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365 volte Europa. La scoperta dell’Albania

Mavrokampos è un pugno di case e tre cani aggressivi, qualche chilometro più in là due giovani gentili frappongono la loro vettura tra noi e bellicosi cani da pastore. Kristallopigi è l’ultima Grecia e Bilisht la prima Albania. Alla frontiera numerosi taxi in attesa, autovetture con la scritta Antikontrabanda, la polizia controlla documenti e bagagli, ragazze di Smile Albania distribuiscono carte e informazioni, l’orologio torna un’ora indietro, compriamo una SIM albanese, cambiamo euro in lek. Mire se vini (benvenuti) ci saluta l’anziano Nehari, ci benedice e ci insegna qualche parola albanese. Bunker dell’era di Hoxha sparsi un po’ ovunque. Scoppia un diluvio, va via l’elettricità e le strade di Bilisht si ricoprono di pietre e pietrisco.

Gente a piedi e in bicicletta, pulmini e taxi stracarichi, carretti trainati da asini e cavalli, Mercedes nere. Continuano caldo e spose, tartarughe e arnie, minareti e muezzin. Meleti, ulivi, pruni. Cangonj è un villaggio pieno di vita: setacciano montagne di fasule (fagioli) messe a seccare sulla strada, nei giardini pergole d’uva, gruppi di bimbi, al bar uomini giocano a shahtavëlldominomos u nxeh.

Njaci gira la campagna in motorino, un contenitore pieno di gelato al cacao in una borsa frigo, i bambini lo aspettano: ci porge due coni, ci fa un inchino e va via. Renato a Rrëmbec ci prepara un’insalata con i prodotti del suo orto. Seguiamo la valle del Devoll tra montagne talvolta brulle e rocciose, talvolta boscose e segnate da vecchi terrazzamenti. Muli e motorette cariche di legna ed erba, Mercedes cariche di uomini e legna. Pastori con capre e mucche. Immondizia.

Poco oltre Lozhan i Ri la vecchia strada nazionale diventa sterrata pietrosa. Frank cicloviaggiatore tedesco ci spiega perché: finisce nel lago creato dalla nuova diga in costruzione. Bypassiamo lago e diga salendo a mostro su montagne d’argilla, tra torri di terra con il cappello. Dall’alto di Nikollarë il paesaggio è angosciante, bellezza e quiete han ceduto il passo a camion, macchine movimento terra e pulmini che portano su e giù operai. “Guadagniamo 15€ al giorno” ci dicono alcuni di loro incontrati a Moglicë.

I lavori hanno devastato quello che era un paesaggio straordinario: fianchi delle montagne scavati dall’acqua del fiume e dai letti dei ruscelli, insenature e anse, cime di roccia rossa, pinnacoli, il fiume reso dorato dai riflessi delle pareti che gli si specchiano dentro. A Bratilë bassi covoni di scarti del mais, mucche, asini e capre al pascolo su ripe brulle, angoli coltivati a viti e ulivi, qualche arancio. Di fronte a noi si apre la valle: il letto del fiume quasi asciutto tra fertili terrazze fluviali, sui pendii campi coltivati e boschi.

A Gramsh, luogo d’origine della famiglia di Antonio Gramsci, è giorno di mercato, peperoncini a seccare sui cofani di Mercedes, ai tombini mancano i coperchi (li portano via i trafficanti di metalli).

Un’altra diga è lago artificiale a Liqeni i Banjes. Banchetti di frutta e verdura davanti a molte case, una distesa di mele tagliate a fette sulla strada a seccare. Sui tetti pannelli solari. All’ingresso di Cërrik nella piazza-giardino un passante stacca quattro albicocche da un albero e ce le porge con un sorriso sdentato e cordiale, la preghiera del muezzin si confonde con le musiche occidentali dei bar. Le donne anziane sono vestite di nero e hanno eleganti foulard bianchi sul capo.

Ancora bunker. Centinaia di tacchini attraversano la strada di corsa, tenuti a bada con lo sventolio di lunghissime canne. Oltre il guardrail della Via Egnazia, che ricalca l’antica Via Romana, si è formato un sentiero per il continuo passaggio di persone a piedi e, parallelo alla strada, corre un trenino sciupato, rosso e verde.

A Pequin la maestosa Moschea Orologio e venditori di angurie, un uomo ci porge due pesche, la mano sul cuore e un lieve inchino. Scheletri di case alternati a case pretenziose. Motorini trainano carretti. Nella piazza di Kavajë uomini giocano su tavolini di fortuna, finestroni di un’industria tessile mostrano donne al lavoro dietro a macchine per cucire. Donne e bambini Rom differenziano l’immondizia dei bidoni.

Arriviamo al mare Adriatico poco a sud di Durazzo, festeggiando i diecimila chilometri. Sulla spiaggia asinelli e carretti vendono pannocchie abbrustolite, meloni, bibite, pop corn. Procediamo sulla battigia, superiamo due recinzioni, alla terza un tipo ci blocca: è la spiaggia di Edi Rama, il presidente.

Una lunga periferia di negozi, bar, gente e nessun cane al guinzaglio. Nel centro di Durazzo ci affacciamo alla porta della maestosa Moschea, tonda, spoglia, il pavimento ricoperto di tappeti. l’Anfiteatro romano ha le spiegazioni in italiano, cori di Polonia, Bulgaria, Ungheria, Croazia cantano per il Festival musica tradizioni, alla Spaghetteria Lulieta Luli prepara a mano ravioli e pappardelle, come ha imparato in Italia, dove arrivò nel 1991 viaggiando con la nave Vlora. La notte è all’Hostel Durres, ci accolgono i giovani italiani Carola e Alberto, all’ultimo giorno di Albania da lavoratori volontari.