Al via la Conferenza delle Chiese europee sulla pace

Mettersi insieme in ascolto delle “dure lezioni del passato” per impegnarsi ad essere oggi in Europa e nel mondo strumenti di pace e di riconciliazione. Lo ha sottolineato il rev. Christian Krieger, presidente della Conferenza delle Chiese europee, aprendo l’assemblea. Krieger ha ricordato – riferisce l’Agenzia Sir – che il contesto storico in cui 60 anni fa nacque la Cec (1959), era “un’Europa frammentata e divisa dopo la Seconda Guerra mondiale. A quel tempo c’era una reale necessità di superare le divisioni politiche e lavorare per la guarigione e la pace”. È questa la missione che le Chiese cristiane in Europa continuano a svolgere ancora oggi per far emergere “un’Europa umana, sociale e sostenibile in pace con se stessa e con i suoi vicini, in cui prevalgono i diritti umani e la solidarietà”.

Pace e riconciliazione

Rifacendosi quindi al Trattato di Pace che fu firmato proprio a Palazzo di Versailles nel 1919, il pastore protestante ha detto: “La prima guerra mondiale ha portato alla fine di un ordine mondiale. La mappa dell’Europa fu ridisegnata così come la maggior parte della mappa del mondo”. In questi giorni, rappresentanti delle Chiese aiutati da esperti e politici, esploreranno “le dure lezioni del nostro passato europeo e globale”, identificando quali sono oggi “le minacce alla pace in Europa e nel mondo”. “Speriamo – ha aggiunto – di trarre ispirazione dal ruolo e dal lavoro della Conferenza delle Chiese europee, sin dalla sua creazione, come strumento ecumenico impegnato nella costruzione della pace, nella guarigione delle ferite del passato e nella riconciliazione”.

Dialogo ecumenico

La Conferenza delle Chiese europee è un organismo ecclesiale ed ecumenico che unisce 114 Chiese di tradizioni ortodosse, protestanti e anglicane in Europa per il dialogo, la difesa e l’azione comune per la promozione della pace e per l’unità della Chiesa. (Sir)

Quale Chiesa oggi? Locanda dell’ospitalità e faro nella notte…

“Dopo la bufera riapparirà ancora il sole.

Come sempre dopo la prova si è più contenti,

si gusta di più il sole”

-Soren Kierkegaard-

In un tempo in cui i riflettori sono accesi sulla crisi di governo e la politica male-educata italiana, vorrei spostare l’asse della riflessione su un altro terreno, quello della vita della Chiesa, quasi all’inizio di un nuovo anno pastorale.

La domanda che fa da titolo all’articolo non è una domanda nuova, ma antica e sempre nuova. È quasi la stessa domanda sulla quale si sono soffermati  i padri del Concilio Vaticano II quando si chiedevano: Chiesa, che dici di te stessa?

Oggi, nel momento storico e culturale che viviamo, questa domanda torna davanti agli occhi di coloro che riflettono e operano nella Chiesa.

E il sottotitolo di questo articolo si propone di offrire due risposte alla domanda posta, risposte che si presentano nel linguaggio delle immagini e dei simboli, i quali – come amava dire Ricoeur – “danno a pensare” e che hanno il più delle volte più incisività delle parole.

La prima immagine è squisitamente evangelica: la locanda è il luogo dove il buon Samaritano del vangelo di Luca porta e fa curare il malcapitato finito nelle mani dei briganti.

La locanda è l’immagine di quella Chiesa che accoglie e si prende cura dei malcapitati della storia e del tempo, è l’immagine di una Chiesa dell’ospitalità che vede nel debole e nel malato la carne di quel Cristo che tanto predica e prega.

Questo simbolo, pertanto, richiama non solo l’accoglienza (direbbe papa Francesco “una Chiesa dalle porte aperte”) ma anche un altro aspetto, quello della missionarietà della Chiesa (direbbe sempre il papa “una Chiesa in uscita”). Questi due aspetti sono complementari tra loro: il primo è un movimento centripeto che va dalla piazza alla chiesa, dall’esterno all’interno; il secondo, invece, è centrifugo perché va dalla sacrestia alla strada, dall’interno all’esterno.

Un teologo e vescovo cattolico, Erio Castellucci, commentando la pagina dei discepoli di Emmaus ed evidenziandone la straordinaria attualità di essa nell’oggi della Chiesa, scrive: “I due discepoli aggiungono un posto a tavola. Non hanno paura di allargare lo spazio della loro casa, non si barricano dietro alla loro porta. Hanno intuito, sentendo parlare Gesù, che quello straniero può solo arricchire la loro vita. Hanno capito, senza forse averlo sentito direttamente da Gesù, quello che aveva detto alla fine del Vangelo di Matteo: “ero straniero e mi avete accolto”. L’esperienza dell’essere accolti e dell’accogliere è uno degli elementi fondamentali della Chiesa. Molti di quegli adulti e non solo che si accostano o riaccostano alla fede lo fanno perché si sono sentiti accolti e non respinti, accompagnati e non giudicati, presi per mano e non segnati a dito. Se è possibile ottenere qualcosa da chi ci appare più lontano dall’esperienza cristiana, non è certamente etichettandolo, ma accompagnandolo”.

Oggi le comunità dovrebbero crescere ancor di più in questo senso e in questo stile.

La seconda immagine, proposta nel sottotitolo, è invece squisitamente patristica.

Il faro della notte e nella notte richiama quello che i padri della Chiesa amavano chiamare il “misterium lunae”, il mistero della luna.

La Chiesa, infatti, era paragonata alla luna, la quale illumina la notte e i sentieri degli uomini sulla terra. Ma la luna ha una caratteristica degna di nota: non si dà luce da se stessa, ma riceve luce dal sole.

Quindi, per analogia, come la luna non trova luce in se stessa ma dal sole, così la Chiesa è illuminata dal Sole di giustizia, che è Cristo.

Il Concilio Vaticano II sapientemente ha intitolato la costituzione dogmatica sulla Chiesa proprio “lumen gentium”, luce delle genti.

Altra missione, allora, della Chiesa è quella di illuminare, di fare luce sulle vicende degli uomini. Ma non può assolvere a questo compito se essa stessa non è a sua volta illuminata dalla luce solare della parola di Cristo.

Ovviamente la luce della luna non è come quella del sole, ma non per questo non illumina.

Direbbe ancora mons. Castellucci: “L’esperienza cristiana, per chi vi si affaccia – bimbo, ragazzo o adulto che sia – ha il volto stesso della comunità cristiana. È nel contatto vivo con la comunità cristiana che le persone possono ricevere questa testimonianza, possono vedere nei fatti come la fede renda più vivi, attivi risorse altrimenti sopite, susciti relazioni autentiche. Pensando a comunità talvolta smorte, colpite da invidie e rivalità, occupate da alcuni che si ritagliano dei piccoli feudi, comprendiamo ancora meglio quale sia la responsabilità della comunità cristiana. Non basta avere “bravi catechisti”, perché è di fatto la comunità intera ad avere un impatto, nel bene e nel male, sulla vita di fede delle persone che la stanno scoprendo. E non pensiamo che non ci si renda conto del clima di una comunità: lo vediamo benissimo, lo respiriamo, come si respira perfettamente il clima della famiglia”.

I cristiani di oggi, quindi, saranno credibili solo se la loro testimonianza diventa luminosa, cioè capace di fare la differenza e distinguersi nel bene.

Queste due immagini di Chiesa devono intrecciarsi, completarsi. La Chiesa deve avere il coraggio di accendere la luce nella locanda e, allo stesso tempo, di mettere la locanda nella luce.

fonte: odysseo.i

 

Chiesa tra le case

di: Edizioni Dehoniane Bologna
Chiesa tra le caseDescrizione dell’opera

Nei grandi centri urbani, dove aumenta l’anonimato, le appartenenze sono fluide e si moltiplicano i «non luoghi», le parrocchie sembrano soffrire di un’ impostazione ancora «rurale» che non sembra essere in grado di rispondere ai bisogni spirituali del presente.  Nelle città, soprattutto in quelle di grandi dimensioni, la parrocchia è ancora più sfidata a immergersi nelle esperienze del territorio, nei poli che costruiscono socialità e cultura, negli spazi che esprimono bisogni, solidarietà e di democrazia di base. Al tempo stesso, la sfida consiste nel non perdere una delle qualità più belle della parrocchia, ovvero di essere Chiesa tra le case in grado di ascoltare e di interpretare il territorio per annunciare il vangelo a tutti, in ogni luogo.

Sommario

Introduzione (vescovo Domenico Sigalini)Essere Chiesa tra le case.  I. La contestazione della solitudine(Antonio Mastantuono). 1. Città osservabile e società urbana.  2. Mobilità, dislocazione, eterotopia. La mobilità. La dislocazione e l’eterotopia.  3. La parrocchia e la città. Quale stile per una parrocchia in una grande città?  II. Parrocchia e territorio (Giovanni Villata). 1. La nostra prospettiva.  2. Che cosa fanno le parrocchie.  3. Le nuove sfide che vengono dal territorio oggi. Il problema. Siamo tutti vulnerabili. Una diversa visione dell’uomo.  4. Come la parrocchia può accogliere tali sfide?  5. Parrocchie, punti di riferimento.  III. La parrocchia come rete(Augusto Bonora). 1. La rete come immagine evangelica.  2. L’immagine della rete, come modello di accostamento alla Chiesa.  3. Il volto concreto della comunità parrocchiale come rete.  4. Una Chiesa di rete, in uscita, verso le periferie cittadine.  Conclusione.  IV. La parrocchia ha una progettualità? (Salvatore Ferdinandi). Premessa. 1. Presupposti teologico-pastorali.  2. La Chiesa a servizio della comunione. Necessità di una pastorale generativa, dentro le caratterizzazioni e i contesti attuali. Come farsi compagni di cammino nella fede e alla fede, alla luce del racconto di Emmaus (Lc 24,13-35).  3. La parrocchia impara a «pensarsi al futuro», per una rinnovata progettualità pastorale. Necessità che le nostre comunità s’interroghino.  4. Verso una pastorale progettuale e integrata, stile della parrocchia missionaria. Alcune attenzioni per una progettualità pastorale rinnovata.  5. Qualche provocazione come conclusione.

Note sugli autori

Domenico Sigalini è vescovo di Palestrina ● Antonio Mastantuono è docente di Teologia pastorale alla Pontificia Università Lateranense ● Giovanni Villata è direttore del Centro studi e documentazione dell’arcidiocesi di Torino ● Augusto Bonora è parroco di san Galdino a Milano  ● Salvatore Ferdinandi è vicario generale della diocesi di Terni-Narni- Amelia.

Mastantuono, Villata, Bonora, Ferdinandi, Chiesa tra le case. La parrocchia alla prova delle grandi città, collana «Cammini di Chiesa», EDB, Bologna 2017, pp. 72, € 7,50. 9788810521540

Settimana News

Stati Uniti Degustazione vini, sigari, e “rosario patriottico”. La destra cattolica americana in ritiro

“Jesus”, rubrica “Robe dell’altro mondo” luglio 2019 (numero di agosto 2019)

(Massimo Faggioli) Nel luglio 2019 si è riunito per la nona volta in California, nella Napa Valley che produce i vini migliori dell’America del Nord, il gruppo più influente di cattolici conservatori e tradizionalisti: il Napa Institute. Per questo particolare “ritiro spirituale”, in uno dei centri vacanze più esclusivi, il biglietto di ingresso era di duemilaseicento dollari a testa (con uno sconto per vescovi, preti e religiosi), viaggio e albergo esclusi.
Il programma prevedeva relazioni di prelati e intellettuali di chiara impostazione tradizionalista, intervallate da cene di gala, degustazioni di vini e di sigari, la celebrazione della Messa preconciliare in latino, e anche la preghiera del “rosario patriottico”. Tra gli invitati d’onore c’erano anche prelati che hanno sfidato apertamente papa Francesco, come il cardinale Burke e i vescovi Chaput, Paprocki e Strickland. Annunciati in pompa magna, hanno parlato al ritiro anche politici del Partito repubblicano che si sono contraddistinti per il disprezzo per la dottrina sociale della chiesa come l’ex governatore del Wisconsin, Scott Walker e il senatore Lindsey Graham. Nessuno dei due è cattolico: quello che conta è l’appartenenza politica e il fatto che siano tra i principali artefici della presidenza Trump.
L’intento del Napa Institute, fondato nel 2010 da Tim Busch, un businessman cattolico conservatore che di recente ha finanziato e orientato in senso tradizionalista diverse attività educative della chiesa cattolica negli USA, è di rifondare il cattolicesimo con una forte identità politica: esplicitamente vicina a Donald Trump e ostile a papa Francesco. La presidenza Trump ha rivelato l’esistenza di cristiani evangelicali “di corte” alla Casa Bianca. Pare che certi cattolici non vogliano essere da meno in questa singolare gara.
Massimo Faggioli
@MassimoFaggioli
“Jesus”
rubrica “Robe dell’altro mondo”
luglio 2019 (numero di agosto 2019)

Abusi – linee guida: il percorso compiuto e da fare

Articolo tratto da Settimana News

La lettura sinottica delle linee guida sugli abusi della Conferenza episcopale italiana, del 2012, 2014 e quelle approvate nel 2019 (L. Prezzi, Assemblea CEI: nuove linee sugli abusi) è indicativa sul cammino compiuto da parte dell’episcopato italiano e delle attese, più o meno percorribili, che rimangono. A partire dal titolo che, nelle prime due edizioni, suona «Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici», mentre nella terza, pubblicata il 24 giugno di quest’anno, si dice «Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili» (CEI-CISM, Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili).

Cambia il tono

In generale è diverso lo sviluppo del testo (molto contenuto nei primi due casi, assai più ampio nel terzo), diversa la proporzione fra l’attenzione ai profili canonistici e penalistici e le intenzionalità pastorali (queste ultime molto più esplicite nel terzo), diverso il tono complessivo: da un approccio sostanzialmente impaurito e difensivo si passa a un diverso stile di accoglienza e di impegno.

Di particolare rilevanza i principi guida (ed. 2019) che sottolineano «l’assoluta determinazione» della Chiesa italiana per contrastare il fenomeno, il coinvolgimento di tutte le comunità credenti («Tutta la comunità è coinvolta nel rispondere alla piaga degli abusi non perché tutta la comunità sia colpevole, ma perché di tutta la comunità è il prendersi cura dei più piccoli»), «il giusto e dovuto ascolto alle persone che hanno subito un abuso», come anche il «dovere morale di una profonda conversione personale» degli abusatori.

Viene invocata una grande prudenza nei criteri di ammissione ai seminari e una altrettanta grande attenzione alla formazione permanente del clero. I preti devono avere una solida identità e il senso autentico dell’autorità di servizio. In ogni caso, «nessun silenzio o occultamento può essere accettato in tema di abusi». C’è una cultura della prevenzione da sviluppare e una fattiva collaborazione con l’autorità civile da sperimentare «nel rispetto della reciproca autonomia e della normativa canonica, civile e concordataria».

Le comunità cristiane hanno diritto di essere informate relativamente agli indirizzi ecclesiali, alle prassi e ai protocolli adottati. Nei casi concreti la giusta informazione va ponderata con la segretezza di alcune fasi del procedimento e con la tutela della buona fama e la riservatezza di tutti i soggetti coinvolti.

Eventi mondiali

Fra il 2012 e i 2019 sono esplosi a livello mondiale ripetuti scandali di vaste proporzioni. Ricordo il caso del fondatore del Sodalizio di vita cristiana, Luis Fernando Figari (Perù), quello di don Fernando Karadima (Cile), del card. Theodore McCarrick (USA) e del card. George Pell (Australia; il caso non è ancora giunto a conclusione), il rapporto finale della Royal Commission in Australia, di diversi rapporti in Irlanda, il documento del Gran Giurì della Pennsylvania (USA). Oltre ai documenti di denuncia degli stessi episcopati come quello tedesco, polacco e canadese.

Sono anche gli anni in cui si moltiplicano negli episcopati l’elaborazione di linee guida e di prassi di accompagnamento delle vittime a seguito della lettera della Congregazione della dottrina della fede del 2011. Benedetto XVI e poi Francesco hanno perseguito con determinazione sia le denunce sia gli incontri con le vittime.

Di particolare rilievo l’istituzione della Commissione pontificia per la tutela dei minori, i testi normativi per i vescovi accusati e per i ricorsi e le due lettere al popolo di Dio (quella ai cattolici cileni e quella all’intero popolo di Dio dell’agosto 2018). Nel febbraio 2019 si è celebrato a Roma l’incontro dei rappresentanti di tutti gli episcopati sul problema (L. Prezzi, Abusi: l’incontro e le decisioni). Uno dei frutti maggiori è il motu proprio Vos estis lux mundi che ricapitola prassi e procedure nei casi di abuso sessuale, a cui si aggiungono gli abusi di coscienza e di potere.

Elementi di novità

La Conferenza episcopale italiana si è mossa in tale contesto. Pur non essendosi ancora verificata nel nostro paese una sequela di eventi e di scandali di proporzioni eclatanti, l’attenzione è di molto cresciuta. È stato costituito un Servizio nazionale per la tutela dei minori con la volontà di istituire corrispettivi organismi a livello regionale/interdiocesano e a livello diocesano (con almeno un referente).

Nella scrittura delle linee guida del 2019 si avverte la mano di gente esperta e professionalmente coinvolta. Da qui, oltre che dalle recenti disposizioni vaticane, alcune novità. Alle vittime va dato ascolto, accoglienza e accompagnamento, con un sostegno terapeutico, psicologico e spirituale. Nella lotta agli abusi è coinvolto «chiunque opera nelle comunità ecclesiali» alla cui formazione provvederanno i diversi servizi nazionali, regionali e diocesani.

Per quanto riguarda i seminaristi e il clero: ai primi è chiesta l’attestazione civile che escluda qualsiasi precedente e una valutazione specialistica, ai sacerdoti si suggerisce un aggiornamento sistematico. Per i religiosi che entrano in diocesi si chiede ai superiori informazioni scritte, veritiere e complete. Nuova è anche la determinazione su cosa si intenda per abuso, minore e persona vulnerabile.

La trafila classica che si avvia dopo ogni segnalazione e cioè l’indagine previa, l’avvio del processo (con informativa a Roma) e la condanna o assoluzione non tollera «nessun clima di complice e omertoso silenzio», né alcun ostacolo rispetto alla denuncia all’autorità dello stato. L’ascolto deve avvenire in ambienti accessibili, protetti e riservati e ai segnalanti non può essere imposto il segreto.

Tribunali ecclesiastici e magistratura

Nel procedimento canonico l’interesse primario da tutelare è quello del minore o della vittima. Per garantire il corso della giustizia l’accusato può essere allontanato dal ministero. Se vi è il pericolo di reiterazione, le censure posso diventare pubbliche.

La conclusione dell’indagine previa, che attesti la verosimiglianza dei fatti delittuosi, comporta la segnalazione alla Congregazione della dottrina della fede e l’avvio del processo (primo grado; il secondo grado è della Congregazione per la dottrina della fede). Le sanzioni canoniche possono arrivare fino alla dimissione dallo stato clericale.

Va comunque riconosciuta agli accusati la presunzione di innocenza e non devono essere lasciati soli. Si ricorda che la responsabilità del delitto è personale. Nelle linee guida precedenti la sottolineatura della non responsabilità della Santa Sede e della Conferenza episcopale era fortemente evidenziata.

Diversa è anche la disponibilità ai rapporti con la magistratura e le autorità civili. Se le vittime sono d’accordo, c’è la possibilità di una segnalazione all’autorità giudiziaria fin dall’inizio e si riconosce «l’obbligo morale di procedere all’inoltro dell’esposto all’autorità civile qualora, dopo il sollecito espletamento dell’indagine previa, sia accertata la sussistenza del fumus delicti». A meno di una giustificata opposizione della vittima. Si consiglia di non sovrapporre i procedimenti canonici con quelli giudiziari civili.

Le false accuse devono essere punite. «La persona falsamente accusata di aver compiuto abusi ha il diritto di vedere tutelata e ripristinata la sua buona fama e onorabilità».

Nuova è l’attenzione data all’informazione e alla comunicazione. A partire dalla comunità ecclesiale «informata e resa consapevole di ciò che avviene in essa e che necessariamente la coinvolge». Strumenti informativi sono indicati per i siti diocesani. Ci dovrà essere un portavoce ufficiale per poter «rispondere alle legittime domande di informazione, senza ritardi o silenzi incomprensibili».

Si dà, infine, pubblico riconoscimento ai servizi ecclesiali nazionali, regionali e diocesani a tutela dei minori, prevedendo le verifiche e la revisione delle stesse linee guida.

Per il futuro?

Fino a qui, quanto è stato deciso e si sta avviando nelle diverse Chiese locali italiane. Si può fare di più? Ci sono attese non compiute?

Guardando alle altre Chiese nazionali, si possono elencare alcune iniziative che hanno avuto un significativo impatto sulle comunità cristiane e civili.

Anzitutto, le celebrazioni penitenziali, spesso solenni e di carattere nazionale. Anche nell’incontro romano del febbraio scorso si è dato spazio alla preghiera.

In secondo luogo, le audizioni collettive. Sia a livello diocesano, sia per le conferenze nazionali dei religiosi e religiose, sia per le conferenze episcopali questi incontri con le vittime hanno sempre avuto riscontri rilevanti in ordine alla consapevolezza dei pastori. Non raro è anche uno studio complessivo a livello nazionale, compiuto sulla base di diversi decenni, con i numeri delle vittime e degli abusatori.

Alcune conferenze hanno nominato un referente nazionale fra i vescovi con un gruppo o una cellula di lavoro, con il compito non solo di aiutare le diocesi ma anche di ricevere segnalazioni in proprio. Altre hanno voluto un’autorità indipendente per il compito di un’indagine generale.

La parola più radicale l’ha pronunciata un vescovo tedesco, Heiner Wilmer, di Hildesheim, che ha denunciato come «l’abuso di potere sia insito nel DNA della Chiesa. Non possiamo più sbrigarlo come marginale, ma dobbiamo ripensarlo in maniera radicale. Finora però non abbiamo alcuna idea delle conseguenze che ciò deve avere per la teologia» ( Joachim Frank, Mons. Wilmer: L’abuso di potere è nel DNA della Chiesa). Si tratta di confessare la fede in una Chiesa santa, ma riconoscere anche che la Chiesa è peccatrice e trarne le conseguenze nell’approccio pastorale e anche nel sistema di governo: «Abbiamo bisogno di una distinzione dei poteri, di un sistema di Checks and Balances (controlli e contrappesi) come nel sistema democratico».

Papa Francesco nella lettera al popolo di Dio ha scritto: «Guardando al futuro, non sarà mai poco tutto ciò che si fa per dar vita a una cultura capace di evitare che tali situazioni non solo non si ripetano, ma non trovino spazio per essere coperte e perpetuarsi. Il dolore delle vittime e delle loro famiglie è anche il nostro dolore, perciò urge ribadire ancora una volta il nostro impegno per garantire la protezione dei minori e degli adulti in situazione di vulnerabilità».

Così come a scuola non si dovrebbe studiare (ed insegnare) per il ‘quanto basta’ ma per capire e scoprire, allo stesso modo e ancor meglio le realtà ecclesiali sono chiamate ad esprimere l’ansia pastorale per il bene comune

vinonuovo.it

Sulla vicenda della docente di Palermo, sospesa per diversi giorni per l’accostamento che alcuni suoi alunni avevano fatto tra le “leggi razziali” e il “decreto sicurezza”, avevo scritto un articolo per un quotidiano sul ‘fare o meno politica a scuola’. Qualche giorno fa, in occasione della presentazione di due miei libri in una parrocchia, una signora si avvicina alla fine per ringraziarmi e mi mostra la pagina con il mio articolo, chiedendomi quando ne avrei scritto uno sul ‘fare o meno politica nelle realtà ecclesiali’. Oggi, più ci rifletto più mi vengono in mente gli stessi concetti applicati alla scuola e quindi provo a convertirli ecclesialmente.

Innanzitutto è giusto o sbagliato? La politica che deve restare fuori è quella partitica – quella della militanza di destra, centro, sinistra, con i relativi estremi di qua o di là, tranne che non si dibatta sulla cronaca, a partire dai giornali, da un evento particolarmente significativo, e sempre mostrando tutte le sfaccettature. Non si può e non si dovrebbe fare a meno, invece, della politica come ‘ricerca del bene comune’ o come ‘la più alta forma di carità’. In tal senso, parrocchie, oratori, movimenti e associazioni sono state in passato un laboratorio politico e di politica, palestre in cui imparare nella libertà e con responsabilità ad essere “onesti cittadini e buoni cristiani”, costruttori della società! Di questo abbiamo tanto bisogno e forse tante realtà con tale prospettiva dovrebbero ritornare in campo un po’ dovunque.

Scrivendo sulla scuola, ho affermato – per quanti vogliono al contrario una totale asetticità e distanza dalla politica nelle classi – di non dimenticarsi che ci sono pagine e pagine di Storia dedicate, capitoli di Geografia, ore di Cittadinanza e Costituzione, dibattiti e teorie della Filosofia. E come parlare di Dante senza toccare il tema politico? Come trattare Machiavelli, Foscolo, Alfieri, Manzoni? E andando indietro, possiamo forse eliminare tutte le tragedie greche sul tema o alcune commedie di Aristofane? Oppure c’è modo di conoscere davvero Cicerone senza?

Scrivendo, ora, sulla Chiesa direi che alcuni degli Autori citati calzano perfettamente, ai quali è bene aggiungere la sfera della santità citando tra i nomi Tommaso Moro, Giorgio La Pira, Alberto Marvelli, Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi, Robert Schuman, ma ci sono anche tanti re e regine dei secoli precedenti, molti “santi sociali”; è che dire dei papi come capi di stato, dei vescovi che hanno risposto a tutte le necessità della gente e dei parroci che in varie piccole realtà sono considerati più del sindaco. Certo, è vero che in diverse situazioni alcuni politici, formati in contesti ecclesiali, hanno sfruttato l’appartenenza per fini propri e di potere, nonché travisato gli insegnamenti, e persino tradito il Vangelo; ciò non vuol dire che non ci sia speranza, che è meglio non parlarne nei gruppi ecclesiali, che la politica resti fuori dagli oratori, che la Dottrina della Chiesa in tal senso si fermi ai convegni per gli addetti ai lavori o agli uffici di curia.

Così come a scuola non si dovrebbe studiare (ed insegnare!) per il ‘quanto basta’, per la ‘meno peggio’, per il ‘politically correct’, per sopravvivere e prendersi un pezzo di carta, bensì per capire e scoprire, per discernere e giudicare, per comprendere e desiderare di saperne di più, allo stesso modo e ancor meglio le realtà ecclesiali sono chiamate ad esprimere l’ansia pastorale per il bene comune, a testimoniare l’impegno per la cura del creato e della società, a scommettere sin dalla catechesi sulla formazione di “credenti credibili”, a mostrare la passione per il servizio responsabile nei confronti di ogni povertà. Tutto ciò è una scelta comunitaria oltre che personale, un’opzione pastorale fondamentale non secondaria, un altro modo di pregare e di servire il Vangelo.

In questa esperienza estiva privilegiata di incontro con i giovani sapremo fare tesoro di quanto la Chiesa ha vissuto in due anni abbondanti di percorso sinodale?

vinonuovo.it

Si aprono in questi giorni le esperienze che in tutta Italia chiamiamo con vari nomi, da Grest a oratorio feriale a campo estivo… ovunque, con la fine della scuola, la comunità cristiana apre i suoi spazi e mette a servizio la sua ricchezza educativa per accompagnare, nel tempo estivo, i bambini, i ragazzi, gli adolescenti.

Questo sarà il primo Grest dopo il Sinodo dei giovani… cambierà qualcosa? Sapremo fare tesoro di quanto la Chiesa ha vissuto in due anni abbondanti di percorso sinodale?

Perché, giova dirlo, se non iniziamo a fare piccoli o grandi passi a partire dal quotidiano, nulla potrà realmente mutare nel nostro approccio ai giovani.

Forse cambieremo per necessità, dati i numeri dei consacrati e dei volontari in diminuzione, o forse cambieremo per convinzione profonda, per obbedienza, per ascolto… ma vale la pensa chiedersi: il Sinodo cosa ha portato di nuovo nel tempo estivo? Perché questi sono i mesi dell’anno in cui la Chiesa ha la possibilità di entrare veramente in contatto con molti ragazzi che, senza dubbio, bussano animati da molteplici interessi e motivi, non tutti certamente spirituali o ‘canonici’. Ma credo che la sfida stia proprio qui: avere a che fare con uno spaccato abbastanza realista del mondo giovanile di oggi nel momento privilegiato del tempo libero, un poco immuni da stress scolastici, sportivi, e anche ‘sacramentali’ (come può essere l’iniziazione cristiana).

Per diverse settimane i ragazzi porteranno vita in ambienti che durante l’anno sono sovente silenziosi e malinconici; genereranno energia e caos; caricheranno gli adulti di attese; potranno sorprenderci e deluderci; avremo a che fare con i loro genitori magari poco collaborativi (purtroppo).

Ma nel frattempo c’è stato un Sinodo e un’esortazione postsinodale che ha parlato di coinvolgimento, di linguaggi nuovi, di Chiesa giovane, di giovani da non tenere prigionieri in oratori e centri parrocchiali, ma da lanciare nel mondo.

Sapremo essere all’altezza? Sapremo dare loro non tanto ospitalità, ma dignità? Saremo in grado di far capire che la Chiesa è anche loro? Che hanno il diritto di farsi sentire, di portare la loro vita spesso un po’ ferita, confusa, contraddittoria (come quelle di tutti) al centro del nostro mondo ecclesiale? Sapremo puntare sull’essenziale, offrendo anche momenti di solidarietà, senza dimenticare il silenzio e la preghiera? Sapremo essere adulti che accompagnano senza soffocare la libertà? Sapremo non solo pensare a proposte nuove, ma anche pensare di lasciare a loro la regia delle proposte?

Sapremo, soprattutto, rischiare? Avremo il coraggio di lasciare spazio alla creatività dei giovani?

È faticoso, richiede tanta fiducia e tanta speranza. Ma non possiamo ritrarci: il passato non tornerà; dobbiamo costruire il futuro.

I prossimi mesi possono essere il primo frutto concreto del Sinodo. Se sapremo metterci in ascolto dello Spirito e tentate qualche nuovo sentiero.

Non siamo soli: siamo una Chiesa in cammino nel tempo della Pentecoste. L’icona di Emmaus ce lo ricorda: il Signore ci si fa accanto se ci mettiamo in cammino, non se restiamo fermi.

I cattolici italiani e le loro scelte elettorali. Gli interessi più dei valori?

Avvenire

Fra le questioni che l’elezione europea del maggio 2019 ha lasciato aperte vi è quella che fa riferimento al rapporto tra voto politico e atteggiamento religioso. In alcuni momenti della storia d’Italia è apparso assai stretto il nesso che collegava fra loro l’atteggiamento verso la religione (e, in generale, la pratica religiosa) e le scelte di voto dei cittadini. Per circa mezzo secolo la Democrazia Cristiana ha direttamente o indirettamente beneficiato di questo collegamento, dal quale sono derivate dapprima le sue fortune e poi le sue sfortune. Dopo la fine della Dc, con la progressiva frantumazione di quell’eredità politica e morale, e in assenza di formazioni politiche facenti esplicito e dichiarato riferimento alla Dottrina sociale della Chiesa e, in generale, ai valori evangelici, questo nesso si è quasi del tutto spezzato e il voto dei cattolici, anche di quelli dichiaratamente praticanti, si è decisamente spostato dal punto deivalori (tutti, non solo alcuni) a quello degli interessi. Un fenomeno che riguarda l’intero corpo elettorale – anche il direttore di questo giornale insiste da tempo su tale processo – ma che nel caso dei cittadini-elettori cattolici più impegnati sta diventando particolarmente stridente e impressiona persino di più.

Si tratta di una scelta di per sé anche legittima – apparendo comprensibile che i singoli cittadini abbiano a cuore i propri interessi, reali o presunti –, ma che di per sé fa intravedere alcune ombre: è infatti legittimo, per i singoli credenti, votare per una forza politica che tuteli i propri interessi prescindendo del tutto dall’attenzione ad alcuni fondamentali valori? Tentare di dare una risposta a questo interrogativo in modo organico e articolato supererebbe inevitabilmente il breve spazio di un articolo di giornale. Ciò per altro esime dal prospettare alcune considerazioni che dovrebbero, quanto meno, indurre a una seria riflessione (e, se necessario, a una sincera autocritica). Rispondere a questo interrogativo impone necessariamente anche una riflessione sul senso e il valore della politica, di qualunque politica. Essa ha come unico e principale compito quello di promuovere e tutelare gli interessi (sia pure legittimi) o deve anche farsi carico – in una prospettiva più ampia e più completa – di quello che tradizionalmente, nel linguaggio del tradizionale insegnamento della Chiesa, è stato da sempre definito il Bene comune? In quest’ultima prospettiva dovrebbe essere ritenuto doveroso compiere una scelta di campo a favore di coloro che meglio garantiscono, o sembrano garantire, il perseguimento più completo possibile dei valori piuttosto che la tutela dei propri interessi. Ma sembra che difficilmente ciò avvenga, anche nell’ambito di coloro che si considerano credenti e che forse, al momento del voto – quasi prigionieri, appunto, dei propri interessi – si lasciano da questi, e da questi soltanto, condizionare.

La constatazione di tale divario – che da alcuni decenni a questa parte sembra diventato sempre più accentuato – dovrebbe preoccupare non poco la comunità cristiana. Certo – lo scriveva circa 1.800 anni fa la “Lettera a Diogneto” –, i cristiani sono come gli altri e vivono nella stessa città degli altri con gli stessi doveri; ma non devono in tutto e per tutto lasciarsi assimilare, consegnarsi a quello che una volta si era soliti chiamare lo “spirito del tempo” (oggi lo “spirito delle mode” o forse addirittura lo “spirito della guida” di turno…). A parere di chi scrive, si impone dunque, per la comunità cristiana, a tutti i livelli, a partire dagli inizi del cammino catechistico per arrivare alle omelie domenicali e, augurabilmente, a vere e proprie scuole di “educazione alla cittadinanza”, un arduo ma necessario compito di formazione dei fedeli.

Un compito fondato sull’educazione alla socialità, ‘grande assente’, assai spesso, della normale pastorale e della prevalente omiletica: per evitare che l’appello ai valori del grande e concreto umanesimo al quale il cristianesimo ha dato anima sia semplicemente una «voce che grida nel deserto » o, peggio ancora, diventi sempre più una malaccorta copertura di inconfessati, e anche inconfessabili, interessi.

Animali in chiesa: nel dibattito interviene con saggezza una gatta

Ha fatto bene “Settimananews” ( tinyurl.com/yxz8blql ) a portare all’attenzione della Rete e dei cristiani non modenesi un intervento che il vescovo della città emiliana, don Erio Castellucci, ha formulato a proposito dell’opportunità di portare in chiesa i propri animali da compagnia. In merito lo aveva interpellato Sandrone, la maschera di Modena, durante il tradizionale «sproloquio» di carnevale ( tinyurl.com/y4j9b9z3 ), ed è a lui che l’arcivescovo ha risposto, il 30 maggio, sulla “Gazzetta di Modena”. Ma sia l’argomento, sia i generi letterari che monsignor Castellucci ha scelto per affrontarlo appaiono decisamente a misura di web – oltre a testimoniare che si possono toccare questioni serie come i modi della nostra partecipazione alla santa Messa anche a partire da un aspetto secondario quale la presenza degli animali. Per prima cosa il vescovo si mette dal punto di vista dei diretti interessati: nel caso specifico intervista «Minù, la signorina gatto che da tre anni abita nel cortile della curia». La quale ribalta sulla «specie umana» le accuse di «disturbare la liturgia» solitamente rivolte agli animali e rivendica a cani e gatti il diritto di comportarsi reciprocamente secondo le proprie regole «difensive», che in chiesa non sono effettivamente adeguate. Da ultimo assesta al vescovo un’unghiata: «A dire il vero non vedo molti umani così felici, quando escono dalla chiesa. Perché allora volete portarci noi?». Segue un suo più meditato scritto di grande saggezza felina. Secondo Minù gli animali sono a disagio se li consideriamo «eccessivamente umani»; d’altronde lodano già il Signore con la loro esistenza e il loro affetto verso di noi. Dunque, conclude la gatta, «non è opportuno» (voleva dire «non expedit», ma ha preferito farsi intendere da tutti) che li portiamo in chiesa, se non «a ricevere una benedizione; ma solo quando è prevista». Da Castellucci l’aggiunta di una sola chiosa: «Non esistono regole precise nel diritto canonico; la grande regola deve essere il buon senso».

avvenire