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Dibattito. Portare il cinema a scuola? Sarebbe «un sacco bello»

Facciamo nostra la proposta di Carlo Verdone e rilanciamo: il “grande schermo” in ogni istituto e corsi scolastici non più facoltativi

Un mese fa Carlo Verdone, sulle colonne di “Avvenire”, rilanciava un’idea “dimenticata”, ma che, da circa un secolo, trova sostenitori tra intellettuali, docenti (molti hanno già scritto al ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini) pedagogisti, psicologi, antropologi e sociologi: lo studio del cinema e della televisione (ma anche della radio) a scuola. Più di qualcuno potrebbe rispondere che in effetti «già da anni abbiamo il cinema a scuola, proiettiamo un film al mese, vediamo delle clip di film e serie-tv famosi attraverso le lavagne multimediali, abbiamo il cineforum il pomeriggio». Tutto vero. Ma quello che studiosi e cineasti sostengono è qualcosa di diverso: lo «studio sistematico e rigoroso della storia e critica del cinema ed della televisione» (Verdone), affidato non a insegnanti aggiornati in “zona Cesarini”, con il solito corso tenuto dalla solita associazione (in cerca di fondi) e “riconosciuto” dagli organi ufficiali, ma a «docenti che hanno seguito un percorso universitario» (Verdone) e, aggiungiamo noi, corsi post-universitari dedicati alle discipline dei media.

L’appello di Verdone si tinge d’urgenza dopo la diffusione dei dati della ricerca dell’Istituto Toniolo circa il consumo cinematografico dei giovani tra i 20 e i 35 anni. Essi vedono un film al mese ma raramente la visione è quella classica in sala. Il consumo è sovente singolo e su schermi/dispositivi portatili o da tavolo. Accanto alla chiusura delle sale di cinema (850 negli ultimi 10 anni) si sta perdendo un’importante forma sociale e culturale: la condi-visione dello spettacolo cinematografico e di tutto quello che è intorno ad esso. Ad esempio, il piacere di leggere, vedere e commentare i manifesti del film esposti in prossimità della sala «che prendono vita» (Cinema Liberty, 1926, di Giacomo Debenedetti ); il piacere della fila davanti alle casse che spesso porta a fare conoscenze con altri spettatori, talvolta tra «richiami frenetici, interiezioni selvagge, indicazioni topografiche radiotelegrafate ai congiunti» (Cinema, 1927, Carlo Emilio Gadda), sino all’eventuale scambio di opinioni sul film che a fine proiezione può favorire la comunicazione tra gli spettatori e magari una nuova amicizia. Un Paese all’avanguardia nella didattica come la Francia già nel 1911 ricorreva a proiezioni cinematografiche in 35 millimetri, di argomento scientifico, nei licei delle maggiori città (Parigi, Lione, Lille, ecc.). Nel 1920 il provveditore agli studi del ministero dell’Educazione francese, Hugues Besson, presentava alla Commissione extraparlamentare un “Rapport génerale sur l’emploi du Cinématographe dans le différentes branches de l’enseignement”, affermando che «toute le monde connait la poussiance de l’image dans la formation intellectuelle e morale de la junesse».

A partire dagli anni Trenta il cinema europeo annovera i primi film che mostrano la vita scolastica attraverso il genere della finzione, alcuni dei quali autentici capolavori: L’angelo azzurro (1930, Josef Von Sternberg, Germania); Prima della maturità (1932, Vancura & Innemann, Cecoslovacchia); Zero in condotta (1933, di Jean Vigo, Francia); La maternelle (1934, Jean Benoît-Levy e Marie Epstein, Francia); Seconda B (1934, Goffredo Alessandrini, Italia), ecc.. Mentre il cinema vede la scuola, l’Istituzione non vuol vedere il cinema. I governi e i vertici della scuola considerano il film sì un valido strumento di propaganda, da consumare soprattutto al cinema (in Italia, per esempio, insieme ai Cinegiornali della Settimana Incom), meno come ausilio per le “materie” scolastiche. Fa eccezione, come ricordato, la Francia. Il menzionato Jean Benoît Lévy, regista di oltre 400 film educativi, docente e teorico della didattica cinematografica, sin dagli anni ’20 studia gli effetti pedagogici dell’insegnamento del cinema (Le cinéma d’enseignement et d’éducation, 1929). Nel secondo dopoguerra egli ribadirà la sua convinta «pedagogia cinematografica» sostenendo che «il cinema ha il privilegio di trasportare la vita; ed è il solo mezzo che possa fare entrare attraverso questa grande finestra aperta sul mondo esterno, un soffio d’aria che sconfiggerà i pregiudizi, i metodi troppo vecchi della didattica» (L’arte e la missione del film,1946).

E in Italia? Anche da noi, a partire dal secondo dopoguerra, diversi studiosi iniziarono a dibattere sulle riviste del ruolo pedagogico, formativo e interdisciplinare del film. Contestualmente apparivano i primi corsi di cinema universitari, grazie al gruppo dei docenti del Magistero della Sapienza di Roma, in collaborazione con quelli del Centro Sperimentale di Cinematografia. Il primo corso di Filmologia, del 1947, ebbe come relatori eminenti studiosi: Luigi Volpicelli, Mario Ponzo, Francesco Piccolo, Luigi Chiarini, MarioVerdone, Cesare Musatti, Enrico Fulchignoni e altri. Ma nella scuola il cinema rimane appeso, per decenni, alla volontà e alla cultura dei singoli insegnanti (di “lettere”) che tentano di inserire, ogni tanto, un film negli interstizi di tempo tra letteratura, latino e storia. O ai semideserti cineforum (spesso ospitati in ambienti non adatti per una proiezione di qualità) nelle ore pomeridiane. Con la recente Legge 107/2015 (la “Buona scuola”) si prevedono ore di “potenziamento” dedicate anche al cinema (oltre che alla musica, all’arte, ai media). Ma quando? Di pomeriggio. Ardua impresa combattere con gli impegni degli allievi, già contesi tra piscine, campi di calcio, sale di danza, o con il pendolarismo dei centri periferici. Dunque, siamo ancora nel regno del facoltativo.

avvenire

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Martirio e persecuzione: le storie raccontate dal cinema

Le storie di martirio e persecuzione anticristiana hanno spesso catturato l’attenzione del Cinema, nonostante siano soggetti complessi e dalle diverse sfaccettature. L’ultima grande pellicola su questo tema, che uscirà nelle sale italiane il 12 gennaio prossimo, è “Silence” di Martin Scorsese sui martiri giapponesi del XVII secolo. Per approfondire il rapporto fra il Cinema e i temi del martirio e della persecuzione, il servizio di Debora Donnini con gli interventi diSergio Perugini, esperto di cinema, che lavora presso la Commissione Nazionale Valutazione Film e l’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali della Conferenza episcopale italiana

Parlare del martirio cristiano è parlare di una storia di amore, non di eroismo, un amore così forte per cui si è disposti anche a dare la propria vita. Uno dei film sulla persecuzione, che recentemente ha colpito molto anche il mondo laico, è stato “Uomini di Dio” del 2010. E’ la storia dei monaci trappisti di Tibhirine, in Algeria: una vita vissuta in una profonda armonia con la popolazione musulmana locale, deturpata però dall’insorgere del fondamentalismo. Un film dunque di straordinaria attualità, ci conferma Sergio Perugini:

“’Uomini di Dio’ è un film importante, che racconta l’uccisone di questi monaci in Algeria, figure straordinarie che hanno costruito un ponte di dialogo con l’Islam, una religione che conoscevano profondamente. Il film è soprattutto un atto d’amore e di pace perché, come ricorda Papa Francesco, non c’è violenza nella religione: è l’uomo che a volte sporca il senso della religione”.

Ci sono anche film dove centrale è la storia personale del martire, come quello sulla vita di Santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein. “La settima stanza”, pellicola del 1994, racconta la sua vicenda: filosofa, allieva di Husserl, ebrea, si converte al cristianesimo. Si fa poi carmelitana e alla fine viene uccisa nelle camere a gas di Auschwitz. La sua storia è ripercorsa attraverso il suo pensiero e la vita spirituale: le sette stanze che l’anima attraversa per arrivare all’unione d’amore con Dio, tratte da Santa Teresa d’Avila. Quindi una visione cinematografica quasi mistica, che ha sullo sfondo un dramma che ha segnato la storia recente dell’Europa. Qual è la forza di questo film nel parlare del martirio?

“Il film ‘La Settima stanza’, del 1994, di Márta Mészáros, è un importante documento che racconta la storia di Edith Stein ma al tempo stesso è un film che offre il ritratto di una vita spesa per l’altro, di un cristiano che si è abbandonato all’abbraccio del Padre attraverso questo cammino sofferto. Nel percorso delle sette stanze, è molto interessante il ruolo della soglia: ogni volta che Edith fa un passo, un cambiamento nella propria vita – l’uscita da casa, l’allontanamento dall’Università, il portone del Carmelo, il vagone che la conduce ad Aushwitz – sono tutte porte che si chiudono alle spalle di Edith per sottolineare questo percorso di passaggio, fino all’ultimo momento in cui si lascia andare verso la camera a gas, a questa luce abbagliante. Ad un certo punto dice: ‘Ho paura, mamma’. Invoca la mamma, quella figura a lei molto cara con la quale si era creato inizialmente uno strappo per la rinuncia alla religione ebraica. Si tratta quindi dell’abbraccio di riconciliazione. È un film molto luminoso che, come ricorda mons. Dario Edoardo Viganò, ha anche un richiamo di tipo parabolico, un film che richiama anche la figura di Cristo”.

Da non dimenticare anche il film di Zanussi su San Massimiliano Kolbe, anche lui martire:

“Vita per la vita. Maximilian Kolbe” è una delle opere che tra l’altro verranno programmate nel 2017 da Tv2000, l’emittente della Conferenza episcopale italiana. La direzione di Paolo Ruffini ha voluto imprimere una crescita all’emittente potenziando la programmazione di film e di fiction, che affrontassero i temi sociale, ma anche le figure della Chiesa, che si sono spese per il Vangelo. Quindi penso a ‘Uomini di Dio’, a ‘Un Dios prohibido’, che sarà un’importante anteprima di Tv2000 con l’anno nuovo, ‘Maria Goretti’, fino anche a ‘Cristiada’ o ‘Per amore del mio popolo’ sulla vita di don Peppe Diana …”.

Ci sono poi film che mettono in rilievo l’impegno sociale: l’amore per Dio e le istanze di libertà si intrecciano inscindibilmente nella difesa dei più deboli che siano gli operai di Solidarnosc, nella vita del prete polacco, il martire, Jerzy Popielusko, o i bambini di Brancaccio da sottrarre alle grinfie della mafia, con il Beato don Pino Puglisi, fino ai poveri contadini oppressi dalla dittatura militare in Salvador e difesi dal Beato mons. Oscar Romero. Anche in queste storie di stampo più sociale si evidenzia la centralità dell’amore di Dio come fonte delle opere da loro compiute:

“Indubbiamente. Le opere citate sono racconti sociali dove spicca forte e luminosa la figura di un sacerdote che offre la propria vita, la propria carne per i poveri, per gli ultimi, per gli emarginati. È stato citato Popieluszko, sacerdote che scese in campo insieme ai lavoratori, agli emarginati, al movimento Solidarnosc. Lui stesso nei suoi scritti più volte ha detto: ‘Sto combattendo il male, non le vittime del male’, perché comunque non dimentica le parole di Gesù, e cioè l’invito a pregare sempre per i propri nemici. Penso anche a don Pino Puglisi, con il film di Roberto Faenza, ‘Alla Luce del sole’ del 2004, interpretato da Luca Zingaretti, che racconta la parabola di questo sacerdote che scende nelle vie di Brancaccio per sottrarre i bambini alla mafia e dare loro speranza. Ultimo ritratto è quello del vescovo Oscar Romero”.

Ci sono poi film in cui si narrano le persecuzioni di forte stampo anticlericale nel XX secolo, come “Un Dios prohibido” sui 51 clarettiani martiri, che furono uccisi durante la guerra civile spagnola. Forte, poi, l’interesse del Cinema anche per figure come Santa Giovanna d’Arco. Basti pensare che la Pulzella d’Orleans è stata protagonista di almeno 6 lungometraggi. Ma a conquistare il grande pubblico sono stati anche film del passato, che raccontano le prime persecuzioni della Roma imperiale, anche se con una sensibilità diversa, come il kolossal Quo Vadis, del 1951. E ancora si contano, tra gli altri, documentari come quello su Charles de Foucault e i Piccoli Fratelli di Liliana Cavani o il più recente Nassarah di Riccardo Bicicchi sul massacro dei cristiani in Medio Oriente. La settima arte non ha quindi snobbato soggetti a volte anche scomodi, anzi continua a interrogarsi sul sangue innocente versato nel martirio dove, come dice Papa Francesco, “la violenza è vinta dall’amore, la morte dalla vita”.

radio vaticana

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Società \ Cultura e arte Nuovo film su Heidi: classico dell’800, che ancora appassiona

Arrivato nei cinema italiani per i giorni di Pasqua il film di Alain Gsponer “Heidi”, ispirato alle storie senza tempo della famosa bambina svizzera, che tutto il mondo conosce: dall’abbandono all’affetto di un nonno, Heidi rappresenta la ricerca di una famiglia e di un luogo dove poter realizzarsi ed essere felici.

(clip dal film)
Heidi: Ciao, io mi chiamo Heidi.
Nonno Almöhi a Peter: Oggi la porterai con te al pascolo, considera che lei non conosce la montagna.
Voce fuori campo: La storia di una bambina con un cuore grande
Heidi: Buon giorno capretta… buona notte caro nonno.

Tutti conoscono Heidi e il burbero nonno Almöhi, che vive lassù, nella sua baita sulle montagne svizzere. La ragazzina ha un cuore grande, si entusiasma per poco: il sole della mattina, la neve e i fiori della primavera, il latte e il formaggio, un’aquila che vola nel cielo. E accompagna il simpatico Peter, che porta le sue capre al pascolo. Ha un rapporto profondo e vivace con la natura che la circonda. Heidi assorbe la vita e la trasforma in gioia. Col nonno impareranno a conoscersi, si aiuteranno a vicenda, si perderanno e si ritroveranno.

Heidi ha segnato l’immaginazione di intere generazioni di bambini. Il successo definitivo arrivò nel 1974, quando anche il regista giapponese Miyazaki s’innamorò di lei, creando una delle più famose, seguite e applaudite serie televisive di animazione, il cui successo toccò tutto il mondo. Ma non si dovrebbe dimenticare che i due romanzi da cui le storie della ragazzina svizzera sono tratte, scritte da Johanna Spyr nella seconda metà dell’800 – e da allora tradotti in oltre 60 lingue -, sono diventati capisaldi della letteratura per l’infanzia. Certo le avventure e le ambientazioni – prima le vallate dei Grigioni, poi la caotica città di Francoforte nella quale Hiedi si sente triste e infelice – fanno ancora presa, come conferma il successo del film di Gsponer, che si è circondato di interpreti ideali, come la piccola Anuk Steffen e il nonno, il grande attore svizzero Bruno Ganz. E poi ci sono intorno a loro tutti i personaggi resi immortali: la zia Dete, la signorina Rottenmeier, nonna Sesemann e la dolce Klara. Che, contagiata dall’amicizia, dalla purezza e dalla generosità di Heidi, farà esperienza dell’amore, dell’accoglienza e anche di un piccolo miracolo.

radio vaticana

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Non è accettabile che persone muoiano in mare per fuggire alla tragedia

“Fuocoammare” di Gianfranco Rosi è l’Orso d’Oro del Festival del cinema di Berlino 2016. Non solo di nuovo un italiano in vetta a una delle rassegne più prestigiose quattro anni dopo i Taviani con “Cesare deve morire”, ma un altro primato per Rosi che nel 2013 aveva vinto il Leone d’Oro con “Sacro GRA”, primo documentario a ottenere un premio così prestigioso.

Con “Fuocoammare” Rosi a portato la sua telecamera a Lampedusa: tra le gente che accoglie e tra le gente che arriva. Immagini drammatiche che “hanno raggiunto il cuore della giuria” ha detto Meryl Streep annunciando il premio, nell’aria visto il riscontro avuto sulla stampa internazionale. E un film perfetto per un’Europa e una Germania scossa dai flussi di migranti. Rosi ha voluto con sé sul palco per ritirare l’Orso d’Oro Pietro Bartòlo, il medico dell’isola. “Bartòlo il primo che mi ha convinto a girare questo film” ha commentato in inglese il regista sul palco della premiazione.

“E grazie al festival per il coraggio di aver ancora messo un documentario in concorso tra i lungometraggi. Il mio pensiero va alla persone che non sono mai arrivate a Lampedusa. Voglio dedicare alle persone di Lampedusa, che aprono il loro cuore. Mi sono chiesto perché quest’isola è così generosa. La risposta me l’ha data Bartolo: “Siamo tutti pescatori, e i pescatori accettano tutto ciò che viene dal mare”. Quindi Rosi ha lanciato un appello: “L’Europa discute come gestire l’emergenza costruendo nuovi muri. Ma più dure ancora sono quelle mentali. Abbatiamole. Non è accettabile che persone muoiano in mare per fuggire alla tragedia”.

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Film da Giubileo. Marie Heurtin: la disabilità al cinema

S’ispira a una storia vera di fine Ottocento, legata all’opera congregazionale delle Figlie della Sapienza (note pure come Monfortane), il film Marie Heurtin del francese Jean-Pierre Améris, che arriverà nelle sale italiane il 3 marzo 2016.

La pellicola presenta la storia di Marie Heurtin, nata nel 1885 in una casa di contadini in mezzo alla meravigliosa campagna francese che fino all’età di 10 anni vive la libertà nella forma più primitiva, ma limitata dal buio delle sue incapacità. L’amore incondizionato dei genitori purtroppo non basta a crescere una bambina con tali difficoltà, la quale viene portata nel convento delle suore di Larnay. Il primo incontro è turbolento, la bimba percepisce l’imminente distacco dal suo affezionato padre e in preda al panico si rifugia sopra un albero. Solo la coraggiosa Marguerite si avvicina con cautela alla creatura impaurita. Il contatto delle loro mani, del volto, fanno trapelare l’inizio di un rapporto di amore e di fiducia.

Guarda in anteprima la prima clip del film:

Suor Marguerite è interpretata in modo molto convincente da una luminosa Isabelle Carré. Al suo fianco, Ariana Rivoire, sorda anche nella vita reale ed esordiente al cinema, conferisce grande spessore al ruolo diMarie Heurtin. E per volontà del regista, il cast comprende diverse altre interpreti davvero non udenti.

Alcune associazioni francesi di difesa delle persone disabili si sono battute per promuovere Marie Heurtin. In Italia ha ricevuto il sostegno della Lega del filo d’oro e del Cinedeaf. Il film, al di là dei circuiti ufficiali in sala e dei futuri sbocchi televisivi, si candida a divenire pure uno strumento prezioso per le istituzioni e comunità educative, tanto che è stato inserito anche nella lista di film consigliati per l’Anno santo della misericordia, dalla Commissione nazionale valutazione film della Conferenza episcopale Italiana, presieduta da don Davide Milani e dalla Fondazione Ente dello Spettacolo in accordo con l’Ufficio nazionale per le Comunicazioni sociali della Cei.

Guarda in anteprima la seconda clip del film:

Avvenire
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Anno santo della misericordia Ecco la lista dei film per il Giubileo al cinema

Che cos’è il Giubileo al cinema?
Si potrebbe definire un «Cineforum del Giubileo». È un’iniziativa online realizzata dalla Commissione nazionale valutazione film della Conferenza episcopale Italiana, e dalla Fondazione Ente dello Spettacolo in accordo con l’Ufficio nazionale per le Comunicazioni sociali della Cei.
Verrà proposto un titolo alla settimana, da qui alla fine dell’Anno Santo straordinario, per un percorso di riflessione e approfondimento che restituisce al cinema la sua capacità di rappresentare la realtà e, insieme, di suscitare dibattito.

Qual è l’obiettivo di questa proposta culturale? “Il piano dell’opera – spiega don Davide Milani, presidente Fondazione Ente dello spettacolo – prevede l’approfondimento di film che richiamano le opere di misericordia corporale e spirituale”. “Obiettivo della proposta è offrire una selezione di titoli cinematografici da riscoprire lungo il Giubileo straordinario, sino all’appuntamento della Giornata delle Comunicazioni sociali, in programma l’8 maggio 2016”. Il progetto “è pensato per famiglie, parrocchie, sale della comunità, animatori della comunicazione e della cultura, ma anche per docenti e coloro che sono impegnati nei settori educativi”.

Dove si trovano i film consigliati? Ogni giovedì nel sito della Commissione (www.cnvf.it, nella sezione “Sguardi di fede”) e nel portale dell’Ufficio per le Comunicazioni sociali (www.chiesacattolica.it/GMCS2016) viene pubblicata una scheda che presenta il film scelto a rappresentare una delle opere di misericordia corporali e spirituali su cui si basa la parte iniziale del cammino.

Ecco la lista dei trailer dei film consigliati, legati alle opere di misericordia corporale:

In grazia di Dio (2014) che vorrebbe richiamare al dare da mangiare agli affamati.


Tracks
(2014) che vorrebbe richiamare al dare da bere agli assetati


The Judge
(2014) che vorrebbe richiamare al vestire gli ignudi

La prima neve (2013) che vorrebbe richiamare all’accogliere i pellegrini

Mia madre(2015) che vorrebbe richiamare al “visitare gli infermi”

Cesare deve morire (2012) che vorrebbe richiamare al visitare i carcerati


Woman in Gold
(2015) che vorrebbe richiamare al seppellire i morti


Di seguito, la lista dei trailer dei film consigliati, legati alle opere di misericordia spirituale:

Ida vorrebbe richiamare al consigliare i dubbiosi


Francofonia
vorrebbe richiamare all’istruire gli ignoranti


La legge del mercato
vorrebbe richiamare al correggere i peccatori


Chiamatemi Francesco
vorrebbe richiamare al consolare gli afflitti


Philomena
vorrebbe richiamare al perdonare le offese

Leviathan vorrebbe richiamare al sopportare pazientemente le persone moleste


L’attesa vorrebbe richiamare al pregare per tutti

Avvenire
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«Lo sguardo aperto»: 10 film sulla misericordia. Ecco la lista dei film consigliati

Anche l’Acec (Associazione Cattolica esercenti cinema) sta supportando la straordinaria possibilità offerta da Papa Francesco al mondo con l’indizione dell’Anno santo, promuovendo il binomio cinema e misericordia.

Qual è l’obiettivo di questa iniziativa?
«Il Giubileo della misericordia sarà occasione di bene – spiega don Adriano Bianchi, presidente dell’associazione – anche per le tante Sale della Comunità sparse nel territorio italiano. Attraverso le numerose proposte che verranno offerte con i diversi linguaggi che da sempre sono al centro del palcoscenico e dello schermo, vogliamo essere sostegno vivo per il cammino delle comunità cristiane nella scoperta del volto della misericordia».

Quali risorse ha messo a disposizione delle sale di comunità l’Associazione Cattolica Esercenti Cinema? Da gennaio è disponibile in libreria, e gratuitamente una copia per ogni Sala della Comunità, il volume dal titolo “Lo sguardo aperto – 10 film sulla misericordia”, coordinata da Arianna Prevedello e don Gianluca Bernardini. Il saggio cinematografico vede la collaborazione nelle introduzioni metodologiche sul tema della misericordia del Gesuita Guido Bertagna in ambito biblico e di Edoardo Tallone in ambito psicologico.

Ogni film è corredato da una scheda capace di suscitare riflessioni estetiche e pastorali. A realizzarle sono stati da dieci autori di diversa sensibilità, impegnati nell’animazione cinematografica: queste schede costituiranno un apparato critico capace di offrire delle domande da condividere con il pubblico in sala, allo scopo di allargare più possibile il senso di comunità attorno al tema giubilare.

Quali sono i temi al centro dei 10 film prescelti?
Al centro dei film i diversi ambiti della vita: familiare, sociale e professionale oltre a quello religioso. Questi campi esistenziali narrati dal cinema d’autore saranno esplorati con la categoria della misericordia avendo particolare attenzione al tema della disabilità e della povertà, dell’affettività e della vocazione.

Ecco la lista dei film consigliati:

Mommy

Calvario

Forza maggiore

Due giorni, una notte

Io sono Mateusz

Per amor vostro

Le stazioni della fede

Marie Heurtin

Ritorno alla vita

La legge del mercato

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Spettacoli. Cinema. Zalone sbanca tutti i record alla prima

Che l’attesa del film delle feste di Checco Zalone fosse alta, lo si sapeva, ma che addirittura sfiorasse i 7 milioni di euro di incassi e il milione di biglietti venduti, raddoppianndo il record precedente, ha lasciato tutti di stucco, a partire da Giampaolo Letta, ad del distributore Medusa, che si dice «quasi senza parole» e Pietro Valsecchi, produttore di “Quo vado?0148 che parla di «un risultato al di là di ogni immaginazione. Un’iniezione di fiducia per il cinema italiano». Infatti la commedia di Checco Zalone (alias Luca Medici), che è anche sceneggiatore, autore soggetto e delle musiche e regista della pellicola insieme a Gennaro Nunziante, ha incassato il primo gennaio 6.852.291 euro, visto da 932.423 spettatori per un totale di 6.857.044 euro nelle 1078 sale monitorate da Cinetel. Ed è probabile che abbia incassato anche di più, contando che le sale in cui è stato distribuito da Medusa sono ben 1300 (400 in più di “Star Wars – Il riveglio della Forza”). Insommma, l’aria svagata del pugliese Checco raggiunge il miglior incasso nelle prime 24 ore, doppiando il record precedente di “Harry Potter e i doni della morte – parte II” (3,2 milioni), “Spiderman”(2,8 milioni) e l’ultimo “Star Wars” (1,8 milioni).

Ma cosa spiega il successo irrefrenabile della comicità “politicamente scorretta” di Zalone? Innanzitutto la mancanza quasi totale di concorrenza, considerando l’uscita postnatalizia per evitare lo scontro con “Star Wars”, che ormai ha compiuto la sua “mission” commerciale totalizzando nelle ultime due settimane oltre 20 milioni di euro lasciando le briciole ai concorrenti. Ma soprattutto la grande voglia di serenità e di fare in santa pace due risate, che le famiglie italiane sentono in questo inizio d’anno asfissiato dallo smog e attanagliato dagli allarmi terrorismo.

Insomma, Zalone, mettendo alla berlina i cliché dell’italiano medio e restando fedele film dopo film alla sua maschera, quella del ragazzo del Sud piuttosto ingenuo, dagli obiettivi limitati, il cui massimo sogno è quello del posto fisso, ma in fondo di buon cuore, ha fatto ancora centro. Qui, in più, il comico pugliese allarga i suoi orizzonti mettendo a confronto il nostro modo di essere, coi nostri difetti ma anche coi nostri pregi, con quello di paesi stranieri del Nord e del Sud del mondo. La sua è una escalation esponenziale: Zalone con il primo film “Cado dalle nubi” nel 2009 aveva realizzato oltre 14.000.000 di euro, nel 2011, con “Che bella giornata” oltre 43.000.000 di euro e con “Sole a catinelle” nel 2013 il più alto incasso della storia per un film italiano con oltre 52.000.000 di euro al boxoffice. Le premesse per un altro record storico ci sono tutte.

avvenire
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Ida: adesso che ha vinto l’Oscar andremo a vedere la sua storia?

C’è una variante di questa rubrica che mi accingo a sperimentare, ed è narrare di ciò che, con una qualche sorpresa, non ho incontrato, nelle mie ultime passeggiate tra le discussioni ecclesiali digitali. Stavolta si tratta di una giovane suora, di nome Anna. O meglio, Ida: questo il titolo del film polacco che ha vinto, l’altra notte, il premio Oscar 2014 come miglior film straniero. È la storia di una vocazione alla vita religiosa nella Polonia comunista degli anni Sessanta: quella in cui tra i vescovi più giovani c’era, tanto per intenderci, monsignor Wojtyla.

Viste queste premesse, non appena la notizia ha cominciato a circolare, lunedì mattina (ad esempio, da quando “Avvenire” ha rilanciato, sul sito e su Facebook, la recensione redatta a suo tempo da Alessandra De Luca:http://tinyurl.com/l93bjad), mi sarei aspettato che un tamtam di felicitazioni e commenti mobilitasse l’intera blogosfera che frequento. Doveva bastare il primo piano, bianco e nero, della protagonista, a ricordare a tutti noi l’intensa vicenda di una ragazza che, cresciuta in convento, sceglie il suo futuro solo dopo «un involontario viaggio di formazione» con una lontana parente «cinica e autodistruttiva», comunista militante, «che la accusa di volersi rovinare la vita» e le rivela le sue origini ebraiche. Un film che non potevamo non avere visto… ), mi sarei aspettato che un tamtam di felicitazioni e commenti mobilitasse l’intera blogosfera che frequento.

E invece niente, o quasi. Non sarà che non l’abbiamo visto? I dati della distribuzione dicono che in Italia è arrivato il 13 marzo 2014 e se n’è andato il 18 aprile: un mese di proiezioni, solo 561,749 euro di incassi, quasi subito in dvd. E infatti, sempre sulla pagina Facebook di “Avvenire”, vedo che la notizia ha quasi 500 “mi piace”, quasi 200 condivisioni e 1 (uno) commento, di Emanuela Baraldi: «Ho già avuto la fortuna di vederlo grazie alla bella programmazione di qualità e alla disponibilità di volontari al Cinema parrocchiale Palladium! Ne vale la pena!».

avvenire.it

 

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È morto Rosi, inventò il “cinema d’inchiesta”

Il suo nome è indissolubilmente legato alcinema d’inchiesta, quello che fiorì in Italia negli anni Sessanta. E fu proprio il suo Salvatore Giuliano, realizzato con ostinazione e coraggio superando ostacoli e difficoltà di ogni tipo, a cambiare radicalmente nel nostro paese l’approccio al cinema politico influenzando il lavoro dei più grandi registi dopo di lui. Indiscusso maestro del cinema italiano, Francesco Rosi si è spento questa mattina a Roma all’età di 92 anni.

Nel 2012 La Biennale di Venezia gli ha consegnato il Leone d’Oro alla Carriera e contemporaneamente il regista napoletano si era “confessato” a un suo collega,Giuseppe Tornatore, autore di un bellissimo libro-conversazione dal titolo Io lo chiamo cinematografo. Tutti i segreti e le emozioni della sua grande avventura sono contenuti in quel volume, a cominciare dalla fotografia scattatagli dal padre ispirandosi a Jackie Coogan, il Monello di Chaplin. Nato a Napoli ma trasferitosi a Roma nell’immediato dopoguerra, appassionato di teatro e letteratura, ma affascinato anche dalla settima arte, Rosi capì che il cinema sarebbe diventato il suo mestiere quando Luchino Visconti lo chiamerò sul set come assistente. Il suo primo film è La sfida, del 1958, ma è conSalvatore Giuliano (Orso d’Oro al Festival di Berlino) che Rosi definisce le coordinate del suo cinema, seguito successivamente in altri capolavori come Le mani sulla città (Leone d’Oro al Festival di Venezia), Il caso Mattei (Palma d’Oro al Festival di Cannes) e Lucky Luciano, diventando il caposcuola di un’estetica della realtà che con lui tocca vette mai raggiunte prima.

Attento ai mutamenti della nostra società e all’evoluzione del costume, scrupoloso indagatore dei luoghi oscuri della politica, Rosi ha lavorato con i più importanti intellettuali, giornalisti, artisti e critici del nostro paese comeEnnio Flaiano, Sergio Amidei, Raffaele La Capria, Federico Fellini, Roberto Rossellini. È stato lui a fare di Gian Maria Volonté una star grazie a Il caso Mattei Lucky Luciano. Poi vennero Cadaveri eccellenticon Max Von Sydow Tre fratelli con Michele Placido, Vittorio Mezzogiorno e Philippe Noiret.

Nel 1997 a 75 anni realizza il suo ultimo film, La tregua, con John Turturro, tratto dal romanzo di Primo Levi, un progetto al quale si era dedicato molti anni prima ma che aveva abbandonato dopo il suicidio dello scrittore. Infine il ritorno al teatro, con alcune commedie di Eduardo, e alla sua Napoli, dove tutto era cominciato, non lontano da quel mare che tanto amava.

avvenire.it

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Sono disponibili on line sul sito del Sir le videorecensioni, preparate dall’Acec sui Film Festival Cinema Venezia

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Sono disponibili on line sul sito del Sir (clicca qui) le videorecensioni, preparate dall’Acec (Associazione cattolica esercenti cinema, guidata da don Adriano Bianchi, www.saledellacomunita.it), sui film presentati alla 71ª Mostra internazionale d’arte cinematografica in corso a Venezia (dal 27 agosto a 6 settembre). “Le videorecensioni vogliono essere un servizio a tutto il mondo cattolico: siamo infatti convinti che il cinema sia in grado d’intercettare il vissuto della società contemporanea con le sue domande di senso”, spiega al Sir Francesco Giraldo, segretario generale dell’Acec, precisando che l’associazione è presente in questi giorni a Venezia assieme alle altre quattro d’ispirazione cristiana (Ancci – Associazione nazionale circoli cinematografici italiani, Cgs – Cinecircoli giovanili socioculturali, Cinit – Cineforum italiano, Csc – Centro studi cinematografici) “in rappresentanza delle sale della comunità e dei circoli di cultura cinematografica che si trovano in tutt’Italia”.

Sono oltre 300 gli accreditati alle proiezioni provenienti dalle sale della comunità e dai circoli Ancci, Cgs, Cinit e Csc, mentre, presso lo stand delle associazioni, è allestito un angolo libreria e si trova la redazione di Filmcronache che, guidata da Paolo Perrone, realizza video e recensioni dei film in Mostra in diretta dal festival. “Le sale della comunità si pongono sul versante della domanda, interfacciandosi con i problemi della società contemporanea”, rimarca Giraldo, vedendo uno “stretto legame” tra la sala della comunità e il tempio e auspicando la loro presenza in ogni parrocchia, perché “è vano dare risposte senza sollecitare domande”. Sono già on line le prime due videorecensioni di “Birdman (or the unexpected virtue of ignorance)” di Alejandro González Iñárritu e “The look of silence” di Joshua Oppenheimer.

agensir

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Altri 4 film gratuiti a Reggio Emilia: dalle 21,30 ecco date e luoghi

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Martedì 5 agosto piazza Prampolini
I love radio Rock
– Commedia Musicale
Richard Curtis (2009) 135’
con Philip Seymour Hoffman, Kenneth Branagh
Martedi 12 agosto piazza Prampolini
Les Misérables
– Musical
Tom Hooper (2012) 152’
con Amanda Seyfried, Hugh Jackman, Anne Hathaway,
Russell Crowe, Helena Bonham Carter
Martedì 19 agosto arena ex Stalloni
Chinatown
– Poliziesco
Roman Polanski (1074) 122’ in v.o. con sott.ita
con Jack Nicholson, Faye Dunaway
Martedì 26 agosto arena ex Stalloni
Ninotchka
– Commedia
Ernst Lubitsch (1939) 110’ v.o. con sott.it.
con Melvyn Douglas, Greta Garbo
Info:
ufficio cinema tel. 0522. 456632 – 456763 – 456398
e-mail sandra.campanini@municipio.re.it

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Cinema d’animazione Dal Giappone torna Capitan Harlock

È successo con Batman e Spiderman, Thor e Superman. Vecchi supereroi dei fumetti riaggiornati per parlare al mondo di oggi, rivisti e corretti a partire dal materiale originale per poter comunicare con le nuove generazioni. Ora tocca a Capitan Harlock, il celebre pirata dello spazio creato dall’autore di manga giapponesi Leiji Matsumoto, protagonista nel 1977 di una serie a fumetti e l’anno successivo di una serie di animazione per la tv trasmessa in tutto il mondo. Dopo trent’anni di assenza Harlock torna con la sua cicatrice e la benda sull’occhio in una nuova avventura, ma seppur fedele allo spirito del autore – che coniuga al futuro le opere di Wagner, la cavalleria medievale, le leggende giapponesi e i racconti della guerra nel Pacifico – il film di animazione 3D di Shinji Aramaki, frutto del più imponente sforzo produttivo della Toei Animation, non solo rinnova lo stile grafico rendendolo più realistico, ma rende l’eroe ribelle in lotta contro le forze governative ancora più solitario e taciturno, schivo e sfuggente. In una parola, leggendario, ma forse meno struggente e disperato.

Al centro di Capitan Harlock: Il futuro è già passato troviamo infatti il dramma di due fratelli che combattono su fronti opposti, uno tra l’equipaggio dell’Arcadia, l’altro nell’esercito di Gaia. Ezra infatti, capo della flotta della Coalizione, chiede a Logan di infiltrarsi sull’astronave di Harlock, alimentata da un’aliena materia oscura, e di ucciderlo, ma il giovane scoprirà presto che dietro la leggenda c’è un ideale di giustizia e libertà. Il misterioso pirata è infatti l’unico a opporsi alla corrotta Gaia e a cercare di impedire l’estensione del suo dominio nel mondo intergalattico. Deciso a vendicarsi contro chi ha colpito il genere umano, Harlock erra nell’universo attaccando le navi nemiche nella speranza di riuscire a disfare i «nodi del tempo» e riportare la Terra, ormai trasformata in un santuario, in un’epoca in cui era ancora abitata dall’uomo.

Eroe o terrorista? Criminale o vendicatore? Come dobbiamo giudicare chi lotta contro i sistemi totalitari? La domanda è oggi particolarmente attuale, così come il contrasto tra ideali e realtà, e in fondo Capitan Harlock è tornato per la stessa ragione per cui sono riapparsi anche i supereroi. «Harlock appare per guidarci quando i tempi si fanno duri e ci sembra di non avere più una via d’uscita – dicono i suoi creatori – e le opere di Matsumoto contengono sempre una riflessione su come un uomo debba vivere la propria vita e quali scelte debba fare nell’affrontare una sconfitta e un momento di difficoltà. E Harlock è fermo nel chiedere che ciascuno faccia la propria parte, con coraggio».

 

Alessandra De Luca – avvenire
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Rivalta. Cineforum nell’Anno della fede. Giovedì 7 novembre, ore 20.30

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Giovedì 7 novembre, ore 20.30, Cinema Corso di Rivalta: per il ciclo “Il senso della fede: teatro, cinema, cultura. Quattro cineforum d’autunno per l’Anno della fede”, Giovanna Bursi, docente di educazione all’immagine, presenterà il 1° film, In un mondo migliore, di Susanne Bier (2011).

file attached   Il senso della fede – autunno 2013 – 2.pdf

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Crisi del cinema e sale in vendita

Era «il più bel ritrovo di Porta Romana», periferia sud di Milano. Inaugurato nel 1912, il cinema Maestoso ha chiuso i battenti nel 2007, poco prima di aver festeggiato il primo secolo di vita. Dopo una breve occupazione, è rimasto vuoto e abbandonato. Ci sono poi il cinema “Giacomini” di Latina, il “Golden” di Legnano, il cinema “America” a Trastevere.
Mentre tutti i riflettori sono puntati sull’apertura della 70ma edizione del Festival del cinema di Venezia, si torna a parlare della crisi della settima arte. Sono sempre più numerose le sale cinematografiche che soffrono e che vengono chiuse. Colpa del calo degli spettatori, della concorrenza dei multisala, dei costi di gestione e del passaggio al digitale che ha messo in crisi tante piccole sale di periferia.

Un’indagine realizzata dal sito Immobiliare.it, che ha analizzato il proprio database di oltre 800mila annunci, permette di scoprire che le sale cinematografiche in vendita non sono affatto una rarità. A Milano il caso più clamoroso è, appunto, quello dell’ex cinema Maestoso: sul mercato da diversi anni, è pronto a trasformarsi in una nuova attività commerciale che, magari, ne sfrutti l’insonorizzazione su tutti i lati dell’edificio. Grande ben 1900 metri quadri il prezzo “di listino” è di un milione e 750mila euro, ma potrebbe essere venduto quasi alla metà, 795.000 euro.
Anche a Roma, nel quartiere africano, è in vendita un ex-cinema da 750 posti e grande oltre 1800 mq. «L’immobile è in ottime condizioni e potrebbe tornare in pochissimi passi ai fasti di un tempo, benché esista già il via libera del Comune di Roma al cambio di destinazione d’uso (50% commerciale, 50% attività culturale) –sottolinea il portale di annunci immobiliari -. Le trattative per la vendita sono riservate». Sempre nel Lazio, a Latina, è in vendita lo storico cinema Giacomini a circa 400milioni di euro e che potrebbe diventare un centro commerciale.

Ma la svendita delle sale cinematografiche è un fenomeno che non riguarda solo le grandi città: a Barcellona Pozzo di Gotto (Me) è in vendita l’ex cinema Maya: un immobile di oltre mille metri quadri dotato anche di uffici e giardino a 650mila euro Ne serviranno molti di più, 1.100.000 euro, per acquistare l’ex cinema Golden di Legnano (Mi): composto da 1.100 metri quadri su due livelli, e dotato di ampio parcheggio, potrebbe, secondo il venditore, trasformarsi in una discoteca, in un supermercato, una palestra o in una sala giochi.

Non manca, poi, chi ha già trasformato il cinema in strutture del tutto nuove, magari frazionando gli ampi spazi che un tempo erano necessari per le proiezioni: ad Altedo, frazione del comune di Malalbergo (Bo) l’ex cinema del paese è ora una villa dotata di ogni comfort (in vendita). Diversi sono poi gli esempi di vecchi cinema ormai divisi in più unità immobiliari, e messi sul mercato in maniera indipendente.
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