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Ufficio Liturgico di Reggio Emilia-Guastalla Calendario liturgico dall’8 al 16 settembre 2017

 

Venerdì 8 settembre – Festa della Natività della Beata Vergine Maria e Apertura dell’Anno Pastorale

In Diocesi sono intitolati alla Natività di Maria [o a Santa Maria Nascente] il Santuario diocesano della Ghiara, i Santuari della Madonna della Pietra a Bismantova, della Madonna dell’Olmo a Montecchio e ben 9 parrocchie: Albinea Alta (titolare con San Prospero V.), Borzano d’Albinea, Brescello (titolare con San Genesio V.), Gazzata di S. Martino in Rio, Madonna di Sotto a Sassuolo, Pianzano di Carpineti, Pratofontana (Reggio Emilia), Scandiano centro e Taneto.

* Nel Santuario della Ghiara, alle 11 il tradizionale Pontificale presieduto dal Vescovo, animato dal Coro diocesano, presenti le Autorità cittadine e provinciali. Tutta la Diocesi — presbiteri, diaconi, religiosi e religiose, seminaristi, laici impegnati — è convocata alla solenne concelebrazione per l’apertura del nuovo Anno pastorale dal titolo «Cristo ieri oggi e sempre», affidandolo all’intercessione della nostra Patrona, la Madonna della Ghiara; in particolare, il Vescovo Massimo, come i tre anni precedenti, vuole avere al suo fianco i sacerdoti che si sono resi disponibili al servizio delle nuove Unità pastorali.

Santi dell’8 settembre. In genere, coloro che portano i nomi Adriano e Sergio, festeggiano oggi i loro onomastici (non il nostro vescovo emerito, la cui madre, mettendogli quel nome, aveva scelto il santo Adriano festeggiato l’8 luglio!), in memoria rispettivamente di sant’Adriano martire (insieme alla moglie santa Natalia, in Bitinia, attuale Turchia, nel IV secolo) e di san Sergio I Papa (di famiglia siriana, ma nato a Palermo e morto nel 701, fu grande uomo di pace e di riconciliazione; ed è morto l’8 settembre, il giorno proprio che lui aveva scelto come data introducendo nel calendario la celebrazione odierna della Natività di Maria!). Soprattutto in Germania, si ricorda oggi la nascita al cielo di San Corbiniano (+ 8 settembre 725 o 730), missionario (francese? irlandese?) inviato dal Papa in Baviera e considerato dalla tradizione primo Vescovo di Frisinga. Lo citiamo perché 40 anni fa, sulla cattedra di San Corbiniano, come arcivescovo di Monaco-Frisinga, fu eletto dal beato Paolo VI e consacrato Vescovo, Joseph Ratzinger. Divenuto Papa col nome di Benedetto XVI, ha mantenuto nello stemma il simbolo della diocesi tedesca, l’orso di San Corbiniano, con questa spiegazione: nello stemma «compare un orso, di colore bruno (al naturale), che porta un fardello sul dorso. Un’antica tradizione racconta come il primo Vescovo di Frisinga, san Corbiniano, messosi in viaggio per recarsi a Roma a cavallo, mentre attraversava una foresta fu assalito da un orso, che gli sbranò il cavallo. Egli però riuscì non solo ad ammansire l’orso, ma a caricarlo dei suoi bagagli facendosi accompagnare da lui fino a Roma. Per cui l’orso è rappresentato con un fardello sul dorso. La facile interpretazione della simbologia vuole vedere nell’orso addomesticato dalla grazia di Dio lo stesso Vescovo di Frisinga, e suole vedere nel fardello il peso dell’episcopato da lui portato».  L’8 settembre è il giorno della nascita al cielo del beato francese Federico Ozanam, padre di famiglia (Milano, 23 aprile 1813 – Marsiglia, Francia, 8 settembre 1853), fondatore della Società di San Vincenzo, esempio di santità laicale e di carità per questo Giubileo della misericordia. È stato proclamato beato da Giovanni Paolo II a Parigi il 27 agosto 1997, durante le indimenticabili Giornate Mondiale della Gioventù, vent’anni fa.

* L’8 settembre si celebra la Giornata Mondiale dell’Alfabetizzazione (istituita dall’ONU-UNESCO nel 1972).

Sabato 9 settembre – Riapertura del Santuario della Madonna di Bismantova

Nel nuovo calendario liturgico, il 9 settembre è memoria facoltativa di San Pietro Claver (1580-8 settembre 1657). Quest’anno si può però celebrare solo al mattino, in quanto sabato. Pedro, spagnolo nato vicino a Barcellona, entrato nei gesuiti, è stato inviato a studiare sull’isola di Palma di Maiorca, ed è stato ordinato sacerdote nel 1616 a Cartagena (Colombia), dove sbarcavano migliaia di schiavi neri provenienti dall’Africa e deportati in America Latina; quasi tutti giovani, venivano impiegati in lavori durissimi e trattati in modo disumano. Lì divenne l’apostolo dei neri, abbracciando la loro causa. Nel viaggio che Papa Francesco sta compiendo in Colombia, domani mattina, domenica 10 settembre, si recherà a Cartagena, dove c‘è ancora la “porta degli schiavi”, e davanti alla casa santuario di San Pietro Claver reciterà l’Angelus.

Si segnala che il 9 settembre è ricordata anche la Beata Maria Toribia (Maria de la Cabeza) moglie di sant’Isidoro l’agricoltore (Castiglia – Spagna, XII secolo), il compatrono popolare della nostra parrocchia di Rivalta.

In Diocesi, due appuntamenti di questo sabato 9 settembre segnano la ripresa dell’anno pastorale: al mattino, la prima riunione del Consiglio Pastorale Diocesano (l’incontro doveva essere presieduto dal Vescovo, ma Mons. Camisasca, con tutti i Vescovi dell’Emilia Romagna, parteciperà alla celebrazione delle esequie del Card. Carlo Caffarra, alle ore 11, nella Cattedrale di Bologna). Al pomeriggio, la riapertura tanto attesa del Santuario della Pietra di Bismantova, con questo programma: alle 18, Messa solenne presieduta dal Vescovo Massimo per la riapertura del Santuario e la ricollocazione dell’icona della Madonna di Bismantova, portata in pellegrinaggio a piedi dalla Pieve di Castelnovo Monti prima della celebrazione (partenza della processione alle ore 16).

Domenica 10 settembre – XXIII Domenica del Tempo Ordinario

Nelle preghiere dei fedeli, in comunione con tutta la Chiesa, si ricordi oggi il Papa e il suo ultimo giorno di viaggio per la riconciliazione e la pace in Colombia. Come Diocesi, è bene annunciare e pregare che giovedì 14 nella nostra Diocesi sorella di Sapa sarà ordinato Vescovo il giovane sacerdote Don Simon Kulli, che conosciamo dai tempi in cui era in Seminario, quando iniziò l’aiuto della nostra Caritas all’Albania con l’allora direttore Don Gigi Guglielmi.

* A Reggio in Vescovado, alle 18, il Vescovo Massimo presiede la Santa Messa per l’avvio del cammino di orientamento vocazionale “Il Pozzo di Giacobbe”.

* Nella Basilica della Ghiara, alle 18.30, il Vescovo emerito Adriano è stato invitato a presiedere l’Eucaristia conclusiva della 38ª edizione della Giareda. Nella Messa, i familiari e gli amici lettori, ricorderanno il carissimo Natale Guerra, il primo lettore istituito nella nostra Diocesi nel 1978, coordinatore per oltre tre decenni dei lettori nella proclamazione della Parola nelle celebrazioni diocesane e cittadine, nonché collaboratore del Centro Missionario, scomparso il 21 aprile scorso, venerdì dell’Ottava di Pasqua, giorno tradizionale della stazione cittadina pasquale in Ghiara.

Si segnala al 10 settembre la memoria dei Martiri Sebastiano Kimura, gesuita giapponese, Carlo Spinola, gesuita italiano, Francesco Morales, domenicano, ed altri 50 compagni martiri (sacerdoti, religiosi, sposi, catechisti, vedove, giovani), uccisi a Nagasaki (+ 1622). Il giorno seguente, sullo stesso posto furono uccisi tre ragazzi (Gaspare, Francesco e Pietro), figli di genitori martirizzati il giorno prima. In date vicine e in posti diversi, ci furono altri martiri.

Lunedì 11 settembre

L’11 settembre, giorno libero da memorie liturgiche, è possibile anticipare la memoria — obbligatoria per la nostra Diocesi — di San Venerio Abate, compatrono di Reggio. Così domani, 12 settembre (giorno previsto per San Venerio nel calendario reggiano-guastallese approvato nel 1979), è possibile celebrare la memoria, ripristinata nel calendario liturgico del 2000, del Nome di Maria. Tuttavia, questo è solo un suggerimento: seguendo il Direttorio regionale, infatti, nulla è cambiato e il ricordo di San Venerio rimane fissato al giorno 12.

In ogni caso, nella preghiera dei fedeli si ricordino oggi le vittime degli attentati alle Torri gemelle di New York (11 settembre 2001), e si preghi per la pace nel mondo in questo 16° anniversario della strage che ha segnato in maniera drammatica questi nostri anni di inizio del Terzo millennio.

Martedì 12 settembre

Come accennato sopra, secondo il nuovo calendario liturgico, è possibile celebrare la memoria (facoltativa) del Santissimo Nome di Maria. Pertanto oggi è l’onomastico di coloro che portano il nome di Maria.

Si ricorda nella preghiera il Vescovo emerito Mons. Adriano Caprioli, nel XIX della sua Ordinazione episcopale ricevuta in Duomo a Milano.

Mercoledì 13 settembre – Memoria di S. Giovanni Crisostomo, vescovo e dottore della Chiesa

S. Giovanni Crisostomo (ca. 349-407), vescovo di Costantinopoli, dottore della Chiesa; scrisse e soffrì molto, morì in esilio a Comana, sul Mar Nero. La memoria è obbligatoria.

* Alla sera, nei Santuari mariani della Diocesi: Marce penitenziali del 13 del mese, quest’anno caratterizzate dal ricordo del centenario delle apparizioni mariane a Fatima.

Giovedì 14 settembre – Festa della Esaltazione della Santa Croce

La festa dell’Esaltazione della Croce, che in Oriente è paragonata a quella della Pasqua, si collega con la dedicazione delle basiliche costantiniane costruite sul Golgota e sul sepolcro di Cristo (ricordata al 13 settembre).

* In Diocesi, solo la parrocchia del quartiere periferico di Reggio intorno a Via Adua è intitolata alla Santa Croce. E quest’anno si celebra il centenario della fondazione della chiesa parrocchiale della Santa Croce con un programma di quattro giorni di Sagra speciale, da oggi fino a domenica 17 settembre.

* Oggi ricordiamo nella preghiera la Ordinazione episcopale nella Cattedrale di Santa Teresa di Calcutta a Sapa in Albania, di Don Simon Kulli. Alla celebrazione parteciperà una numerosa delegazione regginao-guastallese con sacerdoti, diaconi, consacrati e fedeli laici, guidata dal Vescovo Massimo, con Don Romano Zanni, vicario episcopale per le missioni, Don Filippo Capotorto, superiore della Congregazione mariana delle Case della Carità, Don Stefano Torelli, responsabile generale dei Servi della Chiesa (che conclude il suo mandato in Albania), Don Carlo Fantini, il primo nostro sacerdote fidei donum in Albania (2002-2011), anni in cui è stato vicario generale del defunto Vescovo Lucjan Avgustini, deceduto prematuramente per malattia il maggio 2016. Don Simon, dopo che è stato amministratore diocesano per oltre un anno, è stato chiamato dunque da Papa Francesco a guidare la Diocesi di Sapa, a 44 anni. Don Simon sarà il secondo sacerdote nato in Albania a diventare Vescovo di una Diocesi albanese, come sappiamo rifondate da San Giovanni Paolo II, dopo la caduta del regime. L’altro sacerdote, che a 41 anni è anche il più giovane Vescovo del mondo a capo di una Diocesi, mons. Gjergj Meta, è stato ordinato vescovo di Rrehshen, il sabato 2 settembre scorso. Queste Ordinazioni sono due piccoli grandi segni, da accompagnare con la nostra preghiera e vicinanza, della speranza che Papa Francesco ripone nella rinata Chiesa in Albania, fecondata dal sangue di numerosi martiri nell’epoca del regime ateo, di cui una quarantina sono stati beatificati il 5 novembre scorso.

* Si ricorda nella preghiera il Vescovo di Crema, Daniele Gianotti, che oggi compie 60 anni; con lui compiono gli anni del nostro clero anche Mons. Giancarlo Gozzi e il Fratello della Carità, Don Giuliano Marzucchi. E, ancora, in questo giorno ricordiamo nella preghiera l’arcivescovo di Ravenna-Cervia, Lorenzo Ghizzoni,nel 38° anniversario dell’ordinazione sacerdotale ricevuta nella sua parrocchia di Cognento.

Venerdì 15 settembre – Memoria della B. V. M. Addolorata

La memoria della Vergine Addolorata ci chiama a rivivere il momento decisivo della storia della salvezza e a venerare la Madre associata alla passione del figlio e vicina a lui innalzato sulla croce. La sua maternità assume sul calvario dimensioni universali.

In Diocesi, l’Addolorata è titolare, con San Celestino I Papa, della parrocchia di Cadelbosco Sopra. È la patrona principale dell’Ordine dei Servi di Maria e delle Monache Serve di Maria (Mantellate), e dunque sarà solennità nella Basilica della Ghiara e nel Monastero di Montecchio.

Si segnala oggi anche la memoria, a 65 anni dalla morte, del Beato Paolo Manna (1872-1952), sacerdote italiano del PIME, missionario in Birmania (oggi Myanmar), fondatore della Pontificia Unione Missionaria, per la diffusione dello spirito missionario nelle comunità cristiane; fu grande promotore della Settimana per l’Unità dei Cristiani. Alla sua intercessione cominciamo ad affidare il viaggio apostolico che Papa Francesco compirà in Myanmar e in Bangladesh a fine novembre.

* Alle 20.30 a San Giacomo città: il Vescovo Massimo presiede la celebrazione eucaristica per l’ingresso del nuovo parroco Don Maurizio Pirola e inizio del ministero in Centro storico di Don Juan Luis Barges, sacerdoti della Fraternità missionaria di San Carlo Borromeo. Verrà ricordato l’ultimo parroco di San Giacomo, il compianto Don Alcide Pecorari, a cinque mesi esatti dalla morte (era il 15 aprile scorso, Sabato Santo).

Sabato 16 settembre – Memoria dei Santi Martiri Cornelio, papa, e Cipriano, vescovo

La memoria obbligatoria dei Santi Martiri Cornelio, papa, e Cipriano, vescovo, si celebra solo al mattino, in quanto sabato.

Oggi è il 15° anniversario della nascita al cielo del Servo di Dio Card. Francesco Saverio Nguyen Van Thuan (Hué, Vietnam 1928 – Roma 2002), vescovo coadiutore di Ho Chi Minh City (Saigon), imprigionato per tredici anni (1975-1988); visse gli ultimi anni a Roma come Presidente del Pontificio Consiglio di Giustizia e Pace. È stato ospite in una serata indimenticabile del nostro Festincontro di Azione Cattolica a Reggio.

* Nella Basilica di San Prospero, a Reggio, nella Messa festiva delle 18.30, presieduta dal Vescovo emerito Adriano, si ricorda il X anniversario della morte dell’indimenticabile prevosto, mons. Ennio Anceschi (+ 14 settembre 2007).

* Oggi è il giorno proprio del decimo anniversario del carissimo sacerdote e amico, insegnante di Sacra Scrittura, prof. don Pietro Lombardini. Don Pietro sarà ricordato domani nelle Messe domenicali di San Pellegrino, parrocchia dove ha svolto gli ultimi anni di ministero, prima della prematura morte per malattia. Verrà ricordato anche nella parrocchia di origine, Novellara, dove ha ricevuto l’ultimo saluto nella fede; lo Studio Teologico Interdiocesano di Reggio dedicherà al biblista Don Pietro Lombardini due giornate di studio nel prossimo ottobre.

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Papa Francesco: la riforma liturgica è irreversibile

A quasi mezzo secolo dalla chiusura del Concilio Vaticano II uno dei suoi frutti più noti, quello della riforma liturgica, fa ancora discutere. Ecco allora l’invito che papa Francesco fa nell’udienza concessa ai partecipanti allaSettimana liturgica promossa dal Centro di azione liturgica (Cal), affinchè si superino “letture infondate e superficiali, ricezioni parziali e pressi che sfigurano” la riforma della liturgica, che, tra le altre cose, introdusse la lingua nazionale nella celebrazione della Messa, al posto del latino in uso fino al Concilio convocato da san Giovanni XXIII. Al contrario, invita il Papa, si tratta di “conoscerne meglio le ragioni sottese, anche tramite la documentazione storica, come di interiorizzarne i principi ispiratori e di osservare la disciplina che la regola”.

IL TESTO DEL DISCORSO

Un lungo processo riformatore

Un discorso lungo e articolato quello che papa Francesco ha voluto rivolgere ai partecipanti al convegno del Cal, ricordando che il processo riformatore della liturgia pone le proprie radici ben prima dell’evento conciliare, e citando il riordino della musica sacra e il ripristino celebrativo della domenica da parte di san Pio X – noto come il Papa del catechismo – con il motu proprio “Tra le sollecitudini” del 22 novembre 1903, e il progetto riformatore di Pio XII espresso nell’enciclica “Mediator Dei” del 20 novembre 1947. E proprio nel 1947 nacque il Cal, che festeggia i suoi 70 anni di vita, che “in questo ambito formativo si è distinto con le sue iniziative” ha ricordato Francesco.

Una liturgia viva

Ma non è stato solo un discorso basato sulla memoria del passato, ma il Papa ha voluto anche sottolineare alcuni aspetti legati al tema della Settimana liturgica: “Una liturgia viva per una Chiesa viva”. Ebbene per papa Bergoglio la “liturgia è viva in ragione della presenza viva di Colui che morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato la vita a tutti noi”. Dunque “senza la presenza reale del mistero di Cristo, non è alcuna vitalità liturgica“, ricordando che l’altare diventa il “segno visibile dell’invisibile Mistero”. Non meno importante, secondo Francesco, anche il fatto che la liturgia “è vita per l’intero popolo della Chiesa“. Non una liturgia clericale, ma popolare, “un’azione per il popolo, ma anche del popolo”. Un invito a vivere la liturgia da protagonisti e non da spettatori, anche perchè, ed è il terzo punto toccato dal Pontefice nel suo discorso, “la liturgia è vita e non un’idea da capire. I riti e le preghiere per quello che sono e non per le spiegazioni che ne diamo, diventano una scuola di vita cristiana, aperta a quanti hanno orecchi, occhi e cuore dischiusi ad apprendere la vocazione e la missione dei discepoli di Gesù”.

L’armonia delle tradizioni rituali

“La Chiesa è davvero viva se, formando un solo essere vivente con Cristo, è portatrice di vita, è materna, è missionaria, esce incontro al prossimo, sollecita di servire senza inseguire poteri mondani che la rendono sterile”. Una Chiesa viva, in preghiera, e con la sua connotazione “cattolica” che va oltre il Rito Romano, che pur essendo il più esteso non è il solo. “L’armonia delle tradizioni rituali, d’Oriente e d’Occidente, per il soffio del medesimo Spirito dà voce all’unica Chiesa orante per Cristo, con Cristo e in Cristo”.

In un passaggio del discorso papa Francesco afferma che «dopo questo magistero, dopo questo lungo cammino possiamo affermare con sicurezza e con autorità magisteriale che la riforma liturgica è irreversibile».

Avvenire

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Si rinnova anche quest’anno l’incontro in Cattedrale tra il vescovo Massimo e le coppie di fidanzati

Si rinnova anche quest’anno l’incontro in Cattedrale tra il vescovo Massimo e le coppie di fidanzati che si preparano al matrimonio cristiano. L’appuntamento è per giovedì 12 febbraio alle 20,45 in occasione della veglia per la festa di San Valentino.

fidanzativescovo

laliberta.info

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Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla: Documento di lavoro sulle Unità pastorali

unità-pastorale

Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla

Documento di lavoro sulle Unità pastorali

autunno 2014

Introduzione

Oltre 20 anni fa, la nascita delle prime Unità pastorali rispondeva con una sperimentazione a necessità contingenti; oggi, le Unità pastorali nella nostra diocesi costituiscono la scelta fondamentale che orienta la struttura di base della vita ecclesiale nel territorio.

La forma Unità pastorale sarà quindi la nuova «cellula» della diocesi, assumendo le principali valenze teologico-pastorali che il concetto di «parrocchia» porta con sé. Questo «Documento di lavoro», mentre impone di pensare la diocesi come insieme di Unità pastorali, vuole aiutare la trasformazione dalla situazione pastorale attuale verso un nuovo modello pastorale, da costruire, con il contributo responsabile di ministri ordinati e laici.

1. Motivazioni

Due ordini di motivazioni sostengono questa scelta progettuale diocesana. Il primo riguarda l’impiego adeguato delle risorse umane che costituiscono la Chiesa: da unlato, dobbiamo far fronte a una crescente sproporzione tra il numero delle parrocchie e il numero dei preti; dall’altro, questa situazione può diventare l’occasione per far crescere l’auspicatacorresponsabilità laicale e la ministerialità, insiemea un ripensamento della vita pastorale e della sua conduzione (ripensamento necessario anche per incentivare l‘impulso missionario).

Il secondo ordine di motivazioni riguarda ilcambiamento del contesto sociale. Il fitto reticolo geografico parrocchiale risponde a un tipo di società in cui il luogo della dimora costituiva il perno della propria identità personale e comunitaria, a motivo del fatto che l’intero arco della vita si svolgeva inevitabilmente in un ambito assai ristretto; nella società odierna la vita quotidiana si muove in spazi geografici e culturali vasti e assai differenti, provocando un rapporto complesso delle persone col territorio e una non immediata identificazione con le istituzioni a carattere territoriale soprattutto se eccessivamente ristrette e isolate dal più ampio contesto vitale.

  • In che misura le nostre comunità cristiane sono

consapevoli delle due questioni sopra accennate

e delle sfide che ci pongono? Si è mai parlato

con un certo approfondimento di questi temi?

  • Il calo numerico del clero genera rassegnazione

o ha suscitato nuove energie? Quali?

  • Ci sono difficoltà che la comunità vive per motivi

legati alla attuale configurazione dell’istituzione

parrocchiale? Quali?

2. Identità dell’Unità pastorale

L’Unità pastorale nasce da un gruppo di parrocchie vicine che gradualmente si mettono in comunione per formare una comunità evangelizzante più ampia che diventi il riferimento ordinario di tutta la pastorale. L’obiettivo principale è dunque una presenza ecclesiale feconda in relazione al concreto contesto ambientale in cui si vive e si testimonia la fede cristiana; tale obiettivo è ciò che può creare la comunione anche fra parrocchie con storie e tradizioni diverse: ciascuna parrocchia porta il proprio peculiare contributo alla comune missione e lascia che il proprio “respiro” si allarghi alla più ampia comunità ecclesiale.

Anche con le comunità religiose e le diverse associazioni e esperienze di vita cristiana presenti nel territorio è necessario intessere relazioni feconde per una efficace evangelizzazione.

Perché questo possa realizzarsi, in sede di progettazione delle nuove Unità pastorali dovranno contestualmente verificarsi, per quanto è possibile, tre condizioni:

– la comunità dell’Unità pastorale abbia al suo interno i carismi e le potenzialità per operare un discernimento della realtà, fare proposte di evangelizzazione nei vari settori pastorali, celebrare dignitosamente la fede cristiana nella liturgia;

– l’insieme delle parrocchie di una Unità pastorale raccolga le persone che vivono in un’area geografica antropologicamente significativa (per relazioni sociali, istituzioni civili, proposte culturali, comune senso di appartenenza…);

– la cura pastorale sia unitaria, affidata a uno o più presbiteri.

  • Quali guadagni e potenzialità lascia intravedere,

in ordine alla missione ecclesiale, la prospettiva

di Unità pastorale?

  • Quali paure e resistenze suscita, in ordine alla missione

ecclesiale, la prospettiva di Unità pastorale?

  • Quale desiderio per la futura Unità pastorale?

3. Tipologie diverse Per discernere e individuare le Unità pastorali nella nostra diocesi occorre considerare attentamente i diversi tipi di contesto geograficoculturale;

le forme concrete che rinnovano la Chiesa nella storia fioriscono, infatti, nell’incontro tra la grande Tradizione ecclesiale e le caratteristiche delle concrete comunità umane.

Nelle nostra diocesi possiamo individuare tre  tipologie di contesto geografico-culturale:

– il contesto urbano e suburbano, ad alta densità abitativa, dove la peculiare esperienza storica di ciascuna parrocchia si trova immersa in un’unica grande città, in cui i confini geografici interni sono ormai privi di reale consistenza antropologica;

– il contesto delle aree della pianura e della collina, in cui centri abitati di media grandezza sono circondati da nuclei minori che, pur avendo alcune manifestazioni di una propria identità, per diversi motivi gravitano anche sui centri maggiori;

– il contesto montano, dove accanto ad alcuni centri più grossi, molte borgate distanti tra loro e poco popolate custodiscono spesso una propria identità, storica e attuale, anche nelle crescenti necessarie interazioni in tutti gli ambiti della vita.

Per questi tre differenti contesti dovranno necessariamente costruirsi tre differenti modelli di Unità pastorale, in grado di orientare concretamente il cammino di ciascuna comunità.

  • C’è una tipologia, delle tre brevemente

accennate, che rappresenta maggiormente la

situazione della comunità?

  • Quali risorse locali sono presenti e da

valorizzare nell’Unità pastorale?

  • Quali attenzioni ed esperienze possono facilitare

la missione ecclesiale in questo contesto?

4. Strumenti e sussidi

Quali strumenti concreti possiamo costruire e condividere per rendere possibile questo cammino?

Non si potrà tralasciare di studiare e definire:

– le caratteristiche del Consiglio di Unità pastorale e degli altri organismi comunitari (a servizio dell’Unità pastorale e/o di una singola parrocchia);

– le figure ministeriali opportune (per l’Unità pastorale e/o per una singola parrocchia);

– strumenti/sussidi di progettazione, di accompagnamento e di verifica del cammino di Unità pastorale;

– strumento di coordinamento diocesano o per macrozone

  • Che cosa consigli per la formazione del

presbiterio e delle comunità nel tuo vicariato?

  • Quali strumenti si chiede alla diocesi di

preparare per accompagnare il cammino

dell’Unità pastorale?

  • Quali figure ministeriali si sono sperimentate e/o

si ritengono opportune, e in relazione a quali

esigenze della propria specifica situazione?

Reggio Emilia, 10 ottobre 2014

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Pubblichiamo il Calendario Pastorale 2014-15 con gli appuntamenti per i giovani e gli incontri presbiteriali

Il calendario integrale è stato pubblicato nell’ultimo numero de La Libertà… ed è visibile anche nella bacheca interna della Parrocchia 

APPUNTAMENTI PER I GIOVANI

Professione di fede dei giovani: sabato 29 novembre.

Esercizi spirituali a Marola: 6-7-8 dicembre

Serate col Vescovo in Cattedrale durante la Quaresima: venerdì 27 febbraio, 6 marzo, 13 marzo.

 

Celebrazione diocesana della XXX Giornata dei Giovani (Domenica delle Palme): domenica 29 marzo.

INCONTRI PRESBITERALI

Incontri per tutti i sacerdoti: 5 giovedì, alla mattina:

18 settembre (assemblea del clero con presentazione del tema dell’anno), 16 ottobre, 11 dicembre, 12 febbraio, 23 aprile.

Esercizi spirituali a Marola: dal mattino di lunedì 17 fino al pranzo di venerdì 22 novembre.

Ritiro di Avvento nei Vicariati: giovedì 4 dicembre.

Ritiri di Quaresima a Marola: lunedì e martedì 23-24 febbraio e 2-3 marzo.

Incontri per i preti giovani dalle 10 alle 12.30 in Vescovado al giovedì:

11 settembre, 9 ottobre, 27 novembre, 15 gennaio, 12 marzo, 30 aprile, 28 maggio;

inoltre, vacanze post pasquali dal 7 al 9 aprile.

 

Consiglio Presbiterale Diocesano sempre al giovedì:

25 settembre, 18 dicembre, 5 febbraio, 16 aprile, 4 giugno.

Incontri con i Vicari foranei: venerdì 10 ottobre, venerdì 28 novembre, giovedì 22 gennaio, giovedì 26 marzo, venerdì 29 maggio.

calendario.settimana

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Video messaggio pasquale del Vescovo Massimo Camisasca

vescovo.camisasca

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Domenica e lunedì giornate missionarie

Domenica è la Giornata Missionaria Diocesana mentre lunedì è la Giornata di Preghiera e Digiuno per i Missionari Martiri




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“Mi chiamo Alina” – Il 21 febbraio un incontro pubblico a Reggio sulle giovani rumene vittime della ‘tratta’

Al tavolo due esperte dell’argomento. L’iniziativa è promossa dal Progetto “Maria di Magdala” della Caritas diocesana

Caritas diocesana e Progetto “Maria di Magdala” invitano all’incontro pubblico di venerdì 21 febbraio, alle ore 21, nell’Aula Mater dell’Oratorio Don Bosco di Reggio Emilia (in via Adua 79). «“Mi chiamo Alina”. Romania: donna – cultura – migrazione» è il titolo della serata.
Al tavolo, coordinate dal direttore de La Libertà Edoardo Tincani, due le voci che si alterneranno nell’aiutare a conoscere la donna rumena e il dramma dello sfruttamento del corpo femminile attraverso la riduzione in schiavitù esercitata dalle reti malavitose. Carmen Salemi affronterà l’argomento “La donna in Romania ieri e oggi”, mentre Gina Stoian parlerà di “La tratta di esseri umani dalla Romania all’Italia e strategie educative nel Paese di origine per far conoscere il fenomeno”. La prima – che ha vissuto alcuni periodi in Romania – ha conseguito nel 2012 la laurea in Scienze dell’Educazione e Scienze Umane, discutendo la tesi “La donna nella cultura rumena”. La seconda, insegnante associata all’Università di Sociologia e Servizio sociale a Bucarest, è presidente dell’associazione rumena “Adpare”, che si occupa di attuare programmi integrativi di assistenza per il reinserimento delle vittime della tratta e dei giovani appartenenti a categorie a rischio; da quattordici anni segue anche percorsi di reinserimento di donne finite nella rete della ‘tratta’.
Per maggiori informazioni: tel. 333.9412113.

diocesi.re.it

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Il Vescovo Massimo in Albania appena conclusa la prima visita alle Missioni diocesane

Il Vescovo Massimo accompagnato da don Stefano incontra alcuni ragazzi davanti alla chiesa di Vrrith
Il Vescovo Massimo accompagnato da don Stefano incontra alcuni ragazzi davanti alla chiesa di Vrrith
Da giovedì 10 ottobre a lunedì 14 il Vescovo Massimo Camisasca ha visitato la missione diocesana in Albania. È stata la prima visita per il nostro Vescovo alle missioni diocesane.
Accompagnato da un’ampia delegazione, composta da volontari, alcuni rappresentanti di Caritas, Cmd, Rtm e Case della Carita’, ha incontrato il Vescovo Lucjan Avgustini, il Vicario Generale, don Simon Kulli, il direttore della Caritas diocesana, Nikolin Lekaj e l’èquipe missionaria.
In questi giorni ha potuto anche celebrare in alcune comunità affidate alla missione e visitare qualche luogo di martirio che ha segnato la Chiesa albanese.
Attualmente l’equipe è composta da don Stefano Torelli, Benedetta Zanelli, Francesca Gualtieri, Suor Maria Grazia Lodi e Suor Rita Ferrari della Casa della Carità di Laç.
Il vescovo Lucjan con il vescovo Massimo
Il vescovo Lucjan con il vescovo Massimo
fonte: http://www.diocesi.re.it
      
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Congratulazioni del Vescovo al neo ministro Graziano Delrio

Il Vescovo Camisasca ha inviato un telegramma al Sindaco di Reggio Emilia, ora ministro per gli affari regionali e le autonomie

Appena appresa la notizia della nomina del sindaco di Reggio Emilia Graziano Delrio a Ministro degli Affari regionali nel governo presieduto da Enrico Letta, il vescovo di Reggio Emilia-Guastalla Massimo Camisasca ha inviato al primo cittadino il seguente telegramma:

“Le esprimo le mie congratulazioni e il mio augurio più vivo per la nuova responsabilità che le è stata affidata. Prego per lei per questo nuovo compito e per la sua famiglia.

+ Massimo Camisasca”

diocesi.re.it

camisasca.delrio

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Libro di Mons. Ghirelli: «un compendio d’importanza internazionale circa il tema dello spazio liturgico della Chiesa cattolica dopo il Concilio»

Il poderoso volume scritto da mons. Tiziano Ghirelli, direttore dell’Ufficio diocesano per i beni culturali di Reggio Emilia, compie un’interessante e illuminante  analisi delle tipologie degli edifici ecclesiali,  dai primi secoli fino a un’attenta riflessione  su quanto indicato dopo il concilio Vaticano II dagli episcopati di diverse nazioni europee e americane, in relazione ai luoghi  della celebrazione.

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(Prezzo di copertina € 110,00 Risparmio € 16,50)

Il libro è introdotto da un Prologo del  card. Giovanni Lajolo e da una Prefazione di  Albert Gerhards, docente di Scienza liturgica alla Facoltà teologica cattolica dell’Università di Bonn, che lo definisce «un compendio d’importanza internazionale circa il  tema dello spazio liturgico della Chiesa cattolica dopo il Concilio, nel contesto della  storia delle varie Chiese e della loro riflessione teologica», con «criteri per una corretta valutazione della celebrazione e degli  spazi liturgici adeguati». E continua: «Lo  studio di Tiziano Ghirelli serve pertanto a  tracciare un percorso per la comprensione  teorica e pratica dello spazio sacro come  espressione essenziale della Chiesa e segno  della presenza di Dio nel mondo».

Nell’Introduzione del libro, Tiziano  Ghirelli sottolinea come, dopo oltre quarant’anni, la riforma liturgica, punto decisivo del Vaticano II, è ancora oggi oggetto di  un ampio dibattito, tra strenui difensori  della riforma e suoi accaniti contestatori.

Tuttavia, l’autore ben mette in rilievo come il problema non si esaurisca semplicemente nella dimensione liturgica. Lo spirito  che anima la riforma conciliare fa infatti  emergere aspetti ecclesiologici che sono  oggi ben lontani dall’essere condivisi, soprattutto in relazione alla comprensione  dell’assemblea liturgica come soggetto celebrante.

In questo senso, Ghirelli mette in rilievo le molteplici carenze che si evidenziano  nel modo con cui sono progettati gli spazi  cultuali, troppo spesso luoghi d’improvvisazione e di sciatteria, che non favoriscono  la partecipazione alla celebrazione liturgica. A questo riguardo, l’autore esemplifica,  anche grazie a una serie di immagini di  grande efficacia, le situazioni di particolare  incertezza e sofferenza, mostrando poli  celebrativi realizzati all’insegna della mediocrità e del cattivo gusto, quando non  suggeriscono messaggi del tutto distorti e  scorretti.

Tra questi casi, l’autore inserisce significativamente un’immagine che mostra una  celebrazione che si svolge secondo il messale di Pio V, voluto da papa Benedetto  XVI, all’altare tridentino, quando in primo  piano è posizionato un altare alla «moderna». In breve, la riforma liturgica conseguente alla Sacrosantum concilium è ben  lontana dall’essere compiuta. Troppo spesso, infatti, se ne riducono le istanze  all’aspetto più superficiale del prete rivolto  al popolo.

Le realizzazioni postconciliari che l’autore prende in esame come modelli, di fatto, mostrano un clima di grande smarrimento e disagio, progettati con forte approssimazione nell’articolazione dei poli liturgici; per non parlare poi delle varie manifestazioni di «arte sacra», purtroppo troppo spesso decaduta a una sorta di discutibile galleria del trionfo dell’amatorialità e del  dilettantismo.

Dopo un interessante percorso di carattere storico sugli edifici per il culto, dalle  origini del cristianesimo al Vaticano II, Ghirelli parla poi di «ierotopi» e di spazi celebrativi nei documenti di conferenze episcopali nazionali, in quanto cerca di verificare criticamente quanto gli episcopati  delle diverse nazioni hanno prodotto negli  ultimi decenni nell’ambito dei luoghi per la  celebrazione liturgica. In questo senso, risulta di grande interesse esaminare le posizioni degli episcopati di Francia, Spagna, Inghilterra e Galles, Stati Uniti, Italia, Canada  e Irlanda.

Occorre una nuova mentalità del celebrare, come afferma lo stesso autore: «La  nostra esperienza deve riferirsi prioritariamente all’arte del celebrare, orizzonte senza il quale i poli liturgici ben poco possono  significare, anche se eccellenti per collocazione spaziale e per realizzazione artistica. I  manufatti e le opere nascono per essere  vissuti all’interno dell’azione liturgica rinnovata, costruita su relazioni significative e  animata dall’amore verso Dio e le persone,  altrimenti diventano oggetti museali. Perché ciò non avvenga occorre la consapevolezza coraggiosa di non fare mescolanze tra  la liturgia pre e post Concilio, ossia non celebrare la nuova liturgia con la mentalità  della vecchia». (256).

Dobbiamo dunque ripensare lo spazio  per la liturgia, grazie a una nuova consapevolezza che veda una sinergia tra committenza, progettista, artista e liturgista: «Per  questo – sottolinea l’autore – si tratta di  non inventare nulla, ma di riandare alla genuinità delle fonti dello spazio liturgico cristiano e, in una fedeltà creativa, dar vita a  nuovi canoni per l’architettura e l’arte liturgica contemporanea» (276).

Grande spazio è poi dedicato al lungo  restauro e alla ristrutturazione dei poli liturgici della cattedrale di Reggio Emilia,  condotti sotto la guida del vescovo (oggi  emerito) mons. Adriano Caprioli e il coordinamento dello stesso Ghirelli. Il vescovo  Caprioli ha voluto infatti ridisegnare gli  spazi liturgici con l’introduzione di una  nuova cattedra episcopale, progettato dal  celebre artista dell’arte povera di origine  greca Jannis Kounellis; una croce moderna sospesa, del giapponese Hidetoshi Nagasawa, che riprende antichi temi paleocristiani; un nuovo altare realizzato con marmo romano di recupero appena sbozzato di Claudio Parmiggiani; un candelabro  per il cero pasquale che richiama le dimensioni dei grandi candelabri di origine medioevale di Ettore Spalletti (cf. Regno-att. 22,2011,732ss).

L’autore fa ben emergere il fatto che  se la risistemazione dei poli e le opere realizzate dopo un lungo cammino liturgico e  biblico con la committenza hanno provocato notevoli e aspre polemiche molto accese, in città e non solo, il dibattito è  tutt’altro che chiaro e definito. Se la croce  dorata di Nagasawa non è mai stata (inspiegabilmente) esposta dal vescovo Caprioli – invece che in cattedrale sarà collocata al museo diocesano –, la nuova cattedra episcopale, prevista sul lato della navata, è stata smontata «per motivi di spazio»  in occasione dell’ingresso del nuovo vescovo mons. Massimo Camisasca, senza che nessuno l’abbia più rivista. In che modo è possibile comprendere queste «cancellazioni»?

Molto chiaro è lo spirito di rinnovamento dello spazio celebrativo auspicato  dall’autore. Non a caso, Ghirelli cita il testo  della CEI L’adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica, del 1996, nei termini di «un’importante iniziativa di inculturazione della fede nel suo momento celebrativo, in armonia con le esigenze di conservazione del patrimonio storico e artistico, nell’ambito del progetto di nuova evangelizzazione che la Chiesa si propone di realizzare nel terzo millennio» (124). Come attuare oggi questo progetto? Questa sembra essere la sfida suggerita da Ghirelli –  tutt’altro che scontata – per il futuro.

Andrea Dall’Asta in Regno-att. n.4, 2013, p.104

chiese.ierotopi

 

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Il commento del Vescovo Camisasca all’elezione del nuovo Papa Francesco il card. Bergoglio

Fumata bianca al conclave, il gesuita Jorge Mario Bergoglio è il 266° successore di Pietro. Il nuovo Papa ha 76 anni e ha scelto di chiamarsi Francesco
Il Cardinale Jorge Mario Bergoglio, S.I., Arcivescovo di Buenos Aires (Argentina), Ordinario per i fedeli di rito orientale residenti in Argentina e sprovvisti di Ordinario del proprio rito, è nato a Buenos Aires il 17 dicembre 1936. Ha studiato e si è diplomato come tecnico chimico, ma poi ha scelto il sacerdozio ed è entrato nel seminario di Villa Devoto. L’11 marzo 1958 è passato al noviziato della Compagnia di Gesù, ha compiuto studi umanistici in Cile e nel 1963, di ritorno a Buenos Aires, ha conseguito la laurea in filosofia presso la Facoltà di Filosofia del collegio massimo «San José» di San Miguel.
Fra il 1964 e il 1965 è stato professore di letteratura e di psicologia nel collegio dell’Immacolata di Santa Fe e nel 1966 ha insegnato le stesse materie nel collegio del Salvatore di Buenos Aires.
Dal 1967 al 1970 ha studiato teologia presso la Facoltà di Teologia del collegio massimo «San José», di San Miguel, dove ha conseguito la laurea.
Il 13 dicembre 1969 è stato ordinato sacerdote.
Nel 1970-71 ha compiuto il terzo probandato ad Alcalá de Henares (Spagna) e il 22 aprile 1973 ha fatto la sua professione perpetua.
È stato maestro di novizi a Villa Barilari, San Miguel (1972-1973), professore presso la Facoltà di Teologia, Consultore della Provincia e Rettore del collegio massimo. Il 31 luglio 1973 è stato eletto Provinciale dell’Argentina, incarico che ha esercitato per sei anni.
Fra il 1980 e il 1986 è stato rettore del collegio massimo e delle Facoltà di Filosofia e Teologia della stessa Casa e parroco della parrocchia del Patriarca San José, nella Diocesi di San Miguel.
Nel marzo 1986 si è recato in Germania per ultimare la sua tesi dottorale; quindi i superiori lo hanno destinato al collegio del Salvatore, da dove è passato alla chiesa della Compagnia nella città di Cordoba come direttore spirituale e confessore.
Il 20 maggio 1992 Giovanni Paolo II lo ha nominato Vescovo titolare di Auca e Ausiliare di Buenos Aires. Il 27 giugno dello stesso anno ha ricevuto nella cattedrale di Buenos Aires l’ordinazione episcopale dalle mani del Cardinale Antonio Quarracino, del Nunzio Apostolico Monsignor Ubaldo Calabresi e del Vescovo di Mercedes-Luján, Monsignor Emilio Ogñénovich.
Il 3 giugno 1997 è stato nominato Arcivescovo Coadiutore di Buenos Aires e il 28 febbraio 1998 Arcivescovo di Buenos Aires per successione, alla morte del Cardinale Quarracino.
È autore dei libri: «Meditaciones para religiosos» del 1982, «Reflexiones sobre la vida apostólica» del 1986 e «Reflexiones de esperanza» del 1992.
È Ordinario per i fedeli di rito orientale residenti in Argentina che non possono contare su un Ordinario del loro rito. Gran Cancelliere dell’Università Cattolica Argentina.
Relatore Generale aggiunto alla 10ª Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (ottobre 2001).
Dal  novembre 2005 al novembre 2011 è stato Presidente della Conferenza Episcopale Argentina.
Dal B. Giovanni Paolo II creato e pubblicato Cardinale nel Concistoro del 21 febbraio 2001, del Titolo di San Roberto Bellarmino.
È Membro:
– delle Congregazioni:  per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti; per il Clero; per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica;
– del Pontificio Consiglio per la Famiglia;
– della Pontificia Commissione per l’America Latina.

file attached   Il commento del Vescovo

diocesi.re.it

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Agenda del Vescovo Mons. Camisasca dal 10 Marzo al 15 Marzo 2013

AGENDA DEL VESCOVO
 
Domenica 10 marzo
Alle ore 11, benedizione della nuova chiesa del Sacro Cuore di Baragalla
Martedì 12 marzo
Alle ore 11, a Bagnolo, il Vescovo incontra i sacerdoti del Vicariato 1 (zona nord).
Alle ore 20.45, nella cripta della Cattedrale, guida l’incontro della “Scuola di Preghiera”.
Giovedì 14 marzo
Alle ore 10.30 presiede la Santa Messa nel 14° anniversario della morte del vescovo Gilberto Baroni, con la commemorazione dei vescovi defunti.
Venerdì 15 marzo
In Cattedrale, alle ore 20.45, il Vescovo tiene il quarto incontro quaresimale con i giovani, dal titolo: “Il dono di una vita senza fine. La resurrezione di Lazzaro”.
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Alle radici del rinnovamento. Una lettura del Concilio Vaticano II

Giovedì 7 marzo, nella chiesa di S. Pietro a Correggio, mons. Massimo Camisasca è intervenuto sul Concilio Vaticano II
ALLE RADICI DEL RINNOVAMENTO.
UNA LETTURA DEL CONCILIO VATICANO II
Correggio, chiesa di San Pietro (espansione sud), giovedì 7 marzo 2013
LEGENDA: le risposte del vescovo di Reggio Emilia-Guastalla Massimo Camisasca alle domande (in grassetto) di Edoardo Tincani, direttore de “La Libertà”
“Gaudet Mater Ecclesia…”: con queste parole papa Giovanni XXIII, l’11 ottobre 1962, apriva solennemente il Concilio Ecumenico Vaticano II. Lei era quindicenne… Vorrei sapere quali sono i suoi ricordi personali di quelle giornate storiche.
Siamo agli inizi degli anni Sessanta, contrassegnati da un grande slancio in avanti della società occidentale. Un ottimismo che faceva dimenticare o almeno mettere in secondo piano i gravi problemi che pure esistevano: l’Europa era divisa in due parti, l’ondata di benessere che effettivamente stava radicandosi in Europa apriva, però, problemi di trasformazione culturale di enorme portata (una nuova concezione della famiglia con il diffondersi della pillola, una diversa visione del tempo libero, una nuova esperienza della mobilità, una nuova concezione dell’uomo e della vita portata dallo sviluppo della televisione e del cinema, ecc…). Si scopriva la fame nel mondo: esistevano milioni di uomini sottoalimentati, che vivevano in condizioni di precarietà assoluta. La Chiesa era perseguitata nei Paesi comunisti, viveva una tragedia di cui non si conoscevano bene i contorni. Eppure l’ascesa di un cattolico alla Casa bianca, un nuovo stile di esercizio del ministero petrino portato da Papa Giovanni,… tutto sembrava presagire un’epoca nuova.
Nel ’61-’62 avevo 15-16 anni, erano gli anni del ginnasio. La fede e la Chiesa erano per me due dati molto profondi e molto solidi, portati dall’educazione dei miei genitori. Non potevo neppure lontanamente immaginare cosa sarebbe accaduto di lì a pochi anni: il ’68, la contestazione ecclesiale, il terrorismo… Furono per me anni luminosi. Nell’annuncio e nell’inizio del Concilio vidi un segno di vitalità della Chiesa. Non potevo però assolutamente immaginare le dimensioni di ciò che sarebbe accaduto.
Torniamo all’annuncio del Concilio. Fu un fatto dirompente o in qualche modo il terreno era già preparato ad accogliere quel seme?
L’annuncio di un nuovo Concilio da parte di Giovanni XXIII si inserì all’interno del diffuso clima di rinnovamento di cui ho parlato prima. Da questo punto di vista fu un annuncio naturale, ma nello stesso tempo inaspettato. Naturale, poiché i germi di una radicale esigenza di rinnovamento della Chiesa erano stati gettati da lungo tempo, già durante il pontificato di Pio XII, fondamentale perché maturasse nella Chiesa l’esigenza di una nuova assise conciliare. C’era stato, lungo tutto il Novecento, un ritorno alle fonti (bibliche, liturgiche e patristiche).
Ma nello stesso tempo fu un annuncio inaspettato e nuovo. Nessuno si aspettava una decisione simile da un Papa che, nella mente di chi lo conosceva solo superficialmente, doveva segnare un periodo di transizione tra il lungo pontificato pacelliano e il nuovo.
Leggendo con attenzione la Gaudet Mater Ecclesia, possiamo entrare nel cuore di Giovanni XXIII. «Il grande problema, posto davanti al mondo, dopo quasi due millenni resta immutato»: con Cristo o senza Cristo. Il Papa va alla radice delle questioni: necessità per la Chiesa di annunciare l’immutata verità di Cristo in modo da raggiungere l’uomo moderno e contemporaneo. È ottimista Giovanni XXIII, e comunica ottimismo. «A noi sembra – dice – di dover dissentire dai profeti di sventura che annunziano eventi sempre infausti, quasi che incombesse la fine del mondo. Nel presente momento storico, la Provvidenza ci sta conducendo ad un nuovo ordine di rapporti umani… che si volgono verso il compimento di disegni superiori e inattesi; e tutto, anche le umane avversità, dispone per il maggior bene della Chiesa».
Qual era il compito principale del Concilio nella volontà di Giovanni XXIII che lo indisse?
 
Risponde lui stesso sempre nella Gaudet Mater Ecclesia: «Questo massimamente riguarda il Concilio ecumenico: che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace». Ma il Papa non si limita a enunciare lo scopo – custodire e insegnare in modo più efficace –, ne indica anche il fondamento nella perennità e immutabilità della rivelazione che Dio ha fatto nel suo Figlio unigenito. Entra così anche nel merito del metodo attraverso cui il Concilio deve conseguire il suo scopo: «Perché tale dottrina raggiunga i molteplici stadi dell’attività umana… è necessario anzitutto che la Chiesa non si discosti dal sacro patrimonio della verità ricevuto dai Padri; e al tempo stesso deve anche guardare al presente, alle nuove condizioni e forme di vita introdotte nel mondo odierno, le quali hanno aperto nuove strade all’apostolato cattolico… Dalla rinnovata, serena e tranquilla adesione a tutto l’insegnamento della Chiesa nella sua interezza e precisione, quale ancora splende negli atti conciliari del tridentino e del Vaticano I… è necessario che questa dottrina certa e immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo». Dunque uno sguardo rivolto in avanti, avendo i piedi ben saldi nella storia e nella Tradizione che ci raggiungono dal passato. Tutto questo, nelle intenzioni di Giovanni XXIII era da conseguire «usando la medicina della misericordia piuttosto che quella della severità».
E Lei come definirebbe lo scopo del Concilio, anche alla luce del suo sviluppo e delle sue interpretazioni?
Per comprendere qualcosa del Concilio Vaticano II occorre allargare lo sguardo e considerarlo all’interno dell’intera storia della Chiesa. Senza una visione globale, infatti, rischieremmo di assolutizzare dei particolari e ci sarebbe precluso l’accesso al cuore di questo grande evento che la Chiesa ha vissuto.
Parlare del Concilio, dunque, significa innanzitutto parlare della necessità continua che la Chiesa ha di rinnovarsi:Ecclesia semper reformanda. Perché la Chiesa ha bisogno di rinnovamento? In cosa consiste questo rinnovamento? Come il Vaticano II ha incarnato questo bisogno? Queste mi sembrano le domande fondamentali.
Occorre umiltà per parlare della Chiesa, e più ancora per parlare di una rinascita della sua vita, per parlare di una riforma nella Chiesa. Occorre immedesimarsi col disegno di Dio nella storia, disegno che sorpassa sempre ogni nostra possibilità di previsione e di comprensione.
Dio è un riformatore. Vuole che la sua opera rinasca nei cuori degli uomini e nella storia dell’umanità. Per questo pensare alla riforma nella Chiesa vuol dire cercare di entrare, domandare di entrare, in ciò che Dio vuole.
La parola “riforma”, però, è uno di quei termini dai mille significati (si parla da anni di riforme istituzionali, per esempio…). In che senso il Concilio Vaticano II ha costituito una riforma della Chiesa?
La riforma è innanzitutto cambiamento che riguarda la mia vita. È un’esperienza, presente e passata, che ha segnato profondamente la mia esistenza. Come posso rispondere a colui che mi ha amato e mi ama? Come può cambiare la mia vita per rispondere a Cristo?
A differenza della storia profana, o almeno di alcune sue correnti storiografiche che concepiscono la storia come un cammino in avanti attraverso una serie continua di riforme o rivoluzioni, la riforma nella Chiesa nasce da un processo che tende contemporaneamente in avanti e all’indietro, come abbiamo notato leggendo la Gaudet Mater Ecclesia. In avanti, perché segue il cammino degli uomini, delle loro scoperte, delle loro filosofie. All’indietro, perché per la Chiesa la riforma è una riproposizione in forme nuove del principio che l’ha generata.
La Chiesa è lo sviluppo nel tempo e nello spazio del corpo di Gesù. Essa, pur nei travagli inevitabili della storia, è abitata da un principio vitale che urge continuamente il processo delle riforme, ma nello stesso tempo impedisce che tali riforme diventino rivoluzioni. In altre parole, nella Chiesa non c’è mai un momento in cui si riparte da zero, in cui si costruisce tutto di nuovo. L’elemento conservatore si coniuga continuamente con quello progressivo, che spinge la Chiesa nella sua missione verso nuovi territori, nuove lingue, nuove conquiste.
La riforma nella Chiesa si basa dunque su due pilastri: da un lato, alla sua origine c’è un evento fondativo, un evento originario, la vita di Gesù con gli apostoli, che ha come cuore la sua incarnazione, passione, morte e resurrezione, e il dono dello Spirito. Dall’altro lato, questo evento, per l’azione dello Spirito Santo, è contemporaneo in ogni tempo. Deve essere accolto dagli uomini, mettere in azione la loro libertà, dare forma ad ogni epoca della storia. L’azione di Dio infatti, non scavalca mai, ordinariamente, la libertà degli uomini, la struttura temporale e complessa dell’esistenza umana. Agisce attraverso cambiamenti spesso infinitesimali che diventano clamorosi soltanto nell’incontro con un numero infinito di altre libertà in azione.
Il suo ragionamento è convincente. Non possiamo ignorare però che la ricezione del Concilio è stata ed è tuttora materia di accesi dibattiti e polemiche.
È vero. La spiegazione più chiara di quanto lei dice l’ha data Benedetto XVI all’inizio del suo pontificato, in uno dei discorsi più importanti che ci ha regalato. Parlando alla Curia romana nel dicembre 2005 il Papa si poneva proprio questa domanda. «Nessuno può negare – diceva – che, in vaste parti della Chiesa, la recezione del Concilio si è svolta in modo piuttosto difficile». Perché? – si chiedeva. «Tutto dipende dalla giusta interpretazione del Concilio […], dalla sua giusta ermeneutica, dalla giusta chiave di lettura e di applicazione. I problemi della recezione sono nati dal fatto che due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L’una ha causato confusione, l’altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti. Da una parte esiste un’interpretazione che vorrei chiamare “ermeneutica della discontinuità e della rottura”» – che è ciò che intendevo quando prima parlavo di “rivoluzione” – dall’altra quella che il Papa definiva “l’ermeneutica della riforma”, che è quanto ho cercato di esprimere prima.
Centrale, nella comprensione di quell’evento straordinario, resta (nel passaggio di testimone da Giovanni XXIII a Paolo VI) la cosiddetta ecclesiologia del Concilio. Riprendiamo così in mano la Costituzione dogmatica sulla Chiesa, la “Lumen Gentium”, promulgata il 16 novembre 1964. Tra le tante “immagini di Chiesa” consegnate alla storia da quel documento, quali le paiono più recepite e quali invece più trascurate, oggi?
La Chiesa è una vita in movimento. Essa, come dicevo, è la continuità di un principio, di un evento che ne costituisce l’inizio e la sua presenza in ogni istante della storia.
Come ha affermato Benedetto XVI nell’ultima lectio magistralis del suo pontificato, parlando ai parroci di Roma (13 febbraio 2013), occorre leggere la riflessione del Vaticano II sulla Chiesa come una prosecuzione di ciò che il Vaticano I aveva incominciato con la sottolineatura del primato petrino. Si trattava dell’inizio di un rinnovamento dell’ecclesiologia bruscamente interrotto dalla prima guerra mondiale, rinnovamento che veniva da lontano e che, dopo la chiarificazione della dottrina sul primato, esigeva un suo completamento. La Mystici Corporis di Pio XII è espressione autorevole di questa esigenza. La Chiesa non è appena un’istituzione, un’organizzazione, ma una realtà viva della quale ogni battezzato è protagonista. Ogni “io” è inserito nel grande “noi” dei credenti.
Penso sia questa coniugazione tra il protagonismo dell’io e la sua realizzazione nel noi di Cristo e della sua Chiesa il cuore dell’ecclesiologia del Concilio. Le varie formule e immagini di Chiesa che ci ha consegnato laLumen gentium – ovile del quale solo Cristo è la porta, podere o costruzione di Dio, soprattutto Corpo di Cristo ePopolo di Dio – si riassumono proprio in questa tensione alla comunione, dono che proviene da Dio Trinità e si fonda sulla vita, morte e resurrezione di Cristo. «Solo tramite la cristologia – ha affermato il papa – diveniamo Popolo di Dio e così si combinano i due concetti (Corpo di Cristo e Popolo di Dio, ndr)… Ma solo dopo il Concilio è stato messo in luce un elemento che si trova un po’ nascosto, anche nel Concilio stesso, e cioè: il nesso tra Popolo di Dio e Corpo di Cristo è proprio la comunione con Cristo nell’unione eucaristica… La relazione tra Popolo di Dio e Corpo di Cristo crea una nuova realtà: la comunione… È frutto del Concilio che il concetto di comunione sia diventato sempre più l’espressione dell’essenza della Chiesa».
Oggi la grande sfida che abbiamo di fronte è proprio entrare in questa comunione, nelle sue ragioni, nella sua vita, nella possibilità di realizzazione della persona che essa significa. Dobbiamo abbandonare i toni ideologici che per troppo tempo hanno caratterizzato i dibattiti sulla natura della Chiesa. Siamo assieme, attorno a Pietro, per vivere la comunione con Cristo e realizzare la nostra vera statura. La Chiesa è comunione perché rinasce continuamente dai sacramenti, soprattutto dall’eucarestia, che ci rende una sola cosa con Cristo. Autorità ed eucarestia sono i due fuochi della Chiesa come Comunione.
Con la “Gaudium et Spes” entriamo nel rapporto tra la Chiesa e il mondo contemporaneo…

Vorrei accennare a delle coordinate di lettura del rapporto tra Chiesa e mondo che nascono dal mistero dell’Incarnazione. Dio parla alla Chiesa e al mondo, anche attraverso i fatti della storia. La stessa storia della Chiesa partecipa della storia degli uomini. «La Chiesa – afferma proprio la Gaudium et Spes – cammina assieme con l’umanità tutta e sperimenta, assieme al mondo, la medesima sorte terrena, ed è come il fermento e quasi l’anima della società umana» (n. 40). Si può dire che le due vicende siano inestricabilmente congiunte, come Agostino aveva predicato delle due città, quella di Dio e quella dell’uomo. La Chiesa deve continuamente interrogarsi sulla natura di tale legame.
Un “interrogarsi” sul rapporto Chiesa e mondo che non è tanto o solo un esercizio intellettuale, quanto piuttosto una forma di compartecipazione. Tra gli estremi della contrapposizione e della sovrapposizione… come si colloca il Concilio?
La Chiesa è interessata al mondo innanzitutto perché è essa stessa parte del mondo. Essa è legata agli uomini perché è “fatta” di uomini. La Chiesa non è altro che il mondo che si converte a Cristo. È il mondo degli uomini, delle loro esistenze, dei loro interessi, che porta con sé tutta la creazione verso Cristo. L’uomo che si converte a Cristo, e attraverso il battesimo viene innestato in lui, trascina con sé tutto il creato, il suo lavoro, i suoi affetti, la sua vita quotidiana e la natura che partecipa di essa.
Ma, come dicevo prima citando il numero 40 della Gaudium et Spes, la Chiesa non si confonde con il mondo. Ha la “pretesa” di esserne l’anima. Sa che ha una responsabilità grave nei confronti dell’umanità. Benché a volte misconosciuta e osteggiata, la Chiesa sa di portare in sé il segreto del mondo. Il desiderio di conoscere le dinamiche profonde delle società e dei popoli nasce quindi dalla passione per il destino degli uomini, dal desiderio di comunicare loro la salvezza. L’evangelizzazione rimane il compito primario della Chiesa. Come ha luminosamente testimoniato Giovanni Paolo II, la Chiesa è interessata all’uomo, perché è interessata a Cristo presente in ogni uomo. Ed è interessata a Cristo perché solo lui svela all’uomo la sua identità (cfr. n. 22).
Anche e soprattutto grazie al Concilio, la Bibbia è oggi molto più presente di un tempo nelle case della gente. Più difficile, partendo dalla Rivelazione, attualizzare il rapporto fra Scrittura e Tradizione. D’altra parte questo fa parte del suo ministero di apostolo. Cosa le dice – e cosa “ci” dice – in proposito la “Dei Verbum”?
Mi ha molto colpito la semplicità e l’acume con cui il Papa, quando mi ha ricevuto assieme agli altri vescovi dell’Emilia Romagna, ha sintetizzato il contenuto dei principali documenti del Concilio. A proposito della Lumen gentium e della Dei Verbum ci ha detto che parlano della Rivelazione, così come la Sacrosantum Conciliumparla della centralità dell’Eucarestia e la Gaudium et Spes della forza che muove il mondo, che è la fiducia nel Signore risorto.
La Dei Verbum, dunque, parla della rivelazione, cioè della comunicazione che Dio fa di se stesso agli uomini. Certamente la forma storica attraverso cui Dio si è comunicato all’uomo è la sua Parola, cioè Suo Figlio. Questa Parola, pur non riducibile alla Sacra Scrittura, trova in essa la sua prefigurazione e la sua espressione perenne. Il Concilio ha avuto il grande merito di sottolineare l’importanza della Sacra Scrittura, aiutando il popolo di Dio ad abbeverarsi ad essa anche attraverso una maggiore presenza nella liturgia di testi scritturistici. Proprio la liturgia è il contesto che più di ogni altro permette di leggere la Bibbia, poiché la sottrare a interpretazioni soggettive fuorvianti e, soprattutto, la proclama all’interno di un contesto vivo nel quale solo si rende intellegibile. La Dei Verbum ha sottolineato, a questo proposito, l’intima unità di Scrittura e Tradizione viva della Chiesa: «La sacra Tradizione e la sacra Scrittura costituiscono l’unico sacro deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa… Il compito di interpretare autenticamente la Parola di Dio, scritta o trasmessa, è stato affidato al solo magistero vivo della Chiesa» (Dei Verbum, n. 10). Non è possibile leggere la Scrittura fuori dalla Chiesa senza perderne il senso profondo, cioè la rivelazione del Figlio di Dio che è risorto ed è vivo oggi.
«Ci sono grandi dotti, grandi specialisti, grandi teologi – ha affermato significativamente Benedetto XVI – […] penetrati nei dettagli della sacra Scrittura […] ma non hanno potuto vedere il mistero stesso, il vero nucleo: che Gesù era realmente Figlio di Dio […]. Così il grande mistero di Gesù, del Figlio fattosi uomo, si riduce a un Gesù storico, una figura tragica, un fantasma senza carne e ossa, un uomo che è rimasto nel sepolcro, si è corrotto ed è realmente un morto» (Dall’omelia di Benedetto XVI nella Santa Messa con i membri della Commissione teologica internazionale, Cappella paolina, 1 dicembre 2009).
A questo proposito pochi giorni fa il Papa ha parlato della Chiesa come luogo vivo «nel quale vive dagli inizi questa Parola e dal quale riceve la sua luce, nella quale è nata. Già il fatto del canone è un fatto ecclesiale». E continuava: «Sempre e solo in questa comunione della Chiesa viva si può anche realmente capire, leggere la Scrittura come Parola di Dio, come Parola che ci guida nella vita e nella morte» (Benedetto XVI, Discorso ai Parroci e ai preti di Roma, 13 febbraio 2013).
Siamo nell’Anno della fede voluto da Benedetto XVI e indetto con la “Porta fidei”, ma già Paolo VI indisse (con l’Esortazione apostolica “Petrum et Paulum Apostolos”) un Anno della fede che si estese dal 29 giugno 1967 al 29 giugno 1968. Il 30 giugno 1968 proclamò il “Credo del Popolo di Dio”, che meriterebbe di essere riascoltato per intero. Entriamo nella stagione del post-Concilio, tra speranza e angosce: solo quattro anni dopo lo stesso Montini ebbe a dire: “Attraverso qualche fessura il fumo di Satana è entrato nella Chiesa”. Come le pare oggi la situazione della Chiesa, in questa stagione, rispetto alle inquietudini di Paolo VI?
Paolo VI sentiva fortemente l’urgenza di parlare all’uomo moderno. Nello stesso tempo non voleva tradire il contenuto della fede. Cercò di appoggiarsi agli uomini che sentiva più vicini alle proprie aperture, ma infine si trovò solo. Come d’altra parte aveva preannunciato in un appunto scritto durante un ritiro spirituale all’inizio del pontificato: “Mi sento come una statua sopra una guglia di un duomo”. Una meditazione che probabilmente gli era nata guardando la sua cattedrale di Milano.
Gli studi sul Concilio Vaticano II ormai possono documentare ampiamente quanto e dove egli sia intervenuto per bloccare le spinte indebite in avanti verso un dissolvimento dell’identità ecclesiale. Ma soprattutto egli cercò di bloccare tale processo negativo attraverso la parola, la sua parola drammatica e accorata che si affidava a Dio di fronte alle forze disgregatrici dell’unità ecclesiale.
Il Credo del popolo di Dio fu una delle espressioni più intense e impegnative di tale volontà di intervento. Pubblicato in occasione dell’anno della fede in pieno ’68 vuole essere un’enunciazione sintetica ed organica dei contenuti della fede. Tutte le verità espresse intorno a Cristo e alla vita cristiana nei Concili di Nicea, Costantinopoli, Efeso, Calcedonia fino a Trento e al Vaticano I, all’Immacolata Concezione e all’Assunzione di Maria vi si trovano assieme alla dottrina del Vaticano II sulla Chiesa. Paolo VI insistette sull’importanza di un’espressione formale delle verità di fede. Non si dovevano tralasciare troppo facilmente le parole che i Padri avevano scovato lungo i secoli anche a costo di lunghe lotte. Paolo VI riaffermò la dottrina della Transustanziazione, il celibato ecclesiastico, ebbe il coraggio di condannare la contraccezione e di subire l’opposizione di vasti settori della Chiesa a seguito di tale decisione. Ascoltava le ragioni di tutti e infine decideva. A lui si deve riconoscere il grande merito di non avere mai ceduto. Non avremmo avuto Giovanni Paolo II senza Paolo VI. Nell’ultimo discorso del suo pontificato, il 29 giugno 1978, festa dei santi Pietro e Paolo, poco più di un mese prima della morte, ebbe a dire: “Ci sentiamo a questa soglia estrema contrastati e sorretti dalla coscienza di avere instancabilmente ripetuto davanti alla Chiesa e al mondo: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente (Mt 16,16); anche noi, come Paolo, sentiamo di poter dire: ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede (2Tim 4,7)… Infatti la fede è più preziosa dell’oro (1Pt 1,7)… non basta riceverla, ma bisogna conservarla anche in mezzo alle difficoltà”. Fidem servavi. Proprio queste parole sembrano suggellare tutto il senso del suo pontificato. Certamente egli non ha potuto risolvere tutti i problemi dottrinali e disciplinari. Proprio nel discorso che ora ho citato esprime piena consapevolezza di un lavoro ancora da svolgere e volge un accorato invito a coloro che all’interno della Chiesa sono causa di eresie e di scisma affinché si guardino dal turbare ulteriormente la comunità ecclesiale. Tale compito di rinnovamento della Chiesa sarà al centro del pontificato di Giovanni Paolo II.
Temo non ci sia il tempo di analizzare il pontificato del Beato Giovanni Paolo II. Fermiamoci agli ultimi otto anni. Quali sono le linee fondamentali del rinnovamento che Benedetto XVI ha indicato alla Chiesa?
L’intero pontificato di Benedetto XVI si trova totalmente inscritto all’interno del grande alveo di rinnovamento creato dal Concilio: è iniziato nel 2005, proprio nell’anno in cui la Chiesa celebrava i 40 anni dalla fine del Concilio, e si è concluso nel cinquantesimo della sua apertura.
Penso che le linee fondamentali del rinnovamento che Benedetto XVI ha indicato si collochino sulla stessa linea di orizzonte dell’intendimento con cui Giovanni XXIII ha convocato il Concilio Vaticano II. Papa Giovanni parlava di una ripulitura del volto della Chiesa, di una cancellazione delle sue macchie provocate dal sedimentarsi della polvere del tempo sul suo volto (cfr. Giovanni XXIII, Discorso inaugurale per l’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, 11 ottobre 1962). Benedetto XVI si colloca sulla stessa lunghezza d’onda. Per lui si tratta di un’opera di cancellazione di tutto ciò che è inautentico, di purificazione, di semplificazione appunto. Di un dialogo continuo con l’origine: non per ripresentare le forme storiche di un’età dell’oro che non è mai esistita, ma per ritrovare nell’esperienza di Cristo con gli apostoli la forma originaria che ogni secolo cristiano è chiamato a rivivere. Per trovare una risposta al problema del rinnovamento della Chiesa, il cardinale Ratzinger affermava, negli anni Sessanta: «sarebbe necessario porre la domanda: che cosa risulta falso nella Chiesa, se messo a confronto con le origini? Questo appunto, e questo solo è il problema che vale come criterio dello sforzo di rinnovamento della Chiesa» (J. Ratzinger, Il nuovo popolo di Dio, Queriniana, Brescia 1971, 295).
La storia della Chiesa è una serie continua di inizi nuovi. «Il vero attore della riforma è lo Spirito Santo che favorisce inizi sempre nuovi e genera uomini portatori di tali inizi, profeti di una nuova fruttificazione del Vangelo» afferma ancora nel 2001 (J. Ratzinger, Dio e il mondo. Essere cristiani nel nuovo millennio, in colloquio con Peter Seewald, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 2001, 361).
Siamo ancora al Joseph Ratzinger fine teologo, però. Come Pontefice, ha saputo essere “riformatore”, nel senso espresso dal Concilio?
Diventato papa, Joseph Ratzinger modula continuamente queste note in nuove sinfonie. Qualche mese dopo la sua elezione alla cattedra di Pietro, nella Giornata Mondiale della Gioventù a Colonia, presenta i santi e i beati come i veri riformatori della Chiesa e come protagonisti di una rivoluzione positiva in tutto il mondo. «Solo dai santi, solo da Dio viene la vera rivoluzione, il cambiamento decisivo del mondo». Sempre nello stesso anno, il 22 dicembre, in occasione degli auguri natalizi alla Curia romana, in un discorso che rimarrà famoso, sostiene che ogni autentico rinnovamento nella Chiesa è un «insieme di continuità e discontinuità». Continuità con l’inizio, con le istituzioni fondamentali volute da Cristo, la regula fidei, il sacerdozio, il primato di Pietro. E discontinuità perché la comunità della Chiesa, per poter essere fedele al suo fondatore, deve rinascere continuamente nel confronto giorno dopo giorno con le persone e le culture che incontra, misurandosi con i problemi che sorgono e attraverso i quali il Signore la sfida. Con i vescovi tedeschi, in visita ad limina nel novembre del 2006, non può che toccare il tema della riforma. Critica l’attivismo esteriore delle riforme non autentiche e non spirituali e ribadisce che deve essere «la fede stessa a scandire in tutta la sua grandezza, chiarezza e bellezza il ritmo della riforma… di cui abbiamo bisogno». Le udienze del mercoledì dei primi anni del pontificato rileggono tutta la storia della Chiesa attraverso le vite dei santi: «essi sanno promuovere un rinnovamento ecclesiale stabile e profondo, perché essi stessi sono profondamente rinnovati, sono in contatto con la vera novità: la presenza di Dio nel mondo» (Udienza generale, 13 gennaio 2010).
Siamo in un periodo storico eccezionale, con la Santa Sede vacante e il Papa emerito. Grandi sfide attendono il nuovo Pontefice. Ancora sul tema della riforma della Chiesa, qual è la consegna fondamentale che Benedetto XVI ci lascia?
Alla luce di tutto ciò che ho detto fin ora si può comprendere che per Benedetto XVI il luogo fondamentale della riforma sia la liturgia. È attraverso di essa che l’uomo entra nella «gioia della fede, [nella] radicalità dell’obbedienza, [nella] dinamica della speranza e [nella] forza dell’amore» (Omelia per il giovedì santo, 5 aprile 2012). La liturgia consente quella conformazione a Cristo che è il presupposto e la base di ogni riforma autentica. Per Ratzinger “conformarsi a Cristo” vuol dire innanzitutto entrare nella sua obbedienza, quella che Lui ha vissuto e vive nei confronti del Padre e continua nella Chiesa come comunione con Pietro e i successori degli apostoli uniti a lui. Negli ultimi tre secoli l’Europa ha visto una generale contestazione al principio di obbedienza e di autorità. Reazione comprensibile di fronte all’autoritarismo e al clericalismo di tanti ambienti civili ed ecclesiali. Ma entrare nell’obbedienza non vuol dire cancellare la ragione, distruggere i sentimenti, annientare la propria umanità. È possibile obbedire a Dio obbedendo a degli uomini. Per questo il papa propone i santi come «traduzione dello stile di vita di Cristo». Essi ci mostrano come sia possibile vivere interamente la propria umanità in una sequela a Cristo e all’autorità della Chiesa in cui si coniugano obbedienza e libertà.
Il cuore della riforma è la santità, come aveva detto il Concilio parlando di «vocazione universale alla santità» (cfr.Lumen gentium, nn. 39ss).
Questa è, in definitiva, la sfida che sempre di nuovo la Chiesa si trova di fronte.
diocesi.re.it
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Il Vescovo e i giovani / 2 – Gesù e Nicodemo

Mons. Massimo Camisasca incontra i giovani della diocesi di Reggio Emilia – Guastalla. Secondo incontro del ciclo “Chi cercate?”. Tema della serata: “Come può un uomo rinascere? Il dialogo con Nicodemo”. Cattedrale di Reggio Emilia, venerdì 1° marzo 2013.