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Cervino la leggenda dell’ultimo scoglio

«Come ipnotizzato stendo le braccia alla Croce finché sento stretto al mio petto il suo corpo metallico. Allora mi si piegano le ginocchia e piango». Sono le 15,15 del 22 febbraio 1965, quando Walter Bonatti mette piede sulla vetta del Cervino (4.478 metri) dopo quattro giorni di scalata solitaria a 30 gradi sotto zero nel cuore della parete nord.

A soli 35 anni ha deciso di abbandonare l’alpinismo estremo e, per la sua uscita di scena, ha scelto lo «scoglio più nobile d’Europa», come aveva ribattezzato la Gran Becca il pittore inglese John Ruskin (1819-1900), affascinato dalla sua perfetta forma piramidale. Anche l’ultimo atto di una carriera breve (appena 16 anni) ma intensissima, doveva comunque lasciare il segno e così, in un colpo solo, Bonatti decide di realizzare un triplo record: prima solitaria sulla parete nord, nella stagione più dura (l’inverno) e per una via nuova. Una tripla, leggendaria impresa ancora oggi, a distanza di mezzo secolo, nella top ten delle più difficili e affascinanti ascensioni sulle Alpi, con pochissime ripetizioni.

Un’impresa che l’alpinista bergamasco (scomparso a Roma nel 2011, a 81 anni), mai avrebbe immaginato di compiere da solo. «L’idea non mi sfiorava nemmeno», scriverà in un reportage pubblicato da Epoca il 7 marzo 1965, consapevole delle difficoltà cui andava incontro. Come compagni di cordata, Bonatti aveva scelto gli amici Gigi Panei e Alberto Tassotti.

I tre attaccano il 10 febbraio e, dopo tre giorni «di lotta», sono investiti dalla bufera che li inchioda per ventiquattr’ore in parete obbligandoli alla ritirata. Si calano per 400 metri nel vuoto e, una volta ritornati a valle, i due compagni decidono di desistere lasciando Walter «disperato e solo» a Zermatt. Intanto, lo raggiunge la voce che un’altra cordata si starebbe preparando per affrontare la parete nord lungo lo stesso itinerario. «Potevo accettare un simile furto? No, a costo di partire solo». Detto fatto. La mattina del 18 febbraio è di nuovo in marcia per la montagna e, per non perdere altro tempo, decide di bivaccare alla base dell’enorme parete nord, una lavagna di roccia e ghiaccio alta più di un chilometro.

«All’alba il freddo si fece insopportabile – racconta l’alpinista nell’articolo per Epoca –. Sfilandomi dal sacco mi sentii intorpidito. Quando provai a muovere i primi passi restai per alcuni istanti indeciso se andare verso l’alto o scendere verso Zermatt. Presi la via della parete, ma ci volle coraggio. Raramente mi era capitata una cosa simile».

Adesso il dado è tratto e la ritirata non è più un’opzione. La lotta con l’alpe è cominciata e terminerà soltanto in vetta. Trascinandosi dietro il sacco da 30 chili con il materiale e i viveri, Bonatti avanza con determinazione seguito dalla valle dall’amico De Biasi con cui, ogni sera alle 19,30, si scambia segnali luminosi. Il gigante però non si arrende tanto facilmente e vuole mettere a dura prova la tenacia del piccolo uomo. Per tutta la terza notte pietre e valanghe sibilano a pochi metri dal precario bivacco sospeso nel vuoto.

«Invoco Dio di farmi uscire di qui», è la preghiera dell’alpinista che, per alleggerire l’enorme zaino e procedere più rapidamente, si libera di una parte dei viveri e continua a salire. «Quando mi trovo soltanto a cinquanta metri dalla vetta, improvvisa, splendente mi appare la Croce. Pare incandescente per il sole che la illumina da sud. La luce che sembra emanare mi abbaglia. Penso alle aureole dei santi». Adesso la fatica è davvero finita, la parete è stata domata. Ora Bonatti può dare libero sfogo alle emozioni.

A distanza di cinquant’anni da quei “giorni grandi”, gli ideali e la passione che spinsero Bonatti a compiere l’impresa sulla nord sono diventati riferimento per una nuova generazione di alpinisti-esploratori che ancora cercano l’avventura sulle montagne. E spesso riescono a trovarla, come è successo a Herve Barmasse, esponente di una storica famiglia di guide del Cervino da quattro generazioni, caso unico dell’intero arco alpino. Sulla Gran Becca, Barmasse detiene il record di prime assolute, tra cui 3 vie nuove, oltre a invernali e prime solitarie.

«Per me il Cervino è un po’ come un parente – racconta l’alpinista valdostano – essendo cresciuto ai suoi piedi e avendone sempre sentito parlare in casa. È veramente una montagna speciale, che ti parla e ti entra nel cuore. Per fortuna non è stata conquistata dall’alpinismo di massa e riesce quindi a regalare ancora spazi incontaminati ed emozioni uniche».

Le stesse provate cinquant’anni fa da Bonatti, che qui decise di chiudere una sfolgorante carriera. «Così facendo – sottolinea Barmasse – Bonatti impresse alla sua impresa un valore quasi pari a quello della prima conquista, avvenuta cent’anni prima. Con Bonatti, il Cervino è diventato “la” montagna per definizione. E lo è tuttora».

avvenire.it