Vaticano A un mese dalla Riunione episcopale in Vaticano sugli abusi sessuali nella Chiesa e sulla protezione dei minori. Le aspettative e gli obiettivi dell’incontro

(a cura Redazione “Il sismografo”) 
Le grandi aspettative sull’incontro non sono una sfida alla Chiesa e al Papa. Sono invece una speranza e rivelano alla fine fiducia e sostegno.

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(Luis Badilla – Roberto Calvaresi) In pratica manca un mese all’importante incontro in Vaticano, voluto da Papa Francesco, con tutti i Presidenti delle Conferenze episcopali dei cinque continenti, 130 circa, e altri suoi collaboratori, dal 21 al 24 febbraio, sulla “protezione dei minori nella Chiesa”, ossia, in altre parole più familiari all’opinione pubblica mondiale, sugli abusi sessuali da parte del clero su minori e persone vulnerabili.
La decisione del Santo Padre, che ha voluto fortemente questa riunione, è arrivata alla fine di un anno, il 2018, piuttosto drammatico e sconvolgente in questa materia, in particolare per via delle vicende di due chiese particolari in grave crisi: quella del Cile e quella degli Stati Uniti.
L’incontro pur essendo inedito sotto ogni punto di vista sarà molto simile ad un Sinodo, ovviamente minimo, una sorta di “sinodo bonsai”. Da settimane un agguerrito gruppo di esperti, grandi conoscitori della questione, lavora intensamente per preparare l’assemblea che in pratica lavorerà, in plenarie e gruppi minori o circoli, durante tre giorni: giovedì 21, venerdì 22 e sabato 23 febbraio. Si prevedono 7 ore di lavoro al giorno (4 al mattino e 3 al pomeriggio), quindi in un totale di 21 ore i partecipanti, con l’aiuto dei Relatori e delle Relazioni (che saranno pubblicate), dovranno arrivare alle conclusioni “operative” alle quali ha fatto riferimento giorni fa un comunicato della Santa Sede.
Questa Nota, molto chiara e puntuale, con riferimento ai desideri, progetti e intenzioni di Francesco, sottolinea: il Santo Padre “vuole che l’Incontro sia una riunione di Pastori, non un convegno di studi. Un incontro di preghiera e discernimento, catechetico e operativo. Per il Santo Padre, è fondamentale che tornando nei loro Paesi, nelle loro diocesi, i vescovi venuti a Roma siano consapevoli delle regole da applicare e compiano così i passi necessari per prevenire gli abusi, per tutelare le vittime, e per far sì che nessun caso venga coperto o insabbiato.
Questo passaggio sulla consapevolezza delle “regole da applicare” e quindi sul bisogno (perentorio e non più discrezionale) di eseguire “i passi necessari per prevenire gli abusi, per tutelare le vittime, e per far sì che nessun caso venga coperto o insabbiato“, non ha fatto altro – giustamente – che accrescere le aspettative sulla riunione di febbraio.

E su queste aspettative non ha senso discutere o polemizzare poiché è pacifico che la complessa e tragica realtà degli abusi sessuali nella Chiesa, nel passato ma anche oggi, è del massimo interesse per tutti, per la comunità ecclesiale anzitutto ma anche per chi non fa parte della Chiesa Cattolica. Gli abusi sono un dramma dell’intera società umana e la chiesa, colpita in modo terribile da questo flagello, nella sua lotta contro questa piaga — che con successi e fallimenti va avanti da almeno 15 anni — può essere di grande aiuto al mondo e alle sue diversi società nell’ambito del contrasto e della prevenzione.
Le grandi aspettative sull’incontro non sono una sfida alla Chiesa e al Papa. Sono invece una speranza e rivelano alla fine fiducia e sostegno. Dunque al posto di accrescere artificiosamente il profilo della riunione, oppure di abbassarlo, la cosa più lungimirante e intelligente è una sola: far sì che l’incontro si concluda con una sorta di Vademecum anti-pedofilia che contenga nero su bianco le risposte urgenti, inderogabili e necessarie che la Chiesa ha dato in questi anni, sta dando oggi e che deve dare nel futuro.
Come evidenzia il comunicato sopracitato, per il Papa, e per tutta la chiesa pellegrina nei cinque continenti, gli obiettivi sono precisi, circoscritti e non negoziabili: (1) prevenire gli abusi, (2) tutelare le vittime e (3) far sì che nessun caso venga coperto o insabbiato.

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Una riflessione sulle donne nella Chiesa. Identità e compiti diversi

Mondo

L’Osservatore Romano

(Giorgia Salatiello) Nel 1964, cioè durante il concilio, Karl Rahner tenne una relazione al congresso della Lega donne cattoliche tedesche, poi tradotta in italiano con il titolo La donna nella nuova situazione della Chiesa (Paoline, 1968) e risulta oggi proficuo tornare a questo testo per alcuni spunti non solo pienamente attuali, ma capaci di aprire prospettive future che interpellano la comunità ecclesiale.
Non sarebbe qui di alcuna utilità tentare una sintesi del testo di Rahner, che è lungo e molto denso, ma appare, invece, significativo e ricco di stimoli concentrarsi su alcuni nuclei concettuali che conservano oggi tutta la loro validità, chiedendo una sempre rinnovata riflessione.
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Bartolomeo al forum sulla schiavitù moderna. Colpa comune

Turchia

L’Osservatore Romano

(Giovanni Zavatta) «Non trascurare il povero e non lasciare che i suoi stracci laceri ti incitino al disprezzo, ma fa’ che ti commuovano piuttosto alla pietà per i tuoi simili. Perché anche lui è un uomo, una creatura di Dio, fatto di carne come te, e forse nella sua virtù spirituale rispecchia il Creatore più di te. La natura non l’ha reso indigente in questa vita, ma è la tirannia del suo prossimo che ha ridotto lui o i suoi genitori nell’indigenza, mentre la nostra mancanza di pietà e compassione ha mantenuto o addirittura aggravato la sua povertà».

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Dopo il Sinodo/3. Precarietà, ingiustizie, squilibri: la Chiesa si fa voce dei giovani

da avvenire

Precarietà, ingiustizie, squilibri: la Chiesa si fa voce dei giovani

Il Sinodo dei vescovi, nella sua preparazione remota e nei giorni dell’assemblea dell’ottobre 2018, ha tentato di ascoltare i desideri, le paure, le speranze, le difficoltà dei giovani, idealmente di tutti i giovani. Il tema delle scelte ha molto a che fare con le difficoltà che i contesti attuali presentano, nelle diverse parti del mondo. Al numero 91 del documento finale si legge, infatti: «Il tema delle scelte si pone con particolare forza e a diversi livelli, soprattutto di fronte a itinerari di vita sempre meno lineari, caratterizzati da grande precarietà».

Anche in Italia incertezza e noncuranza, accompagnate da miopia nelle decisioni politiche e istituzionali, sono ciò che la società offre ai giovani. Non è raro che qualcuno di loro, durante incontri personali, sfoghi la sua rabbia e impotenza verso un contesto economico e sociale che rema contro. Milena, 25 anni, durante un ritiro confida con le lacrime agli occhi di volersi sposare e avere un figlio, ma che al solo pensiero si sente come se si stesse per lanciare nel vuoto: lei insegnante e precaria, il fidanzato con un’attività in proprio, che ha alti e bassi. La sua paura è per il bambino che potrebbe venire al mondo: con quale coraggio avventurarsi in questa responsabilità? Solo la concretezza della fiducia in Dio e dell’amore col fidanzato appaiono essere di sostegno. È vero: esistono nel mondo contesti di guerra e di povertà in cui paradossalmente metter su casa, dare alla luce dei figli, conservare la fede sembra spaventare molto di meno e costituire una sorta di resistenza ‘naturale’ nella propria umanità. Il Sinodo, come esperienza di Chiesa universale, ha certamente reso ascoltabile la testimonianza di giovani che scelgono l’amore e la vita anche dove tutto li minaccia. E tuttavia non ci si può nascondere che nei contesti economicamente più sviluppati i tempi e le esigenze di una collettività schiacciata su un capitalismo impazzito sembrano rubare a una generazione i propri sogni o, meglio, la possibilità sensata di realizzarli. Una società complessa e progredita rende quasi privilegi impossibili le esigenze più semplici, pagando con il suo stesso invecchiamento e la diffusione di rassegnazione e conflitti. Quello che Milena e tanti altri giovani lamentano è dover lottare per trovare un posticino in una società ripiegata su se stessa, che sembra poter fare a meno di loro e non comprende che invece proprio grazie all’aiuto, alla creatività, e all’entusiasmo dei giovani potrebbe avere uno slancio e rialzare così la testa.
Purtroppo la ribellione dei giovani sta cedendo il posto all’indifferenza verso chi sembra non lasciare loro alcuno spazio. I padri sinodali, ma anche i giovani partecipanti all’assemblea, con grande trasporto hanno impegnato la Chiesa al coraggio della denuncia: «La Chiesa si impegna nel- la promozione di una vita sociale, economica e politica nel segno della giustizia, della solidarietà e della pace, come anche i giovani chiedono con forza. Questo richiede il coraggio di farsi voce di chi non ha voce presso i leader mondiali, denunciando corruzione, guerre, commercio di armi, narcotraffico e sfruttamento delle risorse naturali e invitando alla conversione coloro che ne sono responsabili» (n.151). Chi può difendere i giovani in Italia oggi se non comincia almeno la Chiesa a farlo? Saranno loro a pagare le spese di un’economia che non è alleata della terra e dell’ambiente. Sono le prime vittime di un sistema economico legale ma ingiusto che vede allargarsi la forbice delle disuguaglianze. In Italia oggi l’incidenza della povertà assoluta è più alta tra i giovani fino a 34 anni che tra gli anziani: è la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale e, per l’ultimo rapporto Caritas, un povero su due è giovane. Certo, loro hanno imparato anche a difendersi da soli e stanno mostrando, rispetto a noi adulti, maggior coraggio nel denunciare. È il caso, per esempio, di Greta Thunmberg, quindicenne svedese che ha apostrofato come bambini immaturi i partecipanti alla Cop24, la conferenza delle Nazioni Unite sul clima svoltasi in Polonia nel dicembre 2018: Greta, con semplicità e grande chiarezza di visione, ha redarguito i grandi del mondo spiegandogli che i combustibili fossili vanno lasciati sotto terra: «Dite di amare i vostri figli sopra ogni cosa, e state rubando loro il futuro!».
Ma, ha aggiunto, «non sono venuta qui per invitarvi a prendervi cura del nostro futuro. Non lo avete fatto e non lo farete». Voleva solo ricordare a tutti che i cambiamenti climatici sono una realtà. Greta ha le idee molto chiare. E ugualmente lineari, semplici, piene di futuro, erano le idee dei ragazzi che hanno partecipato, a fine ottobre, alla conferenza «Prophetic Economy» organizzata in Italia da una serie di associazioni e movimenti. I giovanissimi erano sul palco insieme a climatologi e grandi economisti, come Jeffrey Sachs: non erano solo ascoltatori, ma partecipanti attivi, pieni di idee e di visione.
Tanto che Carlo Petrini, inventore di Slow food, nell’ultima giornata ha citato un vecchio proverbio – «Se i giovani sapessero e se gli anziani potessero!» – proponendo di rovesciarlo: «Se i giovani potessero e se gli anziani sapessero!». Come a dire: c’è una così chiara visione, nei giovani, di come possiamo salvare il Pianeta che se loro avessero i mezzi per farlo e se i grandi comprendessero, dando loro spazio, forse davvero potremmo invertire la rotta. Il Sinodo 2018 pare averlo compreso, quando nel documento finale afferma: «I giovani spronano la Chiesa a essere profetica in questo campo, con le parole ma soprattutto attraverso scelte che mostrino che un’economia amica della persona e dell’ambiente è possibile» (n.154). Per dare risposta al Sinodo le comunità cristiane potrebbero – o meglio, possono – iniziare da una verifica sui propri consumi, per evitare che acquistare a basso costo significhi sfruttamento del lavoro e della terra; ma anche sulle rendicontazioni e sulla trasparenza: quello che amministriamo non è nostro ma dei poveri, e va gestito con diligenza; così come sui propri investimenti: possiamo forse dormire sonni tranquilli se i nostri soldi sono investiti per finanziare chi produce e commercializza illegalmente armi o mine anti-uomo, o chi fa business nel settore dell’azzardo, o imprese e Stati che non rispettano l’ambiente? Avrebbe un’energia senza precedenti il messaggio evangelico se tutti iniziassimo a fare investimenti sostenibili e responsabili. Investimenti puliti. Alcune diocesi si sono inoltrate in questo cammino con coraggio, ma la strada è ancora lunga. «I sistemi si cambiano anche mostrando che è possibile un modo diverso di vivere la dimensione economica e finanziaria »: così si esprime il documento finale (n.154).
Quando in passato la Chiesa con i suoi carismi ha vissuto in modo profetico la dimensione economica tutta l’umanità ha fatto passi in avanti: l’umano è diventato più umano. Ne sono di esempio le prime forme di rendicontazione contabile, nate nelle abbazie benedettine dall’esigenza di dar conto a Dio della sua provvidenza; i monti di pietà francescani che inventarono la finanza come strumento di aiuto ai poveri; il primo contratto di lavoro per i giovani messo a punto da Don Bosco; l’economia di comunione immaginata da Chiara Lubich, e tanti altri. Molti giovani – cattolici e non – hanno una sensibilità su questi temi e li riconoscono fondamentali. Essi, giustamente, non ci ritengono credibili se in un convegno parliamo di povertà mentre le nostre strutture e abitudini dimostrano poca attenzione al rispetto dell’ambiente. Perché la rottura del rapporto col creato genera nuove povertà: «Tutto è connesso», ci insegna papa Francesco nella Laudato si’. Non è possibile accompagnare seriamente i giovani se non ci lasciamo scomodare da queste urgenze, di cui è intriso il loro futuro.
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La Chiesa che sogno

di Andrea Lebra in Settimana News

Ho avuto la fortuna, nel giugno 2014, di essere eletto membro del 21° sinodo diocesano della Chiesa che è in Novara. La partecipazione ai lavori del sinodo è stata, per me, un’esperienza arricchente sotto il profilo personale, umano, spirituale ed ecclesiale. Ormai al termine di questa esperienza ecclesiale fuori del comune, dopo aver letto con attenzione le 70 proposizioni approvate dall’assemblea sinodale il 12 marzo 2016, ho sintetizzato in dieci punti la risposta alla domanda “Come sogni la Chiesa di domani?” che dà il titolo alla lettera pastorale scritta dal mio vescovo Franco Giulio Brambilla nell’agosto del 2013.

Chiesa popolo di Dio. Mi piacerebbe che, quando si dice “Chiesa”, non si pensasse solo a papa, vescovi, presbiteri e diaconi (e istituzioni ecclesiastiche), ma, prima di tutto, all’intero popolo di Dio che, mediante la fede e il battesimo, partecipa, nella diversità di funzioni, della essenziale vocazione sacerdotale, profetica e regale del Signore Gesù per testimoniare e annunciare l’amore teneramente materno di Dio Padre per tutti gli esseri umani. Sogno una Chiesa che guarda ai laici, uomini e donne, non come a semplici destinatari di disposizioni provenienti dall’alto, ma come a persone alla sequela di Cristo che, grazie al sensus fidei, alimentano e vivificano la vita ecclesiale con pensiero critico, con fede salda, con speranza feconda, con carità operosa, con pratiche di vita e atti di culto: in sintesi, con la loro ricezione del senso vivo del Vangelo. Sogno un convinto e robusto avvio e consolidamento di un’adeguata formazione di nuove figure ministeriali laicali in grado di assumere responsabilità in ordine all’animazione delle comunità prive della presenza stabile del presbitero.

Chiesa che vive della parola di Dio. Mi piacerebbe una Chiesa nella quale i credenti, comunitariamente e individualmente, hanno largo accesso alla parola di Dio e in modo consapevole, esteso e condiviso sono impegnati ad animare, con le Scritture sacre, tutta l’azione pastorale delle comunità in cui sono inseriti. L’evangelizzazione richiede la familiarità con la parola di Dio e questo esige che ogni comunità offra l’opportunità di uno studio serio e perseverante della Bibbia, promuovendone la lettura orante e il continuo confronto in grado di orientare le scelte di vita dei cristiani in modo conforme al Vangelo. E sogno anche una Chiesa nella quale i “ministri della Parola” non improvvisano le omelie, ma le preparano adeguatamente tenendo conto delle persone che hanno di fronte e valorizzando, all’interno di idonee iniziative pastorali ad hoc, le risonanze che la lettura orante della Parola provoca nella coscienza dei credenti.

Chiesa dalla liturgia partecipata. Sogno una Chiesa nella quale la partecipazione dei credenti alla celebrazione, in primo luogo dell’eucaristia, è compresa non solo come “intimo contatto” dell’anima con il senso della celebrazione, ma anche come una partecipazione consapevole, attiva, fruttuosa, piena, esterna e interna, comunitaria, effettiva, ardente di fede salda, di speranza viva e di carità operosa, docile alla grazia divina per non riceverla invano. Soprattutto sogno una Chiesa nella quale alla partecipazione attiva e consapevole alle celebrazioni liturgiche segua un coerente e retto compimento, da parte dei cristiani, dei doveri nelle condizioni ordinarie di vita, testimoniando una fede che, alimentando la speranza attraverso la carità, abbia una reale incidenza nella vita delle persone e delle comunità. Mi piacerebbe anche una riforma del linguaggio liturgico più rispettoso dei generi, dal momento che oggi è profondamente sbilanciato al maschile.

Chiesa incarnata nella storia e amica dei poveri. Sogno una Chiesa nella quale i cristiani, compresi i pastori, non rimangono ai margini dell’impegno fattivo per la giustizia sociale e la promozione della dignità umana, ma sono consapevoli dei doveri inderogabili di solidarietà e di partecipazione alla costruzione di un mondo migliore. I cristiani, in cammino verso la città celeste, ricercano e gustano le “cose di lassù” (Col 3,1-2), senza diminuire, anzi aumentando, l’importanza del loro dovere di collaborare con tutti per la costruzione di un mondo più umano. Sogno una Chiesa che fa deliberatamente preferenza di persone, in quanto amica dei poveri e voce profetica che promuove e tutela la dignità dei deboli.

Chiesa cristocentrica. Mi piacerebbe una Chiesa che, invece di accontentarsi dell’apparente chiarezza di qualche sintesi catechistica di corto respiro o di privilegiare la trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere, si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e, allo stesso tempo, più necessario, su ciò che appassiona e attira di più, su ciò che fa ardere il cuore come a Cleopa e – mi piace pensare – alla sua compagna di viaggio, in un tramonto di sole sulle strade di Emmaus (Lc 24,13-35): cioè, il Signore Gesù Cristo e il suo Vangelo. Sogno un grande movimento nel quale laici (uomini e donne), religiosi e religiose, presbiteri e diaconi, operatrici e operatori pastorali, famiglie promuovono coralmente nelle nostre comunità la sola vera radicale conversione: quella a Gesù di Nazaret e al suo Vangelo, come via per condurre un’esistenza buona, bella e felice.

Chiesa sinodale. Sogno una Chiesa nella quale l’ascolto è non solo il momento iniziale di ogni azione pastorale ma anche la disposizione di fondo che ne regola la concretizzazione: essa preferisce i dialoghi ai discorsi. Sinodalità è un “camminare insieme” non solo di vescovi, ma di tutto il popolo di Dio. Nella Chiesa sinodale “ciò che riguarda tutti, da tutti è trattato”, nessuno si eleva al di sopra degli altri e chi esercita le funzioni di governo lo fa ricordandosi che il più grande è come il più piccolo e chi governa come colui che serve (Lc 22,16). L’immagine privilegiata è quella della piramide capovolta, il cui vertice si trova al di sotto della base. Sogno una Chiesa nella quale i pomposi titoli nobiliari e onorifici sono finalmente e radicalmente soppressi e sostituiti dalle categorie evangeliche della fraternità e della sororità.

Chiesa in uscita missionaria. Sogno una Chiesa che previene ed estirpa la malattia spirituale dell’autoreferenzialità. Non si chiude in se stessa: nella curia, nella parrocchia e nel gruppo di chi la pensa allo stesso modo o guarda narcisisticamente a se stesso. Si apre all’incontro con gli altri e si lascia raggiungere dalle altrui obiezioni. Prende l’iniziativa per andare incontro ai lontani, per invitare gli esclusi, per accorciare le distanze dai diffidenti, per intercettare ai crocicchi delle strade gli indifferenti, per proporre la bellezza e la gioia del Vangelo ai cosiddetti non credenti.Non aspetta che la gente venga, ma va a cercarla là dove vive per ascoltare e dialogare, benedire e incoraggiare, condividendone gioie e speranze, tristezze e angosce, perplessità e dubbi, interrogativi e aspirazioni.

Chiesa non clericale. Sogno una Chiesa che previene e contrasta con determinazione uno dei vizi più deleteri: il clericalismo. Si tratta di un male complice, perché ad una parte consistente di clero piace la tentazione di avere laici e laiche con una mentalità clericale (clericalismo attivo), da mantenere ai margini delle decisioni; ma tanti laici e tante laiche, in ginocchio, chiedono di rimanere in una posizione subalterna, perché è più comodo e meno responsabilizzante (clericalismo passivo). È anche il clericalismo, nella sua duplice accezione, che impedisce ai laici (uomini e donne, giovani e meno giovani) di avere coscienza delle loro responsabilità e che finisce con l’alimentare forme scialbe di cristianesimo. Sogno una Chiesa nella quale presbiteri e laici (uomini e donne) si sentono – e lo sono realmente – corresponsabili dell’edificazione della comunità, pur nella distinzione dei ruoli.

Chiesa di donne e uomini. Sogno una Chiesa segnata equamente e visibilmente dal maschile e dal femminile, entrambi creati ad immagine e somiglianza di Dio. Tra le molte e romantiche parole sulla donna e la sua reale condizione nella comunità ecclesiale vi è una distanza che richiede di essere drasticamente ridotta. Sogno, allora, una Chiesa nella quale il pensare, il progettare, il pianificare e il decidere è una questione di uomini e di donne; una Chiesa dove anche negli spazi alti ci si siede alla pari, donne e uomini mescolati, dall’eguale dignità e dall’armonica reciprocità ed interdipendenza, dove la differenza non è né negata né livellata ma valorizzata per far emergere l’umano in modo completo. E sogno anche una Chiesa capace di offrire ai credenti parole coraggiose e testimonianze significative per prevenire e contrastare, con la luce e la forza del Vangelo, ogni forma di reificazione della donna e di violenza nei suoi confronti.

Chiesa misericordiosa. Mi piacerebbe una Chiesa libera da arroganza e presunzione che mette al bando occhi duri e faziosi, lingue taglienti e impietose, voci senza fascino e senza sussulti, giudizi insindacabili fatti cadere come clave paralizzanti. Soprattutto sogno una Chiesa che, con un linguaggio semplice e comprensibile a tutti, fa emergere le ragioni della speranza là dove sono più percettibili i segni dello scoramento e della delusione, della fatica e della frustrazione, della tristezza e della rassegnazione.

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Vaticano I capi dei vescovi contro gli scandali: la verità dal vertice

La Repubblica

(Alberto Melloni)  Ci sono due appuntamenti nel 2019 che segneranno la storia del papato di Francesco e del  cattolicesimo romano del secolo XXI. Il primo appuntamento è la riunione dei presidenti delle  conferenze episcopali a fine febbraio, sulla pedofilia nel clero. Questa assemblea esprime una  sinodalità dal basso (tranne in Italia i presidenti delle conferenze episcopali sono eletti) e  un’autorevolezza unica. Necessaria per rompere un incantesimo.

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L’iniziativa #alpapadirei. Un «hashtag» per portare al Papa la voce dei giovani

Un «hashtag» per portare al Papa la voce dei giovani

Quattro linee incrociate per esprimere tutta la voglia di comunità: dietro al simbolo del ‘cancelletto’ – a tutti ormai noto con il nome di hashtag – si esprime il più antico desiderio dell’umanità, quello di «stare insieme ». Una ricerca atavica di relazione che ha trovato questo modo di esprimersi nell’era dei social network, in un mondo, cioè, in cui il primo brivido deriva in realtà dalla libertà di immergersi totalmente nel costante flusso di parole, immagini, suoni.

È bello sentirsi parte di questa enorme corrente vitale che ti fa capire di appartenere a qualcosa di «più grande» e che permette anche di «perdersi». Ma ognuno conserva dentro di sé l’istinto di cercare il gruppo, di condividere l’esperienza, di dare un nome comune alle cose. Usare un hashtag significa proprio questo: creare un linguaggio comune per ‘ritrovarsi’, creare ponti, dare vita a comunità. Il grande movimento che ha preso forma in seno alla Chiesa grazie alla preparazione alla prossima Assemblea del Sinodo dei vescovi dedicata ai giovani non poteva ignorare questo modo dei giovani di condividere e di ritrovarsi. Il Papa stesso ha più volte invitato le nuove generazioni a farsi sentire, a esprimere ciò che esse si portano dentro, a formulare proposte per il futuro, a indicare strade da percorrere, a dare voce alle critiche.

Un modo, secondo Francesco, per regalare alla Chiesa quella «primavera» di cui ha bisogno. E non si tratta di mettere in discussione quel patrimonio prezioso che è la dottrina, le verità di fede che hanno attraversato secoli di storia. Questa attenzione rappresenta, invece, la voglia di offrire l’antico tesoro a chi vive sulle frontiere del futuro. È da questa tensione che nasce l’iniziativa di Avvenire che ha lanciato in Rete l’hashtag #alpapadirei. In questo modo il quotidiano dei cattolici, da sempre spazio comune per tutti i credenti, agorà vivace di un mondo variegato, si mette alla ricerca sul Web, soprattutto in mezzo ai giovani, di quella comunità costruita attorno alla voglia di continuare ad alimentare la civiltà dell’amore.

Una comunità che sui social esiste già, perché è costituita dai tanti ragazzi alla ricerca di un senso, desiderosi di incontrare la verità ma anche di dire la loro al Papa. L’hahstag #alpapadirei è solo l’occasione per darle un volto, per darle voce, per darle forza. Una comunità che Avvenire affida al Papa, alla sua capacità di essere pastore anche «fuori dagli schemi» e di estrarre dal suo tesoro «cose nuove e cose antiche», consapevole che la comunità più importante è quella che si riconosce attorno al Risorto.

MANDA UN MESSAGGIO A PAPA FRANCESCO

da avvenire

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Chiesa e comunicazione: la pastorale 3.0

E’ stato Pier Cesare Rivoltella, docente di tecnologie dell’istruzione e dell’apprendimento all’Università Cattolica, a tenere la relazione sul tema centrale dell’Assemblea dei vescovi: Quale presenza ecclesiale nell’attuale contesto comunicativo. Un percorso che è partito dalla storia, dalla centralità della comunicazione per la vita della comunità ecclesiale per arrivare a chiedersi come l’attuale contesto interroghi la dimensione comunicativa e missionaria della Chiesa.

radioinblu.it

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Lunedì presentazione dell’Esortazione apostolica “Gaudete et Exsultate”

Greg Burke, direttore della Sala Stampa della Santa Sede

Lunedì prossimo, 9 aprile alle ore 12.15, nella Sala Stampa della Santa Sede si terrà la Conferenza Stampa di presentazione dell’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Gaudete et Exsultate”, sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo. Interverranno mons. Angelo De Donatis, vicario generale del Papa per la Diocesi di Roma; Gianni Valente, giornalista e Paola Bignardi, dell’Azione Cattolica.

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