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Nuovo e novità nella Chiesa

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«Se nella società o nella comunità cristiana vogliamo far succedere qualcosa di nuovo, dobbiamo lasciare spazio perché persone nuove possano agire» dice il documento del Sinodo. Che ne pensa un gruppo di giovani?

Come spesso capita tra i giovani, una volta rotto il ghiaccio e superati i primi imbarazzi, forte è risultato essere il desiderio di trasformare il precedente confronto ‘virtuale’ in un incontro ‘fisico’. Perciò questa volta ci siamo incontrati dal vivo con Marta, Michelangelo (Franchini), Giulio (Bianco), Daniele (De Prosperis), Alessandra, Alice (Orrù), Beatrice, Ambra e Simone (Musitano) per discutere sul tema del nuovo e della novità possibili nella Chiesa dei nostri giorni. Ecco cosa ne è uscito fuori…

SERGIO VENTURA: «Ti sembra che il mondo e la Chiesa di oggi diano ai giovani uno spazio in cui possano proporre ciò di cui sono capaci, in modo originale anche se provocatorio?»

MICHELANGELO: «Direi di no. Pur non frequentando le sinagoghe, ho costantemente a che fare con l’ebraismo, le sue domande e le sue afflizioni, la sua capacità di fare dei dogmi materia letteraria. Non vedo nulla di simile per il mondo cattolico, che mi sembra confinato nello spazio della chiesa, intesa anche in senso fisico. Mi sembra che in questo periodo storico il cattolicesimo fatichi a costruire un sistema di valori che, accettato o avversato, possa mantenere la propria validità anche a prescindere dalle istituzioni che lo sorreggono».
Concorda
BEATRICE: «La Chiesa che ho conosciuto io dava pochissimo spazio alle provocazioni originali e al libero pensiero, mentre il mondo era vasto e variegato e con maggiori opportunità».
D’altronde, afferma
DANIELE: «la Chiesa oggi offre luoghi di aggregazione soprattutto nei movimenti ecclesiali che, però, si propongono con facili entusiasmi come latori della ‘gioia della Fede’, come rappresentanti della novità e della giovinezza ecclesiale, rivelandosi poi invece come luoghi in cui l’esperienza di Fede si riduce spesso al sentimentalismo, con approcci sostanzialmente conservatori e saldamente ancorati alla dottrina più ferrea: giovani sì, ma più realisti del re. La crescita spirituale è talmente vincolata al ‘cameratismo’ interno al movimento da soffocare l’esperienza individuale. Anzi l’ultraortodossia di questi movimenti, giocata più sulla devozione che sulla provocazione della Fede, spesso esclude qualsiasi messa in questione della Fede stessa».

Di diverso avviso GIULIO: «In Italia politicamente c’è una retorica giovanilista, ma de facto le strutture del sapere e del potere sono per lo più fossilizzate e chiuse. Gran parte del resto del mondo, invece, è ‘giovane’ e, almeno anagraficamente, non si pone questo problema. La Chiesa di Papa Francesco, proveniente non a caso da questa parte del mondo, sembra dotata di buona volontà di rinnovamento, ma anch’essa appare incrostata da tradizioni che non sa selettivamente abolire. Forse per incapacità, forse perché non vuole commettere errori dovuti ad un eccesso di ‘modernismo’, non sa davvero cosa mantenere e cosa scartare. Per quanto mi riguarda, sarebbe utile potenziare e promuovere le associazioni di volontariato. Come i primi pagani, i giovani post-cristiani non credono alle belle parole ma ai fatti. L’occasione di fare qualcosa di buono è cercata da più ragazzi di quanto non si creda. Noi giovani siamo pieni di energie da sfogare. Siamo una forza da valorizzare. Consiglio a tutti una settimana o due o più in Sicilia nei campi antimafia di Libera – il periodo più felice della mia vita! Don Ciotti è un esempio luminoso del bene della Chiesa e il suo operato è davvero troppo trascurato dalla subcultura di massa».
AMBRA: «Anch’io trovo che il Papa sia una figura innovativa molto positiva, piena di gioia di vivere e pronta ad infondere speranza; tuttavia non mi piacciono molti settori della Chiesa che sono ancorati al passato e lo difendono con le unghie e con i denti – soprattutto quelli che mascherano il passato da novità. C’è sicuramente bisogno di persone nuove che apportino novità concrete in tutte quelle realtà dove non arriva nessuno, dove è necessario pensare fuori dagli usuali schemi».
Concorda con entrambi SIMONE: «Nonostante sia ancora difficile per le generazioni giovanili trovare spazi che affaccino su un pubblico eterogeneo, senza che quest’ultimo muova critiche o condanne e ponga ostacoli dovuti ad incomprensioni, il cambio degli orizzonti culturali è stato talmente potente che perfino in campo religioso si cercano nuove risorse, quasi che crei disagio non adeguarsi ai tempi. Il senso religioso è drasticamente cambiato, e anche il criterio con cui si accoglie il prossimo, chiunque esso sia, sta voltando pagina. Quelli che si muovono in tal senso creano un fermento che sembrerebbe far ben sperare».

In conclusione, suggerisce ALESSANDRA: «Da parte di alcuni adulti esiste davvero il desiderio di aprirsi ai giovani, ma spesso in entrambe le generazioni c’è paura di cambiare: si dà spazio ai giovani, ma all’interno di forme già costituite, oppure sono i giovani stessi che pensando di esprimersi in modo originale diventano i più forti sostenitori degli schemi. Servirebbe più coraggio da parte di tutti».

 

SERGIO VENTURA: «”Se nella società o nella comunità cristiana vogliamo far succedere qualcosa di nuovo, dobbiamo lasciare spazio perché persone nuove possano agire”. Mi commenti questa frase? È realistica?»

MICHELANGELO: «Non vedo nessun valore nella novità in sé. Le persone si formano attraverso i paradigmi culturali preesistenti ed eventualmente possono innovarli. Ogni classico proviene dall’albero genealogico della grande letteratura che l’ha preceduto. Ogni sistema nasce come evoluzione o contestazione del precedente. Per far accadere cose nuove non si può fare altro che produrre novità operando noi stessi, qui, ora. Confidare nei giovani e nella novità significa attendere invece di agire».
In
guardia da ogni forma di ‘giovanilismo’ ci mette anche DANIELE: « ‘Giovane è meglio’ non è che un luogo comune! La Chiesa ha bisogno di mettersi in questione radicalmente, operazione a cui paradossalmente possono giovare più gli anziani che i giovani. La Chiesa dovrebbe riscoprire le voci più anziane che hanno vissuto gli scenari teologici del dopo Concilio. Le persone nuove nella Chiesa dovranno essere prima educate nella vivacità culturale della Teologia del Novecento e solo poi potranno portare avanti il rinnovamento della Chiesa. D’altronde, come dicevo prima, l’entusiasmo giovanile nei movimenti ecclesiali è quasi sempre ancorato fedelmente alla tradizione: il momento dei Millenials cattolici è ancora da venire». Concorda BEATRICE: «Sì, non bastano ‘new entry’. Nella chiesa serve più spazio per tutti, vecchi e nuovi. In realtà, bisognerebbe dare alle persone gli strumenti per cambiare, diventare loro stessi qualcosa di nuovo, in modo da dare nuovi contributi alla comunità. Pensare fuori degli schemi, da più punti di vista e a diversi livelli: questo può arricchire!»

Più positiva la visione di ALICE: «Sì, il termine novus non aveva in latino un significato sempre positivo, anzi, basti pensare all’homo novus. La novità è portatrice di instabilità, di dissoluzione interna, spesso causata da qualcosa che prorompe repentinamente e scardina il quadro preesistente. A ciò è legato il timore, che prende il sopravvento in assenza della ragione. Ma se è vero che i sentimenti devono rimanere sotto l’egida della ragione, anche la ragione deve dar scampo a una ‘spanna’ di rischio per spianare la strada a un avanzamento, a un progresso. Perciò il nuovo arriva sempre dapprima senza mezze misure, con una commistione di gioia e dolore: la sofferenza nello sforzo del cambiamento, insieme al benessere di cui esso sarà portatore. E solo in seguito, se non è semplice camuffamento del vecchio, si stabilizza nello stato di calme plat, nel giusto mezzo».
Concorda SIMONE: «Non credo si tratti di progressismo o di guardare avanti, ma di capire quanto radicalmente le generazioni attuali siano diverse ed esprimano un senso nuovo della vita. Si tratta di leggere bene la nostra storia, comprendere che la crisi che stiamo vivendo è soprattutto culturale, che c’è una crisi di valori, ma che essa non include un’assenza totale degli stessi, e che si può risolverla non osteggiando il suo cammino ma accogliendolo».
Sullo stesso piano si pone MARTA: «Credo che le nuove generazioni abbiano molto da dire perché ormai (quasi) tutti hanno gli strumenti necessari per poter avere un’opinione consapevole rispetto a tanti temi, anche quelli più dolenti e delicati. Penso al matrimonio, alle unioni civili, al modo di essere medico, al modo di essere cittadino, giornalista, professore. Certo, però, che la novità può nascere solo dal confronto e dalla condivisione dei punti di vista – la qual cosa è sempre la più difficile da ottenere. A tal proposito, quel che mi provoca dispiacere è che spesso, presi dalla frenesia degli esami o degli impegni lavorativi, ci perdiamo occasioni di scambio che potrebbero soltanto rendere più facili e leggeri quegli esami o lavori su cui investiamo tanto tempo ed energie!».
ALESSANDRA: «In ogni caso credo che ci sia bisogno di chi è stato a lungo ‘sul campo’ e ha affrontato varie situazioni sperimentandone le conseguenze, insieme a persone nuove che sappiano guardare il mondo che cambia con altri occhi e che abbiano nuove idee ed energia da spendere. Più che una ‘sostituzione’, quindi si dovrebbe costruire un dialogo continuo e profondo. Se sia realistico o realizzabile credo dipenda solo dalla volontà di realizzarlo o meno».

Interessante la proposta di GIULIO: «Servirebbero, però, forme più immediate, ‘disintermediate’. I blog vanno bene, ma bisognerebbe poter tenere i commenti dei commentatori assieme al loro profilo, nonché introdurre una meccanica reputazionale (analoga a quella di Reddit), sia per affezionare i commentatori, sia per creare una continuità temporale a commenti che altrimenti finirebbero per sparire. Sarebbe interessante infatti creare un gruppo di studio che segua i commenti più apprezzati…».

 

SERGIO VENTURA: «Ma allora cosa vorrebbe dire nel mondo e nella Chiesa di oggi dare spazio alla creatività e ai talenti dei giovani?»

MICHELANGELO: «Non credo che stia alla Chiesa dare spazio ai giovani, quanto ai giovani ricavarselo. Sono un difensore delle torri d’avorio. Abbandonarle vorrebbe dire per la Chiesa accettare e incoraggiare la secolarizzazione, interiorizzare il declino e diventare l’immagine sbiadita di ciò che era un tempo. Cosa che, a essere sincero, mi sembra sia già accaduta, specie con il passaggio da Ratzinger, un colto teologo che per quanto impopolare forse poteva favorire la (ri)nascita di una cultura cattolica, a un personaggio mediaticamente più presente ma incapace di comunicare del messaggio biblico la profondità che ne ha tradizionalmente costituito la ricchezza storico-letteraria». DANIELE: «Ma ciò vorrebbe dire educare i giovani alla Teologia, il cui ruolo, invece, data la loro vitalità e la loro forza, è sempre relegato a qualcosa di pratico. Assistenza, animazione e carità sono dimensioni vitali della Chiesa, e sono gli unici luoghi in cui troviamo i giovani. Quel che manca però nell’esperienza ecclesiale dei giovani è la formazione teologica, con la conseguenza che essi sono lasciati ad un’educazione cristiana banale, devozionale e sentimentale, costruita su opuscoletti di dubbio valore, mediante una catechesi arida e tradizionalista ed un moralismo bigotto. La più grande ricchezza della Chiesa è invece la Teologia, un deposito di due millenni di riflessione razionale sulla Fede che i giovani non conoscono e non considerano necessaria, imbottiti come sono dal catechismo di età scolare e dalla morale del – Fa il buono altrimenti Gesù piange – ».

In tal senso va la speranza di GIULIO: «Forse la Chiesa potrebbe, tramite opere di neo-mecenatismo, sostenere la cultura. Collegi di arti e filosofia, ovvero gruppi di lavoro nelle parrocchie, potrebbero dare ai giovani laici l’occasione per portare nuova linfa vitale alla nostra vita intellettuale, in un momento in cui essa sta vivendo tempi più duri del solito. Basterebbe un’opera di pubblicizzazione tramite la macchina informativa ecclesiastica per dare ai giovani l’opportunità di apparire in pubblico e di proporre idee nuove. Una rivista virtuale di arte, idee e commenti sugli accadimenti che, accorpando una miriade di progetti tramite una semplice pagina di raccordo, ottenga facilmente una comunità virtuale rilevante».
BEATRICE: «Sì, ma per realizzare questa possibilità bisognerebbe investire soldi, predisporre luoghi ed avere tempo libero da dedicare ai propri talenti. Se si volesse dare una mano in questo senso bisognerebbe partire dalle scuole, dall’insegnamento e dai finanziamenti pubblici».
SIMONE: «In tal modo, inoltre, si potrebbero riattualizzare concetti e idee che hanno un potenziale di fruibilità infinito, così da far sentire riconosciuta e identificata la società che si sta descrivendo. Se i giovani sono la società contemporanea, allora in questo modo i nuovi valori acquisiranno maggior dignità, senza essere appiattiti e lasciati nel ‘sottoterra’ culturale».

Fondamentale, però, conclude ALESSANDRA, «fare in modo che questi momenti non fossero isolati o di ‘sola consultazione’: il contributo dei giovani dovrebbe essere considerato della stessa importanza di quello degli adulti».

SERGIO VENTURA: «Credi di poter dire, dare e insegnare qualcosa agli adulti, oggi?»

BEATRICE: «Sì, cerco di farlo sempre. Lo faccio per lavoro come guida turistica, lo faccio come amica quando le persone che amo mi chiedono consigli e supporto, lo faccio nella pratica dell’arte, soprattutto con la musica». Concorda MARTA: «Tutti quanti possiamo. Mi rendo conto che la nostra generazione rappresenta essa stessa una vera e propria novità rispetto a tutte le precedenti. Sembra essersi creata una soluzione di continuità rispetto al passato e penso che questo sia già di per sé un terreno fertile per arricchire gli adulti. Ecco, credo che forse sia questo che possiamo dare agli adulti: l’entusiasmo di accogliere le novità e farle nostre, farci un’idea il più possibile esente da pregiudizi sulle cose, perché siamo nati e cresciuti in un’epoca in cui la novità è all’ordine del giorno ed aggiornarsi è fondamentale per stare al passo con i tempi».

Più critico MICHELANGELO: «Cerco di apprendere, più che di insegnare. Scrivo per apprendere, cercando di sondare l’inesprimibile, al di là di ogni nozione, al di là di ogni aforisma ben confezionato. Tutto quello che faccio ruota attorno a una ricerca esistenziale che non posso e non voglio accantonare in virtù di un pacato conformismo. Non intendo insegnare nulla, non intendo dare, a questo mondo e a chiunque, null’altro che me stesso, qualunque cosa sia».

Sulla stessa lunghezza d’onda GIULIO: «In questo momento no. Se dovessi poter dire qualcosa in questi tempi di confusione a angoscia, ripeterei l’adagio di Vittorio Arrigoni di restare umani. Questa è l’unica frase che sento adatta a questo momento storico: – stay human! – ».

Perplesso è anche DANIELE: «Io non credo di dover insegnare niente a nessuno. Sono uno studente e come studente so di avere davanti molti anni di studio prima di poter insegnare. L’unico consiglio che mi sento di poter dare alle realtà ecclesiali che conosco è quello già dato: la Teologia. Oggi siamo cristiani, ma non sappiamo cosa il Cristianesimo sia, ne abbiamo una versione ridotta e non approfondita. La grande sfida odierna del Cristianesimo è quella di insegnare “l’esser cristiani” alla generazione seguente. Il luogo di questa trasmissione non sarà più l’oratorio o il catechismo, né tutte le iniziative di carità pratica (anche se buonissime e necessarie), ma la Teologia. Agli adulti di oggi, quindi, non posso che consigliare questo cambio di rotta: darsi e dare alla comunità una formazione teologica che nei secoli è venuta meno ed è stata relegata nelle Facoltà Pontificie, impedendo di comprendere tutta la problematicità del Cristianesimo».

Conclude, infondendoci coraggio, ALESSANDRA: «Anch’io non so se personalmente ho qualcosa da insegnare ad altri, giovani o adulti che siano, però ho una grande voglia di mettermi in gioco e che sicuramente posso donare quello che sono e quello che so fare. Vorrei dire, però, a chi non ci crede più o a chi ha smesso di crederci, che un mondo migliore si può costruire, mettendoci più ottimismo e più fiducia».

vinonuovo.it

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IL PAPA E I GIOVANI Da Cracovia al Sinodo: il futuro della Chiesa passa da qui

Sarà dedicato ai giovani il prossimo Sinodo convocato da Papa Francesco. Da Cracovia al 2018, la Chiesa scommette su di loro: vuole accompagnarli facendo da “bussola”, ma anche imparare da loro, quando scendono in campo da titolari e non da riserve. Nel 2017 i “Lineamenta”  e un Questionario per consultare la “base” e sfatare pregiudizi, letture superficiali e banalizzanti.

Il parco Blonia, zuppo di pioggia così come i suoi abitanti per una notte. “Io vi domando, voi rispondete: le cose si possono cambiare?”, chiede Papa Francesco. La risposta non si fa certo attendere, e suona in tante lingue quanti sono i Paesi da cui viene la “ola”: “Sì”. “La Chiesa oggi vi guarda, il mondo oggi vi guarda e vuole imparare da voi”. Nessuno sa se nella mente del Papa c’era già il Sinodo dei giovani: ma di certo, a Cracovia, l’estate scorsa abbiamo assistito ad un’anteprima d’eccezione, che in qualche modo ne ha già tracciato il percorso.

Dopo il Sinodo in due tempi dedicato alla famiglia, un’altra “prima assoluta” di Francesco, il 2018 sarà l’anno in cui la Chiesa universale è chiamata a raccolta per i giovani. E la preparazione comincia già con il 2017 che stiamo per inaugurare, con il documento preparatorio – i “Lineamenta” – che sarà inviato a tutti gli episcopati del mondo, unitamente ad un Questionario – come è stato fatto per la famiglia in occasione del Sinodo precedente – per consultare la “base” in forma diretta e avere da diocesi, parrocchie, associazioni e movimenti un identikit di coloro a cui appartiene il futuro della comunità ecclesiale e della stessa famiglia.

“I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, sarà il tema del secondo Sinodo dei giovani convocato da Papa Francesco in quattro anni di pontificato. Quando, a ottobre 2016, il Papa ha dato l’annuncio del tema scelto per il Sinodo del 2018, lo ha definito “in continuità” con quanto emerso dalle Assemblee sinodali sulla famiglia (2014 e 2015) e con l’esortazione post-sinodale “Amoris Laetitia”. L’obiettivo è chiaro:

“Accompagnare i giovani nel loro cammino esistenziale verso la maturità affinché, attraverso un processo di discernimento, possano scoprire il loro progetto di vita e realizzarlo con gioia, aprendosi all’incontro con Dio e con gli uomini e partecipando attivamente all’edificazione della chiesa e della società”.

Il questionario sarà certo di grande aiuto per fotografare l’esistente, con gli accenti e le sfumature diverse, a volte anche nette e perentorie, tra i vari Continenti, e all’interno di essi tra le Chiese di antica tradizione – quelle forse più a corto d’ossigeno in quanto alle percentuali di partecipazione attiva, in prima fila la “vecchia” Europa – e quelle che possono vantare una maggiore vitalità e freschezza di testimonianza della fascia “under 35”, come nel caso di Asia e Africa.

Ma i giovani, si sa, sono allergici alle percentuali e vivono di eccezioni: così, il Sinodo del 2018 potrà forse essere l’occasione per sfatare alcuni pregiudizi e magari dare maggiore titolarità al “popolo giovane” della Chiesa, quello che risente di più di alcune sue letture superficiali e banalizzanti da parte della galassia dei – cosiddetti – adulti.

Papa Francesco è un maestro in questa “cultura dell’incontro”: anche all’interno di folle oceaniche come quelle della Gmg di Cracovia è capace di guardare ciascuno dritto negli occhi. Come ha fatto con gli affacci a sorpresa dalla finestra dall’arcivescovado di Via Franciszkanka, la stessa da cui si affacciava Giovanni Paolo II. Nel primo ha ricordato Maciek, un giovane volontario che doveva essere lì ma non ce l’ha fatta perché stroncato a 20 anni da un tumore. Il Papa lo ha chiamato per nome e ha chiesto ai giovani, per un momento, di alzare lo sguardo e di non aver paura di guardare la vita, ma non dal balcone o dal divano del salotto: la vita è così, un giorno ci siamo e l’altro chissà. Perché la vita passa da qui, più che dagli schermi asettici di uno smartphone, e ha bisogno di “giovani con le scarpe” che lascino un’impronta, che sappiano giocare in campo da titolari e non da riserve.

I sogni e il realismo cristiano. E’ questo il binomio più amato dal Papa per descrivere l’universo giovanile, ai quali non fa mai sconti e chiede di declinare in senso alto la speranza cristiana, che non è mai utopica ma si nutre della concretezza della vita. I giovani sono il futuro, sono i sognatori per eccellenza, ma spesso hanno bisogno di una “bussola” per decifrare lo spessore delle loro situazioni esistenziali , misurare le difficoltà, addomesticare i desideri, tenere a bada le paure e pesare le aspettative.

Il prossimo Sinodo, insomma, potrebbe essere l’occasione per dimostrare che i giovani non sono una categoria, ma una fascia di età, fatta di volte e storie diverse, in cui c’è tutta la ricchezza della vita, con le sue gioie, le sue fatiche e le sue contraddizioni.

La Chiesa è pronta ad accompagnarli, ma anche a imparare da loro. A partire dal suo – e dal loro – “padre”, che in più occasioni ha esortato i pastori a “stare dietro”, oltre che davanti e in mezzo, alla gente. Ai giovani il ruolo di apripista, magari anche con diritto di parola all’appuntamento del 2018.

sir

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Monsignor Galantino: ad Assisi, “una Chiesa missionaria è anche una Chiesa umile”

“Una Chiesa missionaria è anche una Chiesa umile”, così monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, nel suo intervento odierno alla 14ª edizione delle Giornate nazionali di formazione e spiritualità missionaria ad Assisi dal 25 al 28 agosto. Il contributo di mons. Galantino, dal titolo “Sognate anche voi questa Chiesa”, riflette sulla missionarietà della Chiesa. “Quanto più ci si ripiega su se stessi – spiega il segretario generale – tanto più diminuisce l’ansia missionaria; quanto più si nega nei fatti la necessità di sentirsi e di essere ‘Chiesa in cammino’ tanto meno si avverte il bisogno di ‘uscire’. L’autocompiacimento di sé, delle proprie strutture e dei propri progetti anestetizza la passione missionaria”. E prosegue: “Alla nostra Chiesa Francesco continua a chiedere di ‘uscire’, di riscoprire cioè e di vivere la sua dimensione missionaria”. Per questo, spiega, è necessario ‘uscire’: “per non impoverire o rendere addirittura irrilevante la forza dell’annunzio evangelico”; “per capire chi sta dall’altra parte e quali siano le sue domande”; “per capire come la pensa chi sta dall’altra parte e quali siano le sue attese”; “non per adeguarci, ma per adeguare il linguaggio, per affinare la sensibilità e per ridefinire, a partire dal Vangelo, le priorità”. “Purtroppo – commenta mons. Galantino -, quando ci sottraiamo a questo impegnativo esercizio finiamo per dare risposte a domanda che mai nessuno ci ha rivolto e investiamo energie in direzioni sbagliate”. Per il vescovo “l’esperienza ecclesiale alla quale il Papa non si stanca di richiamarci con quella espressione ‘Chiesa in uscita’ è evidentemente una esperienza ecclesiale viva, propositiva, cordiale, fiduciosa”. Mons. Galantino sottolinea che “il nemico di una Chiesa aperta alla missione è la voglia di autopreservarsi e di preservare le strutture, da quelle fisiche a quelle mentali e interiori. Se la conversione mentale richiede tutto quello che fin qui si è detto, la riforma delle strutture esige l’impegno per una pastorale che, in tutte le sue istanze, sia più espansiva, aperta e non ripetitiva”. “Il fine dell’azione pastorale missionaria – conclude mons. Galantino – non è la realizzazione di iniziative o servizi, in funzione dei quali reperire fondi e collaboratori. Il nostro compito è quello di educare le persone secondo il Vangelo, facendo emergere il meglio da ognuno, e mettendo ognuno in grado di essere parte attiva, impiegando i suoi talenti”. In particolare “per le famiglie” e “per i poveri”.

sir

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Francia: attacco a chiesa, sgozzati prete e fedele. L’Is rivendica

Sono stati uccisi dalle teste di cuoio i due uomini che stamattina, in Francia, in una chiesa nei pressi di Rouen, in Normandia, avevano preso in ostaggio alcune persone, due delle quali sgozzate, l’anziano parroco, morto subito, e un fedele in pericolo di vita. Lo Stato islamico, riferisce l’agenzia Aamaq, ha rivendicato l’attacco, compiuto, afferma l’Is, da due ‘soldati’ del gruppo. Francesca Sabatinelli da Radio Vaticana

Hanno sgozzato il sacerdote e un altro parrocchiano prima di essere neutralizzati e quindi uccisi dalle forze speciali, i due assalitori che questa mattina tra le 9 e le 9.30, armati di coltelli, avevano preso in ostaggio, oltre al prete, almeno 4 fedeli, tra loro due suore nella chiesa di  Saint-Etienne du Rouvray, dove erano entrati dalla porta posteriore durante la Messa mattutina. Il parroco è morto subito, mentre l’altro ostaggio lotta tra la vita e la morte in ospedale. Le notizie sono ancora molto confuse, a dare un bilancio è stato l’arcivescovo di Rouen, mons. Dominique Lebrun, che da Cracovia, dove si trova per la Gmg, ha diffuso una nota in cui parla di tre vittime “padre Jacques Hamel di 84 anni e gli autori dell’assassinio”. L’indicibile accade, ha inoltre aggiunto mons. Lebrun, che nel pomeriggio lascerà la Polonia per rientrare in Francia. A Cracovia si trova anche mons. Stanislas Lalanne, vescovo di Pontoise, nella regione dell’Île-de-France. Manuella Affejee lo ha raggiunto telefonicamente:

Je suis a Cracovie avec tous les jeunes…
“Io mi trovo a Cracovia con i giovani per la Gmg. Siamo arrivati ieri e non abbiamo ancora molte informazioni. Siamo completamente sconvolti .  Insieme a tutti i giovani, e in particolare i giovani della diocesi di Rouen,  con tutto il cuore  siamo in preghiera con la comunità parrocchiale, con tutta la diocesi di Rouen e con le famiglie di quanti sono stati coinvolti in questo dramma terribile.  Una follia omicida! Non sappiamo ancora quali siano i motivi, ma per questo non c’è un motivo, non c’è una ragione: è inaccettabile! Faccio fatica a trovare le parole”.

Secondo le prime ricostruzioni, i due uomini entrando in chiesa avrebbero invocato ‘Daesh’, che in arabo indica l’Is, gridando inoltre ‘Allahu Akbar’. Uno dei due uomini avrebbe avuto la barba e in testa la ‘chachia’, il tradizionale berretto di lana indossato soprattutto in Tunisia. L’antiterrorismo ha aperto un’indagine, uno dei due assalitori, notizia di stampa non confermata dalle autorità, sarebbe stato schedato con la lettera ‘S’, che indica gli individui potenzialmente radicalizzati a rischio di passare all’azione. L’abate Philippe Maheut è il vicario generale dell’arcidiocesi di Rouen, intervistato da Manuella Affejee.

R. – Le père Jacques Hamel, il était prêtre sur la paroisse depuis dix ans ; …
Il padre Jacques Hamel era nella parrocchia da dieci anni; aveva 84 anni ed era “prete ausiliare”. Abitava vicino alla chiesa nella quale è stato ucciso.

D. – Immagino quanto viva possa essere l’emozione in questo momento …

R. – On sent une très très forte émotion qui …
L’emozione è molto, molto forte che supera perfino il perimetro di sicurezza nel quale mi trovo ora, perché le operazioni di polizia non sono ancora del tutto concluse. Ci sono tanti appelli di preti che ovviamente  vivono questo evento come una ferita nella loro carne, di parrocchiani, di comunità religiose … Il primo impulso è quello di pregare. Stiamo aspettando anche il ritorno del nostro vescovo che era andato alla Gmg e che tornerà con il primo aereo del pomeriggio per sostenere la comunità parrocchiana e diocesana. Però, rilanciamo il dialogo incessante che ci impegniamo a mantenere con tutte le comunità che vivono da noi  e che diventa ora un’urgenza ancora maggiore …

Il presidente Francois Hollande, nel frattempo giunto a Rouen, ha condannato l’ignobile assalto alla chiesa, parlando di “minaccia elevata” e di due individui che hanno agito “in nome dell’ Is”. “Ci troviamo ancora una volta di fronte a una prova. E’ una guerra da condurre con tutti i mezzi nel rispetto dei diritti” ha aggiunto, ricordando che i “terroristi vogliono dividerci”.

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Papa Francesco alle contemplative nella costituzione apostolica «Vultum Dei quaerere» (La ricerca del volto di Dio)

Il Papa invita i monasteri di suore contemplative a «non lasciarsi prendere dalla tentazione del numero e della efficienza», nella costituzione apostolica «Vultum Dei quaerere» (La ricerca del volto di Dio) pubblicata oggi, scegliendo con cura le vocazioni, evitando di reclutare candidate da altri paesi «con l’unico fine di salvaguardare la sopravvivenza del monastero», rafforzando le federazioni (che possono implicare «lo scambio di monache e la condivisione di beni») e l’autonomia giuridica (che implica «un numero anche minimo di sorelle, purché la maggior parte non sia di età avanzata» e prevede un «processo di accompagnamento per una rivitalizzazione del monastero, oppure per avviarne la chiusura».

La promozione di una adeguata formazione; la centralità della “lectio divina” criteri specifici per l’autonomia delle comunità contemplative; l’appartenenza dei monasteri ad una federazione: sono i punti principali della Costituzione Apostolica “Vultum Dei quaerere. La ricerca del volto di Dio”, firmata da Papa Francesco il 29 giugno e pubblicata oggi, dedicata alla vita contemplativa femminile.

A motivare il documento, spiega papa Francesco, sono il cammino compiuto dalla Chiesa e “il rapido progresso della storia umana” a cinquant’anni dal Concilio Vaticano II. Di qui, la necessità di intessere un dialogo con la società contemporanea, salvaguardando però “i valori fondamentali” della vita contemplativa, le cui caratteristiche di silenzio, ascolto e stabilità, “possono e devono costituire una sfida per la mentalità di oggi”. Introdotto da una riflessione sull’importanza delle monache e delle contemplative per la Chiesa e per il mondo, il documento indica 12 temi di riflessione e discernimento per la vita consacrata in generale e si conclude con 14 articoli dispositivi.

In un mondo che cerca Dio, anche inconsapevolmente, scrive nel documento papa Francesco, le persone consacrate devono “diventare interlocutori sapienti” per “riconoscere le domande che Dio e l’umanità pongono”. Per questo, la loro ricerca di Dio non si deve fermare mai. Francesco esprime apprezzamento per le “sorelle contemplative”, ribadendo che “la Chiesa ha bisogno” di loro per portare “la buona notizia del Vangelo” all’uomo contemporaneo. E non si tratta di una missione facile, considerata la realtà attuale che “obbedisce a logiche di potere, economiche e consumistiche”.

Tuttavia, la sfida indicata dal Pontefice alle contemplative è proprio questa: essere “fari e fiaccole” che guidano ed accompagnano il cammino dell’umanità, “sentinelle del mattino” che indicano al mondo Cristo, “via, verità e vita”. “Dono inestimabile ed irrinunciabile” per la Chiesa, dice ancora la costituzione apostolica, “la vita consacrata è una storia di amore appassionato per il Signore e per l’umanità”, che si dipana attraverso “l’appassionata ricerca del volto di Dio”, di fronte al quale “tutto si ridimensiona”, perché guardato con “occhi spirituali” che permettono di contemplare “il mondo e le persone con lo sguardo di Dio”. Di fronte alle “tentazioni”, poi, il Papa esorta le contemplative a “sostenere coraggiosamente il combattimento spirituale”, vincendo con tenacia, in particolare, “la tentazione che sfocia nell’apatia, nella routine, nella demotivazione, nell’accidia paralizzante”.

Così come invita le suore ad usare con accortezza i social network e i nuovi mas media: “strumenti utili per la formazione e la
comunicazione”, ma esorta tuttavia le suore contemplative ad “un
prudente discernimento” perché questi mezzi non siano occasione
di “dissipazione o di evasione dalla vita fraterna, danno alla
vocazione o ostacolo alla contemplazione”.

avvenire

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Dacca. Una nuova chiesa cattolica per combattere l’odio

In Bangladesh il dolore si trasforma in speranza. La famiglia di Simona Monti, morta nell’attentato di Dacca del primo luglio scorso insieme ad altre 19 persone, aiuterà a costruire una chiesa nel Paese per sostenere la piccola comunità cristiana. Il nuovo tempio sorgerà nel villaggio di Haritana, dove ci sono un centinaio di cattolici. Si tratta di un progetto promosso da Aiuto alal Chiesa che Soffre. Gioia Tagliente ha intervistatodon Luca Monti, fratello di Simona (radio vaticana)

R. – E’ stata una scelta familiare che abbiamo fatto per concretizzare questa esperienza di sofferenza che abbiamo vissuto, in uno stile di preghiera e di speranza cristiana. Vogliamo, come famiglia, che in memoria di Simona la comunità cristiana in Bangladesh, per quanto una piccola minoranza, non si senta smarrita e possa ricevere così un incentivo attraverso il nostro aiuto, perché possa crescere come comunità e soprattutto crescere anche nel dialogo e nell’incontro con le altre religioni.

D. – Qual è il messaggio che si vuole lanciare con questo progetto?

R. – C’è una frase del Vangelo che noi stiamo vivendo e che certamente ci accompagna anche in questi momenti di naturale smarrimento e di sofferenza, ed è questa Parola del Signore: “Non abbiate paura: io ho vinto il mondo”. L’augurio è quello che facciamo ai cristiani in Bangladesh: quello di potere accrescere la fiducia sulla Parola del Vangelo, e celebrando l’Eucaristia veramente possano sentire forte la presenza del Signore che già è il vittorioso Re della Pace.

D. – In Bangladesh come i cristiani vivono la propria fede, dopo l’attentato?

R. – Suppongo che stiano attraversando un momento di smarrimento e di paura. Questo è normale, perché ho visto che anche noi uomini occidentali siamo piuttosto smarriti. Tuttavia, in questi giorni ho avuto modo di incoraggiare tantissime persone trasformando l’ovvio dolore in una testimonianza cristiana. A chi mi chiedeva se è necessario conoscere il Corano per non morire, mi è sembrato opportuno rispondere: “E’ meglio conoscere il Vangelo per essere testimoni di un messaggio di amore, di riconciliazione e di speranza”.

D. – Perché costruire una chiesa proprio nel villaggio di Aritana?

R. – Era uno dei progetti proposto dall’Associazione “Aiuto alla Chiesa che soffre”. Mi è sembrato opportuno scegliere questo progetto, forse per il nome di San Michele a cui sarà dedicata questa chiesa: è colui che davanti a Dio tiene in mano la spada della giustizia misericordiosa del Signore; è il protettore della Chiesa, è colui che negli ultimi tempi vincerà sul male, soprattutto sul male con la “m” maiuscola. Ed è anche un testimone di speranza, l’arcangelo Michele. Credo che questa sia una bella testimonianza. E poi, c’è forse un fatto anche più affettivo e familiare, considerando che il bambino di mia sorella si sarebbe chiamato Michelangelo, proprio in memoria del Santo arcangelo Michele.

D. – Diverse le donazioni arrivate: quanto ancora vi occorre per partire con la costruzione?

R. – Io questo non lo so. Noi abbiamo devoluto una somma di 5 mila euro, e altre piccole somme invece le abbiamo destinate ad altre associazioni caritative: penso a Medici Senza Frontiere, anche questo avrebbe reso molto contenta mia sorella.

D. – Cosa vuole dire in onore delle vittime?

R. – Credo che noi siamo allo stesso tempo vittime di un sistema che, purtroppo, ci lega all’emotività, e passata l’onda emotiva siamo veramente condannati e dimenticare sempre tutto. Il sangue di queste vittime non è semplicemente il sangue di una disgrazia, di una tragedia; io ho interpretato questo avvenimento tremendo come un versamento di sangue di testimonianza e quindi parlo di martirio. Perché non si dimentichi questo martirio, occorre che ci impegniamo tutti, proprio in memoria di queste vittime, per un mondo migliore. E vorrei che ogni cristiano possa imprimere nella propria coscienza le parole del Signore: “Venga il Tuo Regno, che è un Regno di giustizia e di pace”. Possiamo essere costruttori tutti di un mondo più giusto e fraterno.

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Nuova frontiera per comunicare la missione c’è un alleato: il social

Sono tanti i missionari che usano blog, newsletter o i social network per parlare delle loro attività o denunciare situazioni di ingiustizia, conflitti in corso, nei Paesi in cui operano. Oppure sono le reti amicali in Italia che ne curano i profili. Alcuni consigli per una missione sempre più “social”, con un obiettivo: fare rete

C’è il missionario fidei donum, don Fully Doragrossa, che ogni settimana invia da Cuba una newsletter con notizie brevi e ben confezionate e condivide foto delle sue attività su Facebook. C’è padre Aurelio Gazzera che da Bozoum, nella Repubblica Centrafricana, racconta sul suo blog, con foto e testi, le iniziative ordinarie della parrocchia ma nei momenti più cruenti e pericolosi degli scontri lo usa per lanciare l’allarme. Anche suor Elvira Tutolo, da Termoli al Centrafrica, posta ogni giorno notizie d’attualità sul suo profilo Facebook. C’è il Centro missionario diocesano di Padovache, con l’iniziativa “Pronto Mondo” realizza ogni giorno collegamenti in diretta via Skype, in collaborazione con la radio locale Blu radio Veneto e poi postando tutto sui social, con i missionari e le missionarie sparse in tutto il mondo. Sono solo alcuni esempi positivi di come il mondo missionario italiano comunica attraverso i social network, ma sono ancora isolati. L’ideale sarebbe creare una rete per condividere notizie e fornire strumenti formativi adatti per comunicare ancora meglio, imparando ad utilizzare i social nel modo giusto. E’ questo l’obiettivo del corso per operatori di pastorale missionaria, giornalisti, giovani, operatori di organizzazioni non governative  “La missione raccontata attraverso i social” che si è tenuto nei giorni scorsi a Verona. Lo hanno organizzato la Fondazione Cum, Missio eFocsiv. Il corso è stato tenuto da un team di specialisti della comunicazione di Ong 2.0.

Una sinergia per condividere. La Fondazione Cum, braccio operativo di Missio finanziato dalla Cei, da sempre organizza corsi per missionari, famiglie o singoli operatori in partenza. Da una decina d’anni fornisce anche corsi specifici sulla comunicazione, per imparare a comunicare la missione, sia in Italia, sia nel Sud del mondo. Quest’anno l’attenzione è caduta sui social: Facebook, Twitter, Instagram, Google plus, Pinterest, i blog… In un mondo in cui la tecnologia ha reso la comunicazione immediata accorciando tutte le distanze, la rapidità e il buon confezionamento delle notizie (scritte, foto, video) diventa importante anche per i missionari. “Tanti hanno una pagina Facebook curata in prima persona o da gli amici – spiega il giornalista Paolo Annechini, della Fondazione Cum/Missio, coordinatore del corso  -. Tanti usano blog o newsletters. Il problema è che il raggio d’azione rimane circoscritto al singolo missionario. Noi vorremmo promuovere una sinergia per mettere in rete e condividere tutte le notizie e gli eventi”.

Scegliere le immagini giuste e realizzare un video. E’ ovvio che la priorità di ogni missionario, in qualsiasi parte del mondo, sono le attività pastorali. Alla comunicazione si dedica un tempo marginale: la sera o quando la connessione internet funziona bene. Per questo “noi insegniamo ad utilizzare quel poco tempo nel modo migliore”, precisa Annechini, che è anche direttore dell’associazioneLuci nel mondo che realizza videoreportage. Imparare, ad esempio, a scattare poche foto ma buone durante un evento; a realizzare un video di soli 10 minuti (da ridurre a 2/3 minuti). “Oggi non c’è più il divario tecnologico tra nord e sud del mondo – constata -. Bastano un telefonino o una macchinetta fotografica per produrre un buon video”. Quello che invece manca è la formazione. “Scattare 500 foto e girare 3 ore di video durante una distribuzione di medicinali”, fa un esempio, “non serve a nulla: è materiale ingestibile”.

L’importanza della velocità. Oltre alla difficoltà di selezionare ciò che serve, il problema maggiore è la velocità di comunicazione. “Spesso i missionari comunicano dopo settimane – dice -. E’ chiaro che a quel punto le notizie non servono a molto, sono vecchie”. Anche se non si può chiedere ad un missionario di essere sempre presente sui fatti di cronaca – non è quello il suo lavoro – è però vero che spesso i giornalisti li contattano per capire il contesto socio-politico o economico del Paese in cui operano, per avere contatti, informazioni utili: “La rete sui social sarebbe utile anche per rilanciare e approfondire le notizie, in tempi rapidi”. In parte già avviene sui settimanali diocesani, ma sarebbe utile arrivare anche al livello nazionale e internazionale.

agensir

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Le Chiese festeggiano la Giornata Mondiale dell’Ambiente

Le Chiese di tutto il mondo incoraggiano ad impegnarsi in prima persona per la Giornata Mondiale dell’Ambiente il prossimo 5 Giugno, un’opportunità per celebrare la creazione di Dio ed aiutare a proteggere il pianeta.

La Chiesa Anglicana festeggia la Giornata Mondiale dell’Ambiente a sostegno degli animali

La Anglican Church of Southern African Environmental Network, ha messo a disposizione delle risorse perchè i giovani possano partecipare alla Giornata Mondiale dell’Ambiente.

The Anglican Church of Southern Africa’s Environmental Network (Green Anglicans)
The Anglican Church of Southern Africa’s Environmental Network (Green Anglicans)

Il coordinatore ambiente per la Chiesa Anglicana, il reverendo dottor Rachel Mash ha detto, “La Giornata Mondiale dell’Ambiente è l’occasione per crescere ed incoraggiare la consapevolezza globale e l’azione per la cura del creato. Nella Genesi 15: 2, Dio ci ha dato il mandato di custodire la sua terra. Questa giornata è un’opportunità per dedicarsi alle attività che possano frenare il riscaldamento globale, il cambiamento climatico e le altre questioni connesse, riducendo l’impronta di carbonio”.

L’Angola  quest’anno partecipa alla giornata a supporto del tema “Go Wild for Life”, lo slogan che riassume l’importanza della lotta al commercio illegale di fauna selvatica.Il paese sta cercando infatti di ripopolare le mandrie di elefanti, di conservare la biodiversità e salvaguardare l’ambiente dopo un quarto di secolo di guerra civile. Il ministro dell’Ambiente angolano Maria de Fatima Jardim ha detto: “Il commercio illegale di animali selvatici, in particolare il commercio di corno di avorio di rinoceronte, è un grave problema in tutto il nostro continente. In questo giorno di festa e di sensibilizzazione, ci proponiamo di inviare il messaggio chiaro che tali pratiche saranno presto sradicate “.

Le Chiese in Sud Africa sono in fermento per una serie di eventi, in particolare la rappresentazione del dramma basato sulla storia del premio Nobel Wangari Maathaie tutte stanno prendendo un impegno per sostenere l’ambiente.

La Chiesa Cattolica a sostegno dell’Indonesia per la Giornata Mondiale dell’Ambiente

Le condizioni dell’Indonesia, da punto di vista ambientale sono molto preoccupanti. La cronaca riporta dell’eccessivo inquinamento e del disboscamento selvaggio delle foreste tropicali dell’arcipelago, in particolare a Sumatra, Kalimantan e Papua. A partire dal 2000 almeno 10 milioni di acri di foreste sono andate in fumo per far posto alle piantagioni di palma da olio. La situazione è stata portata agli onori della cronaca da Leo Di Caprio, il più famoso e agguerrito attivista nella battaglia alla deforestazione.

Il mons. Ignatius Suharyo, arcivescovo di Giakarta, in una lettera pastorale dal titolo “Proteggere la madre terra, il grembo della vita”, si appella alla comunità cattolica ad amare, proteggere e rispettare il pianeta e la natura, come delineato nell’ultima enciclica di Papa Francesco “Laudato si’ sulla cura della casa comune”.

Waterways in Jakarta, Indonesia | Farhana Asnap/World Bank
Waterways in Jakarta, Indonesia | Farhana Asnap/World Bank

Scrive il mons. Suharyo che la terra soffre per le vaste aree inquinate e in particolare a Giakarta (la città peggiore al mondo per quantità di traffico) un gran numero di centrali industriali e mezzi di trasporto rendono l’aria quasi irrespirabile. Le strade, come i fiumi che attraversano la città, dove vengono abbandonati rifiuti, sono ormai totalmente inquinati.

L’arcivescovo ha dato alcune direttive pratiche ai cattolici, come quelle di ridurre l’uso della plastica, non consumare l’acqua in contenitori usa-e-getta, ridurre l’uso del polistiroloe imparare a separare l’immondizia. “Queste abitudini – scrive mons. Suharyo – dovrebbero essere introdotte e praticate da tutti i cattolici, incluse le canoniche, le residenze pastorali dei sacerdoti, i religiosi e le suore, comprese le strutture scolastiche

L’arcidiocesi di Giakarta è stata sempre molto sensibile alle tematiche ambientali ed ha promosso numerose iniziative a favore della città, come quella di organizzare gruppi volontari di parrocchiani per raccogliere l’immondizia dalle strade.

 

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Chiesa di S. Stefano Reggio Emilia 25 Maggio 2016 ore 21 Saggio interno di fine anno dell’IDML

Chiesa S. Stefano Reggio Emilia 25 Maggio 2016 ore 21 Saggio interno di fine anno dell’IDML Istituto Diocesano di Musica e Liturgia.

 

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Meditazione, Vangelo e Santo del Giorno 17 Maggio 2016

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Radio Giornale 17 Maggio 2016 dalla web radio

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Per la Messa del Lunedì dell’Angelo, i Templari Cattolici d’Italia hanno partecipato alla Santa Messa nella chiesa di Santo Stefano a Reggio Emilia

Templari Cattolici D’Italia (Video)

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Oggi Domenica 8 Maggio la Giornata delle comunicazioni sociali

In uno degli ultimi post sul suo profilo Facebook il vescovo Antonino Raspanti (Nino, secondo il suo account) ha scritto: «L’accesso alle reti digitali comporta una responsabilità per l’altro, che non vediamo ma è reale». La frase è tratta dal Messaggio di papa Francesco per la 50ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali che si celebra oggi. Al centro il «fecondo incontro» – come lo definisce Bergoglio – fra comunicazione e misericordia. «Annunciare la misericordia sui social network può sembrare arduo», spiega il pastore che guida la diocesi di Acireale ed è presidente della Commissione episcopale Cei per la cultura e le comunicazioni sociali. «Invece – prosegue – un aiuto ci viene proprio dal Papa che offre alcune indicazioni da prendere a prestito quando abitiamo la Rete che, come giustamente sottolinea, non va considerata un’espressione tecnologica ma una piazza in cui sempre più persone si incontrano. Ecco, Francesco ci invita innanzitutto al rispetto del prossimo. Poi esorta a non seminare odio, a non condurre alla divisione, a non procurare ferite. Di fatto non possiamo riversare sul web tutta la nostra spazzatura “interiore”. Ciò lacera e innesca sterili polemiche. Serve, al contrario, favorire la riconciliazione, mitigare le avversità, creare ponti, incentivare il dialogo».

Addirittura il Pontefice suggerisce di «prendersi cura» dell’altro, anche attraverso le reti sociali. «Francesco pensa alla comunicazione come prossimità – osserva Raspanti –. Il che significa farci prossimi e stare vicino a chi ci legge o ci risponde. Come sarebbe bello che ci impegnassimo a risanare conversazioni o messaggi che sono pieni di livore o che raccontano tensioni e disagi… Certo, ci vuole un cuore nuovo che si traduce in un atteggiamento nuovo con cui stare nei social network». Tuttavia la verità non va taciuta, evidenzia Bergoglio nel Messaggio. «Fra giustizia, verità e misericordia non c’è alcuna contrapposizione. Anzi in Dio e nel volto di Gesù crocifisso sono un’unica e medesima cosa – chiarisce il vescovo –. Se guardo all’ambiente digitale, uno stile misericordioso non è sinonimo di lassismo. Ci sono momenti in cui occorre prendere posizione e dire quanto si pensa con chiarezza. È un dovere di onestà intellettuale: non si può ricorrere a tattiche o restrizioni mentali per cercare l’applauso a ogni costo sul web».

Francesco consiglia di «scegliere con cura parole e gesti». «È ciò che dovremmo fare quando parliamo o dialoghiamo in modo da non separare, mortificare, scartare ma pacificare, confortare, accompagnare – afferma il presule –. L’uso di un vocabolario di misericordia è una grande arte, un esercizio di discernimento. Direi che è un atto che, da una parte, rimanda alla creatività e, dall’altro, esige responsabilità. Il linguaggio è simile alla materia nelle mani di un artista. In questo caso l’artista è di chi fa comunicazione. Ebbene, si può scrivere o parlare in un modo o in un altro». Raspanti fa un esempio. «Nel nostro Paese ci sono argomenti che possono incendiare facilmente gli animi. Penso a quelli eticamente, politicamente o socialmente sensibili, in quest’ultimo caso il lavoro o l’immigrazione. Quando si interviene su questi temi, occorre evitare scontri di basso profilo».

Il Papa esorta anche all’«ascolto» per costruire una società che sia una «famiglia». «Nei social network crediamo di essere protagonisti. In realtà siamo ingabbiati dentro schermi e algoritmi che determinano molto del nostro dire e del nostro sapere. A ciò si aggiunge una concezione individualistica: parlo sempre di me. Il risultato è che non si riesce più ad ascoltare e quindi a conversare. Paradossalmente l’inflazione di comunicazione ci lascia più soli. È la contraddizione del nostro tempo. Sarebbe, quindi, opportuno che, invece di incentrare post e messaggi su noi stessi, incentivassimo discussioni su problemi, valori e questioni che toccano le persone». Nel Messaggio non manca un monito alla Chiesa, in particolare ai «pastori», a evitare «l’orgoglio superbo del trionfo su un nemico» e la «freddezza del giudizio». «Va congiurato un atteggiamento che, abbracciando i sani principi e la corretta dottrina, li usi per imporre fardelli, come dice il Vangelo di Matteo – conclude il vescovo –. Una Chiesa “ospedale da campo” sa guarire le piaghe dell’uomo con umiltà profonda e nel segno del servizio».

avvenire

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La visita a Lesbo. La preghiera: liberaci dall’indifferenza

Dio di misericordia,
Ti preghiamo per tutti gli uomini, le donne e i bambini, che sono morti dopo aver lasciato le loro terre in cerca di una vita migliore.
Benché molte delle loro tombe non abbiano nome, da Te ognuno è conosciuto, amato e prediletto.
Che mai siano da noi dimenticati, ma che possiamo onorare il loro sacrificio con le opere più che con le parole.
Ti affidiamo tutti coloro che hanno compiuto questo viaggio, sopportando paura, incertezza e umiliazione, al fine di raggiungere un luogo di sicurezza e di speranza.
Come Tu non hai abbandonato il tuo Figlio quando fu condotto in un luogo sicuro da Maria e Giuseppe, così ora sii vicino a questi tuoi figli e figlieattraverso la nostra tenerezza e protezione.
Fa’ che, prendendoci cura di loro, possiamo promuovere un mondo dove nessuno sia costretto a lasciare la propria casa e dove tutti possano vivere in libertà, dignità e pace.
Dio di misericordia e Padre di tutti, destaci dal sonno dell’indifferenza,apri i nostri occhi alle loro sofferenze e liberaci dall’insensibilità, frutto del benessere mondano e del ripiegamento su sé stessi.
Ispira tutti noi, nazioni, comunità e singoli individui, a riconoscere che quanti raggiungono le nostre coste sono nostri fratelli e sorelle.
Aiutaci a condividere con loro le benedizioni che abbiamo ricevuto dalle tue mani e riconoscere che insieme, come un’unica famiglia umana,siamo tutti migranti, viaggiatori di speranza verso di Te, che sei la nostra vera casa, là dove ogni lacrima sarà tersa, dove saremo nella pace, al sicuro nel tuo abbraccio.

da Avvenire

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Amoris Laetitia. Papa: misericordia e integrazione per tutte le famiglie

Misericordia e integrazione: questo il nucleo dell’Esortazione apostolica post-sinodale “Amoris Laetitia – La gioia dell’amore”, siglata da Papa Francesco il 19 marzo e diffusa oggi. Suddiviso in nove capitoli, il documento è dedicato all’amore nella famiglia. In particolare, il Pontefice sottolinea l’importanza e la bellezza della famiglia basata sul matrimonio indissolubile tra uomo e donna, ma guarda anche, con realismo, alle fragilità che vivono alcune persone, come i divorziati risposati, ed incoraggia i pastori al discernimento. In un chirografo che accompagna l’Esortazione inviata ai Vescovi, il Papa sottolinea che “Amoris Laetitia” è “per il bene di il bene di tutte le famiglie e di tutte le persone, giovani e anziane” ed invoca la protezione della Santa Famiglia di Nazareth. L’Esortazione raccoglie i risultati dei due Sinodi sulla famiglia, svoltisi nel 2014 e nel 2015. Il servizio di Isabella Piro di Radio Vaticana.

Cap. 1 La Parola di Dio in famiglia e il dramma dei profughi
Misericordia e integrazione: Amoris Laetitia ruota attorno a questi due assi che ne rappresentano l’architrave. Il Papa ricorda che “l’unità di dottrina e di prassi” è ferma e necessaria alla Chiesa, ma sottolinea anche che, in base alle culture, alle tradizioni, alle sfide dei singoli Paesi, alcuni aspetti della dottrina possono essere interpretati “in diversi modi”. Il primo capitolo del documento, dedicato alla Parola di Dio, ribadisce la bellezza della coppia formata da uomo e donna, “creati ad immagine e somiglianza di Dio”; richiama l’importanza del dialogo, dell’unione, della tenerezza in famiglia, definita non come ideale astratto, ma “compito artigianale”. Ma non vengono dimenticati alcuni drammi, tra cui la disoccupazione, e “le tante famiglie di profughi rifiutati ed inermi” che vivono “una quotidianità fatta di fatiche e di incubi”.

Cap. 2 La realtà e le sfide della famiglia. La grande prova delle persecuzioni
Poi, lo sguardo del Papa si allarga sulla realtà odierna, e insieme al Sinodo, tenendo “i piedi per terra”, ricorda le tante sfide delle famiglie oggi: individualismo, cultura del provvisorio, mentalità antinatalista che – scrive Francesco – “la Chiesa rigetta con tutte le sue forze”; emergenza abitativa; pornografia; abusi sui minori, “ancora più scandalosi” quando avvengono in famiglia, a scuola e nelle istituzioni cristiane. Francesco cita anche le migrazioni, la “grande prova” della persecuzione dei cristiani e delle minoranze soprattutto in Medio Oriente; la “decostruzione giuridica della famiglia” che mira ad “equiparare semplicisticamente al matrimonio” le unioni di fatto o tra persone dello stesso sesso. Cosa impossibile, scrive il Papa, perché “nessuna unione precaria o chiusa alla trasmissione della vita assicura il futuro della società”.

Ideologia gender è  “inquietante”
Francesco ricorda poi “il codardo degrado” della violenza sulle donne, la strumentalizzazione del corpo femminile, la pratica dell’utero in affitto, e definisce “inquietante” che alcune ideologie, come quella del “gender” cerchino di imporre “un pensiero unico” anche nell’educazione dei bambini. Davanti a tutto questo, però – è il monito del Papa – i cristiani “non possono rinunciare” a proporre il matrimonio “per essere alla moda” o per un complesso di inferiorità. Al contrario, lontani dalla “denuncia retorica” e dalle “trappole di lamenti auto-difensivi”, essi devono prospettare il sacramento matrimoniale secondo una pastorale “positiva, accogliente” che sappia “indicare strade di felicità”, restando vicina alle persone fragili.

Matrimonio non è un ideale astratto. Chiesa faccia salutare autocritica
Troppe volte, infatti – afferma il Papa con una “salutare autocritica” – il matrimonio cristiano è stato presentato puntando solo sul dovere della procreazione o su questioni dottrinali e bioetiche, finendo per sembrare “un peso”, un ideale astratto, piuttosto che “un cammino di crescita e di realizzazione”. Ma i cristiani – nota Francesco – sono chiamati a “formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle”, così come faceva Gesù che proponeva un ideale esigente, ma restava anche vicino alle persone fragili.

Cap. 3 La vocazione della famiglia e l’inalienabile diritto alla vita
In quest’ottica, l’indissolubilità del matrimonio non va intesa come “un giogo”, e il sacramento non come “una ‘cosa’, un rito vuoto, una convenzione sociale”, bensì “un dono per la santificazione e la salvezza degli sposi”. Quanto alle “situazioni difficili ed alle famiglie ferite”, il Papa sottolinea che i pastori, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere, perché “il grado di responsabilità non è uguale in tutti i casi”. Se da una parte, dunque, bisogna “esprimere con chiarezza la dottrina”, dall’altra occorre evitare giudizi che non tengano conto della complessità delle diverse situazioni e della sofferenza dei singoli. Francesco ribadisce, poi, con forza, il “grande valore della vita umana” e “l’inalienabile diritto alla vita del nascituro”, sottolineando anche l’obbligo morale all’obiezione di coscienza per gli operatori sanitari, il diritto alla morte naturale e il fermo rifiuto alla pena capitale.

Cap. 4 L’amore nel matrimonio è amore di amicizia
Ma qual è, allora, l’amore che si vive nel matrimonio? Francesco lo definisce “l’amore di amicizia”, ovvero quello che unisce l’esclusività indissolubile del sacramento alla ricerca del bene dell’altro, alla reciprocità, alla tenerezza tipiche di una grande amicizia. In questo senso, “l’amore di amicizia si chiama carità”, perché “ci apre gli occhi e ci permette di vedere, al di là di tutto, quanto vale un essere umano”. In quest’ottica, il Pontefice sottolinea anche l’importanza della vita sessuale tra i coniugi, “regalo meraviglioso”, “linguaggio interpersonale” che guarda “al valore sacro ed inviolabile dell’altro”. La dimensione erotica dell’amore coniugale, dunque, non potrà mai intendersi come “un male permesso o un peso da sopportare”, bensì come “un dono di Dio che abbellisce l’incontro tra gli sposi”. Per questo, Amoris Laetitia rifiuta “qualsiasi forma di sottomissione sessuale” e ribadisce, con Paolo VI, che “un atto coniugale imposto al coniuge…non è un vero atto d’amore”.

Cap. 5 L’amore diventa fecondo. Ogni figlio ha diritto a madre e padre
Soffermandosi, quindi, sulla generazione e l’accoglienza della vita all’interno della famiglia, il Papa sottolinea il valore dell’embrione “dall’istante in cui viene concepito”, perché “ogni bambino sta da sempre nel cuore di Dio”. Di qui, l’esortazione a non vedere nel figlio “un complemento o una soluzione per un’aspirazione personale”, bensì “un essere umano con un valore immenso”, del quale va rispettata la dignità, “la necessità ed il diritto naturale ad avere una madre ed un padre”, che insegnano “il valore della reciprocità e dell’incontro”.

La famiglia esca da se stessa per rendere ‘domestico’ il mondo
Al contempo, il Papa incoraggia le coppie che non possono avere figli e ricorda loro che la maternità “si esprime in diversi modi”, ad esempio nell’adozione. Di qui, il richiamo a facilitare la legislazione sulle procedure adottive e di affido, sempre nell’interesse del bambino e contrastando, con le dovute leggi, il traffico di minori. Quindi, Francesco sottolinea che ovunque c’è bisogno di “una robusta iniezione di spirito familiare”, ed incoraggia le famiglie ad uscire da se stesse, trasformandosi in “luogo di integrazione e punto di unione tra pubblico e privato”. Perché ogni famiglia – è il monito del Papa – è chiamata ad instaurare la cultura dell’incontro e a rendere ‘domestico’ il mondo. Per questo, il Papa lancia “un serio avvertimento”: chi si accosta all’Eucaristia senza lasciarsi spingere all’impegno verso i poveri ed i sofferenti, riceve questo sacramento “indegnamente”.

Cap. 6 Alcune prospettive pastorali. Accompagnare gli sposi da vicino
A metà dell’Amoris Laetitia, il Papa riprende, in modo sostanziale, i temi sinodali. Ad esempio richiama: la necessità di una formazione più adeguata per i presbiteri e gli operatori della pastorale familiare; il bisogno di guidare i fidanzati nel cammino di preparazione al matrimonio, perché “imparare ad amare qualcuno non è una cosa che si improvvisa”; l’importanza di accompagnare gli sposi nei primi anni di matrimonio, affinché non si fermi la loro “danza con occhi meravigliati verso la speranza” e siano generosi nella comunicazione della vita, guardando al contempo ad una “pianificazione familiare giusta”, basata sui metodi naturali e sul consenso reciproco; la necessità di una pastorale familiare missionaria che segua le coppie da vicino e non sia solo una “fabbrica di corsi” per piccole élites.

Preoccupante l’aumento dei divorzi. I figli non siano ostaggi
Oggi, crisi di ogni genere minano la storia delle famiglie – dice il Papa – ma ogni crisi “nasconde una buona notizia che occorre saper ascoltare affinando l’udito del cuore”. Di qui, l’incoraggiamento a perdonare e sentirsi perdonati per rafforzare l’amore familiare, e l’auspicio che la Chiesa sappia accompagnare tali situazione in modo “vicino e realistico”. Certo: nella nostra epoca esistono drammi come il divorzio “che è un male” – sottolinea l’Esortazione – e che cresce in modo “molto preoccupante”. Bisogna, allora, prevenire tali fenomeni, soprattutto tutelando i figli, affinché non ne diventino “ostaggi”. Senza dimenticare che, di fronte a violenze, sfruttamento e prepotenze, la separazione è inevitabile e “moralmente necessaria”.

Divorziati risposati non si sentano scomunicati
Quanto a separati, divorziati e divorziati risposati, l’Amoris Laetitia ribadisce quanto già espresso dai due Sinodi: occorre discernimento ed attenzione, soprattutto verso coloro che hanno subito ingiustamente la scelta del coniuge. Nello specifico, i divorziati non risposati vanno incoraggiati ad accostarsi all’Eucaristia, “cibo che sostiene”, mentre i divorziati risposati non devono sentirsi scomunicati e vanno accompagnati con “grande rispetto”, perché prendersi cura di loro all’interno della comunità cristiana non significa indebolire l’indissolubilità del matrimonio, ma esprimere la carità.

Rispetto per omosessuali, ma nessuna analogia tra matrimonio e unione gay
L’Esortazione ricorda poi le “situazione complesse” come quelle dei matrimonio con disparità di culto, “luogo privilegiato di dialogo interreligioso”, purché nel rispetto della “libertà religiosa”. Riguardo alle famiglie con persone di tendenza omosessuale, si ribadisce la necessità di rispettare la loro dignità, senza marchi di “ingiusta discriminazione”. Al contempo, si sottolinea che “non esiste alcun fondamento” per assimilare o stabilire analogie “neppure remote” tra le unioni omosessuali ed il matrimonio secondo il disegno di Dio. E su questo punto, è “inaccettabile” che la Chiesa subisca “pressioni”. Particolarmente preziosa, poi, è la parte finale del capitolo, dedicata all’accompagnamento pastorale da offrire alle famiglie colpite dalla morte di un loro caro.

Cap. 7 Rafforzare l’educazione dei figli, diritto-dovere dei genitori
Ampio, poi, il capitolo dedicato all’educazione dei figli, “dovere gravissimo” e “diritto primario” dei genitori. Cinque i punti essenziali indicati dall’Esortazione: educazione non come controllo, ma come “promozione di libertà responsabili che nei punti di incrocio sappiano scegliere con buon senso e intelligenza”. Educazione come insegnamento alla “capacità di attendere”, fattore “importantissimo” nel mondo attuale dominato dalla “velocità digitale” e dal vizio del “tutto e subito”. Educazione come incontro educativo tra genitori e figli, anche per evitare “l’autismo tecnologico” di molti minori scollegati dal mondo reale ed esposti alle manipolazioni egoistiche esterne.

Educazione sessuale sia educazione all’amore e al sano pudore
Il Papa dice, poi, sì all’educazione sessuale, da intendere come “educazione all’amore” da impartire “nel momento appropriato e nel modo adatto”, insegnando anche quel “sano pudore” che impedisce di trasformare le persone in puro oggetto. A tal proposito, Francesco critica l’espressione “sesso sicuro” che vira al negativo “la naturale finalità procreativa della sessualità” e sembra trasformare un eventuale figlio in “un nemico dal quale proteggersi”. Infine, la trasmissione della fede, perché la famiglia deve continuare ad essere il luogo in cui si insegna a coglierne le ragioni e la bellezza. I genitori siano, dunque, soggetti attivi della catechesi, non imponendo, ma proponendo l’esperienza spirituale alla libertà dei figli.

Cap. 8 Accompagnare, discernere e integrare le fragilità
Riprendendo, quindi, uno dei temi centrali del dibattito sinodale, il Papa si sofferma sulle famiglie che vivono situazioni di fragilità ed afferma, in primo luogo, che “non ci si deve aspettare dall’Esortazione una nuova normativa generale di tipo canonico, applicabile a tutti i casi”. Pertanto, i pastori dovranno promuovere il matrimonio cristiano sacramentale, unione esclusiva, libera e fedele tra uomo e donna; ma dovranno anche accogliere, accompagnare ed integrare con misericordia le fragilità di molti fedeli, perché la Chiesa deve essere come “un ospedale da campo”. “Non ci capiti di sbagliare strada – scrive Francesco – La strada della Chiesa è sempre quella di Gesù: della misericordia e dell’integrazione”, quella che non condanna eternamente nessuno, ma effonde la misericordia di Dio “a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero”, perché la logica del Vangelo dice che “nessuno può essere condannato per sempre”.

No a norma canonica generale, ma discernimento responsabile caso per caso
Integrare tutti, dunque – raccomanda l’Esortazione – anche i divorziati risposati che possono partecipare alla vita della comunità ad esempio attraverso impegni sociali o riunioni di preghiera. E riflettere su quali delle attuali esclusioni liturgiche e pastorali possano essere superate con “un adeguato discernimento”, affinché i divorziati risposati non si sentano “scomunicati”. “Non esistono semplici ricette – ribadisce il Papa – Si può soltanto incoraggiare ad un discernimento responsabile dei casi particolari, perché “il grado di responsabilità non è uguale per tutti”.

Eucaristia non è premio per i perfetti, ma alimento per i deboli
In due note a pie’ di pagina, poi, il Papa si sofferma sulla disciplina sacramentale per i divorziati risposati: nella prima nota afferma che il discernimento pastorale può riconoscere che, in una situazione particolare, “non c’è colpa grave” e che quindi “gli effetti di una norma non necessariamente devono essere gli stessi” di altri casi. Nella seconda nota, Francesco sottolinea che “in certi casi” l’aiuto della Chiesa per le situazioni difficili “potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti”, perché “il confessionale non deve essere una sala di tortura” e “l’Eucaristia non è un premio per i perfetti, ma un alimento per i deboli”.

Esame di coscienza per divorziati risposati. Leggi morali non sono pietre
Per i divorziati risposati, risulta comunque utile “fare un esame di coscienza” ed avere un colloquio con un sacerdote in foro interno, ovvero in confessione, per aiutare la formazione di “un giudizio corretto” sulla situazione. Essenziale, però – sottolinea il Pontefice – è la garanzia delle condizioni di “umiltà, riservatezza, amore alla Chiesa”, per evitare “messaggi sbagliati”, come se la Chiesa sostenesse “una doppia morale” o i sacramenti fossero un privilegio da ottenere “in cambio di favori”. Perché è vero che “è meschino” considerare l’agire di una persona solo in base ad una norma ed è vero che le leggi morali non possono essere “pietre” lanciate contro la vita dei fedeli. Però la Chiesa non deve rinunciare “in nessun modo” a proporre l’ideale pieno del matrimonio. Anzi: oggi è più importante una pastorale del consolidamento, piuttosto che del fallimento, matrimoniale.

Chi pone condizioni alla misericordia di Dio annacqua il Vangelo
L’ideale evangelico, allora, non va sminuito, ma bisogna anche assumere “la logica della compassione verso le persone fragili”. Non giudicare, non condannare, non escludere nessuno, ma vivere di misericordia, “architrave della Chiesa” che non è dogana, ma casa paterna in cui ciascuno ha un posto con la sua vita faticosa. E questo, in fondo, è “il primato della carità” che non pone condizioni alla misericordia di Dio “annacquando il Vangelo”, che non giudica le famiglie ferite con superiorità, in base ad una “morale fredda da scrivania”, sedendo sulla cattedra di Mosè con cuore chiuso, ma si dispone a comprendere, perdonare, accompagnare, integrare.

Cap. 9 Spiritualità coniugale e familiare. Cristo illumina i giorni amari
Nell’ultimo capitolo, Amoris Laetitia invita a vivere la preghiera in famiglia, perché Cristo “unifica ed illumina” la vita familiare anche “nei giorni amari”, trasformando le difficoltà e le sofferenze in “offerta d’amore”. Per questo, il Papa esorta a non considerare la famiglia come “una realtà perfetta e confezionata una volta per sempre”, bensì come uno sviluppo graduale della capacità di amare di ciascuno. “Camminiamo, famiglie, continuiamo a camminare!” è l’invito conclusivo di Francesco che incoraggia le famiglie del mondo a non “perdere la speranza”.

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Promuovere la donna per lo sviluppo e la pace nel mondo

La promozione della donna nella società è una condizione fondamentale per lo sviluppo e la pace nel mondo. È quanto affermato da mons. Bernardito Auza, osservatore permanente della Santa Sede presso l’Onu, intervenuto ieri a New York alla 60.ma sessione della Commissione sullo status delle donne.

Donne vittime di violenze e discriminazioni
Violenze e discriminazioni continuano ad essere un ostacolo alla piena realizzazione delle potenzialità delle donne che – ha sottolineato mons. Auza – hanno un ruolo vitale non solo nella promozione dello sviluppo sostenibile, ma anche nei processi di peacekeeping e peace-building nelle tante aree di conflitto oggi nel mondo. Stupri di guerra, traffico a scopo di sfruttamento sessuale, aborti coatti, conversioni e matrimoni forzati: le donne e le bambine sono ancora vittime di vecchie e nuove forme di violenza, anche mortali, che hanno gravi e durevoli conseguenze fisiche, psicologiche e sociali.

L’emarginazione delle donne anziane
L’osservatore permanente si è soffermato quindi sulle tante discriminazioni che colpiscono in particolare alcune categorie di donne. Tra queste le anziane che, in un mondo basato su logiche produttivistiche e segnato dal declino dei valori della famiglia, sono oggi ancora più emarginate e, in alcuni casi, spinte a suicidarsi.

La penalizzazione della maternità e i feticidi femminili
Una forma diffusa di discriminazione riguarda le madri: “In molti luoghi il contributo essenziale delle donne allo sviluppo della società attraverso la maternità non è adeguatamente riconosciuto, apprezzato, promosso e difeso, al punto che molte donne si trovano costrette a scegliere tra lavoro e maternità”. Mons. Auza ricorda poi come in  alcune parti del mondo le pratiche dell’aborto e della fecondazione assistita con selezione pre-impianto del sesso, vengano usate per eliminare le bambine.

Investire sull’educazione e sulla salute delle donne e delle bambine
Quindi l’osservatore permanente richiama l’attenzione sulla necessità di investire in un’educazione e assistenza sanitaria di qualità per le donne e le bambine, due campi che vedono la Chiesa impegnata in prima fila, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo e nelle aree di conflitto. Un migliore accesso all’istruzione – ha detto –  non è solo una garanzia per la piena realizzazione delle potenzialità femminili e per migliori sbocchi professionali, ma anche “la chiave per una migliore educazione delle generazioni future”. Inoltre, in molte aree del mondo la salute delle donne è trascurata con gravi conseguenze per il benessere dei bambini, delle famiglie e della società. Un’autentica protezione della salute delle donne e delle bambine – ha ammonito – non può prescindere dalla “tutela della loro umanità femminile e dalla loro dignità”. Promuovere le donne – ha concluso mons. Auza – “aiuterà in modo significativo la comunità mondiale a non lasciare indietro nessuno e avvantaggerà tutti”. (A cura di Lisa Zengarini)

Radio Vaticana

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Mondo \ Africa Senegal: in costruzione una nuova Chiesa dedicata a San Giuseppe: merita di essere venerato come Maria…

La Fondazione pontificia “Aiuto alla Chiesa che Soffre” costruisce una nuova Chiesa dedicata a San Giuseppe a Vélingara, nel Sud del Senegal, Paese africano a stragrande maggioranza musulmana. Oggi viene inaugurato il campanile. Il direttore della fondazione, Alessandro Monteduro, ha spiegato a Maria Laura Serpico la scelta di festeggiare San Giuseppe con questo nuovo progetto.

R. – Agli italiani, a quei benefattori che ci hanno chiesto di celebrare San Giuseppe quest’anno in un modo tutto particolare, cioè anche attraverso un segno tangibile, noi abbiamo proposto di farlo in Senegal, provando a realizzare tutti assieme un campanile, il campanile della Chiesa di San Giuseppe a Vélingara, questa piccola cittadina del Sud del Senegal. Cosa c’è di più bello, di più straordinariamente evidente riguardo alla presenza cristiana, di un campanile?

D. – Perché avete scelto di costruire questa chiesa proprio nel Sud del Senegal?

R. – Ci è giunta questa richiesta dal parroco locale: “Abbiamo bisogno della generosità dei benefattori di ‘Aiuto alla Chiesa che soffre’ per poter finalmente disporre anche noi di un luogo di preghiera”. Quale momento migliore, intitolando la stessa chiesa a San Giuseppe, se non appunto in occasione della ricorrenza dello stesso San Giuseppe?

D. – Quanto è importante avere un luogo fisico in cui pregare?

R. – Noi siamo abituati a disporre di un luogo fisico presso cui pregare. Proviamo a immaginare la difficoltà di chi continua, nonostante persecuzioni, discriminazioni ma anche situazioni di mera povertà, di mera sofferenza materiale, pensiamo alla sofferenza aggiuntiva di chi, pur essendo cristiano, nostro fratello nella fede, non ha un luogo di preghiera in cui ritrovarsi … Non possiamo rispondere a questa domanda se non capiamo fino in fondo che ci sono centinaia di migliaia di cristiani nel mondo che preferiscono, pur di rimanere cristiani, lasciare le proprie case, lasciare tutto ciò di cui dispongono, i propri possedimenti materiali, per non vedere violata e violentata la loro fede, le loro radici, la loro identità! Ecco perché è essenziale il luogo di preghiera. Lo è per noi e noi ci siamo sostanzialmente abituati, noi italiani, noi occidentali; per loro è probabilmente un cibo importante, quasi quanto o forse più importante di quello strettamente materiale. Del resto, non di solo pane vive l’uomo …

D. – A oggi, quante chiese sono state edificate con il vostro aiuto?

R. – Consideri che “Aiuto alla Chiesa che soffre” ha 69 anni di vita, quindi forse è impossibile darle una risposta certa, compiuta. Le posso dire che ogni anno realizziamo o restauriamo – quindi operiamo interventi di edilizia religiosa – per circa 2.500 interventi; consideri che noi accompagniamo agli aiuti umanitari alle comunità cristiane la nostra caratteristica – che fa di “Aiuto alla Chiesa che soffre” effettivamente una Fondazione totalmente diversa dalle altre che si dedicano alla carità – che è quella degli interventi pastorali. Ovviamente, tra gli interventi pastorali non può non esserci la costruzione o il restauro di chiese, cappelle o seminari. Il 43% dei fondi raccolti nel solo 2014 da “Aiuto alla Chiesa che soffre” nel mondo – 105 milioni di euro, quindi non stiamo parlando di cifre irrilevanti – noi abbiamo deciso di destinarlo appunto all’edilizia religiosa. Mi piace ricordare due esempi velocissimi, due interventi strutturali straordinari: Egitto, Komboa, piccolo villaggio. Lì ci sono ancora 1.500 famiglie cristiane. Non hanno alcun luogo di preghiera presso il quale ritrovarsi. Consideri che per pregare si ritrovano di fronte a una croce disegnata sul muro oppure in un piccolo stanzino privato. Dal vescovo della diocesi locale ci è arrivato l’appello: “Regalateci un luogo di preghiera”. Straordinaria la reazione dei benefattori italiani. Angola, 25 anni di guerra civile, distrutte tutte le chiese. La guerra civile si conclude nel 2002; oggi, dopo 15 anni, in Angola sono state aperte ben sei Porte Sante. Di queste sei Porte Sante, cinque – posso dirlo – si devono all’affetto, all’attenzione, alla generosità, alla vicinanza di “Aiuto alla Chiesa che soffre”, ma soprattutto ai suoi benefattori e alle sue benefattrici nel mondo. Questo è “Aiuto alla Chiesa che soffre”; per questo ci dedichiamo con particolare trasporto e coinvolgimento alla costruzione delle chiese.

Radio Vaticana

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Chiesa, operativi Tribunali ecclesiastici Flaminio ed emiliano. Una nota della Conferenza episcopale dell’Emilia-Romagna

(askanews) – Il Tribunale ecclesiastico interdiocesano Flaminio e il Tribunale ecclesiastico regionale emiliano continuano ad essere i Tribunali ecclesiastici per la trattazione delle cause di nullità matrimoniale, riprendendo ad essere pienamente operativi a partire dal prossimo 14 marzo 2016. Lo rende noto la Conferenza episcopale dell’Emilia-Romagna.

I vescovi dell’Emilia Romagna, si legge nella nota stampa “avendo accolto con gratitudine e disponibilità la riforma del processo canonico per le cause di dichiarazione di nullità del matrimonio entrata in vigore lo scorso 8 dicembre 2015, facendo seguito alla propria decisione dell’11 gennaio 2016” e “recependo la nota del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica del 6 febbraio 2016 che ha preso atto che nessuna diocesi di questa Regione ‘per non disperdere risorse e competenze’ ha costituito singoli Tribunali diocesani per le cause matrimoniali e che pertanto i precedenti Tribunali ‘continuano ad essere come prima operanti’, hanno deciso che il Tribunale ecclesiastico regionale Flaminio” che è competente per le diocesi di Bologna, Ravenna-Cervia, Ferrara-Comacchio, Imola, Faenza-Modigliana, Forlì-Bertinoro, Cesena-Sarsina, Rimini, San Marino-Montefeltro, “e il Tribunale Ecclesiastico Regionale Emiliano” competente per le diocesi di Modena-Nonantola, Carpi, Reggio Emilia-Guastalla, Fidenza, Parma, Piacenza-Bobbio “continuano ad essere i Tribunali ecclesiastici per la trattazione delle cause di nullità matrimoniale, riprendendo ad essere pienamente operativi a partire dal prossimo 14 marzo 2016”.

“In attesa di un ulteriore intervento della Segnatura Apostolica – conclude la nota -, il Tribunale Ecclesiastico Regionale Triveneto continua ad essere Tribunale ordinario d’appello del Tribunale Flaminio”.

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Video Commento Letture S. Messa IV Quaresima Domenica 6 Marzo a cura di don Fabrizio Crotti

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Continuiamo a rincorrere risultati «visibili» e posizioni di «potere» anziché il principale insegnamento del Fondatore: la conversione del cuore di ciascuno

politica

«Ti piace vincere facile?», interrogava una recente pubblicità televisiva. Proseguendo il discorso sull’innegabile ricerca di «valori forti», che si sente sia a livello sociale sia nel mondo cattolico, mi viene in mente come tale esigenza possa costituire la risposta inconscia a uno stato di debolezza.

La Chiesa italiana è oggettivamente debole, infatti; e non tanto per i numeri calanti dei fedeli, oppure per le insufficienze di parte del clero (dalle più alte gerarchie in giù), e nemmeno per la crescente carenza di cultura cattolica – intendo cultura critica, non infarinatura devozionale. La Chiesa italiana è proprio debole di idee e di coraggio nel professarle, e lo si vede dall’affanno con cui ancora rincorre risultati «visibili» e posizioni di «potere», preferendo un’affermarsi di facciata dei suoi princìpi (la famiglia tutelata dalla legge, il gender fuori dalle scuole, i soldi garantiti alle scuole paritarie, eccetera) anziché il principale insegnamento del suo Fondatore: la conversione del cuore di ciascuno, la convinzione delle singole coscienze.

Attenzione: non che si debbano escludere i risvolti sociali e civili della fede, se essa oggettivamente si muove verso il bene comune. Ma c’è differenza tra il convincere che è così e invece il voler vincere comunque sia… E proprio questo appare da certi inconsulti comportamenti visti negli ultimi giorni: invocare il voto segreto (l’importante infatti è che la legge non passi!), minacciare ritorsioni elettorali (#renziciricorderemo), smuovere lobbismi politici di democristiana memoria, condizionare i comportamenti attraverso il principio di autorità. Ai cattolici – a certi cattolici italiani – piace ed è sempre piaciuto «vincere facile», insomma: solo che una volta c’era una cultura cristiana condivisa, almeno formalmente parlando, e passi; adesso non esiste più: e son dolori.

Non si vuol ammettere, anzi proprio non si sopporta di essere «minoranza», pertanto si persiste con i metodi di quando si era (apparentemente) «grande maggioranza». Si punta sui numeri, di piazza o ai seggi – ma non son più quelli di una volta! Si ribadiscono i fondamenti «naturali» o «razionali» della fede – però le filosofie moderne non danno più garanzie su questa strada. Si pone la fiducia negli schemi (educativi, pastorali, etici, liturgici…) ereditati dal passato: se hanno funzionato una volta, lo faranno di nuovo. Non si accetta di essere deboli o addirittura perdenti, ci si aggrappa dunque con le unghie e con le residue energie a un’idea di Chiesa «quantitativa», che ci illuda di essere ancora importanti, di essere ancora noi.

È proprio il contrario: la ricerca di certezze è una confessione implicita di debolezza, anzitutto ideale. Chi non ha il coraggio di affrontare la critica e persino la sconfitta, non è sicuro di se stesso: e per quanti professano fede nell’Onnipotente è un difetto non minore. Si capisce in tal senso la perplessità palpabile che, dietro il solito ossequioso velo clericale, i vertici del cattolicesimo italiano dimostrano alla strategia «senza rete» di Papa Francesco: loro vogliono sicurezze (tangibili, palpabili, possibilmente ratificate dal Parlamento), lui invece rischia, rischia troppo! Senza «vescovi pilota», dove andremo mai a finire?

di Roberto Beretta in vinonuovo.it