Covid. La scuola è vita, non guerra. I presidi resistano alle sirene pro-Dad

di Viviana Daloisio La scuola è vita, non guerra. I presidi resistano alle sirene pro-Dad Avvenire

Dopo la metafora del «da lunedì 10 gennaio andiamo alla battaglia delle Termopili» usata dal capo dei presidi lombardi, proprio in quel fatidico lunedì si viene a sapere che nelle chat dei dirigenti scolastici si parla di una impossibile «campagna di Russia» e ci si interroga sul perché si sia dovuto lavorare «un altro sabato e domenica», il fine settimana appena passato, per organizzare la didattica. Una palese violazione dei diritti, pare, di una categoria allo «stremo delle forze» dopo la pausa natalizia.

Sia concesso di dire che si tratta di un linguaggio insopportabile, specie se usato da chi dovrebbe ben conoscere (li insegna!) i fatti delle Termopili e della campagna di Russia: questi slogan non sono così diversi da a quelli su Auschwitz sentiti ripetere decine di volte dai no-vax nelle piazze, e considerati giustamente vergognosi. Senza contare che sono ben altre, negli ospedali e sulle ambulanze, le prime linee che hanno combattuto e stanno combattendo a turni di 12 o anche 14 ore al giorno la battaglia contro il Covid, lontano da chat e petizioni online firmate a suon di clic. Con tutto il rispetto, naturalmente, per l’impegno pur molto oneroso dei dirigenti scolastici.

Quella della scuola a ben vedere, se pure fosse lontanamente una battaglia, andrebbe condotta da capitani coraggiosi invece che da chi non vede l’ora di riparare in Dad, parcheggiando gli studenti preventivamente davanti al computer onde evitare persino di scendere in campo. Che fiducia mai potranno avere ragazzi e genitori in un’istituzione che tira (o vuol tirare) i remi in barca a tutti i costi prima ancora di provarci?

I nostri ragazzi sono corsi a vaccinarsi per tornare a scuola in presenza. Il coraggio che hanno avuto loro, a volte anche di sfidare i dubbi, le perplessità e le paure degli stessi genitori, è stato sbandierato in ogni dove. Proprio come quello dei professori, che in maniera massiccia hanno aderito alla campagna vaccinale nonostante i molti dubbi sul farmaco impiegato per immunizzarli inizialmente, AstraZeneca. Oggi questi sforzi vengono snobbati proprio da chi ha il compito di dirigere le nostre scuole: «Ok, abbiamo scherzato. State zitti e buoni a casa vostra».

 

Controlli anti Covid alla ripresa della scuola

Controlli anti Covid alla ripresa della scuola – Ansa

Spesso ci chiediamo perché la scuola italiana è peggiorata così tanto negli anni, molte risposte proprio il Covid ce le ha piantate davanti. E non sono solo la mancanza di investimenti e di risorse umane, o la questione degli stipendi degli insegnanti – tutti problemi sacrosanti –, ma prima di tutto una riaffiorante mancanza di coraggio nell’educare nonostante le prove. Nonostante le difficoltà. Ci si arrende, anche se ne va del futuro dell’Italia che quei ragazzi di oggi, seduti in classe, già sono.

A fronte di casi esemplari di prèsidi e insegnanti straordinari – se ne possono citare molti, e questo giornale negli ultimi mesi ne ha raccontati tanti – ecco schierarsi il gruppone di quelli che alzano la voce e abbassano gli obiettivi educativi. Fa specie, infatti, che proprio da parte chi ora chiede con forza la «Dad per tutti» nella maggior parte dei casi la Dad non sia stata mai messa davvero a sistema, pensandone risorse e prospettive, verificandone e innovandone i meccanismi. Così come sorprende che tra i prèsidi non sia mai partita una raccolta di firme per chiedere al governo di garantirla concretamente, questa benedetta «Dad per tutti»: pc e tablet e connessioni sono un sogno per un pezzo d’Italia che continua a essere vergognosamente escluso, oltre che dimenticato. Sono bambini e ragazzi, sono quelli per cui temiamo gli effetti dei nuovi vaccini: non interessa a nessuno se dentro di loro muoiono di solitudine.

Abbiamo innanzi uno o due mesi difficili, sì. La realtà è questa. I contagi voleranno – stanno già volando – tra studenti e insegnanti, come nel resto del Paese, a causa di una variante contagiosissima. Stiamo facendo tutto il necessario per trasformare questa insidiosa “quarta ondata” in una grande epidemia influenzale, vaccinando (e quindi mettendo al sicuro da conseguenze gravi) la maggior parte degli italiani: gli hub macinano numeri da record, la macchina della sanità territoriale corre. Di nuovo. Ognuno sta facendo la sua parte con fatica enorme: i medici e gli infermieri che curano le persone negli ospedali (e che sono decimati, oltre che stremati), i decisori politici che cercano di stare al passo con la corsa del virus adottando strategie sempre nuove (e scelte anche molto difficili, come quella dell’obbligo vaccinale, seppur graduale), i lavoratori che ogni giorno si misurano col rischio del contagio muovendosi coi mezzi pubblici (e affrontando le condizioni non sempre così garantite dei negozi, dei supermercati, delle farmacie, delle fabbriche) e anche quelli costretti a casa in smart working.

La scuola come il resto del Paese deve partecipare con coraggio a questo sforzo collettivo, adesso non ci sono più scuse. Pensare e ripensare orari e turni in base ad assenze sempre diverse è senz’altro mestiere complicatissimo, come dialogare con le Asl, ma non diverso da quello di far funzionare un ospedale in emergenza, foss’anche un ospedale da campo. E in una scuola da campo, una “scuola in uscita” parafrasando le parole usate da papa Francesco su quel che dovrebbe essere sempre anche la Chiesa, magari non tutto funzionerà alla perfezione, magari i professori faranno lezione per qualche settimana a mezza classe in presenza e mezza in Dad, le aule si svuoteranno lo stesso e la didattica non sarà da manuale, magari i genitori continueranno a impazzire tra tamponi e possibili quarantene e scriveranno decine di mail alle segreterie.

Ma in questa scuola viva e in carne ed ossa, e maledettamente imperfetta, in questo presidio educativo che ha senso d’esistere solo se tangibile, il cuore continuerà a battere. Chi è lontano vorrà al più presto tornare. Chi è presente lotterà per restare. Tutti, alla fine, avranno imparato la lezione che si resiste, che bisogna resistere, che le difficoltà vanno affrontate tutti insieme senza farsi indietro mai e tanto meno senza nascondersi dietro a uno schermo. Che poi – sembra incredibile – è quello che genitori e insegnanti chiedono ogni giorno ai ragazzi: mettere giù smartphone e playstation e tornare a vivere nella realtà. Anche se la realtà fa paura.

Da Avvenire

Scuola e problemi della Dad. Non sono le crocette la crisi di una scuola senza padri

Avvenire

Non sono mai stato un amante delle Prove Invalsi, di questa idea che il funzionamento della scuola possa essere verificato attraverso le risposte esatte. Paradossalmente i dati, resi noti in questi giorni, hanno finito per confermare che la Dad non è nemmeno riuscita a salvare la scuola tradizionale presidiata proprio dalle crocette sulle risposte giuste. Emerge un gran disagio nei nostri ragazzi che a scuola si sentono come degli ospiti o persone di passaggio, lì parcheggiate senza capirne bene il motivo. Da tempo denuncio che la scuola italiana ha un arretramento pedagogico significativo rispetto agli altri Paesi europei, abbarbicata com’è nel mito della lezione frontale e di un giudizio ancora veicolato da numeri utilizzati con la precisione di Guglielmo Tell.

In particolare, una Scuola Superiore dove molti insegnanti non arrivano formati come professionisti dell’organizzazione dell’apprendimento, ma come ex alunni in cattedra pronti a rifare quello che loro hanno vissuto, se non subìto, dai loro professori. Il ruolo stesso del Dirigente è ormai schiacciato dalle incombenze amministrative. Il permanere di un focus assolutistico sulle materie crea una demotivazione fortissima, un calo di interesse negli alunni e tanta dispersione scolastica.

La Dad si è quindi inserita in un quadro già compromesso. Meravigliarsene sarebbe fuori luogo. Resta invece lo stupore di come il Ministero non riesca a dare una svolta nel formare insegnanti in ottica pedagogica, a porre le basi per una scuola dove si apprende, non semplicemente dove si ripetono nozioni e contenuti. Un presidio pedagogico in ogni scuola e una formazione adeguata sarebbero il minimo necessario. Il disagio dei nostri ragazzi ha pure una ragione più profonda localizzata nella gestione degli adolescenti italiani da parte dei genitori.

Nel mio lavoro di sostegno educativo alle famiglie, ogni volta che mi trovo a dover fare i conti con un preadolescente o un adolescente in difficoltà l’elemento ricorrente è sempre la mancanza, nell’arena educativa, della figura del padre o della configurazione pedagogica paterna. I ragazzi e le ragazze, da che mondo è mondo, entrano in questa età con un unico, inesorabile desiderio: allontanarsi dal nido familiare, in particolare quello materno, e dal controllo dei genitori.

È un’esigenza negata da una gestione che resta, nella stragrande maggioranza delle volte, a trazione materna, ossia ‘amministrata’ direttamente dalla mamma in una continuità infantileadolescenziale che non lascia respiro e che non può funzionare. Questi giovani rischiano cortocircuiti molto pericolosi. Per fare un esempio riferito alla scuola: se la mamma vuole aiutarli, controllarli, incalzarli, andare male a scuola diventa l’unico mezzo per dimostrare che non ne vogliono sapere di questa modalità, che chiedono più libertà. Finisce così che non resta a loro che utilizzare il territorio scolastico per questa classica sfida adolescenti-genitori riducendo la scuola a un luogo dove, invece di trovare una via d’uscita dal controllo genitoriale, si trova un ulteriore elemento di scontro e di conflitto. La Dad ha enfatizzato al massimo la paradossalità del ritorno al nido materno creando un corto circuito davvero insostenibile.

Da sempre propongo, in adolescenza, la convergenza educativa sul padre e sul paterno. Di fronte a genitori più o meno disperati ribadisco che la mamma, ovvero la figura che ha gestito tutta l’infanzia, può essere avvertita dai figli quasi come una zavorra. Il rischio è che vogliano alzare l’asticella della provocazione in maniera esagerata pur di scrollarsi di dosso questo peso. Non ci sono colpevoli: l’allontanamento va gestito, non contrastato. È il momento in cui la mamma, quando è possibile, passa la palla al padre nella gestione del ‘front office’ educativo: ‘Parlane col papà’, ‘Stasera sentiamo cosa dice il papà’. Il padre diventa quindi una figura di negoziazione e di regolazione di questo allontanamento, che può essere guidato attraverso tecniche specifiche – come ad esempio quella del paletto per cui si mette un limite dentro cui comunque l’adolescente ha una libertà di scelta.

È l’unico modo per gestire un’età della vita che diversamente rischia, come sta succedendo, l’implosione e l’autolesionismo. Un’età che corre il pericolo di non riuscire a essere sé stessa nel legittimo desiderio di distacco e di trovarsi impigliata in un maternage infinito, che non può risultare la risposta ai bisogni dei nostri ragazzi.

Pedagogista

Scuola: Locatelli, attivazione Dad non è totem intangibile

“La scuola e l’eventuale attivazione di periodo di Dad non è un totem intangibile. In situazioni di alcune realtà territoriali in cui si vuole ottenere una flessione della curva, può essere una misura da considerare”. LO ha detto il presidente del Consiglio superiore di sanità Franco Locatelli a Che tempo che fa su Rai Tre. (ANSA).