Cinema. Checco Zalone l’africano: ecco perché “Tolo Tolo” siamo tutti noi

Il 1° gennaio, preceduto da polemiche, arriva in sala il nuovo film: il comico (qui anche regista) mette alla berlina i diffusi pregiudizi contro i migranti

Una scena di "Tolo Tolo"

Una scena di “Tolo Tolo” – Ansa

Quattro anni fa, in occasione dell’uscita nelle sale di Quo vado?, avevamo scritto che la “storia di un italiano” tracciata dalla coppia Sordi/Sonego nel secolo scorso ha da qualche anno a questa parte un nuovo interprete, vicino a vizi, ipocrisie, nevrosi, fragilità, furbizie, meschinità, ma anche virtù di un paese ferito da una totale perdita di innocenza. L’erede in questione si chiama Luca Medici, in arte Checco Zalone, che con Tolo Tolo, in sala dal 1° gennaio, distribuito da Medusa in ben 1.200 copie, è il comico che più si avvicina alla lucida ferocia della grande tradizione dei Monicelli e dei Risi.

Zalone, che firma per la prima volta la regia (ma con il suo nome all’anagrafe), punta ancora più in alto e rivendicando il diritto a non far ridere parla di Africa, di migrazione, di pullman affollati che attraversano deserti e di barconi che affondano, di chi lotta e di chi si vende, mettendo alla berlina luoghi comuni e pregiudizi, chi pensa di aver capito il mondo e lo racconta su giornali, politici improvvisati e fascismo («tutti lo abbiamo dentro, come la candida»).

Il cast di 'Tolo Tolo'

Il cast di “Tolo Tolo” – Ansa

Tra i tanti riferimenti alla commedia all’italiana, ci sono quelli a Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? di Ettore Scola e a Finché c’è guerra c’è speranza di Sordi. «Guardo con estremo rispetto alla commedia all’italiana – dice il regista – Non paragono i miei film a quei capolavori, ma sono quelli i miei modelli». Scritto da Zalone con Paolo Virzì, interpretato dal comico pugliese insieme a Souleymane Sylla, Manda Touré, Nassor Said Birya con la partecipazione di Barbara Bouchet e Nicola di Bari, prodotto da Pietro Valsecchi e Camilla Nesbit per Tao Due, Tolo Tolo (ovvero “Solo solo”) racconta la storia di Checco, che si definisce un sognatore, ma che in nome delle sue malriposte ambizioni manda in malora la famiglia e, inseguito dai creditori, si trasferisce in Africa e lavora come cameriere in un resort per ricchi turisti bianchi.

Quando arrivano le milizie e scoppia la guerra civile, Checco, dato per disperso con grande gioia da parte di tutti i familiari che ha inguaiato, è costretto a tornare in Europa facendo «il grande viaggio» attraverso la Libia, insieme a Oumar, appassionato di cinema italiano, alla bella Idjaba e al piccolo Doudou. Egoista, ignorante e cialtrone, convinto che la vera guerra sia quella combattuta con ex mogli e creditori, che gli africani siano migranti per definizione e che la vera salvezza stia negli abiti firmati e in una miracolosa crema per le rughe, Checco pensa sempre di saperla più lunga de- gli altri e spera di finire in Liechtenstein, paradiso fiscale.

Ma le cose vanno diversamente e il “candido” opportunista deve vedersela con una serie di problemi dei quali ignorava l’esistenza. E se c’è chi chiede aiuto a Macron, Checco è costretto a rivolgersi a Nichi Vendola, che non rinuncia alla sua proverbiale logorrea in un esilarante cameo. Al di la di gag più o meno riuscite (la fluidità del film risente di una regia non troppo esperta o forse di un montaggio a volte un po’ sommario), il talento di Zalone sta nel metterci davanti allo specchio e farci vedere un italiano cinico, spesso sgradevole, eticamente discutibile, mediocre e qualunquista, ma nel quale tutti noi possiamo riconoscerci, almeno in parte, perché mai privato della sua umanità, per quanto imperfetta. Cosa che dovrebbe essere chiara anche a tutti coloro che hanno polemizzato con la canzone che accompagna i titoli di coda, Immigrato, paradossalmente difesa proprio da chi il regista prendeva in giro.

Certo, Zalone che se ne infischia del politicamente corretto, che non teme di pestare su tasti che altri non vogliono neppure sfiorare, rischia di finire strattonato in un dibattito assurdo che lo accusa di razzismo e crudeltà, di fare dell’ironia su una tragedia umanitaria. Ma è dai tempi di Chaplin che il cinema trasforma i drammi in commedie e la satira segue le proprie feroci regole, anche se Valsecchi durante la conferenza stampa ieri a Roma ha precisato: «Non ho certo speso venti milioni di euro per fare un film contro Salvini. Tolo Tolo parla di persone che non cercano un futuro migliore, ma un futuro e mette in scena la realtà contemporanea con il sorriso, con un tocco magico e poetico».

Eppure Zalone, a proposito di Luigi Gramegna interpretato da Gianni D’Addario, che da disoccupato scala i vertici della pubblica amministrazione e della politica diventando prima carabiniere, poi pignoratore, assessore comunale, ministro degli Esteri, presidente del Consiglio e presidente della Commissione Europea e dice «non è mica colpa mia se siete nati in Africa», commenta: «Ho inserito nel film un personaggio che somiglia ai politici attuali: ha una carriera sorprendente come Di Maio, veste come Conte e parla come Salvini. Ho creato una specie di mostro, insomma».

Il finale musicale del film, che non vi anticipiamo, è un vero e proprio colpo di genio, e tutto il racconto è costellato di canzoni del repertorio italiano, da Vagabondo di Nicola di Bardi a Viva l’Italia di Francesco De Gregori. Se le polemiche sembrano imbarazzare, ma non preoccupare Zalone, la vera sfida sarà riempire di nuovo le sale e magari superare l’incasso di Quo Vado? che nel 2015 aveva rastrellato la cifra record di 65 milioni di euro. La palla passa ora al pubblico.

Avvenire

Cinema. «Il primo Natale» di Ficarra e Picone sbanca il botteghino e incassa 8 milioni

Un ladro e un prete finiscono nella Palestina dell’anno zero in cerca del Bambino fra sorrisi, avventura e commozione. Il duo: «Col nostro film festeggiamo il compleanno di Gesù»

Salvio Ficarra e Valentino Picone in una scena de "Il primo Natale"

Salvio Ficarra e Valentino Picone in una scena de “Il primo Natale”

da Avvenire

Il primo Natale di Ficarra e Picone è il primo incasso di Natale con 1.164.118 nella sola giornata di
Natale sbaragliando il box office con un totale che sfiora gli 8 italiano del 2019 per incasso e numero di spettatori, che sono oltre 1 milione e 200 mila. “Siamo felici, che nel giorno di Natale, migliaia di persone abbiano scelto il nostro film per trascorrere insieme a noi, un giorno così bello – dicono Ficarra e Picone”. Il primo Natale, prodotto da Attilio De Razza per Tramp Limited, distribuito da Medusa è il settimo film di Ficarra e Picone.

Raccontare «con situazioni comiche ma anche momenti per pensare il Natale per quello che realmente è, anche se molti se ne dimenticano, cioè il compleanno di Gesù». È nata così, spiegano Salvo Ficarra e Valentino Picone, registi e protagonisti, la loro irruzione nel presepe nella loro nuova commedia Il primo Natale, primo film del duo uscito per le feste, in sala dal 12 dicembre in 600 copie.

Un po’ Non ci resta che piangere, un po’ Ben Hur, il film di Ficarra e Picone è un progetto ambizioso, sia dal punto di vista dei temi, sia da quello produttivo. Un lavoro costato 11 milioni di euro girato a Ouarzazate, l’Hollywood del Marocco, che rappresenta la Palestina dell’era di Gesù, con tanto di comparse, cavalli, bighe, costumi storici e musiche (di Carlo Crivelli) alla Lawrence d’Arabia, che trasformano le avventure di Ficarra e Picone in un mini peplum ben fotografato da Daniele Ciprì, simpatico, ma anche avvincente. Soprattutto perché non perde mai di vista il tema centrale, Gesù e l’amore per il prossimo, coniugando tenerezza, avventura e temi di attualità. Un film che lancia sin da alla prima scena una critica alla freddezza della nostra società che ha fatto del Natale una festa consumistica: Salvo, uno svelto ladro di arte sacra ateo convinto, vedendo sullo schermo di un mega televisore in un centro commerciale le immagini dei migranti sui barconi, si interessa solo a quanti pixel di definizione abbia lo schermo.

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Nel frattempo, don Valentino, candido parroco del paesino di Roccadimezzo Sicula sta allestendo il presepe vivente con una esasperante pignoleria per i dettagli. I due si incontreranno quando Salvo, travestito da san Giuseppe, ruberà la preziosa statua del Bambinello. Nell’inseguimento, i due finiranno misteriosamente nei pressi di Betlemme poco prima che nasca Gesù. Così, tra gag ed equivoci (si sorride, ma il tono è rispettoso), i due vanno alla ricerca della Sacra Famiglia nella speranza che li aiuti a tornare nel 2019. Ma nel frattempo, in una avventura che segnerà una crescita personale per ambedue e la scoperta di una amicizia, Salvo e Valentino si ritroveranno fra rivoluzionari zeloti, crudeli guardie romane, simpatici bambini ebrei, a dover salvare il piccolo Gesù (e non solo lui) dalla furia di Erode (un Massimo Popolizio da antologia) deciso a compiere la strage degli innocenti. Ed è proprio qui che il sorriso si fa amaro, con un chiaro paragone con i tanti innocenti in fuga oggi da persecuzioni e guerre.

«Abbiamo parlato anche di immigrazione – spiega Nicola Guaglianone, che ha scritto la sceneggiatura del film insieme a Fabrizio Testini e ovviamente ai due comici –. È un film adatto alle persone sia laiche che cristiane. D’altronde i valori cristiani sono facilmente condivisibili anche da chi non crede».

CINEMA Tertio Millennio Film Fest: Arnone (Rivista cinematografo), “ha messo in comunicazione mondi ‘distanti’ come quelli delle tre religioni abramitiche”

“Una proposta cinematografica capace di mettere in comunicazione mondi all’apparenza distanti come quelli rappresentati dalle tre religioni abramitiche”. Questo, secondo Gianluca Arnone (Rivista del cinematografo), è stato il XXI Tertio Millennio Film Fest (12- 16 dicembre) svoltosi a Roma, “lontano dai clamori”, in una piccola sala storica alle spalle della Fontana di Trevi. Stilando un bilancio della kermesse, fino a ieri l’unica manifestazione cinematografica italiana patrocinata dalla Santa Sede (Segreteria per la Comunicazione e Pontificio Consiglio della Cultura), “da tre anni il festival organizzato dalla Fondazione Ente dello Spettacolo si è dotato di un ‘board’ organizzativo interreligioso: cattolici e protestanti (attraverso FEdS, Signis e Interfilm) hanno lavorato insieme ad ebrei (del Centro Culturale Ebraico Il Pitigliani) e musulmani (del Coreis)”. Risultato: tre mondi all’apparenza distanti come quelli rappresentati dalle tre religioni abramitiche messi in comunicazione. “Sui temi della ricerca di Dio, della pace tra i popoli e della donna sono sfilati film provenienti da tutto il mondo, di autori affermati e di esordienti, dal taglio ora drammatico ora leggero, spesso accompagnati dai loro autori”, osserva Arnone.
Quest’anno “il festival ha fatto un ulteriore salto di qualità con l’introduzione di un concorso tra opere inedite in Italia e di una giuria interreligiosa” chiamata a scegliere “quella che meglio di ogni altra ha saputo incarnare i valori del festival, declinandone in una forma artistica alta il tema portante”, le migrazioni “in una rilettura più ampia del fenomeno, ispirata ma non costretta dalla cronaca di questi anni, secondo il presupposto ricordato a più riprese da mons. Davide Milani che ‘l’uomo nasce migrante, come insegna anche la Bibbia’”.
Vincitore l’indiano “Walking with the wind”, il percorso di crescita del bambino protagonista “impegnato nella ricerca di qualcuno che aggiusti la sedia rotta dell’amico, richiamo a quello spirito di solidarietà e al desiderio di riparazione di cui tutte le nostre comunità avvertono oggi il bisogno”, si legge nella motivazione. “È significativo – chiosa Arnone – che in un’epoca dominata dalle contrapposizioni e dai dogmi siano ancora una volta i bambini a prendere per mano gli adulti, a rischiarare l’orizzonte con l’innocenza del loro sguardo”.

sir

Dibattito. Portare il cinema a scuola? Sarebbe «un sacco bello»

Facciamo nostra la proposta di Carlo Verdone e rilanciamo: il “grande schermo” in ogni istituto e corsi scolastici non più facoltativi

Un mese fa Carlo Verdone, sulle colonne di “Avvenire”, rilanciava un’idea “dimenticata”, ma che, da circa un secolo, trova sostenitori tra intellettuali, docenti (molti hanno già scritto al ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini) pedagogisti, psicologi, antropologi e sociologi: lo studio del cinema e della televisione (ma anche della radio) a scuola. Più di qualcuno potrebbe rispondere che in effetti «già da anni abbiamo il cinema a scuola, proiettiamo un film al mese, vediamo delle clip di film e serie-tv famosi attraverso le lavagne multimediali, abbiamo il cineforum il pomeriggio». Tutto vero. Ma quello che studiosi e cineasti sostengono è qualcosa di diverso: lo «studio sistematico e rigoroso della storia e critica del cinema ed della televisione» (Verdone), affidato non a insegnanti aggiornati in “zona Cesarini”, con il solito corso tenuto dalla solita associazione (in cerca di fondi) e “riconosciuto” dagli organi ufficiali, ma a «docenti che hanno seguito un percorso universitario» (Verdone) e, aggiungiamo noi, corsi post-universitari dedicati alle discipline dei media.

L’appello di Verdone si tinge d’urgenza dopo la diffusione dei dati della ricerca dell’Istituto Toniolo circa il consumo cinematografico dei giovani tra i 20 e i 35 anni. Essi vedono un film al mese ma raramente la visione è quella classica in sala. Il consumo è sovente singolo e su schermi/dispositivi portatili o da tavolo. Accanto alla chiusura delle sale di cinema (850 negli ultimi 10 anni) si sta perdendo un’importante forma sociale e culturale: la condi-visione dello spettacolo cinematografico e di tutto quello che è intorno ad esso. Ad esempio, il piacere di leggere, vedere e commentare i manifesti del film esposti in prossimità della sala «che prendono vita» (Cinema Liberty, 1926, di Giacomo Debenedetti ); il piacere della fila davanti alle casse che spesso porta a fare conoscenze con altri spettatori, talvolta tra «richiami frenetici, interiezioni selvagge, indicazioni topografiche radiotelegrafate ai congiunti» (Cinema, 1927, Carlo Emilio Gadda), sino all’eventuale scambio di opinioni sul film che a fine proiezione può favorire la comunicazione tra gli spettatori e magari una nuova amicizia. Un Paese all’avanguardia nella didattica come la Francia già nel 1911 ricorreva a proiezioni cinematografiche in 35 millimetri, di argomento scientifico, nei licei delle maggiori città (Parigi, Lione, Lille, ecc.). Nel 1920 il provveditore agli studi del ministero dell’Educazione francese, Hugues Besson, presentava alla Commissione extraparlamentare un “Rapport génerale sur l’emploi du Cinématographe dans le différentes branches de l’enseignement”, affermando che «toute le monde connait la poussiance de l’image dans la formation intellectuelle e morale de la junesse».

A partire dagli anni Trenta il cinema europeo annovera i primi film che mostrano la vita scolastica attraverso il genere della finzione, alcuni dei quali autentici capolavori: L’angelo azzurro (1930, Josef Von Sternberg, Germania); Prima della maturità (1932, Vancura & Innemann, Cecoslovacchia); Zero in condotta (1933, di Jean Vigo, Francia); La maternelle (1934, Jean Benoît-Levy e Marie Epstein, Francia); Seconda B (1934, Goffredo Alessandrini, Italia), ecc.. Mentre il cinema vede la scuola, l’Istituzione non vuol vedere il cinema. I governi e i vertici della scuola considerano il film sì un valido strumento di propaganda, da consumare soprattutto al cinema (in Italia, per esempio, insieme ai Cinegiornali della Settimana Incom), meno come ausilio per le “materie” scolastiche. Fa eccezione, come ricordato, la Francia. Il menzionato Jean Benoît Lévy, regista di oltre 400 film educativi, docente e teorico della didattica cinematografica, sin dagli anni ’20 studia gli effetti pedagogici dell’insegnamento del cinema (Le cinéma d’enseignement et d’éducation, 1929). Nel secondo dopoguerra egli ribadirà la sua convinta «pedagogia cinematografica» sostenendo che «il cinema ha il privilegio di trasportare la vita; ed è il solo mezzo che possa fare entrare attraverso questa grande finestra aperta sul mondo esterno, un soffio d’aria che sconfiggerà i pregiudizi, i metodi troppo vecchi della didattica» (L’arte e la missione del film,1946).

E in Italia? Anche da noi, a partire dal secondo dopoguerra, diversi studiosi iniziarono a dibattere sulle riviste del ruolo pedagogico, formativo e interdisciplinare del film. Contestualmente apparivano i primi corsi di cinema universitari, grazie al gruppo dei docenti del Magistero della Sapienza di Roma, in collaborazione con quelli del Centro Sperimentale di Cinematografia. Il primo corso di Filmologia, del 1947, ebbe come relatori eminenti studiosi: Luigi Volpicelli, Mario Ponzo, Francesco Piccolo, Luigi Chiarini, MarioVerdone, Cesare Musatti, Enrico Fulchignoni e altri. Ma nella scuola il cinema rimane appeso, per decenni, alla volontà e alla cultura dei singoli insegnanti (di “lettere”) che tentano di inserire, ogni tanto, un film negli interstizi di tempo tra letteratura, latino e storia. O ai semideserti cineforum (spesso ospitati in ambienti non adatti per una proiezione di qualità) nelle ore pomeridiane. Con la recente Legge 107/2015 (la “Buona scuola”) si prevedono ore di “potenziamento” dedicate anche al cinema (oltre che alla musica, all’arte, ai media). Ma quando? Di pomeriggio. Ardua impresa combattere con gli impegni degli allievi, già contesi tra piscine, campi di calcio, sale di danza, o con il pendolarismo dei centri periferici. Dunque, siamo ancora nel regno del facoltativo.

avvenire

Martirio e persecuzione: le storie raccontate dal cinema

Le storie di martirio e persecuzione anticristiana hanno spesso catturato l’attenzione del Cinema, nonostante siano soggetti complessi e dalle diverse sfaccettature. L’ultima grande pellicola su questo tema, che uscirà nelle sale italiane il 12 gennaio prossimo, è “Silence” di Martin Scorsese sui martiri giapponesi del XVII secolo. Per approfondire il rapporto fra il Cinema e i temi del martirio e della persecuzione, il servizio di Debora Donnini con gli interventi diSergio Perugini, esperto di cinema, che lavora presso la Commissione Nazionale Valutazione Film e l’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali della Conferenza episcopale italiana

Parlare del martirio cristiano è parlare di una storia di amore, non di eroismo, un amore così forte per cui si è disposti anche a dare la propria vita. Uno dei film sulla persecuzione, che recentemente ha colpito molto anche il mondo laico, è stato “Uomini di Dio” del 2010. E’ la storia dei monaci trappisti di Tibhirine, in Algeria: una vita vissuta in una profonda armonia con la popolazione musulmana locale, deturpata però dall’insorgere del fondamentalismo. Un film dunque di straordinaria attualità, ci conferma Sergio Perugini:

“’Uomini di Dio’ è un film importante, che racconta l’uccisone di questi monaci in Algeria, figure straordinarie che hanno costruito un ponte di dialogo con l’Islam, una religione che conoscevano profondamente. Il film è soprattutto un atto d’amore e di pace perché, come ricorda Papa Francesco, non c’è violenza nella religione: è l’uomo che a volte sporca il senso della religione”.

Ci sono anche film dove centrale è la storia personale del martire, come quello sulla vita di Santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein. “La settima stanza”, pellicola del 1994, racconta la sua vicenda: filosofa, allieva di Husserl, ebrea, si converte al cristianesimo. Si fa poi carmelitana e alla fine viene uccisa nelle camere a gas di Auschwitz. La sua storia è ripercorsa attraverso il suo pensiero e la vita spirituale: le sette stanze che l’anima attraversa per arrivare all’unione d’amore con Dio, tratte da Santa Teresa d’Avila. Quindi una visione cinematografica quasi mistica, che ha sullo sfondo un dramma che ha segnato la storia recente dell’Europa. Qual è la forza di questo film nel parlare del martirio?

“Il film ‘La Settima stanza’, del 1994, di Márta Mészáros, è un importante documento che racconta la storia di Edith Stein ma al tempo stesso è un film che offre il ritratto di una vita spesa per l’altro, di un cristiano che si è abbandonato all’abbraccio del Padre attraverso questo cammino sofferto. Nel percorso delle sette stanze, è molto interessante il ruolo della soglia: ogni volta che Edith fa un passo, un cambiamento nella propria vita – l’uscita da casa, l’allontanamento dall’Università, il portone del Carmelo, il vagone che la conduce ad Aushwitz – sono tutte porte che si chiudono alle spalle di Edith per sottolineare questo percorso di passaggio, fino all’ultimo momento in cui si lascia andare verso la camera a gas, a questa luce abbagliante. Ad un certo punto dice: ‘Ho paura, mamma’. Invoca la mamma, quella figura a lei molto cara con la quale si era creato inizialmente uno strappo per la rinuncia alla religione ebraica. Si tratta quindi dell’abbraccio di riconciliazione. È un film molto luminoso che, come ricorda mons. Dario Edoardo Viganò, ha anche un richiamo di tipo parabolico, un film che richiama anche la figura di Cristo”.

Da non dimenticare anche il film di Zanussi su San Massimiliano Kolbe, anche lui martire:

“Vita per la vita. Maximilian Kolbe” è una delle opere che tra l’altro verranno programmate nel 2017 da Tv2000, l’emittente della Conferenza episcopale italiana. La direzione di Paolo Ruffini ha voluto imprimere una crescita all’emittente potenziando la programmazione di film e di fiction, che affrontassero i temi sociale, ma anche le figure della Chiesa, che si sono spese per il Vangelo. Quindi penso a ‘Uomini di Dio’, a ‘Un Dios prohibido’, che sarà un’importante anteprima di Tv2000 con l’anno nuovo, ‘Maria Goretti’, fino anche a ‘Cristiada’ o ‘Per amore del mio popolo’ sulla vita di don Peppe Diana …”.

Ci sono poi film che mettono in rilievo l’impegno sociale: l’amore per Dio e le istanze di libertà si intrecciano inscindibilmente nella difesa dei più deboli che siano gli operai di Solidarnosc, nella vita del prete polacco, il martire, Jerzy Popielusko, o i bambini di Brancaccio da sottrarre alle grinfie della mafia, con il Beato don Pino Puglisi, fino ai poveri contadini oppressi dalla dittatura militare in Salvador e difesi dal Beato mons. Oscar Romero. Anche in queste storie di stampo più sociale si evidenzia la centralità dell’amore di Dio come fonte delle opere da loro compiute:

“Indubbiamente. Le opere citate sono racconti sociali dove spicca forte e luminosa la figura di un sacerdote che offre la propria vita, la propria carne per i poveri, per gli ultimi, per gli emarginati. È stato citato Popieluszko, sacerdote che scese in campo insieme ai lavoratori, agli emarginati, al movimento Solidarnosc. Lui stesso nei suoi scritti più volte ha detto: ‘Sto combattendo il male, non le vittime del male’, perché comunque non dimentica le parole di Gesù, e cioè l’invito a pregare sempre per i propri nemici. Penso anche a don Pino Puglisi, con il film di Roberto Faenza, ‘Alla Luce del sole’ del 2004, interpretato da Luca Zingaretti, che racconta la parabola di questo sacerdote che scende nelle vie di Brancaccio per sottrarre i bambini alla mafia e dare loro speranza. Ultimo ritratto è quello del vescovo Oscar Romero”.

Ci sono poi film in cui si narrano le persecuzioni di forte stampo anticlericale nel XX secolo, come “Un Dios prohibido” sui 51 clarettiani martiri, che furono uccisi durante la guerra civile spagnola. Forte, poi, l’interesse del Cinema anche per figure come Santa Giovanna d’Arco. Basti pensare che la Pulzella d’Orleans è stata protagonista di almeno 6 lungometraggi. Ma a conquistare il grande pubblico sono stati anche film del passato, che raccontano le prime persecuzioni della Roma imperiale, anche se con una sensibilità diversa, come il kolossal Quo Vadis, del 1951. E ancora si contano, tra gli altri, documentari come quello su Charles de Foucault e i Piccoli Fratelli di Liliana Cavani o il più recente Nassarah di Riccardo Bicicchi sul massacro dei cristiani in Medio Oriente. La settima arte non ha quindi snobbato soggetti a volte anche scomodi, anzi continua a interrogarsi sul sangue innocente versato nel martirio dove, come dice Papa Francesco, “la violenza è vinta dall’amore, la morte dalla vita”.

radio vaticana

Società \ Cultura e arte Nuovo film su Heidi: classico dell’800, che ancora appassiona

Arrivato nei cinema italiani per i giorni di Pasqua il film di Alain Gsponer “Heidi”, ispirato alle storie senza tempo della famosa bambina svizzera, che tutto il mondo conosce: dall’abbandono all’affetto di un nonno, Heidi rappresenta la ricerca di una famiglia e di un luogo dove poter realizzarsi ed essere felici.

(clip dal film)
Heidi: Ciao, io mi chiamo Heidi.
Nonno Almöhi a Peter: Oggi la porterai con te al pascolo, considera che lei non conosce la montagna.
Voce fuori campo: La storia di una bambina con un cuore grande
Heidi: Buon giorno capretta… buona notte caro nonno.

Tutti conoscono Heidi e il burbero nonno Almöhi, che vive lassù, nella sua baita sulle montagne svizzere. La ragazzina ha un cuore grande, si entusiasma per poco: il sole della mattina, la neve e i fiori della primavera, il latte e il formaggio, un’aquila che vola nel cielo. E accompagna il simpatico Peter, che porta le sue capre al pascolo. Ha un rapporto profondo e vivace con la natura che la circonda. Heidi assorbe la vita e la trasforma in gioia. Col nonno impareranno a conoscersi, si aiuteranno a vicenda, si perderanno e si ritroveranno.

Heidi ha segnato l’immaginazione di intere generazioni di bambini. Il successo definitivo arrivò nel 1974, quando anche il regista giapponese Miyazaki s’innamorò di lei, creando una delle più famose, seguite e applaudite serie televisive di animazione, il cui successo toccò tutto il mondo. Ma non si dovrebbe dimenticare che i due romanzi da cui le storie della ragazzina svizzera sono tratte, scritte da Johanna Spyr nella seconda metà dell’800 – e da allora tradotti in oltre 60 lingue -, sono diventati capisaldi della letteratura per l’infanzia. Certo le avventure e le ambientazioni – prima le vallate dei Grigioni, poi la caotica città di Francoforte nella quale Hiedi si sente triste e infelice – fanno ancora presa, come conferma il successo del film di Gsponer, che si è circondato di interpreti ideali, come la piccola Anuk Steffen e il nonno, il grande attore svizzero Bruno Ganz. E poi ci sono intorno a loro tutti i personaggi resi immortali: la zia Dete, la signorina Rottenmeier, nonna Sesemann e la dolce Klara. Che, contagiata dall’amicizia, dalla purezza e dalla generosità di Heidi, farà esperienza dell’amore, dell’accoglienza e anche di un piccolo miracolo.

radio vaticana

Non è accettabile che persone muoiano in mare per fuggire alla tragedia

“Fuocoammare” di Gianfranco Rosi è l’Orso d’Oro del Festival del cinema di Berlino 2016. Non solo di nuovo un italiano in vetta a una delle rassegne più prestigiose quattro anni dopo i Taviani con “Cesare deve morire”, ma un altro primato per Rosi che nel 2013 aveva vinto il Leone d’Oro con “Sacro GRA”, primo documentario a ottenere un premio così prestigioso.

Con “Fuocoammare” Rosi a portato la sua telecamera a Lampedusa: tra le gente che accoglie e tra le gente che arriva. Immagini drammatiche che “hanno raggiunto il cuore della giuria” ha detto Meryl Streep annunciando il premio, nell’aria visto il riscontro avuto sulla stampa internazionale. E un film perfetto per un’Europa e una Germania scossa dai flussi di migranti. Rosi ha voluto con sé sul palco per ritirare l’Orso d’Oro Pietro Bartòlo, il medico dell’isola. “Bartòlo il primo che mi ha convinto a girare questo film” ha commentato in inglese il regista sul palco della premiazione.

“E grazie al festival per il coraggio di aver ancora messo un documentario in concorso tra i lungometraggi. Il mio pensiero va alla persone che non sono mai arrivate a Lampedusa. Voglio dedicare alle persone di Lampedusa, che aprono il loro cuore. Mi sono chiesto perché quest’isola è così generosa. La risposta me l’ha data Bartolo: “Siamo tutti pescatori, e i pescatori accettano tutto ciò che viene dal mare”. Quindi Rosi ha lanciato un appello: “L’Europa discute come gestire l’emergenza costruendo nuovi muri. Ma più dure ancora sono quelle mentali. Abbatiamole. Non è accettabile che persone muoiano in mare per fuggire alla tragedia”.

Film da Giubileo. Marie Heurtin: la disabilità al cinema

S’ispira a una storia vera di fine Ottocento, legata all’opera congregazionale delle Figlie della Sapienza (note pure come Monfortane), il film Marie Heurtin del francese Jean-Pierre Améris, che arriverà nelle sale italiane il 3 marzo 2016.

La pellicola presenta la storia di Marie Heurtin, nata nel 1885 in una casa di contadini in mezzo alla meravigliosa campagna francese che fino all’età di 10 anni vive la libertà nella forma più primitiva, ma limitata dal buio delle sue incapacità. L’amore incondizionato dei genitori purtroppo non basta a crescere una bambina con tali difficoltà, la quale viene portata nel convento delle suore di Larnay. Il primo incontro è turbolento, la bimba percepisce l’imminente distacco dal suo affezionato padre e in preda al panico si rifugia sopra un albero. Solo la coraggiosa Marguerite si avvicina con cautela alla creatura impaurita. Il contatto delle loro mani, del volto, fanno trapelare l’inizio di un rapporto di amore e di fiducia.

Guarda in anteprima la prima clip del film:

Suor Marguerite è interpretata in modo molto convincente da una luminosa Isabelle Carré. Al suo fianco, Ariana Rivoire, sorda anche nella vita reale ed esordiente al cinema, conferisce grande spessore al ruolo diMarie Heurtin. E per volontà del regista, il cast comprende diverse altre interpreti davvero non udenti.

Alcune associazioni francesi di difesa delle persone disabili si sono battute per promuovere Marie Heurtin. In Italia ha ricevuto il sostegno della Lega del filo d’oro e del Cinedeaf. Il film, al di là dei circuiti ufficiali in sala e dei futuri sbocchi televisivi, si candida a divenire pure uno strumento prezioso per le istituzioni e comunità educative, tanto che è stato inserito anche nella lista di film consigliati per l’Anno santo della misericordia, dalla Commissione nazionale valutazione film della Conferenza episcopale Italiana, presieduta da don Davide Milani e dalla Fondazione Ente dello Spettacolo in accordo con l’Ufficio nazionale per le Comunicazioni sociali della Cei.

Guarda in anteprima la seconda clip del film:

Avvenire