Affidi illeciti nel Reggiano. Camisasca: bimbi tolti? È cultura anti-famiglia

Dopo il caso dei bambini della Val D’Enza sottratti ai genitori, interviene il vescovo Massimo Camisasca «Oggi esiste un sentire che vede nella famiglia un luogo oppressivo e perciò da colpire»

Il vescovo di Reggio Emilia, Massimo Camisasca

Il vescovo di Reggio Emilia, Massimo Camisasca

avvenire

«Esiste una cultura molto invadente che vede nella famiglia un luogo potenzialmente oppressivo e perciò da colpire ». Così il vescovo di Reggio Emilia, Massimo Camisasca, coglie uno degli aspetti più preoccupanti dell’inchiesta esplosa lunedì scorso. Un caso che rischia di confermare un sospetto che da tempo aleggia: esiste in alcuni settori delle istituzioni pubbliche una cultura anti-famiglia che vorrebbe sempre e comunque colpevolizzare l’operato dei genitori. Qualcuno ha puntato il dito contro una certa ideologia statalista ancora egemone in certi ambiti delle amministrazioni locali. Altri hanno fatto notare che alcune presunte responsabili dei fatti sarebbero state mosse dalla cosiddetta cultura Lgbt.

Qual è la sua opinione?
Per quanto riguarda l’inchiesta giudiziaria sui casi dei bambini sottratti alle famiglie della Val d’Enza e sulle accuse di abuso ai loro genitori mi rimetto completamente alla magistratura, di cui ho fiducia. Dobbiamo tra l’altro al suo lavoro investigativo l’emergere di questi fatti.

E per quanto riguarda l’affermarsi di questa cultura antifamiglia?
Non posso che rispondere affermativamente. Salvo restando le responsabilità dei singoli, oggi esiste una cultura molto invadente che vede nella famiglia (padre, madre e figli) un luogo potenzialmente oppressivo e perciò da colpire. Per ‘salvare’ un bambino occorre fare di tutto per ‘salvare’ la sua famiglia. Essa è la custode di diritti e doveri primari che nessuno stato può ‘normalmente’ avocare a sé. Indebolendo la famiglia si indeboliscono tutte le forme di aggregazione sociale in un paese.

E qui coglie davvero la presenza negativa della cosiddetta cultura Lgbt?
Purtroppo, in taluni casi, questa cultura partecipa di questo attacco alla famiglia, che vede come una contraddizione ai diritti dei singoli. Una famiglia vera invece custodisce i diritti di tutti e i doveri di tutti qualunque siano gli orientamenti religiosi, culturali e sessuali dei propri figli.

Fermo restando che in alcuni casi l’allontanamento di un minore può rendersi necessario e urgente, non sarebbe sempre meglio cercare di aiutare la famiglia d’origine?
È indubbio che oggi esistano delle famiglie debolissime e dei ragazzi perciò che difficilmente potrebbero trovare in esse l’ambito delle loro crescita. Penso a famiglie in cui i genitori sono tossicodipendenti, in cui la madre è stata abbandonata, in cui esiste una povertà materiale ed educativa molto radicata, in cui esiste una forte esperienza delittuosa… Non sono perciò assolutamente contrario all’affido, alle case famiglia. Conosco decine e decine di esperienze positive che devono esser custodite e sostenute dallo stato. Questo non vuol dire che i figli debbano essere comunque tolti alla famiglia. Molto dipende dalla statura morale e professionale degli operatori sociali e degli psicologi.


La cultura Lgbt partecipa a questo attacco alla famiglia, che vede come una contraddizione ai diritti dei singoli. Una famiglia vera invece custodisce i diritti di tutti e i doveri di tutti 


Dall’inchiesta emerge anche un altro fatto drammatico, il numero elevato di famiglie disgregate, fragili, comunque in difficoltà. Questa situazione non interpella anche le nostre comunità? Abbiamo fatto abbastanza per stare vicino a queste famiglie?
No, penso che non si sia fatto abbastanza, forse non si farà mai abbastanza. La nostra carità però deve vivere una conversione. Come ci indica il Papa dobbiamo imparare a condividere la vita delle persone in difficoltà. Se ogni credente dedicasse anche un’ora soltanto alla settimana per stare con una persona, tornando da lei con frequenza, un poco dell’immenso mare della solitudine e della povertà spirituale troverebbe una strada di cambiamento sia per chi è in difficoltà sia per chi offre un poco del suo tempo. Ho imparato tutto questo da don Giussani vivendo l’esperienza della Bassa agli inizi degli anni 60.

Non le sembra che alla base di questi drammi ci sia sempre ‘anche’ una carenza educativa. E qui forse ci sarebbe da interrogare la qualità della nostra pastorale per e con le famiglie. Meno matrimoni, megli figli ma anche una conflittualità crescente di fronte alla quale talvolta non abbiamo gli strumenti per intervenire. Cosa possiamo fare?
Nella visita pastorale che sto conducendo nella mia diocesi mi propongo due obiettivi per ogni comunità: il sorgere o il rafforzarsi della comunità giovanile e l’inizio di una piccola comunità di famiglie che possa essere anche il luogo dell’accoglienza di altre famiglie, soprattutto di quelle che sono sole, disorientate e ferite. Non voglio naturalmente propormi come un insegnante per nessuno, ma penso che non sia un caso che gli ultimi sinodi dei vescovi siano stati dedicati alla famiglia e ai giovani.

La ricerca. Solo dalla mamma il latte che guarisce

da Avvenire

Solo dalla mamma il latte che guarisce

Frequenti ricoveri in ospedale, molte assenze a scuola o al lavoro, attività fisica e sociale fortemente limitata. Queste le gravi conseguenze dell’asma, infiammazione cronica delle vie respiratorie che colpisce 235 milioni di persone nel mondo e causa 250mila morti ogni anno. Come dicono i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). Sono soprattutto i bambini a soffrire di questa malattia, al momento non curabile in via risolutiva.
La buona notizia è che una recente ricerca canadese ha messo in evidenza come il latte materno sia un’efficace forma di prevenzione. Una scoperta che dà speranza e che dovrebbero conoscere tutte le mamme dei neonati per evitare di dover affrontare in futuro questa patologia del bambino, con crisi respiratorie che gettano tutti nel panico e richiedono interventi tempestivi. Secondo la Global initiative for asthma (Gina), in Europa ci sono oltre 30 milioni di asmatici. Cifra che sarebbe raddoppiata, nel giro di un decennio, nell’area occidentale. Nel complesso, si tratta di una malattia che cresce in maniera preoccupante e da cui non si può guarire.
Meghan Azad, docente in pediatria e salute infantile presso l’Università di Manitoba (Canada) e direttrice del gruppo di ricerca sull’asma nell’ambito dello studio Canadian Healthy Infant Longitudinal Development (Child), ha presentato nuove evidenze scientifiche che dimostrano appunto che il latte materno può evitare l’insorgere dell’asma. In Canada le percentuali di incidenza della malattia sono molto alte: un bambino su sette soffre di asma. E in Italia un bambino su dieci. A livello mondiale si pensa che circa il 14 per cento dei piccoli sviluppi questi sintomi.
Secondo i risultati delle ultime ricerche, l’allattamento esclusivo al seno riduce il tasso di incidenza di questa malattia nei bambini fino al 40%. Nel corso del 13° Simposio sull’Allattamento al seno e sulla Lattazione di Medela, azienda specializzata in prodotti per l’allattamento al seno e in tecnologie medicali, è stata messa in luce l’incoraggiante scoperta. Come è stato riscontrato nella ricerca canadese, i bambini allattati più a lungo hanno meno possibilità di presentare respiro sibilante, che è il primo sintomo della possibile patologia e richiede spesso cure mediche.
Nel mese di ottobre si è tenuta la Settimana mondiale per l’allattamento (Sam), dal titolo “Allattamento base per la vita” e coordinata dalla Waba, World Alliance for Breastfeeding Action (Alleanza mondiale per interventi a favore dell’allattamento). Le stime diffuse dicono che il latte della mamma riduce di circa il 10% il rischio di sovrappeso e obesità rispetto a quello artificiale e che nei Paesi a basso e medio reddito il rischio di morte nel primo anno di vita è inferiore del 21% nei bambini allattati rispetto a quelli mai allattati. Non solo, risulta che i bambini allattati per minor tempo hanno un quoziente di intelligenza inferiore di 2.6 punti.
Secondo l’organizzazione, l’allattamento ottimale contribuisce a prevenire ogni forma di malnutrizione con effetti positivi permanenti sui bambini e sulle madri. Nel bambino contrasta le malattie infettive, abbassa l’incidenza e la gravità della diarrea, riduce le infezioni respiratorie e l’otite media acuta, previene la carie e la malocclusione dentale. Mentre nella mamma contribuisce a distanziare le gravidanze, riduce il rischio di emorragie, di tumore mammario, di ipertensione e di diabete.
Per la Waba l’allattamento materno è il grande livellatore che può contribuire a interrompere il circolo della povertà. Studi recenti ci dicono che ogni dollaro erogato per l’allattamento ne genera 35 di ritorno economico. Bisogna, poi, sapere che la quantità e la qualità del latte prodotto da una donna sono scarsamente legate al suo stato di nutrizione, se non nel caso di donne estremamente malnutrite (che costituiscono l’1% dell’intera popolazione femminile). Ma ci sono altre considerazioni da fare. Allattare fa bene al pianeta. È una scelta che favorisce il clima e garantisce la sicurezza alimentare anche in situazioni di crisi. L’alimentazione artificiale ha, infatti, un impatto ambientale considerevole. Basti pensare che per produrre un chilo di latte in polvere occorrono più di 4000 litri d’acqua.
La medicina ci dice che il latte materno è concepito esattamente per le necessità nutritive e immunologiche infantili. Un alimento unico. Allattare è la maniera naturale e ottimale di nutrire i bambini e favorisce il legame madre-figlio. Anche se i tassi di avvio dell’allattamento sono relativamente elevati nel mondo, ad oggi soltanto il 40% dei bambini sotto i sei mesi di età è allattato in maniera esclusiva e solo il 45% prosegue l’allattamento fino ai 24 mesi. Se aumentasse l’allattamento ottimale, si potrebbero prevenire oltre 823mila decessi infantili e 20mila decessi materni all’anno. A livello economico è stato calcolato che il mancato allattamento provoca perdite per circa 302 miliardi di dollari all’anno.
Purtroppo ancora oggi esistono molte barriere alla creazione di un ambiente che consenta alle donne di allattare in serenità. A cominciare dalla carenza di servizi sanitari efficaci, dal sistema di sostegno a livello familiare e comunitario e dalle politiche occupazionali. L’Oms raccomanda l’allattamento materno per i primi sei mesi di vita, in modo da raggiungere una crescita e uno sviluppo ottimali. Secondo i dati Istat, solo il 36% delle donne italiane attacca il bambino al seno entro un’ora dalla nascita e l’allattamento esclusivo nei bambini fino a sei mesi riguarda il 42,7% dei casi. Tutto l’anno ci sono in Italia appuntamenti sul tema, come ci ha raccontato Monica Garraffa, referente del Mami, Movimento Allattamento Materno Italiano, associazione affiliata alla rete mondiale Waba e organizzata su base volontaria. Soprattutto corsi di formazione. Fra i tanti il Mami segnala a Verona il 13 novembre il XIII incontro della “Rete insieme per l’allattamento”, parte di quei programmi internazionali che aiutano i servizi sanitari a migliorare le pratiche assistenziali e in cui si rendono protagonisti i genitori, sostenendoli nelle scelte per l’alimentazione e la cura dei propri bambini. Mentre a Roma, il 16 novembre, l’International Baby Food Action Network (Ibfan) Italia presenterà il rapporto “World Breastfeeding Trends Initiative” e l’edizione 2018 del “Codice Violato”, una pubblicazione in cui si fa il punto sull’aderenza del nostro Paese al Codice Internazionale sulla Commercializzazione dei Sostituti del Latte Materno approvato da Oms e Unicef nel 1981.
Quest’anno l’Italia è entrata a far parte della World Breastfeeding Trends Initiative (WBTi), un’iniziativa che ci mette a confronto con altre 94 nazioni. L’obiettivo della WBTi è verificare a che punto sia l’attuazione della Strategia Globale per l’Alimentazione dei Lattanti e dei Bambini, approvata da Oms e Unicef nel 2002 e misurare i progressi a livello nazionale. «Il punteggio medio assegnato all’Italia è 73 su 150, un valore che ci dice come sia necessario prestare ancora molta attenzione all’allattamento – osserva Garraffa -. Nel campo della protezione della madre lavoratrice che allatta e in quello del sostegno informativo l’Italia si aggiudica oltre la sufficienza, così anche per il piano “Ospedali Amici dei Bambini” (BFHI), cui si è aggiunto da qualche anno “Comunità Amiche dei Bambini”». Tutto abbastanza bene dunque? Purtroppo no, perché ci sono tante ombre. «L’insufficienza va al sistema di sostegno alle mamme che allattano – punta il dito Garraffa – allo scarso supporto sul territorio per gravidanza, parto e allattamento, ai percorsi prenatali insufficienti, ai protocolli non basati su evidenze scientifiche applicati ancora durante i parti, al sostegno dopo il parto che lascia a desiderare in molte situazioni e al sistema di monitoraggio. Scarsa è anche la valutazione sulle politiche sui programmi e sul coordinamento nazionale del Tavolo Tecnico sull’Allattamento del ministero della Salute, nonostante svolga un lavoro importante. E lo stesso discorso vale per le emergenze». Informazioni sull’argomento e sulle iniziative al sito: mami.org.

Famiglia: un valore da riaffermare

Una giovane famiglia

“Siamo convinti che la questione famiglia non sia un aspetto secondario della vita degli italiani”, riporta il comunicato del Forum delle Associazioni Familiari. “E’ in larga misura nella famiglia che si costruiscono i destini degli abitanti di questo paese e che si formano i cittadini di domani, è la qualità della vita familiare che determina la qualità della vita dell’intera società”. In occasione delle celebrazioni per la Settimana della famiglia, alle 9.30 si terrà l’incontro di approfondimento “Solo per amore – Discernere per agire”, presso l’Istituto Pio XI di Roma; mentre alle 16.30 il concerto di musica Gospel “Canta la vita, speranza per la famiglia” nella Basilica di Santa Maria della Consolazione a Roma.

La famiglia al centro della società

“Una famiglia che funziona è garanzia anche del funzionamento di tutte le istituzioni sociali, politiche, economiche, educative della società. Essa si situa al cuore della costruzione della società, la condiziona e ne è condizionata” prosegue nella sua relazione il Forum. Per questo le istituzioni dovrebbero prenderla maggiormente in considerazione, come soggetto dei futuri piani di sviluppo e di investimento. “Non si può più fare a meno della famiglia – sottolinea Emma Ciccarelli, presidente del Forum delle Associazioni Familiari del Lazio – che rimane il caposaldo e il nucleo fondante della società. Se si investe nella famiglia, si investe sicuramente sulla crescita”.

Famiglie “fragili”

Anche Maria Grazia Colombo, Vicepresidente nazionale del Forum delle Associazioni Familiari, ritiene che la famiglia dovrebbe recuperare il suo ruolo centrale. “La difficoltà grossa – dice – è che nella realtà del nostro tempo ci sono famiglie molto fragili”. E prosegue: “La famiglia sta diventando sempre più come un’oasi, un qualcosa da proteggere, piuttosto che una risorsa per la società”.

Le famiglie “così come sono”

“Il valore della famiglia nella società è in profonda trasformazione – spiega a Vatican News Don Andrea Manto, direttore del Centro per la Pastorale Familiare – e per certi aspetti è anche in sofferenza. Ma è innegabile che la famiglia rimanga il centro della nostra società e anche della Chiesa stessa”. Continua don Manto: “Come ci insegna Papa Francesco, bisogna partire dalle famiglie così come sono, non avere in testa delle idee prefissate o dei modelli precostituiti e, camminando, scoprire che ci sono tante ricchezze nascoste che a volte non vengono percepite”.

vaticannews

Giona e le coppie in crisi

Scalabrini, Zattoni, Gillini, Giona, alzati e va' a Ninive

Un volumetto veramente delizioso. Il biblista bergamasco introduce e commenta con acribia esegetica e narratologica mai pesante il libretto del profeta Giona, la “colomba” ribelle.

Giona non è solo una favola satirica rivolta contro il particolarismo nazionalista postesilico di Esdra e Neemia che giunge a imporre la rottura dei matrimoni misti già in atto, mostrando invece un Dio universalista.

Non è che Giona fugga dalla sua vocazione. Fugge dal presentimento che il suo Dio non manterrà la sua dura parola di ammonimento e di giusta punizione per Ninive, la capitale dei nemici di sempre di Israele, famosi per la loro efferata crudeltà e dura oppressione delle popolazioni sconfitte.

Giona intraprende un cammino inverso a quello comandatogli, con una fuga in orizzontale e un nascondimento verticale che lo porta a Giaffa, nella nave, nella sua sentina, nell’abisso, nel ventre del pesce (femminile). Prega un salmo di ringraziamento per una salvezza già avvertita come avvenuta, “rinasce” dal grembo del pesce (femminile), predica il duro ammonimento di YHWH a Ninive e si apposta da lontano per vedere il finale della vicenda.

Giona si sdegna perché YHWH si pente del male promesso, dei quaranta giorni che sono diventati un tempo sufficiente ai niniviti a convertirsi. Si arrabbia ancora di più per il libero dono del ricino, pura grazia di Dio, velocissimo, “superfluo” in un certo senso, data l’ombra già da lui steso procurata con la costruzione dal capanna. “Anche questa ci mancava”, si dice in famiglia…

Giona si sdegna della grazia, non apprezza la grazia, il gratuito di YHWH. E YHWH non dovrebbe aver compassione di uomini e animali che hanno iniziato a convertirsi dalla violenza che è nelle loro mani e che non hanno una coscienza illuminata, non distinguendo la destra dalla sinistra?

Uscendo dal mio campo abituale dell’esegesi, ancora più mi ha avvinto la rilettura di Giona fatta dalla coppia di pedagogisti e di consulenti per la famiglia.

Una lettura contestuale fa apparire il parallelismo tra Giona e la vita della coppia (sui quali non avevo mai lavorato). Giona è il libro della fedeltà, metafora della storia coniugale.

Servendosi anche di una storia vera di separazione (Simona e Federico), Zattoni e Gillini seguono i meandri nei quali la coppia può esser avvinta dal proprio male che li porta a venir meno al patto di alleanza, a recriminazioni acide e a rimproveri rancorosi al partner.

Come Giona, la coppia deve alzarsi (qûm!: Gn1,1; 3,1), non essere succube della mancanza di speranza e andare a Ninive, il simbolo della società liquida di oggi, dalla cultura violenta e nichilista che combatte a spada tratta la stabilità dell’amore. La coppia deve evangelizzare le periferie, considerate nemiche e “perse” in partenza.

Giona fugge verso Tarsis, la sicurezza, la tranquillità piatta e falsamente serena. Se la coppia fugge lontano dal Signore, cercando la propria volontà e la realizzazione dei propri progetti, magari uno all’insaputa dell’altro, ci si trova presi da tempeste, da un vortice di attese non realizzate, da regressioni. La fedeltà si presenta come autoevidente, diventa libertà quale diritto all’autonomia e alla realizzazione delle esigenze e dei progetti personali prima di ogni altra cosa. Si diventa fedeli, disperatamente, solo a se stessi.

I “marinai” e il capitano” vogliono aiutare Giona, come tanti amici e coppie di pastorale familiare. Dio non provoca il male come punizione perché Giona apprenda la lezione. Dio è provvidenza amorosa che segue, ama, recupera, è gratuito nel suo fare.

Nella sua preghiera Giona rimane legato al suo Dio, che non lo lascia perdere. La preghiera è importante per recuperare il progetto comune della coppia. In essa due sono i co-piloti, e nessuno è comandante in seconda.

“Lo sapevo”, pensa Giona al vedere la grazia di YHWH, che “si pente” e ritorna sui suoi passi. In psicologia psico-dinamica “lo sapevo” è la “profezia che si autodetermina” tipica delle crisi matrimoniali. Come la regressione costituita del rinfacciare all’altro anche (in questo forse aiutati da amici e parenti): “ha sempre fatto così, fin da piccolo”.

Fare di ogni erba un fascio e avere sempre in tasca il metro di misura e della perfezione, impedisce che nella coppia e nella società si instauri un rapporto di grazia, di gratuità.

YHWH non vuole un’obbedienza cieca da parte di Giona, ma rispettala sua libertà e suo amore ferito per l’“esagerata” bontà del suo Dio, che mette in crisi il giusto e necessario rapporto di colpa e punizione che per Giona deve reggere sempre la società.

YHWH dona a Giona il dono “superfluo” del ricino (visto che l’ombra c’era già sufficiente), un “tocco di tenerezza”, per far capire che l’uomo non può fondarsi solo sulle proprie realizzazioni, ma può vivere solo in un regime di gratuito che lascia spazio all’amore più grande. Come reagirà Giona (e le coppie in crisi)? Il finale della novella è un finale aperto.

Dio cede all’amore, obbedisce all’amore. L’amore è più grande di Dio? Sembra. Ma Dio è amore! (1Gv 4,8).

Un bel libro, ottimo per un percorso biblico-esperienziale con fidanzati, sposi, coppie in difficoltà.

La bibliografia delle pp. 161-164 (distinta secondo i due contributi diversi raccolti nel libro) aiuta l’approfondimento del tema e degli strumenti per relazionarsi in modo coretto al “miracolo” della coppia e della famiglia, realtà delicata, fragile, ma bellissima quando lascia vivere il gratuito e la fantasia del dono.

Patrizio Rota ScalabriniMaria Teresa ZattoniGilberto Gillini,Giona, alzati e va’ a Ninive. Un comando che vale anche per gli sposi di oggi(Nuovi Saggi Queriniana 92), Queriniana, Brescia 2018, pp. 168, € 13,00.

settimananews

Crisi economica e nascite. Se la crisi lascia in eredità la «paura» del secondo figlio

Se la crisi lascia in eredità la «paura» del secondo figlio

La crisi economica ha giocato un ruolo determinante nel crollo delle nascite che interessa l’Italia. Per intuirlo non sono necessarie ricerche particolari. Tuttavia indagare a fondo come e perché le difficoltà hanno trasformato la composizione delle famiglie e le attese delle coppie può fornire indicazioni molto importanti. Un contributo in questo senso arriva da un ricerca fresca di pubblicazione che ha cercato di capire come mai tra il 2002 e il 2012, cioè nel decennio che va dal periodo precedente la crisi del 2007-2008 alle prime tre recessioni successive, molte madri hanno deciso di non avere un secondo figlio. Quello che emerge è abbastanza sorprendente: la crisi non ha aumentato le disuguaglianze, al contrario ha avvicinato le donne di diverse condizioni sociali nella rinuncia ad avere una famiglia numerosa.

L’insicurezza e la sfiducia, insomma, hanno livellato verso il basso l’universo delle madri, contagiando anche chi non ha sperimentato direttamente problemi economici.

La prospettiva del secondo figlio, come angolatura di analisi, ha un forte valore. Il calo delle nascite che affligge il nostro Paese quasi alla stregua di una malattia cronica si deve da un lato all’aumento del numero di donne in età riproduttiva che non diventano madri, percentuale che ha ormai superato il 20%, ma in parte maggiore è dovuto alla rinuncia ad avere il secondo e soprattutto il terzo figlio e oltre. Il calo della natalità è in sostanza un problema di fratelli che mancano, non solo di donne e uomini che non diventano genitori, anche se questo aspetto si sta comunque affermando sempre di più. La ricerca a cura di Francesca Fiori ed Elspeth Graham, dell’Università di St Andrews nel Regno Unito, e di Francesca Rinesi dell’Istat (goo.gl/eKyk4z) rivela proprio che in un decennio la percentuale di madri che esprimono l’intenzione di fermarsi al figlio unico è salita dal 21% al 25%.

Ma che cosa è cambiato negli anni della Grande Crisi? L’aspetto forse più importante da rilevare è il fatto che la rinuncia al secondo figlio non riguarda più solo una categoria specifica di donne che sperimenta una condizione particolare, si tratti di una difficoltà economica ovvero della decisione di puntare a una carriera importante: la percezione di insicurezza diffusa, di paura di andare incontro a problemi in futuro, ha come cancellato le differenze. Prima della crisi la ‘rinuncia’ a una famiglia numerosa, in termini di intenzioni, riguardava più le donne con bassa istruzione o chi aveva contratti a termine, o ancora le disoccupate; durante la crisi la probabilità di non volere un secondo figlio ha interessato sempre di più anche le donne con media o alta istruzione, con contratti di lavoro stabili, le casalinghe, e in particolar modo le ragazze più giovani. La motivazione economica è diventata rapidamente la ragione principale per dire no al secondo figlio (dal 16,7% al 25,8% dei casi), seguita dal fatto che si è raggiunto il limite di età (dal 14,1% al 18,8%), mentre l’idea di aver già soddisfatto i propri desideri riproduttivi è crollata significativamente di 7 punti (al 16%).

«Il risultato ci ha sorprese – spiega una delle ricercatrici, Francesca Fiori –. La rinuncia al secondo figlio per ragioni economiche non ha riguardato solo le madri in situazioni di disagio, ma anche quelle in condizioni migliori. Da un lato la situazione economica è peggiorata per tutte le famiglie giovani, dall’altro l’aumento della disoccupazione maschile ha probabilmente lasciato molte donne occupate nella condizione di unico percettore di reddito. Ma di sicuro la crisi ha agito anche a livello più intimo, aumentando l’incertezza e la sfiducia nel futuro. Spesso di fronte alle difficoltà la rinuncia a un figlio interessa proprio chi ha più da perdere, mentre chi è in condizione di svantaggio trova nella maternità un valore in più».

Le ragioni per essere ottimisti ci sono, soprattutto in una fase di ripresa. Se i problemi economici impattano sulla natalità, l’uscita dalla crisi può favorire una ripartenza delle nascite. La ricerca in effetti rileva un aumento delle madri di due o più bambini che esprimono il desiderio di avere altri figli, anche se questo sembra riguardare più le straniere. E in ogni caso il rischio può essere anche un altro: che l’abitudine all’insicurezza si sia sedimentata in maniera così forte da avere rivoluzionato comportamenti storici. Il tema dell’insicurezza come ragione della denatalità è più vischioso dei semplici motivi economici e più difficile da aggredire. La crisi della fiducia incide sui desideri e sulla progettualità, e questo aspetto, spiegano le ricercatrici, è più preoccupante di altri fattori legati alla rinuncia ad avere figli.

Le persone, soprattutto le generazioni più giovani, in questi anni hanno conosciuto un aumento significativo della disoccupazione e della precarietà del lavoro, oltre a un calo delle retribuzioni. L’insicurezza tuttavia è un concetto molto ampio, che non riguarda solo i più fragili. Una recente ricerca a cura di Chiara Ludovica Comolli (goo.gl/SkLrUQ), dell’Università di Stoccolma ha dimostrato come la tensione sugli spread vissuta dall’Italia tra il 2011 e il 2012 ha contribuito in modo importante a limare i tassi di natalità. D’altra parte si potrebbe pensare che in un Paese con un elevato debito pubblico come l’Italia, oggi al 130% del Pil, in mancanza di una seria strategia di stabilizzazione dei conti le famiglie possano avere atteggiamenti più prudenti in diversi ambiti, dai consumi alla famiglia.

Negli ultimi 40 anni l’Italia non ha mai conosciuto tassi di fecondità particolarmente alti, tuttavia le coppie hanno storicamente manifestato una preferenza netta per la famiglia con due figli. Ancora nel 2012 il 75% delle neo madri con un figlio esprimeva la volontà di avere almeno un altro bambino. Ma se il persistere dell’incertezza trasformasse in breve tempo la ‘regola dei due figli’ in una regola del figlio unico più subìta che voluta? Al momento non sembra essere così. «Non abbiamo indicazioni in questa direzione – spiega Francesca Fiori – in Italia la preferenza per la famiglia con due figli è dura da sovvertire. A differenza di altri Paesi da noi c’è una fetta ampia di desiderio non soddisfatto in fatto di dimensione della famiglia. Perché si mantenga vivo servono soprattutto misure di ampio respiro capaci di creare un contesto favorevole in tutto alle famiglie, dalle politiche per il lavoro ai servizi che favoriscono la conciliazione, dalle misure per ridurre le disuguaglianze a un welfare in grado di rispondere veramente ai bisogni dei genitori».

da Avvenire

La famiglia, agenzia di consumi?

Questi ultimi decenni hanno segnato, per la cultura del nostro paese, il repentino evolversi dell’istituzione familiare. In poco tempo si è passati  dalla famiglia pa­triarcale a quella “nucleare” (di un solo nucleo) alla “quasi” famiglia dei nostri giorni, dove tutto è relativo, temporaneo ed effimero.

Questo passaggio non è stato né semplice né indolore, la ferita aperta da questo rapido cambiamento dell’istituzione familiare è tutt’ora aperta e la cicatrice crea­tasi è ben lontana dall’essersi rimarginata.

Il contesto mutato

Questa situazione pone diversi interroga­tivi, perché, come cre­denti o, più semplicemente, come cittadini liberi e responsabili, non ci rassegniamo a stare muti e attoniti di fronte alle sfide che la storia ci lancia, ma vogliamo essere protagonisti proprio per non rimanere insensibili ai segni dei tempi.

Prendendo atto quindi che, oggi, a causa della globalizzazione, c’è u­na profonda interdipen­denza (economica, culturale, politica ecc.) fra tutti gli abitanti e fra tutte le nazioni della terra, non possiamo distogliere lo sguardo dal vasto orizzonte del mondo sul quale si svolge la com­plessa vicenda della grande famiglia umana.

La famiglia d’oggi, quindi, se, nel mettere al mon­do i figli e nell’educarli, non tenesse davanti agli occhi il reale momento storico che viviamo, lascerebbe i giovani impreparati ad affrontare la com­plessità dei problemi che si presentano loro e ren­derebbe con ciò stesso più remota la speranza di un mondo più unito, più giusto e più libero.

La famiglia è chiamata ad “aprirsi” se vuole rinnovarsi, a svolgere un compito completamente nuovo, ad essere aperta ai problemi del mondo e a scoprire quei valori nuovi in grado di fermentare la società attuale.

Più i consumi che i valori

Dunque, famiglia “aperta” ai problemi del mondo, alle sollecitazioni della storia, ai segni dei tempi. Ma con un’apertura che passa da una precisa presa di posizione, quella di rifiutare un modello di vi­ta che ha portato la maggior parte delle famiglie attuali a rinchiudersi su se stesse, ad adottare come la cosa più naturale del mondo uno stile di vita più legato ai consumi che ai valori.

La prima condizione, perciò, che si richiede alle famiglie che vogliono “essere aperte e solidali” è la capacità di sottrarsi a quella moder­na piovra che è il consumismo, che non è solo una logica conseguenza del nostro costume sociale legato al mercato (come affermano alcune anime semplici), ma ne è l’anima!

Ciò che si rifiuta del consumismo è la schiavitù che esso esercita sugli uomini: lo star meglio, il pos­sedere di più, il raggiungere un livello di vita che sia sempre alla pari con quello che una pubblicità incessante propone.

Questa logica presuppone il primato dell’economia sulla persona per cui chi non produce viene automaticamente emarginato; la per­sona stessa (e quindi la famiglia) è in funzione del meccanismo del gua­dagno e del consumo.

Questo meccanismo, per autoalimentarsi, postula lo sfruttamento sistematico del terzo mondo, in quanto, nonostante le belle parole che vengono spese nei vari incontri internazionali, non si fa assolutamente nulla per aiutare i popoli in via di sviluppo ad uscire dalla loro situazione.

Il consumismo, quindi, è per sua natura intrinseca, contro la libertà, contro la giustizia e quindi contro la pace. E da questa spirale si esce solamente ripudiando ciò che forma la struttura stessa del sistema: la filosofia consumistica della vita.

Nel sistema consumistico la famiglia ha un ruolo fondamentale, è un anello indispensabile. Per due motivi: primo, perché è nella famiglia che si decidono e si fanno la maggior parte delle spese. La società moderna, che ha tolto alla famiglia molte prerogative e funzioni, le ha lasciato questa, trasformandola in agenzia di consumi.

Secondo motivo: è la famiglia che inculca nei bambini la moltiplicazione dei desideri e la necessità di soddisfarli. In tal modo, la famiglia supporta il peso del sistema e ne diventa la principale cinghia di trasmissione. Presa da questa logica, la famiglia non trova più spazio per se stessa, in quanto impegnata a lavorare per guadagnare di più, salvo poi chiedersi come mai il mondo vada così male e perché i figli non riconoscono ai genitori il merito del lavoro, dei sacrifici e dell’abnegazione.

Un diverso modello di vita

La famiglia che vuole essere aperta al mondo deve scegliere un diverso modello di vita, deve rifiutarsi di fare un gioco che, alla fine, si rivela deleterio per se stessa, per i figli e per la maggior parte dell’umanità, creando ricchezze e privilegi da una parte, oppressioni e miserie dall’altra.

Si tratta, quindi, di vivere la povertà evangelica, non come mancanza di decoro, o rinuncia al necessario, ma come libertà dal denaro, dalle cose, dalle offerte spudorate della pubblicità.

Parlare oggi di povertà può far sorridere, visti i pressanti inviti a spendere e a consumare, che ci vengono propinati dall’alto, ma solo vivendo autenticamente lo spirito evangelico di povertà fino in fondo si può attuare l’unica rivoluzione possibile ai nostri giorni.

È auspicabile un programma di sobrietà di vita, sollecitato anche da autorevoli interventi del magistero, fatto proprio da tutti coloro che vogliono vivere fuori dalla schiavitù del consumismo, attraverso una radicale eliminazione del superfluo e in una schietta e serena compartecipazione dei doni ricevuti. Liberate dalle cose, le persone si scoprono più libere e disponibili per “donarsi” reciprocamente.

Una famiglia che decide di vivere con questo spirito, oltre che ad aprirsi, si ritroverà ad essere anche “accogliente”, capace di accettare e di accettarsi, di scoprire le necessità più impellenti del territorio e del mondo e di inserirsi con coraggio, scoprendosi aperta agli altri, specialmente nei confronti di coloro che più hanno bisogno di tenerezza e di amicizia.

Ed è su questa famiglia aperta al mondo che si gioca il futuro non solo della Chiesa ma dell’umanità intera. Credere che tutto ciò sia possibile, diventa una speranza viva e concreta per l’intera famiglia umana.

settimananews

“Amoris Laetitia” mette in luce la bellezza della famiglia

L’Esortazione post sinodale di Papa Francesco “Amore Laetitia” mette in luce la bellezza della famiglia e le fa riscoprire il suo grande valore. Ne è convinta Anna Friso appartenente al Movimento Famiglie Nuove del Movimento dei Focolari e, insieme al marito Alberto, membro del Pontificio Consiglio per la Famiglia.

R. – Anche in noi c’era molta attesa, perché ci aspettavamo veramente un pronunciamento sulla famiglia e sulle sue ferite. Allora, la nostra sorpresa è stata quando abbiamo sentito che c’era tutto un approfondimento sull’amore: sull’amore coniugale, sull’amore familiare. Perché per promuovere la famiglia, per dare alla famiglia la sua dignità, c’è bisogno di raccontarla e di spiegare anche a lei stessa – alla famiglia – quanto sia importante vivere l’amore, quell’amore che ne è il fondamento costitutivo. Noi, fra l’altro, abbiamo un’esperienza lunghissima di famiglia – festeggiamo quest’anno i nostri “primi” 50 anni di matrimonio – e sappiamo quanto valore abbia l’amore nella famiglia, che non è guidato da nessun altro interesse che non il bene dell’altro, che non la felicità dell’altro. E allora, in questa dimensione trovano spazio tutte le componenti dell’amore: a livello psicologico, a livello sentimentale, ma anche erotico. Questa è una specificità dell’amore coniugale che va ricordata e che non dovrà essere considerata più quel male accettato, ma un bene: quel regalo meraviglioso – come ha detto il Papa – che è dato agli sposi in corredo al loro “sì” per sempre.

D. – Ci sono poi nel documento i capitoli in cui si affrontano le situazioni di difficoltà, le ferite della famiglia. Emergono parole come “misericordia”, “discernimento”, “integrazione”. Vi aspettavate qualcosa di diverso?

R. – Mi sembra che sia stata fatta veramente la scelta giusta: dare spazio a tutti. La misericordia è il lasciapassare, cioè, è la porta spalancata per tutti, proprio nella soggettività di ciascuno. Non dimentichiamoci che in ogni storia di separazione, in ogni storia di un amore che finisce, di un sogno che si infrange, c’è sempre tanto dolore. Quindi, intanto, il dolore ha un’azione purificatrice molto grande e poi, in ogni scelta successiva, c’è pure la difficoltà di mettersi ancora in gioco. Io credo che con questa apertura possiamo veramente accogliere e sentirci accolti dalla Chiesa madre, ma soprattutto da Dio, che non smette di amare ciascuno di noi nel suo modo, che è quello infinito, quello che apre a tutti.

D. – Diciamo quindi che la Dottrina della Chiesa in questi casi, nel caso dei divorziati,  non cambia. Eppure cambia molto lo sguardo, l’atteggiamento; la pastorale cambierà…

R. – La Dottrina, infatti, l’abbiamo ritrovata intatta e questo è molto importante per noi, perché abbiamo un fondamento che conferma una vita e che ci aiuta a porgere a tutti una verità che non può tramontare: la bellezza della famiglia stabile, che si riedifica ogni giorno con l’amore, in vista di una indissolubilità che gli è congeniale, proprio perché l’amore – l’amore coniugale, l’amore umano – ha questo dna. Però, appunto, nel gestire – diciamo così – le varie situazioni, ci sembra che sia stata usata veramente la chiave giusta, per trovare per ciascuno la strada di una riconciliazione con la grazia di Dio, che si manifesta in tanti modi.

Radio Vaticana

Amoris Laetitia. Papa: misericordia e integrazione per tutte le famiglie

Misericordia e integrazione: questo il nucleo dell’Esortazione apostolica post-sinodale “Amoris Laetitia – La gioia dell’amore”, siglata da Papa Francesco il 19 marzo e diffusa oggi. Suddiviso in nove capitoli, il documento è dedicato all’amore nella famiglia. In particolare, il Pontefice sottolinea l’importanza e la bellezza della famiglia basata sul matrimonio indissolubile tra uomo e donna, ma guarda anche, con realismo, alle fragilità che vivono alcune persone, come i divorziati risposati, ed incoraggia i pastori al discernimento. In un chirografo che accompagna l’Esortazione inviata ai Vescovi, il Papa sottolinea che “Amoris Laetitia” è “per il bene di il bene di tutte le famiglie e di tutte le persone, giovani e anziane” ed invoca la protezione della Santa Famiglia di Nazareth. L’Esortazione raccoglie i risultati dei due Sinodi sulla famiglia, svoltisi nel 2014 e nel 2015. Il servizio di Isabella Piro di Radio Vaticana.

Cap. 1 La Parola di Dio in famiglia e il dramma dei profughi
Misericordia e integrazione: Amoris Laetitia ruota attorno a questi due assi che ne rappresentano l’architrave. Il Papa ricorda che “l’unità di dottrina e di prassi” è ferma e necessaria alla Chiesa, ma sottolinea anche che, in base alle culture, alle tradizioni, alle sfide dei singoli Paesi, alcuni aspetti della dottrina possono essere interpretati “in diversi modi”. Il primo capitolo del documento, dedicato alla Parola di Dio, ribadisce la bellezza della coppia formata da uomo e donna, “creati ad immagine e somiglianza di Dio”; richiama l’importanza del dialogo, dell’unione, della tenerezza in famiglia, definita non come ideale astratto, ma “compito artigianale”. Ma non vengono dimenticati alcuni drammi, tra cui la disoccupazione, e “le tante famiglie di profughi rifiutati ed inermi” che vivono “una quotidianità fatta di fatiche e di incubi”.

Cap. 2 La realtà e le sfide della famiglia. La grande prova delle persecuzioni
Poi, lo sguardo del Papa si allarga sulla realtà odierna, e insieme al Sinodo, tenendo “i piedi per terra”, ricorda le tante sfide delle famiglie oggi: individualismo, cultura del provvisorio, mentalità antinatalista che – scrive Francesco – “la Chiesa rigetta con tutte le sue forze”; emergenza abitativa; pornografia; abusi sui minori, “ancora più scandalosi” quando avvengono in famiglia, a scuola e nelle istituzioni cristiane. Francesco cita anche le migrazioni, la “grande prova” della persecuzione dei cristiani e delle minoranze soprattutto in Medio Oriente; la “decostruzione giuridica della famiglia” che mira ad “equiparare semplicisticamente al matrimonio” le unioni di fatto o tra persone dello stesso sesso. Cosa impossibile, scrive il Papa, perché “nessuna unione precaria o chiusa alla trasmissione della vita assicura il futuro della società”.

Ideologia gender è  “inquietante”
Francesco ricorda poi “il codardo degrado” della violenza sulle donne, la strumentalizzazione del corpo femminile, la pratica dell’utero in affitto, e definisce “inquietante” che alcune ideologie, come quella del “gender” cerchino di imporre “un pensiero unico” anche nell’educazione dei bambini. Davanti a tutto questo, però – è il monito del Papa – i cristiani “non possono rinunciare” a proporre il matrimonio “per essere alla moda” o per un complesso di inferiorità. Al contrario, lontani dalla “denuncia retorica” e dalle “trappole di lamenti auto-difensivi”, essi devono prospettare il sacramento matrimoniale secondo una pastorale “positiva, accogliente” che sappia “indicare strade di felicità”, restando vicina alle persone fragili.

Matrimonio non è un ideale astratto. Chiesa faccia salutare autocritica
Troppe volte, infatti – afferma il Papa con una “salutare autocritica” – il matrimonio cristiano è stato presentato puntando solo sul dovere della procreazione o su questioni dottrinali e bioetiche, finendo per sembrare “un peso”, un ideale astratto, piuttosto che “un cammino di crescita e di realizzazione”. Ma i cristiani – nota Francesco – sono chiamati a “formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle”, così come faceva Gesù che proponeva un ideale esigente, ma restava anche vicino alle persone fragili.

Cap. 3 La vocazione della famiglia e l’inalienabile diritto alla vita
In quest’ottica, l’indissolubilità del matrimonio non va intesa come “un giogo”, e il sacramento non come “una ‘cosa’, un rito vuoto, una convenzione sociale”, bensì “un dono per la santificazione e la salvezza degli sposi”. Quanto alle “situazioni difficili ed alle famiglie ferite”, il Papa sottolinea che i pastori, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere, perché “il grado di responsabilità non è uguale in tutti i casi”. Se da una parte, dunque, bisogna “esprimere con chiarezza la dottrina”, dall’altra occorre evitare giudizi che non tengano conto della complessità delle diverse situazioni e della sofferenza dei singoli. Francesco ribadisce, poi, con forza, il “grande valore della vita umana” e “l’inalienabile diritto alla vita del nascituro”, sottolineando anche l’obbligo morale all’obiezione di coscienza per gli operatori sanitari, il diritto alla morte naturale e il fermo rifiuto alla pena capitale.

Cap. 4 L’amore nel matrimonio è amore di amicizia
Ma qual è, allora, l’amore che si vive nel matrimonio? Francesco lo definisce “l’amore di amicizia”, ovvero quello che unisce l’esclusività indissolubile del sacramento alla ricerca del bene dell’altro, alla reciprocità, alla tenerezza tipiche di una grande amicizia. In questo senso, “l’amore di amicizia si chiama carità”, perché “ci apre gli occhi e ci permette di vedere, al di là di tutto, quanto vale un essere umano”. In quest’ottica, il Pontefice sottolinea anche l’importanza della vita sessuale tra i coniugi, “regalo meraviglioso”, “linguaggio interpersonale” che guarda “al valore sacro ed inviolabile dell’altro”. La dimensione erotica dell’amore coniugale, dunque, non potrà mai intendersi come “un male permesso o un peso da sopportare”, bensì come “un dono di Dio che abbellisce l’incontro tra gli sposi”. Per questo, Amoris Laetitia rifiuta “qualsiasi forma di sottomissione sessuale” e ribadisce, con Paolo VI, che “un atto coniugale imposto al coniuge…non è un vero atto d’amore”.

Cap. 5 L’amore diventa fecondo. Ogni figlio ha diritto a madre e padre
Soffermandosi, quindi, sulla generazione e l’accoglienza della vita all’interno della famiglia, il Papa sottolinea il valore dell’embrione “dall’istante in cui viene concepito”, perché “ogni bambino sta da sempre nel cuore di Dio”. Di qui, l’esortazione a non vedere nel figlio “un complemento o una soluzione per un’aspirazione personale”, bensì “un essere umano con un valore immenso”, del quale va rispettata la dignità, “la necessità ed il diritto naturale ad avere una madre ed un padre”, che insegnano “il valore della reciprocità e dell’incontro”.

La famiglia esca da se stessa per rendere ‘domestico’ il mondo
Al contempo, il Papa incoraggia le coppie che non possono avere figli e ricorda loro che la maternità “si esprime in diversi modi”, ad esempio nell’adozione. Di qui, il richiamo a facilitare la legislazione sulle procedure adottive e di affido, sempre nell’interesse del bambino e contrastando, con le dovute leggi, il traffico di minori. Quindi, Francesco sottolinea che ovunque c’è bisogno di “una robusta iniezione di spirito familiare”, ed incoraggia le famiglie ad uscire da se stesse, trasformandosi in “luogo di integrazione e punto di unione tra pubblico e privato”. Perché ogni famiglia – è il monito del Papa – è chiamata ad instaurare la cultura dell’incontro e a rendere ‘domestico’ il mondo. Per questo, il Papa lancia “un serio avvertimento”: chi si accosta all’Eucaristia senza lasciarsi spingere all’impegno verso i poveri ed i sofferenti, riceve questo sacramento “indegnamente”.

Cap. 6 Alcune prospettive pastorali. Accompagnare gli sposi da vicino
A metà dell’Amoris Laetitia, il Papa riprende, in modo sostanziale, i temi sinodali. Ad esempio richiama: la necessità di una formazione più adeguata per i presbiteri e gli operatori della pastorale familiare; il bisogno di guidare i fidanzati nel cammino di preparazione al matrimonio, perché “imparare ad amare qualcuno non è una cosa che si improvvisa”; l’importanza di accompagnare gli sposi nei primi anni di matrimonio, affinché non si fermi la loro “danza con occhi meravigliati verso la speranza” e siano generosi nella comunicazione della vita, guardando al contempo ad una “pianificazione familiare giusta”, basata sui metodi naturali e sul consenso reciproco; la necessità di una pastorale familiare missionaria che segua le coppie da vicino e non sia solo una “fabbrica di corsi” per piccole élites.

Preoccupante l’aumento dei divorzi. I figli non siano ostaggi
Oggi, crisi di ogni genere minano la storia delle famiglie – dice il Papa – ma ogni crisi “nasconde una buona notizia che occorre saper ascoltare affinando l’udito del cuore”. Di qui, l’incoraggiamento a perdonare e sentirsi perdonati per rafforzare l’amore familiare, e l’auspicio che la Chiesa sappia accompagnare tali situazione in modo “vicino e realistico”. Certo: nella nostra epoca esistono drammi come il divorzio “che è un male” – sottolinea l’Esortazione – e che cresce in modo “molto preoccupante”. Bisogna, allora, prevenire tali fenomeni, soprattutto tutelando i figli, affinché non ne diventino “ostaggi”. Senza dimenticare che, di fronte a violenze, sfruttamento e prepotenze, la separazione è inevitabile e “moralmente necessaria”.

Divorziati risposati non si sentano scomunicati
Quanto a separati, divorziati e divorziati risposati, l’Amoris Laetitia ribadisce quanto già espresso dai due Sinodi: occorre discernimento ed attenzione, soprattutto verso coloro che hanno subito ingiustamente la scelta del coniuge. Nello specifico, i divorziati non risposati vanno incoraggiati ad accostarsi all’Eucaristia, “cibo che sostiene”, mentre i divorziati risposati non devono sentirsi scomunicati e vanno accompagnati con “grande rispetto”, perché prendersi cura di loro all’interno della comunità cristiana non significa indebolire l’indissolubilità del matrimonio, ma esprimere la carità.

Rispetto per omosessuali, ma nessuna analogia tra matrimonio e unione gay
L’Esortazione ricorda poi le “situazione complesse” come quelle dei matrimonio con disparità di culto, “luogo privilegiato di dialogo interreligioso”, purché nel rispetto della “libertà religiosa”. Riguardo alle famiglie con persone di tendenza omosessuale, si ribadisce la necessità di rispettare la loro dignità, senza marchi di “ingiusta discriminazione”. Al contempo, si sottolinea che “non esiste alcun fondamento” per assimilare o stabilire analogie “neppure remote” tra le unioni omosessuali ed il matrimonio secondo il disegno di Dio. E su questo punto, è “inaccettabile” che la Chiesa subisca “pressioni”. Particolarmente preziosa, poi, è la parte finale del capitolo, dedicata all’accompagnamento pastorale da offrire alle famiglie colpite dalla morte di un loro caro.

Cap. 7 Rafforzare l’educazione dei figli, diritto-dovere dei genitori
Ampio, poi, il capitolo dedicato all’educazione dei figli, “dovere gravissimo” e “diritto primario” dei genitori. Cinque i punti essenziali indicati dall’Esortazione: educazione non come controllo, ma come “promozione di libertà responsabili che nei punti di incrocio sappiano scegliere con buon senso e intelligenza”. Educazione come insegnamento alla “capacità di attendere”, fattore “importantissimo” nel mondo attuale dominato dalla “velocità digitale” e dal vizio del “tutto e subito”. Educazione come incontro educativo tra genitori e figli, anche per evitare “l’autismo tecnologico” di molti minori scollegati dal mondo reale ed esposti alle manipolazioni egoistiche esterne.

Educazione sessuale sia educazione all’amore e al sano pudore
Il Papa dice, poi, sì all’educazione sessuale, da intendere come “educazione all’amore” da impartire “nel momento appropriato e nel modo adatto”, insegnando anche quel “sano pudore” che impedisce di trasformare le persone in puro oggetto. A tal proposito, Francesco critica l’espressione “sesso sicuro” che vira al negativo “la naturale finalità procreativa della sessualità” e sembra trasformare un eventuale figlio in “un nemico dal quale proteggersi”. Infine, la trasmissione della fede, perché la famiglia deve continuare ad essere il luogo in cui si insegna a coglierne le ragioni e la bellezza. I genitori siano, dunque, soggetti attivi della catechesi, non imponendo, ma proponendo l’esperienza spirituale alla libertà dei figli.

Cap. 8 Accompagnare, discernere e integrare le fragilità
Riprendendo, quindi, uno dei temi centrali del dibattito sinodale, il Papa si sofferma sulle famiglie che vivono situazioni di fragilità ed afferma, in primo luogo, che “non ci si deve aspettare dall’Esortazione una nuova normativa generale di tipo canonico, applicabile a tutti i casi”. Pertanto, i pastori dovranno promuovere il matrimonio cristiano sacramentale, unione esclusiva, libera e fedele tra uomo e donna; ma dovranno anche accogliere, accompagnare ed integrare con misericordia le fragilità di molti fedeli, perché la Chiesa deve essere come “un ospedale da campo”. “Non ci capiti di sbagliare strada – scrive Francesco – La strada della Chiesa è sempre quella di Gesù: della misericordia e dell’integrazione”, quella che non condanna eternamente nessuno, ma effonde la misericordia di Dio “a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero”, perché la logica del Vangelo dice che “nessuno può essere condannato per sempre”.

No a norma canonica generale, ma discernimento responsabile caso per caso
Integrare tutti, dunque – raccomanda l’Esortazione – anche i divorziati risposati che possono partecipare alla vita della comunità ad esempio attraverso impegni sociali o riunioni di preghiera. E riflettere su quali delle attuali esclusioni liturgiche e pastorali possano essere superate con “un adeguato discernimento”, affinché i divorziati risposati non si sentano “scomunicati”. “Non esistono semplici ricette – ribadisce il Papa – Si può soltanto incoraggiare ad un discernimento responsabile dei casi particolari, perché “il grado di responsabilità non è uguale per tutti”.

Eucaristia non è premio per i perfetti, ma alimento per i deboli
In due note a pie’ di pagina, poi, il Papa si sofferma sulla disciplina sacramentale per i divorziati risposati: nella prima nota afferma che il discernimento pastorale può riconoscere che, in una situazione particolare, “non c’è colpa grave” e che quindi “gli effetti di una norma non necessariamente devono essere gli stessi” di altri casi. Nella seconda nota, Francesco sottolinea che “in certi casi” l’aiuto della Chiesa per le situazioni difficili “potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti”, perché “il confessionale non deve essere una sala di tortura” e “l’Eucaristia non è un premio per i perfetti, ma un alimento per i deboli”.

Esame di coscienza per divorziati risposati. Leggi morali non sono pietre
Per i divorziati risposati, risulta comunque utile “fare un esame di coscienza” ed avere un colloquio con un sacerdote in foro interno, ovvero in confessione, per aiutare la formazione di “un giudizio corretto” sulla situazione. Essenziale, però – sottolinea il Pontefice – è la garanzia delle condizioni di “umiltà, riservatezza, amore alla Chiesa”, per evitare “messaggi sbagliati”, come se la Chiesa sostenesse “una doppia morale” o i sacramenti fossero un privilegio da ottenere “in cambio di favori”. Perché è vero che “è meschino” considerare l’agire di una persona solo in base ad una norma ed è vero che le leggi morali non possono essere “pietre” lanciate contro la vita dei fedeli. Però la Chiesa non deve rinunciare “in nessun modo” a proporre l’ideale pieno del matrimonio. Anzi: oggi è più importante una pastorale del consolidamento, piuttosto che del fallimento, matrimoniale.

Chi pone condizioni alla misericordia di Dio annacqua il Vangelo
L’ideale evangelico, allora, non va sminuito, ma bisogna anche assumere “la logica della compassione verso le persone fragili”. Non giudicare, non condannare, non escludere nessuno, ma vivere di misericordia, “architrave della Chiesa” che non è dogana, ma casa paterna in cui ciascuno ha un posto con la sua vita faticosa. E questo, in fondo, è “il primato della carità” che non pone condizioni alla misericordia di Dio “annacquando il Vangelo”, che non giudica le famiglie ferite con superiorità, in base ad una “morale fredda da scrivania”, sedendo sulla cattedra di Mosè con cuore chiuso, ma si dispone a comprendere, perdonare, accompagnare, integrare.

Cap. 9 Spiritualità coniugale e familiare. Cristo illumina i giorni amari
Nell’ultimo capitolo, Amoris Laetitia invita a vivere la preghiera in famiglia, perché Cristo “unifica ed illumina” la vita familiare anche “nei giorni amari”, trasformando le difficoltà e le sofferenze in “offerta d’amore”. Per questo, il Papa esorta a non considerare la famiglia come “una realtà perfetta e confezionata una volta per sempre”, bensì come uno sviluppo graduale della capacità di amare di ciascuno. “Camminiamo, famiglie, continuiamo a camminare!” è l’invito conclusivo di Francesco che incoraggia le famiglie del mondo a non “perdere la speranza”.

«Gioia dell’amore»: esce l’8 aprile l’Esortazione apostolica sulla famiglia

Esce venerdì 8 aprile e si intitola Amoris laetitia, l’esortazione apostolica che il Papa ha scritto “sull’amore nella famiglia” a partire dai due sinodi, straordinario e ordinario, che si sono svolti in Vaticano nell’ottobre del 2014 e nell’ottobre del 2015.

A presentarla, in sala stampa vaticana, saranno il cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario del sinodo, il cardinale Cristoph Schoenborn, arcivescovo di Vienna, e una coppia di coniugi,
Francesco e Giuseppina Miano, che hanno preso parte a entrambi i
sinodi.

Il testo esce in italiano, francese, inglese, tedesco, spagnolo e portoghese.

Si tratta di un documento molto atteso – anche per la lunga e complessa gestazione – con cui papa Francesco farà il punto sulla pastorale del matrimonio e della famiglia alla luce del lungo cammino sinodale, avviato nell’ottobre 2013.

Un percorso che ha prodotto due documenti fondamentali – le due Relazioni finali 2014 e 2015 – ma anche una miriade di spunti molto interessanti, come le migliaia di risposte al doppio questionario giunte da tutte le diocesi del mondo. Pensare che il documento firmato da Francesco finirà per rappresentare un netto stacco contenutistico rispetto, soprattutto, alle due relazioni finali, significa dimenticare che è stato Francesco stesso a decidere le pubblicazioni dei due testi.

E, nello specifico, a chiedere che nei Lineamenta 2015 fosse inserito il testo uscito dall’assemblea ordinaria del 2014. Facile quindi prevedere che l’esortazione di Francesco nasca non solo in continuità con quanto emerso dalla riflessione biennale della Chiesa sulla famiglia, ma che finisca per rappresentare in qualche modo un terzo e definitivo passaggio, in cui gli approfondimenti che saranno presentati secondo la sensibilità e la libertà del Pontefice, risulteranno evidenti soprattutto alla luce di quanto discusso, pensato, concordato dalle due assemblee dei vescovi e infine reso noto dai testi sinodali.

Come per la relazione finale dell’ottobre 2015, le parole chiave che guideranno la riflessione di Francesco saranno misericordia, accoglienza, discernimento, integrazione e accompagnamento. E, se dovessimo proporre uno slogan, “unità dottrinale nella pluralità pastorale” potrebbe fotografare bene la sollecitudine del Pontefice, finalizzata a dare risposte efficaci alle domande, alle richieste, alle speranze e anche alle angosce delle famiglie di tutto il mondo. Comprese quelle più fragili, quelle ferite, quelle disgregate.

Non si tratta certo di attendersi dall’Esortazione risposte preconfezionate alle varie situazioni. Piuttosto occorre far riferimento a un nuovo atteggiamento di responsabilità comunitaria in cui ciascuno, insieme agli altri, è chiamato a un impegno di riconciliazione allargato, in coerenza con lo spirito dell’anno giubilare.

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