Papa Francesco rinnova la Chiesa

Il 2019 di Papa Francesco ha l’aspetto di una statuetta che se fosse europea apparterrebbe al Neolitico, ma siccome viene dall’Amazzonia parla alla contemporaneita’ come nemmeno un milione di tweet potrebbero fare. Si chiama Pachamama, parola che in lingua Quechua vuol dire Madre Terra. Sembra fatta di legno, in realta’ e’ fatta di pietra: la pietra dello scandalo, e pace se ha il capo chino ed il grembo rigonfio come una Vergine Annunciata di Matteo Civitali. Quando ad ottobre viene inaugurato un sinodo sull’Amazzonia che in molti ritengono epocale, la Pachamama viene esposta in una chiesa vicino al Vaticano; arrivano un paio di integralisti cattolici che gridano all’idolatria e la buttano nel Tevere. Eccola, la Chiesa di Bergoglio negli ultimi 12 mesi: un cavo teso tra un futuro che e’ quasi un’avventura e le controspinte di chi teme si smarrisca la tradizione, oppure la fede tout court. Forte l’azione e forti anche le reazioni che, almeno secondo la fisica, sono sempre uguali e contrarie. Non e’ un caso che nel corso di quest’anno lo stesso Papa abbia pronunciato una parola che e’ quasi un tabu’: “scisma”. Andando a memoria, non la si sentiva pronunciare dai tempi di monsignor Lefebvre (quella volta venne consumato, poi Benedetto XVI lo fece rientrare). Subito dopo il Concilio se ne parlo’ a proposito di una parte della chiesa olandese, alle prese con i sommovimenti susseguenti al Vaticano II. Paolo VI, fine diplomatico, in quell’occasione non pronuncio’ mai la parola che inizia con la S, ma mise a pregare le suore di clausura di tutto il mondo. Papa Francesco invece l’ha evocata direttamente lui, ma per rassicurare. Serenamente, ma non troppo delicatamente, perche’ e’ vero, “nella Chiesa ce ne sono stati tanti”. E’ vero anche che si tratta di “una delle azioni che il Signore lascia alla liberta’ umana”. Ma sia chiaro: “il cammino nello scisma non e’ cristiano”, e tra i cattolici ci sono “tante scuole di rigidita’ che non sono scisma, ma sono vie cristiane pseudo-scismatiche che finiranno male”. Si’, Francesco dice proprio cosi’: “finiranno male”, ed aggiunge che dietro quei “cristiani, vescovi e sacerdoti rigidi non c’e’ la sanita’ del Vangelo”.

Pontefice combattente e dialogante, Francesco vuole l’apertura missionaria al mondo di una Chiesa poco trionfante ma molto battagliera. I lavori del sinodo sull’Amazzonia non a caso si concludono con quella che molti interpretano come il richiamo ad un ruolo della donna nella Chiesa sempre piu’ forte (c’e’ chi vi legge una porta socchiusa anche al sacerdozio femminile) e a quattro conversioni. Nell’ordine: sinodale, nel senso di un cammino all’unisono della comunita’; culturale, perche’ e’ necessario saper parlare alle differenti culture; ecologica, perche’ lo sfruttamento egoistico dell’ambiente porta alla distruzione dei popoli; pastorale, perche’ e’ urgente l’annuncio del Vangelo ad un mondo distratto e neopaganeggiante. Un programma estremamente impegnativo. Al momento il colloquio con le altre culture registra segni incoraggianti, come anche quello dell’ecumenismo, e la difesa del Creato e’ cosa che importa ad un numero sempre crescente di cristiani e non. Quanto al camminare insieme, pero’, gli ostacoli non sono pochi, e la stessa Chiesa si trova lacerata non solo e non tanto da casi come quello della Pachamama, quanto piuttosto dagli strascichi velenosi della questione pedofilia. Lo scorso febbraio Francesco ha chiamato a Roma i rappresentanti delle Chiese di tutti i continenti per affrontare la faccenda. Certo, non ha mancato di ricordare la maggioranza degli abusi sono compiuti da familiari e educatori, senza contare la piaga del turismo sessuale e le altre violenze. Il fatto pero’ che si tratti di un problema universale non diminuisce la sua mostruosita’ all’interno della Chiesa. Segue il Motu proprio Vos estis lux mundi: Bergoglio stabilisce nuove procedure per segnalare abusi, molestie e violenze, e assicurare che vescovi e superiori religiosi rendano conto del loro operato. Viene introdotto l’obbligo di denuncia. Francesco abolisce inoltre il segreto pontificio per questi casi e cambia la norma riguardante il delitto di pedopornografia facendo ricadere nella fattispecie dei “delicta graviora” – i delitti piu’ gravi – la detenzione e la diffusione di immagini pornografiche che coinvolgano minori fino all’eta’ di 18 anni. Ma non rinuncia a richiamare anche gli altri: riceve a novembre i rappresentanti dei principali colossi social del mondo ed e’ dritto quanto immediato: “non potete eludere le vostre responsabilita’”.

Nel frattempo va incancrenendosi una delle questioni piu’ controverse all’interno di quel mare oscuro che e’ la lotta per riportare la pulizia dove erano fiorite le perversioni degli abusi. Da una parte il Papa rida’ un arcivescovo a Santiago del Cile e a Puerto Montt, iniziando l’opera di normalizzazione di una delle chiese piu’ colpite dal fenomeno. Dall’altra deve contrastare i veleni messi in circolo riguardo il caso di Theodore McCarrick, ex vescovo di Washington. Francesco lo ha ridotto allo stato laicale, dopo le rivelazioni sulla sua condotta, ma attraverso dossier e siti qualcuno lascia emergere dubbi e mezze verita’. Viene decisa una inchiesta: tra pochi mesi se ne conosceranno gli esiti. Tutti l’attendono, ad iniziare dalla stessa chiesa americana. Dentro le Sacre Mura invece si attende la conclusione di un altro tipo di lavoro, quello della commissione dei sei cardinali chiamati a riformare la Curia Romana. Si sta ultimando l’esame della bozza della nuova Costituzione Apostolica, il cui titolo provvisorio e’ “Praedicate evangelium”. Il Papa riforma, intanto, il ruolo del Decano del Collegio cardinalizio: accetta la rinuncia del cardinale Sodano, in carica dal 2005, e con un Motu proprio rende a scadenza l’incarico: cinque anni, eventualmente rinnovabili. Avanti anche la riforma in campo finanziario, sul versante della trasparenza e del contenimento dei costi. Papa Francesco rinnova lo Statuto dello Ior: viene introdotta stabilmente la figura del Revisore esterno per la verifica dei conti secondo gli standard internazionali. Si precisano i principi cattolici a fondamento della missione dello Ior, perche’ sia piu’ fedele alla sua missione originaria. Il gesuita Juan Antonio Guerrero Alves viene nominato prefetto della Segreteria per l’Economia. Giunge sotto la luce del sole un nuovo caso di gestione imbarazzante del denaro della Chiesa: l’acquisto di un palazzo in uno dei quartieri piu’ cool di Londra. Insomma, una speculazione dai contorni tutti da chiarire. Il Papa autorizza una indagine della magistratura vaticana nei confronti di diverse persone al servizio della Santa Sede riguardo alcune operazioni finanziarie. E a proposito dell’Obolo di San Pietro, precisa che e’ buona amministrazione far fruttare i soldi ricevuti e non metterli nel cassetto. Ma l’investimento deve essere sempre “morale”, perche’ il denaro sia al servizio dell’evangelizzazione e dei poveri. Tutto il resto si sa da dove viene.Piu’ che di palazzi, ci si occupi quindi di capanne. Il primo dicembre Francesco firma a Greccio la Lettera apostolica Admirabile signum in cui esorta a riscoprire e rivitalizzare la bella tradizione del presepe. “Rappresentare l’evento della nascita di Gesu’ – scrive – equivale ad annunciare il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio con semplicita’ e gioia”. E’ un atto di evangelizzazione, bello da vedere “nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri, nelle piazze”. La cosa ha una particolare eco in Italia dove la politica, da un paio di anni a questa parte, si gioca anche sui rosari baciati in pubblico e i giuramenti sui vangeli. Una pratica che ha fatto sollevare piu’ di un sopracciglio Oltretevere, come anche la politica di chiusura dei porti nei confronti dei migranti. Bergoglio ricorda il loro dramma anche il giorno di Natale: e’ gente costretta “a solcare i mari trasformati in cimiteri e che trova muri di indifferenza” una volta arrivata sulla riva nord del Mediterraneo. La vita da difendere non e’ solo quella di chi fugge dalle guerre, ed i muri di indifferenza non sono solo quelli eretti contro i migranti. La Famiglia di Nazareth e’ simbolo della fuga dalla persecuzione e dalla violenza, ma e’ anche nella sua composizione la famiglia per eccellenza, luce e frutto del Creato che si vuole difendere. Il Papa, il 25 marzo a Loreto, ribadisce che, in particolare per il mondo di oggi, “la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna assume un’importanza e una missione essenziali. Inoltre si Interviene direttamente per Vincent Lambert, l’infermiere francese di 42 anni in stato di coscienza minima, lasciato morire nel luglio scorso: la vita, i diritti e la dignita’ si difendono sempre. Anche per questo Bergoglio compie in un anno sette viaggi internazionali, visitando 11 paesi. Negli Emirati Arabi Uniti firma col Grande Imam di al Azhar uno storico Documento sulla fratellanza umana; in Marocco ribadisce l’importanza del dialogo interreligioso; in Thailandia, lancia appelli per la promozione dei diritti delle donne e dei bambini, e in Giappone, viaggio centrato sulla pace, ripete che e’ immorale non solo l’uso ma anche il possesso delle armi nucleari. In tempi che vedono la rinascita della Guerra Fredda, i nuovi missili russi capaci di volare e colpire come meteoriti, i grandi trattati sul disarmo lasciati scadere tra gli sbadigli, non si tratta di una rievocazione del passato, ma di un allarme per il futuro.(AGI)Fonte foto: Vatican Media

I divorziati e l’eucarestia. La lettera del sindaco Sala e le risposte che dà la Chiesa

da Avvenire

È raro che un politico parli della sua vita di fede. Il primo cittadino di Milano lo ha fatto rivelando un’adesione di fede e una ferita

Giuseppe Sala, sindaco di Milano

Giuseppe Sala, sindaco di Milano – Fotogramma

È raro che un politico parli della sua vita di fede. Il sindaco Beppe Sala lo ha fatto rivelando un’adesione e una ferita. Un atto di coraggio e di chiarezza. Che non può che essere apprezzato da chi, come noi, da anni è impegnato a divulgare e promuovere la svolta pastorale voluta da papa Francesco all’insegna dell’accoglienza e della misericordia. Nella confessione spirituale che ha affidato, la vigilia di Natale, alle pagine de “la Repubblica”, il sindaco di Milano rivela «di non poter fare a meno del confronto con il Mistero» e di partecipare regolarmente alla Messa domenicale, ma di sentirsi «a disagio rispetto al momento della Comunione, essendo divorziato e in uno stato che non mi consente di accostarmi al Sacramento».

Se una persona seria e preparata come Sala, è costretta ad ammettere un disorientamento spirituale per la sua condizione di divorziato risposato, significa che la strada per trasformare in consapevolezza diffusa le indicazioni uscite dal doppio Sinodo sulla famiglia (2014 e 2015) voluto da papa Francesco e poi dall’esortazione apostolica Amoris laetitia, è ancora lunga.

In quel testo il Papa scrive in modo esplicito che nessuno deve sentirsi condannato per sempre e che la Chiesa è chiamata ad offrire a tutti, compresi i divorziati risposati a cui è dedicato un intero capitolo – l’VIII – la possibilità di vivere pienamente il proprio cammino di fede. In questo cammino si può comprendere anche l’aiuto dei sacramenti (nota 351).

Non è un’opinione. È quanto emerso da un cammino sinodale proseguito per oltre tre anni che il Papa ha sancito con la sua parola. Poi, di fronte alle critiche e ai distinguo, Francesco ha voluto che l’interpretazione da lui considerata più efficace, quella dei vescovi della regione di Buenos Aires, fosse inserita nei cosiddetti Acta apostolica sedis – gli atti ufficiali della Santa Sede – a ribadire che indietro non si torna e che tutte le diocesi del mondo devono incamminarsi lungo quella strada.

Milano non fa eccezione. Inutile far riferimento al rito ambrosiano e alle aperture del cardinale Carlo Maria Martini, che su questi aspetti non ci sono state, in quanto scelte che non si potevano e non si possono pretendere da una singola Chiesa locale.

Francesco, come detto, ha ritenuto necessarie due assemblee mondiali dei vescovi per gettare i semi del cambiamento. Una persona divorziata e risposata che desidera riaccostarsi alla Comunione – spiega il Papa – può chiedere l’aiuto di un sacerdote preparato per avviare un serio esame di coscienza sulle proprie scelte esistenziali.

Sei, in rapidissima sintesi, i punti da non trascurare: quali sforzi sono stati fatti per salvare il precedente matrimonio e ci sono stati tentativi di riconciliazione? La separazione è stata voluta o subita? Che rapporto c’è con il precedente coniuge? Quale comportamento verso i figli? Quali ripercussioni ha avuto la nuova unione sul resto della famiglia? E sulla comunità? Domande spesso laceranti e risposte non codificabili, che possono richiedere anche lunghi tempi di elaborazione e da cui non derivano conseguenze uguali per tutti. Ma anche modalità pastorali efficaci per metterle in pratica.

Trovare e attuare queste buone prassi è faticoso e Sala, con le sue parole, ha dato voce a un disagio e una sofferenza spirituale, ma anche a una speranza, che condivide con tanti altri credenti, divorziati e risposati.

Al via la Conferenza delle Chiese europee sulla pace

Mettersi insieme in ascolto delle “dure lezioni del passato” per impegnarsi ad essere oggi in Europa e nel mondo strumenti di pace e di riconciliazione. Lo ha sottolineato il rev. Christian Krieger, presidente della Conferenza delle Chiese europee, aprendo l’assemblea. Krieger ha ricordato – riferisce l’Agenzia Sir – che il contesto storico in cui 60 anni fa nacque la Cec (1959), era “un’Europa frammentata e divisa dopo la Seconda Guerra mondiale. A quel tempo c’era una reale necessità di superare le divisioni politiche e lavorare per la guarigione e la pace”. È questa la missione che le Chiese cristiane in Europa continuano a svolgere ancora oggi per far emergere “un’Europa umana, sociale e sostenibile in pace con se stessa e con i suoi vicini, in cui prevalgono i diritti umani e la solidarietà”.

Pace e riconciliazione

Rifacendosi quindi al Trattato di Pace che fu firmato proprio a Palazzo di Versailles nel 1919, il pastore protestante ha detto: “La prima guerra mondiale ha portato alla fine di un ordine mondiale. La mappa dell’Europa fu ridisegnata così come la maggior parte della mappa del mondo”. In questi giorni, rappresentanti delle Chiese aiutati da esperti e politici, esploreranno “le dure lezioni del nostro passato europeo e globale”, identificando quali sono oggi “le minacce alla pace in Europa e nel mondo”. “Speriamo – ha aggiunto – di trarre ispirazione dal ruolo e dal lavoro della Conferenza delle Chiese europee, sin dalla sua creazione, come strumento ecumenico impegnato nella costruzione della pace, nella guarigione delle ferite del passato e nella riconciliazione”.

Dialogo ecumenico

La Conferenza delle Chiese europee è un organismo ecclesiale ed ecumenico che unisce 114 Chiese di tradizioni ortodosse, protestanti e anglicane in Europa per il dialogo, la difesa e l’azione comune per la promozione della pace e per l’unità della Chiesa. (Sir)

Quale Chiesa oggi? Locanda dell’ospitalità e faro nella notte…

“Dopo la bufera riapparirà ancora il sole.

Come sempre dopo la prova si è più contenti,

si gusta di più il sole”

-Soren Kierkegaard-

In un tempo in cui i riflettori sono accesi sulla crisi di governo e la politica male-educata italiana, vorrei spostare l’asse della riflessione su un altro terreno, quello della vita della Chiesa, quasi all’inizio di un nuovo anno pastorale.

La domanda che fa da titolo all’articolo non è una domanda nuova, ma antica e sempre nuova. È quasi la stessa domanda sulla quale si sono soffermati  i padri del Concilio Vaticano II quando si chiedevano: Chiesa, che dici di te stessa?

Oggi, nel momento storico e culturale che viviamo, questa domanda torna davanti agli occhi di coloro che riflettono e operano nella Chiesa.

E il sottotitolo di questo articolo si propone di offrire due risposte alla domanda posta, risposte che si presentano nel linguaggio delle immagini e dei simboli, i quali – come amava dire Ricoeur – “danno a pensare” e che hanno il più delle volte più incisività delle parole.

La prima immagine è squisitamente evangelica: la locanda è il luogo dove il buon Samaritano del vangelo di Luca porta e fa curare il malcapitato finito nelle mani dei briganti.

La locanda è l’immagine di quella Chiesa che accoglie e si prende cura dei malcapitati della storia e del tempo, è l’immagine di una Chiesa dell’ospitalità che vede nel debole e nel malato la carne di quel Cristo che tanto predica e prega.

Questo simbolo, pertanto, richiama non solo l’accoglienza (direbbe papa Francesco “una Chiesa dalle porte aperte”) ma anche un altro aspetto, quello della missionarietà della Chiesa (direbbe sempre il papa “una Chiesa in uscita”). Questi due aspetti sono complementari tra loro: il primo è un movimento centripeto che va dalla piazza alla chiesa, dall’esterno all’interno; il secondo, invece, è centrifugo perché va dalla sacrestia alla strada, dall’interno all’esterno.

Un teologo e vescovo cattolico, Erio Castellucci, commentando la pagina dei discepoli di Emmaus ed evidenziandone la straordinaria attualità di essa nell’oggi della Chiesa, scrive: “I due discepoli aggiungono un posto a tavola. Non hanno paura di allargare lo spazio della loro casa, non si barricano dietro alla loro porta. Hanno intuito, sentendo parlare Gesù, che quello straniero può solo arricchire la loro vita. Hanno capito, senza forse averlo sentito direttamente da Gesù, quello che aveva detto alla fine del Vangelo di Matteo: “ero straniero e mi avete accolto”. L’esperienza dell’essere accolti e dell’accogliere è uno degli elementi fondamentali della Chiesa. Molti di quegli adulti e non solo che si accostano o riaccostano alla fede lo fanno perché si sono sentiti accolti e non respinti, accompagnati e non giudicati, presi per mano e non segnati a dito. Se è possibile ottenere qualcosa da chi ci appare più lontano dall’esperienza cristiana, non è certamente etichettandolo, ma accompagnandolo”.

Oggi le comunità dovrebbero crescere ancor di più in questo senso e in questo stile.

La seconda immagine, proposta nel sottotitolo, è invece squisitamente patristica.

Il faro della notte e nella notte richiama quello che i padri della Chiesa amavano chiamare il “misterium lunae”, il mistero della luna.

La Chiesa, infatti, era paragonata alla luna, la quale illumina la notte e i sentieri degli uomini sulla terra. Ma la luna ha una caratteristica degna di nota: non si dà luce da se stessa, ma riceve luce dal sole.

Quindi, per analogia, come la luna non trova luce in se stessa ma dal sole, così la Chiesa è illuminata dal Sole di giustizia, che è Cristo.

Il Concilio Vaticano II sapientemente ha intitolato la costituzione dogmatica sulla Chiesa proprio “lumen gentium”, luce delle genti.

Altra missione, allora, della Chiesa è quella di illuminare, di fare luce sulle vicende degli uomini. Ma non può assolvere a questo compito se essa stessa non è a sua volta illuminata dalla luce solare della parola di Cristo.

Ovviamente la luce della luna non è come quella del sole, ma non per questo non illumina.

Direbbe ancora mons. Castellucci: “L’esperienza cristiana, per chi vi si affaccia – bimbo, ragazzo o adulto che sia – ha il volto stesso della comunità cristiana. È nel contatto vivo con la comunità cristiana che le persone possono ricevere questa testimonianza, possono vedere nei fatti come la fede renda più vivi, attivi risorse altrimenti sopite, susciti relazioni autentiche. Pensando a comunità talvolta smorte, colpite da invidie e rivalità, occupate da alcuni che si ritagliano dei piccoli feudi, comprendiamo ancora meglio quale sia la responsabilità della comunità cristiana. Non basta avere “bravi catechisti”, perché è di fatto la comunità intera ad avere un impatto, nel bene e nel male, sulla vita di fede delle persone che la stanno scoprendo. E non pensiamo che non ci si renda conto del clima di una comunità: lo vediamo benissimo, lo respiriamo, come si respira perfettamente il clima della famiglia”.

I cristiani di oggi, quindi, saranno credibili solo se la loro testimonianza diventa luminosa, cioè capace di fare la differenza e distinguersi nel bene.

Queste due immagini di Chiesa devono intrecciarsi, completarsi. La Chiesa deve avere il coraggio di accendere la luce nella locanda e, allo stesso tempo, di mettere la locanda nella luce.

fonte: odysseo.i

 

Chiesa tra le case

di: Edizioni Dehoniane Bologna
Chiesa tra le caseDescrizione dell’opera

Nei grandi centri urbani, dove aumenta l’anonimato, le appartenenze sono fluide e si moltiplicano i «non luoghi», le parrocchie sembrano soffrire di un’ impostazione ancora «rurale» che non sembra essere in grado di rispondere ai bisogni spirituali del presente.  Nelle città, soprattutto in quelle di grandi dimensioni, la parrocchia è ancora più sfidata a immergersi nelle esperienze del territorio, nei poli che costruiscono socialità e cultura, negli spazi che esprimono bisogni, solidarietà e di democrazia di base. Al tempo stesso, la sfida consiste nel non perdere una delle qualità più belle della parrocchia, ovvero di essere Chiesa tra le case in grado di ascoltare e di interpretare il territorio per annunciare il vangelo a tutti, in ogni luogo.

Sommario

Introduzione (vescovo Domenico Sigalini)Essere Chiesa tra le case.  I. La contestazione della solitudine(Antonio Mastantuono). 1. Città osservabile e società urbana.  2. Mobilità, dislocazione, eterotopia. La mobilità. La dislocazione e l’eterotopia.  3. La parrocchia e la città. Quale stile per una parrocchia in una grande città?  II. Parrocchia e territorio (Giovanni Villata). 1. La nostra prospettiva.  2. Che cosa fanno le parrocchie.  3. Le nuove sfide che vengono dal territorio oggi. Il problema. Siamo tutti vulnerabili. Una diversa visione dell’uomo.  4. Come la parrocchia può accogliere tali sfide?  5. Parrocchie, punti di riferimento.  III. La parrocchia come rete(Augusto Bonora). 1. La rete come immagine evangelica.  2. L’immagine della rete, come modello di accostamento alla Chiesa.  3. Il volto concreto della comunità parrocchiale come rete.  4. Una Chiesa di rete, in uscita, verso le periferie cittadine.  Conclusione.  IV. La parrocchia ha una progettualità? (Salvatore Ferdinandi). Premessa. 1. Presupposti teologico-pastorali.  2. La Chiesa a servizio della comunione. Necessità di una pastorale generativa, dentro le caratterizzazioni e i contesti attuali. Come farsi compagni di cammino nella fede e alla fede, alla luce del racconto di Emmaus (Lc 24,13-35).  3. La parrocchia impara a «pensarsi al futuro», per una rinnovata progettualità pastorale. Necessità che le nostre comunità s’interroghino.  4. Verso una pastorale progettuale e integrata, stile della parrocchia missionaria. Alcune attenzioni per una progettualità pastorale rinnovata.  5. Qualche provocazione come conclusione.

Note sugli autori

Domenico Sigalini è vescovo di Palestrina ● Antonio Mastantuono è docente di Teologia pastorale alla Pontificia Università Lateranense ● Giovanni Villata è direttore del Centro studi e documentazione dell’arcidiocesi di Torino ● Augusto Bonora è parroco di san Galdino a Milano  ● Salvatore Ferdinandi è vicario generale della diocesi di Terni-Narni- Amelia.

Mastantuono, Villata, Bonora, Ferdinandi, Chiesa tra le case. La parrocchia alla prova delle grandi città, collana «Cammini di Chiesa», EDB, Bologna 2017, pp. 72, € 7,50. 9788810521540

Settimana News

Stati Uniti Degustazione vini, sigari, e “rosario patriottico”. La destra cattolica americana in ritiro

“Jesus”, rubrica “Robe dell’altro mondo” luglio 2019 (numero di agosto 2019)

(Massimo Faggioli) Nel luglio 2019 si è riunito per la nona volta in California, nella Napa Valley che produce i vini migliori dell’America del Nord, il gruppo più influente di cattolici conservatori e tradizionalisti: il Napa Institute. Per questo particolare “ritiro spirituale”, in uno dei centri vacanze più esclusivi, il biglietto di ingresso era di duemilaseicento dollari a testa (con uno sconto per vescovi, preti e religiosi), viaggio e albergo esclusi.
Il programma prevedeva relazioni di prelati e intellettuali di chiara impostazione tradizionalista, intervallate da cene di gala, degustazioni di vini e di sigari, la celebrazione della Messa preconciliare in latino, e anche la preghiera del “rosario patriottico”. Tra gli invitati d’onore c’erano anche prelati che hanno sfidato apertamente papa Francesco, come il cardinale Burke e i vescovi Chaput, Paprocki e Strickland. Annunciati in pompa magna, hanno parlato al ritiro anche politici del Partito repubblicano che si sono contraddistinti per il disprezzo per la dottrina sociale della chiesa come l’ex governatore del Wisconsin, Scott Walker e il senatore Lindsey Graham. Nessuno dei due è cattolico: quello che conta è l’appartenenza politica e il fatto che siano tra i principali artefici della presidenza Trump.
L’intento del Napa Institute, fondato nel 2010 da Tim Busch, un businessman cattolico conservatore che di recente ha finanziato e orientato in senso tradizionalista diverse attività educative della chiesa cattolica negli USA, è di rifondare il cattolicesimo con una forte identità politica: esplicitamente vicina a Donald Trump e ostile a papa Francesco. La presidenza Trump ha rivelato l’esistenza di cristiani evangelicali “di corte” alla Casa Bianca. Pare che certi cattolici non vogliano essere da meno in questa singolare gara.
Massimo Faggioli
@MassimoFaggioli
“Jesus”
rubrica “Robe dell’altro mondo”
luglio 2019 (numero di agosto 2019)

Abusi – linee guida: il percorso compiuto e da fare

Articolo tratto da Settimana News

La lettura sinottica delle linee guida sugli abusi della Conferenza episcopale italiana, del 2012, 2014 e quelle approvate nel 2019 (L. Prezzi, Assemblea CEI: nuove linee sugli abusi) è indicativa sul cammino compiuto da parte dell’episcopato italiano e delle attese, più o meno percorribili, che rimangono. A partire dal titolo che, nelle prime due edizioni, suona «Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici», mentre nella terza, pubblicata il 24 giugno di quest’anno, si dice «Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili» (CEI-CISM, Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili).

Cambia il tono

In generale è diverso lo sviluppo del testo (molto contenuto nei primi due casi, assai più ampio nel terzo), diversa la proporzione fra l’attenzione ai profili canonistici e penalistici e le intenzionalità pastorali (queste ultime molto più esplicite nel terzo), diverso il tono complessivo: da un approccio sostanzialmente impaurito e difensivo si passa a un diverso stile di accoglienza e di impegno.

Di particolare rilevanza i principi guida (ed. 2019) che sottolineano «l’assoluta determinazione» della Chiesa italiana per contrastare il fenomeno, il coinvolgimento di tutte le comunità credenti («Tutta la comunità è coinvolta nel rispondere alla piaga degli abusi non perché tutta la comunità sia colpevole, ma perché di tutta la comunità è il prendersi cura dei più piccoli»), «il giusto e dovuto ascolto alle persone che hanno subito un abuso», come anche il «dovere morale di una profonda conversione personale» degli abusatori.

Viene invocata una grande prudenza nei criteri di ammissione ai seminari e una altrettanta grande attenzione alla formazione permanente del clero. I preti devono avere una solida identità e il senso autentico dell’autorità di servizio. In ogni caso, «nessun silenzio o occultamento può essere accettato in tema di abusi». C’è una cultura della prevenzione da sviluppare e una fattiva collaborazione con l’autorità civile da sperimentare «nel rispetto della reciproca autonomia e della normativa canonica, civile e concordataria».

Le comunità cristiane hanno diritto di essere informate relativamente agli indirizzi ecclesiali, alle prassi e ai protocolli adottati. Nei casi concreti la giusta informazione va ponderata con la segretezza di alcune fasi del procedimento e con la tutela della buona fama e la riservatezza di tutti i soggetti coinvolti.

Eventi mondiali

Fra il 2012 e i 2019 sono esplosi a livello mondiale ripetuti scandali di vaste proporzioni. Ricordo il caso del fondatore del Sodalizio di vita cristiana, Luis Fernando Figari (Perù), quello di don Fernando Karadima (Cile), del card. Theodore McCarrick (USA) e del card. George Pell (Australia; il caso non è ancora giunto a conclusione), il rapporto finale della Royal Commission in Australia, di diversi rapporti in Irlanda, il documento del Gran Giurì della Pennsylvania (USA). Oltre ai documenti di denuncia degli stessi episcopati come quello tedesco, polacco e canadese.

Sono anche gli anni in cui si moltiplicano negli episcopati l’elaborazione di linee guida e di prassi di accompagnamento delle vittime a seguito della lettera della Congregazione della dottrina della fede del 2011. Benedetto XVI e poi Francesco hanno perseguito con determinazione sia le denunce sia gli incontri con le vittime.

Di particolare rilievo l’istituzione della Commissione pontificia per la tutela dei minori, i testi normativi per i vescovi accusati e per i ricorsi e le due lettere al popolo di Dio (quella ai cattolici cileni e quella all’intero popolo di Dio dell’agosto 2018). Nel febbraio 2019 si è celebrato a Roma l’incontro dei rappresentanti di tutti gli episcopati sul problema (L. Prezzi, Abusi: l’incontro e le decisioni). Uno dei frutti maggiori è il motu proprio Vos estis lux mundi che ricapitola prassi e procedure nei casi di abuso sessuale, a cui si aggiungono gli abusi di coscienza e di potere.

Elementi di novità

La Conferenza episcopale italiana si è mossa in tale contesto. Pur non essendosi ancora verificata nel nostro paese una sequela di eventi e di scandali di proporzioni eclatanti, l’attenzione è di molto cresciuta. È stato costituito un Servizio nazionale per la tutela dei minori con la volontà di istituire corrispettivi organismi a livello regionale/interdiocesano e a livello diocesano (con almeno un referente).

Nella scrittura delle linee guida del 2019 si avverte la mano di gente esperta e professionalmente coinvolta. Da qui, oltre che dalle recenti disposizioni vaticane, alcune novità. Alle vittime va dato ascolto, accoglienza e accompagnamento, con un sostegno terapeutico, psicologico e spirituale. Nella lotta agli abusi è coinvolto «chiunque opera nelle comunità ecclesiali» alla cui formazione provvederanno i diversi servizi nazionali, regionali e diocesani.

Per quanto riguarda i seminaristi e il clero: ai primi è chiesta l’attestazione civile che escluda qualsiasi precedente e una valutazione specialistica, ai sacerdoti si suggerisce un aggiornamento sistematico. Per i religiosi che entrano in diocesi si chiede ai superiori informazioni scritte, veritiere e complete. Nuova è anche la determinazione su cosa si intenda per abuso, minore e persona vulnerabile.

La trafila classica che si avvia dopo ogni segnalazione e cioè l’indagine previa, l’avvio del processo (con informativa a Roma) e la condanna o assoluzione non tollera «nessun clima di complice e omertoso silenzio», né alcun ostacolo rispetto alla denuncia all’autorità dello stato. L’ascolto deve avvenire in ambienti accessibili, protetti e riservati e ai segnalanti non può essere imposto il segreto.

Tribunali ecclesiastici e magistratura

Nel procedimento canonico l’interesse primario da tutelare è quello del minore o della vittima. Per garantire il corso della giustizia l’accusato può essere allontanato dal ministero. Se vi è il pericolo di reiterazione, le censure posso diventare pubbliche.

La conclusione dell’indagine previa, che attesti la verosimiglianza dei fatti delittuosi, comporta la segnalazione alla Congregazione della dottrina della fede e l’avvio del processo (primo grado; il secondo grado è della Congregazione per la dottrina della fede). Le sanzioni canoniche possono arrivare fino alla dimissione dallo stato clericale.

Va comunque riconosciuta agli accusati la presunzione di innocenza e non devono essere lasciati soli. Si ricorda che la responsabilità del delitto è personale. Nelle linee guida precedenti la sottolineatura della non responsabilità della Santa Sede e della Conferenza episcopale era fortemente evidenziata.

Diversa è anche la disponibilità ai rapporti con la magistratura e le autorità civili. Se le vittime sono d’accordo, c’è la possibilità di una segnalazione all’autorità giudiziaria fin dall’inizio e si riconosce «l’obbligo morale di procedere all’inoltro dell’esposto all’autorità civile qualora, dopo il sollecito espletamento dell’indagine previa, sia accertata la sussistenza del fumus delicti». A meno di una giustificata opposizione della vittima. Si consiglia di non sovrapporre i procedimenti canonici con quelli giudiziari civili.

Le false accuse devono essere punite. «La persona falsamente accusata di aver compiuto abusi ha il diritto di vedere tutelata e ripristinata la sua buona fama e onorabilità».

Nuova è l’attenzione data all’informazione e alla comunicazione. A partire dalla comunità ecclesiale «informata e resa consapevole di ciò che avviene in essa e che necessariamente la coinvolge». Strumenti informativi sono indicati per i siti diocesani. Ci dovrà essere un portavoce ufficiale per poter «rispondere alle legittime domande di informazione, senza ritardi o silenzi incomprensibili».

Si dà, infine, pubblico riconoscimento ai servizi ecclesiali nazionali, regionali e diocesani a tutela dei minori, prevedendo le verifiche e la revisione delle stesse linee guida.

Per il futuro?

Fino a qui, quanto è stato deciso e si sta avviando nelle diverse Chiese locali italiane. Si può fare di più? Ci sono attese non compiute?

Guardando alle altre Chiese nazionali, si possono elencare alcune iniziative che hanno avuto un significativo impatto sulle comunità cristiane e civili.

Anzitutto, le celebrazioni penitenziali, spesso solenni e di carattere nazionale. Anche nell’incontro romano del febbraio scorso si è dato spazio alla preghiera.

In secondo luogo, le audizioni collettive. Sia a livello diocesano, sia per le conferenze nazionali dei religiosi e religiose, sia per le conferenze episcopali questi incontri con le vittime hanno sempre avuto riscontri rilevanti in ordine alla consapevolezza dei pastori. Non raro è anche uno studio complessivo a livello nazionale, compiuto sulla base di diversi decenni, con i numeri delle vittime e degli abusatori.

Alcune conferenze hanno nominato un referente nazionale fra i vescovi con un gruppo o una cellula di lavoro, con il compito non solo di aiutare le diocesi ma anche di ricevere segnalazioni in proprio. Altre hanno voluto un’autorità indipendente per il compito di un’indagine generale.

La parola più radicale l’ha pronunciata un vescovo tedesco, Heiner Wilmer, di Hildesheim, che ha denunciato come «l’abuso di potere sia insito nel DNA della Chiesa. Non possiamo più sbrigarlo come marginale, ma dobbiamo ripensarlo in maniera radicale. Finora però non abbiamo alcuna idea delle conseguenze che ciò deve avere per la teologia» ( Joachim Frank, Mons. Wilmer: L’abuso di potere è nel DNA della Chiesa). Si tratta di confessare la fede in una Chiesa santa, ma riconoscere anche che la Chiesa è peccatrice e trarne le conseguenze nell’approccio pastorale e anche nel sistema di governo: «Abbiamo bisogno di una distinzione dei poteri, di un sistema di Checks and Balances (controlli e contrappesi) come nel sistema democratico».

Papa Francesco nella lettera al popolo di Dio ha scritto: «Guardando al futuro, non sarà mai poco tutto ciò che si fa per dar vita a una cultura capace di evitare che tali situazioni non solo non si ripetano, ma non trovino spazio per essere coperte e perpetuarsi. Il dolore delle vittime e delle loro famiglie è anche il nostro dolore, perciò urge ribadire ancora una volta il nostro impegno per garantire la protezione dei minori e degli adulti in situazione di vulnerabilità».

Così come a scuola non si dovrebbe studiare (ed insegnare) per il ‘quanto basta’ ma per capire e scoprire, allo stesso modo e ancor meglio le realtà ecclesiali sono chiamate ad esprimere l’ansia pastorale per il bene comune

vinonuovo.it

Sulla vicenda della docente di Palermo, sospesa per diversi giorni per l’accostamento che alcuni suoi alunni avevano fatto tra le “leggi razziali” e il “decreto sicurezza”, avevo scritto un articolo per un quotidiano sul ‘fare o meno politica a scuola’. Qualche giorno fa, in occasione della presentazione di due miei libri in una parrocchia, una signora si avvicina alla fine per ringraziarmi e mi mostra la pagina con il mio articolo, chiedendomi quando ne avrei scritto uno sul ‘fare o meno politica nelle realtà ecclesiali’. Oggi, più ci rifletto più mi vengono in mente gli stessi concetti applicati alla scuola e quindi provo a convertirli ecclesialmente.

Innanzitutto è giusto o sbagliato? La politica che deve restare fuori è quella partitica – quella della militanza di destra, centro, sinistra, con i relativi estremi di qua o di là, tranne che non si dibatta sulla cronaca, a partire dai giornali, da un evento particolarmente significativo, e sempre mostrando tutte le sfaccettature. Non si può e non si dovrebbe fare a meno, invece, della politica come ‘ricerca del bene comune’ o come ‘la più alta forma di carità’. In tal senso, parrocchie, oratori, movimenti e associazioni sono state in passato un laboratorio politico e di politica, palestre in cui imparare nella libertà e con responsabilità ad essere “onesti cittadini e buoni cristiani”, costruttori della società! Di questo abbiamo tanto bisogno e forse tante realtà con tale prospettiva dovrebbero ritornare in campo un po’ dovunque.

Scrivendo sulla scuola, ho affermato – per quanti vogliono al contrario una totale asetticità e distanza dalla politica nelle classi – di non dimenticarsi che ci sono pagine e pagine di Storia dedicate, capitoli di Geografia, ore di Cittadinanza e Costituzione, dibattiti e teorie della Filosofia. E come parlare di Dante senza toccare il tema politico? Come trattare Machiavelli, Foscolo, Alfieri, Manzoni? E andando indietro, possiamo forse eliminare tutte le tragedie greche sul tema o alcune commedie di Aristofane? Oppure c’è modo di conoscere davvero Cicerone senza?

Scrivendo, ora, sulla Chiesa direi che alcuni degli Autori citati calzano perfettamente, ai quali è bene aggiungere la sfera della santità citando tra i nomi Tommaso Moro, Giorgio La Pira, Alberto Marvelli, Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi, Robert Schuman, ma ci sono anche tanti re e regine dei secoli precedenti, molti “santi sociali”; è che dire dei papi come capi di stato, dei vescovi che hanno risposto a tutte le necessità della gente e dei parroci che in varie piccole realtà sono considerati più del sindaco. Certo, è vero che in diverse situazioni alcuni politici, formati in contesti ecclesiali, hanno sfruttato l’appartenenza per fini propri e di potere, nonché travisato gli insegnamenti, e persino tradito il Vangelo; ciò non vuol dire che non ci sia speranza, che è meglio non parlarne nei gruppi ecclesiali, che la politica resti fuori dagli oratori, che la Dottrina della Chiesa in tal senso si fermi ai convegni per gli addetti ai lavori o agli uffici di curia.

Così come a scuola non si dovrebbe studiare (ed insegnare!) per il ‘quanto basta’, per la ‘meno peggio’, per il ‘politically correct’, per sopravvivere e prendersi un pezzo di carta, bensì per capire e scoprire, per discernere e giudicare, per comprendere e desiderare di saperne di più, allo stesso modo e ancor meglio le realtà ecclesiali sono chiamate ad esprimere l’ansia pastorale per il bene comune, a testimoniare l’impegno per la cura del creato e della società, a scommettere sin dalla catechesi sulla formazione di “credenti credibili”, a mostrare la passione per il servizio responsabile nei confronti di ogni povertà. Tutto ciò è una scelta comunitaria oltre che personale, un’opzione pastorale fondamentale non secondaria, un altro modo di pregare e di servire il Vangelo.

In questa esperienza estiva privilegiata di incontro con i giovani sapremo fare tesoro di quanto la Chiesa ha vissuto in due anni abbondanti di percorso sinodale?

vinonuovo.it

Si aprono in questi giorni le esperienze che in tutta Italia chiamiamo con vari nomi, da Grest a oratorio feriale a campo estivo… ovunque, con la fine della scuola, la comunità cristiana apre i suoi spazi e mette a servizio la sua ricchezza educativa per accompagnare, nel tempo estivo, i bambini, i ragazzi, gli adolescenti.

Questo sarà il primo Grest dopo il Sinodo dei giovani… cambierà qualcosa? Sapremo fare tesoro di quanto la Chiesa ha vissuto in due anni abbondanti di percorso sinodale?

Perché, giova dirlo, se non iniziamo a fare piccoli o grandi passi a partire dal quotidiano, nulla potrà realmente mutare nel nostro approccio ai giovani.

Forse cambieremo per necessità, dati i numeri dei consacrati e dei volontari in diminuzione, o forse cambieremo per convinzione profonda, per obbedienza, per ascolto… ma vale la pensa chiedersi: il Sinodo cosa ha portato di nuovo nel tempo estivo? Perché questi sono i mesi dell’anno in cui la Chiesa ha la possibilità di entrare veramente in contatto con molti ragazzi che, senza dubbio, bussano animati da molteplici interessi e motivi, non tutti certamente spirituali o ‘canonici’. Ma credo che la sfida stia proprio qui: avere a che fare con uno spaccato abbastanza realista del mondo giovanile di oggi nel momento privilegiato del tempo libero, un poco immuni da stress scolastici, sportivi, e anche ‘sacramentali’ (come può essere l’iniziazione cristiana).

Per diverse settimane i ragazzi porteranno vita in ambienti che durante l’anno sono sovente silenziosi e malinconici; genereranno energia e caos; caricheranno gli adulti di attese; potranno sorprenderci e deluderci; avremo a che fare con i loro genitori magari poco collaborativi (purtroppo).

Ma nel frattempo c’è stato un Sinodo e un’esortazione postsinodale che ha parlato di coinvolgimento, di linguaggi nuovi, di Chiesa giovane, di giovani da non tenere prigionieri in oratori e centri parrocchiali, ma da lanciare nel mondo.

Sapremo essere all’altezza? Sapremo dare loro non tanto ospitalità, ma dignità? Saremo in grado di far capire che la Chiesa è anche loro? Che hanno il diritto di farsi sentire, di portare la loro vita spesso un po’ ferita, confusa, contraddittoria (come quelle di tutti) al centro del nostro mondo ecclesiale? Sapremo puntare sull’essenziale, offrendo anche momenti di solidarietà, senza dimenticare il silenzio e la preghiera? Sapremo essere adulti che accompagnano senza soffocare la libertà? Sapremo non solo pensare a proposte nuove, ma anche pensare di lasciare a loro la regia delle proposte?

Sapremo, soprattutto, rischiare? Avremo il coraggio di lasciare spazio alla creatività dei giovani?

È faticoso, richiede tanta fiducia e tanta speranza. Ma non possiamo ritrarci: il passato non tornerà; dobbiamo costruire il futuro.

I prossimi mesi possono essere il primo frutto concreto del Sinodo. Se sapremo metterci in ascolto dello Spirito e tentate qualche nuovo sentiero.

Non siamo soli: siamo una Chiesa in cammino nel tempo della Pentecoste. L’icona di Emmaus ce lo ricorda: il Signore ci si fa accanto se ci mettiamo in cammino, non se restiamo fermi.