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Milano: in mostra i “Frutti del carcere”, lavori dei detenuti

L’associazione di promozione sociale “Per i diritti” organizza oggi a Milano, alla Loggia dei Mercanti “I frutti del Carcere”, un’esposizione di progetti lavorativi prodotti all’interno degli istituti penitenziari. A testimonianza del fatto che il lavoro fatto dentro le mura carcerarie è estremamente collegato a ciò che sta fuori. Al microfono di Valentina Onori, Lucia Castellano, dirigente generale dell’esecuzione penale esterna spiega l’importanza di costruire ponti tra le due realtà (da Radio Vaticana)

R. – Questa è una straordinaria occasione di mostrare alla cittadinanza, peraltro in un posto simbolico, presso la Loggia dei Mercanti, quello che nella Milano antica era il posto del commercio, quello che il carcere offre ponendosi come risorsa, non soltanto come luogo di segregazione. È ben evidente che, se il detenuto si sente una risorsa, pur sempre punito, perché chiaramente la sanzione c’è, ma se si sente attivo, responsabile, quando esce il tasso di recidiva diminuisce. Tutto il nostro Paese dovrebbe riconoscere che all’interno del carcere ci sono 55.000 persone che sono in grado di produrre e di essere attive, anche se hanno commesso un reato e vanno sanzionate. Un altro passo importante che la sentenza Torreggiani (la Corte europea dei diritti umani, con la sentenza Torreggiani, nel 2013,  ha condannato  l’Italia per la violazione dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani ndr) ci ha insegnato, è quello di evitare di pensare al carcere come alla prima delle risposte punitive. Dobbiamo essere in grado, invece, di imparare e di cambiare la logica; ma questa è una logica che pervade in maniera imperante la nostra cultura, delle persone che sono fuori, che hanno sete di carcere, di punizione carceraria. Quando capiremo che è costosa, criminogena ed inutile, forse allora riusciremo a cambiare cultura. Ma la mia non è una forma di buonismo o di depenalizzazione, tutt’altro.

D. –  Secondo la sua esperienza, ci sono modi per evitare o ridurre il rischio di reato?

R. – La scuola dovrebbe fare molto proprio per cercare di bonificare dei terreni di cultura dove invece il crimine attecchisce molto facilmente. Anche qui il carcere non può essere considerato a sé, ma in un contesto. Su questo, per esempio, una cosa importantissima che noi abbiamo provato quando ero nel carcere di Bollate, è far fare prevenzione agli stessi detenuti, che possono insegnare ai ragazzi, e soprattutto a quelli più giovani, quanto sia facile entrare in carcere.

D. – Quanto è conosciuta realmente la realtà carceraria, e quali sono le barriere che ancora esistono tra i due mondi?

R. – Le barriere sono tantissime. Prima di tutto, la realtà carceraria è sempre conosciuta come qualcosa che noi non vogliamo vedere, e che spingiamo fuori dalle nostre città. Poi ci sono delle barriere dettate dalla stessa cultura dell’amministrazione penitenziaria, che è assolutamente autoreferenziale: pensiamo di avere un potere anche su tutti gli altri operatori che lavorano con il detenuto, e non capiamo che per esempio l’insegnante, così come il servizio per le tossicodipendenze, devono lavorare con noi a pari titolo. Occorre capire che si è un’istituzione al servizio sia dell’utenza detenuta che di quella libera, alla quale si chiede di abbattere la recidiva, di adeguare i propri tempi a quelli dell’esterno.

D. – Quanto sono utili queste attività che mostrano le tensioni e le attese dei detenuti?

R. – Sono fondamentali, purché non siano “carcerizzate”. Per esempio: “Cesare deve morire” è un bellissimo pezzo cinematografico, in cui c’è un livello di qualità espresso dal carcere. Il punto è che, veramente, il carcere riesca a produrre delle opere di qualità, non importa che cosa, poiché l’autoreferenzialità del carcere ha sempre prodotto i cosiddetti “lavoretti”. Il carcere deve insegnare loro che possono stare sul mercato solo essendo competitivi ecco, questa è una cosa che bisogna imparare. I detenuti possono avere delle occasioni, come tutti noi all’esterno o l’occasione la sai sfruttare per diventare professionista o il mercato ti sputa fuori.

D. – Lei è stata direttore del carcere di Bollate per molto tempo, ma anche di altri istituti penitenziari: che esperienza è stata e cosa le ha insegnato?

R. – Sono stati per me una scuola di vita, oltre che un grande lavoro. Sono stata molto contenta. Sono però anche contenta di esserne uscita, perché 20 anni dentro un’istituzione tale diventa veramente difficile. Però mi ha insegnato ad essere profondamente laica, a considerare sempre l’uomo nella sua complessità. E nella sua complessità l’uomo è fatto di tante cose: non è il suo reato, così come il malato non è la sua malattia. Il detenuto è una persona che ha commesso un reato. E poi gli rimangono delle cose belle e delle altre brutte, come tutte le altre persone.