa Francesco ha voluto subito rivolgere – ancora una volta con un tratto di toccante delicatezza – un “pensiero pieno di affetto e di riconoscenza per questo dono che ci ha dato”, in un’omelia tanto semplice quanto efficace.
Proprio la memoria del martirio di Pietro e di Paolo, collocato nell’anno 67, aveva spinto Paolo VI a ideare per la prima volta un anno della fede, aperto il 29 giugno 1967 e concluso il 30 giugno 1968 con la professione del Credo del popolo di Dio, non molto tempo dopo la conclusione del Vaticano II. Era questo lo sfondo dell’iniziativa, perché – come osservò Papa Montini l’8 marzo 1967 – “se il concilio non tratta espressamente della fede, ne parla ad ogni pagina, ne riconosce il carattere vitale e soprannaturale, la suppone integra e forte, e costruisce su di essa le sue dottrine”.
E le parole del Vaticano II sono state riprese da Papa Francesco quando ha detto che a Cristo, centro della storia e della vita di ogni uomo, “possiamo riferire le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce di cui è intessuta la nostra vita”. Infatti, “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” si legge all’inizio della Gaudium et spes.
Alla luce della fede – testimoniata dagli apostoli Pietro e Paolo e approfondita per il nostro tempo dal concilio Vaticano II – il vescovo di Roma ha voluto dunque rileggere l’anno trascorso come tempo opportuno e favorevole (kairòs, nel linguaggio delle Scritture cristiane) per riscoprire la bellezza di un cammino che per ogni fedele è iniziato con il battesimo e viene indicato a chi voglia avvicinarsi all’unico Signore. Ed è lui che viene incontro all’uomo e posa su ogni persona il suo sguardo, aveva spiegato Papa Francesco parlando ai catecumeni del desiderio di Dio.
Nella domenica conclusiva dell’anno liturgico che è dedicata alla meditazione su Cristo re dell’universo il vescovo di Roma ha spiegato con parole dense ed efficacissime il senso di questa signoria: che è centro della creazione, centro del popolo, centro della storia (e cioè della storia dell’umanità e della storia di ogni uomo, ha specificato). Centralità di Gesù Cristo che va riconosciuta e accolta “nei pensieri, nelle parole e nelle opere”, ha detto Papa Francesco che ha subito aggiunto che soltanto così pensieri, parole e opere saranno di Cristo.
La riflessione del Pontefice ha così interpellato la storia di ogni uomo. Per implorare, con le parole del buon ladrone, Gesù e il suo sguardo, e continuare il cammino.

g.m.v.

(©L’Osservatore Romano 25-26 novembre 2013)

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Big Bang o fede, il falso dilemma

«Tra scienziati, anche in privato, capita molto raramente di parlare di filosofia o teologia. C’è molto pudore ad affrontare certi temi». Krzysztof Meissner, 52 anni, docente di fisica teorica all’università di Varsavia, è uno dei massimi studiosi di fisica delle particelle in Europa, ha lavorato nei più importanti centri di ricerca al mondo, da Harvard, all’École polytechnique di Parigi, al Cern di Ginevra. Per cui, quando confessa di sentirsi spesso frustrato dalla mancanza di spazi di confronto con i propri colleghi sulle domande ultime che fanno da sfondo allo scavo scientifico, lo fa a ragion veduta.

Anche per questo è uno dei partecipanti più convinti al “Cortile del dialogo”, l’appuntamento mutuato dal Cortile dei gentili che si tiene oggi e domani a Varsavia, organizzato dall’arcidiocesi con il patrocinio del Pontificio Consiglio della cultura. Evento che sarà aperto dal cardinale Gianfranco Ravasi – domani porterà il suo saluto anche il presidente della Repubblica Bronislaw Komorowski – e a cui partecipano nomi prestigiosi della cultura polacca, come il sacerdote e cosmologo Michael Heller, il filosofo Piotr Gutowski , lo storico Krzysztof Pomian, il sociologo Andrzej Zybertowic.

Meissner attualmente sta lavorando insieme al fisico Hermann Nicolai, del Max Planck Institut Potsdam, a una versione “allargata” della teoria standard dell’universo, alla ricerca di una seconda «particella di Dio», dopo il Bosone di Higgs. Una sfida vertiginosa, più che ambiziosa. Il bisogno di ricongiungere in qualche modo sapere scientifico e umanistico non lo lascia mai, anche per il fatto che l’apertura intellettuale è nel suo nel Dna. Suo bisnonno materno era Wincenty Lutoslawski, che stabilì la cronologia delle opere di Platone con un’analisi stilometrica dei testi, marito a sua volta della poetessa spagnola Sofia Casanova. Cugino di sua nonna materna era il grande compositore e direttore d’orchestra Witold Lutoslawski. Ma l’elenco degli intellettuali, politici e artisti in famiglia è sorprendentemente lungo.

Professor Meissner, qual è la differenza tra uno scienziato credente e uno no?
«Nel modo di fare ricerca, nessuna. Entrambi usano gli stessi mezzi, usano la stessa matematica. La differenza è nell’approccio al risultato finale. Le leggi che governano l’universo si rivelano sempre semplici, eleganti, con un che di perfetto nella loro essenza. Se uno non crede in Dio constata questa perfezione e si ferma lì. Se uno è credente non può non vedervi un riflesso della perfezione di Dio. Quello che cambia è insomma il significato attribuito alle scoperte, l’ottica con cui le possiamo guardare e apprezzare».

Tra le porte sul mistero che la scienza apre, qual è la principale per lei?
«È la stessa esistenza di leggi universali. Leggi che sono appunto semplici, eleganti, perfette, a cui rispondono tutte le cose. Un universo sorto dal caso dovrebbe essere caotico. Se ci fossero delle leggi non potrebbero essere universali nel tempo e nello spazio. Potrebbe esserci una certa misura di correlazione fra la cose, non di più. La presenza di leggi universali, che è la condizione di possibilità della ricerca scientifica, leggi che non cambiano dal lunedì al mercoledì, è qualcosa di stupefacente, che non smette di sorprendermi dopo tanti anni. La considero più che un indizio, direi quasi una prova della presenza di una realtà trascendente, del fatto che c’è qualcosa di più grande del mondo in cui viviamo. Cosa sia questa trascendenza, se sia un Dio personale o una divinità panteistica, è un quesito per rispondere al quale abbiamo bisogno della fede. Ma, ripeto, che ci sia una dimensione che trascende il nostro mondo, per me come scienziato è evidente».

C’è chi cerca di vedere anche nella fisica quantistica lo spazio per un «ritorno di Dio». Lei cosa ne pensa?
«Penso che non dobbiamo tirare in ballo l’intervento divino per colmare le lacune della nostra conoscenza. Ma una cosa va detta. Fino alla fine del XIX secolo è stata dominante una visione della scienza, originatasi anche per influsso della Rivoluzione francese, fortemente deterministica. Si era convinti che conoscendo le condizioni del mondo in un dato momento sarebbe stato possibile ricostruirne il passato e anticiparne il futuro. C’è chi voleva persino chiudere le facoltà di fisica, perché da allora in poi sarebbero state sufficienti quelle di ingegneria… Un determinismo che riguardava anche l’uomo. Ogni fenomeno era ritenuto spiegabile e prevedibile. La fisica quantistica ha spezzato le catene di questo determinismo duro e semplicistico e ha reso il mondo più interessante. Si può dire che abbia anche ricreato le condizioni per riflettere sull’altro grande mistero che, secondo me, spinge a considerare l’esistenza di una realtà trascendente e che sfugge al determinismo, il libero arbitrio dell’uomo».

E del Big Bang cosa pensa?
«Sul Big Bang io sarei molto più prudente di altri nel giudicarlo un “assist” della scienza all’esistenza di Dio. Prima di tutto perché non sappiamo se il Big Bang sia realmente esistito, o meglio: i nostri strumenti di fisica teorica ci permettono di capire l’universo solo fino a un certo punto di densità, oltre al quale non possono esserci più di aiuto. Può esserci stato un punto zero, un inizio di tutto, ma non possiamo escludere, andando a ritroso, di entrare in una sorta di tempo negativo, oltre il punto zero. Ho sempre considerato quindi azzardato mettere in parallelo il Big Bang e la Genesi. Anche i credenti non dovrebbero mai dimenticare che la Bibbia è una verità rivelata sulla relazione tra l’uomo e Dio, non su quella tra l’uomo e la realtà materiale».

Andrea Galli – avvenire.it
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FEDE IN ALTA QUOTA…Sant’Anna di Vinadio Santuario vetta d’Europa

 FEDE IN ALTA QUOTA

Sant’Anna di Vinadio
Santuario vetta d’Europa
Paolo Pittaluga
Cuneese, a due passi dal confine francese. Alpi Marittime. Situato tra le valli Stura, Gesso e Tinèe – in un ambiente naturale mozzafiato caratterizzato da una grande corona di vette grigiaste e franose, con sottostanti laghetti pittoreschi, circondato dalle cime imponenti della Maladecia a Sud e della Bravaria a Nord – si staglia il complesso del Santuario di Sant’Anna, che con i suoi 2.035 metri di altezza ha il primato di essere il più alto d’Europa. Per piemontesi e liguri un posto molto amato, non semplice da raggiungere, anche se l’auto porta sino in cima dopo un costante salire lungo un nastro d’asfalto che accarezza precipizi da brivido.
Il primo documento che indica la presenza di una chiesetta nel vallone dell’Orgials, è un atto d’intesa sui confini di Vinadio e Isola del 23 settembre 1307, che parla dell’ospizio di Santa Maria di Brasca. Era una piccola cappella affiancata da semplici locali per l’ospitalità dei viandanti e pellegrini. In un atto del 1447 risulta che l’ospizio era amministrato dal parroco di Vinadio. Le testimonianze più antiche sulla vita dell’ospizio di Santa Maria attestavano la presenza di eremiti che si dedicavano al servizio ai viandanti. Il documento più importante è datato 4 anni prima e, per la prima volta, viene attestato il nuovo titolo della chiesa detta ora Sant’Anna. L’ospizio alpino stava cambiando fisionomia divenendo un caratteristico Santuario. Il culto di sant’Anna e di san Gioacchino si era diffuso in occidente dopo le crociate e per dare forza alla nuova devozione anche tra quei monti la tradizione ricorse all’apparizione di sant’Anna ad una pastorella, Anna Bagnis, avvenuta su una roccia tra i pascoli più a monte della chiesetta.Attorno al ‘500 la chiesa cominciò a diventare vero luogo di preghiera e meta di pellegrinaggi. Risale al periodo il rifacimento dell’altare e l’acquisto di un dipinto che raffigurava la santa, andato perduto durante la Rivoluzione francese. Nel 1619 giunse una reliquia di sant’Anna, che è tuttora conservata nel braccio d’argento esposto in chiesa. La tappa più significativa dello sviluppo del Santuario fu la costruzione della nuova chiesa, quella attuale, tra il 1680-81, che venne edificata leggermente più a valle dell’antica cappella. Allora, dicono le cronache, erano già migliaia i pellegrini. Nei secoli a seguire la struttura andò sempre più ampliandosi e, nel 1881, l’edificio assunse l’impostazione attuale con il rifacimento della facciata e del campanile.

Trattandosi di un luogo di confine, il posto venne utilizzato spesso dai soldati per costruire trincee e fortini. Persino la strada carrozzabile venne costruita nel 1924 a scopi militari per raggiungere il Colle della Lombarda che è nelle vicinanze. Finite le guerre, gli edifici militari furono riconvertiti a scopi civili e, per ospitare i tanti fedeli, nel 1971 fu risistemato il chiostro tra la chiesa ed il vecchio ospizio rendendolo adatto alle celebrazioni. L’attuale edificio, quello costruito nel 1680, è a tre navate ed è particolarmente curioso dal momento che il pavimento ligneo è in salita sul pendio della roccia.
Sempre nel Cuneese non va dimenticato un altro Santuario che “sfiora” il cielo: quello di San Magno. Siamo in Val Grana e l’edificio, meta di molti pellegrinaggi, sorge su un cucuzzolo a 1.760 metri. Le cronache individuano nel 1400 la presenza di una cappella che sarà ampliata nel 1514 e arricchita da un ciclo pittorico sulla vita di Gesù. Le carestie e le epidemie del 1600 fanno di questa chiesa un luogo di speranza a tal punto che si rende necessario erigere il vero e proprio Santuario che sarà terminato nel 1716.

Paolo Pittaluga – avvenire.it