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Neocatecumenali e movimenti: carisma e politica

L’annuale appuntamento delle Comunità neocatecumenali con il papa si è rinnovato il 18 marzo, con 7.000 persone in Sala Nervi e 250 famiglie inviate in 57 nuove missio ad gentes sia in Europa sia in altri 13 paesi dei diversi continenti (Canada, Stati Uniti, Brasile, Perù, India, Cina, Australia, Papua Nuova Guinea, Etiopia, Costa d’Avorio, Sudafrica, Guinea Equatoriale, Nigeria). Il Cammino neocatecumenale è oggi presente in 1.320 diocesi di 110 paesi con 21.000 comunità attive in 6.000 parrocchie. I membri adulti del movimento sono 300.000 (ma con i figli arriverebbero a circa un milione). I preti formati dal movimento nei 103 seminari sono 2.000 e i seminaristi 2.200. Per l’Italia si parla di 5.000 comunità (circa 100.000 persone). Sono centinaia i gruppi di missione, formati da un prete e alcune famiglie,  in tutti i continenti.

Inculturare il carisma

Una realtà ecclesiale significativa, che, come gli altri movimenti,  da un decennio viene sostanzialmente ignorata dai media (anche ecclesiali), dopo alcuni lustri in cui era enfaticamente raccontata, in positivo o negativo secondo i casi. Papa Francesco ci ha abituati a un approccio diretto e privo di cautelose approssimazioni con tutte le identità ecclesiali. E così è anche per i movimenti. L’anno scorso (6 marzo 2015) aveva evidenziato il valore dell’esperienza: «E io oggi confermo la vostra chiamata, sostengo la vostra missione e benedico il vostro carisma… Io dico sempre che il Cammino neocatecumenale fa un grande bene nella Chiesa» e aveva ricordato il triplice riferimento: «Il Cammino poggia su quelle tre dimensioni della Chiesa che sono la Parola, la liturgia, la comunità», senza sottoporre a verifica la loro pratica – ostica a molti vescovi – della celebrazione eucaristica al sabato con le lodi in famiglia il giorno di domenica (senza eucaristia). Aveva valorizzato la loro dimensione missionaria: «In diverse occasioni ho insistito sulla necessità che la Chiesa ha di passare da una pastorale di semplice conservazione a una pastorale decisamente missionaria», sollecitandoli a «evangelizzare i non cristiani». Quest’anno, a quasi 50 anni dall’avvio dell’esperienza, è entrato in dialogo attraverso tre altri riferimenti.

Il primo è l’invito all’unità, come ultima e decisiva richiesta di Gesù, contro la tentazione che può provocare «la presunzione, il giudizio sugli altri, le chiusure, le divisioni… È la tentazione di tutte le comunità e si può insinuare anche nei carismi più belli della Chiesa». Il carisma infatti «può deteriorarsi quando ci si chiude o ci si vanta, quando ci si vuole distinguere dagli altri. Perciò bisogna custodirlo» attraverso l’unità umile e obbediente. Solo respirando nella Chiesa e con la Chiesa, assomigliamo ad essa e non la trasformiamo in «uno strumento per noi: noi siamo Chiesa». La fecondità della testimonianza ha bisogno del ministero e della guida dei pastori. «Anche l’istituzione è un carisma, perché affonda le radici nella stessa sorgente che è lo Spirito Santo». Il riferimento al carisma è uno dei luoghi più citati dal papa, in particolare per i religiosi, ma viene evocato spesso anche per i movimenti. Nel 2015, parlando al movimento di Comunione e liberazione, aveva detto: «Il centro non è il carisma, il centro è uno solo, è Gesù, Gesù Cristo! Quando metto al centro il mio metodo spirituale, il mio cammino spirituale, il mio modo di attuarlo, io esco di strada. Tutta la spiritualità, tutti i carismi nella Chiesa, devono essere “decentrati”: al centro c’è solo il Signore… Fedeltà al carisma non vuol dire “pietrificarlo”…, (significa piuttosto) tenere vivo il fuoco e non adorare le ceneri».

Moti interni

Il secondo riferimento è la parola «gloria», quella che indica la croce, secondo la tradizione giovannea: «La gloria di Dio si rivela sulla croce: è l’amore che lì risplende e si diffonde. È una gloria paradossale: senza fragore, senza guadagno e senza applausi». La terza parola è «mondo»: «Voi andrete incontro a tante città, a tanti paesi… Non sarà facile per voi la vita in paesi lontani, in altre culture, non vi sarà facile. Ma è la vostra missione… familiarizzate con le culture, le lingue e gli usi locali, rispettandoli e riconoscendo i segni di grazia che lo Spirito ha già sparso. Senza cedere alla tentazione di trapiantare modelli acquisiti, seminate il primo annuncio».

Papa Francesco e Kiko Argüello

Papa Francesco e l’iniziatore del Cammino neocatecumenale, Kiko Argüello (REUTERS)

Parole non di circostanza, soprattutto in riferimento all’autorità dei pastori nella Chiesa, alla funzionalità del carisma rispetto alla centralità di Cristo, all’approccio cordiale alle culture e alla lingue dei paesi ai quali si è inviati. Dall’interno dell’esperienza del Cammino, oltre alla conferma della sua qualità cristiana e della «tenuta» delle singole comunità, sorgono anche interrogativi su alcune tensioni con gli episcopati, sulla leadership, sui seminari e sulla esposizione «politica». È noto il caso dei vescovi del Giappone che hanno chiesto al movimento di chiudere il seminario e di accettare l’indirizzo pastorale della Chiesa locale (2010-11) come anche le numerose lettere dei vescovi in merito alle prassi del movimento (un centinaio solo per l’Italia). La leadership è da sempre saldamente in mano ai due fondatori, Francisco José Gomez Argüello (Kiko) e Carmen Hernandez, affiancati da un presbitero (Mario Pezzi), ma i seri problemi di salute di Carmen e l’avanzata età di Kiko hanno suggerito l’avvio di una elaborazione per una possibile successione.

Per quanto riguarda i seminari le domande sono relative alle modalità di reclutamento (per alzata di mano in occasioni di grandi raduni), alla sapienza del discernimento (per diversi casi i numeri dei seminaristi sono talmente ridotti da rendere problematica l’accurata scelta degli educatori e il cima formativo) con qualche esito problematico (anche nel caso di allontanamento, quando l’interessato trova accoglienza presso i pastori locali, soprattutto in America Latina). Sulla questione della politica il Cammino è sempre stato molto defilato e restio, mentre è intervenuto con forza in alcuni momenti come il Family day. Fino ad entrare in rotta di collisione con la segreteria CEI. È successo nel 2015 (20 giugno), quando Kiko ha espressamente criticato il segretario e mons. Galantino si è trovato sulla sua posta elettronica una valanga di critiche (con qualche insulto).

Movimenti ecclesiali e politica

Sul tema dell’esposizione civile sono in atto spostamenti significativi all’interno dei movimenti ecclesiali. È nota la maggiore attenzione del Rinnovamento nello Spirito sui temi della dottrina sociale e del «pre-politico» (cf. l’intervista a Salvatore Martinez in Sett. 44/2014, pp. 8-9). Sta diventando evidente, sul fronte opposto, la prudenza di Comunione e liberazione, scottata dai molti scandali che hanno investito uomini politici del movimento, soprattutto in Lombardia. La probabile dislocazione di candidati su ambedue i fronti nelle prossime elezioni amministrative metteranno alla prova quanti identificano il nucleo di senso spirituale con l’uniformità del voto. In una intervista dell’anno scorso (Vatican Insider, 31 marzo 2015), il presidente della Fraternità di Comunione e liberazione, don J. Carrón, aveva detto: «Evidentemente, quando si parla di realtà sociale delle dimensioni del movimento, ci troviamo sempre sotto i riflettori. A volte questo ci permette di offrire agli altri un contributo, a volte, invece è motivo di umiliazione, perché anche noi abbiamo dei limiti, come succede anche nella Chiesa nel suo insieme» (cf. anche AA.VV, : Il caso CL nella Chiesa e nella società italiana. Spunti per una discussione, Il Margine, Trento 2014). Il caso più interessante è forse quello dei Focolari. La presenza di uomini e donne focolarini in politica è di lunga data, ma il movimento non è mai stato coinvolto in particolari scandali, né identificato con interessi di parte.

I movimenti ecclesiali sono ormai una presenza consolidata nel  panorama delle Chiese locali, ma è venuta meno la volontà, più o meno giustificata, di affidare loro il ruolo di punta di diamante in ordine al confronto con la modernità e l’indifferenza religiosa. Una espressione precisa della situazione la si trova nell’esortazioneEvangelii Gaudium. «Le altre istituzioni ecclesiali, comunità di base e piccole comunità, movimenti e altre forme di associazione, sono una ricchezza della Chiesa che lo Spirito suscita per evangelizzare tutti gli ambienti e settori. Molte volte apportano un nuovo fervore evangelizzatore e una capacità di dialogo con il mondo che rinnovano la Chiesa. Ma è molto salutare che non perdano il contatto con questa realtà tanto ricca della parrocchia del luogo, e che si integrino con piacere nella pastorale organica della Chiesa particolare» (n. 29). «Un chiaro segno dell’autenticità di un carisma è la sua ecclesialità, la sua capacità di integrarsi armonicamente nella vita del popolo santo di Dio per il bene di tutti» (n. 130).

Co-essenziali e petrini

Il movimentismo nella Chiesa è assai più vecchio dei movimenti. Nasce nell’800 con il «movimento cattolico» concentrandosi progressivamente nell’Azione cattolica e poi nei partiti di ispirazione cristiana. I movimenti hanno una lunga incubazione dagli anni ’30, ma si manifestano dagli anni ’50, e, in grande maggioranza, dopo il Vaticano II. Nel loro insieme rappresentano la risposta del cattolicesimo alla modernità. Una risposta dalla doppia valenza: del dialogo o piuttosto del conflitto. La polarizzazione, nell’attuale stagione, successiva al riconoscimento e all’enfasi, attraversa anche i movimenti ecclesiali. Non è casuale che, dopo i convegni internazionali del 1981, 1987, 1991, 1998 e quelli successivi, a cura del Pontifico consiglio dei laici, nel 2002 e nel 2006 e 2014, si vada spegnendo la spinta di rappresentazione unitaria del movimentismo a favore di una spendita nell’insieme della Chiesa. Come diceva il card. A. Scola nel 2006 alcuni movimenti tendono ad acquisire forme giuridiche proprie, altri ad integrarsi nella normale appartenenza ecclesiale. Vi è sempre minore insistenza su due elementi che nel passato erano fortemente enunciati: la co-essenzialità fra carismi (movimenti) e istituzione e la collocazione «apostolica», cioè immediatamente «petrina» dei movimenti stessi.

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Le voci della Chiesa Nozze gay, il dibattito sui giornali

Gli accenti sono – o possono sembrare – diversi, gli obiettivi sono gli stessi. E, al di là di letture ideologiche o capziose, sono pienamente in sintonia con il sentire profondo della gente, di coloro almeno che si sforzano di guardare con serenità e buonsenso all’intreccio complesso di decisioni, opinioni, proposte che si sta aggrovigliando sul tema del matrimonio e della famiglia. La necessità di dialogare con il mondo omosessuale, riconoscendo l’opportunità di riconoscere diritti senza né facili omologazioni né inopportune equiparazioni con il matrimonio tra uomo e donna, è stata ribadita da tutti i cardinali e i vescovi intervenuti in questi giorni, dopo il sì del referendum irlandese alle nozze gay.

Una riflessione a più voci che, pur non dimenticando la contingenza del dibattito politico, in Europa ma anche in Italia, si inserisce nel clima sinodale che già guarda alla grande assemblea del prossimo ottobre con la consapevolezza che è arrivato il momento – come ha fatto notare il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, in un’intervista a “Repubblica” – di porci «interrogativi sulla nostra capacità di trasmettere alle nuove generazioni i valori in cui crediamo», con un dialogo «cordiale che tenga conto della concreta situazione delle persone».
Esprimere la volontà di trovare nuove modalità di accoglienza e di accompagnamento per le persone omosessuali, nel pieno rispetto della dignità di ciascuno, non significa dimenticare la centralità che l’antropologia cristiana assegna alla famiglia fondata sul matrimonio. «Un’unione che – ha fatto notare ancora l’arcivescovo di Genova – costituisce un bene essenziale per la stessa società che, come tale, non è equiparabile ad altre forme di convivenza».

La necessità di «difendere, tutelare e promuovere la famiglia», cuore del presente e del futuro dell’umanità, è stata ribadita anche dal segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, che ha definito le nozze gay decise in Irlanda, «una sconfitta per l’umanità».
Espressione che a qualcuno è parsa molto forte, ma che va letta come presa di distanza da tutte quelle scelte politiche che rischiano di indebolire la famiglia, cuore di quel progetto di civiltà che diventa benessere condiviso e quindi va vantaggio per tutti.

Di fronte all’accelerazione del processo di secolarizzazione, «nessun arroccamento, nessuna paura» ma – è stata anche la sottolineatura del segretario generale della Cei, il vescovo Nunzio Galantino – neppure la pretesa «di trasformare i diritti del singolo in punto di partenza perché diventino necessariamente diritti di tutti». Nuova accoglienza e più attenta sensibilità, ma anche – è stato osservato – fermezza sui principi, che però vanno riproposti con un linguaggio rinnovato.

«Negli ultimi decenni – ha messo in luce il cardinale Walter Kasper in un’intervista al “Corriere della Sera” – la Chiesa si è sforzata di dire che la sessualità è una cosa buona… ora dobbiamo parlare anche di cosa sia la sessualità, della pari dignità e insieme della diversità di uomo e donna nell’ordine della creazione».

Proprio quei fondamenti antropologici che le cosiddette “teorie del gender” vorrebbero annullare in nome di una visione della sessualità totalmente sganciata dalla realtà e piegata all’arbitrio personale. Il rispetto per tutti e l’educazione alla non discriminazione vanno bene, ma qui – ha evidenziato ancora Bagnasco ricordando le parole di papa Francesco – siamo alla “colonizzazione ideologica”. Quella che si allontana dal popolo e persegue soltanto le sue idee. Mentre su questi temi la maggior parte delle persone, come emerso da un sondaggio pubblicato dalla “Stampa”, esprime una posizione di buon senso e di misura – sì alle unioni civili (67%), no alle adozioni omosessuali (73%) – lontanissima da estremismi e chiusure.

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MATRIMONIO E FAMIGLIA, DOPO IL SINODO

In un paio di recenti occasioni, prima all’Università di Vienna (15 ottobre 2014) e poi alla Catholic University of America di Washington (6 novembre 2014), il cardinal Kasper ha pubblicamente ribadito che gli schemi correnti del tipo “progressista/conservatore” male si applicano a papa Francesco. Non classificabile all’interno di una qualche scuola accademica di teologia, uomo pratico che all’astrazione delle idee preferisce l’incontro diretto con le persone, il papa argentino sfugge a simili catalogazioni. Per quanto immediate ed efficaci sul piano giornalistico, quelle semplificazioni risultano ingannevoli quando applicate tout court alla sua figura di pastore o al suo pensiero teologico.

1. Un papa radicale per una chiesa radicale?

Si vede confermato questo convincimento specie se si volge retrospettivamente lo sguardo alla condotta – silente, ma nient’affatto indifferente – del vescovo di Roma nei giorni del sinodo straordinario. Oppure se si rilegge il suo discorso per la conclusione dell’assemblea sinodale, discorso che qualcuno ha giudicato «uno dei più importanti del suo pontificato», fino ad oggi.

In quest’ultimo testo papa Bergoglio sottolinea, riguardo al processo sinodale, la positività del cammino compiuto insieme, ora con momenti di entusiasmo, ora con segni di affaticamento (quando, precisa, il più forte si è sentito in dovere di aiutare il meno forte). E nondimeno stigmatizza le opposte tentazioni – pure verificatesi, inutile nasconderlo – di irrigidirsi in una chiusura a riccio o di annacquare il vangelo della croce, vuoi per assecondare le proprie paure di cambiamento, vuoi per coprire le ferite sanguinanti con falsa pietà, senza guarirle. Cecità nei confronti della realtà, cecità nei confronti della verità. Pane trasformato in pietra, pietra trasformata in pane, dice il papa. Rifiutando queste secche alternative, conclude, la chiesa si dovrà sforzare di essere fedele al suo Sposo, senza paura di sedere a mensa con pubblicani e prostitute. Invocando su se stessa il dono di quella misericordia che è proprietà fondamentale di Dio, la saprà esercitare non come cedimento populista né come debolezza pastorale nei confronti dei fratelli caduti.

In definitiva, puntualizzava Kasper nella sua lecture per la consegna della medaglia intitolata al patrologo Johannes Quasten (1900-1997), se una scelta di campo va individuata, di papa Francesco si deve dire che «egli non rappresenta una posizione liberale, ma una posizione radicale, intesa – nell’accezione originale della parola – come un ricollegarsi alle radici, alla radix», nella convinzione che questo ritorno alle fonti dell’esperienza cristiana è, di fatto, aprire nuove strade, scorgere possibilità impensate, «costruire un ponte verso il futuro».

Ai lettori più attenti non sarà sfuggito che, così dicendo, Kasper a Washington riprendeva esattamente una formulazione retorica dall’Introduzione del suo Il vangelo della famiglia, qui riferita ai compiti della chiesa cattolica oggi 1, là applicata al pontefice che ne regge le sorti. Tradizione sì, senza tradizionalismi. Radicalità sì, senza radicalismi.

Ma allora, possiamo chiederci, che spazio hanno ottenuto, a posteriori, le tesi del «teologo del papa» su matrimonio e famiglia, nella Relatio synodi finale? Il «papa delle sorprese» può dirsi rappresentato, come asseriscono i media, dai passi indicati come necessari dalla «teologia in ginocchio» del cardinale tedesco e/o dalla sintesi cui è provvisoriamente approdata l’assise conciliare? Si è trattato lì di radicalità evangelica o di cosmesi superficiale?

Non possiamo in questo breve spazio approntare un confronto sistematico che espliciti punto per punto contatti e differenze, elaborando un giudizio circostanziato e definitivo sugli effetti del discorso kasperiano sul Sinodo 2. Ci limiteremo invece a uno sguardo a volo d’uccello (§ 2), individuando qualche linea di tendenza, e poi (§ 3) indagheremo che cosa ne è stato, al Sinodo, dei «quattro passi» elencati da Kasper nell’Epilogo de Il vangelo della famiglia. Ci condurranno nel breve percorso anche i testi de Il matrimonio cristiano: di questo vero e proprio trattatello sistematico la relazione introduttiva al concistoro dello scorso febbraio rappresenta, se vogliamo, l’estrema sintesi.

2. Percorsi paralleli sul vangelo della famiglia

L’impianto complessivo dell’argomentazione, tanto nei testi di Kasper quanto nella Relatio synodi, segue una identica triplice scansione: 1) ascolto/sguardo sulla situazione attuale, specialmente sulle sue criticità; 2) ascolto/sguardo sul dato della rivelazione cristiana; 3) confronto fra le due prospettive per discernere nuove vie.

Il primo passaggio di questa rodata metodologia, ossia l’istantanea sociologico-psicologica della realtà di matrimonio e famiglia così come si lascia fotografare oggi, è molto più elaborato e complesso nella relazione conclusiva sinodale che nella relazione introduttiva kasperiana. Nondimeno, il Kasper de Il matrimonio cristiano si dilunga in proposito in una analisi molto più sviluppata, che mantiene – a distanza di quasi quarant’anni – una sua sorprendente attualità.

Quando volge lo sguardo al dato neotestamentario, secondo dei tre passaggi, il documento sinodale richiama la paradigmaticità dell’atteggiamento di Gesù (n. 14) e distingue, nella pedagogia divina, tre (meglio: quattro) tappe fondamentali: l’alleanza sponsale inaugurata nella creazione, poi rivelata nella storia di Israele, riceve la pienezza del suo significato salvifico in Cristo e si compirà definitivamente nelle nozze escatologiche dell’Agnello (nn. 15s.). Queste stesse scansioni storiche appaiono organizzate in modo lievemente diverso ne Il vangelo della famiglia: l’ordine del creato e la ferita del peccato sono pensati già in prospettiva anticotestamentaria, l’ordine della redenzione in Cristo muove dal dettato dei vangeli spingendosi fino agli apporti dell’epistolario paolino, l’accenno alla simbologia escatologica di Apocalisse si allarga sul tema del celibato per il regno, toccando il tópos della famiglia come chiesa domestica, cui è dedicata un’intera sezione 3.

Dato che non costituisce un trattato né un saggio di teologia, è comprensibile che la Relatio synodi – a differenza degli scritti di Kasper – non si incarichi di scorrere lo sviluppo della riflessione e della statuizione dogmatica nei diciannove secoli che intercorrono fra l’epoca apostolica e il Vaticano II. Di fatto, si concentra esclusivamente sui documenti magisteriali emanati dall’ultimo concilio e dagli ultimi pontefici. Riassume poi il “vangelo della famiglia” nel votatissimo n. 21 (con 181 placet di approvazione), cui fa seguire immediatamente il più controverso n. 22 (22 anche i non placet) sugli elementi validi e positivi presenti nel matrimonio naturale (sotto tale dicitura sono incluse in senso lato unioni civili, matrimoni tradizionali, convivenze) concependolo, nonostante limiti e insufficienze, come orientato ovvero orientabile a uno sviluppo, cioè alla pienezza del matrimonio cristiano (cfr. anche il n. 27). Vi si individua così una capacità di evoluzione, un divenire potenzialmente positivo. Infine, nei nn. 23-25, dopo aver ribadito la bellezza e la positività maturante dell’esperienza e della testimonianza dei matrimoni riusciti, per i casi di fragilità e di fallimento il Sinodo individua un approccio pastorale e misericordioso.

Esplicitando prospettive propriamente pastorali (è il terzo passaggio), il documento riassuntivo dell’assemblea dei vescovi cattolici – qui davvero ricalcando da vicino le posizioni del cardinale tedesco – individua l’urgenza e la necessità di scelte coraggiose, di cammini pastorali nuovi che partano dalla realtà effettiva, di uno sguardo differenziato sulle diverse situazioni concrete (n. 45), per far incontrare innanzitutto il volto misericordioso di Dio e la carità materna della chiesa, che si traducono in esperienze di riconciliazione e di aiuto (n. 44). Citando Evangelii gaudium, viene lanciato l’appello ad ascoltare con rispetto, facendosi prossimo e diventando compagni di cammino (n. 46). Si richiama altresì a un discernimento particolare per accompagnare i divorziati risposati (n. 47) e si individua il bisogno di procedure canoniche più accessibili e agili, oltre che gratuite, per il riconoscimento dei casi di nullità – non senza citare la possibilità di dare rilevanza al ruolo della fede dei nubendi in ordine alla validità del sacramento (n. 48) 4. Si promuovono infine il discernimento e la cura pastorale nei confronti dei divorziati risposati, favorendo una qualche loro partecipazione alla vita della comunità ecclesiale (n. 51).

Ad uno sguardo di massima, i punti di contatto fra il pensiero di Kasper e le riflessioni condotte dai padri sinodali sembrano dunque configurare, pur con innegabili differenze di visuale e di approccio, un sostanziale parallelismo di percorsi. Cerchiamo ora di precisare, seppur di poco, il confronto.

3. Il peso della storia sulla teoria del vincolo

Quale accoglienza hanno ricevuto i passi che il cardinale suggeriva di compiere nell’Epilogo del suo Il vangelo della famiglia? Erano quattro i passi auspicati: possiamo seguirli uno a uno, nella loro esatta successione, concatenati come sono fra di loro 5.

1) Nella prima delle due tappe del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, quella straordinaria celebrata lo scorso ottobre, si è senz’altro cercato un linguaggio nuovo che, accantonando sia toni catastrofici e pessimistici sia la presunzione di giudicare prima ancora di capire, smuovesse dall’immobilismo miope di chi finge di non vedere i problemi sul tappeto. A favore di una spiritualità dell’amore coniugale, un amore che trova la sua massima espressione incarnata nell’intimità sessuale – questa la sua specificità –, si sono levate voci nel corso dell’assemblea sinodale e si trovano accenni positivi nel “lessico familiare” del documento conclusivo. E, con questo, si può dire compiuto il primo passo.

2) Il tono generale di quel documento riassuntivo, prima ancora di affermazioni di singoli, attesta di un profilo pastorale profondo, più integrato nello stile ecclesiale, sulla scia del Vaticano II: accantonate considerazioni rigoriste e legaliste, ha la meglio un atteggiamento di accompagnamento solidale, sostanziato per così dire di “pazienza ed empatia”. Consapevoli del tesoro loro affidato ma anche dei propri limiti, i pastori sono chiamati a compiere un cammino (anche di conversione, perché no?) accanto ai coniugi, guidando ma facendosi aiutare da (alcuni di) loro, in spirito di corresponsabilità, e altresì a rivolgersi con sguardo aperto anche alle persone che hanno visto tristemente fallire il loro progetto di vita insieme. Nel testo non fa la sua comparsa il termine oikonomía, forse troppo caratterizzato dalla tradizione bizantino-ortodossa, ma la sostanza del concetto così come inteso da Kasper nel secondo passo proposto – il superamento di una manicheistica alternativa fra rigorismo e lassismo – pare esserci tutta.

3) E quanto al bisogno di riorientare in senso spirituale e pastorale i procedimenti canonici su questioni matrimoniali? Abbiamo già visto che nella Relatio synodi gli accenni in questa direzione non mancano. Altra cosa è dire se siano sufficienti, dal momento che nelle parole di Kasper si potrebbe leggere una più sottile provocazione a riequilibrare, appunto in termini spirituali e pastorali, esigenze istituzionali e giuridiche con dimensioni individuali e private. Alcuni osservatori appuntano che la materia in oggetto – cioè matrimonio e famiglia – ingloba un insieme di questioni che non sono riducibili né alla ferrea logica oggettiva del dato istituzionale (il vincolo matrimoniale stabilito dal sacramento), né alla magmatica sensibilità affettiva-emozionale dei singoli (il soggetto autonomo e autodeterminantesi), ma casomai a un campo di compresenza e di tensione fra questi due ambiti. Potremmo dire: il campo della intersoggettività.

Le categorie e i capisaldi di riferimento – teologici, canonistici, pastorali – che una secolare tradizione ci ha consegnato per dire e praticare il vangelo della famiglia propendono per una intangibilità dell’aspetto istituzionale. Come ricorda lo stesso Kasper ne Il matrimonio cristiano, questo rivestimento culturale del dato evangelico era perfettamente funzionale a una famiglia centrata sulla sua vocazione pubblica e sociale: quale comunità economica e centro di produzione di beni e servizi, come spiegano storici e sociologi. Alla sensibilità occidentale contemporanea che, al contrario, esalta la libera scelta sovrana del soggetto, si attaglia maggiormente un modello di famiglia imperniato sulla sua vocazione privata e personale (l’integrazione affettivo-personale, anziché la vita professionale e la funzione produttiva). Il distacco lacerante fra le due prospettive storico-culturali – che si traduce in uno scacco, direbbe qualcuno, per la comunità ecclesiale – appare a prima vista incolmabile 6. Fra le due c’è un abisso, riconosce Kasper: da una parte una comprensione naturale-statica, dall’altra una di tipo più personale-storico-dinamico 7. Per esemplificare: di fronte a una crisi matrimoniale, la Relatio synodi sembrerebbe vedere solo la fragilità dei soggetti implicati e del loro cammino di fede, mai una criticità del vincolo, un suo divenire, una sua dinamica storica (cfr. n. 24) 8.

La teologia kasperiana ci sembra invece più propensa a individuare elementi di gradualità: una legge di crescita, di sempre maggiore comprensione e realizzazione dell’ideale, di approfondimento, che conosce le dimensioni della conversione e del rinnovamento 9. Nelle posizioni espresse dai padri sinodali, così come riassunte nella relazione finale, parrebbe invece prevalere ancora la logica precedente, che sgancia il matrimonio dalla fragilità delle sue connessioni a parametri privati, egoistici (strutturalmente instabili e non vincolanti), ma per converso non si cura davvero della qualità relazionale, dell’intensità affettiva nella sfera intima, della ricchezza emotiva della vita di coppia, liberata oggi dalle determinanti sociali, economiche e biologiche di un tempo.

4) Se il passo precedente rimane incompiuto, ne risulta pregiudicato anche il passo successivo, il quarto e ultimo. È riferito a uno dei temi più scottanti sul tappeto: la possibilità per i divorziati (risposati e non) di accedere – a precise condizioni e dopo un periodo di riorientamento – ai sacramenti della penitenza e dell’eucaristia, al di là di prassi tacite e ufficiose localmente tollerate: il documento sinodale ne tratta ex professo al n. 52 (che ha ricevuto peraltro il più ingente numero di non placet: ben 74!). Dopo aver sunteggiato le opposte posizioni in campo, si conclude in modo asettico che la questione attende ulteriori approfondimenti (come per l’escamotage della comunione spirituale, di cui si occupa il n. 53): segno che il coraggioso affondo di Kasper non ha convinto molti esponenti dell’episcopato.

4. Per concludere

C’è ancora tutto un lavoro da svolgere: parliamo di quel lavoro mai esaurito di inculturazione, che risponde alla logica della incarnazione.

Non è questione di annacquare un vangelo esigente, di istituzionalizzare gratuiti sotterfugi rispetto ai rigori della legge ecclesiastica, di prendere alla leggera l’impegno di tutta una vita, di escogitare ingannevoli sofismi e comode scorciatoie, magari esponendo i più deboli – basti pensare ai bambini – al capriccio della volubilità altrui, in un gioco autoassolutorio.

No, la questione è un’altra. La questione è, a nostro avviso, assumere responsabilmente l’umano così come si autocomprende oggi – non un humanum atemporale, astratto, immaginario, pretenzioso – e portarlo a contatto con il messaggio evangelico di sempre. Quindi il lavoro da svolgere è far risuonare credibilmente quel messaggio lungo la direttrice che incrocia tanto le opportunità reali (non sempre valorizzate) quanto i pericoli veri (questi ultimi più spesso lamentati e condannati) degli sviluppi postmoderni intervenuti nel costume, nell’antropologia, nella cultura, quando si tratta di vita di coppia, di matrimonio, di famiglia. Deve ancora generarsi in forma convincente, dicevamo, una nuova consapevolezza – dottrinale, giuridica, pastorale – della intersoggettività di quel quid che è la famiglia. Si potrebbe forse parlare di inter-relazionalità, riformulando Kasper: oggi l’essenza della persona e del matrimonio «non deve essere definita in modo naturale, ma in modo relazionale» 10. Dello svolgimento di questo incarico, che nel 1977 l’allora professore di dogmatica a Tubinga assegnava alla teologia, compaiono solo timide tracce nella Relatio synodi.

Del resto – e lo indicava lo stesso Francesco nel suo discorso conclusivo – era precedentemente stabilito che quello di trovare soluzioni concrete e di dare risposte praticabili è il lavoro che resta da fare da qui alla prossima assemblea sinodale: un percorso di discernimento e maturazione dovrà portare lì.

Fa ben sperare il fatto che i (nuovi) metodi di lavoro sinodali, messi in atto sotto la regia del papa in questa esperienza di dialogo ecclesiale ai massimi livelli, hanno consentito un effettivo esercizio di responsabilità collettiva da parte dei rappresentanti dell’episcopato mondiale. Quei metodi si sono dimostrati sufficientemente capaci di suscitare un franco dialogo e un confronto serrato che, sulla base di un insegnamento tradizionale riletto alla luce della realtà contemporanea, hanno gettato sul terreno nuovi semi di riflessione, che attendono di germogliare. Per inaugurare davvero un vissuto ecclesiale di incarnata radicalità evangelica.

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Note

1. «La nostra posizione oggi non può essere un adattamento liberale allo status quo, ma una posizione radicale, che va alle radici, cioè al vangelo, e di là dà uno sguardo in avanti»: W. KASPER, Il vangelo della famiglia, Queriniana, Brescia 2014, 9.

2. La disomogeneità – anche solo di genere letterario e di finalità – dei diversi testi in campo, ovvero la relazione introduttiva di Kasper al concistoro del 20-21 febbraio 2014 e la relazione finale della IIIa Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei vescovi, induce alla massima cautela chi volesse operare un confronto ponderato.

3. Anche qui, la periodizzazione storica è ancor più organica e dettagliata ne Il matrimonio cristiano (Queriniana, Brescia 2014). Si veda per esempio l’intera Appendice I per l’articolazione dell’inserimento del matrimonio tanto nell’ordine della creazione quanto nell’ordine della redenzione; o si veda l’Appendice II per il doppio tema della sacramentalità del matrimonio cristiano e della famiglia come chiesa domestica.

4. In realtà, lo diciamo per inciso, il tema della fede (meglio: di una iniziazione alla fede cristiana, da viversi con consapevolezza, libertà, maturità umana) ci pare l’articolo dirimente dell’intera questione, non solo del suo aspetto canonico: viene spesso presupposto, ma con esso sta o cade l’intero edificio del matrimonio sacramento.

5. Cfr. KASPER, Il vangelo della famiglia, cit., 71-76.

6. La distinzione, da cui poi sviluppa la contrapposizione, fra sfera pubblica e sfera privata, così come la sentiamo noi oggi, è caratteristica di un’epoca piuttosto recente. Per un esempio concreto, si pensi solo a quell’epifenomeno che è la casa moderna, lo spazio abitativo della famiglia così come lo intendiamo noi: esso è sconosciuto al mondo antico. Fino a tutto il Medioevo la casa era costituita fondamentalmente da un unico vano, più o meno ampio, scarnamente arredato, nel quale vivevano insieme non solo i membri del gruppo familiare, ma anche i collaboratori e gli apprendisti coinvolti nelle attività commerciali o artigianali del capofamiglia, che ivi si svolgevano (con una assoluta promiscuità di persone – e, se del caso, persino di animali). Solo nell’Olanda rinascimentale, cioè a partire dal XVII secolo, cominciano a realizzarsi abitazioni in cui l’attività lavorativa (configurandosi come questione pubblica) non si svolge più all’interno della dimora familiare (che tende a specializzarsi in focolare degli affetti, regno della privacy). «Ha origine qui la storia di una doppia privatizzazione: quella della famiglia rispetto alla società e quella, all’interno della famiglia stessa, tra i suoi membri» (G. Postiglione).

7. ID., Il matrimonio cristiano, cit., 19.

8. Fa eccezione il n. 59, che all’affettività e all’amore riconosce una capacità di crescita nel tempo e un percorso di maturazione progressiva – senza che questo però venga detto del legame coniugale in quanto tale. Anzi, il testo in alcune sue forme dà l’impressione di un certo imbarazzo nel dover riconoscere che anche all’interno del legame coniugale, e non solo prima di esso, l’affettività non si dà a vivere se non come dinamica di maturazione!

9. «Questa legge della gradualità mi pare una cosa importantissima per la vita e per la pastorale matrimoniale e familiare»: KASPER, Il vangelo della famiglia, cit., 31.

10. ID., Il matrimonio cristiano, cit., 21.

© 2014 by Teologi@Internet
Forum teologico diretto da Rosino Gibellini
Editrice Queriniana, Brescia (UE)

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Il tema del Convegno ecclesiale nazionale di Firenze, in programma nel novembre 2015

Il tema del Convegno ecclesiale nazionale di Firenze, in programma nel novembre 2015, dà il titolo alla Traccia per il cammino preparatorio: «In Gesù Cristo il nuovo umanesimo» – ora disponibile online sul sito di Avvenire, su Chiesacattolica.it  nella sezione dedicata al Convegno e dal 1° dicembre anche in versione libro – è un testo essenziale che aiuta a mettere a fuoco il contributo che la Chiesa italiana sta dando e può offrire al Paese testimoniando concretamente la sua fedele adesione al Vangelo attraverso la proposta di un «nuovo umanesimo» cristiano.

Oggi la Chiesa italiana «conferma con evidenza il radicamento di prossimità alla vita della gente, delle famiglie, delle nuove generazioni, dei poveri e di quanti soffrono la crisi – dice l’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia, presidente del Comitato preparatorio dell’appuntamento decennale delle comunità ecclesiali del Paese, in un’ampia intervista pubblicata su Avvenire di domenica 23 –. È mediante questa testimonianza capillare e quotidiana che la Chiesa può rendere ragione della speranza in Gesù Cristo che la anima e la guida». La Traccia consegnata ai cattolici italiani è uno strumento «aperto» – «non un documento né una lettera pastorale» – da leggere, far vivere e arricchire di contenuti durante questo anno che ci separa da Firenze 2015. L’invito è rivolto a «operatori pastorali» e a «tutte quelle persone che nelle comunità cristiane svolgono un compito educativo».
Traccia Fire OK 480x677.jpg
La copertina del testo che puoi scaricare: Clicca qui

avvenire.it

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Il futuro della chiesa in fuga

Le ricerche sociali sono univoche: sempre meno giovani vanno in parrocchia o si dichiarano cattolici. Alla vigilia della Giornata mondiale della gioventù di Rio de Janeiro, un forum della nostra redazione con quattro esperti fa il punto della situazione su questa distanza crescente tra la Chiesa e la generazione dei «nativi digitali».

gruppo<br />
di giovani in preghiera alla Gmg di Colonia, nel 2005

Gruppo di giovani in preghiera alla Gmg di Colonia, nel 2005
M. GERTEN/EPA/CORBIS

«Il cristianesimo in Occidente potrà fiorire solo se riusciremo a coinvolgere l’immaginazione dei nostri contemporanei». Questa lucida affermazione di padre Timothy Radcliffe, teologo domenicano ed ex maestro generale dell’Ordine, dice in poche battute tutto il dramma e tutta la fatica del complicato rapporto tra la Chiesa cattolica e i giovani oggi. Un rapporto che pare, a volte, quasi inesistente. E che le più recenti ricerche sociali tratteggiano con dati crudi e tinte fosche. Alla vigilia della Giornata mondiale della gioventù, che si svolge a Rio de Janeiro (Brasile) dal 23 al 28 luglio, le statistiche fanno ancora più impressione: secondo il recente studio di Alessandro Castegnaro e Giovanni Dal Piaz (Fuori dal recinto. Giovani, fede, Chiesa: uno sguardo diverso, àncora editrice), poco più del 13% dei giovani tra i 18 e i 29 anni va regolarmente a Messa tutte le domeniche. Secondo il Rapporto giovani curato dall’Istituto Toniolo e di prossima pubblicazione dal Mulino, invece, si tocca il 15%. Ma la situazione non cambia di molto: significa che l’85% dei giovani (e forse più) non ha alcun contatto stabile con il mondo ecclesiale. Per usare i termini con cui la mette giù padre Radcliffe, l’immaginazione della stragrande maggioranza degli under-30 non è affatto toccata dal modo in cui la Buona Notizia evangelica viene raccontata oggigiorno dalla Chiesa cattolica.

C’è di che meditare, insomma. Specialmente alla vigilia della Gmg di Rio, la prima edizione del «nuovo corso» vaticano inaugurato da papa Francesco. Perchè – si sa – i grandi eventi mediatici, i raduni di massa, le megakermesse liturgiche, presentano tante opportunità ma anche non pochi rischi. Il primo dei quali, probabilmente, è quello di trasformarsi in esperienze consolatorie in cui ritrovare il calore di chi ci somiglia, occasioni per rivendicare pubblicamente un’identità religiosa che può rivelarsi flebile nella vita ordinaria e quotidiana. Senza preoccuparsi di trovare una continuità nel «dopo», una volta che la Gmg sarà conclusa. E senza badare ai milioni di giovani che, invece, al grande evento non si sono neppure sognati di andare. Certo, non ci sono soltanto nuvoloni bui sull’orizzonte della Giornata mondiale della gioventù. Si tratta anche di una grande opportunità, per i giovani e per i pastori che li accompagnano, di fare un’esperienza evangelica, di incontrare e confrontarsi con coetanei di tutto il mondo, di assaggiare un cammino spirituale coinvolgente e appassionante, di scoprire una Chiesa che sa gustare il senso della festa. Dunque, rischi e opportunità.

Luciano Manicardi.<br />

Luciano Manicardi.
S. PAVESI

Per fare il punto su questo dilemma e sul più vasto tema del «pianeta giovani», Jesus ha organizzato un forum redazionale cui hanno preso parte quattro ospiti speciali: don Armando Matteo, teologo e autore del volume La prima generazione incredula; Chiara Giaccardi, sociologa dell’Università Cattolica ed esperta di media digitali; padre Renato Rosso, religioso carmelitano con una lunga esperienza pastorale in parrocchia e alla guida di una scuola cattolica in Terrasanta; e Luciano Manicardi, monaco di Bose, che per la comunità si occupa in particolare della formazione dei giovani. Nelle pagine che seguono, la sintesi del vivace dibattito che ne è emerso.

Jesus: Tra poche settimane si aprirà la Giornata mondiale della gioventù di Rio. è un appuntamento ormai tradizionale, ma sarà anche la prima edizione del pontificato di papa Bergoglio. Sarà dunque interessante non solo vedere il nuovo profilo della Gmg ma anche l’approccio del nuovo Pontefice e la risposta del mondo giovanile. In ogni caso, si fa sempre più attuale e a tratti drammatica la questione del rapporto fede e giovani. Tutte le indagini dicono che i giovani tra i 18 e i 30 anni che vanno a Messa regolarmente non superano il 15%; quelli che pregano con una certa regolarità si attestano intorno al 15-17%; quelli che credono nell’esistenza di Dio superano di poco il 30%; quelli che sono sicuri dell’esistenza dell’aldilà e di una qualche salvezza eterna solo il 13%. Si tratta di dati noti piuttosto desolanti per la Chiesa cattolica. Un po’ meno nota e meno condivisa è la questione della loro interpretazione. Ci sono molte discussioni su questo tema. Per sintetizzare un po’ brutalmente i termini del dilemma, potremmo dire: è l’incredulità diffusa della cultura “mondana” che ha fatto perdere appeal alla fede e alla Chiesa cattolica, oppure viceversa è lo scarso appeal della Chiesa cattolica che ha spinto sempre più giovani verso l’incredulità? Matteo: «Prima di rispondere aggiungerei un altro dato, inedito nel panorama religioso cattolico italiano: le giovani donne non mostrano sostanziali differenze rispetto ai loro coetanei maschi. Anzi, in alcune diocesi la presenza dei giovani maschi a Messa è maggiore delle loro coetanee. A mio parere, c’è un cambiamento generazionale in atto, per questo un po’ provocatoriamente parlo di prima generazione incredula. Da una parte c’è un cambiamento epocale e culturale molto profondo, e l’inculturazione classica che ha funzionato fino al Concilio Vaticano II oggi fa molta fatica.

Armando Matteo

Armando Matteo
S. PAVESI

L’idea di eternità, di paradiso, di anima, di salvezza, che non sono semplicemente categorie cristiane ma appartengono in senso più ampio al religioso, oggi non funzionano più. A ciò si aggiungono anche cambiamenti straordinari – dal digitale ai progressi della medicina, che hanno permesso un allungamento della vita – che stanno ridefinendo sostanzialmente il reale. Tutto questo incide sul rapporto con la religiosità. Danièle Hervieu- Lèger dice che viviamo un momento in cui la tradizione culturale del cristianesimo è illeggibile. D’altro canto, va detto che la Chiesa perde appeal anche a causa dei propri errori. La formula della Gmg oppure quella dei movimenti sembrava che avessero risolto la crisi delle parrocchie e dell’associazionismo classico. In realtà c’è pochissimo investimento pastorale sul mondo giovanile dopo i 18 anni. Sono scarsissimi i sacerdoti, i religiosi e i laici messi a disposizione per la pastorale universitaria, è molto scarso il rapporto tra la Chiesa nel suo apparato ufficiale e gli insegnanti di religione che sono gli unici ad avere un contatto viscerale con i giovani (un insegnante di religione mediamente incontra anche 300 post-adolescenti nella sua attività). L’allontanamento dalla Chiesa si accompagna al fatto che i giovani dichiarano di avere un’apertura verso la trascendenza. Su questo fattore ci sono diverse scuole di pensiero: alcuni studiosi separano in maniera molto netta il distanziamento dalla Chiesa e dalla spiritualità e non parlano di incredulità ma di uno standby nella pratica religiosa.

Io rappresento un’anima più pessimista, perchè – secondo me – dietro questo allontanamento c’è l’inefficacia della trasmissione della fede: nelle dinamiche sociali, culturali e familiari non si capisce più a che cosa serve il Vangelo per la qualità umana della vita». Giaccardi: «Credo che i due nodi problematici sollevati contengano entrambi una parte di verità. Nell’età moderna l’uomo tenta di mettersi al posto di Dio, come fa Prometeo. L’ideologia dell’uomo che si fa da sè, non è però la nostra. Nella cultura italiana è sempre stata, al contrario, ben chiara l’idea di eredità, di trasmissione, di generazione, dell’aver ricevuto, del restituire. Ma poi siamo stati colonizzati dalla mitologia del self-made man, dall’ideale dell’autonomia, del non aver bisogno di nessuno, dell’autorealizzazione come obiettivo primario. In questo quadro antropologico, la dimensione della relazione diventa o un ostacolo o uno strumento, perchè comunque la centratura è sull’io. Le relazioni diventano allora dei “contratti”, la dimensione dell’interesse e del benessere personale finiscono col guidare ogni azione. Quindi, da una parte, abbiamo tutto il movimento di dominio della natura che da cosmo nelle mani di Dio diventa mondo nelle mani dell’uomo attraverso la tecnica, che non accetta limiti se non quello della “fattibilità”; dall’altra parte, come scriveva Heidegger, avviene questo “insignorirsi” dell’essere umano nel proprio fondamento, nella convinzione di non avere più bisogno di nessuno.

Chiara Giaccardi

Chiara Giaccardi
S.PAVESI

C’è una celebre scultura in bronzo dell’artista Bobbie Carlyle che ben rappresenta la pretesa autosufficienza del self-made man, immortalato nell’atto di scolpirsi da solo: un tronco umano con martello e scalpello e il resto del basamento ancora informe. è un’immagine paradossale, che però ci viene presentata come il modello a cui aspirare. Un modello che un’intera generazione ha coltivato come fosse l’unica via della liberazione. Oggi, osservando il mondo dei “nativi digitali”, si possono cogliere dei segnali di critica implicita a questo immaginario: stare in Rete, infatti, vuol dire prima di tutto essere-con e condividere. A me ha colpito molto, durante l’elezione di papa Francesco, la foto di piazza San Pietro illuminata dai cellulari, dai tablet: per essere lì pienamente era necessario e bello condividere l’evento con chi non c’era. Questa immagine è utile per capire come la dimensione digitale non sia il luogo di una presenza indebolita, di un sè alienato. Casomai, di una presenza aumentata per il fatto di essere condivisa con altri. A fronte di una cultura dell’individualismo che abbiamo consegnato alle nuove generazioni, la Rete diventa il luogo in cui si cerca continuamente di trasformare la connessione in relazione, ovvero di passare dal piano tecnologico a quello antropologico. Questa è una critica implicita al modello dell’individualismo e un potenziale su cui lavorare, dato che esprime un bisogno profondo, che va ascoltato. E qui torno al tema iniziale. Credo che se la Chiesa ha una “colpa”, sia quella di non aver ascoltato abbastanza l’esortazione della Gaudium et Spes a leggere i segni dei tempi e parlare i linguaggi che le persone possono capire, soprattutto le giovani generazioni. Questo sforzo non è forse stato fatto in modo adeguato e, così, si è creata una distanza, laddove invece comunicare vuol dire proprio “ridurre la distanza”, far crescere ciò che è comune.

Renato Rosso

Renato Rosso
S.PAVESI

Lo stile comunicativo di papa Francesco è uno strumento preziosissimo di pedagogia della comunicazione. Papa Francesco cammina a piedi; si sposta dalle traiettorie rigide del cerimoniale, si avvicina alle persone e le tocca. La dimensione del contatto va riscoperta perchè, prima ancora di dire qualcosa, il far sentire la vicinanza da parte della Chiesa è fondamentale. Solo dentro questo incontro, e grazie alla fiducia che ne deriva, si può pensare oggi a un cammino di fede. La Rete, poi, ci insegna una cosa importantissima. L’autorità d’ufficio non funziona più: prima bisogna dimostrare autorevolezza. La Chiesa non può più dire: io sono la Chiesa e dunque tu mi devi ascoltare. Come il genitore non può più dire: «Io sono tua madre e quindi devi fare come dico io». Questo modello non tiene più, e forse non è un male. Prima occorre costruire la relazione di fiducia. E fiducia, fede, affidamento, fedeltà e legame sono tutti parte di una stessa costellazione semantica perchè hanno a che fare con fides, che è la corda, il filo che ci unisce. Nell’individualismo non c’è fede perchè ogni legame è un limite, una prigione dell’io. Invece se la prospettiva si rovescia e torna a essere prima di tutto relazionale, allora forse ci sono anche le condizioni per riprendere il discorso della fede in una prospettiva diversa e attraverso nuovi linguaggi, con uno sguardo nuovo, capace di offrire speranza in questi tempi difficili». Rosso: «Sono partito dall’Italia alla fine degli anni ’90. Nella parrocchia in cui ero c’era una presenza di giovani significativa alla Messa domenicale. Quando sono ritornato, dopo 12 anni, vedo che i giovani sono molto diminuiti. Forse, mi sono detto, sono mancati dei momenti di aggregazione seria e profonda, in cui il giovane potesse sentirsi partecipe, esprimersi, essere ascoltato. Punterei più su questo, perchè nel mondo giovanile quello che conta è l’esperienza, toccare con mano una realtà che vive.

giovani<br />
riuniti nella chiesa di Sant’Andrea della Valle durante la Gmg di Roma, nel 2000

Giovani riuniti nella chiesa di Sant’Andrea della Valle durante la Gmg di Roma, nel 2000.
G. GIULIANI/PERIODICI SAN PAOLO

Bisogna poi tornare a una seria formazione, far capire che certi momenti della loro vita si radicano in qualcosa di molto importante. I tredici anni trascorsi in Terra Santa mi fanno fare tutta un’altra analisi. In Europa l’appartenenza alla Chiesa è una scelta di fede motivata. In Medioriente, che è una realtà “sacrale”, cioè non laica, è diverso: tu sei cristiano perchè non sei musulmano o non sei ebreo. La Chiesa ha investito molto in Medioriente, per una ragione di formazione culturale, umana, ma soprattutto di formazione religiosa. Il giovane cristiano in Terra Santa parte da una piattaforma in cui si riconosce, che deve essere anche maggiormente difesa perchè è in minoranza (in Palestina e in Israele i cristiani nelle varie divisioni non arrivano al 2%), in mezzo a due presenze forti, ebraica e musulmana. Quindi a partire da questa identità di base, da questa necessità di autodifesa culturale e religiosa, il giovane viene aiutato anche a fare un certo cammino. Questo porta a una partecipazione alla Chiesa in tutti i momenti salienti della vita».

un momento del forum organizzato dalla redazione di Jesus

Un momento del forum organizzato dalla redazione di Jesus.
S. PAVESI

Manicardi: «Sottolineo un solo aspetto dello scollamento fra Chiesa e giovani. Nell’attuale società post-tradizionale (Hervieu-Lèger) è necessario rimotivare ogni gesto e ogni parola della fede. L’ignoranza di fede impone di non dare nulla per scontato. La credibilità dell’Annuncio esige che ogni parola e gesto della fede trovino un saldo fondamento antropologico su cui innestarsi. Così, l’analfabetismo di fede dei giovani va colto come occasione per la Chiesa di ripensare e rinnovare il proprio approccio e il proprio annuncio. E dunque, di rinnovare sè stessa.Osi riesce a motivare antropologicamente la fede oppure essa susciterà al massimo un’alzata di spalle. Qui, il giovane si trova in una situazione in cui, da un lato, la cultura in cui è immerso deve ridefinire l’umano (che cos’è un corpo umano, un nascere e un morire umani, una sessualità umana?); dall’altro, la Chiesa deve dare consistenza al proprio annuncio sapendo mostrare come la fede parli all’umano, dia senso e direzione all’umano. Abbiamo bisogno di ritrovare una grammatica dell’umano, di re-imparare l’abc del vivere a partire dalle cose elementari (mangiare, salutarsi, parlare…) e riscoprendo elementi rimossi o dimenticati (il pudore, la volontà, il silenzio…). In questa incertezza, la Chiesa deve recuperare la dimensione dell’umano grazie a cui un giovane potrà sviluppare una fede autentica e una capacità di preghiera. Imparare a pensare, ad avere una vita interiore, a “fare silenzio”, a vivere l’ascesi (idea ben comprensibile a giovani che fanno sport o suonano strumenti musicali e che si allenano e si esercitano ogni giorno), ad ascoltare e ad abitare il corpo, sono alcuni dei tanti movimenti umani, umanissimi, che un giovane deve imparare per poter avere una vita di relazione seria con sè stesso e con gli altri. E dunque anche con il Dio narrato dall’umanità di Gesù di Nazaret. Credo che solo una fede che sappia prendere sul serio la vita che un giovane vive, con la sua carica di ansia e di futuro, possa trovare credibilità e accoglienza presso dei giovani. Per questo occorrerebbe sviluppare la dimensione sapienziale della fede attingendo dalla tradizione sapienziale biblica, ma anche dalle tante voci della cultura (cinema, letteratura, canzone) che ci svelano qualcosa sull’animo umano, sulla condizione dell’uomo nel mondo».

Fiaccolata in piazza San Pietro per l’inizio dell’Anno della fede, l’11 ottobre 2012.

Fiaccolata in piazza San Pietro per l’inizio dell’Anno della fede,
l’11 ottobre 2012.
A. GIULIANI/CATHOLIC PRESS PHOTO/PERIODICI SAN PAOLO

Jesus: Don Matteo accennava prima a quella che, in un’indagine curata dal professor Segatti nel 2010, viene definita «frattura generazionale», che prende avvio grosso modo dagli anni ’80, e che lui nel suo volume ha sintetizzato con l’espressione «prima generazione incredula ». A cosa è dovuta? Quali le sue radici? Matteo: «Bisogna analizzare la situazione della generazione delle persone nate tra il 1946 e il 1964, quella cui si può attribuire la definizione data da Magatti del “narcinismo”, mix tra narcisismo e cinicismo. è la prima generazione che ha vissuto fenomeni inediti: va in pensione e ha ancora i genitori vivi; ha sperimentato il benessere, il boom economico, l’affermarsi della tecnica. Ha conosciuto un’epoca storica incredibile: il Concilio Vaticano II, il primo uomo sulla luna, un senso di pace mai manifestato (ricordiamo il Vietnam). Si è però innamorata di questo grande senso di giovinezza e dell’ideale del self-made man. Ha così censurato l’età adulta della vita e l’idea stessa di crescita: la crescita non è solo accumulare, ma anche perdere, invecchiare, morire. In un sondaggio è stato chiesto agli italiani quando si diventa vecchi. La risposta è stata: “A 83 anni”. L’età media degli italiani è 82 anni e 4 mesi, quindi in Italia si diventa vecchi dopo la morte! Il gap è proprio qui: la fede esiste perchè ci aiuta a vivere da adulti. L’orizzonte di Dio ci aiuta a non assolutizzare questo mondo ma a benedirlo per quello che è. Nel momento in cui una generazione marginalizza il discorso sull’adultità, di fatto non ha più bisogno della fede. Lo troviamo anche nel libro di Luigi Zoja o nelle analisi di Galimberti: l’individuo pensa solo al presente. E il sistema economico domina l’individuo, attraverso false immagini di libertà. Insomma, questa generazione ha mostrato che Dio e il Vangelo non servono. La Chiesa continua a postulare la famiglia come luogo di trasmissione della fede, ma le analisi ci dicono che i ragazzi italiani non pregano in famiglia, non ricordano che la propria madre abbia mai parlato loro di fede. Normalmente la persona a cui associano la fede è la nonna. L’idea è che la fede è una cosa dei preti, delle suore, finchè sei bambino devi fare questa “roba”, ma quando cresci allora vai via. Tutto questo però produce un’inquietudine nei giovani, il peso della censura dell’adultità la stanno pagando loro. I giovani stanno cercando un nuovo senso dell’umano. Internet e il web non sono uno strumento, sono un laboratorio di umanità. Altri elementi vanno poi in questa direzione: l’amore per la natura, per la musica, che è proprio il senso della festa, e poi anche la letteratura, il cinema. La generazione ’46-’64 ha censurato l’adultità e di fatto ha reso semplicemente inutile il riferimento a Dio. Il Dio dei cristiani lo celebriamo la domenica, ma serve il lunedì, nel quotidiano».

Foto GMG

Foto GMG
D. HAMMOND/DESIGN PICS/CORBIS

Giaccardi: «Il tema della musica è veramente paradigmatico: nella prospettiva di Marshall McLuhan i media sono estensione dei sensi e ogni epoca si caratterizza per un particolare “aroma culturale” in quanto accentua una dimensione della nostra sensorialità rispetto ad altre. McLuhan sostiene per esempio che “la vista esclude, l’udito include” e non è un caso che questa passione per la musica si sposi in maniera così forte con la dimensione della Rete, dell’essere con, della connessione, della sintonia, dell’essere all’unisono. Kant scriveva che la musica è un «linguaggio senza concetti»: si vibra insieme senza passare dall’adesione intellettuale. Sono le idee della fisicità, del contatto, che ritornano: per la stessa ragione, McLuhan definiva l’era elettrica (oggi diciamo l’era digitale) come «audiotattile». E questo è un linguaggio che credo anche a livello liturgico si debba recuperare perchè la Messa, persino per i giovani che frequentano i gruppi ecclesiali, rischia di essere sentita, ingiustamente, come un linguaggio estraneo, astratto, intellettualistico. Sulla crisi dell’adultità aggiungerei una considerazione. Lo psicanalista Luigi Zoja ne La morte del prossimo definisce gli adulti come dei “lattanti psichici” che si attaccano al biberon di quello che li fa stare bene, interrompendo quel circolo virtuoso tra il prendere e il restituire, tra il ricevere e il dare, che dovrebbe caratterizzare invece l’essere adulto, come aveva sostenuto lo psicologo sociale Erik Erikson parlando di generatività. La crisi dell’adultità è anche la crisi della generatività. L’essere – lo dico da cattolica – non è in quanto è ma in quanto genera. Dio ha creato il mondo e ha creato l’uomo. E lo ha creato, con le belle parole di Hölderlin, «come il mare crea la terra: ritirandosi». Il termine generatività, che per Erikson ha come unica alternativa la “stagnazione” prevede tre momenti: il mettere al mondo (dare alla luce), il prendersi cura e il lasciare andare. La crisi della generatività oggi si manifesta a tutti e tre i livelli: non si mette più al mondo, si mette al mondo ma non ci si prende cura, oppure ci si prende cura ma non si lascia andare. Quest’ultimo aspetto si vede bene nelle nostre èlites, che magari hanno fatto delle cose bellissime ma poi non le lasciano andare, non passano il testimone, e rubano così il futuro alle giovani generazioni.

Foto GMG

Foto GMG
G. GIULIANI/PERIODICI SAN PAOLO

La crisi dell’adultità è proprio una crisi di generatività, che si manifesta nello sforzo di trattenere il più a lungo possibile e di non trasmettere. Osi è generativi e si entra in un circuito virtuoso, oppure c’è la stagnazione che poi è asfissia, morte». Manicardi: «Una dimensione di questa crisi che i giovani oggi stanno pagando è che la generazione dei loro padri non ha saputo promettere o restare fedele alle promesse fatte. La promessa non mantenuta crea sfiducia e senza fiducia non c’è futuro. Promettere è dar forma al futuro, futuro che è responsabilità degli adulti e potenzialità nei giovani. è ora di uscire dalla retorica dei giovani che sono sempre e invariabilmente il futuro e la speranza della Chiesa e della società: il futuro e la speranza sono anche responsabilità degli adulti. E occorre aiutare i giovani ad attingere alle loro risorse interiori perchè il futuro nasce anche dall’interiorità: l’innamoramento lo dice bene. Ma anche le facoltà di desiderare e di immaginare».

Jesus: La generazione degli anni ’80 è la stessa dei cosiddetti papaboys, cioè quando massima è stata la sensazione, almeno da parte dei grandi media, di una eccitazione giovanile per la figura del Papa. Però, stando ai dati, minima sembra essere la reale partecipazione dei giovani alla vita di fede e alla pratica religiosa. Come spiegate questo strano effetto? Giaccardi: «Giovanni Paolo II ha utilizzato dei codici molto coinvolgenti di comunicazione che soprattutto sui giovani hanno fatto grande presa, come le Gmg o i grandi raduni. L’errore è stato quello di pensare che il richiamo di questi grandi eventi fosse sufficiente per riportare stabilmente i giovani nella Chiesa. Ma i dati dimostrano che questo primo passo, pur importantissimo, non è sufficiente se poi nell’ordinarietà della vita ecclesiale si continua a parlare una lingua estranea ai giovani. Questo non significa, naturalmente, che la Chiesa debba preoccuparsi, come fosse un’agenzia pubblicitaria, di adeguarsi al target desiderato. Il movimento è ben diverso: uscire dalle inerzie, lasciarsi interrogare dal mondo, trovare continuamente il modo di far rivivere la tradizione alla luce delle nuove domande. Bisogna dunque capire che cosa funziona di quei momenti e come utilizzare quel linguaggio, e ricreare quel clima di gioiosa fraternità anche nell’ordinarietà e non soltanto nell’eccezionalità di Rio de Janeiro e di Sydney; perchè la vita è fatta di eccezionalità e di ordinarietà, ed è il respiro tra questi due momenti che tiene accesa la scintilla di infinito».

suore della Fraternità di Gerusalemme.

suore della Fraternità di Gerusalemme.
D. COLARIETI/CATHOLIC PRESS PHOTO/PERIODICI SAN PAOLO

Rosso: «Sono d’accordo. Forse ci lasciamo un po’ illudere da questi grandi avvenimenti e pensiamo che la realtà giovanile sia quella, mentre la realtà giovanile è quella che sta alla periferia dei grandi eventi. Poi bisogna domandarsi che incidenza hanno sul quotidiano questi grandi raduni. Da sacerdote mi chiedo se forse non abbiamo presentato un cristianesimo un po’ troppo complesso, un po’ troppo articolato, un po’ troppo impositivo. Per un giovane che vuole avvicinarsi alla fede non è facile. Occorre snellire, senza rinunciare ai dogmi fondamentali, ma puntando all’essenziale. A me ha fatto piacere che papa Francesco come prima cosa abbia annunciato la misericordia di Dio. Ora bisogna vedere come tutto questo si concretizzerà, per esempio nella realtà delle coppie di fatto o delle coppie risposate: è un problema di fronte al quale la Chiesa è chiamata a dare delle risposte che siano aperte. E forse anche il nostro linguaggio dovrebbe essere un po’ rivisto».

Matteo: «C’è sicuramente un gap tra l’esperienza forte delle Gmg, che è un’esperienza indovinata, e il quotidiano. L’intuizione è giusta, peccato che non abbia fatto e continui a non fare scuola. Prendiamo, ad esempio, la Gmg di Madrid: a fronte dell’1% della popolazione giovanile italiana presente a Madrid, ha partecipato il 50% dell’episcopato italiano. Quindi, una presenza di Chiesa incredibile, e quasi il 10% del clero, un numero enorme di suore e laici che accompagnavano i giovani. Ma cosa succede nell’ordinario? Quanti seguono i giovani nelle università? Come si seguono gli insegnanti di religione? E come viene vissuta la Rete? Basti vedere i siti istituzionali della Chiesa cattolica, dove non è possibile un “reply”, un “I like” e nemmeno un commento. Secondo elemento, la pluralità di forme liturgiche che c’era a Madrid: adorazione, Via crucis, confessioni, tantissime forme di preghiera, a confronto con le nostre parrocchie che sono monotone. Terzo elemento: i vescovi hanno fatto catechesi bibliche, “spinti” dal Pontificio consiglio per i laici. Avevano degli input molto precisi, sono stati obbligati a prepararsi, a pensare. E sono stati molto efficaci. Il quarto elemento è la festa, un’esperienza umana centrale, che nelle nostre parrocchie non c’è. Sembra un funerale anche quando non c’è il morto. La nostra civiltà ha solo il divertimento, non la festa: la Gmg è davvero il luogo di festa, di comunità. Noi abbiamo troppe Messe la domenica, per vivere la domenica. C’è una questione di quantità-qualità».

Giovani del movimento dei Focolari durante una veglia in piazza San Pietro

Giovani del movimento dei Focolari durante una veglia in piazza San Pietro.
P. SPALEK/CATHOLIC PRESS PHOTO/PERIODICI SAN PAOLO

Giaccardi: «Questi grandi momenti funzionano perchè sono delle esperienze. E l’unico modo di avvicinare i giovani è far fare loro delle esperienze. Non fare catechismo ma offrire loro delle occasioni di esperienza. Il che significa fondamentalmente due cose. Aiutarli a uscire dall’ovvietà dei luoghi comuni, e aiutarli a imparare da questo movimento, che è poi quello dell’educazione, e-ducere: imparare facendo. è l’unico linguaggio che oggi i giovani capiscono, che è poi anche il linguaggio della Rete: “hands on”, metterci le mani, è infatti uno dei principi dell’etica hacker. La cosa che si può fare per educarli è non lasciarli semplicemente nel mondo dell’esplorazione casuale, ma attraverso l’esplorazione arrivare a quel passaggio che magari spontaneamente non fanno. In questo senso il linguaggio è prezioso: noi siamo abituati a un linguaggio concettuale che per loro è noioso, incomprensibile, distante. Papa Francesco sta invece usando il linguaggio delle metafore, che è il linguaggio delle parabole, che parla della quotidianità più spicciola. Il linguaggio è stato “violentato” non soltanto dalla politica ma in qualche caso anche dalla religione, quando l’ha usato in chiave retorica con affermazioni di principio cui non seguiva poi la testimonianza. Ciò ha provocato uno scollamento dalla realtà. Per questo la testimonianza è oggi l’unico registro comunicativo credibile. L’enunciatore deve essere testimone, e il linguaggio deve essere “integrale”. La Chiesa non ha che da attingere al proprio patrimonio, alla Bibbia, all’arte sacra: bisogna portare i giovani dentro le chiese e farli meravigliare davanti ai mosaici, raccontare loro quella storia e aiutarli a sentire che quella storia è vicina alla loro storia ed è rivolta a ciascuno di loro. è tutto un altro percorso, che passa, appunto, attraverso l’esperienza. Il fatto è che si è affermata la specializzazione, ha trionfato la funzionalizzazione. Abbiamo separato tutto, frammentato e ricomposto i processi in nome dell’efficienza. Invece è ora di rimettere tutto insieme. A questo proposito la definizione più bella di cattolico l’ha data Benedetto XVI nella Caritas in veritate, al numero 55: “Tutto l’uomo e tutti gli uomini”. Universale non nel senso astratto, ma che coinvolge la mente, la passione, gli affetti, la fisicità, la spiritualità, cioè tutto l’essere umano. Invece la nostra è una cultura che separa, l’intellettualismo da una parte e la fisicità (magari pervertita) dall’altra. I giovani hanno bisogno di sapere che le cose stanno insieme. Sono in grado di percepirlo, ma non attraverso il linguaggio della catechesi tradizionale. La Rete ci offre nuovi percorsi e nuove possibilità; però bisogna prepararsi ed essere umili, perchè se si è convinti di avere già la verità, e che sono gli altri che non la capiscono, non si può andare molto lontano».

Rosso: «è importante il linguaggio, i contenuti e anche l’atteggiamento. Troppo spesso, di fronte a situazioni che i giovani vivono, diamo subito un giudizio, non aspettiamo che loro facciano un certo cammino. “Quando tornerà il figlio dell’uomo sulla terra troverà ancora la fede sulla terra?”: questa frase del Vangelo a me ha sempre fatto pensare. Bisogna riscoprire una formazione personale che aiuti ad avere un approccio diverso con i ragazzi, di maggiore pazienza, tolleranza, attesa. In fondo il cristianesimo è il tempo dell’attesa, non quello della realizzazione».

Logo GMG 2013

Logo GMG 2013

Manicardi:«Il gap tra fascino della figura di Giovanni Paolo II e la quotidiana vita ecclesiale in realtà non è un gap ma esprime una stessa realtà: l’assenza della comunità. O la non-eloquenza della comunità parrocchiale per molti giovani. Che credo sia il problema che sta dietro a tanta inefficacia dell’evangelizzazione. Il fascino e la potenza comunicativa di Giovanni Paolo II hanno potuto mascherare questa realtà, ma i giovani hanno bisogno di comunità e il cristianesimo trova il suo genio proprio nel creare comunità in cui giovani e adulti, uomini e donne, persone di diverse nazioni e culture trovano la loro unità in Cristo. Ancora una volta, ascoltare i giovani e i loro disagi potrebbe aiutare gli uomini di Chiesa a individuare un problema capitale per l’annuncio della fede nel mondo di oggi. Potremmo dirla così: come far diventare le comunità parrocchiali delle scholae amoris, dei luoghi di esperienza di fraternità, dei luoghi umani dove si fa esperienza di essere amati, ascoltati, riconosciuti e dove si impara ad amare a propria volta?».

Una ragazza dell’Azione cattolica di Milano mentre prega i Salmi.

Una ragazza dell’Azione cattolica di Milano mentre prega i Salmi.
A. GIULIANI/CATHOLIC PRESS PHOTO/PERIODICI SAN PAOLO

Jesus: nel suo ultimo libro, don Armando Matteo parla della fuga delle quarantenni dalla Chiesa. Presumibilmente molte sono mamme. Questo quanto incide sulla trasmissione della fede e sulla crescita dei giovani? Matteo: «è ormai risaputo che l’unica istanza educativa, nel nostro Paese, è la madre. Purtroppo i dati a disposizione e l’esperienza personale mi hanno portato a verificare che di mie coetanee in chiesa non se ne vedono più. Presumibilmente sono le mamme, e questo è un grosso problema. L’allontanamento è collegato pure al fattore istruzione: più le donne sono laureate, maggiormente aumenta il distacco dalla Chiesa. Poichè in Italia la trasmissione della fede avviene normalmente per via “matrilineare”, è evidente che la Chiesa italiana ha bisogno di riaprire il dialogo con l’universo femminile. A questo si aggiungono altri fattori come la diminuzione incredibile delle suore nelle presenze parrocchiali, la realtà religiosa che ha perso più numeri negli ultimi anni, anche se attualmente la cosa non si vede perchè in Italia ci sono 90 mila suore, ma oltre il 50% ha più di 70 anni. Le suore hanno rappresentato la possibilità di un riscontro istituzionale del femminile all’interno della Chiesa e hanno abitato in maniera incredibilmente generosa gli spazi essenziali del contatto tra il quotidiano e la fede: asili, ospedali, etc. Sono quelle che veramente hanno incarnato il concetto che “la Chiesa è madre”! Questo significa anche entrare nei dibattiti politici sulla condizione della donna: su problemi enormi come il femminicidio non abbiamo sentito una parola seria da parte ecclesiale! E lo stesso su tutta una serie di problemi, come la disparità di stipendi. Le donne in Italia sono quelle che studiano di più, hanno anche ottimi voti e chiedono una Chiesa competente, capace di interagire con la loro crescita culturale. All’interno del rapporto con il mondo giovanile, dunque, il capitolo “Chiesadonne” è importantissimo e non si riduce alla questione “ordinazione sacerdotale”, anche se pensare a nuovi ministeri femminili potrebbe essere utile. Inoltre l’esperienza, la concretezza, i codici essenziali dei giovani, fanno parte molto di più dell’universo femminile che non di quello maschile. Per di più, a differenza delle generazioni più giovani, le quarantenni hanno un maggior dinamismo interiore, non c’è una disaffezione totale nei confronti della spiritualità, della fede, della preghiera: addirittura in Italia affermano di pregare anche le atee. Però siamo in una società con un maschilismo ancora forte, e in una Chiesa che nell’ultimo periodo non solo è maschile, ma addirittura “episcopale”. Fortunatamente, grazie a papa Francesco qualcosa sta cambiando».

Un altro momento del forum redazionale organizzato da Jesus

Un altro momento del forum redazionale organizzato da Jesus
S. PAVESI

Giaccardi: «A fronte di una verità culturale potentissima, cioè che nel Vangelo la figura della donna è fondamentale, la Chiesa dispone di un patrimonio di valorizzazione della figura femminile di straordinaria ricchezza, con una grande capacità di contrastare ogni dualismo. Uomini e donne sono due facce della stessa umanità, che è una dualità e non un dualismo; una ricchezza che non va sperperata, una unità che non va separata. La presenza femminile può e deve essere maggiormente valorizzata; e questo non nel nome di una presunta rivoluzione, ma in quello di una piena fedeltà alle origini. Quanto alla festa vorrei aggiungere qualcosa a partire dal significato etimologico originario. Il tema non è tanto quello della straordinarietà, dell’eccezionalità, dato che festiao vuol dire “mangio insieme, banchetto, accolgo al focolare domestico”. Quindi ha più a che fare con l’accoglienza e l’ospitalità, il fare festa insieme; è un “aggiungi un posto a tavola”, alla tavola di tutti i giorni, piuttosto che un “andare al ristorante”. C’è al fondo un’idea della convivialità come modello di relazione sociale diverso da quello del consumismo. Dove la cosa importante non è tanto quanto e cosa si mangia, ma il clima accogliente che si riesce a creare. Sono tutte logiche che in un certo senso hanno a che fare con la Rete. Ci sono dei movimenti di antropologi contemporanei che parlano del neoconvivialismo come modello alternativo al liberismo, con una sua componente utopica che riprende questa dimensione intrinsecamente relazionale, comunionale, non tanto come evento eccezionale, straordinario, ma come stile di condivisione gratuita, nel senso di non basata su un interesse. Bisogna allora reimparare a stare insieme, perchè a volte sembra che non ne siamo più capaci. La festa in realtà è una modalità, una postura esistenziale, più che l’evento eccezionale. Questo è un altro dei versanti sui quali oggi occorre fare educazione».

Rosso: «Chi ha la mia età – io sono del ’46 – si ricorda della Comunità di Taizè degli inizi, e dell’intuizione di frère Roger: “Cristo risorto ti invita a una festa!”, cioè una festa interiore. Anche questo dovrebbe farci riflettere: su come impostiamo la catechesi del Battesimo sul peccato originale e non sulla festa…».

Matteo: «Dobbiamo essere coscienti del carattere anestetico delle nostre Messe domenicali. Se uno vive una cosa bella, gli rimane impressa! Il nostro stesso linguaggio ci tradisce: abbiamo inventato una abiezione teologica – il termine “animare la liturgia” – ma “liturgia” significa già “animazione”! Il problema è aggravato dal fatto che in Italia abbiamo un numero di parrocchie e di Messe eccessivo, rispetto al clero presente e all’invecchiamento dei sacerdoti che hanno vent’anni in più, in media, dei maschi italiani. Il Papa ha parlato di una Chiesa “pesante”. è una questione anche strutturale: troppe Messe, preti anziani, distribuiti male sul territorio nazionale, occupati a pensare a lavori burocratici che non hanno niente a che fare con il lavoro pastorale, lavori che potrebbero fare dei laici ma a cui non li lasciano fare!».

Una ragazza raccolta in preghiera nella cattedrale di St. Mary, a Sydney

Una ragazza raccolta in preghiera nella cattedrale di St. Mary, a Sydney
A. GIULIANI/CATHOLIC PRESS PHOTO/PERIODICI SAN PAOLO

Manicardi: «Anche la diserzione femminile dalla Chiesa può avere qualcosa da insegnare. Difficilmente oggi possiamo ripetere ciò che Paolo diceva a Timoteo: “Mi ricordo della tua fede che ebbero anche tua nonna Loide e tua madre Eunice e che ora è in te” (2Tm 1,5). Ma forse questo aiuta la Chiesa a riscoprire la sua dimensione di comunità generante, di ecclesia mater, e dunque la sua vocazione a trasmettere vita, a esprimere una promessa di vita per i giovani. Chiesa capace di maternità significa Chiesa capace di umanità, cioè che ha ben capito che “l’umano è il punto di intersezione della fede”, come dice il cardinale Walter Kasper, e che educare alla fede implica il prendersi cura dell’umano che è nell’uomo e, nello specifico, del giovane. Questa dimensione generante ed educante della comunità cristiana, che esigerebbe la rivalutazione della paternità e della maternità spirituale nell’accompagnamento di cammini di fede dei giovani, implica dare tempo, dare ascolto, dare parola, dare presenza. Essere accanto, anche nell’impotenza, ma nella coscienza della propria non-inutilità».

Jesus: La sfida per la Chiesa e per il cristianesimo in generale non è soltanto burocratico-istituzionale e neanche meramente intellettuale. Padre Timothy Radcliffe scrive: «Il cristianesimo in Occidente potrà fiorire solo se riusciremo a coinvolgere l’immaginazione dei nostri contemporanei ». Mi sembra che per troppi decenni, il cristianesimo in Occidente ha smesso di costruire l’immaginario ed esaltare l’immaginazione dei propri contemporanei. Che cosa ne pensate? Matteo: è una questione essenziale. Per la Chiesa italiana significa smettere di porre al centro sè stessa, i suoi problemi, i suoi finanziamenti, i suoi legami, a volte non totalmente chiari, con la politica. E ripartire dal nostro grande tesoro che è la Sacra Scrittura. Che cosa può toccare di più l’immaginario dei nostri contemporanei se non Gesù di Nazaret? Un uomo infinitamente innamorato di Dio e infinitamente innamorato della vita, degli uomini e delle donne che ha incontrato? Eppure, i dati a nostra disposizione sulla conoscenza della Bibbia sono allarmanti! La nostra catechesi non valorizza fino in fondo il discorso biblico. Un credente ordinario entra in contatto con la Bibbia, nella media delle parrocchie italiane, poco più di 10 minuti a settimana, la domenica! Anche nel tessuto feriale oserei di più: perchè solo la Messa? I monasteri che frequentiamo hanno tutti familiarità con la Sacra Scrittura e anche per questo sono pieni di giovani. La Bibbia ha tutti i codici del mondo, è aperta e investe sempre il lettore. C’è un detto brasiliano che dice: “Se vuoi che qualcuno costruisca una nave, per prima cosa fallo innamorare del mare”. Penso che noi oggi dobbiamo riuscire a innamorarci di una Chiesa della festa, di una Chiesa che parli di Gesù Cristo, con meno paure, che poi ci bloccano anche nel fare alcune riforme che sono davvero essenziali».

Rosso: «Io penso che l’immaginazione sia molto importante e, come in tutte le cose, bisogna trovare le giuste mediazioni. Bisogna insistere sulla formazione biblica. Anche nelle nostre omelie bisogna dare più importanza alla spiegazione delle Letture, da cui soltanto dopo fare emergere il messaggio etico e comportamentale».

ragazzi della parrocchia Cuore Immacolata di Maria, a Vicenza.

Ragazzi della parrocchia Cuore Immacolata di Maria, a Vicenza.
A. GIULIANI/CATHOLIC PRESS PHOTO/PERIODICI SAN PAOLO

Giaccardi: «Una parola fondamentale è gustare. Noi abbiamo sviluppato un’idea intellettualistica del sapere che passa attraverso il cervello, mentre sapio vuol dire “avere sapore” prima di tutto. Perchè le cose restino in mente – lo vedo con i miei studenti – bisogna sempre partire da quello che loro sanno, da quello che per loro ha sapore, e poi fare il passaggio a un livello diverso, più concettuale, che a quel punto sono in grado di far proprio. Non è sempre semplice saper far gustare, siamo chiamati in gioco anche noi, la nostra capacità di saper gustare a nostra volta. Non basta dire: quella è la verità e la devi accettare. Nè è sufficiente semplicemente ridistribuire ciò che abbiamo ricevuto. Io posso semplicemente “sfamare” la mia famiglia, oppure cercare di preparare qualcosa che sia nutriente, bello da vedere e buono da mangiare. Questo richiede attenzione, immaginazione, è faticoso, è impegnativo. Ma è anche ciò che distingue l’essere umano da tutte le altre specie viventi. Noi non possiamo accontentarci della funzione. Occorre cambiare postura esistenziale, anche dentro la Chiesa. Mi pare bella la definizione del gesuita François Varillon, per il quale la Chiesa è “l’abbraccio di Dio al mondo”. E mi sembra che questo abbraccio papa Francesco ce lo stia facendo sentire, in tutta la sua forza e insieme la sua tenerezza.»

Manicardi: «Penso che l’umana facoltà dell’immaginazione susciti diffidenza. Per Pascal, essa è “maestra di errori e di falsità”. Spesso la si denigra come fantasticheria e fonte di evasione dalla realtà. La si trascura perchè il modello dominante è quello del dominio razionale, conscio, ordinato, del pensiero e dell’azione. La si disprezza perchè poco scientifica, ma soprattutto la si teme perchè sovversiva, essendo non controllabile, non misurabile, non riducibile ai parametri con cui avviene l’addomesticamento e l’omologazione del pensare, del sapere, e anche del credere. L’immaginazione è temuta perchè dà voce al desiderio. Poco controllabile, essa viene guardata con sospetto anche nello spazio ecclesiale. L’immaginazione, che è l’energia mentale che consente l’emergere del nuovo, che dà forma interiore a un possibile e che rende presente interiormente un assente, o meglio qualcosa che non c’è ancora, è dimensione essenziale nell’esercizio della libertà e della creatività. Ed è momento fondamentale nella personalizzazione della fede da parte di un giovane. Dar voce all’immaginazione equivale a dare il permesso al giovane di sperare facendo emergere la sua soggettività. Effettivamente, qui si rivela, da parte di chi nella Chiesa ha una responsabilità educativa in ordine alla fede, la mancata ricezione della lezione biblica. La Bibbia immagina la verità, ben più che esprimerla in formule astratte: il Dio che crea è anche il Dio che immagina, che dice ciò che ancora non c’è; la potenza delle pagine di Isaia, di Ezechiele, di Geremia è dovuta in gran parte a quella dimensione che l’esegeta Walter Brueggemann ha chiamato “l’immaginazione profetica”; Gesù annuncia il Regno di Dio con parabole che uniscono narrazione e immaginazione. Ma qui si rivela anche la sfiducia nelle potenzialità interiori e nella soggettività giovanile, che proprio nella creatività e nell’immaginazione trova una sua espressione decisiva. Per essere affascinato dalla fede, un giovane dovrà sentire che essa riguarda tutta la sua umanità, tutte le sue capacità espressive, il suo corpo e la sua mente, la sua razionalità e la sua emotività».

Protestanti d'Italia: sono campioni di sobrietà e senso del dovere, ma anche alla ricerca di una spiritualità più "calda" ed emotiva

Un gruppo di giovani dell’Azione cattolica della zona pastorale di Cormano, nella diocesi di Milano.

Jesus: Vi chiederemmo, per concludere, tre consigli per non sprecare questa Gmg, per far sì che un’occasione del genere porti dei frutti dopo e al di là dell’evento in sè stesso. Matteo: «La Gmg funziona non se diventa lo stile della pastorale giovanile ma della Chiesa intera. Dietro la pastorale giovanile, infatti, c’è il bisogno di incontrare i giovani, e questo oggi è il bisogno della Chiesa. Senza ricambio generazionale, ci piaccia o meno, il cristianesimo occidentale è destinato a chiudere. E il ricambio generazionale riguarda le parrocchie, le vocazioni, i movimenti. L’altro elemento: modulare meglio i canoni della liturgia. Non possiamo avere questo monoteismo della Messa che assorbe tutte le attività feriali della parrocchia. E poi l’esperienza della festa, dell’accoglienza. In fondo, alla generazione degli adulti quello che manca è la capacità di accogliersi, di volersi bene e non semplicemente di restare attaccati a sè stessi e ai propri privilegi. La festa è il luogo dove nasce l’adultità. Alla fine noi siamo nati per la domenica, noi siamo figli di questo Dio che si riposa. La Chiesa come un luogo di incontro, di appuntamento, anche tra le generazioni».

Rosso: «Di fronte a manifestazioni oceaniche come la Gmg ho qualche perplessità. Spesso si rischia di focalizzare solo quello e di dimenticarsi il dopo, il prima o la periferia. La cosa migliore è osservare e ascoltare. Questa edizione in Brasile, con il Papa sudamericano, in un Paese dove da anni è in atto un confronto tra le Chiese neopentecostali e il cattolicesimo sociale, potrebbe essere diversa dalle altre. Da occidentali, per una volta tanto, guardiamo, ascoltiamo ciò che succede, i messaggi che quella cultura, quella Chiesa, quell’universo religioso ci presentano e vediamo poi di importarlo nella quotidianità della nostra vita. Però senza enfatizzare: occorre infatti domandarsi che cosa hanno veramente prodotto nel quotidiano le altre Gmg. Insomma, come tutte le cose positive, guardiamole per quello che sono».

Giaccardi: «La prima risposta è la dimensione della reciprocità: è un evento pensato per i giovani, dove anche i vescovi sono esclusivamente presenti in veste di pastori e dove veramente si fa uno sforzo di sintonia reciproca. è un momento di grazia, che da sapore al presente e getta le premesse di un rinnovamento per tutti. Un’occasione, dunque, potenzialmente generativa. Il secondo elemento positivo è quello dell’esperienza, che da una parte è propriamente fisica, perchè si esce dal proprio mondo e si va in un altro mondo che non si conosce, e questo spaesamento può sempre essere il punto d’avvio di un processo virtuoso. L’elemento dell’immersione è importante perchè dà il “gusto” dell’evento; ma poi sono importanti emersione e riflessione, senza le quali non può aver luogo quella appropriazione del vissuto, che sola ci trasforma. Credo che vada valorizzata la preparazione al viaggio, cercando di conoscere qualcosa di quel Paese, della sua situazione sociale, della sua lingua, del suo cibo, della sua cultura. E poi, al ritorno, incoraggiato il momento della restituzione nei confronti di chi non ha potuto partecipare. Sollecitare i giovani a trovare canali di narrazione che li aiutino a riappropriarsi in maniera più matura di quello che hanno vissuto e in qualche modo a farne dono ad altri. Il terzo momento è quello dell’eccedenza, che è l’elemento della festa. La religione cattolica è vista come la religione dei no, dei precetti, della mortificazione. Veramente, è il contrario di quello che è! Allora in momenti come questi, che sono momenti in un certo senso esagerati – si fa uno sforzo economico, non si dorme per giorni, si parla con tutti – questo elemento dell’eccedenza va vissuto pienamente e consapevolmente, perchè è la cifra della gioia della nostra religione. Ne parla anche Benedetto XVI nella Caritas in veritate, “il di più”, non è soltanto il dovuto, ma è questa ulteriorità che ci dà la speranza e la gioia».

Manicardi: «Tre consigli che sono uno solo. Insistere sulla centralità dei Vangeli e di Gesù. Sottolineare che l’umanità di Gesù “insegna a vivere” (Tt 2,12) ed educa la nostra umanità. Leggere dunque i Vangeli cercando quale umanità muove Gesù nei suoi incontri con gli altri, come parla Gesù, che vita interiore rivela… Infine mostrare la fede come cammino del senso, capace cioè di dare sapore (dimensione estetica), direzione (dimensione etica) e significato (dimensione filosofico-teologica) alla vita del giovane».

fonte: Jesus Luglio 2013

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Novena B.V.M. del Carmelo in Santo Stefano

carmine_madonna

Ha avuto inizio in Santo Stefano la Novena di preparazione alla Festa del 16 Luglio 2013 della B.V.M del Carmelo…

Ogni giorno in Santo Stefano fino al 15 Luglio: ore 18,30 Santo Rosario; ore 19 Santa Messa…

Il 16 Luglio S. Messe ore 9; 11; 19; Il 16 luglio la S. Messa delle ore 19 sarà presieduta da Mons. Marmiroli Vicario Generale della Diocesi. La Messa sarà preceduta alle 18,45 dalla recita dell’Inno  Akathistos.

 

 

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Online il foglietto parrocchiale Santo Stefano di Domenica 7 Luglio 2013

Ecco il link per scaricare il foglietto parrocchiale di Domenica 7 Luglio 2013

http://santostefanore.altervista.org/XIVdomenica.pdf

>>> file pdf

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Il Signore della compassione: X Domenica Tempo ordinario Anno C 9 Giugno 2013

In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi» (…).

Una donna, una bara, un corteo. Sono gli ingredienti di base del racconto di Nain che mette in scena la normalità della tragedia in cui si recita il dolore più grande del mondo. Quel buco nero che inghiotte la vita di una madre, di un padre privati di ciò che è più importante della loro stessa vita. Quel freddo improvviso e spaventoso che ti stringe la gola e sai che d’ora in poi niente sarà più come prima.
Quella donna era vedova, aveva solo quel figlio, che per lei era tutto. Due vite precipitate dentro una sola bara. Quante storie così anche oggi, quante famiglie dove la morte è di casa. Perché questo accanirsi, questa dismisura del male su spalle fragili? Il Vangelo non dà risposte, mostra solo Gesù che piange insieme alla donna, e sono due madri che piangono, sono due vedove. Gesù non sfiora il dolore, penetra dentro il suo abisso insieme a lei.
Entra in città da forestiero e si rivela prossimo: chi è il prossimo? Gli avevano chiesto. Chi si avvicina al dolore altrui, se lo carica sulle spalle, cerca di consolarlo, alleviarlo, guarirlo se possibile. Il Vangelo dice che Gesù fu preso da grande compassione per lei. La prima risposta del Signore è di provare dolore per il dolore della donna. Vede il pianto e si commuove, non prosegue ma si ferma, e dice dolcemente: donna, non piangere. Ma non si accontenta di asciugare lacrime. Gesù consola liberando. Si avvicina a una persona che, forse, in cuor suo sta maledicendo Dio: «Perché a me, perché a me? Cosa ho fatto?»
Nessun segnale ci dice che quella donna fosse credente più fervida di altri. Nessuno. Ciò che fa breccia nel cuore di Gesù, il Signore amante della vita, è il suo dolore. Quella donna non prega, ma Dio ascolta il suo gemito, la supplica universale e senza parole di chi non sa più pregare o non ha fede, e si fa vicino, vicino come una madre al suo bambino. Si accosta alla bara, la tocca, parla: Ragazzo dico a te, alzati. Levati, alzati in piedi, sorgi, il verbo usato per la risurrezione. E lo restituì alla madre, restituisce il ragazzo all’abbraccio, all’amore, agli affetti che soli ci rendono vivi, alle relazioni d’amore nelle quali soltanto troviamo la vita.
E tutti glorificavano Dio dicendo: è sorto un profeta grande! Gesù profetizza Dio, il Dio della compassione, che cammina per tutte le Nain del mondo, che si avvicina a chi piange, ne ascolta il gemito. Che piange con noi quando il dolore sembra sfondare il cuore. E ci convoca a operare «miracoli», non quello di trasformare una bara in una culla, come lui a Nain, ma il miracolo di stare accanto a chi soffre, lasciandosi ferire da ogni gemito, dal divino sentimento della compassione.
(Letture: 1Re 17, 17-24; Salmo 29; Gàlati 1, 11-19; Luca 7, 11-17)

di Ermes Ronchi – avvenire.it

10TOcol

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Il cardinale Tonini: la fede, buttarsi nelle braccia di Dio (video)

 

Nell’Anno della Fede proponiamo una serie di clip prodotte da Nova-T che hanno come protagonisti uomini e donne che ragionano sulla fede e raccontano come la vivono nella vita di ogni giorno. Questo filmato della serie “I testimoni” presenta una voce d’eccezione: il cardinale Ersilio Tonini. “La fede è l’atto con il quale il cristiano si butta nelle braccia di Dio e si lascia guidare”. La testimonianza del cardinale Tonini, 99 anni, è stata raccolta nell’aprile 2013 da Sante Altizio, all’interno del lavoro di produzione di un nuovo documentario per l’Opera di Santa Teresa del Bambino Gesù di Ravenna

avvenire.it

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Le sfide di Papa Francesco

Il gesto di rinuncia di Benedetto XVI è di quelli dirompenti, la cui lezione va certamente al di là della cronaca di qualche settimana. Si tratta di un atto che farà passare alla storia papa Ratzinger: con il paradosso che il Papa-teologo, la cui forza è stata tutta nella parola detta e scritta, venga invece ricordato per un gesto silente che, però, dice più di mille parole. Esso ha il valore di un’autentica e raffinata lezione di ecclesiologia. Dice che quello petrino è un ministero, un servizio alla Chiesa e per la Chiesa: niente di più, ma anche niente di meno. Per questo, esso può venir svolto fintanto che chi è stato chiamato a svolgerlo ha le forze e le energie per farlo. Quando queste vengono meno, è giusto e talvolta doveroso farsi da parte, perché la Chiesa non venga privata di quel servizio. Così come è giusto e a volte doveroso, per una parrocchia, che il parroco cessi di presiederla quando è ormai, per un motivo o per l’altro, incapace di farlo. Si tratta di un fatto che non va troppo frettolosamente archiviato, anche quando s’intende domandarsi quali sfide attendono il nuovo Papa e che cosa ci si debba aspettare da lui. Ci possono essere esagerazioni nel rapportarsi alla figura e al servizio del Papa: sia quando la si esalta e ci si fa scudo per portare avanti le “proprie idee” o “le proprie battaglie” a discapito delle ragioni o delle sensibilità di altri fratelli cristiani; sia quando s’invoca riforma e si nutrono aspettative, che possono sembrare disumane. Nell’uno e nell’altro caso, ci si dimentica che chiunque riveste quel ruolo è – se mi è concesso esprimermi così – “solo il Papa”: non è Dio, cioè; e non è neppure tutta la Chiesa. Né deve esserlo.

Il quadro che il pittore Sergio Favotto ha dedicato espressamente per VP.

Il quadro che il pittore Sergio Favotto ha dedicato espressamente per VP.

Potrebbe essere importante, pensando al futuro, attendersi anzitutto da Papa Francesco che ci aiuti a interiorizzare, con una presenza semplice e umile, quel che l’ultimo gesto di papa Ratzinger ha rimesso in evidenza: la figura del Papa non può venire sacralizzata; e guardare alle sue responsabilità non può significare disattendere le nostre. Siamo, come cristiani, tutti semplicemente discepoli di Cristo: non c’è ruolo, nella Chiesa, che ce lo deve far dimenticare; così come non c’è compito che ci può impedire di realizzarlo. Si tratta di una lezione evangelica, che il Vaticano II ha rimesso in evidenza e che forse, in questi ultimi anni, può essere stata da molti dimenticata. Anche perché, nel tempo della complessità, la via di rifugiarsi dietro le parole del Papa o, peggio, nella sua imitazione può essere apparsa a molti una scorciatoia appetibile. Può fare del bene, in tal senso, la radicalità delle parole che Papa Francesco, all’indomani della sua elezione, ha pronunciato nella prima omelia, quando ha ricordato che si può essere «vescovi, preti, cardinali, papi, ma non discepoli del Signore».

Papa Francesco nella foto dell'elezione del 13 marzo 2013 (foto ANSA / KAPPELER).

Papa Francesco nella foto dell’elezione del 13 marzo 2013 (foto ANSA / KAPPELER).

Ciò detto, non può essere taciuto che, per quel che è in suo potere di fare, dal nuovo Papa ci si può attendere qualcosa d’importante. Anzitutto, che metta come priorità assoluta l’annuncio e la testimonianza del Dio di Gesù Cristo. Nel mondo occidentale non è ormai più scontato essere cristiani; e sapere come annunciare il Vangelo nel tempo della secolarizzazione e della fine della cristianità è questione centrale, che resta in massima parte ancora da pensare. In altri Paesi, le sfide provenienti dalle diverse sètte chiedono probabilmente la stessa prioritaria attenzione. Proprio a tal fine è quanto mai urgente che si metta mano a un’autentica riforma della Chiesa. Con il Vaticano II si era intravista la possibilità di realizzare una collegialità dei vescovi con il Papa. Le modalità secondo cui potrebbe concretamente attuarsi possono essere diverse. Ma quel che sembra fondamentale è che il Papa non sia isolato nel suo ministero, che sia realmente affiancato dai vescovi, che senta attraverso di loro quali sono le urgenze della Chiesa e che cosa i cristiani pensano e dicono; e possa così scegliere, nel confronto con loro, che cosa è bene fare. Ciò è fondamentale per tutto quel che concerne la vita della Chiesa; ma anzitutto, in vista dell’annuncio di Dio. Infatti, in un mondo così complesso, non si può più pensare che l’evangelizzazione possa passare per una formula catechistica valida allo stesso modo per tutti. Sarà indubbiamente diverso ciò che è richiesto in continenti in cui il cristianesimo è giovane e quel che è richiesto nell’Europa secolarizzata. Solo un’autentica collegialità può essere in grado di affrontare questa come altre enormi sfide che ci stanno davanti.

Ma perché questa riforma sia radicale, sarà necessario riprendere a tutti i livelli delle possibilità di dialogo autentico nella Chiesa: senza paure e senza pregiudizi di sorta. La complessità delle scelte pastorali da compiere e del mondo in cui si vive, così come la consapevolezza che la Chiesa non solo non è fatta di soli preti ma neppure di soli uomini (maschi), domandano che ci sia un reale spazio di dialogo, di confronto e di discussione tra tutti i cristiani. Uno spazio importante anche per ridare il posto che le spetta alla teologia e a quanti esercitano questo ministero fondamentale nella Chiesa. E uno spazio che, solo, può far sì che i vescovi esercitino una collegialità che rappresenti davvero la vita reale delle Chiese e dei cristiani. Uno spazio da pensare e, forse, anche da “inventare”. Ma che è più importante ancora di tutte le questioni di cui trattare e da mettere “in agenda”. Perché dice che, di qualunque questione si tratta, ciò che è da ricercare è che non venga soffocata la voce di nessuno: solo così, infatti, possiamo ascoltare che cosa lo Spirito ha da dire alla Chiesa. E perché dice che nella Chiesa ognuno (fosse anche il Papa) ha sempre da rendere conto al suo fratello: in una forma che scardina dall’interno la perversità del potere. Cosa che il gesto semplice e immediato del vescovo di Roma Francesco, che si è chinato davanti al popolo per chiedere preghiera ci ha permesso di ricordare e gustare.

Roberto Repole
presidente dell’Associazione teologica italiana in Vita Pastorale Aprile 2013

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Libro di Mons. Ghirelli: «un compendio d’importanza internazionale circa il tema dello spazio liturgico della Chiesa cattolica dopo il Concilio»

Il poderoso volume scritto da mons. Tiziano Ghirelli, direttore dell’Ufficio diocesano per i beni culturali di Reggio Emilia, compie un’interessante e illuminante  analisi delle tipologie degli edifici ecclesiali,  dai primi secoli fino a un’attenta riflessione  su quanto indicato dopo il concilio Vaticano II dagli episcopati di diverse nazioni europee e americane, in relazione ai luoghi  della celebrazione.

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Il libro è introdotto da un Prologo del  card. Giovanni Lajolo e da una Prefazione di  Albert Gerhards, docente di Scienza liturgica alla Facoltà teologica cattolica dell’Università di Bonn, che lo definisce «un compendio d’importanza internazionale circa il  tema dello spazio liturgico della Chiesa cattolica dopo il Concilio, nel contesto della  storia delle varie Chiese e della loro riflessione teologica», con «criteri per una corretta valutazione della celebrazione e degli  spazi liturgici adeguati». E continua: «Lo  studio di Tiziano Ghirelli serve pertanto a  tracciare un percorso per la comprensione  teorica e pratica dello spazio sacro come  espressione essenziale della Chiesa e segno  della presenza di Dio nel mondo».

Nell’Introduzione del libro, Tiziano  Ghirelli sottolinea come, dopo oltre quarant’anni, la riforma liturgica, punto decisivo del Vaticano II, è ancora oggi oggetto di  un ampio dibattito, tra strenui difensori  della riforma e suoi accaniti contestatori.

Tuttavia, l’autore ben mette in rilievo come il problema non si esaurisca semplicemente nella dimensione liturgica. Lo spirito  che anima la riforma conciliare fa infatti  emergere aspetti ecclesiologici che sono  oggi ben lontani dall’essere condivisi, soprattutto in relazione alla comprensione  dell’assemblea liturgica come soggetto celebrante.

In questo senso, Ghirelli mette in rilievo le molteplici carenze che si evidenziano  nel modo con cui sono progettati gli spazi  cultuali, troppo spesso luoghi d’improvvisazione e di sciatteria, che non favoriscono  la partecipazione alla celebrazione liturgica. A questo riguardo, l’autore esemplifica,  anche grazie a una serie di immagini di  grande efficacia, le situazioni di particolare  incertezza e sofferenza, mostrando poli  celebrativi realizzati all’insegna della mediocrità e del cattivo gusto, quando non  suggeriscono messaggi del tutto distorti e  scorretti.

Tra questi casi, l’autore inserisce significativamente un’immagine che mostra una  celebrazione che si svolge secondo il messale di Pio V, voluto da papa Benedetto  XVI, all’altare tridentino, quando in primo  piano è posizionato un altare alla «moderna». In breve, la riforma liturgica conseguente alla Sacrosantum concilium è ben  lontana dall’essere compiuta. Troppo spesso, infatti, se ne riducono le istanze  all’aspetto più superficiale del prete rivolto  al popolo.

Le realizzazioni postconciliari che l’autore prende in esame come modelli, di fatto, mostrano un clima di grande smarrimento e disagio, progettati con forte approssimazione nell’articolazione dei poli liturgici; per non parlare poi delle varie manifestazioni di «arte sacra», purtroppo troppo spesso decaduta a una sorta di discutibile galleria del trionfo dell’amatorialità e del  dilettantismo.

Dopo un interessante percorso di carattere storico sugli edifici per il culto, dalle  origini del cristianesimo al Vaticano II, Ghirelli parla poi di «ierotopi» e di spazi celebrativi nei documenti di conferenze episcopali nazionali, in quanto cerca di verificare criticamente quanto gli episcopati  delle diverse nazioni hanno prodotto negli  ultimi decenni nell’ambito dei luoghi per la  celebrazione liturgica. In questo senso, risulta di grande interesse esaminare le posizioni degli episcopati di Francia, Spagna, Inghilterra e Galles, Stati Uniti, Italia, Canada  e Irlanda.

Occorre una nuova mentalità del celebrare, come afferma lo stesso autore: «La  nostra esperienza deve riferirsi prioritariamente all’arte del celebrare, orizzonte senza il quale i poli liturgici ben poco possono  significare, anche se eccellenti per collocazione spaziale e per realizzazione artistica. I  manufatti e le opere nascono per essere  vissuti all’interno dell’azione liturgica rinnovata, costruita su relazioni significative e  animata dall’amore verso Dio e le persone,  altrimenti diventano oggetti museali. Perché ciò non avvenga occorre la consapevolezza coraggiosa di non fare mescolanze tra  la liturgia pre e post Concilio, ossia non celebrare la nuova liturgia con la mentalità  della vecchia». (256).

Dobbiamo dunque ripensare lo spazio  per la liturgia, grazie a una nuova consapevolezza che veda una sinergia tra committenza, progettista, artista e liturgista: «Per  questo – sottolinea l’autore – si tratta di  non inventare nulla, ma di riandare alla genuinità delle fonti dello spazio liturgico cristiano e, in una fedeltà creativa, dar vita a  nuovi canoni per l’architettura e l’arte liturgica contemporanea» (276).

Grande spazio è poi dedicato al lungo  restauro e alla ristrutturazione dei poli liturgici della cattedrale di Reggio Emilia,  condotti sotto la guida del vescovo (oggi  emerito) mons. Adriano Caprioli e il coordinamento dello stesso Ghirelli. Il vescovo  Caprioli ha voluto infatti ridisegnare gli  spazi liturgici con l’introduzione di una  nuova cattedra episcopale, progettato dal  celebre artista dell’arte povera di origine  greca Jannis Kounellis; una croce moderna sospesa, del giapponese Hidetoshi Nagasawa, che riprende antichi temi paleocristiani; un nuovo altare realizzato con marmo romano di recupero appena sbozzato di Claudio Parmiggiani; un candelabro  per il cero pasquale che richiama le dimensioni dei grandi candelabri di origine medioevale di Ettore Spalletti (cf. Regno-att. 22,2011,732ss).

L’autore fa ben emergere il fatto che  se la risistemazione dei poli e le opere realizzate dopo un lungo cammino liturgico e  biblico con la committenza hanno provocato notevoli e aspre polemiche molto accese, in città e non solo, il dibattito è  tutt’altro che chiaro e definito. Se la croce  dorata di Nagasawa non è mai stata (inspiegabilmente) esposta dal vescovo Caprioli – invece che in cattedrale sarà collocata al museo diocesano –, la nuova cattedra episcopale, prevista sul lato della navata, è stata smontata «per motivi di spazio»  in occasione dell’ingresso del nuovo vescovo mons. Massimo Camisasca, senza che nessuno l’abbia più rivista. In che modo è possibile comprendere queste «cancellazioni»?

Molto chiaro è lo spirito di rinnovamento dello spazio celebrativo auspicato  dall’autore. Non a caso, Ghirelli cita il testo  della CEI L’adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica, del 1996, nei termini di «un’importante iniziativa di inculturazione della fede nel suo momento celebrativo, in armonia con le esigenze di conservazione del patrimonio storico e artistico, nell’ambito del progetto di nuova evangelizzazione che la Chiesa si propone di realizzare nel terzo millennio» (124). Come attuare oggi questo progetto? Questa sembra essere la sfida suggerita da Ghirelli –  tutt’altro che scontata – per il futuro.

Andrea Dall’Asta in Regno-att. n.4, 2013, p.104

chiese.ierotopi

 

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Orizzonti Cristiani da web Radio del 29 Marzo 2013

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PRIMO TWEET DI PAPA FRANCESCO: VI RINGRAZIO DI CUORE E VI CHIEDO DI CONTINUARE A PREGARE PER ME

papa-francesco-twitter

Città del Vaticano, 18 marzo 2013 (VIS). “Cari amici – scrive – vi ringrazio di cuore e vi chiedo di continuare a pregare per me”. Il primo tweet di Papa Francesco è arrivato al termine dell’Angelus di ieri domenica. Sull’account @pontifex in nove lingue sono oltre 3 milioni e 400 mila i followers del Papa.

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Secondo giorno di conclave. Ieri la prima fumata è stata nera

Secondo giorno di conclave e nuovo turno di votazioni per i cardinali riuniti nella Cappella Sistina. Il programma prevede che alle 8.15 i porporati si riuniscano nella cappella Paolina per la messa. Intorno alle 9.30 si trasferiranno nella Sistina dove, dopo le preghiera dell’ora media, inizieranno il nuovo turno di scrutini: è previsto che ci siano due votazioni la mattina e due il
pomeriggio.

In caso di elezione del nuovo Papa si avrà subito la fumata bianca. Se, invece, il primo scrutinio non dovesse
avere risultato positivo, le schede verranno bruciate insieme a quelle del secondo scrutinio qualunque sia l’esito. Questa procedura sarà seguita sia la mattina che il pomeriggio.

 

 avvenire
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Papa: Conclave, via il 12 marzo: prima fumata bianca dei cardinali in Vaticano

Al mattino messa pro eligendo, nel pomeriggio l’ingresso nella Cappella Sistina

L’ottava Congregazione generale del collegio dei cardinali ha deciso: il Conclave inizierà martedì 12 marzo. Lo rende noto un comunicato della sala stampa della Santa sede. La prima giornata per le elezioni del nuovo Papa si avvierà con la messa “pro eligendo Pontifice” nella basilica di San Pietro e al pomeriggio i porporati entreranno nella Cappella Sistina per l’inizio dei lavori.

«È un accordo che dà ragione a chi voleva anticipare la data di inizio». Così lo storico della Chiesa Alberto Melloni, commenta con l’Ansa la scelta della data di inizio del conclave al 12 marzo.

ilsessaggero.it

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