Crea sito

cinema Archive

0

Martirio e persecuzione: le storie raccontate dal cinema

Le storie di martirio e persecuzione anticristiana hanno spesso catturato l’attenzione del Cinema, nonostante siano soggetti complessi e dalle diverse sfaccettature. L’ultima grande pellicola su questo tema, che uscirà nelle sale italiane il 12 gennaio prossimo, è “Silence” di Martin Scorsese sui martiri giapponesi del XVII secolo. Per approfondire il rapporto fra il Cinema e i temi del martirio e della persecuzione, il servizio di Debora Donnini con gli interventi diSergio Perugini, esperto di cinema, che lavora presso la Commissione Nazionale Valutazione Film e l’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali della Conferenza episcopale italiana

Parlare del martirio cristiano è parlare di una storia di amore, non di eroismo, un amore così forte per cui si è disposti anche a dare la propria vita. Uno dei film sulla persecuzione, che recentemente ha colpito molto anche il mondo laico, è stato “Uomini di Dio” del 2010. E’ la storia dei monaci trappisti di Tibhirine, in Algeria: una vita vissuta in una profonda armonia con la popolazione musulmana locale, deturpata però dall’insorgere del fondamentalismo. Un film dunque di straordinaria attualità, ci conferma Sergio Perugini:

“’Uomini di Dio’ è un film importante, che racconta l’uccisone di questi monaci in Algeria, figure straordinarie che hanno costruito un ponte di dialogo con l’Islam, una religione che conoscevano profondamente. Il film è soprattutto un atto d’amore e di pace perché, come ricorda Papa Francesco, non c’è violenza nella religione: è l’uomo che a volte sporca il senso della religione”.

Ci sono anche film dove centrale è la storia personale del martire, come quello sulla vita di Santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein. “La settima stanza”, pellicola del 1994, racconta la sua vicenda: filosofa, allieva di Husserl, ebrea, si converte al cristianesimo. Si fa poi carmelitana e alla fine viene uccisa nelle camere a gas di Auschwitz. La sua storia è ripercorsa attraverso il suo pensiero e la vita spirituale: le sette stanze che l’anima attraversa per arrivare all’unione d’amore con Dio, tratte da Santa Teresa d’Avila. Quindi una visione cinematografica quasi mistica, che ha sullo sfondo un dramma che ha segnato la storia recente dell’Europa. Qual è la forza di questo film nel parlare del martirio?

“Il film ‘La Settima stanza’, del 1994, di Márta Mészáros, è un importante documento che racconta la storia di Edith Stein ma al tempo stesso è un film che offre il ritratto di una vita spesa per l’altro, di un cristiano che si è abbandonato all’abbraccio del Padre attraverso questo cammino sofferto. Nel percorso delle sette stanze, è molto interessante il ruolo della soglia: ogni volta che Edith fa un passo, un cambiamento nella propria vita – l’uscita da casa, l’allontanamento dall’Università, il portone del Carmelo, il vagone che la conduce ad Aushwitz – sono tutte porte che si chiudono alle spalle di Edith per sottolineare questo percorso di passaggio, fino all’ultimo momento in cui si lascia andare verso la camera a gas, a questa luce abbagliante. Ad un certo punto dice: ‘Ho paura, mamma’. Invoca la mamma, quella figura a lei molto cara con la quale si era creato inizialmente uno strappo per la rinuncia alla religione ebraica. Si tratta quindi dell’abbraccio di riconciliazione. È un film molto luminoso che, come ricorda mons. Dario Edoardo Viganò, ha anche un richiamo di tipo parabolico, un film che richiama anche la figura di Cristo”.

Da non dimenticare anche il film di Zanussi su San Massimiliano Kolbe, anche lui martire:

“Vita per la vita. Maximilian Kolbe” è una delle opere che tra l’altro verranno programmate nel 2017 da Tv2000, l’emittente della Conferenza episcopale italiana. La direzione di Paolo Ruffini ha voluto imprimere una crescita all’emittente potenziando la programmazione di film e di fiction, che affrontassero i temi sociale, ma anche le figure della Chiesa, che si sono spese per il Vangelo. Quindi penso a ‘Uomini di Dio’, a ‘Un Dios prohibido’, che sarà un’importante anteprima di Tv2000 con l’anno nuovo, ‘Maria Goretti’, fino anche a ‘Cristiada’ o ‘Per amore del mio popolo’ sulla vita di don Peppe Diana …”.

Ci sono poi film che mettono in rilievo l’impegno sociale: l’amore per Dio e le istanze di libertà si intrecciano inscindibilmente nella difesa dei più deboli che siano gli operai di Solidarnosc, nella vita del prete polacco, il martire, Jerzy Popielusko, o i bambini di Brancaccio da sottrarre alle grinfie della mafia, con il Beato don Pino Puglisi, fino ai poveri contadini oppressi dalla dittatura militare in Salvador e difesi dal Beato mons. Oscar Romero. Anche in queste storie di stampo più sociale si evidenzia la centralità dell’amore di Dio come fonte delle opere da loro compiute:

“Indubbiamente. Le opere citate sono racconti sociali dove spicca forte e luminosa la figura di un sacerdote che offre la propria vita, la propria carne per i poveri, per gli ultimi, per gli emarginati. È stato citato Popieluszko, sacerdote che scese in campo insieme ai lavoratori, agli emarginati, al movimento Solidarnosc. Lui stesso nei suoi scritti più volte ha detto: ‘Sto combattendo il male, non le vittime del male’, perché comunque non dimentica le parole di Gesù, e cioè l’invito a pregare sempre per i propri nemici. Penso anche a don Pino Puglisi, con il film di Roberto Faenza, ‘Alla Luce del sole’ del 2004, interpretato da Luca Zingaretti, che racconta la parabola di questo sacerdote che scende nelle vie di Brancaccio per sottrarre i bambini alla mafia e dare loro speranza. Ultimo ritratto è quello del vescovo Oscar Romero”.

Ci sono poi film in cui si narrano le persecuzioni di forte stampo anticlericale nel XX secolo, come “Un Dios prohibido” sui 51 clarettiani martiri, che furono uccisi durante la guerra civile spagnola. Forte, poi, l’interesse del Cinema anche per figure come Santa Giovanna d’Arco. Basti pensare che la Pulzella d’Orleans è stata protagonista di almeno 6 lungometraggi. Ma a conquistare il grande pubblico sono stati anche film del passato, che raccontano le prime persecuzioni della Roma imperiale, anche se con una sensibilità diversa, come il kolossal Quo Vadis, del 1951. E ancora si contano, tra gli altri, documentari come quello su Charles de Foucault e i Piccoli Fratelli di Liliana Cavani o il più recente Nassarah di Riccardo Bicicchi sul massacro dei cristiani in Medio Oriente. La settima arte non ha quindi snobbato soggetti a volte anche scomodi, anzi continua a interrogarsi sul sangue innocente versato nel martirio dove, come dice Papa Francesco, “la violenza è vinta dall’amore, la morte dalla vita”.

radio vaticana

0

Società \ Cultura e arte Nuovo film su Heidi: classico dell’800, che ancora appassiona

Arrivato nei cinema italiani per i giorni di Pasqua il film di Alain Gsponer “Heidi”, ispirato alle storie senza tempo della famosa bambina svizzera, che tutto il mondo conosce: dall’abbandono all’affetto di un nonno, Heidi rappresenta la ricerca di una famiglia e di un luogo dove poter realizzarsi ed essere felici.

(clip dal film)
Heidi: Ciao, io mi chiamo Heidi.
Nonno Almöhi a Peter: Oggi la porterai con te al pascolo, considera che lei non conosce la montagna.
Voce fuori campo: La storia di una bambina con un cuore grande
Heidi: Buon giorno capretta… buona notte caro nonno.

Tutti conoscono Heidi e il burbero nonno Almöhi, che vive lassù, nella sua baita sulle montagne svizzere. La ragazzina ha un cuore grande, si entusiasma per poco: il sole della mattina, la neve e i fiori della primavera, il latte e il formaggio, un’aquila che vola nel cielo. E accompagna il simpatico Peter, che porta le sue capre al pascolo. Ha un rapporto profondo e vivace con la natura che la circonda. Heidi assorbe la vita e la trasforma in gioia. Col nonno impareranno a conoscersi, si aiuteranno a vicenda, si perderanno e si ritroveranno.

Heidi ha segnato l’immaginazione di intere generazioni di bambini. Il successo definitivo arrivò nel 1974, quando anche il regista giapponese Miyazaki s’innamorò di lei, creando una delle più famose, seguite e applaudite serie televisive di animazione, il cui successo toccò tutto il mondo. Ma non si dovrebbe dimenticare che i due romanzi da cui le storie della ragazzina svizzera sono tratte, scritte da Johanna Spyr nella seconda metà dell’800 – e da allora tradotti in oltre 60 lingue -, sono diventati capisaldi della letteratura per l’infanzia. Certo le avventure e le ambientazioni – prima le vallate dei Grigioni, poi la caotica città di Francoforte nella quale Hiedi si sente triste e infelice – fanno ancora presa, come conferma il successo del film di Gsponer, che si è circondato di interpreti ideali, come la piccola Anuk Steffen e il nonno, il grande attore svizzero Bruno Ganz. E poi ci sono intorno a loro tutti i personaggi resi immortali: la zia Dete, la signorina Rottenmeier, nonna Sesemann e la dolce Klara. Che, contagiata dall’amicizia, dalla purezza e dalla generosità di Heidi, farà esperienza dell’amore, dell’accoglienza e anche di un piccolo miracolo.

radio vaticana

Tags:
0

Non è accettabile che persone muoiano in mare per fuggire alla tragedia

“Fuocoammare” di Gianfranco Rosi è l’Orso d’Oro del Festival del cinema di Berlino 2016. Non solo di nuovo un italiano in vetta a una delle rassegne più prestigiose quattro anni dopo i Taviani con “Cesare deve morire”, ma un altro primato per Rosi che nel 2013 aveva vinto il Leone d’Oro con “Sacro GRA”, primo documentario a ottenere un premio così prestigioso.

Con “Fuocoammare” Rosi a portato la sua telecamera a Lampedusa: tra le gente che accoglie e tra le gente che arriva. Immagini drammatiche che “hanno raggiunto il cuore della giuria” ha detto Meryl Streep annunciando il premio, nell’aria visto il riscontro avuto sulla stampa internazionale. E un film perfetto per un’Europa e una Germania scossa dai flussi di migranti. Rosi ha voluto con sé sul palco per ritirare l’Orso d’Oro Pietro Bartòlo, il medico dell’isola. “Bartòlo il primo che mi ha convinto a girare questo film” ha commentato in inglese il regista sul palco della premiazione.

“E grazie al festival per il coraggio di aver ancora messo un documentario in concorso tra i lungometraggi. Il mio pensiero va alla persone che non sono mai arrivate a Lampedusa. Voglio dedicare alle persone di Lampedusa, che aprono il loro cuore. Mi sono chiesto perché quest’isola è così generosa. La risposta me l’ha data Bartolo: “Siamo tutti pescatori, e i pescatori accettano tutto ciò che viene dal mare”. Quindi Rosi ha lanciato un appello: “L’Europa discute come gestire l’emergenza costruendo nuovi muri. Ma più dure ancora sono quelle mentali. Abbatiamole. Non è accettabile che persone muoiano in mare per fuggire alla tragedia”.

0

Film da Giubileo. Marie Heurtin: la disabilità al cinema

S’ispira a una storia vera di fine Ottocento, legata all’opera congregazionale delle Figlie della Sapienza (note pure come Monfortane), il film Marie Heurtin del francese Jean-Pierre Améris, che arriverà nelle sale italiane il 3 marzo 2016.

La pellicola presenta la storia di Marie Heurtin, nata nel 1885 in una casa di contadini in mezzo alla meravigliosa campagna francese che fino all’età di 10 anni vive la libertà nella forma più primitiva, ma limitata dal buio delle sue incapacità. L’amore incondizionato dei genitori purtroppo non basta a crescere una bambina con tali difficoltà, la quale viene portata nel convento delle suore di Larnay. Il primo incontro è turbolento, la bimba percepisce l’imminente distacco dal suo affezionato padre e in preda al panico si rifugia sopra un albero. Solo la coraggiosa Marguerite si avvicina con cautela alla creatura impaurita. Il contatto delle loro mani, del volto, fanno trapelare l’inizio di un rapporto di amore e di fiducia.

Guarda in anteprima la prima clip del film:

Suor Marguerite è interpretata in modo molto convincente da una luminosa Isabelle Carré. Al suo fianco, Ariana Rivoire, sorda anche nella vita reale ed esordiente al cinema, conferisce grande spessore al ruolo diMarie Heurtin. E per volontà del regista, il cast comprende diverse altre interpreti davvero non udenti.

Alcune associazioni francesi di difesa delle persone disabili si sono battute per promuovere Marie Heurtin. In Italia ha ricevuto il sostegno della Lega del filo d’oro e del Cinedeaf. Il film, al di là dei circuiti ufficiali in sala e dei futuri sbocchi televisivi, si candida a divenire pure uno strumento prezioso per le istituzioni e comunità educative, tanto che è stato inserito anche nella lista di film consigliati per l’Anno santo della misericordia, dalla Commissione nazionale valutazione film della Conferenza episcopale Italiana, presieduta da don Davide Milani e dalla Fondazione Ente dello Spettacolo in accordo con l’Ufficio nazionale per le Comunicazioni sociali della Cei.

Guarda in anteprima la seconda clip del film:

Avvenire
0

Anno santo della misericordia Ecco la lista dei film per il Giubileo al cinema

Che cos’è il Giubileo al cinema?
Si potrebbe definire un «Cineforum del Giubileo». È un’iniziativa online realizzata dalla Commissione nazionale valutazione film della Conferenza episcopale Italiana, e dalla Fondazione Ente dello Spettacolo in accordo con l’Ufficio nazionale per le Comunicazioni sociali della Cei.
Verrà proposto un titolo alla settimana, da qui alla fine dell’Anno Santo straordinario, per un percorso di riflessione e approfondimento che restituisce al cinema la sua capacità di rappresentare la realtà e, insieme, di suscitare dibattito.

Qual è l’obiettivo di questa proposta culturale? “Il piano dell’opera – spiega don Davide Milani, presidente Fondazione Ente dello spettacolo – prevede l’approfondimento di film che richiamano le opere di misericordia corporale e spirituale”. “Obiettivo della proposta è offrire una selezione di titoli cinematografici da riscoprire lungo il Giubileo straordinario, sino all’appuntamento della Giornata delle Comunicazioni sociali, in programma l’8 maggio 2016”. Il progetto “è pensato per famiglie, parrocchie, sale della comunità, animatori della comunicazione e della cultura, ma anche per docenti e coloro che sono impegnati nei settori educativi”.

Dove si trovano i film consigliati? Ogni giovedì nel sito della Commissione (www.cnvf.it, nella sezione “Sguardi di fede”) e nel portale dell’Ufficio per le Comunicazioni sociali (www.chiesacattolica.it/GMCS2016) viene pubblicata una scheda che presenta il film scelto a rappresentare una delle opere di misericordia corporali e spirituali su cui si basa la parte iniziale del cammino.

Ecco la lista dei trailer dei film consigliati, legati alle opere di misericordia corporale:

In grazia di Dio (2014) che vorrebbe richiamare al dare da mangiare agli affamati.


Tracks
(2014) che vorrebbe richiamare al dare da bere agli assetati


The Judge
(2014) che vorrebbe richiamare al vestire gli ignudi

La prima neve (2013) che vorrebbe richiamare all’accogliere i pellegrini

Mia madre(2015) che vorrebbe richiamare al “visitare gli infermi”

Cesare deve morire (2012) che vorrebbe richiamare al visitare i carcerati


Woman in Gold
(2015) che vorrebbe richiamare al seppellire i morti


Di seguito, la lista dei trailer dei film consigliati, legati alle opere di misericordia spirituale:

Ida vorrebbe richiamare al consigliare i dubbiosi


Francofonia
vorrebbe richiamare all’istruire gli ignoranti


La legge del mercato
vorrebbe richiamare al correggere i peccatori


Chiamatemi Francesco
vorrebbe richiamare al consolare gli afflitti


Philomena
vorrebbe richiamare al perdonare le offese

Leviathan vorrebbe richiamare al sopportare pazientemente le persone moleste


L’attesa vorrebbe richiamare al pregare per tutti

Avvenire
0

«Lo sguardo aperto»: 10 film sulla misericordia. Ecco la lista dei film consigliati

Anche l’Acec (Associazione Cattolica esercenti cinema) sta supportando la straordinaria possibilità offerta da Papa Francesco al mondo con l’indizione dell’Anno santo, promuovendo il binomio cinema e misericordia.

Qual è l’obiettivo di questa iniziativa?
«Il Giubileo della misericordia sarà occasione di bene – spiega don Adriano Bianchi, presidente dell’associazione – anche per le tante Sale della Comunità sparse nel territorio italiano. Attraverso le numerose proposte che verranno offerte con i diversi linguaggi che da sempre sono al centro del palcoscenico e dello schermo, vogliamo essere sostegno vivo per il cammino delle comunità cristiane nella scoperta del volto della misericordia».

Quali risorse ha messo a disposizione delle sale di comunità l’Associazione Cattolica Esercenti Cinema? Da gennaio è disponibile in libreria, e gratuitamente una copia per ogni Sala della Comunità, il volume dal titolo “Lo sguardo aperto – 10 film sulla misericordia”, coordinata da Arianna Prevedello e don Gianluca Bernardini. Il saggio cinematografico vede la collaborazione nelle introduzioni metodologiche sul tema della misericordia del Gesuita Guido Bertagna in ambito biblico e di Edoardo Tallone in ambito psicologico.

Ogni film è corredato da una scheda capace di suscitare riflessioni estetiche e pastorali. A realizzarle sono stati da dieci autori di diversa sensibilità, impegnati nell’animazione cinematografica: queste schede costituiranno un apparato critico capace di offrire delle domande da condividere con il pubblico in sala, allo scopo di allargare più possibile il senso di comunità attorno al tema giubilare.

Quali sono i temi al centro dei 10 film prescelti?
Al centro dei film i diversi ambiti della vita: familiare, sociale e professionale oltre a quello religioso. Questi campi esistenziali narrati dal cinema d’autore saranno esplorati con la categoria della misericordia avendo particolare attenzione al tema della disabilità e della povertà, dell’affettività e della vocazione.

Ecco la lista dei film consigliati:

Mommy

Calvario

Forza maggiore

Due giorni, una notte

Io sono Mateusz

Per amor vostro

Le stazioni della fede

Marie Heurtin

Ritorno alla vita

La legge del mercato

0

Spettacoli. Cinema. Zalone sbanca tutti i record alla prima

Che l’attesa del film delle feste di Checco Zalone fosse alta, lo si sapeva, ma che addirittura sfiorasse i 7 milioni di euro di incassi e il milione di biglietti venduti, raddoppianndo il record precedente, ha lasciato tutti di stucco, a partire da Giampaolo Letta, ad del distributore Medusa, che si dice «quasi senza parole» e Pietro Valsecchi, produttore di “Quo vado?0148 che parla di «un risultato al di là di ogni immaginazione. Un’iniezione di fiducia per il cinema italiano». Infatti la commedia di Checco Zalone (alias Luca Medici), che è anche sceneggiatore, autore soggetto e delle musiche e regista della pellicola insieme a Gennaro Nunziante, ha incassato il primo gennaio 6.852.291 euro, visto da 932.423 spettatori per un totale di 6.857.044 euro nelle 1078 sale monitorate da Cinetel. Ed è probabile che abbia incassato anche di più, contando che le sale in cui è stato distribuito da Medusa sono ben 1300 (400 in più di “Star Wars – Il riveglio della Forza”). Insommma, l’aria svagata del pugliese Checco raggiunge il miglior incasso nelle prime 24 ore, doppiando il record precedente di “Harry Potter e i doni della morte – parte II” (3,2 milioni), “Spiderman”(2,8 milioni) e l’ultimo “Star Wars” (1,8 milioni).

Ma cosa spiega il successo irrefrenabile della comicità “politicamente scorretta” di Zalone? Innanzitutto la mancanza quasi totale di concorrenza, considerando l’uscita postnatalizia per evitare lo scontro con “Star Wars”, che ormai ha compiuto la sua “mission” commerciale totalizzando nelle ultime due settimane oltre 20 milioni di euro lasciando le briciole ai concorrenti. Ma soprattutto la grande voglia di serenità e di fare in santa pace due risate, che le famiglie italiane sentono in questo inizio d’anno asfissiato dallo smog e attanagliato dagli allarmi terrorismo.

Insomma, Zalone, mettendo alla berlina i cliché dell’italiano medio e restando fedele film dopo film alla sua maschera, quella del ragazzo del Sud piuttosto ingenuo, dagli obiettivi limitati, il cui massimo sogno è quello del posto fisso, ma in fondo di buon cuore, ha fatto ancora centro. Qui, in più, il comico pugliese allarga i suoi orizzonti mettendo a confronto il nostro modo di essere, coi nostri difetti ma anche coi nostri pregi, con quello di paesi stranieri del Nord e del Sud del mondo. La sua è una escalation esponenziale: Zalone con il primo film “Cado dalle nubi” nel 2009 aveva realizzato oltre 14.000.000 di euro, nel 2011, con “Che bella giornata” oltre 43.000.000 di euro e con “Sole a catinelle” nel 2013 il più alto incasso della storia per un film italiano con oltre 52.000.000 di euro al boxoffice. Le premesse per un altro record storico ci sono tutte.

avvenire
Tags: , ,
0

Ida: adesso che ha vinto l’Oscar andremo a vedere la sua storia?

C’è una variante di questa rubrica che mi accingo a sperimentare, ed è narrare di ciò che, con una qualche sorpresa, non ho incontrato, nelle mie ultime passeggiate tra le discussioni ecclesiali digitali. Stavolta si tratta di una giovane suora, di nome Anna. O meglio, Ida: questo il titolo del film polacco che ha vinto, l’altra notte, il premio Oscar 2014 come miglior film straniero. È la storia di una vocazione alla vita religiosa nella Polonia comunista degli anni Sessanta: quella in cui tra i vescovi più giovani c’era, tanto per intenderci, monsignor Wojtyla.

Viste queste premesse, non appena la notizia ha cominciato a circolare, lunedì mattina (ad esempio, da quando “Avvenire” ha rilanciato, sul sito e su Facebook, la recensione redatta a suo tempo da Alessandra De Luca:http://tinyurl.com/l93bjad), mi sarei aspettato che un tamtam di felicitazioni e commenti mobilitasse l’intera blogosfera che frequento. Doveva bastare il primo piano, bianco e nero, della protagonista, a ricordare a tutti noi l’intensa vicenda di una ragazza che, cresciuta in convento, sceglie il suo futuro solo dopo «un involontario viaggio di formazione» con una lontana parente «cinica e autodistruttiva», comunista militante, «che la accusa di volersi rovinare la vita» e le rivela le sue origini ebraiche. Un film che non potevamo non avere visto… ), mi sarei aspettato che un tamtam di felicitazioni e commenti mobilitasse l’intera blogosfera che frequento.

E invece niente, o quasi. Non sarà che non l’abbiamo visto? I dati della distribuzione dicono che in Italia è arrivato il 13 marzo 2014 e se n’è andato il 18 aprile: un mese di proiezioni, solo 561,749 euro di incassi, quasi subito in dvd. E infatti, sempre sulla pagina Facebook di “Avvenire”, vedo che la notizia ha quasi 500 “mi piace”, quasi 200 condivisioni e 1 (uno) commento, di Emanuela Baraldi: «Ho già avuto la fortuna di vederlo grazie alla bella programmazione di qualità e alla disponibilità di volontari al Cinema parrocchiale Palladium! Ne vale la pena!».

avvenire.it

 

Tags: , ,
0

È morto Rosi, inventò il “cinema d’inchiesta”

Il suo nome è indissolubilmente legato alcinema d’inchiesta, quello che fiorì in Italia negli anni Sessanta. E fu proprio il suo Salvatore Giuliano, realizzato con ostinazione e coraggio superando ostacoli e difficoltà di ogni tipo, a cambiare radicalmente nel nostro paese l’approccio al cinema politico influenzando il lavoro dei più grandi registi dopo di lui. Indiscusso maestro del cinema italiano, Francesco Rosi si è spento questa mattina a Roma all’età di 92 anni.

Nel 2012 La Biennale di Venezia gli ha consegnato il Leone d’Oro alla Carriera e contemporaneamente il regista napoletano si era “confessato” a un suo collega,Giuseppe Tornatore, autore di un bellissimo libro-conversazione dal titolo Io lo chiamo cinematografo. Tutti i segreti e le emozioni della sua grande avventura sono contenuti in quel volume, a cominciare dalla fotografia scattatagli dal padre ispirandosi a Jackie Coogan, il Monello di Chaplin. Nato a Napoli ma trasferitosi a Roma nell’immediato dopoguerra, appassionato di teatro e letteratura, ma affascinato anche dalla settima arte, Rosi capì che il cinema sarebbe diventato il suo mestiere quando Luchino Visconti lo chiamerò sul set come assistente. Il suo primo film è La sfida, del 1958, ma è conSalvatore Giuliano (Orso d’Oro al Festival di Berlino) che Rosi definisce le coordinate del suo cinema, seguito successivamente in altri capolavori come Le mani sulla città (Leone d’Oro al Festival di Venezia), Il caso Mattei (Palma d’Oro al Festival di Cannes) e Lucky Luciano, diventando il caposcuola di un’estetica della realtà che con lui tocca vette mai raggiunte prima.

Attento ai mutamenti della nostra società e all’evoluzione del costume, scrupoloso indagatore dei luoghi oscuri della politica, Rosi ha lavorato con i più importanti intellettuali, giornalisti, artisti e critici del nostro paese comeEnnio Flaiano, Sergio Amidei, Raffaele La Capria, Federico Fellini, Roberto Rossellini. È stato lui a fare di Gian Maria Volonté una star grazie a Il caso Mattei Lucky Luciano. Poi vennero Cadaveri eccellenticon Max Von Sydow Tre fratelli con Michele Placido, Vittorio Mezzogiorno e Philippe Noiret.

Nel 1997 a 75 anni realizza il suo ultimo film, La tregua, con John Turturro, tratto dal romanzo di Primo Levi, un progetto al quale si era dedicato molti anni prima ma che aveva abbandonato dopo il suicidio dello scrittore. Infine il ritorno al teatro, con alcune commedie di Eduardo, e alla sua Napoli, dove tutto era cominciato, non lontano da quel mare che tanto amava.

avvenire.it

cinema.film

Tags: ,
0

Sono disponibili on line sul sito del Sir le videorecensioni, preparate dall’Acec sui Film Festival Cinema Venezia

cinema.film

Sono disponibili on line sul sito del Sir (clicca qui) le videorecensioni, preparate dall’Acec (Associazione cattolica esercenti cinema, guidata da don Adriano Bianchi, www.saledellacomunita.it), sui film presentati alla 71ª Mostra internazionale d’arte cinematografica in corso a Venezia (dal 27 agosto a 6 settembre). “Le videorecensioni vogliono essere un servizio a tutto il mondo cattolico: siamo infatti convinti che il cinema sia in grado d’intercettare il vissuto della società contemporanea con le sue domande di senso”, spiega al Sir Francesco Giraldo, segretario generale dell’Acec, precisando che l’associazione è presente in questi giorni a Venezia assieme alle altre quattro d’ispirazione cristiana (Ancci – Associazione nazionale circoli cinematografici italiani, Cgs – Cinecircoli giovanili socioculturali, Cinit – Cineforum italiano, Csc – Centro studi cinematografici) “in rappresentanza delle sale della comunità e dei circoli di cultura cinematografica che si trovano in tutt’Italia”.

Sono oltre 300 gli accreditati alle proiezioni provenienti dalle sale della comunità e dai circoli Ancci, Cgs, Cinit e Csc, mentre, presso lo stand delle associazioni, è allestito un angolo libreria e si trova la redazione di Filmcronache che, guidata da Paolo Perrone, realizza video e recensioni dei film in Mostra in diretta dal festival. “Le sale della comunità si pongono sul versante della domanda, interfacciandosi con i problemi della società contemporanea”, rimarca Giraldo, vedendo uno “stretto legame” tra la sala della comunità e il tempio e auspicando la loro presenza in ogni parrocchia, perché “è vano dare risposte senza sollecitare domande”. Sono già on line le prime due videorecensioni di “Birdman (or the unexpected virtue of ignorance)” di Alejandro González Iñárritu e “The look of silence” di Joshua Oppenheimer.

agensir

0

Altri 4 film gratuiti a Reggio Emilia: dalle 21,30 ecco date e luoghi

cinema.film

Martedì 5 agosto piazza Prampolini
I love radio Rock
– Commedia Musicale
Richard Curtis (2009) 135’
con Philip Seymour Hoffman, Kenneth Branagh
Martedi 12 agosto piazza Prampolini
Les Misérables
– Musical
Tom Hooper (2012) 152’
con Amanda Seyfried, Hugh Jackman, Anne Hathaway,
Russell Crowe, Helena Bonham Carter
Martedì 19 agosto arena ex Stalloni
Chinatown
– Poliziesco
Roman Polanski (1074) 122’ in v.o. con sott.ita
con Jack Nicholson, Faye Dunaway
Martedì 26 agosto arena ex Stalloni
Ninotchka
– Commedia
Ernst Lubitsch (1939) 110’ v.o. con sott.it.
con Melvyn Douglas, Greta Garbo
Info:
ufficio cinema tel. 0522. 456632 – 456763 – 456398
e-mail sandra.campanini@municipio.re.it

0

Cinema d’animazione Dal Giappone torna Capitan Harlock

È successo con Batman e Spiderman, Thor e Superman. Vecchi supereroi dei fumetti riaggiornati per parlare al mondo di oggi, rivisti e corretti a partire dal materiale originale per poter comunicare con le nuove generazioni. Ora tocca a Capitan Harlock, il celebre pirata dello spazio creato dall’autore di manga giapponesi Leiji Matsumoto, protagonista nel 1977 di una serie a fumetti e l’anno successivo di una serie di animazione per la tv trasmessa in tutto il mondo. Dopo trent’anni di assenza Harlock torna con la sua cicatrice e la benda sull’occhio in una nuova avventura, ma seppur fedele allo spirito del autore – che coniuga al futuro le opere di Wagner, la cavalleria medievale, le leggende giapponesi e i racconti della guerra nel Pacifico – il film di animazione 3D di Shinji Aramaki, frutto del più imponente sforzo produttivo della Toei Animation, non solo rinnova lo stile grafico rendendolo più realistico, ma rende l’eroe ribelle in lotta contro le forze governative ancora più solitario e taciturno, schivo e sfuggente. In una parola, leggendario, ma forse meno struggente e disperato.

Al centro di Capitan Harlock: Il futuro è già passato troviamo infatti il dramma di due fratelli che combattono su fronti opposti, uno tra l’equipaggio dell’Arcadia, l’altro nell’esercito di Gaia. Ezra infatti, capo della flotta della Coalizione, chiede a Logan di infiltrarsi sull’astronave di Harlock, alimentata da un’aliena materia oscura, e di ucciderlo, ma il giovane scoprirà presto che dietro la leggenda c’è un ideale di giustizia e libertà. Il misterioso pirata è infatti l’unico a opporsi alla corrotta Gaia e a cercare di impedire l’estensione del suo dominio nel mondo intergalattico. Deciso a vendicarsi contro chi ha colpito il genere umano, Harlock erra nell’universo attaccando le navi nemiche nella speranza di riuscire a disfare i «nodi del tempo» e riportare la Terra, ormai trasformata in un santuario, in un’epoca in cui era ancora abitata dall’uomo.

Eroe o terrorista? Criminale o vendicatore? Come dobbiamo giudicare chi lotta contro i sistemi totalitari? La domanda è oggi particolarmente attuale, così come il contrasto tra ideali e realtà, e in fondo Capitan Harlock è tornato per la stessa ragione per cui sono riapparsi anche i supereroi. «Harlock appare per guidarci quando i tempi si fanno duri e ci sembra di non avere più una via d’uscita – dicono i suoi creatori – e le opere di Matsumoto contengono sempre una riflessione su come un uomo debba vivere la propria vita e quali scelte debba fare nell’affrontare una sconfitta e un momento di difficoltà. E Harlock è fermo nel chiedere che ciascuno faccia la propria parte, con coraggio».

 

Alessandra De Luca – avvenire
0

Rivalta. Cineforum nell’Anno della fede. Giovedì 7 novembre, ore 20.30

cinema.film

Giovedì 7 novembre, ore 20.30, Cinema Corso di Rivalta: per il ciclo “Il senso della fede: teatro, cinema, cultura. Quattro cineforum d’autunno per l’Anno della fede”, Giovanna Bursi, docente di educazione all’immagine, presenterà il 1° film, In un mondo migliore, di Susanne Bier (2011).

file attached   Il senso della fede – autunno 2013 – 2.pdf

Tags:
0

Crisi del cinema e sale in vendita

Era «il più bel ritrovo di Porta Romana», periferia sud di Milano. Inaugurato nel 1912, il cinema Maestoso ha chiuso i battenti nel 2007, poco prima di aver festeggiato il primo secolo di vita. Dopo una breve occupazione, è rimasto vuoto e abbandonato. Ci sono poi il cinema “Giacomini” di Latina, il “Golden” di Legnano, il cinema “America” a Trastevere.
Mentre tutti i riflettori sono puntati sull’apertura della 70ma edizione del Festival del cinema di Venezia, si torna a parlare della crisi della settima arte. Sono sempre più numerose le sale cinematografiche che soffrono e che vengono chiuse. Colpa del calo degli spettatori, della concorrenza dei multisala, dei costi di gestione e del passaggio al digitale che ha messo in crisi tante piccole sale di periferia.

Un’indagine realizzata dal sito Immobiliare.it, che ha analizzato il proprio database di oltre 800mila annunci, permette di scoprire che le sale cinematografiche in vendita non sono affatto una rarità. A Milano il caso più clamoroso è, appunto, quello dell’ex cinema Maestoso: sul mercato da diversi anni, è pronto a trasformarsi in una nuova attività commerciale che, magari, ne sfrutti l’insonorizzazione su tutti i lati dell’edificio. Grande ben 1900 metri quadri il prezzo “di listino” è di un milione e 750mila euro, ma potrebbe essere venduto quasi alla metà, 795.000 euro.
Anche a Roma, nel quartiere africano, è in vendita un ex-cinema da 750 posti e grande oltre 1800 mq. «L’immobile è in ottime condizioni e potrebbe tornare in pochissimi passi ai fasti di un tempo, benché esista già il via libera del Comune di Roma al cambio di destinazione d’uso (50% commerciale, 50% attività culturale) –sottolinea il portale di annunci immobiliari -. Le trattative per la vendita sono riservate». Sempre nel Lazio, a Latina, è in vendita lo storico cinema Giacomini a circa 400milioni di euro e che potrebbe diventare un centro commerciale.

Ma la svendita delle sale cinematografiche è un fenomeno che non riguarda solo le grandi città: a Barcellona Pozzo di Gotto (Me) è in vendita l’ex cinema Maya: un immobile di oltre mille metri quadri dotato anche di uffici e giardino a 650mila euro Ne serviranno molti di più, 1.100.000 euro, per acquistare l’ex cinema Golden di Legnano (Mi): composto da 1.100 metri quadri su due livelli, e dotato di ampio parcheggio, potrebbe, secondo il venditore, trasformarsi in una discoteca, in un supermercato, una palestra o in una sala giochi.

Non manca, poi, chi ha già trasformato il cinema in strutture del tutto nuove, magari frazionando gli ampi spazi che un tempo erano necessari per le proiezioni: ad Altedo, frazione del comune di Malalbergo (Bo) l’ex cinema del paese è ora una villa dotata di ogni comfort (in vendita). Diversi sono poi gli esempi di vecchi cinema ormai divisi in più unità immobiliari, e messi sul mercato in maniera indipendente.
avvenire.it
cinema.film
Tags: ,
0

Quando il cinema indaga l’ambiguità e la realtà del male

cinema.film

avvenire.it di Andrea Dall’Asta

Recentemente, in occasione del cineforum che dagli anni ’50 si tiene per il Premio San Fedele di Milano, ho rivisto Amour, di Michael Haneke. Il film, 65° Palma d’oro al festival di Cannes, è bellissimo. Splendida la recitazione degli attori che annovera un cast strepitoso con Jean Louis Trintignant (Georges), Emmanuelle Riva (Anne) e Isabelle Huppert (Eva). Magnifica la fotografia. Efficaci sono le riprese, di un rigore ineccepibile. Tuttavia, se da un lato ho apprezzato la qualità di un film di un grande regista, dall’altra, alla fine della proiezione, ho avvertito un senso di disagio e di malessere.
Consideriamo il suo svolgimento. La pellicola narra un bellissimo amore coniugale di due anziani, Georges e Anne, fatto di piccoli gesti, di attenzioni reciproche. Grande è l’affetto che traspare dai coniugi, ricco di tenerezza e di dolcezza. Insegnanti di musica in pensione, scandiscono il loro tempo tra concerti e letture. Tuttavia, questa relazione è intaccata dalla malattia terminale di lei, colpita da un ictus. Un intero mondo crolla. La loro vita è collassata. Haneke è bravissimo e al tempo stesso crudele nel mostrare, con lucidità e spietatezza, il decadimento del corpo della protagonista Anne che, se in un primo tempo mostra coraggio e determinazione nell’affrontare la malattia, colpita da un secondo attacco, si lascia sempre più andare, sino ad essere assalita dal desiderio di lasciarsi morire. Georges la cura con grande dedizione. Ama e lotta continuamente, anche se nel tempo la stanchezza e la cruda consapevolezza che non ci può essere guarigione conducono a uno sconforto di fronte al quale non intravede rimedio. L’unica via d’uscita, suggerisce il film, è scegliere di dare la morte, anche se chi muore è l’unica ragione di vita, per poi darsi la morte, vedendosi il proprio mondo finito.
Il film (di cui ha parlato proprio di recente su queste pagine Massimiliano Castellani) ci immerge gradualmente in un mondo di solitudini, di decadimento. Il pianoforte è stato loro compagno. Ma ora resta chiuso. Non bastano certo a riempire la vita di Anne e di George le visite di un vecchio allievo o quelle della figlia Eva, musicista che vive all’estero con la propria famiglia. I protagonisti sembrano contemplare, soli, la propria morte. E Amour ci introduce sempre più nell’abisso della morte.
È stato detto che il film pone il problema del fine vita. Dal punto di vista degli atti compiuti da Georges si tratta di fatto di eutanasia attiva, di sofferto “omicidio” per soffocamento compiuto verso la moglie da un lato e di suicidio dall’altro. Tuttavia, il film appare condurci più lontano. Sembra piuttosto incentrarsi sulla realtà del male, su come si manifesta nella vita dell’uomo e sullo spazio che riesce ad occupare. Il male prende corpo nella vecchiaia, nella malattia di Anne, consumandole il corpo, mutilandola nella sua volontà e dignità. La genialità di Haneke consiste nel presentare “atti di male” – l’uccisione di Anne e il suicidio di Georges – come l’unica soluzione percorribile. Meglio, come un cedimento inevitabile. E lo spettatore sente quanto sta accadendo come ineluttabile, come la migliore scelta possibile.
Tuttavia, ci domandiamo, fino a che punto il dolore dell’altro può giustificare due gesti che conducono alla morte? Certo, Haneke dice che la scelta del protagonista può essere interpretata in modi diversi, come una forma di amore estremo o come egoismo. Concordiamo ancora con il regista quando afferma che la realtà è spesso ambigua e contraddittoria e l’arte deve cercare di rifletterla. Di certo, la malattia abbruttisce. La tentazione di farla finita emergerebbe probabilmente in chiunque. Come è possibile continuare a vivere in quelle condizioni, se la qualità della vita sembra tragicamente spegnersi! Appare dunque giusto porre termine a un dolore intollerabile – sembra suggerire Haneke. Georges non può sopportare di vedere Anne sempre più sfigurata dalla malattia. E nemmeno può immaginarsi solo, chiuso nel silenzio della propria casa. Di fronte a queste esperienze restiamo muti, smarriti, impotenti…
Tuttavia, quale dolore può giustificare la soppressione dell’altro e di se stessi? Come può l’amore estremo condurre a scelte di morte? Non è forse questo un permettere che il male prenda il sopravvento? Anche se non voluto? Non si asseconda forse una morte vissuta come liberazione?
In ogni caso, alla fine del film, se Haneke non esprime alcun giudizio – e in questo ci sentiamo vicini al regista -, dall’altro ci fa sprofondare in una sorta di baratro, in cui non sembra esserci redenzione, né riscatto, né condivisione del dolore. Le ultime riprese inquadrano solo Eva seduta su una poltrona in un appartamento tragicamente vuoto. È la vittoria della solitudine. Del nulla che rischia di prendere il sopravvento dentro di noi.

Tags:
0

Un «andare» cristiano

di DONATELLA FERRARIO

Si intitola Un giorno devi andare l’ultimo film del regista Giorgio Diritti. Un’altra sofisticata pellicola che racconta il cammino interiore che una giovane donna, colpita da un enorme dolore, compie alla ricerca di sé stessa. Un «andare» fiducioso ma senza garanzie di approdo. Esattamente come il percorso della fede.

Nelle immagini, alcuni fotogrammi della pellicola girata tra il Brasile e il Trentino.

Nelle immagini, alcuni fotogrammi della pellicola girata tra il Brasile e il Trentino.

«Mi ha guardato negli occhi sorridendo, mi ha detto “coraggio”, uno dei suoi saluti abituali, e mi ha abbracciato. Ha infranto subito ogni tipo di barriera strutturale e fisica: il coraggio è una delle cose più belle che puoi donare a una persona, tutti ne abbiamo bisogno. Di coraggio di vivere, certe volte, di coraggio di essere quello che io volevo essere con quest’esperienza: un piccolo seme di riflessione. Lui l’ha sentito e l’ha condiviso». Chi parla è Giorgio Diritti, il regista e anche sceneggiatore, insieme a Fredo Valla e Tania Pedroni, del film Un giorno devi andare, con Jasmine Trinca, presentato in prima mondiale al Sundance Film Festival. Diritti si riferisce a padre Fernando, un missionario gesuita originario delle Canarie che opera in Brasile, a Manaus, dove è in gran parte ambientata la vicenda del film: «Uno degli incontri più belli, un uomo molto semplice, che non ha mai avuto la presunzione di insegnare niente a nessuno: vive il cristianesimo e pensa che il viverlo possa essere un esempio, ma il suo obiettivo non è convertire o “battezzare”». Incontriamo Giorgio Diritti in una giornata limpida di sole, a Bologna, nella sede di Arancia Film. Il regista de Il vento fa il suo giro e de L’uomo che verrà, di cose da dire ne ha tante: «Eccetera, eccetera», ripete spesso nel suo discorrere, e capisci che vorrebbe dire molto di più: un flusso di parole che si ramifica e ti coinvolge con quella che è la sua cifra, l’autenticità. La sua ultima opera, Un giorno devi andare appunto, girato in Brasile e in Trentino, segue il percorso di Augusta (Trinca) che, dopo aver perso il bimbo che aspettava, lascia tutto e cerca di ritrovare sé stessa con un viaggio in Amazzonia – in un alternarsi di speranza e dolore, luce e ombra – prima al fianco di una suora missionaria amica della madre, poi in una favela di Manaus, di cui diviene membro e lievito, finché qualcosa accade e la donna decide di isolarsi, in una totale immersione nella natura. Quale sia poi il suo destino il regista non lo dice espressamente: lo lascia scoprire allo spettatore.

Nelle immagini, alcuni fotogrammi della pellicola girata tra il Brasile e il Trentino.

«Mi auguro che quello che racconto sia un viaggio che possa compiere ogni persona: cerco di toccare temi quali la vita, la priorità delle cose nell’esistenza, anche con uno sguardo verso il cielo, o comunque un interrogarsi rispetto alla dimensione spirituale che è dentro di noi, che rinasce e che viene fuori nella paura e nella voglia di scoprire. Spero che alla fine si senta l’importanza di mettersi in gioco, appunto di andare, dove la parola “andare” riassume forse il significato di non lasciarsi schiacciare dalla malinconia, dal senso di sconfitta, dalla situazione socioeconomica che viviamo, da un’Italia veramente faticosa e imbarazzante, e di ritrovare un percorso personale che ci aiuti a dare spessore alla vita».

Nelle immagini, alcuni fotogrammi della pellicola girata tra il Brasile e il Trentino.

Diritti lo afferma con passione: «La vita è una cosa straordinariamente affascinante e bella e il più grande peccato che possiamo commettere è il non viverla, non rischiare, accettare le regole senza rielaborarle, diventare persone “che svolgono un compito”, quando invece nella vita abbiamo, e lo dico anche laicamente, una vocazione, che però va partecipata, nel creare comunità. Che per chi crede è comunità di figli di Dio, mentre, da un punto di vista laico, è comunità sociale, di fratellanza». L’andare della protagonista del film è in Amazzonia, una terra che non può lasciare indifferenti per la natura, la vastità degli orizzonti, i contrasti: «Credo che il rapporto con l’ambiente e la natura ti svegli, ti prenda per le orecchie – anche se sei stanco, perso, cieco – e ti dica: “Ooohhh? Guarda che c’è qualcosa: senti questi odori, quest’aria!”. E all’improvviso ti accorgi che tu sei lì, che tu sei quello, e nel momento in cui la natura ti affascina e ti percepisci parte di essa, capisci la tua dimensione relativa, quanto sei piccolo, e in questo piccolo ti guardi intorno e senti la voglia di capire, innanzitutto il senso del tuo essere piccolo. Nasce da lì, secondo me, la spiritualità. Tanto più siamo umili e piccoli, tanto più la nostra apertura verso Dio è inevitabile e urgente».

Il regista Giorgio Diritti in una favela di Manaus durante le riprese di Un giorno devi

Il regista Giorgio Diritti in una favela di Manaus durante le riprese di Un giorno devi
andare
(foto A. DI LORENZO).

Enoi che viviamo in una dimensione frenetica, lontana dallo spettacolo della natura, come possiamo fare? «Bisogna avere il coraggio di andare: andare a passeggio, anche in città, piuttosto che stare davanti alla televisione. Credo che le persone siano spesso angosciate proprio perché non hanno la forza di uscire dalla “scatola” in cui vivono: gli è stato dato uno schema, il consumismo, il grande mostro che ci suggerisce sempre come dobbiamo essere e cosa dobbiamo fare, ma gran parte di questi suggerimenti creano un senso di frustrazione, non ci sentiamo fighi e giusti se non possediamo certe cose… Ma poi non siamo felici lo stesso. Allora credo che, citando Dostoevskij, solo la bellezza ci salverà, quella che io chiamo anche natura, cioè il rapporto con l’autenticità di ciò che siamo, la scommessa e la possibilità di sopravvivenza dell’uomo sulla terra. I villaggi indios che ho visitato in fondo sono sintesi, attraverso le loro difficoltà, di una vita in cui le priorità sono chiare. Gli affetti, il mangiare, il vestire: avere il giusto, il necessario. Tutto il Sud del mondo ci dà questa indicazione ma noi spesso non la accogliamo: in ogni minuto della nostra quotidianità abbiamo un messaggio pubblicitario alla radio, alla televisione, su internet, che ci dice devi essere così, prendi questo, prendi quest’altro. Dobbiamo spogliarci un po’ di queste cose, penso».

In queste immagini: alcune scene del film Un giorno devi andare, con la giovane protagonista Jasmine Trinca (foto C. IANNONE).

In queste immagini: alcune scene del film Un giorno devi andare, con la giovane protagonista Jasmine Trinca (foto C. IANNONE).

La protagonista del film a un certo punto subisce un altro dolore grande e si isola: «La dimensione dell’abbandono, dello scoramento e dell’isolamento è un’altra tappa fondamentale per ritrovare se stessi. La meditazione è una cosa di cui c’è bisogno. È un altro modo per aprirsi e per far sì che le cose vengano a galla. C’è anche un’elaborazione del dolore nell’isolamento. Augusta prova il dolore dello smarrimento: non è un dolore diretto a lei, ma a questa gente già così povera, ridotta a condizioni di vita minimali, su cui si abbatte una tragedia. Il fatto che succeda anche questo è una violenza interrogativa, in un certo senso, e ti viene voglia di gridare a Dio “perché tutto questo?”. Di fronte a tutti i bambini che muoiono ogni giorno ti rimane quel dubbio del perché. Se tu vai in un ospedale oncologico e vedi i bambini, hai voglia ad avere fede e Spirito Santo che ti aiutano. Poi io, in un mio personale percorso, paradossalmente penso di poter dire che proprio la relatività del tempo della vita e la nostra condizione esistenziale diano una plausibilità molto più ampia a una possibilità dell’aldilà, nel senso che tanto più sentiamo che questa cosa è relativa nella durata, tanto più è perché probabilmente c’è un altro Altrove, insomma. Facendo un paragone molto banale è come essere all’antipasto: sai che ci sarà qualcosa d’altro. Se mi portano solo una carota e mi hanno invitato a pranzo, penso che mi aspetti qualcos’altro. Almeno mi viene istintivamente questo desiderio, questa tensione».

Il regista Giorgio Diritti (foto A. DI LORENZO).

Il regista Giorgio Diritti (foto A. DI LORENZO).

La fede di Giorgio Diritti va nella direzione indicata da Cristo, che è andato tra gli umili e gli ultimi. «Sono in cammino», dice. «Ogni tanto dubito e la paura e il deserto arrivano: ma credo che sia bello nella vita essere in cammino. Quello che sento un po’ con disagio è quando incontro persone che sono o totalmente chiuse o totalmente sicure. Sono convinto che ci debba essere un percorso di movimento nella fede, che non può essere statica, deve essere ricca di pensiero, di contraddizione, di disagio. Non è mai tranquilla, ma questo è il suo bello. Peraltro, quando ho pensato al film, una delle attenzioni che ho cercato di avere era di posizionarmi un po’ sul confine, non andando né di qua né di là: vicino a quel momento in cui una persona che non crede comunque ha, dai segni della vita, dei momenti in cui dubita, e vicino al credente che, in certi momenti della vita, si trova in situazioni in cui la sua fede o crolla o addirittura svanisce. Rispetto alla Chiesa cosiddetta ufficiale sono dell’idea che ci sia davvero da fare un bagno di umiltà e povertà: la sensazione è quella, che si debba trovare di nuovo l’autenticità. E invece si costruiscono le barricate su temi e valori che non c’entrano niente. Spesso si sentono dichiarazioni che danno delle legnate e definiscono dogmi delle cose che poi, dopo, uno cerca sul Vangelo da tutte le parti e non trova. Quindi questo mi interroga e mi fa anche dire: cerchiamo di essere attenti e di aiutare le persone a ritrovare il senso vero del loro percorso». «Nel film cerco di rappresentare due Chiese, una che riprende la logica figlia del “colonialismo dell’uomo bianco”: ci sono delle persone in gambissima e altre che, pur essendo in gamba, non si rendono conto che quanto stanno facendo è fuori dal rapporto autentico di valorizzazione ed evangelizzazione, diventa una colonizzazione dell’uomo bianco che con la croce in mano sappiamo quanti disastri ha fatto e continua a fare. Con la scusa della croce – mamma mia! – abbiamo veramente violentato il mondo, e in questo, purtroppo, la Chiesa ha sovente accettato il rifiuto ai compromessi difficili: per fortuna nella storia della Chiesa ci sono anche san Francesco, madre Teresa di Calcutta, padre Alex Zanotelli, don Ciotti, eccetera, persone che, al di là delle logiche strutturali, hanno ben chiaro e tengono ben diretta la nave verso la dimensione della semplicità, dell’umiltà, cioè verso il Vangelo. A me il Vangelo sembra la più straordinaria opportunità di riflessione per capire la vita, ed è anche straordinariamente semplice l’approccio con cui seguirlo. Troppo spesso mi sembra che nel mondo della Chiesa le regole, la morale, gli obblighi siano pesanti».

foto A. NOVELLI

foto A. NOVELLI

Il cattolico Giorgio Diritti come ha accolto le dimissioni di Benedetto XVI? «All’inizio mi ha provocato un senso di disagio: mi sembrava fuori dalla logica delle cose e per certi aspetti questa sensazione un po’ persiste dentro di me. Ma contemporaneamente mi sembra un segno interessante perché sento forte in lui una motivazione di umiltà, che è l’umiltà di un uomo che rispetto a qualche cosa che gli è stato dato da Dio ne riconosce il valore e, insieme, riconosce il suo limite, che può essere fisico ma può essere anche pastorale di fronte alla necessità di dare una svolta alla Chiesa, per responsabilizzarla, per darle un’energia maggiore. Se si guarda la cosa da questo punto di vista, è un segno molto importante. In fondo il più grande gesto di umiltà che può fare un uomo è quando, sentendosi totalmente smarrito, si rivolge a Dio e dice “ho bisogno del Tuo aiuto”. In questo, dunque, lo trovo cristiano nel senso più bello del termine: ci deve insegnare qualcosa. Così come ho amato straordinariamente l’ultima parte del pontificato di Wojtyla, che era l’icona del dolore e della sofferenza e ha dato dignità enorme a una dimensione che invece il mondo attuale tende a nascondere, cancellare, colpevolizzare. Una dignità che dovremmo ritrovare nella malattia, che è vissuta sempre con vergogna, e invece dovrebbe essere vissuta come occasione di vicinanza».

foto C. IANNONE

foto C. IANNONE

Donatella Ferrario – jesus aprile 2013

0

Rivalta. Fede, cinema e giovani (quattro film)

Martedì 23 aprile, ore 21, Oratorio di Rivalta: don Giordano Goccini, del Servizio di Pastorale Giovanile, e Gian Lauro Rossi, critico cinematografico, interverranno alla tavola rotonda su Fede, cinema e giovani, oggi (presentazione del ciclo di 4 film su Il senso della fede: 1° film giovedì 9 maggio, ore 21, Cinema Corso di Rivalta, Tutti i santi giorni di Paolo Virzì).

diocesi.re.it

cinema.film

0

Un viaggio alla ricerca di se stessi nel film “Un giorno devi andare”

di Gaetano Vallini

Un viaggio alla ricerca di se stessi, per dare un senso alla propria vita, nella speranza di trovare dentro di sé anche quella scintilla di infinito che richiama il trascendente, e rinascere. È quello che intraprende Augusta, una giovane segnata da un abbandono e da una maternità mancata e persa per sempre, che decide di mettere in discussione le certezze su cui aveva costruito la propria esistenza, lasciandosi tutto alle spalle per partire alla volta del Brasile. A raccontarlo è il regista Giorgio Diritti in Un giorno devi andare, film poetico e difficile allo stesso tempo. Poetico per la scelta narrativa essenziale, puntata molto sulla bellezza di una natura selvaggia e sconfinata, e sui silenzi più che sui dialoghi. Difficile come può esserlo un racconto che vuole dar conto di un itinerario interiore, travagliato, dischiuso alla possibilità di Dio. Una sfida complessa che l’autore di pellicole apprezzate come Il vento fa il suo giro e L’uomo che verrà, intraprende con coraggio, senza temere di uscire dalle secche di un cinema italiano poco versato al rischio dell’innovazione.
Con Un giorno devi andare, presentato al Sundance Film Festival prima di arrivare nelle sale italiane, Diritti prova dunque a compiere un salto di qualità. E il risultato, pur imperfetto, è apprezzabile. Del resto il film – discontinuo nell’andamento eppure intenso – sembra seguire la stessa sorte della protagonista, della quale alla fine non conosceremo molto più di quanto sapevamo all’inizio, ovvero se avrà o meno trovato ciò che cercava; ma ne apprezzeremo la tensione morale e spirituale, la sua visione del mondo e la sua ricerca di Dio nella magnificenza della natura che la circonda e negli uomini che trova sulla sua strada.
Incontriamo Augusta (Jasmine Trinca) su una piccola imbarcazione che solca un grande fiume amazzonico, mentre inizia un viaggio accompagnando suor Franca, un’amica della madre, nella sua missione presso i villaggi indios. È convinta di poter dare il suo contributo, aiutando il prossimo. Ma la donna non condivide i modi della religiosa e di alcuni sacerdoti che incontrerà. Inoltre scopre ben presto anche in questa terra lontana i tentativi di conquista da parte del mondo occidentale. Decide così di proseguire il suo percorso lasciando suor Franca per andare a Manaus. Sceglie di vivere in una favela, ospite di una famiglia. Nel contatto con la gente semplice del luogo torna a percepire un primordiale richiamo alla vita. Prova anche a innamorarsi di nuovo. Ma, con amarezza, scopre pure qui la grettezza degli uomini, che vendono le loro stesse vite e quelle di chi sta loro accanto. Riprende quindi il suo viaggio fino a isolarsi nella foresta, autoescludendosi dal mondo, accogliendo il proprio dolore e riscoprendo l’amore, nel corpo e nell’anima, in una dimensione in cui la natura scandisce tempi e decide le priorità.
Raccontata prima la vita diffidente dei valligiani tra i monti della Val Maira, poi la resistenza dei generosi contadini bolognesi sul Monte Sole, Diritti decide stavolta di andare oltre confine, addirittura di prendere il largo per risalire metaforicamente il fiume di una vita devastata. Raccontando la storia di Augusta, alternando la sua vicenda oltreoceano a quella della madre rimasta in Italia e tormentata dai sensi di colpa per non essere riuscita a consolare e a trattenere la figlia, il regista affronta la questione universale del senso del vivere. L’Amazzonia da luogo prettamente geografico diviene anche e soprattutto luogo dell’anima, un posto indefinito in cui si fondono la tentazione di fuggire dalla realtà e l’illusione di potersi realizzare rendendosi utili agli altri. E in questa dicotomia Augusta, sensibile e fragile ma determinata, dovrà ritrovare la sua strada.
Il film racconta anche altre dicotomie, che sostanzialmente equivalgono al riconoscimento di separazioni: quella non solo fisica tra il nord ricco del mondo e il sud povero; quella psicologica e affettiva tra una figlia (Augusta) e la madre, e tra questa e la sua anziana mamma (un altro capitolo, poco esplorato, del racconto); e, ancora, quella tra un modo pragmatico di intendere la missione evangelizzatrice e un altro più attento a che il messaggio venga compreso fino in fondo (un aspetto, questo, trattato tuttavia con rispetto, senza mai mettere in dubbio la buona fede).
Ma Un giorno devi andare è anche un film su quella distanza a volte infinitesima, altre volte infinita che sembra esserci tra l’uomo e Dio. Un Dio cercato e talora non trovato, ma qui non escluso dall’orizzonte dell’esistenza. Anzi costantemente presente, sia pure avvertito come lontano. Una distanza che Augusta cerca di colmare aggrappandosi a piccoli gesti di umanità, a brandelli di felicità rubati a un quotidiano difficile e che sembrano far riaffiorare la speranza. Un percorso, il suo, che tra un misticismo mai ostentato e le delusioni che nascono dalla sproporzione tra le aspettative e la realtà delle cose, non troverà un finale né consolatorio né falsamente buonista.
Diritti, dunque, non sceglie scorciatoie. Al pubblico non dà la benché minima illusione del già visto. Qui al massimo ci sono solo vaghi richiami a un cinema non convenzionale tentato recentemente solo da Terrence Malick, e non sempre con i risultati attesi. Allo spettatore semmai chiede di seguire un percorso inconsueto e uno sforzo imprevisto: quello di interrogarsi anche sulla propria vita.

(©L’Osservatore Romano 7 aprile 2013)

Tags:
0

In sala la ricerca di Dio e l’India di Rushdie

di Alessandra De Luca

Il senso della vita recuperato attraverso un viaggio nel cuore dell’Amazzonia. A cercare delle risposte è la giovane Augusta (Jasmine Trinca) che nell’ultimo film di Giorgio Diritti, Un giorno devi andare, raggiunge i confini del mondo spinta da un dolore forte per incontrare Dio, o forse solo l'”altro”, che in una dimensione dove è la natura a determinare le priorità, diventa la chiave di una possibile guarigione. Ambizioso, coraggioso, in equilibrio tra cielo e terra il film è la testimonianza di un’appassionata ricerca, quella di un regista che in tutti i suoi lavori continua a interrogarsi sulle grandi questioni dell’esistenza umana. Da non perdere neppure Come pietra paziente di Atiq Rahimi in cui una giovane sposa e madre di Kabul accudisce il marito eroe di guerra in coma e, tra le continue minacce di un conflitto fratricida che insanguina l’Afghanistan, finisce per confidare all’uomo ricordi e segreti inconfessabili. Per lo spettatore sarà l’occasione di penetrare nel cuore della protagonista, simbolo di tutte le donne che sotto un velo hanno smarrito se stesse. Dal bellissimo omonimo romanzo di Salman Rushdie è tratto I figli della mezzanotte di Deepa Metha che con meno efficacia del modello letterario racconta la storia di due neonati scambiati in culla a Bombay il giorno della proclamazione dell’indipendenza dell’India, il 15 agosto 1947. I loro destini si intrecceranno a quelli di altri bambini nati nello stesso momento e diventeranno la lente attraverso la quale osservare la tormentata e appassionante storia di un Paese. Per il pubblico dei più giovani c’è Il cacciatore di giganti di Bryan Singer che porta sullo schermo l’epica fiaba di Jack e il fagiolo magico mettendo in scena le avventure di un giovane impegnato a salvare la Terra e la ragazza che ama da terribili giganti. Ai piccolissimi invece, Marsupilami di Alain Chabat, che mescola animazione e live action, offrirà le comiche avventure di un reporter e la sua guida alla scoperta di uno strano e divertente animale. Delude The Host di Andrew Niccol, tratto dal nuovo romanzo di Stephenie Meyer, l’autrice della saga di Twilight. Nel film una razza aliena ha conquistato i corpi della maggior parte dei terrestri, ma c’è ancora chi resiste all’invasione. L’idea non è originalissima e la scelta di affidare all’attrice protagonista una doppia personalità si rivela presto estenuante. La simpatia di Omar Sy, attore rivelazione in Quasi amici, non basta a dare spessore al modestissimo poliziesco francese di David Charhon,Due agenti molto speciali, e neppure convince l’action movie G.I. Joe-La vendetta di Jon M. Chu dove una squadra militare speciale combatte contro un gruppo di terroristi. Non va meglio infine con Outing-Fidanzati per sbaglio, fiacca e prevedibile commedia di Matteo Vicino in cui due amici per la pelle fingono di essere gay per poter accedere ai fondi della Regione destinati a giovani imprenditori, purché coppie di fatto.

avvenire.it

0

E’ la notte degli Oscar, già 4 premi per Vita di Pi

Prosegue la 83/a edizione degli Academy Awards al Dolby Theather di Hollywood per gli Oscar 2013. Conduce Seth MacFarlane, il creatore de I Griffin.

Il premio Oscar per il miglior film e’ andato ad Argo di Ben Affleck. Michelle Obama in diretta dalla Casa Bianca ha aperto la busta che ha visto vincitore Argo. ”Grazie ai miei amici in Iran che vivono in condizioni non facili e a mia moglie, che ha lavorato al nostro matrimonio per dieci natali. Grazie all’Academy. Non importa quanto certe cose ti possano buttare giu’. Nella vita alla fine bisogna sempre risollevarsi”: cosi’ un emozionato Affleck. William Goldenberg per Argo ha vinto l’Oscar come miglior montaggio. Chris Terrio per Argo ha vinto l’Oscar come miglior sceneggiatura non originale.

Il premio Oscar per la miglior regia e’ andato ad Ang Lee per Vita di Pi. ”Grazie dio del cinema”, ha detto Lee. Il cineasta taiwanese ha anche ringraziato, oltre a cast e troupe, la moglie ”con cui festeggio quest’anno il 30/o anniversario di matrimonio e i miei figli”. Ha quindi concluso con il ringraziamento indu’: ‘Namaste’. Claudio Miranda per Vita di Pi ha vinto l’Oscar come migliore fotografia. Bill Westenhofer, Guillaume Rocheron, Erik-Jan De Boer e Donald R. Elliott per Vita di Pi hanno vinto l’Oscar come migliori effetti speciali. Mychael Danna per Vita di Pi ha vinto l’Oscar come miglior colonna sonora.

Il premio Oscar per la miglior attrice non protagonista e’ andato ad Anne Hathaway per Les Miserables.  ”Il momento piu’ bello della mia vita e’ quello in cui ci sei entrato tu”. Cosi’ la Hathawayrivolgendosi al marito Adam Schulman. E ha aggiunto: ”Spero in un momento non troppo lontano la storia di Fantine (il suo personaggio, costretto dalla miseria a prostituirsi) sara’ solo nei film e non piu’ nella vita vera”. Andy Nelson, Mark Paterson e Simon Hayes per Les Miserables hanno vinto l’Oscar come miglior sonoro. Lisa Westcott e Julie Dartnell per Les Miserables hanno vinto l’Oscar come miglior trucco e acconciatura.

Il premio Oscar per il miglior attore protagonista e’ andato a Daniel Day-Lewis per Lincoln. ”Devo tutto allo sceneggiatore Tony Kushner, al nostro skipper, Steven Spielberg, e alla bellissima anima e corpo di Lincoln… questo premio e’ per mia madre”: così Day-Lewis. L’attore britannico, al suo terzo Oscar, ha aggiunto: ”non so davvero come sia successo, ma so che ho ricevuto molto di piu’ di quello che meritavo nella mia vita, grazie Academy”. Ed oltre a ringraziare la moglie, ha scherzato con Meryl Streep che le ha consegnato la statuetta: ”E’ strano perche’ tre anni dovevo fare il ruolo per Margaret Thatcher, mi avevano chiamato per quello e Meryl era la prima scelta di Steven per Lincoln. Mi piacerebbe vedere questa versione”. Sarah Greenwood (production design), Katie Spencer (Set Decoration) per Lincoln hanno vinto l’Oscar come miglior scenografia.

Il premio Oscar per la miglior attrice protagonista e’ andato a Jennifer Lawrence per Il lato positivo.

Il premio Oscar per il miglior attore non protagonista e’ andato a Christoph Waltz per Django Unchained. Quentin Tarantino per Django Unchained ha vinto l’Oscar come migliore sceneggiatura originale.  ”Volevo ringraziare attrici e attori. Non e semplice da dire, ma le persone che vedranno i miei film tra trenta anni si ricorderanno solo dei personaggi e io devo trovare le persone giuste per far vivere questi personaggi – ha detto un entusiasta  Tarantino. ”E io ce l’ho fatta – ha continuato -. Un anno migliore per vincere questa competizione perche’ piena di buoni avversari. Grazie a Leo Di Caprio anche se non e’ qui”.

Paul N.J. Ottosson per Zero Dark Thirty e Per Hallberg e Karen Baker Landers per Skyfall hanno vinto ex aequo l’Oscar come miglior montaggio sonoro. E’ la sesta volta nella storia che un premio Oscar viene assegnato a due pellicole nella stessa categoria. Era accaduto nel ’31, per la categoria migliore attore, nel ’49, con i documentari brevi, nel ’68 per la migliore attrice (Barbra Streisand e Katharine Hepburn), nell’86, per il migliore documentario e nel ’94 nella categoria riservata al migliore ‘corto’. Skyfall di Adele Adkins e Paul Epworth, da Skyfall, ha vinto l’Oscar come miglior canzone originale.

Amour (Austria) di Michael Haneke ha vinto l’Oscar come miglior film straniero.

Dario Marianelli, già premio Oscar per Espiazione e unico italiano in corsa per la statuetta, non c’e’ l’ha fatta a fare il bis con colonna sonora originale di ‘Anna Karenina’, film diretto da Joe Wright e interpretato da Keira Knightley e Jude Law.

Un lungo applauso e una standing ovation sono stati tributati dal pubblico ai tre Oscar alla carriera, il documentarista D. A. Pennebaker, lo stuntman e regista Hal Needham, e il regista e fondatore dell’American Film Institute George Stevens Jr., e Jeffrey Katzenberg cui e’ andato il premio Jean Hersholt, assegnato per contributi eccezionali a cause umanitarie.

Sulla musica de La mia Africa, anche gli italiani Carlo Rambaldi e Tonino Guerra sono stati fra i protagonisti dell’omaggio ‘In memoriam’, tributato dall’Academy ai personaggi del cinema scomparsi nel 2012. Fra gli altri artisti ricordati: Erland Josephson, Ulu Grosbard, Ernest Borgnine, Charles Durning, Nora Ephron, Tony Scott, Chris Marker, Ray Bradbury, Richard Zanuck, Marvin Hamlisch, Jack Klugman, Celeste Holm e Adam Yauch. A fine ricordo, Barbra Streisand ha cantato The way we were, arrangiata Hamlish, amico di una vita.

Brave di Mark Andrews and Brenda Chapman ha vinto l’Oscar come miglior film d’animazione.

Paperman di John Kahrs ha vinto l’Oscar come miglior corto d’animazione.

Jacqueline Durran per Anna Karenina ha vinto l’Oscar come migliori costumi.

Curfew di Shawn Christensen ha vinto l’Oscar come miglior corto.

Inocente di Sean Fine e Andrea Nix Fine ha vinto l’Oscar come miglior corto documentario.

Searching for Sugar Man di Malik Bendjelloul e Simon Chinn ha vinto l’Oscar come miglior documentario.

ansa

Tags: ,