Adolescenti e fede

settimanannews

Sembrano imprendibili. Gli adolescenti (circa da 12 a 18 anni) sfuggono alle cure educative scolastiche come a quelle ecclesiali. Non è difficile incontrare genitori esasperati dalle loro sfide. Eppure è una stagione decisiva dove fioriscono le possibilità, anche in ordine alla fede. Il n. 12 (2018) di Documents episcopat, edito dalla segreteria della Conferenza episcopale francese indica attraverso una decina di brevi saggi le sfide maggiori dell’età: educative, missionarie ed ecclesiali.

Trascinati dai tumultuosi cambiamenti del corpo, della mente e della coscienza i ragazzi sono costretti a rispondere alla perenne domanda «Chi sono io?» in un contesto in cui la norma sociale sembra scomparsa, mentre si moltiplicano le ingiunzioni (vestiti, linguaggi, musica ecc.) e diventa martellante l’imperativo all’autonomia.

Riconoscere il bene, apprendere a scegliere, vivere in relazione: sono le sfide educative maggiori.

Digitali e gaudenti

Lo spazio numerico e il gioco sessuale sembrano le caratteristiche più intriganti della nuove generazioni. I «nativi digitali» (definizione peraltro assai discussa) vivono lo spazio numerico come obbligatorio. Le loro capacità sono frutto di apprendimento nell’imitazione. Diventano digitali, non nascono tali. Ne assumono gli imperativi: «immediatezza, illimitatezza e continuità rappresentano i tre piloni del digitale».

L’essere sempre connesso non è solo un compito ma uno spazio di personalità che si aggiunge all’«Es – Ego – SuperEgo» della tradizione freudiana. Così vengono identificati i punti che caratterizzano i «ragazzi mutanti»:

– i “mutanti” non sono più psicosocietariamente sagomati per integrare l’autorità di tipo paterno;

– non sono più psicosocietariamente sagomati per integrare i modi di apprendimento fondati sulla “sottomissione” al sapere di un maestro;

– non imparano il rispetto se non a partire dal rispetto che è loro accordato;

– apprendono da noi (adulti) da ciò che ci vedono fare e non da ciò che ordiniamo loro di fare;

– conversazioni e negoziazioni “egualitarie” diventano gli strumenti privilegiati del co-sviluppo nostro e dei nostri ragazzi». La frattura generazionale manifesta spesso più la paura degli adulti che la reale situazione degli adolescenti.

Nei confronti della sessualità la sfida che essi affrontano è quella di riconoscere lo statuto del corpo, l’unità della loro persona e il senso dei gesti e degli atti. Si tratta di un orizzonte antropologico rispetto a cui le liste normative risultano incomprensibili.

Il sesso è vissuto anzitutto come un puro gioco di piacere, sottomesso all’unica regola del consenso. Una vertigine immediata senza durata e senza impegno. La paratia del genere diventa fluida e, al di là delle infinite discussioni della teoria di genere, essa condiziona la vita affettiva e sessuale degli adolescenti, trascinati dai modelli loro proposti dalla cultura mediatica.

La sessualità tende e diventare il gioco dei possibili e si espande sull’onda di desideri molteplici e fluttuanti. L’atto sessuale si riduce ad esperienza, anche quando è di tipo omosessuale o bisessuale.

I modelli di conformità sono, da un lato, quelli della pubblicità e, dall’altro, quelli della pornografia, che «è la principale fonte d’informazione e di formazione in materia sessuale per gli adolescenti».

Ma proprio il rapporto meccanico e disconnesso dall’emozione trasmesso dalla pornografia rilancia l’esigenza, assai viva nei ragazzi, dell’unità della loro persona e del pericolo di una intima dissociazione quando il corpo, proprio e altrui, è ridotto a strumento. Da qui nasce una presa di coscienza non solo della propria unità di persona, ma anche di un dono di sé libero e responsabile. Il controllo dei gesti non è più castrazione, seppur raggiunto attraverso prove ed errori.

Si apre così una nuova confidenza con l’adulto, chiamato ad accompagnare e a non forzare le tappe. Fino alla scoperta dell’interiorità che abita il corpo, al silenzio meditativo che alimenta la persona, alla capacità di stare con se stessi nel dono ad altri.

L’«io» e il «credo»

Il percorso catecumenale sembra quello più adatto ad accompagnare la formazione di fede nei ragazzi. A partire dalla loro consapevolezza di vedere morire il bambino che è in loro a favore di un nuovo adulto, percezione che si avvicina al compito del cristiano di lasciare morire l’uomo vecchio per una nuova vita. Al momento della crescita il bambino che diventa adolescente impara a pensare da solo, ad agire per propria volontà, ad essere un «io» di fronte agli altri.

Il percorso catecumenale trasforma similmente un simpatizzante della Chiesa in una persona che è in grado di dire «io credo». Così i piccoli gesti di emancipazione si possono collocare accanto al rito di passaggio della cresima. Un cammino da fare in gruppo e dentro le relazioni che si istaurano con i leader di fatto e quelli proposti dagli adulti. A questi ultimi compete in particolare il delicato compito dell’accompagnamento. Esso conosce la pazienza della crescita, la scansione delle tappe, la dimensione relazionale e sociale.

«Accompagnare un bambino, un adolescente sul cammino di fede, significa sforzarsi di creare le condizioni di un incontro con Cristo, è la proposta di partire alla sequela di Cristo in un cammino che gli sia proprio. Insomma, si tratta di aiutarlo a udire l’appello del Cristo dentro la sua vita,  a scoprire la vocazione che gli è propria e a rispondervi».

Le piccole decisioni alla loro portata hanno l’effetto di strutturare e rilanciare energie per passi ulteriori. È camminando che si impara a camminare, permettendo di intuire il filo rosso dello Spirito che attraversa le singole decisioni. L’appello vocazionale è del tutto funzionale alla costruzione dell’identità personale.

L’insieme della comunità cristiana e i singoli educatori sono chiamati a vivere la relazione educativa all’insegna di tre gesti fondamentali: «io credo in te», «io spero con te», «ti amo alla maniera in cui Cristo ti ama». Sapendo che sempre meno saranno i ragazzi che vengono alla Chiesa e sarà necessario raggiungerli nei luoghi che loro frequentano.

Un insegnamento “dall’alto” non funziona più. «I giovani vogliono essere attori delle loro scoperte, apprendono meglio se sono interattivi con quanto proponiamo loro. Entrare nei loro modi di funzionamento, utilizzare i loro strumenti mediali, non può che aiutarci  a entrare in una dinamica nuova dell’annuncio con gli strumenti del nostro tempo».

La messa e i riti

E la messa? «Troppo lunga, sempre la stessa cosa, sempre lo stesso che parla», «Bella negli incontri con gli altri, ma la domenica senza gli amici è noiosa», «Non si capisce niente delle parole del prete e dei lettori… persino in classe si possono fare domande», «Andarci coi genitori è banale e poi ci sono solo vecchi»: l’asprezza adolescenziale delle affermazioni (alcune del tutto condivise anche dagli adulti) non nasconde la sfida esplosiva contenuta nel rito, di un mistero che si svolge davanti e con noi, che decentra la vita, che interrompe forzosamente i nostri tempi, che ci obbliga all’interiorità.

Non è facile per l’adolescente capire lo scarto fra la turbolenza interiore prodotta dal rito e il suo aspetto immutabile. «Penso che la messa faccia problema perché è fonte di angoscia per molti adolescenti e adulti che hanno sempre meno l’abitudine al silenzio e alla gestione delle frustrazioni». «Dobbiamo riconoscere la scomodità rappresentata dalla messa e come essa richieda delicatezza e accompagnamento da parte nostra».

Due le piste proposte: il rito e la partecipazione della famiglia. La ritualità è necessaria a tutti e vivere l’eucaristia con la famiglia o con gli educatori è l’unico mezzo per renderla feconda ai ragazzi.

Documents episcopat propone nella seconda parte della rivista una serie di esperienze pratiche di associazioni e di movimenti che sono propri della tradizione francese come il lavoro nelle scuole cattoliche e nelle cappellanie scolastiche, l’azione educativa delle nuove comunità, i pellegrinaggi giovanili e l’esperienza delle «chiese dei giovani». Ve ne sono altri, come lo scoutismo e l’associazionismo cattolico, che valgono anche nel contesto italiano.

Mi limito ad evidenziare il ruolo di Taizé che è qui ricondotto alla sua introduzione alla preghiera. «Tre dimensioni della preghiera a Taizé sembrano fare eco alla ricerca dei giovani: una preghiera accessibile, una preghiera meditativa, una preghiera del cuore».

La preghiera della comunità aperta a tutti è stata progressivamente smagrita e limata per accogliere l’attenzione più estesa possibile. Il canto su testi brevi della Scrittura in forma responsoriale e ripetitiva facilita la meditazione. «Attraverso il canto, il silenzio, i giovani si scoprono capaci di un cuore nuovo, di un cuore semplice nel senso etimologico della parola, di un cuore contrito».

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Papa: no a fede “fai da te”, beati gli artigiani di misericordia

Esiste il rischio di una fede “fai da te”: alcuni usano il nome di Dio per giustificare la violenza, per altri Dio è solo un “rifugio psicologico”, oppure la fede diventa impermeabile all’amore che spinge verso i fratelli o si annulla la spinta missionaria. Così il Papa nella catechesi all’Udienza generale, stamani in Piazza San Pietro, alla quale hanno partecipato oltre 25 mila fedeli. Francesco ricorda che Gesù è “lo strumento concreto della misericordia del Padre”. Il servizio di Debora Donnini

radio vaticana

Al centro della predicazione di Gesù c’è in primo luogo la misericordia, non la giustizia. All’udienza generale, il Papa invita tutti a convertirsi e diventare “artigiani di misericordia” come Santa Teresa di Calcutta. Gesù stesso, infatti, mostra di essere “lo strumento concreto della misericordia del Padre”. La catechesi parte dal Vangelo proclamato: Giovanni Battista manda i suoi discepoli da Gesù per chiedergli se fosse proprio Lui il Messia. E Gesù risponde con i segni compiuti: i ciechi recuperano la vista, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la Buona Novella. Giovanni non capisce lo stile di Gesù: si trovava in carcere, soffriva nel buio della cella. E la risposta che Gesù dà ai discepoli del Battista sembra, a prima vista, non corrispondere alla richiesta di Giovanni che aspettava il Messia come un giudice che avrebbe finalmente instaurato il Regno di Dio:

“Egli risponde di essere lo strumento concreto della misericordia del Padre, che a tutti va incontro portando la consolazione e la salvezza e in questo modo manifesta il giudizio di Dio”.

Dio invita i peccatori a ritrovare la strada del ritorno
Questo dunque il messaggio che la Chiesa riceve da questo racconto della vita di Cristo:

“Dio non ha mandato il suo Figlio nel mondo per punire i peccatori né per annientare i malvagi. A loro è invece rivolto l’invito alla conversione affinché, vedendo i segni della bontà divina, possano ritrovare la strada del ritorno”.

Giovanni Battista metteva al centro della sua predicazione la giustizia mentre Gesù si manifesta come misericordia. I dubbi del suo Precursore anticipano lo sconcerto che Cristo susciterà in seguito con le sue azioni. Per questo Gesù conclude la sua risposta dicendo che è beato chi non trova in Lui motivo di scandalo, che significa “ostacolo”.

Il rischio per alcuni di una fede “fai da te”
Ma, nota il Papa, se l’ostacolo a credere sono soprattutto le “azioni di misericordia” di Gesù , questo significa che si ha una “falsa immagine” del Messia. “Beati, invece – dice Francesco – coloro che di fronte ai gesti e alle parole di Gesù, rendono gloria al Padre”. Esiste, infatti, il rischio per alcuni di ritagliarsi una fede “fai da te”, che riduce Dio nello spazio dei propri desideri. Ma questa non è vera conversione, sottolinea Francesco, anzi impedisce al Signore di provocare la nostra vita:

“Altri riducono Dio a un falso idolo, usano il suo santo nome per giustificare i propri interessi o addirittura l’odio e la violenza. Per altri ancora Dio è solo un rifugio psicologico in cui essere rassicurati nei momenti difficili: si tratta di una fede ripiegata su sé stessa, impermeabile alla forza dell’amore misericordioso di Gesù che spinge verso i fratelli. Altri ancora considerano Cristo solo un buon maestro di insegnamenti etici, uno fra i tanti della storia. Infine, c’è chi soffoca la fede in un rapporto puramente intimistico con Gesù, annullando la sua spinta missionaria capace di trasformare il mondo e la storia”.

“Noi cristiani – sottolinea invece Francesco – crediamo nel Dio di Gesù” e il nostro desiderio è quello di crescere nell’esperienza viva del suo mistero di amore.

Essere “artigiani di misericordia” come Santa Teresa di Calcutta
Prima dell’udienza, come di consueto, nel percorrere con l’auto scoperta Piazza San Pietro, Francesco si ferma per baciare e abbracciare alcuni bambini. Al termine della catechesi, rivolge i saluti ai fedeli di diverse lingue e nazioni. E ribadisce l’invito a diventare “strumenti di misericordia”:

“Domenica scorsa abbiamo celebrato la canonizzazione di Madre Teresa di Calcutta. Cari giovani, diventate come lei degli artigiani di misericordia; cari ammalati, sentite la sua vicinanza compassionevole specialmente nell’ora della croce; e voi, cari sposi novelli, siate generosi: invocatela perché non manchi mai nelle famiglie la cura e l’attenzione per i più deboli”.

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PapaFrancesco: chi segue Gesù non sbaglia, lasciar stare veggenti e cartomanti

Se ascoltiamo la voce di Gesù e lo seguiamo, non sbaglieremo strada. E’ il cuore dell’omelia di Francesco svolta nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Papa ha sottolineato che Gesù, “Buon Pastore”, è l’unica porta che ci possa far entrare nel recinto della vita eterna. Di qui il monito a non fidarsi di presunti veggenti e cartomanti che ci portano su un cammino sbagliato. Il servizio di Alessandro Gisotti da Radio Vaticana

La porta, il cammino, la voce. Papa Francesco ha preso spunto dal Vangelo odierno – quasi una “eco” del passo sul Buon Pastore – per soffermarsi su tre realtà determinanti per la vita del cristiano. Innanzitutto, ha osservato, Gesù avverte che “chi non entra nel recinto delle pecore per la porta” ma lo fa da un’altra parte “è un ladro e un brigante”. Lui è la porta, ha ammonito. “non ce n’è un’altra”.

Chiediamoci sempre se prendiamo decisioni in nome di Gesù
“Gesù – ha detto ancora – sempre parlava alla gente con immagini semplici: tutta quella gente conosceva com’era la vita di un pastore, perché la vedeva tutti i giorni”. E hanno capito che “soltanto si entra per la porta del recinto delle pecore”. Quelli che vogliono entrare da un’altra parte, dalla finestra o da un’altra parte, invece, sono delinquenti:

“Così chiaro parla il Signore. Non si può entrare nella vita eterna da un’altra parte che non sia la porta, cioè che non sia Gesù’. E’ la porta della nostra vita e non solo della vita eterna, ma anche della nostra vita quotidiana. Questa decisione, per esempio, io la prendo in nome di Gesù, per la porta di Gesù, o la prendo un po’ – diciamolo in un linguaggio semplice – la prendo di contrabbando? Soltanto si entra nel recinto dalla porta, che è Gesù!”

Seguire Gesù, non cartomanti e presunti veggenti
Gesù, ha proseguito, parla dunque del cammino. Il pastore conosce le sue pecore e le conduce fuori: “Cammina davanti ad esse e le pecore lo seguono”. Il cammino è proprio questo, ha detto il Papa, “seguire Gesù” nel “cammino della vita, della vita di tutti i giorni”. Non bisogna sbagliare, ha detto, “Lui va davanti e ci indica il cammino”:

“Chi segue Gesù non sbaglia! ‘Eh, Padre, sì, ma le cose sono difficili… Tante volte io non vedo chiaro cosa fare… Mi hanno detto che là c’era una veggente e sono andato là o sono andata là; sono andato dal tarotista[cartomante], che mi ha girato le carte…’ – ‘Se fai questo, tu non segui Gesù! Segui un altro che ti dà un’altra strada, diversa. Lui davanti indica il cammino. Non c’è un altro che possa indicare il cammino’. Gesù ci ha avvisato: ‘Verranno altri che diranno: il cammino del Messia è questo, questo… Non ascoltate! Non sentire loro. Il cammino sono Io!’. Gesù è porta e anche cammino. Se seguiamo Lui non sbaglieremo”.

La voce di Gesù la possiamo ascoltare nelle Beatitudini
Francesco si è infine soffermato sulla voce del Buon Pastore. “Le pecore – ha annotato – lo seguono perché conoscono la sua voce”. Ma come possiamo conoscere la voce di Gesù, si chiede Francesco, e anche difenderci “dalla voce di quelli che non sono Gesù, che entrano dalla finestra, che sono briganti, che distruggono, che ingannano?”:

“‘Io ti dirò la ricetta, semplice. Tu troverai la voce di Gesù nelle Beatitudini. Qualcuno che ti insegni una strada contraria alle Beatitudini, è uno che è entrato dalla finestra: non è Gesù!’. Secondo: ‘Tu conosci la voce di Gesù? Tu puoi conoscerla quando ci parla delle opere di misericordia. Per esempio nel capitolo 25 di San Matteo: ‘Se qualcuno ti dice quello che Gesù dice lì, è la voce di Gesù’. E terzo: ‘Tu puoi conoscere la voce di Gesù quando ti insegna a dire ‘Padre’, cioè quando ti insegna a pregare il Padre Nostro”.

“E’ così facile la vita cristiana – ha commentato il Papa – Gesù è la porta; Lui ci guida nel cammino e noi conosciamo la sua  voce nelle Beatitudini, nelle opere di misericordia e quando ci insegna a dire ‘Padre’. Ricordatevi, ha concluso, ‘la porta, il cammino e la voce. Che il Signore ci faccia capire questa immagine di Gesù, questa icona: il pastore, che è porta, indica il cammino e insegna a noi ad ascoltare la sua voce’”.

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La fede, i martiri e la fine del regime in Albania

La visita che papa Francesco ha compiuto a Tirana il 21 settembre 2014 continua a produrre i suoi benefici effetti anche a distanza di tempo. Quel giorno Mimmo Muolo era a Tirana, inviato da Avvenire a seguire il Papa, e ha visto di persona l’abbraccio tra il Pontefice e l’anziano sacerdote don Ernest Simoni ( Troshani), che insieme con la religiosa stimmatina suor Marije Kaleta, avevamo scelto come testimoni della fede per raccontare il terribile martirio della nostra Chiesa sotto la dittatura comunista. Don Ernest Simoni è una figura unica, una ricchezza immensa per la Chiesa di Albania, in particolare per la diocesi di Scutari-Pult: l’unico sacerdote testimone e vittima della persecuzione comunista ancora vivente. Alla sua persona sono legato anche da motivi personali.

È nato a Troshan (Lezhë) dove io sono stato parroco, quando venni mandato come missionario in Albania. In un certo senso, anche se l’epoca e il contesto erano diversi, ho ripercorso le sue orme, ho respirato il clima della sua primissima formazione umana e familiare, sono entrato nei luoghi e negli ambienti a lui più cari. Questo fatto lo avvicina ancor di più al mio cuore di vescovo e di pastore. In quel periodo ho avuto modo di conoscere e condividere la fraternità con altri due religiosi francescani, padre Leon Kabashi e padre Konrad Gjolaj (l’uno è stato in carcere, l’altro ai lavori forzati) e ho vissuto con loro quattro anni. Anche mettersi a servizio di questi fratelli, curarli e aiutarli è stata un’esperienza di grande intensità spirituale e umana. Posso dire, perciò, di aver vissuto, in un certo senso, con i martiri e questo per me è un dono di inestimabile valore di cui rendo grazie ogni giorno a Dio.

Oggi la situazione in Albania è profondamente cambiata. In occasione della visita del Papa c’è stata una grande collaborazione, anche a livello economico, con gli organi dello Stato, col sindaco di Tirana e la municipalità. Molti imprenditori e tanti semplici fedeli hanno offerto il proprio contributo. Ma don Ernesto ci aiuta a non dimenticare una pagina che, sebbene risalga a pochi decenni fa, rischia di cadere nell’oblio, so- prattutto sotto l’incalzare di un certo secolarismo che, viaggiando insieme allo sviluppo economico, comincia ad affacciarsi anche nella società albanese.

La memoria dei martiri, invece, è e deve restare la nostra vita, la linfa vivificante del corpo ecclesiale. Il sangue da essi versato è alimento per lo sviluppo della fede e della comunità. Per questo abbiamo accelerato i tempi di lavoro (per quanto dipende da noi) dell’iter del processo di beatificazione e canonizzazione di 38 martiri del periodo comunista. Nell’attesa di poterli iscrivere anche ufficialmente nel glorioso libro dei Santi e dei Beati abbiamo celebrato nel novembre del 2015 il 25° anniversario della prima Messa, che sancì, potremmo dire, l’inizio della fine del regime comunista.

Fu quello un momento speciale per la nostra Chiesa e per il popolo albanese: quel 4 novembre 1990, infatti, nel Cimitero cattolico di Scutari, don Simon Jubani con altri organizzatori, sacerdoti e laici, celebrò la santa Messa: c’erano solo poche centinaia di fedeli, perché molti ebbero paura di rappresaglie. Ma, visto che ne erano usciti indenni da quell’eroico gesto in quel giorno storico (in quanto dal 1967 non si celebrava in pubblico, perché vietato dal regime), la domenica successiva, l’11 novembre accorsero in 50 mila per partecipare all’Eucaristia. Su quell’esempio, il 16 novembre 1990 anche i musulmani si ripresero la Moschea cosiddetta “di Piombo”. La storia narrata in questo libro (la prigionia, i lavori forzati e quanto don Ernest ha fatto dopo la caduta del regime) ci aiuta a ricostruire tutto questo: il clima di quegli anni bui e la rinascita. Don Ernest, esemplare nella sua sofferente fedeltà a Gesù, è una guida sicura per capire ciò che è veramente accaduto.

Una testimonianza che, nell’Anno Santo della Misericordia, acquista un ulteriore profilo di attualità e importanza. Don Ernest ha perdonato i suoi aguzzini. Non conserva rancore. Prega per loro e dice che la misericordia del Padre celeste è così grande che spera possa comprendere anche chi, magari nel segreto della sua coscienza, si è pentito della violenza e dei soprusi compiuti in quegli anni. Questo, tra l’altro, è un atteggiamento che non ha avuto solo il protagonista di questo volume. Da nessuno dei sopravvissuti con i quali ho avuto la fortuna di vivere ho mai sentito una parola di odio contro i persecutori; mai hanno cercato la vendetta.

E anche noi, Conferenza episcopale albanese, quando abbiamo chiesto alle autorità statali l’accesso ai documenti segreti, abbiamo precisato che non eravamo alla ricerca dei nomi dei colpevoli, ma delle circostanze in cui il martirio era maturato; per cui quei nomi avrebbero potuto anche essere sostituti da degli omissis. Un giorno, mentre eravamo a tavola, a un frate che era stato in carcere, qualcuno un po’ provocatoriamente chiese: «Ma se quando andrai in paradiso, vi dovessi trovare Henver Hoxha, (il dittatore albanese), che faresti?». Lui, senza scomporsi, rispose: «Il paradiso è abbastanza grande per tutti: io a un angolo e lui all’altro!».

Avvenire

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ARTE: È un Cristo esigente, che fa e chiede scelte di campo

Aprendo il rotolo delle Scritture nella sinagoga di Nazareth Gesù guarda dritto negli occhi lo spettatore e sembra domandargli: «Tu, da che parte stai? Dentro o fuori?»

sinagoga

GESÙ NELLA SINAGOGA DI NAZARET

Floriano Ippoliti, 2009, Lezionario feriale della Chiesa cattolica italiana

«Secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. […] Gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”». (Lc 1,1-4; 4, 14-21)

 

Non in posa, poco elegante, quasi ruvido, un Gesù così – mentre srotola le Scritture – è arduo da trovare nell’arte. Ma è proprio quest’apertura bimane a impressionare, rispetto a un rotolo o a un libro tenuti in una mano sola. È come lo spalancare: un gesto ampio, di spiegazione… fisica. A cui segue la spiegazione verbale, quando Gesù rende semplice Isaia attualizzandolo. Cioè annunciando che le parole del profeta si riferiscono a lui.

Aveva confidenza, Gesù, con i testi sacri, se entrava in sinagoga «secondo il suo solito». E doveva averli letti e masticati a lungo, se persino da risorto, con i discepoli di Emmaus, non perderà la bella abitudine di dare significato alle Scritture.

Le amava a tal punto da presentare il proprio programma con i quattro verbi di Isaia: «portare ai poveri il lieto annuncio, proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, rimettere in libertà gli oppressi, proclamare l’anno di grazia del Signore». Parole scomode che, facendo felice chi è povero, prigioniero, cieco e oppresso, dovrebbero inquietare chi non lo è. Per questo Gesù guarda dritto negli occhi lo spettatore e sembra domandargli: «Tu, da che parte stai? Dentro o fuori?»… Un’idea pure suggerita, alle spalle di Gesù, dall’architettura a semicerchio che chiude il semicerchio del rotolo.

È un Cristo esigente, che fa e chiede scelte di campo. Un Cristo sanguigno, come la matita usata dall’artista, e insieme dorato, perché in lui tutto si fa divino: cielo, vesti e parole.

 

VINONUOVO.IT

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La fede non è un mercato

L’universo religioso, attivando l’energia più potente dell’animo umano, è il luogo dove si incontrano i sentimenti e le azioni più alte e nobili. Ma in quello stesso luogo si annidano anche grandi pericoli, quando le cellule sane delle fede impazziscono, avvelenano il cuore, ci istupidiscono. La storia e il presente ci offrono una infinita rassegna di questa ambivalenza inevitabile. La Bibbia contiene anche le cure per prevenire e sanare le malattie che nascono dalle religioni e dalle ideologie. Molte di queste cure sono custodite nel libro di Qohelet, che, come un vaccino spirituale, continua ancora a prevenire e a sanare, se siamo pronti ad “assumerlo” e a sopportare all’inizio un po’ di febbre.

«Bada ai tuoi passi quando ti rechi alla casa di Elohim. Avvicìnati per ascoltare, è meglio che offrire “sacrifici”, come fanno gli stolti… Non smarrirti sulla tua bocca e il tuo cuore non abbia fretta di sproloquiare davanti a Dio, perché Dio è in cielo e tu sei sulla terra; perciò siano poche le tue parole» (Qohelet 4,17;5,1). Qohelet nella sua ricerca non si limita a osservare le vanità della vita civile “sotto il sole”. In questo capitolo del suo discorso ci fa entrare nel tempio di Gerusalemme, e passa al setaccio della sua sapienza il culto, le preghiere e la principale pratica religiosa del suo tempo: i sacrifici. Ancora in cerca di vanità nascosta sotto le cose.

E inizia con un avvertimento: “stai attento”, bada ai tuoi passi, quando esci di casa per andare al tempio, perché è un luogo pieno di insidie e di trappole. La vita religiosa richiede attenzione, cura, custodia: “shamar”. Ritroviamo qui la stessa parola (“shamar”) che la Genesi usa per dire il comando di cura-custodia-accudimento della terra che Elohim rivolge all’Adam (Genesi 2,15). Ritroveremo questa stessa parola quando Caino, come non-risposta alla domanda di Elohim: «Dov’è Abele[Hevel]?», pronunciò la terribile frase: «Sono forse il “custode” di mio fratello?» (Genesi 4,9). Questa cura-“shamar” posta come prima parola del primo discorso di Qohelet sulla vita religiosa ci può dire già molto: l’Adam, se non vuole diventare Caino, deve prendersi cura della terra e del fratello, ma deve prendersi cura anche del suo rapporto con Dio. La religione è soprattutto un “curare Dio per non farlo diventare un idolo”, una custodia delle nostre parole, una cura dei luoghi, un accudimento del cuore. E quando questa cura manca, le religioni si trasformano progressivamente in culto idolatrico o, semplicemente, in stupidità, come ama dire Qohelet.

Per Qohelet prendersi cura della vita religiosa significa prima di tutto silenzio, ascolto, economia di parole. Di fronte alla “macchina” religiosa che portava a “riempire” il tempio di parole e di sacrifici, Qohelet propone di “svuotare”, di sgombrare, liberare lo spazio interno ed esterno. Le religioni sono state e sono attraversate dal dialogo-conflitto tra due culture diverse e in genere opposte. Quella che credeva e crede che la religione consista nella “produzione” di parole, sacrifici, offerte, riti, in un mettere, aggiungere, occupare con manufatti lo spazio dell’incontro con il divino. La cultura alla quale appartiene Qohelet, invece, credeva e crede che il principale se non unico lavoro del fedele sia custodire lo spazio del divino, preservandolo dalle molte parole, salvandolo dal sangue dei sacrifici delle vittime; un’arte del levare, una cura di un luogo libero non riempito.

La prima cultura tende, necessariamente, alla trasformazione di Dio in vitello d’oro, perché ha bisogno di vedere, toccare, sentire un Dio che giorno dopo giorno diventa sempre più simile alle parole umane che lo dicono. La seconda cultura religiosa rischia di vivere in un’eterna attesa di un Dio che non parla mai. Qohelet è un grande nemico della religione-vitello, perché considera molte volte più saggia la custodia di uno spazio vuoto che un tempio troppo pieno di cose perché vi possa abitare anche la presenza vera di Elohim. Se non si svuotano i luoghi di Dio, è Dio stesso che finisce per svuotarsi; se non si riducono le parole “su” Dio, è la parola “di” Dio che si logora. Qohelet preferisce un Dio lontano a un dio troppo vicino – “Elohim è in cielo, tu sulla terra”. Meglio restare sempre nell’attesa di Dio, che incontrarsi tutti i giorni con uno stupido feticcio.

Tra le principali cause di sacrifici nel tempio c’erano i voti non mantenuti. Nell’antichità, e anche in Israele, era molto comune fare voti, promesse, impegni con Dio – sui quali la Bibbia esprime un giudizio ambivalente: si pensi al voto “scellerato” di Iefte, che lo portò al sacrificio di sua figlia (Giudici, 11). Qohelet dice: «È meglio non fare voti che farli e poi non mantenerli» (5,3-4). In realtà, il senso originale di quei versetti semitici è ormai molto lontano, anche perché non sono da escludere ritocchi redazionali per addolcire la critica nuda di Qohelet al tempio e ai sacerdoti. Se volessimo cercare di rendere con più efficacia l’insegnamento di Qohelet sui voti e i relativi sacrifici riparatori, potremmo così riassumerlo: non fare voti, sono pratiche sciocche, ma se proprio vuoi farli cerca di rispettarli. Così, almeno, non alimenti lo stolto e idolatrico commercio dei sacrifici.

Il centro del suo discorso sul tempio sta diventando via via sempre più chiaro. I voti e i sacrifici erano l’espressione più popolare della religione commerciale e retributiva del suo tempo. Offrendo sacrifici e libagioni si entrava in un rapporto economico con la divinità. Facendo voti si lucravano “meriti” davanti a Dio (è antichissima questa parola che vogliono mostrarci nuova). Qohelet di fronte a queste pratiche dice: il rapporto tra gli uomini e Dio non è di tipo mercantile, con lui non vale lo scambio di mercato, non applichiamo alla fede la logica economica, perché – e qui sta il punto – questa è la religione degli idolatri e delle molte forme di magia e di superstizione. La logica con cui Dio è all’opera nella storia ci resta velata; ma, dice Qohelet, una cosa è comunque certa: non può essere quella che regola i nostri affari “sotto il sole”, perché sarebbe troppo stupida.

Questa polemica anti-retributiva, presente anche in Giobbe e in molta tradizione profetica e sapienziale, era molto preziosa in un popolo ebraico che ha sempre avuto la tentazione di leggere la sua esperienza con Elohim-YHWH con categorie commerciali, a partire dalla stessa struttura dell’Alleanza.

La fede d’Israele nasce all’interno delle culture mesopotamiche, dove era normale leggere la religione come rapporto di scambio con un Dio-sovrano. Le pratiche religiose, nella loro origine arcaica, nascono normalmente come pratiche idolatriche di tipo commerciale. Quelle che riescono ad evolvere ed emanciparsi dalle loro forme primordiali, abbandonano progressivamente la logica del do-ut-des con la divinità. Molta della fatica che ha fatto il popolo di Israele è stata generata dal processo di liberazione da un Dio mercantile, che donava grazie e indulgenze in cambio di voti, sacrifici e offerte. Senza i profeti, senza Giobbe e Qohelet questo processo sarebbe imploso, e la religione di Israele sarebbe rimasta uno dei tanti culti cananei. Ma la tentazione della religione “economica” è insita in ogni culto, e senza la necessaria cura e attenzione si finisce per ritornare agli antichi culti idolatrici, trasformando Elohim in un Re affamato di offerte e si dichiarazioni di sottomissione per ottenere protezioni.

E così la religione ridiventa una “partita doppia” tra il fedele e la divinità, dove i sacrifici e i voti diventano la “moneta” (non solo in senso metaforico) di questo commercio. Una religione economica che ha sempre avuto (e ha) molti adepti, perché è molto troppo facile, è semplicemente stupida, dice Qohelet – «gli stolti fanno sacrifici».

Il fedele è felice di acquistare “meriti” e di compensare colpe per mezzo di semplici sacrifici, e gli amministratori della religione traggono molti vantaggi economici e controllo sulle coscienze alimentando questo turpe commercio. L’episodio di Gesù con i mercanti nel tempio (Giovanni 2,14-16), posto non a caso proprio all’inizio della sua vita pubblica, lo comprendiamo bene partendo da queste pagine di Qohelet. Il cristianesimo ha dovuto lottare molto nei suoi inizi per annunciare una religione tutta gratuità, e se smette di lottare ritorna sempre puntuale l’antico culto idolatra. Occorre molto lavoro e molta cura per non uscire dall’orizzonte della gratuità, ricadendo nel registri dei meriti e delle colpe.

Nella vasta gamma dei sacrifici al tempio, Qohelet pone l’accento anche sui cosiddetti “peccati involontari” o inavvertenze: «Non permettere alla tua bocca di renderti colpevole e davanti al sacerdote, non dire che è stata una inavvertenza» (5,5). La creazione della categoria dei peccati involontari è geniale, paragonabile ai prodotti più sofisticati della nostra finanza. Si crea un “borsa” e un “sistema di prezzi” anche per azioni non-reali, non cercate né volute. Il mercato perfetto. Si inventano colpe artificiali per poi cancellarle con sacrifici molto reali e costosi. Un mercato con una domanda potenzialmente infinita, e con essa anche il suo lucro, tutto gestito dal “tempio” e dai suoi contabili. Qohelet smaschera anche questa grande “vanitas”, e ci ricorda, ancora insieme a Giobbe (22,23), che anche la misericordia ha bisogno di verità: è fumo, è falsa misericordia, creare colpe “al fine” di perdonarle.

L’esistenza di un “luogo sopra il sole” dove i rapporti non sono regolati dal contratto, dalla reciprocità simmetrica, dallo scambio di mercato, è stata una pre-condizione essenziale perché i commerci e gli affari “sotto il sole” restassero faccende umane. È stato questo cielo abitato dalla gratuità che ci ha consentito di immaginare e realizzare economie civili e buone democrazie. Quali economie, quali democrazie, saremo capaci di immaginare nell’epoca della meritocrazia e degli incentivi senza gratuità?

avvenire.it

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Dante e i Papi: Vangelo in poesia

La Chiesa ha mostrato più volte il vivo e sentito desiderio di onorare degnamente la figura di Dante Alighieri, di tenere nella giusta considerazione la sua opera, considerandola come elemento essenziale del suo patrimonio culturale e religioso, per il profondo rapporto con la fede cristiana e con la riflessione teologica e filosofica sviluppatasi intorno alle verità della fede.

Ricordando i più recenti anniversari danteschi, ci si accorge che i pontefici, a nome di tutta la Chiesa, hanno tributato al sommo poeta uno straordinario, singolare onore, dedicandogli importanti documenti magisteriali. Nell’enciclica In praeclara summorum, rivolta ai professori e alunni degli istituti letterari e di alta cultura del mondo cattolico (30 aprile 1921), Benedetto XV celebrava il VI centenario della morte di Dante. Per l’occasione il pontefice aveva anche promosso il restauro del tempietto ravennate, attiguo alla basilica di San Francesco, che custodisce la tomba di Dante. Con l’enciclica il papa intendeva affermare ed evidenziare «l’intima unione di Dante con la cattedra di Pietro». Nel poema sono espresse le verità fondamentali della Chiesa cattolica, così da renderlo un «compendio delle leggi divine». A riguardo invece dei noti attacchi contro la Chiesa del tempo, papa Benedetto XV giustifica il sommo poeta: «Chi potrebbe negare che in quel tempo vi fossero delle cose da rimproverare al clero?». Per Benedetto XV Dante «conserva la freschezza di un poeta dell’età nostra », anzi egli è molto più moderno di alcuni poeti contemporanei, i quali rievocano «quell’antichità che fu spazzata da Cristo, trionfante sulla croce».

Nella ricorrenza del VII centenario della nascita di Dante, anche Paolo VIcon la lettera apostolica Altissimi cantus (7 dicembre 1965), evidenziava il profondo interesse della Chiesa per la figura di Dante. Con tale documento il pontefice istituiva, presso l’Università Cattolica di Milano, una cattedra di studi danteschi. La lettera apostolica completava la serie di iniziative attraverso le quali papa Montini volle esprimere l’ammirazione sua e di tutta la Chiesa per il cantore della Divina Commedia: il 19 settembre dello stesso anno aveva inviato per la tomba del poeta a Ravenna una croce d’oro, come segno della risurrezione che Dante professava, e il 14 novembre era stata incastonata nel battistero di San Giovanni a Firenze un’aurea corona d’alloro. Infine, a conclusione del concilio Vaticano II, il papa aveva donato a tutti i partecipanti una pregiata edizione della Divina Commedia.

«Del Signore dell’altissimo canto…». Già con l’incipit della lettera apostolica si evidenzia la centralità assoluta, in tutta la poesia italiana, del sommo poeta, definito «l’astro più fulgido» della nostra letteratura e ancora «padre della lingua italiana». Così scrivendo, Paolo VI rinnovava la profonda riconoscenza al poeta, e seguendo Benedetto XV lo annoverava tra tutti i grandi poeti cristiani. «Dante è nostro», ribadisce papa Montini, seguendo anche in questo Benedetto XV. «Nostro» nel senso di universale, ma anche nostro nel senso della fede cattolica. Paolo VI afferma che è un dovere della Chiesa riconoscere Dante come proprio, che ha come conseguenza necessaria uno studio accurato della sua opera per scoprirne gli «inestimabili tesori del pensiero e del sentimento cristiano».

Tra il sommo poeta e il pensiero cristiano vi sono numerosissimi elementi di contatto. Tra questi il fine stesso della Commedia, che ha in comune col messaggio cristiano l’intento di cambiare radicalmente l’uomo, di portarlo dalla selva oscura del peccato alla rosa mistica della santità. «Onorate l’altissimo poeta!» è l’invito-appello con cui Paolo VI conclude l’Altissimi cantus, sollecitando il «fermo impegno» soprattutto di coloro che, per vari motivi, si sentono a lui più vicini. La cultura contemporanea deve saper incontrare Dante e chiedere a lui la guida verso la «dritta via», spesso impedita dalla selva oscura, verso quello che egli ci indica come «dilettoso monte/ ch’è principio e cagion di tutta gioia».

Benedetto XVI non è meno legato a Dante dei suoi predecessori e più volte, già da cardinale, ricorda e cita il sommo poeta. Il cardinal Ratzinger, infatti, nel libro Introduzione al cristianesimo, scrivendo dello «scandalo del cristianesimo», cioè di Cristo Figlio di Dio fattosi uomo, e quindi del significato dell’essere che va ricercato non nel mondo delle idee ma nel volto di un uomo, rammenta la concretezza di questo pensiero nella conclusione della Divina Commedia di Dante: «Dentro da sé del suo colore istesso,/ mi parve pinta della nostra effigie,/ per che il mio viso in lei tutto era messo». Dante, «contemplando il mistero di Dio, scorge con estatico rapimento la propria immagine, ossia un volto umano, esattamente in centro all’abbagliante cerchio di fiamme formato da “l’amore che move il sole e l’altre stelle”».

Benedetto XVI riprende questo tema e questi versi per spiegare il significato profondo della sua prima enciclica Deus caritas est. Incontrando i partecipanti a un congresso organizzato dal Pontificio consiglio «Cor unum», il pontefice afferma: «Ancora più sconvolgente di questa rivelazione di Dio come cerchio trinitario di conoscenza e amore è la percezione di un volto umano – il volto di Gesù Cristo – che a Dante appare nel cerchio centrale della Luce. Se da un lato nella visione dantesca viene a galla il nesso tra fede e ragione, tra ricerca dell’uomo e risposta di Dio, dall’altro emerge anche la radicale la novità di un amore che ha spinto Dio ad assumere un volto umano». Nell’enciclica, si ribadisce, il papa voleva «tentare di esprimere per il nostro tempo e per la nostra esistenza qualcosa di quello che Dante nella sua visione ha ricapitolato in modo audace».

Il 4 maggio 2015, quando in Senato si sono celebrati i 750 anni dalla nascita di Dante. ho avuto l’onore di essere latore di un messaggio diPapa Francesco che si accosta ai suoi predecessori nella lode e nell’ammirazione per questo grande poeta e credente. Lo stesso pontefice, per altro, nella sua prima enciclica Lumen fidei, aveva raffigurato la luce della fede, che avvolge e coinvolge l’intera esistenza umana, attraverso un’immagine dantesca, la «favilla,/ che si dilata in fiamma poi vivace/ e come stella in cielo in me scintilla» (Paradiso XXIV, 145-147).

Avvenire

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