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17 novembre 2019. Covid, un anno fa il primo caso in Cina. Ecco cosa sappiamo da allora

Il primo contagiato un 55enne dell’Hubei. A Capodanno l’ammissione della malattia. La “lezione” in Italia, dalle mutazioni del virus alle terapie…
Un'infermiera parla al telefono di fronte alla sua ambulanza a Wuhan. Era il 23 gennaio

Un’infermiera parla al telefono di fronte alla sua ambulanza a Wuhan. Era il 23 gennaio – Ansa / Epa

Avvenire

Era il 17 novembre del 2019. Ad allora, ufficialmente, risale il primo caso di nuovo coronavirus nell’uomo. Tocca alla Cina scoprirlo, in un 55enne residente nella provincia dell’Hubei. La stessa dove si trova Wuhan, che di lì a poco diventerà anche l’epicentro della pandemia. L’escalation è nota: al 15 dicembre il numero totale degli infetti sale a 27, a Capodanno (quando la stessa Cina per la prima volta ammette l’esistenza del virus) a 381. Il 12 febbraio, poco prima del suo ingresso in Italia e da qui nel resto d’Europa, la malattia viene anche battezzata dall’Oms: Covid-19. Il resto, è la storia drammatica e tormentata scritta negli ultimi mesi: la prima ondata, i primi lockdown, la pausa estiva, ora il ritorno dell’emergenza.

Del virus, per fortuna, in un anno abbiamo imparato molto: «Dal punto di vista genetico innanzitutto – spiega Maurizio Sanguinetti, che è direttore del Dipartimento di Scienze di laboratorio e infettivologiche del Policlinico Gemelli e presidente della Società europea di Microbiologia clinica e malattie infettive –: sappiamo che la sua evoluzione è lenta. Il Sars-Cov-2 ha subito un’unica mutazione importante per ora, quella intuita dal team del professor Massimo Ciccozzi del Campus Biomedico e dimostrata a livello sperimentale proprio di recente con un importante studio su Nature».

Il virus che circola oggi in Europa e in larga parte del mondo, cioè, non è più quello di Wuhan: ha incrementato il suo potenziale di diffusione, come documentato più volte anche da Avvenire, diventando dieci volte più contagioso. «Si tratta di una mutazione che non ha portato cambiamenti nella sua patogenicità: il virus cioè non è diventato più aggressivo, ma neanche meno. Studi, in ogni caso, sono in corso anche su questo punto – continua Sanguinetti –. Quello che però va sottolineato è che la lentezza nella sua evoluzione è una buona notizia, ci avvantaggia: significa che abbiamo più possibilità di adattarvi un vaccino e che questo vaccino sia efficace». Prospettive che per altro si stanno concretizzando proprio in queste ore, dopo l’annuncio di Moderna.


Dalle mutazioni alle terapie fino agli errori nella gestione sanitaria

dell’epidemia e nel tracciamento: ecco come siamo arrivati alla seconda ondata


Altro vantaggio acquisito in un anno, quello nelle terapie: «Oggi sappiamo come trattare la malattia, con protocolli specifici e standardizzati. E le diagnosi sono precoci: arriviamo prima, interveniamo prima e meglio, siamo in grado di curare e guarire più persone al di fuori del circuito delle terapie intensive». Che, pur sotto pressione estrema, reggono. «E qui iniziano anche le note dolenti – prosegue Sanguinetti –. Un nervo scoperto del sistema di gestione dell’epidemia, infatti, si stanno rivelando ora proprio i reparti a media intensità e più in generale una mancanza di strategia nella riorganizzazione del nostro sistema sanitario, uscito da anni di incuria e di tagli».

Sanguinetti, quotidianamente impegnato sul campo in uno dei pochi laboratori attrezzati a processare tamponi («i drive-through e i tendoni dove chiunque si improvvisa a fare questi esami non avrei mai voluto vederli»), sa di cosa parla: «In nome della sostenibilità abbiamo visto tirare la nostra sanità all’osso, gli ospedali gestiti come fabbriche. Oggi scopriamo che dobbiamo chiudere una Regione perché non ha posti negli ospedali».

E ancora: «Alla Corea sono bastati 176 casi di Mers nel 2015 per stravolgere il proprio sistema, istituendo un Centro di coordinamento malattie infettive come il Cdc americano, autonomo nelle proprie decisioni, e predisporre una rete di 573 strutture complesse atte a occuparsi di infezioni – protesta Sanguinetti –. In Italia non abbiamo né un centro di coordinamento né una rete adeguata, ci sono rimaste appena 41 Unità complesse di microbiologia». Armi spuntate, insomma, su cui si è investito poco e niente anche nella pausa estiva.

 

Una guardia sorveglia una stazione della metropolitana di Wuhan sbarrata. Era il 23 gennaio

Una guardia sorveglia una stazione della metropolitana di Wuhan sbarrata. Era il 23 gennaio – Ansa / Epa

 

Come sul tracciamento, l’altra macchina inceppata che al più presto deve rimettersi in moto: «Quando avevamo poche centinaia di casi non abbiamo avuto il coraggio di andare in profondità nelle indagini, il che ci avrebbe permesso di isolare tutti i positivi e arrivare a contagi zero». Sembra chiedere l’impossibile, «invece è proprio lì che i Paesi che sono usciti ufficialmente da questo incubo sono riusciti e noi no. Azzerare i contagi, anche a costo di lockdown più brevi e mirati, tenendo la curva sempre bassissima e permettendo così al tracciamento di funzionare appieno».

L’Italia (e con lei il resto d’Europa) s’è invece accontenta di una “circolazione a basso livello”, ciò che non si può permettere a nessuna epidemia. E che non può più ripetersi, se vogliamo resistere indenni fino all’arrivo del vaccino. «L’orizzonte è vicino, da febbraio le cose cambieranno – assicura Sanguinetti –. Ma un anno di Covid deve averci insegnato anche a non ripetere gli stessi errori».