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Nuovo e novità nella Chiesa

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«Se nella società o nella comunità cristiana vogliamo far succedere qualcosa di nuovo, dobbiamo lasciare spazio perché persone nuove possano agire» dice il documento del Sinodo. Che ne pensa un gruppo di giovani?

Come spesso capita tra i giovani, una volta rotto il ghiaccio e superati i primi imbarazzi, forte è risultato essere il desiderio di trasformare il precedente confronto ‘virtuale’ in un incontro ‘fisico’. Perciò questa volta ci siamo incontrati dal vivo con Marta, Michelangelo (Franchini), Giulio (Bianco), Daniele (De Prosperis), Alessandra, Alice (Orrù), Beatrice, Ambra e Simone (Musitano) per discutere sul tema del nuovo e della novità possibili nella Chiesa dei nostri giorni. Ecco cosa ne è uscito fuori…

SERGIO VENTURA: «Ti sembra che il mondo e la Chiesa di oggi diano ai giovani uno spazio in cui possano proporre ciò di cui sono capaci, in modo originale anche se provocatorio?»

MICHELANGELO: «Direi di no. Pur non frequentando le sinagoghe, ho costantemente a che fare con l’ebraismo, le sue domande e le sue afflizioni, la sua capacità di fare dei dogmi materia letteraria. Non vedo nulla di simile per il mondo cattolico, che mi sembra confinato nello spazio della chiesa, intesa anche in senso fisico. Mi sembra che in questo periodo storico il cattolicesimo fatichi a costruire un sistema di valori che, accettato o avversato, possa mantenere la propria validità anche a prescindere dalle istituzioni che lo sorreggono».
Concorda
BEATRICE: «La Chiesa che ho conosciuto io dava pochissimo spazio alle provocazioni originali e al libero pensiero, mentre il mondo era vasto e variegato e con maggiori opportunità».
D’altronde, afferma
DANIELE: «la Chiesa oggi offre luoghi di aggregazione soprattutto nei movimenti ecclesiali che, però, si propongono con facili entusiasmi come latori della ‘gioia della Fede’, come rappresentanti della novità e della giovinezza ecclesiale, rivelandosi poi invece come luoghi in cui l’esperienza di Fede si riduce spesso al sentimentalismo, con approcci sostanzialmente conservatori e saldamente ancorati alla dottrina più ferrea: giovani sì, ma più realisti del re. La crescita spirituale è talmente vincolata al ‘cameratismo’ interno al movimento da soffocare l’esperienza individuale. Anzi l’ultraortodossia di questi movimenti, giocata più sulla devozione che sulla provocazione della Fede, spesso esclude qualsiasi messa in questione della Fede stessa».

Di diverso avviso GIULIO: «In Italia politicamente c’è una retorica giovanilista, ma de facto le strutture del sapere e del potere sono per lo più fossilizzate e chiuse. Gran parte del resto del mondo, invece, è ‘giovane’ e, almeno anagraficamente, non si pone questo problema. La Chiesa di Papa Francesco, proveniente non a caso da questa parte del mondo, sembra dotata di buona volontà di rinnovamento, ma anch’essa appare incrostata da tradizioni che non sa selettivamente abolire. Forse per incapacità, forse perché non vuole commettere errori dovuti ad un eccesso di ‘modernismo’, non sa davvero cosa mantenere e cosa scartare. Per quanto mi riguarda, sarebbe utile potenziare e promuovere le associazioni di volontariato. Come i primi pagani, i giovani post-cristiani non credono alle belle parole ma ai fatti. L’occasione di fare qualcosa di buono è cercata da più ragazzi di quanto non si creda. Noi giovani siamo pieni di energie da sfogare. Siamo una forza da valorizzare. Consiglio a tutti una settimana o due o più in Sicilia nei campi antimafia di Libera – il periodo più felice della mia vita! Don Ciotti è un esempio luminoso del bene della Chiesa e il suo operato è davvero troppo trascurato dalla subcultura di massa».
AMBRA: «Anch’io trovo che il Papa sia una figura innovativa molto positiva, piena di gioia di vivere e pronta ad infondere speranza; tuttavia non mi piacciono molti settori della Chiesa che sono ancorati al passato e lo difendono con le unghie e con i denti – soprattutto quelli che mascherano il passato da novità. C’è sicuramente bisogno di persone nuove che apportino novità concrete in tutte quelle realtà dove non arriva nessuno, dove è necessario pensare fuori dagli usuali schemi».
Concorda con entrambi SIMONE: «Nonostante sia ancora difficile per le generazioni giovanili trovare spazi che affaccino su un pubblico eterogeneo, senza che quest’ultimo muova critiche o condanne e ponga ostacoli dovuti ad incomprensioni, il cambio degli orizzonti culturali è stato talmente potente che perfino in campo religioso si cercano nuove risorse, quasi che crei disagio non adeguarsi ai tempi. Il senso religioso è drasticamente cambiato, e anche il criterio con cui si accoglie il prossimo, chiunque esso sia, sta voltando pagina. Quelli che si muovono in tal senso creano un fermento che sembrerebbe far ben sperare».

In conclusione, suggerisce ALESSANDRA: «Da parte di alcuni adulti esiste davvero il desiderio di aprirsi ai giovani, ma spesso in entrambe le generazioni c’è paura di cambiare: si dà spazio ai giovani, ma all’interno di forme già costituite, oppure sono i giovani stessi che pensando di esprimersi in modo originale diventano i più forti sostenitori degli schemi. Servirebbe più coraggio da parte di tutti».

 

SERGIO VENTURA: «”Se nella società o nella comunità cristiana vogliamo far succedere qualcosa di nuovo, dobbiamo lasciare spazio perché persone nuove possano agire”. Mi commenti questa frase? È realistica?»

MICHELANGELO: «Non vedo nessun valore nella novità in sé. Le persone si formano attraverso i paradigmi culturali preesistenti ed eventualmente possono innovarli. Ogni classico proviene dall’albero genealogico della grande letteratura che l’ha preceduto. Ogni sistema nasce come evoluzione o contestazione del precedente. Per far accadere cose nuove non si può fare altro che produrre novità operando noi stessi, qui, ora. Confidare nei giovani e nella novità significa attendere invece di agire».
In
guardia da ogni forma di ‘giovanilismo’ ci mette anche DANIELE: « ‘Giovane è meglio’ non è che un luogo comune! La Chiesa ha bisogno di mettersi in questione radicalmente, operazione a cui paradossalmente possono giovare più gli anziani che i giovani. La Chiesa dovrebbe riscoprire le voci più anziane che hanno vissuto gli scenari teologici del dopo Concilio. Le persone nuove nella Chiesa dovranno essere prima educate nella vivacità culturale della Teologia del Novecento e solo poi potranno portare avanti il rinnovamento della Chiesa. D’altronde, come dicevo prima, l’entusiasmo giovanile nei movimenti ecclesiali è quasi sempre ancorato fedelmente alla tradizione: il momento dei Millenials cattolici è ancora da venire». Concorda BEATRICE: «Sì, non bastano ‘new entry’. Nella chiesa serve più spazio per tutti, vecchi e nuovi. In realtà, bisognerebbe dare alle persone gli strumenti per cambiare, diventare loro stessi qualcosa di nuovo, in modo da dare nuovi contributi alla comunità. Pensare fuori degli schemi, da più punti di vista e a diversi livelli: questo può arricchire!»

Più positiva la visione di ALICE: «Sì, il termine novus non aveva in latino un significato sempre positivo, anzi, basti pensare all’homo novus. La novità è portatrice di instabilità, di dissoluzione interna, spesso causata da qualcosa che prorompe repentinamente e scardina il quadro preesistente. A ciò è legato il timore, che prende il sopravvento in assenza della ragione. Ma se è vero che i sentimenti devono rimanere sotto l’egida della ragione, anche la ragione deve dar scampo a una ‘spanna’ di rischio per spianare la strada a un avanzamento, a un progresso. Perciò il nuovo arriva sempre dapprima senza mezze misure, con una commistione di gioia e dolore: la sofferenza nello sforzo del cambiamento, insieme al benessere di cui esso sarà portatore. E solo in seguito, se non è semplice camuffamento del vecchio, si stabilizza nello stato di calme plat, nel giusto mezzo».
Concorda SIMONE: «Non credo si tratti di progressismo o di guardare avanti, ma di capire quanto radicalmente le generazioni attuali siano diverse ed esprimano un senso nuovo della vita. Si tratta di leggere bene la nostra storia, comprendere che la crisi che stiamo vivendo è soprattutto culturale, che c’è una crisi di valori, ma che essa non include un’assenza totale degli stessi, e che si può risolverla non osteggiando il suo cammino ma accogliendolo».
Sullo stesso piano si pone MARTA: «Credo che le nuove generazioni abbiano molto da dire perché ormai (quasi) tutti hanno gli strumenti necessari per poter avere un’opinione consapevole rispetto a tanti temi, anche quelli più dolenti e delicati. Penso al matrimonio, alle unioni civili, al modo di essere medico, al modo di essere cittadino, giornalista, professore. Certo, però, che la novità può nascere solo dal confronto e dalla condivisione dei punti di vista – la qual cosa è sempre la più difficile da ottenere. A tal proposito, quel che mi provoca dispiacere è che spesso, presi dalla frenesia degli esami o degli impegni lavorativi, ci perdiamo occasioni di scambio che potrebbero soltanto rendere più facili e leggeri quegli esami o lavori su cui investiamo tanto tempo ed energie!».
ALESSANDRA: «In ogni caso credo che ci sia bisogno di chi è stato a lungo ‘sul campo’ e ha affrontato varie situazioni sperimentandone le conseguenze, insieme a persone nuove che sappiano guardare il mondo che cambia con altri occhi e che abbiano nuove idee ed energia da spendere. Più che una ‘sostituzione’, quindi si dovrebbe costruire un dialogo continuo e profondo. Se sia realistico o realizzabile credo dipenda solo dalla volontà di realizzarlo o meno».

Interessante la proposta di GIULIO: «Servirebbero, però, forme più immediate, ‘disintermediate’. I blog vanno bene, ma bisognerebbe poter tenere i commenti dei commentatori assieme al loro profilo, nonché introdurre una meccanica reputazionale (analoga a quella di Reddit), sia per affezionare i commentatori, sia per creare una continuità temporale a commenti che altrimenti finirebbero per sparire. Sarebbe interessante infatti creare un gruppo di studio che segua i commenti più apprezzati…».

 

SERGIO VENTURA: «Ma allora cosa vorrebbe dire nel mondo e nella Chiesa di oggi dare spazio alla creatività e ai talenti dei giovani?»

MICHELANGELO: «Non credo che stia alla Chiesa dare spazio ai giovani, quanto ai giovani ricavarselo. Sono un difensore delle torri d’avorio. Abbandonarle vorrebbe dire per la Chiesa accettare e incoraggiare la secolarizzazione, interiorizzare il declino e diventare l’immagine sbiadita di ciò che era un tempo. Cosa che, a essere sincero, mi sembra sia già accaduta, specie con il passaggio da Ratzinger, un colto teologo che per quanto impopolare forse poteva favorire la (ri)nascita di una cultura cattolica, a un personaggio mediaticamente più presente ma incapace di comunicare del messaggio biblico la profondità che ne ha tradizionalmente costituito la ricchezza storico-letteraria». DANIELE: «Ma ciò vorrebbe dire educare i giovani alla Teologia, il cui ruolo, invece, data la loro vitalità e la loro forza, è sempre relegato a qualcosa di pratico. Assistenza, animazione e carità sono dimensioni vitali della Chiesa, e sono gli unici luoghi in cui troviamo i giovani. Quel che manca però nell’esperienza ecclesiale dei giovani è la formazione teologica, con la conseguenza che essi sono lasciati ad un’educazione cristiana banale, devozionale e sentimentale, costruita su opuscoletti di dubbio valore, mediante una catechesi arida e tradizionalista ed un moralismo bigotto. La più grande ricchezza della Chiesa è invece la Teologia, un deposito di due millenni di riflessione razionale sulla Fede che i giovani non conoscono e non considerano necessaria, imbottiti come sono dal catechismo di età scolare e dalla morale del – Fa il buono altrimenti Gesù piange – ».

In tal senso va la speranza di GIULIO: «Forse la Chiesa potrebbe, tramite opere di neo-mecenatismo, sostenere la cultura. Collegi di arti e filosofia, ovvero gruppi di lavoro nelle parrocchie, potrebbero dare ai giovani laici l’occasione per portare nuova linfa vitale alla nostra vita intellettuale, in un momento in cui essa sta vivendo tempi più duri del solito. Basterebbe un’opera di pubblicizzazione tramite la macchina informativa ecclesiastica per dare ai giovani l’opportunità di apparire in pubblico e di proporre idee nuove. Una rivista virtuale di arte, idee e commenti sugli accadimenti che, accorpando una miriade di progetti tramite una semplice pagina di raccordo, ottenga facilmente una comunità virtuale rilevante».
BEATRICE: «Sì, ma per realizzare questa possibilità bisognerebbe investire soldi, predisporre luoghi ed avere tempo libero da dedicare ai propri talenti. Se si volesse dare una mano in questo senso bisognerebbe partire dalle scuole, dall’insegnamento e dai finanziamenti pubblici».
SIMONE: «In tal modo, inoltre, si potrebbero riattualizzare concetti e idee che hanno un potenziale di fruibilità infinito, così da far sentire riconosciuta e identificata la società che si sta descrivendo. Se i giovani sono la società contemporanea, allora in questo modo i nuovi valori acquisiranno maggior dignità, senza essere appiattiti e lasciati nel ‘sottoterra’ culturale».

Fondamentale, però, conclude ALESSANDRA, «fare in modo che questi momenti non fossero isolati o di ‘sola consultazione’: il contributo dei giovani dovrebbe essere considerato della stessa importanza di quello degli adulti».

SERGIO VENTURA: «Credi di poter dire, dare e insegnare qualcosa agli adulti, oggi?»

BEATRICE: «Sì, cerco di farlo sempre. Lo faccio per lavoro come guida turistica, lo faccio come amica quando le persone che amo mi chiedono consigli e supporto, lo faccio nella pratica dell’arte, soprattutto con la musica». Concorda MARTA: «Tutti quanti possiamo. Mi rendo conto che la nostra generazione rappresenta essa stessa una vera e propria novità rispetto a tutte le precedenti. Sembra essersi creata una soluzione di continuità rispetto al passato e penso che questo sia già di per sé un terreno fertile per arricchire gli adulti. Ecco, credo che forse sia questo che possiamo dare agli adulti: l’entusiasmo di accogliere le novità e farle nostre, farci un’idea il più possibile esente da pregiudizi sulle cose, perché siamo nati e cresciuti in un’epoca in cui la novità è all’ordine del giorno ed aggiornarsi è fondamentale per stare al passo con i tempi».

Più critico MICHELANGELO: «Cerco di apprendere, più che di insegnare. Scrivo per apprendere, cercando di sondare l’inesprimibile, al di là di ogni nozione, al di là di ogni aforisma ben confezionato. Tutto quello che faccio ruota attorno a una ricerca esistenziale che non posso e non voglio accantonare in virtù di un pacato conformismo. Non intendo insegnare nulla, non intendo dare, a questo mondo e a chiunque, null’altro che me stesso, qualunque cosa sia».

Sulla stessa lunghezza d’onda GIULIO: «In questo momento no. Se dovessi poter dire qualcosa in questi tempi di confusione a angoscia, ripeterei l’adagio di Vittorio Arrigoni di restare umani. Questa è l’unica frase che sento adatta a questo momento storico: – stay human! – ».

Perplesso è anche DANIELE: «Io non credo di dover insegnare niente a nessuno. Sono uno studente e come studente so di avere davanti molti anni di studio prima di poter insegnare. L’unico consiglio che mi sento di poter dare alle realtà ecclesiali che conosco è quello già dato: la Teologia. Oggi siamo cristiani, ma non sappiamo cosa il Cristianesimo sia, ne abbiamo una versione ridotta e non approfondita. La grande sfida odierna del Cristianesimo è quella di insegnare “l’esser cristiani” alla generazione seguente. Il luogo di questa trasmissione non sarà più l’oratorio o il catechismo, né tutte le iniziative di carità pratica (anche se buonissime e necessarie), ma la Teologia. Agli adulti di oggi, quindi, non posso che consigliare questo cambio di rotta: darsi e dare alla comunità una formazione teologica che nei secoli è venuta meno ed è stata relegata nelle Facoltà Pontificie, impedendo di comprendere tutta la problematicità del Cristianesimo».

Conclude, infondendoci coraggio, ALESSANDRA: «Anch’io non so se personalmente ho qualcosa da insegnare ad altri, giovani o adulti che siano, però ho una grande voglia di mettermi in gioco e che sicuramente posso donare quello che sono e quello che so fare. Vorrei dire, però, a chi non ci crede più o a chi ha smesso di crederci, che un mondo migliore si può costruire, mettendoci più ottimismo e più fiducia».

vinonuovo.it

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IL PAPA E I GIOVANI Da Cracovia al Sinodo: il futuro della Chiesa passa da qui

Sarà dedicato ai giovani il prossimo Sinodo convocato da Papa Francesco. Da Cracovia al 2018, la Chiesa scommette su di loro: vuole accompagnarli facendo da “bussola”, ma anche imparare da loro, quando scendono in campo da titolari e non da riserve. Nel 2017 i “Lineamenta”  e un Questionario per consultare la “base” e sfatare pregiudizi, letture superficiali e banalizzanti.

Il parco Blonia, zuppo di pioggia così come i suoi abitanti per una notte. “Io vi domando, voi rispondete: le cose si possono cambiare?”, chiede Papa Francesco. La risposta non si fa certo attendere, e suona in tante lingue quanti sono i Paesi da cui viene la “ola”: “Sì”. “La Chiesa oggi vi guarda, il mondo oggi vi guarda e vuole imparare da voi”. Nessuno sa se nella mente del Papa c’era già il Sinodo dei giovani: ma di certo, a Cracovia, l’estate scorsa abbiamo assistito ad un’anteprima d’eccezione, che in qualche modo ne ha già tracciato il percorso.

Dopo il Sinodo in due tempi dedicato alla famiglia, un’altra “prima assoluta” di Francesco, il 2018 sarà l’anno in cui la Chiesa universale è chiamata a raccolta per i giovani. E la preparazione comincia già con il 2017 che stiamo per inaugurare, con il documento preparatorio – i “Lineamenta” – che sarà inviato a tutti gli episcopati del mondo, unitamente ad un Questionario – come è stato fatto per la famiglia in occasione del Sinodo precedente – per consultare la “base” in forma diretta e avere da diocesi, parrocchie, associazioni e movimenti un identikit di coloro a cui appartiene il futuro della comunità ecclesiale e della stessa famiglia.

“I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, sarà il tema del secondo Sinodo dei giovani convocato da Papa Francesco in quattro anni di pontificato. Quando, a ottobre 2016, il Papa ha dato l’annuncio del tema scelto per il Sinodo del 2018, lo ha definito “in continuità” con quanto emerso dalle Assemblee sinodali sulla famiglia (2014 e 2015) e con l’esortazione post-sinodale “Amoris Laetitia”. L’obiettivo è chiaro:

“Accompagnare i giovani nel loro cammino esistenziale verso la maturità affinché, attraverso un processo di discernimento, possano scoprire il loro progetto di vita e realizzarlo con gioia, aprendosi all’incontro con Dio e con gli uomini e partecipando attivamente all’edificazione della chiesa e della società”.

Il questionario sarà certo di grande aiuto per fotografare l’esistente, con gli accenti e le sfumature diverse, a volte anche nette e perentorie, tra i vari Continenti, e all’interno di essi tra le Chiese di antica tradizione – quelle forse più a corto d’ossigeno in quanto alle percentuali di partecipazione attiva, in prima fila la “vecchia” Europa – e quelle che possono vantare una maggiore vitalità e freschezza di testimonianza della fascia “under 35”, come nel caso di Asia e Africa.

Ma i giovani, si sa, sono allergici alle percentuali e vivono di eccezioni: così, il Sinodo del 2018 potrà forse essere l’occasione per sfatare alcuni pregiudizi e magari dare maggiore titolarità al “popolo giovane” della Chiesa, quello che risente di più di alcune sue letture superficiali e banalizzanti da parte della galassia dei – cosiddetti – adulti.

Papa Francesco è un maestro in questa “cultura dell’incontro”: anche all’interno di folle oceaniche come quelle della Gmg di Cracovia è capace di guardare ciascuno dritto negli occhi. Come ha fatto con gli affacci a sorpresa dalla finestra dall’arcivescovado di Via Franciszkanka, la stessa da cui si affacciava Giovanni Paolo II. Nel primo ha ricordato Maciek, un giovane volontario che doveva essere lì ma non ce l’ha fatta perché stroncato a 20 anni da un tumore. Il Papa lo ha chiamato per nome e ha chiesto ai giovani, per un momento, di alzare lo sguardo e di non aver paura di guardare la vita, ma non dal balcone o dal divano del salotto: la vita è così, un giorno ci siamo e l’altro chissà. Perché la vita passa da qui, più che dagli schermi asettici di uno smartphone, e ha bisogno di “giovani con le scarpe” che lascino un’impronta, che sappiano giocare in campo da titolari e non da riserve.

I sogni e il realismo cristiano. E’ questo il binomio più amato dal Papa per descrivere l’universo giovanile, ai quali non fa mai sconti e chiede di declinare in senso alto la speranza cristiana, che non è mai utopica ma si nutre della concretezza della vita. I giovani sono il futuro, sono i sognatori per eccellenza, ma spesso hanno bisogno di una “bussola” per decifrare lo spessore delle loro situazioni esistenziali , misurare le difficoltà, addomesticare i desideri, tenere a bada le paure e pesare le aspettative.

Il prossimo Sinodo, insomma, potrebbe essere l’occasione per dimostrare che i giovani non sono una categoria, ma una fascia di età, fatta di volte e storie diverse, in cui c’è tutta la ricchezza della vita, con le sue gioie, le sue fatiche e le sue contraddizioni.

La Chiesa è pronta ad accompagnarli, ma anche a imparare da loro. A partire dal suo – e dal loro – “padre”, che in più occasioni ha esortato i pastori a “stare dietro”, oltre che davanti e in mezzo, alla gente. Ai giovani il ruolo di apripista, magari anche con diritto di parola all’appuntamento del 2018.

sir

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Monsignor Galantino: ad Assisi, “una Chiesa missionaria è anche una Chiesa umile”

“Una Chiesa missionaria è anche una Chiesa umile”, così monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, nel suo intervento odierno alla 14ª edizione delle Giornate nazionali di formazione e spiritualità missionaria ad Assisi dal 25 al 28 agosto. Il contributo di mons. Galantino, dal titolo “Sognate anche voi questa Chiesa”, riflette sulla missionarietà della Chiesa. “Quanto più ci si ripiega su se stessi – spiega il segretario generale – tanto più diminuisce l’ansia missionaria; quanto più si nega nei fatti la necessità di sentirsi e di essere ‘Chiesa in cammino’ tanto meno si avverte il bisogno di ‘uscire’. L’autocompiacimento di sé, delle proprie strutture e dei propri progetti anestetizza la passione missionaria”. E prosegue: “Alla nostra Chiesa Francesco continua a chiedere di ‘uscire’, di riscoprire cioè e di vivere la sua dimensione missionaria”. Per questo, spiega, è necessario ‘uscire’: “per non impoverire o rendere addirittura irrilevante la forza dell’annunzio evangelico”; “per capire chi sta dall’altra parte e quali siano le sue domande”; “per capire come la pensa chi sta dall’altra parte e quali siano le sue attese”; “non per adeguarci, ma per adeguare il linguaggio, per affinare la sensibilità e per ridefinire, a partire dal Vangelo, le priorità”. “Purtroppo – commenta mons. Galantino -, quando ci sottraiamo a questo impegnativo esercizio finiamo per dare risposte a domanda che mai nessuno ci ha rivolto e investiamo energie in direzioni sbagliate”. Per il vescovo “l’esperienza ecclesiale alla quale il Papa non si stanca di richiamarci con quella espressione ‘Chiesa in uscita’ è evidentemente una esperienza ecclesiale viva, propositiva, cordiale, fiduciosa”. Mons. Galantino sottolinea che “il nemico di una Chiesa aperta alla missione è la voglia di autopreservarsi e di preservare le strutture, da quelle fisiche a quelle mentali e interiori. Se la conversione mentale richiede tutto quello che fin qui si è detto, la riforma delle strutture esige l’impegno per una pastorale che, in tutte le sue istanze, sia più espansiva, aperta e non ripetitiva”. “Il fine dell’azione pastorale missionaria – conclude mons. Galantino – non è la realizzazione di iniziative o servizi, in funzione dei quali reperire fondi e collaboratori. Il nostro compito è quello di educare le persone secondo il Vangelo, facendo emergere il meglio da ognuno, e mettendo ognuno in grado di essere parte attiva, impiegando i suoi talenti”. In particolare “per le famiglie” e “per i poveri”.

sir