Al via la Conferenza delle Chiese europee sulla pace

Mettersi insieme in ascolto delle “dure lezioni del passato” per impegnarsi ad essere oggi in Europa e nel mondo strumenti di pace e di riconciliazione. Lo ha sottolineato il rev. Christian Krieger, presidente della Conferenza delle Chiese europee, aprendo l’assemblea. Krieger ha ricordato – riferisce l’Agenzia Sir – che il contesto storico in cui 60 anni fa nacque la Cec (1959), era “un’Europa frammentata e divisa dopo la Seconda Guerra mondiale. A quel tempo c’era una reale necessità di superare le divisioni politiche e lavorare per la guarigione e la pace”. È questa la missione che le Chiese cristiane in Europa continuano a svolgere ancora oggi per far emergere “un’Europa umana, sociale e sostenibile in pace con se stessa e con i suoi vicini, in cui prevalgono i diritti umani e la solidarietà”.

Pace e riconciliazione

Rifacendosi quindi al Trattato di Pace che fu firmato proprio a Palazzo di Versailles nel 1919, il pastore protestante ha detto: “La prima guerra mondiale ha portato alla fine di un ordine mondiale. La mappa dell’Europa fu ridisegnata così come la maggior parte della mappa del mondo”. In questi giorni, rappresentanti delle Chiese aiutati da esperti e politici, esploreranno “le dure lezioni del nostro passato europeo e globale”, identificando quali sono oggi “le minacce alla pace in Europa e nel mondo”. “Speriamo – ha aggiunto – di trarre ispirazione dal ruolo e dal lavoro della Conferenza delle Chiese europee, sin dalla sua creazione, come strumento ecumenico impegnato nella costruzione della pace, nella guarigione delle ferite del passato e nella riconciliazione”.

Dialogo ecumenico

La Conferenza delle Chiese europee è un organismo ecclesiale ed ecumenico che unisce 114 Chiese di tradizioni ortodosse, protestanti e anglicane in Europa per il dialogo, la difesa e l’azione comune per la promozione della pace e per l’unità della Chiesa. (Sir)

Quale Chiesa oggi? Locanda dell’ospitalità e faro nella notte…

“Dopo la bufera riapparirà ancora il sole.

Come sempre dopo la prova si è più contenti,

si gusta di più il sole”

-Soren Kierkegaard-

In un tempo in cui i riflettori sono accesi sulla crisi di governo e la politica male-educata italiana, vorrei spostare l’asse della riflessione su un altro terreno, quello della vita della Chiesa, quasi all’inizio di un nuovo anno pastorale.

La domanda che fa da titolo all’articolo non è una domanda nuova, ma antica e sempre nuova. È quasi la stessa domanda sulla quale si sono soffermati  i padri del Concilio Vaticano II quando si chiedevano: Chiesa, che dici di te stessa?

Oggi, nel momento storico e culturale che viviamo, questa domanda torna davanti agli occhi di coloro che riflettono e operano nella Chiesa.

E il sottotitolo di questo articolo si propone di offrire due risposte alla domanda posta, risposte che si presentano nel linguaggio delle immagini e dei simboli, i quali – come amava dire Ricoeur – “danno a pensare” e che hanno il più delle volte più incisività delle parole.

La prima immagine è squisitamente evangelica: la locanda è il luogo dove il buon Samaritano del vangelo di Luca porta e fa curare il malcapitato finito nelle mani dei briganti.

La locanda è l’immagine di quella Chiesa che accoglie e si prende cura dei malcapitati della storia e del tempo, è l’immagine di una Chiesa dell’ospitalità che vede nel debole e nel malato la carne di quel Cristo che tanto predica e prega.

Questo simbolo, pertanto, richiama non solo l’accoglienza (direbbe papa Francesco “una Chiesa dalle porte aperte”) ma anche un altro aspetto, quello della missionarietà della Chiesa (direbbe sempre il papa “una Chiesa in uscita”). Questi due aspetti sono complementari tra loro: il primo è un movimento centripeto che va dalla piazza alla chiesa, dall’esterno all’interno; il secondo, invece, è centrifugo perché va dalla sacrestia alla strada, dall’interno all’esterno.

Un teologo e vescovo cattolico, Erio Castellucci, commentando la pagina dei discepoli di Emmaus ed evidenziandone la straordinaria attualità di essa nell’oggi della Chiesa, scrive: “I due discepoli aggiungono un posto a tavola. Non hanno paura di allargare lo spazio della loro casa, non si barricano dietro alla loro porta. Hanno intuito, sentendo parlare Gesù, che quello straniero può solo arricchire la loro vita. Hanno capito, senza forse averlo sentito direttamente da Gesù, quello che aveva detto alla fine del Vangelo di Matteo: “ero straniero e mi avete accolto”. L’esperienza dell’essere accolti e dell’accogliere è uno degli elementi fondamentali della Chiesa. Molti di quegli adulti e non solo che si accostano o riaccostano alla fede lo fanno perché si sono sentiti accolti e non respinti, accompagnati e non giudicati, presi per mano e non segnati a dito. Se è possibile ottenere qualcosa da chi ci appare più lontano dall’esperienza cristiana, non è certamente etichettandolo, ma accompagnandolo”.

Oggi le comunità dovrebbero crescere ancor di più in questo senso e in questo stile.

La seconda immagine, proposta nel sottotitolo, è invece squisitamente patristica.

Il faro della notte e nella notte richiama quello che i padri della Chiesa amavano chiamare il “misterium lunae”, il mistero della luna.

La Chiesa, infatti, era paragonata alla luna, la quale illumina la notte e i sentieri degli uomini sulla terra. Ma la luna ha una caratteristica degna di nota: non si dà luce da se stessa, ma riceve luce dal sole.

Quindi, per analogia, come la luna non trova luce in se stessa ma dal sole, così la Chiesa è illuminata dal Sole di giustizia, che è Cristo.

Il Concilio Vaticano II sapientemente ha intitolato la costituzione dogmatica sulla Chiesa proprio “lumen gentium”, luce delle genti.

Altra missione, allora, della Chiesa è quella di illuminare, di fare luce sulle vicende degli uomini. Ma non può assolvere a questo compito se essa stessa non è a sua volta illuminata dalla luce solare della parola di Cristo.

Ovviamente la luce della luna non è come quella del sole, ma non per questo non illumina.

Direbbe ancora mons. Castellucci: “L’esperienza cristiana, per chi vi si affaccia – bimbo, ragazzo o adulto che sia – ha il volto stesso della comunità cristiana. È nel contatto vivo con la comunità cristiana che le persone possono ricevere questa testimonianza, possono vedere nei fatti come la fede renda più vivi, attivi risorse altrimenti sopite, susciti relazioni autentiche. Pensando a comunità talvolta smorte, colpite da invidie e rivalità, occupate da alcuni che si ritagliano dei piccoli feudi, comprendiamo ancora meglio quale sia la responsabilità della comunità cristiana. Non basta avere “bravi catechisti”, perché è di fatto la comunità intera ad avere un impatto, nel bene e nel male, sulla vita di fede delle persone che la stanno scoprendo. E non pensiamo che non ci si renda conto del clima di una comunità: lo vediamo benissimo, lo respiriamo, come si respira perfettamente il clima della famiglia”.

I cristiani di oggi, quindi, saranno credibili solo se la loro testimonianza diventa luminosa, cioè capace di fare la differenza e distinguersi nel bene.

Queste due immagini di Chiesa devono intrecciarsi, completarsi. La Chiesa deve avere il coraggio di accendere la luce nella locanda e, allo stesso tempo, di mettere la locanda nella luce.

fonte: odysseo.i

 

Chiesa tra le case

di: Edizioni Dehoniane Bologna
Chiesa tra le caseDescrizione dell’opera

Nei grandi centri urbani, dove aumenta l’anonimato, le appartenenze sono fluide e si moltiplicano i «non luoghi», le parrocchie sembrano soffrire di un’ impostazione ancora «rurale» che non sembra essere in grado di rispondere ai bisogni spirituali del presente.  Nelle città, soprattutto in quelle di grandi dimensioni, la parrocchia è ancora più sfidata a immergersi nelle esperienze del territorio, nei poli che costruiscono socialità e cultura, negli spazi che esprimono bisogni, solidarietà e di democrazia di base. Al tempo stesso, la sfida consiste nel non perdere una delle qualità più belle della parrocchia, ovvero di essere Chiesa tra le case in grado di ascoltare e di interpretare il territorio per annunciare il vangelo a tutti, in ogni luogo.

Sommario

Introduzione (vescovo Domenico Sigalini)Essere Chiesa tra le case.  I. La contestazione della solitudine(Antonio Mastantuono). 1. Città osservabile e società urbana.  2. Mobilità, dislocazione, eterotopia. La mobilità. La dislocazione e l’eterotopia.  3. La parrocchia e la città. Quale stile per una parrocchia in una grande città?  II. Parrocchia e territorio (Giovanni Villata). 1. La nostra prospettiva.  2. Che cosa fanno le parrocchie.  3. Le nuove sfide che vengono dal territorio oggi. Il problema. Siamo tutti vulnerabili. Una diversa visione dell’uomo.  4. Come la parrocchia può accogliere tali sfide?  5. Parrocchie, punti di riferimento.  III. La parrocchia come rete(Augusto Bonora). 1. La rete come immagine evangelica.  2. L’immagine della rete, come modello di accostamento alla Chiesa.  3. Il volto concreto della comunità parrocchiale come rete.  4. Una Chiesa di rete, in uscita, verso le periferie cittadine.  Conclusione.  IV. La parrocchia ha una progettualità? (Salvatore Ferdinandi). Premessa. 1. Presupposti teologico-pastorali.  2. La Chiesa a servizio della comunione. Necessità di una pastorale generativa, dentro le caratterizzazioni e i contesti attuali. Come farsi compagni di cammino nella fede e alla fede, alla luce del racconto di Emmaus (Lc 24,13-35).  3. La parrocchia impara a «pensarsi al futuro», per una rinnovata progettualità pastorale. Necessità che le nostre comunità s’interroghino.  4. Verso una pastorale progettuale e integrata, stile della parrocchia missionaria. Alcune attenzioni per una progettualità pastorale rinnovata.  5. Qualche provocazione come conclusione.

Note sugli autori

Domenico Sigalini è vescovo di Palestrina ● Antonio Mastantuono è docente di Teologia pastorale alla Pontificia Università Lateranense ● Giovanni Villata è direttore del Centro studi e documentazione dell’arcidiocesi di Torino ● Augusto Bonora è parroco di san Galdino a Milano  ● Salvatore Ferdinandi è vicario generale della diocesi di Terni-Narni- Amelia.

Mastantuono, Villata, Bonora, Ferdinandi, Chiesa tra le case. La parrocchia alla prova delle grandi città, collana «Cammini di Chiesa», EDB, Bologna 2017, pp. 72, € 7,50. 9788810521540

Settimana News

Stati Uniti Degustazione vini, sigari, e “rosario patriottico”. La destra cattolica americana in ritiro

“Jesus”, rubrica “Robe dell’altro mondo” luglio 2019 (numero di agosto 2019)

(Massimo Faggioli) Nel luglio 2019 si è riunito per la nona volta in California, nella Napa Valley che produce i vini migliori dell’America del Nord, il gruppo più influente di cattolici conservatori e tradizionalisti: il Napa Institute. Per questo particolare “ritiro spirituale”, in uno dei centri vacanze più esclusivi, il biglietto di ingresso era di duemilaseicento dollari a testa (con uno sconto per vescovi, preti e religiosi), viaggio e albergo esclusi.
Il programma prevedeva relazioni di prelati e intellettuali di chiara impostazione tradizionalista, intervallate da cene di gala, degustazioni di vini e di sigari, la celebrazione della Messa preconciliare in latino, e anche la preghiera del “rosario patriottico”. Tra gli invitati d’onore c’erano anche prelati che hanno sfidato apertamente papa Francesco, come il cardinale Burke e i vescovi Chaput, Paprocki e Strickland. Annunciati in pompa magna, hanno parlato al ritiro anche politici del Partito repubblicano che si sono contraddistinti per il disprezzo per la dottrina sociale della chiesa come l’ex governatore del Wisconsin, Scott Walker e il senatore Lindsey Graham. Nessuno dei due è cattolico: quello che conta è l’appartenenza politica e il fatto che siano tra i principali artefici della presidenza Trump.
L’intento del Napa Institute, fondato nel 2010 da Tim Busch, un businessman cattolico conservatore che di recente ha finanziato e orientato in senso tradizionalista diverse attività educative della chiesa cattolica negli USA, è di rifondare il cattolicesimo con una forte identità politica: esplicitamente vicina a Donald Trump e ostile a papa Francesco. La presidenza Trump ha rivelato l’esistenza di cristiani evangelicali “di corte” alla Casa Bianca. Pare che certi cattolici non vogliano essere da meno in questa singolare gara.
Massimo Faggioli
@MassimoFaggioli
“Jesus”
rubrica “Robe dell’altro mondo”
luglio 2019 (numero di agosto 2019)

Abusi – linee guida: il percorso compiuto e da fare

Articolo tratto da Settimana News

La lettura sinottica delle linee guida sugli abusi della Conferenza episcopale italiana, del 2012, 2014 e quelle approvate nel 2019 (L. Prezzi, Assemblea CEI: nuove linee sugli abusi) è indicativa sul cammino compiuto da parte dell’episcopato italiano e delle attese, più o meno percorribili, che rimangono. A partire dal titolo che, nelle prime due edizioni, suona «Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici», mentre nella terza, pubblicata il 24 giugno di quest’anno, si dice «Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili» (CEI-CISM, Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili).

Cambia il tono

In generale è diverso lo sviluppo del testo (molto contenuto nei primi due casi, assai più ampio nel terzo), diversa la proporzione fra l’attenzione ai profili canonistici e penalistici e le intenzionalità pastorali (queste ultime molto più esplicite nel terzo), diverso il tono complessivo: da un approccio sostanzialmente impaurito e difensivo si passa a un diverso stile di accoglienza e di impegno.

Di particolare rilevanza i principi guida (ed. 2019) che sottolineano «l’assoluta determinazione» della Chiesa italiana per contrastare il fenomeno, il coinvolgimento di tutte le comunità credenti («Tutta la comunità è coinvolta nel rispondere alla piaga degli abusi non perché tutta la comunità sia colpevole, ma perché di tutta la comunità è il prendersi cura dei più piccoli»), «il giusto e dovuto ascolto alle persone che hanno subito un abuso», come anche il «dovere morale di una profonda conversione personale» degli abusatori.

Viene invocata una grande prudenza nei criteri di ammissione ai seminari e una altrettanta grande attenzione alla formazione permanente del clero. I preti devono avere una solida identità e il senso autentico dell’autorità di servizio. In ogni caso, «nessun silenzio o occultamento può essere accettato in tema di abusi». C’è una cultura della prevenzione da sviluppare e una fattiva collaborazione con l’autorità civile da sperimentare «nel rispetto della reciproca autonomia e della normativa canonica, civile e concordataria».

Le comunità cristiane hanno diritto di essere informate relativamente agli indirizzi ecclesiali, alle prassi e ai protocolli adottati. Nei casi concreti la giusta informazione va ponderata con la segretezza di alcune fasi del procedimento e con la tutela della buona fama e la riservatezza di tutti i soggetti coinvolti.

Eventi mondiali

Fra il 2012 e i 2019 sono esplosi a livello mondiale ripetuti scandali di vaste proporzioni. Ricordo il caso del fondatore del Sodalizio di vita cristiana, Luis Fernando Figari (Perù), quello di don Fernando Karadima (Cile), del card. Theodore McCarrick (USA) e del card. George Pell (Australia; il caso non è ancora giunto a conclusione), il rapporto finale della Royal Commission in Australia, di diversi rapporti in Irlanda, il documento del Gran Giurì della Pennsylvania (USA). Oltre ai documenti di denuncia degli stessi episcopati come quello tedesco, polacco e canadese.

Sono anche gli anni in cui si moltiplicano negli episcopati l’elaborazione di linee guida e di prassi di accompagnamento delle vittime a seguito della lettera della Congregazione della dottrina della fede del 2011. Benedetto XVI e poi Francesco hanno perseguito con determinazione sia le denunce sia gli incontri con le vittime.

Di particolare rilievo l’istituzione della Commissione pontificia per la tutela dei minori, i testi normativi per i vescovi accusati e per i ricorsi e le due lettere al popolo di Dio (quella ai cattolici cileni e quella all’intero popolo di Dio dell’agosto 2018). Nel febbraio 2019 si è celebrato a Roma l’incontro dei rappresentanti di tutti gli episcopati sul problema (L. Prezzi, Abusi: l’incontro e le decisioni). Uno dei frutti maggiori è il motu proprio Vos estis lux mundi che ricapitola prassi e procedure nei casi di abuso sessuale, a cui si aggiungono gli abusi di coscienza e di potere.

Elementi di novità

La Conferenza episcopale italiana si è mossa in tale contesto. Pur non essendosi ancora verificata nel nostro paese una sequela di eventi e di scandali di proporzioni eclatanti, l’attenzione è di molto cresciuta. È stato costituito un Servizio nazionale per la tutela dei minori con la volontà di istituire corrispettivi organismi a livello regionale/interdiocesano e a livello diocesano (con almeno un referente).

Nella scrittura delle linee guida del 2019 si avverte la mano di gente esperta e professionalmente coinvolta. Da qui, oltre che dalle recenti disposizioni vaticane, alcune novità. Alle vittime va dato ascolto, accoglienza e accompagnamento, con un sostegno terapeutico, psicologico e spirituale. Nella lotta agli abusi è coinvolto «chiunque opera nelle comunità ecclesiali» alla cui formazione provvederanno i diversi servizi nazionali, regionali e diocesani.

Per quanto riguarda i seminaristi e il clero: ai primi è chiesta l’attestazione civile che escluda qualsiasi precedente e una valutazione specialistica, ai sacerdoti si suggerisce un aggiornamento sistematico. Per i religiosi che entrano in diocesi si chiede ai superiori informazioni scritte, veritiere e complete. Nuova è anche la determinazione su cosa si intenda per abuso, minore e persona vulnerabile.

La trafila classica che si avvia dopo ogni segnalazione e cioè l’indagine previa, l’avvio del processo (con informativa a Roma) e la condanna o assoluzione non tollera «nessun clima di complice e omertoso silenzio», né alcun ostacolo rispetto alla denuncia all’autorità dello stato. L’ascolto deve avvenire in ambienti accessibili, protetti e riservati e ai segnalanti non può essere imposto il segreto.

Tribunali ecclesiastici e magistratura

Nel procedimento canonico l’interesse primario da tutelare è quello del minore o della vittima. Per garantire il corso della giustizia l’accusato può essere allontanato dal ministero. Se vi è il pericolo di reiterazione, le censure posso diventare pubbliche.

La conclusione dell’indagine previa, che attesti la verosimiglianza dei fatti delittuosi, comporta la segnalazione alla Congregazione della dottrina della fede e l’avvio del processo (primo grado; il secondo grado è della Congregazione per la dottrina della fede). Le sanzioni canoniche possono arrivare fino alla dimissione dallo stato clericale.

Va comunque riconosciuta agli accusati la presunzione di innocenza e non devono essere lasciati soli. Si ricorda che la responsabilità del delitto è personale. Nelle linee guida precedenti la sottolineatura della non responsabilità della Santa Sede e della Conferenza episcopale era fortemente evidenziata.

Diversa è anche la disponibilità ai rapporti con la magistratura e le autorità civili. Se le vittime sono d’accordo, c’è la possibilità di una segnalazione all’autorità giudiziaria fin dall’inizio e si riconosce «l’obbligo morale di procedere all’inoltro dell’esposto all’autorità civile qualora, dopo il sollecito espletamento dell’indagine previa, sia accertata la sussistenza del fumus delicti». A meno di una giustificata opposizione della vittima. Si consiglia di non sovrapporre i procedimenti canonici con quelli giudiziari civili.

Le false accuse devono essere punite. «La persona falsamente accusata di aver compiuto abusi ha il diritto di vedere tutelata e ripristinata la sua buona fama e onorabilità».

Nuova è l’attenzione data all’informazione e alla comunicazione. A partire dalla comunità ecclesiale «informata e resa consapevole di ciò che avviene in essa e che necessariamente la coinvolge». Strumenti informativi sono indicati per i siti diocesani. Ci dovrà essere un portavoce ufficiale per poter «rispondere alle legittime domande di informazione, senza ritardi o silenzi incomprensibili».

Si dà, infine, pubblico riconoscimento ai servizi ecclesiali nazionali, regionali e diocesani a tutela dei minori, prevedendo le verifiche e la revisione delle stesse linee guida.

Per il futuro?

Fino a qui, quanto è stato deciso e si sta avviando nelle diverse Chiese locali italiane. Si può fare di più? Ci sono attese non compiute?

Guardando alle altre Chiese nazionali, si possono elencare alcune iniziative che hanno avuto un significativo impatto sulle comunità cristiane e civili.

Anzitutto, le celebrazioni penitenziali, spesso solenni e di carattere nazionale. Anche nell’incontro romano del febbraio scorso si è dato spazio alla preghiera.

In secondo luogo, le audizioni collettive. Sia a livello diocesano, sia per le conferenze nazionali dei religiosi e religiose, sia per le conferenze episcopali questi incontri con le vittime hanno sempre avuto riscontri rilevanti in ordine alla consapevolezza dei pastori. Non raro è anche uno studio complessivo a livello nazionale, compiuto sulla base di diversi decenni, con i numeri delle vittime e degli abusatori.

Alcune conferenze hanno nominato un referente nazionale fra i vescovi con un gruppo o una cellula di lavoro, con il compito non solo di aiutare le diocesi ma anche di ricevere segnalazioni in proprio. Altre hanno voluto un’autorità indipendente per il compito di un’indagine generale.

La parola più radicale l’ha pronunciata un vescovo tedesco, Heiner Wilmer, di Hildesheim, che ha denunciato come «l’abuso di potere sia insito nel DNA della Chiesa. Non possiamo più sbrigarlo come marginale, ma dobbiamo ripensarlo in maniera radicale. Finora però non abbiamo alcuna idea delle conseguenze che ciò deve avere per la teologia» ( Joachim Frank, Mons. Wilmer: L’abuso di potere è nel DNA della Chiesa). Si tratta di confessare la fede in una Chiesa santa, ma riconoscere anche che la Chiesa è peccatrice e trarne le conseguenze nell’approccio pastorale e anche nel sistema di governo: «Abbiamo bisogno di una distinzione dei poteri, di un sistema di Checks and Balances (controlli e contrappesi) come nel sistema democratico».

Papa Francesco nella lettera al popolo di Dio ha scritto: «Guardando al futuro, non sarà mai poco tutto ciò che si fa per dar vita a una cultura capace di evitare che tali situazioni non solo non si ripetano, ma non trovino spazio per essere coperte e perpetuarsi. Il dolore delle vittime e delle loro famiglie è anche il nostro dolore, perciò urge ribadire ancora una volta il nostro impegno per garantire la protezione dei minori e degli adulti in situazione di vulnerabilità».

Così come a scuola non si dovrebbe studiare (ed insegnare) per il ‘quanto basta’ ma per capire e scoprire, allo stesso modo e ancor meglio le realtà ecclesiali sono chiamate ad esprimere l’ansia pastorale per il bene comune

vinonuovo.it

Sulla vicenda della docente di Palermo, sospesa per diversi giorni per l’accostamento che alcuni suoi alunni avevano fatto tra le “leggi razziali” e il “decreto sicurezza”, avevo scritto un articolo per un quotidiano sul ‘fare o meno politica a scuola’. Qualche giorno fa, in occasione della presentazione di due miei libri in una parrocchia, una signora si avvicina alla fine per ringraziarmi e mi mostra la pagina con il mio articolo, chiedendomi quando ne avrei scritto uno sul ‘fare o meno politica nelle realtà ecclesiali’. Oggi, più ci rifletto più mi vengono in mente gli stessi concetti applicati alla scuola e quindi provo a convertirli ecclesialmente.

Innanzitutto è giusto o sbagliato? La politica che deve restare fuori è quella partitica – quella della militanza di destra, centro, sinistra, con i relativi estremi di qua o di là, tranne che non si dibatta sulla cronaca, a partire dai giornali, da un evento particolarmente significativo, e sempre mostrando tutte le sfaccettature. Non si può e non si dovrebbe fare a meno, invece, della politica come ‘ricerca del bene comune’ o come ‘la più alta forma di carità’. In tal senso, parrocchie, oratori, movimenti e associazioni sono state in passato un laboratorio politico e di politica, palestre in cui imparare nella libertà e con responsabilità ad essere “onesti cittadini e buoni cristiani”, costruttori della società! Di questo abbiamo tanto bisogno e forse tante realtà con tale prospettiva dovrebbero ritornare in campo un po’ dovunque.

Scrivendo sulla scuola, ho affermato – per quanti vogliono al contrario una totale asetticità e distanza dalla politica nelle classi – di non dimenticarsi che ci sono pagine e pagine di Storia dedicate, capitoli di Geografia, ore di Cittadinanza e Costituzione, dibattiti e teorie della Filosofia. E come parlare di Dante senza toccare il tema politico? Come trattare Machiavelli, Foscolo, Alfieri, Manzoni? E andando indietro, possiamo forse eliminare tutte le tragedie greche sul tema o alcune commedie di Aristofane? Oppure c’è modo di conoscere davvero Cicerone senza?

Scrivendo, ora, sulla Chiesa direi che alcuni degli Autori citati calzano perfettamente, ai quali è bene aggiungere la sfera della santità citando tra i nomi Tommaso Moro, Giorgio La Pira, Alberto Marvelli, Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi, Robert Schuman, ma ci sono anche tanti re e regine dei secoli precedenti, molti “santi sociali”; è che dire dei papi come capi di stato, dei vescovi che hanno risposto a tutte le necessità della gente e dei parroci che in varie piccole realtà sono considerati più del sindaco. Certo, è vero che in diverse situazioni alcuni politici, formati in contesti ecclesiali, hanno sfruttato l’appartenenza per fini propri e di potere, nonché travisato gli insegnamenti, e persino tradito il Vangelo; ciò non vuol dire che non ci sia speranza, che è meglio non parlarne nei gruppi ecclesiali, che la politica resti fuori dagli oratori, che la Dottrina della Chiesa in tal senso si fermi ai convegni per gli addetti ai lavori o agli uffici di curia.

Così come a scuola non si dovrebbe studiare (ed insegnare!) per il ‘quanto basta’, per la ‘meno peggio’, per il ‘politically correct’, per sopravvivere e prendersi un pezzo di carta, bensì per capire e scoprire, per discernere e giudicare, per comprendere e desiderare di saperne di più, allo stesso modo e ancor meglio le realtà ecclesiali sono chiamate ad esprimere l’ansia pastorale per il bene comune, a testimoniare l’impegno per la cura del creato e della società, a scommettere sin dalla catechesi sulla formazione di “credenti credibili”, a mostrare la passione per il servizio responsabile nei confronti di ogni povertà. Tutto ciò è una scelta comunitaria oltre che personale, un’opzione pastorale fondamentale non secondaria, un altro modo di pregare e di servire il Vangelo.

In questa esperienza estiva privilegiata di incontro con i giovani sapremo fare tesoro di quanto la Chiesa ha vissuto in due anni abbondanti di percorso sinodale?

vinonuovo.it

Si aprono in questi giorni le esperienze che in tutta Italia chiamiamo con vari nomi, da Grest a oratorio feriale a campo estivo… ovunque, con la fine della scuola, la comunità cristiana apre i suoi spazi e mette a servizio la sua ricchezza educativa per accompagnare, nel tempo estivo, i bambini, i ragazzi, gli adolescenti.

Questo sarà il primo Grest dopo il Sinodo dei giovani… cambierà qualcosa? Sapremo fare tesoro di quanto la Chiesa ha vissuto in due anni abbondanti di percorso sinodale?

Perché, giova dirlo, se non iniziamo a fare piccoli o grandi passi a partire dal quotidiano, nulla potrà realmente mutare nel nostro approccio ai giovani.

Forse cambieremo per necessità, dati i numeri dei consacrati e dei volontari in diminuzione, o forse cambieremo per convinzione profonda, per obbedienza, per ascolto… ma vale la pensa chiedersi: il Sinodo cosa ha portato di nuovo nel tempo estivo? Perché questi sono i mesi dell’anno in cui la Chiesa ha la possibilità di entrare veramente in contatto con molti ragazzi che, senza dubbio, bussano animati da molteplici interessi e motivi, non tutti certamente spirituali o ‘canonici’. Ma credo che la sfida stia proprio qui: avere a che fare con uno spaccato abbastanza realista del mondo giovanile di oggi nel momento privilegiato del tempo libero, un poco immuni da stress scolastici, sportivi, e anche ‘sacramentali’ (come può essere l’iniziazione cristiana).

Per diverse settimane i ragazzi porteranno vita in ambienti che durante l’anno sono sovente silenziosi e malinconici; genereranno energia e caos; caricheranno gli adulti di attese; potranno sorprenderci e deluderci; avremo a che fare con i loro genitori magari poco collaborativi (purtroppo).

Ma nel frattempo c’è stato un Sinodo e un’esortazione postsinodale che ha parlato di coinvolgimento, di linguaggi nuovi, di Chiesa giovane, di giovani da non tenere prigionieri in oratori e centri parrocchiali, ma da lanciare nel mondo.

Sapremo essere all’altezza? Sapremo dare loro non tanto ospitalità, ma dignità? Saremo in grado di far capire che la Chiesa è anche loro? Che hanno il diritto di farsi sentire, di portare la loro vita spesso un po’ ferita, confusa, contraddittoria (come quelle di tutti) al centro del nostro mondo ecclesiale? Sapremo puntare sull’essenziale, offrendo anche momenti di solidarietà, senza dimenticare il silenzio e la preghiera? Sapremo essere adulti che accompagnano senza soffocare la libertà? Sapremo non solo pensare a proposte nuove, ma anche pensare di lasciare a loro la regia delle proposte?

Sapremo, soprattutto, rischiare? Avremo il coraggio di lasciare spazio alla creatività dei giovani?

È faticoso, richiede tanta fiducia e tanta speranza. Ma non possiamo ritrarci: il passato non tornerà; dobbiamo costruire il futuro.

I prossimi mesi possono essere il primo frutto concreto del Sinodo. Se sapremo metterci in ascolto dello Spirito e tentate qualche nuovo sentiero.

Non siamo soli: siamo una Chiesa in cammino nel tempo della Pentecoste. L’icona di Emmaus ce lo ricorda: il Signore ci si fa accanto se ci mettiamo in cammino, non se restiamo fermi.

I cattolici italiani e le loro scelte elettorali. Gli interessi più dei valori?

Avvenire

Fra le questioni che l’elezione europea del maggio 2019 ha lasciato aperte vi è quella che fa riferimento al rapporto tra voto politico e atteggiamento religioso. In alcuni momenti della storia d’Italia è apparso assai stretto il nesso che collegava fra loro l’atteggiamento verso la religione (e, in generale, la pratica religiosa) e le scelte di voto dei cittadini. Per circa mezzo secolo la Democrazia Cristiana ha direttamente o indirettamente beneficiato di questo collegamento, dal quale sono derivate dapprima le sue fortune e poi le sue sfortune. Dopo la fine della Dc, con la progressiva frantumazione di quell’eredità politica e morale, e in assenza di formazioni politiche facenti esplicito e dichiarato riferimento alla Dottrina sociale della Chiesa e, in generale, ai valori evangelici, questo nesso si è quasi del tutto spezzato e il voto dei cattolici, anche di quelli dichiaratamente praticanti, si è decisamente spostato dal punto deivalori (tutti, non solo alcuni) a quello degli interessi. Un fenomeno che riguarda l’intero corpo elettorale – anche il direttore di questo giornale insiste da tempo su tale processo – ma che nel caso dei cittadini-elettori cattolici più impegnati sta diventando particolarmente stridente e impressiona persino di più.

Si tratta di una scelta di per sé anche legittima – apparendo comprensibile che i singoli cittadini abbiano a cuore i propri interessi, reali o presunti –, ma che di per sé fa intravedere alcune ombre: è infatti legittimo, per i singoli credenti, votare per una forza politica che tuteli i propri interessi prescindendo del tutto dall’attenzione ad alcuni fondamentali valori? Tentare di dare una risposta a questo interrogativo in modo organico e articolato supererebbe inevitabilmente il breve spazio di un articolo di giornale. Ciò per altro esime dal prospettare alcune considerazioni che dovrebbero, quanto meno, indurre a una seria riflessione (e, se necessario, a una sincera autocritica). Rispondere a questo interrogativo impone necessariamente anche una riflessione sul senso e il valore della politica, di qualunque politica. Essa ha come unico e principale compito quello di promuovere e tutelare gli interessi (sia pure legittimi) o deve anche farsi carico – in una prospettiva più ampia e più completa – di quello che tradizionalmente, nel linguaggio del tradizionale insegnamento della Chiesa, è stato da sempre definito il Bene comune? In quest’ultima prospettiva dovrebbe essere ritenuto doveroso compiere una scelta di campo a favore di coloro che meglio garantiscono, o sembrano garantire, il perseguimento più completo possibile dei valori piuttosto che la tutela dei propri interessi. Ma sembra che difficilmente ciò avvenga, anche nell’ambito di coloro che si considerano credenti e che forse, al momento del voto – quasi prigionieri, appunto, dei propri interessi – si lasciano da questi, e da questi soltanto, condizionare.

La constatazione di tale divario – che da alcuni decenni a questa parte sembra diventato sempre più accentuato – dovrebbe preoccupare non poco la comunità cristiana. Certo – lo scriveva circa 1.800 anni fa la “Lettera a Diogneto” –, i cristiani sono come gli altri e vivono nella stessa città degli altri con gli stessi doveri; ma non devono in tutto e per tutto lasciarsi assimilare, consegnarsi a quello che una volta si era soliti chiamare lo “spirito del tempo” (oggi lo “spirito delle mode” o forse addirittura lo “spirito della guida” di turno…). A parere di chi scrive, si impone dunque, per la comunità cristiana, a tutti i livelli, a partire dagli inizi del cammino catechistico per arrivare alle omelie domenicali e, augurabilmente, a vere e proprie scuole di “educazione alla cittadinanza”, un arduo ma necessario compito di formazione dei fedeli.

Un compito fondato sull’educazione alla socialità, ‘grande assente’, assai spesso, della normale pastorale e della prevalente omiletica: per evitare che l’appello ai valori del grande e concreto umanesimo al quale il cristianesimo ha dato anima sia semplicemente una «voce che grida nel deserto » o, peggio ancora, diventi sempre più una malaccorta copertura di inconfessati, e anche inconfessabili, interessi.

Animali in chiesa: nel dibattito interviene con saggezza una gatta

Ha fatto bene “Settimananews” ( tinyurl.com/yxz8blql ) a portare all’attenzione della Rete e dei cristiani non modenesi un intervento che il vescovo della città emiliana, don Erio Castellucci, ha formulato a proposito dell’opportunità di portare in chiesa i propri animali da compagnia. In merito lo aveva interpellato Sandrone, la maschera di Modena, durante il tradizionale «sproloquio» di carnevale ( tinyurl.com/y4j9b9z3 ), ed è a lui che l’arcivescovo ha risposto, il 30 maggio, sulla “Gazzetta di Modena”. Ma sia l’argomento, sia i generi letterari che monsignor Castellucci ha scelto per affrontarlo appaiono decisamente a misura di web – oltre a testimoniare che si possono toccare questioni serie come i modi della nostra partecipazione alla santa Messa anche a partire da un aspetto secondario quale la presenza degli animali. Per prima cosa il vescovo si mette dal punto di vista dei diretti interessati: nel caso specifico intervista «Minù, la signorina gatto che da tre anni abita nel cortile della curia». La quale ribalta sulla «specie umana» le accuse di «disturbare la liturgia» solitamente rivolte agli animali e rivendica a cani e gatti il diritto di comportarsi reciprocamente secondo le proprie regole «difensive», che in chiesa non sono effettivamente adeguate. Da ultimo assesta al vescovo un’unghiata: «A dire il vero non vedo molti umani così felici, quando escono dalla chiesa. Perché allora volete portarci noi?». Segue un suo più meditato scritto di grande saggezza felina. Secondo Minù gli animali sono a disagio se li consideriamo «eccessivamente umani»; d’altronde lodano già il Signore con la loro esistenza e il loro affetto verso di noi. Dunque, conclude la gatta, «non è opportuno» (voleva dire «non expedit», ma ha preferito farsi intendere da tutti) che li portiamo in chiesa, se non «a ricevere una benedizione; ma solo quando è prevista». Da Castellucci l’aggiunta di una sola chiosa: «Non esistono regole precise nel diritto canonico; la grande regola deve essere il buon senso».

avvenire

«Aperti al Mab». Una settimana per scoprire musei, archivi e biblioteche della Chiesa

Quasi trecento eventi in tutta Italia: scopri quelli vicini a te sul sito dedicato ai beni culturali della Cei. Un inestimabile patrimonio di storia, cultura e fede da conoscere

Una settimana per scoprire musei, archivi e biblioteche della Chiesa

Avvenire

I tesori della Chiesa aperti a tutti. Un inestimabile patrimonio di storia, cultura e fede da conoscere, per comprendere quali siano le radici del nostro Paese e quali sono le sue potenzialità per il futuro.

Dal 3 al 9 giugno si svolgerà, per la prima volta, l’iniziativa nazionale «Aperti al Mab. Musei Archivi Biblioteche ecclesiastici», che punta a dare risalto al ruolo centrale svolto da ogni Istituto culturale nel proprio territorio, a servizio della comunità.

Il progetto è promosso dall’Ufficio Nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto della Cei, insieme all’Associazione musei ecclesiastici italiani (Amei), all’Associazione archivistica ecclesiastica (Aae) e all’Associazione dei bibliotecari ecclesiastici italiani (Abei), con il patrocinio del coordinamento MAB-Italia Musei Archivi Biblioteche e in collaborazione con l’International archives day e con le Giornate nazionali dei musei ecclesiastici.

Dalle pagine miniate di Padova alle prime lettere dei Papi all’Ordine dei minori di Assisi; dal viaggio nel tempo e nella storia di Nonantola(Modena) alle cinquecentine di Molfetta (Bari) o ai preziosi manoscritti medioevali di Oristano. Così i territori raccontano se stessi e la storia di un popolo. 

E a Mantova il museo diocesano Francesco Gonzaga offre ai visitatori la mostra “Aspettando Giulio…” con disegni di Giulio Romano, l’allievo prediletto di Raffaello lì trasferitosi dal 1524 fino alla morte nel 1546; una selezione di documenti della committenza ecclesiastica all’artista e alla sua cerchia provenienti dall’Archivio storico diocesano, nonché due testi del Cinquecento della Biblioteca del Seminario vescovile: il terzo libro dell’architettura di Sebastiano Serlio e un volume di Vitruvio. I tre istituti collaborano anche con il museo civico cittadino testimoniando l’importanza del legame con il territorio e con la comunità civile. Se si innesca un processo questo procede con passione e determinazione.

Scopri tutti gli eventi in Italia sul sito Beweb dedicato ai beni culturali della Chiesa (CLICCA QUI)


«Gli istituti culturali – spiega don Valerio Pennasso, direttore dell’Ufficio Cei – costituiscono il presidio per garantire una crescita completa e consapevole dell’essere umano e sono luogo d’incontro e di scambio, culturale e cultuale, anche tra fedi religiose e tradizioni diverse. Apriamo, dunque, musei, archivi e biblioteche! Apriamoli fra di loro, perché imparino a collaborare e a saper guardare a prospettive comuni, apriamoli ancor più alla gente, con sempre maggiore spirito di servizio e accoglienza».

Le proposte culturali messe in cantiere per questa settimana, in tutto il Paese sono 296, organizzate da dai musei, dagli archivi e dalle biblioteche ecclesiastiche.

La loro mappa interattiva è disponibile nella sezione dedicata del portale BeWeb (CLICCA QUI), insieme a una gran quantità di informazioni su aperture straordinarie, visite guidate, seminari, convegni, mostre. Ampio spazio alle iniziative di «Aperti al Mab» anche sui siti dell’Ufficio Bce, di Amei, di Aae e Abei nonchè sui siti MabItalia, Anai e «Il mondo degli archivi».
Il 3 giugno a Roma, in apertura della settimana di eventi, l’Ufficio Nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto proporrà quattro Workshop a numero chiuso su «La comunicazione», «La gestione del cambiamento. Gli aspetti giuridici»; «La narrazione del patrimonio» e «Il Mab. Scommesse e prospettive».

I numeri:

296 iniziative di Aperti al Mab di cui:

94 musei – 115 archivi – 87 biblioteche

Don Valerio Pennaso, direttore dell’Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto spiega in un video dell’Agenzia Sir il senso di queste giornate:

Video


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Editoria: “Rogate ergo”, nel numero di maggio focus sul ruolo delle donne nella Chiesa

agensir

Il mese di maggio, dedicato a Maria, donna per eccellenza, è l’occasione che ha spinto la rivista vocazionale “Rogate ergo” a dedicare ampio “spazio alle donne” nell’ultimo numero. Focus sulle donne al centro dell’attenzione mediatica, sia per le sperequazioni e le violenze di cui spesso sono fatte oggetto sia per una loro maggiore valorizzazione nella Chiesa. L’editoriale, firmato dalla teologa Cettina Militello, dopo avere citato i passi avanti compiuti nei riguardi delle donne dal Concilio Vaticano II a oggi, esamina alcuni pregiudizi che impediscono di guardare alla donna come a un soggetto capace di profezia, di autorevolezza e di discernimento. La biografa Neria De Giovanni, in un focus di carattere storico, parla delle prime comunità cristiane in cui le “Madri del deserto” avevano il compito di levatrici spirituali. Tra le più famose, Melania di nobile famiglia romano-ispanica, Teodora di Alessandria e Maria Egiziaca. Nello specifico vocazionale, l’antropologa Ignazia Siviglia spiega in un articolo il contributo che le donne possono dare alla pastorale delle vocazioni, mentre la sociologa salesiana Maria Teresa Spiga, richiamandosi alle statistiche, riflette sulle difficoltà che incontrano le giovani di oggi nello scegliere la vita religiosa. Nel numero di maggio anche il racconto dell’esperienza pastorale che da cinque anni conducono a Parma due suore delle Piccole Figlie dei Sacri Cuori, a cui il vescovo Enrico Solmi ha affidato alcune parrocchie di periferia, sprovviste di sacerdoti.

Adolescenti e fede

settimanannews

Sembrano imprendibili. Gli adolescenti (circa da 12 a 18 anni) sfuggono alle cure educative scolastiche come a quelle ecclesiali. Non è difficile incontrare genitori esasperati dalle loro sfide. Eppure è una stagione decisiva dove fioriscono le possibilità, anche in ordine alla fede. Il n. 12 (2018) di Documents episcopat, edito dalla segreteria della Conferenza episcopale francese indica attraverso una decina di brevi saggi le sfide maggiori dell’età: educative, missionarie ed ecclesiali.

Trascinati dai tumultuosi cambiamenti del corpo, della mente e della coscienza i ragazzi sono costretti a rispondere alla perenne domanda «Chi sono io?» in un contesto in cui la norma sociale sembra scomparsa, mentre si moltiplicano le ingiunzioni (vestiti, linguaggi, musica ecc.) e diventa martellante l’imperativo all’autonomia.

Riconoscere il bene, apprendere a scegliere, vivere in relazione: sono le sfide educative maggiori.

Digitali e gaudenti

Lo spazio numerico e il gioco sessuale sembrano le caratteristiche più intriganti della nuove generazioni. I «nativi digitali» (definizione peraltro assai discussa) vivono lo spazio numerico come obbligatorio. Le loro capacità sono frutto di apprendimento nell’imitazione. Diventano digitali, non nascono tali. Ne assumono gli imperativi: «immediatezza, illimitatezza e continuità rappresentano i tre piloni del digitale».

L’essere sempre connesso non è solo un compito ma uno spazio di personalità che si aggiunge all’«Es – Ego – SuperEgo» della tradizione freudiana. Così vengono identificati i punti che caratterizzano i «ragazzi mutanti»:

– i “mutanti” non sono più psicosocietariamente sagomati per integrare l’autorità di tipo paterno;

– non sono più psicosocietariamente sagomati per integrare i modi di apprendimento fondati sulla “sottomissione” al sapere di un maestro;

– non imparano il rispetto se non a partire dal rispetto che è loro accordato;

– apprendono da noi (adulti) da ciò che ci vedono fare e non da ciò che ordiniamo loro di fare;

– conversazioni e negoziazioni “egualitarie” diventano gli strumenti privilegiati del co-sviluppo nostro e dei nostri ragazzi». La frattura generazionale manifesta spesso più la paura degli adulti che la reale situazione degli adolescenti.

Nei confronti della sessualità la sfida che essi affrontano è quella di riconoscere lo statuto del corpo, l’unità della loro persona e il senso dei gesti e degli atti. Si tratta di un orizzonte antropologico rispetto a cui le liste normative risultano incomprensibili.

Il sesso è vissuto anzitutto come un puro gioco di piacere, sottomesso all’unica regola del consenso. Una vertigine immediata senza durata e senza impegno. La paratia del genere diventa fluida e, al di là delle infinite discussioni della teoria di genere, essa condiziona la vita affettiva e sessuale degli adolescenti, trascinati dai modelli loro proposti dalla cultura mediatica.

La sessualità tende e diventare il gioco dei possibili e si espande sull’onda di desideri molteplici e fluttuanti. L’atto sessuale si riduce ad esperienza, anche quando è di tipo omosessuale o bisessuale.

I modelli di conformità sono, da un lato, quelli della pubblicità e, dall’altro, quelli della pornografia, che «è la principale fonte d’informazione e di formazione in materia sessuale per gli adolescenti».

Ma proprio il rapporto meccanico e disconnesso dall’emozione trasmesso dalla pornografia rilancia l’esigenza, assai viva nei ragazzi, dell’unità della loro persona e del pericolo di una intima dissociazione quando il corpo, proprio e altrui, è ridotto a strumento. Da qui nasce una presa di coscienza non solo della propria unità di persona, ma anche di un dono di sé libero e responsabile. Il controllo dei gesti non è più castrazione, seppur raggiunto attraverso prove ed errori.

Si apre così una nuova confidenza con l’adulto, chiamato ad accompagnare e a non forzare le tappe. Fino alla scoperta dell’interiorità che abita il corpo, al silenzio meditativo che alimenta la persona, alla capacità di stare con se stessi nel dono ad altri.

L’«io» e il «credo»

Il percorso catecumenale sembra quello più adatto ad accompagnare la formazione di fede nei ragazzi. A partire dalla loro consapevolezza di vedere morire il bambino che è in loro a favore di un nuovo adulto, percezione che si avvicina al compito del cristiano di lasciare morire l’uomo vecchio per una nuova vita. Al momento della crescita il bambino che diventa adolescente impara a pensare da solo, ad agire per propria volontà, ad essere un «io» di fronte agli altri.

Il percorso catecumenale trasforma similmente un simpatizzante della Chiesa in una persona che è in grado di dire «io credo». Così i piccoli gesti di emancipazione si possono collocare accanto al rito di passaggio della cresima. Un cammino da fare in gruppo e dentro le relazioni che si istaurano con i leader di fatto e quelli proposti dagli adulti. A questi ultimi compete in particolare il delicato compito dell’accompagnamento. Esso conosce la pazienza della crescita, la scansione delle tappe, la dimensione relazionale e sociale.

«Accompagnare un bambino, un adolescente sul cammino di fede, significa sforzarsi di creare le condizioni di un incontro con Cristo, è la proposta di partire alla sequela di Cristo in un cammino che gli sia proprio. Insomma, si tratta di aiutarlo a udire l’appello del Cristo dentro la sua vita,  a scoprire la vocazione che gli è propria e a rispondervi».

Le piccole decisioni alla loro portata hanno l’effetto di strutturare e rilanciare energie per passi ulteriori. È camminando che si impara a camminare, permettendo di intuire il filo rosso dello Spirito che attraversa le singole decisioni. L’appello vocazionale è del tutto funzionale alla costruzione dell’identità personale.

L’insieme della comunità cristiana e i singoli educatori sono chiamati a vivere la relazione educativa all’insegna di tre gesti fondamentali: «io credo in te», «io spero con te», «ti amo alla maniera in cui Cristo ti ama». Sapendo che sempre meno saranno i ragazzi che vengono alla Chiesa e sarà necessario raggiungerli nei luoghi che loro frequentano.

Un insegnamento “dall’alto” non funziona più. «I giovani vogliono essere attori delle loro scoperte, apprendono meglio se sono interattivi con quanto proponiamo loro. Entrare nei loro modi di funzionamento, utilizzare i loro strumenti mediali, non può che aiutarci  a entrare in una dinamica nuova dell’annuncio con gli strumenti del nostro tempo».

La messa e i riti

E la messa? «Troppo lunga, sempre la stessa cosa, sempre lo stesso che parla», «Bella negli incontri con gli altri, ma la domenica senza gli amici è noiosa», «Non si capisce niente delle parole del prete e dei lettori… persino in classe si possono fare domande», «Andarci coi genitori è banale e poi ci sono solo vecchi»: l’asprezza adolescenziale delle affermazioni (alcune del tutto condivise anche dagli adulti) non nasconde la sfida esplosiva contenuta nel rito, di un mistero che si svolge davanti e con noi, che decentra la vita, che interrompe forzosamente i nostri tempi, che ci obbliga all’interiorità.

Non è facile per l’adolescente capire lo scarto fra la turbolenza interiore prodotta dal rito e il suo aspetto immutabile. «Penso che la messa faccia problema perché è fonte di angoscia per molti adolescenti e adulti che hanno sempre meno l’abitudine al silenzio e alla gestione delle frustrazioni». «Dobbiamo riconoscere la scomodità rappresentata dalla messa e come essa richieda delicatezza e accompagnamento da parte nostra».

Due le piste proposte: il rito e la partecipazione della famiglia. La ritualità è necessaria a tutti e vivere l’eucaristia con la famiglia o con gli educatori è l’unico mezzo per renderla feconda ai ragazzi.

Documents episcopat propone nella seconda parte della rivista una serie di esperienze pratiche di associazioni e di movimenti che sono propri della tradizione francese come il lavoro nelle scuole cattoliche e nelle cappellanie scolastiche, l’azione educativa delle nuove comunità, i pellegrinaggi giovanili e l’esperienza delle «chiese dei giovani». Ve ne sono altri, come lo scoutismo e l’associazionismo cattolico, che valgono anche nel contesto italiano.

Mi limito ad evidenziare il ruolo di Taizé che è qui ricondotto alla sua introduzione alla preghiera. «Tre dimensioni della preghiera a Taizé sembrano fare eco alla ricerca dei giovani: una preghiera accessibile, una preghiera meditativa, una preghiera del cuore».

La preghiera della comunità aperta a tutti è stata progressivamente smagrita e limata per accogliere l’attenzione più estesa possibile. Il canto su testi brevi della Scrittura in forma responsoriale e ripetitiva facilita la meditazione. «Attraverso il canto, il silenzio, i giovani si scoprono capaci di un cuore nuovo, di un cuore semplice nel senso etimologico della parola, di un cuore contrito».

Papa Francesco e i tre ecumenismi

Il Papa incontra il Patriarca ortodosso bulgaro Neofit con il santo Sinodo
vaticannews

C’è l’ecumenismo del sangue, c’è l’ecumenismo del povero e c’è l’ecumenismo della missione. Nel suo discorso di fronte al Patriarca Neofit e al santo Sinodo della Chiesa ortodossa di Bulgaria, Francesco ha indicato una via immediatamente praticabile per l’unità dei cristiani appartenenti a confessioni diverse. Chiese già accomunate, nonostante le loro ataviche divisioni, i loro conflitti e le loro controversie dottrinali, dal martirio e dalla persecuzione in quell’ecumenismo del sangue che il Papa ha citato già molte volte, ricordando come i persecutori non facciano distinzione quando attaccano i credenti in Cristo e i loro luoghi di preghiera.

Francesco ha parlato dei cristiani bulgari che «hanno patito sofferenze per il nome di Gesù, in particolare durante la persecuzione del secolo scorso». E ha ricordato i «tanti altri fratelli e sorelle nel mondo» che «continuano a soffrire a causa della fede» chiedendo «a noi di non rimanere chiusi, ma di aprirci, perché solo così i semi portano frutto».

Poi il Papa, commemorando Angelo Roncalli, il futuro Giovanni XXIII che qui in Bulgaria fu rappresentante pontificio, ne ha riproposto la testimonianza, invitando i cristiani «a camminare e fare insieme per dare testimonianza al Signore, in particolare servendo i fratelli più poveri e dimenticati, nei quali Egli è presente». È «l’ecumenismo del povero». Si può essere già uniti, si può già camminare insieme a prescindere dai dialoghi di vertice e dalle differenze teologiche. Si può testimoniare insieme il Vangelo a fianco di chi soffre.

Il terzo ecumenismo è legato alla missione e alla comunione, sull’esempio dei Santi Cirillo e Metodio: è quello della missione. Si può camminare insieme cercando di annunciare il Vangelo. Il Papa ha insistito in particolare sui giovani: «Quant’è importante, nel rispetto delle rispettive tradizioni e peculiarità, aiutarci e trovare modi per trasmettere la fede secondo linguaggi e forme che permettano ai giovani di sperimentare la gioia di un Dio che li ama e li chiama!».

Il dialogo dei teologi, il cammino per chiarire le questioni ancora aperte – che nel caso degli ortodossi non toccano gli elementi essenziali della fede e dei sacramenti – è importante. Ma non basta. Soprattutto rischia di rimanere qualcosa di lontano, relegato negli ambiti degli esperti. Ciò che può incidere nella vita concreta dei cristiani di diverse confessioni che vivono fianco a fianco è la proposta di un ecumenismo da mettere in pratica senza dover attendere risposte dall’alto. Un ecumenismo della testimonianza e della missione. Così l’unità dei cristiani diventa segno di unità e di pace per il mondo.

Rosmini, la fede, una Chiesa per il domani e l’unità

Confusione e divisione nella Chiesa sono due termini ricorrenti nei media, che spesso travisano quanto accade nella vigna del Signore. Il testo diffuso sabato 9 febbraio a firma del cardinal Gerhard Müller mi sembra un contributo alla riflessione aperto a successivi approfondimenti per la fede dei credenti, eppure è stato presentato come un intervento, anzi un vero e proprio “manifesto della fede”, contro il magistero del Papa e, dunque, contro l’unità della Chiesa. Un’operazione grave e greve.

Parafrasando il beato Antonio Rosmini potremmo dire che nel testo pubblicato ieri da alcuni siti internet di vari Paesi si cerca di declinare la carità intellettuale/dottrinale in conflitto con quella che lo stesso Rosmini denomina «carità pastorale», culmine delle tre forme di carità: temporale (per i bisogni immediati), intellettuale (per la sete di verità), pastorale (per il dono di sé incondizionato). Ora se il cardinale teologo esercita la seconda di queste forme in maniera autentica, non può in nessun modo contrapporsi alla forma suprema di carità, che il Vescovo di Roma esprime nell’oggi della storia. Ricordare la dottrina, purché non si intenda ritenere che il cristianesimo sia esclusivamente “dottrinale”, è un servizio per tutta la Chiesa. Esercitare il servizio della carità pastorale è imprescindibile e necessario in un mondo in cui i gesti valgono più delle parole e i fatti più delle teorie. La Chiesa di oggi non ha alcun bisogno di divisioni e di contrapposizioni, ma di concordia e di unità: quella unità di cui il Papa è segno. Nonostante una minuscola, ma insistente, campagna di deliberato fraintendimento, le verità della Rivelazione che Müller richiama trovano serena espressione nel magistero dell’attuale pontefice, anche in materia “morale” e in particolare per quanto riguarda la logica sacramentale e il rapporto fra i sacramenti dell’eucaristia e del matrimonio. A questo riguardo il cardinale scrive: «Dalla logica interna del sacramento si capisce che i divorziati risposati civilmente, il cui matrimonio sacramentale davanti a Dio è ancora valido, come anche tutti quei cristiani che non sono in piena comunione con la fede cattolica e pure tutti coloro che non sono debitamente disposti, non ricevano la santa Eucaristia fruttuosamente, perché in tal modo essa non li conduce alla salvezza. Metterlo in evidenza corrisponde a un’opera di misericordia spirituale». Né va dimenticato che, in un testo particolarmente significativo a tale riguardo, Müller aveva affermato: «Se il secondo legame fosse valido davanti a Dio, i rapporti matrimoniali dei due partner non costituirebbero nessun peccato grave, ma piuttosto una trasgressione contro l’ordine pubblico ecclesiastico, quindi un peccato lieve». E tutto ciò è in perfetta coincidenza con il dettato dell’Amoris laetitia.

La confusione e la divisione sono l’arma diabolica utilizzata non da uomini di Chiesa, autenticamente in ricerca e animati dalle migliori intenzioni, ma da vecchi e nuovi media propensi al sensazionalismo, lobby laiciste e manipoli di ipercritici “interni” che sembrano non avere altro interesse che il discredito su quanto lo Spirito opera nell’attuale momento che la Chiesa cattolica vive. Ecco perché il nostro cuore e la nostra mente non sono affatto turbati da simili operazioni (Gv 14,1), in quanto radicati nella convinzione che la comunità ecclesiale non è, nemmeno in questi anni, guidata da un uomo, ma dallo Spirito, perché: «La Chiesa ha in sé del divino e dell’umano. Divino è il suo eterno disegno; divino il principal mezzo onde quel disegno viene eseguito, cioè l’assistenza del Redentore; divina finalmente la promessa che quel mezzo non mancherà mai, che non mancherà mai alla santa Chiesa e lume a conoscere la verità della fede, e grazia a praticarne la santità, e una suprema Providenza che tutto dispone in sulla terra in ordine a lei. Ma dopo ciò, oltre a quel mezzo principale, umani sono altri mezzi che entrano ad eseguire il disegno dell’Eterno: perciocché la Chiesa è una società composta di uomini, e, fino che sono in via, di uomini soggetti alle imperfezioni e miserie dell’umanità. Indi è che questa società, nella parte in cui ella è umana, ubbidisce nel suo sviluppamento e nei suoi progressi a quelle leggi comuni che presiedono all’andamento di tutte le altre umane società. E tuttavia queste leggi, a cui le umane società sono sommesse nel loro svolgersi, non si possono applicare interamente alla Chiesa, appunto perché questa non è una società al tutto umana, ma in parte divina» (Antonio Rosmini, Delle cinque piaghe della Santa Chiesa). E in essa la verità si fa nella carità, ovvero nell’unità (cf Ef 4,15).

di Giuseppe Lorizio – Professore ordinario di Teologia fondamentale

Il Papa: l’ecumenismo è un cammino irreversibile, non un’opzione

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Il cammino ecumenico di tutte le Chiese cristiane ancora divise è “un’esigenza essenziale” della nostra fede, un “requisito” che nasce dall’essere discepoli di Cristo, un “cammino irreversibile”, non opzionale. Così Papa Francesco alla delegazione ecumenica dalla Finlandia, ricevuta in udienza in occasione del tradizionale pellegrinaggio a Roma per la festa di San Enrico. A guidare il gruppo il vescovo luterano di Kuopio, Jari Jolkkonen, che saluta il Pontefice all’inizio dell’incontro.

Il comune impegno a favore dell’ecumenismo è un’esigenza essenziale della fede che professiamo, un requisito che nasce dalla nostra stessa identità di discepoli di Gesù. E in quanto discepoli, mentre seguiamo lo stesso Signore, comprendiamo sempre di più che l’ecumenismo è un cammino, un cammino che, come hanno costantemente sottolineato i vari Pontefici dal Concilio Vaticano II in poi, è irreversibile. This is not an optional way.

L’unità cresce lungo questo cammino

“L’ unità tra noi – prosegue il Papa – cresce lungo questo cammino” e il vostro pellegrinaggio annuale ne è un segno, che ci invita “a percorrere insieme la via dell’unità” per incontrare insieme Cristo “come figli amati del Padre e, dunque, come fratelli e sorelle tra di noi”.

Un servizio di carità e una testimonianza di fede comuni

Quindi Francesco ringrazia il vescovo Jolkkonen per aver ricordato “che abbiamo anzitutto un servizio di carità e una testimonianza di fede comuni da esercitare” che sono fondati nel Battesimo, nel nostro essere cristiani: “questo è il centro!”. Per questo, e il Pontefice cita ancora il vescovo luterano finlandese. Davvero, “le varie classificazioni sociologiche, che spesso vengono attribuite con superficialità ai cristiani, sono aspetti secondari o inutili”.

Quando preghiamo insieme, quando insieme annunciamo il Vangelo e serviamo i poveri e i bisognosi, ritroviamo noi stessi in cammino e il cammino stesso progredisce verso il traguardo della visibile unità. Anche le questioni teologiche ed ecclesiologiche che ancora ci distanziano si potranno risolvere solo nel corso di questo cammino comune, non si risolveranno mai se rimaniamo fermi: no; senza forzare la mano e senza prevedere come e quando ciò avverrà.

Dialogo teologico: risolvere malintesi e pregiudizi nella carità

“Ma possiamo essere certi – continua Papa Francesco – che, se saremo docili, lo Spirito Santo ci guiderà in modi che oggi neppure immaginiamo”. Intanto “siamo chiamati a fare tutto ciò che possiamo per favorire l’incontro e per risolvere nella carità malintesi, ostilità e pregiudizi che per secoli hanno viziato i nostri rapporti”. Al dialogo teologico, ricorda il Papa “ha contribuito la recente Dichiarazione della Commissione di dialogo luterano-cattolica di Finlandia sulla Chiesa, l’Eucaristia e il Ministero, intitolata Communion in Growth. Va proseguito il dialogo, portando avanti quanto avviato”.

La comune tradizione dello Spirito di Cristo ci arricchisce

In questo percorso, sottolinea Francesco, “non siamo soli”. Testimoni comuni, come San Enrico di Finlandia, ci precedono nel cammino. Perché “la Tradizione non è un dilemma, ma un dono”: non è infatti “qualcosa di cui appropriarci per distinguerci, ma una consegna che ci è stata affidata per arricchirci vicendevolmente”.

Sempre siamo chiamati a tornare alla consegna originaria, da cui sgorga il fiume della Tradizione: è il costato aperto di Cristo sulla croce. Lì Egli ci ha dato tutto sé stesso, consegnandoci anche il suo Spirito. Da lì è scaturita la nostra vita di credenti, lì c’è la nostra perenne rigenerazione. Lì troviamo la forza di portare i pesi e le croci gli uni degli altri.

Preghiera e impegno comuni per una maggiore giustizia

Per questo, conclude il Pontefice, “siamo chiamati a non stancarci mai nel cammino”. E ricorda l’appuntamento in corso della Settimana di Preghiera per l’unità dei cristiani, “per chiedere al Signore una maggiore unità”, che quest’anno s’incentra sul versetto biblico “Cercate di essere veramente giusti”. Papa Francesco sottolinea che è un’esortazione “al plurale e ci ricorda che non si può operare per la giustizia da soli: la giustizia per tutti si chiede e si ricerca insieme”.

“ In un mondo lacerato da guerre, odi, nazionalismi e divisioni, la preghiera e l’impegno comuni per una maggiore giustizia non sono rimandabili. Sono omissioni che non possiamo permetterci ”

Collaborazione tra luterani, ortodossi e cattolici in Finlandia

Il Pontefice saluta i suoi ospiti dicendosi fiducioso “che la nostra comune testimonianza di preghiera e di fede porterà frutto e che la vostra visita rafforzerà la già solida collaborazione tra luterani, ortodossi e cattolici in Finlandia”.

Abusi sessuali, l’urgenza di una vera procedura penale ecclesiale

La Croix

(Claire Quétand-Finet*) A forza di non tener conto, nella Chiesa, dei diritti della difesa e della presunzione d’innocenza,  l’inevitabile è successo. Dei preti accusati di infrazioni sessuali si sono suicidati. Questi drammi  impongono alla Chiesa di fare un riforma giuridica profonda.

La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani si apre il 18 con i Vespri di Papa Francesco. Il 22 Veglia Ecumenica diocesana

Italia

Vicariato di Roma

L’ottavario prenderà il via con i vespri presieduti dal Santo Padre alle 17.30 nella basilica di San Paolo fuori le Mura. A livello diocesano, tra i tanti appuntamenti organizzati dalle varie realtà ecclesiali, centrale sarà la Veglia ecumenica insieme ai rappresentanti delle comunità ecclesiali non cattoliche presenti nella Capitale, che sarà presieduta dal vescovo ausiliare GIANPIERO PALMIERI nella parrocchia di San Felice da Cantalice, a Centocelle, alle ore 19.
Sarà il versetto del Deuteronomio “Cercate di essere veramente giusti” (Dt 16, 18-20) a fare da filo conduttore alla Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2019, che si terrà dal 18 al 25 gennaio.

La Chiesa di fronte alla sfida della criminalità organizzata. Strade inconciliabili

Italia

L’Osservatore Romano

don Pino Puglisi
Il peccato di mafia. Annunciare il Vangelo significa anche ribadire la netta inconciliabilità tra mafia e vita cristiana. È quanto afferma Vincenzo Bertolone, arcivescovo di Catanzaro-Squillace e postulatore della causa di canonizzazione di padre Pino Puglisi, nel volume Scomunica ai mafiosi? Contributi per un dibattito (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2018, pagine 154, euro 14).