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La morte di Cassius Clay, campione e leggenda dello sport

Si è spento a Phoenix Cassius Clay–Muhammad Alì, leggenda del pugilato. 74 anni, era affetto dal morbo di Parkinson. Fu un grande sportivo e incise profondamente sulla società americana. Rifiutò di andare a combattere in Vietnam, rinunciando al titolo mondiale e affrontando il carcere. Il 4 giugno del 1982 incontrò in Vaticano Giovanni Paolo II. Tremante per la malattia, accese la fiaccola olimpica alle Olimpiadi di Atlanta nel 1996. Massimiliano Menichetti ne ha parlato con il giornalista sportivo Italo Cucci da Radio Vaticana

R. – Per una persona che ama lo sport è stato praticamente il compagno di una vita; dalle Olimpiadi del 1960 a ieri e con un’intensità di atleta e di uomo tutta particolare. Il personaggio con le sue prese di posizione in ambito politico, direi storico, è finito per essere quasi più importante dello sportivo, perché in fondo, tra i pugili, era semplicemente il più grande in assoluto che fosse mai apparso sulla scena.

D. – Il suo rifiuto di imbracciare le ami per la guerra in Vietnam gli costò in sostanza il titolo che poi riconquistò …

R. – Rappresentava quelli che erano i tormenti della giovinezza di quegli anni. Tanti ragazzi dicevano, anche cantando, quale fosse il loro atteggiamento nei confronti della guerra. Resta dunque un personaggio indimenticabile non solo per i ko spettacolari, per la sua lingua lunga che colpiva moltissimo la fantasia degli spettatori; resta nella storia del mondo contemporaneo per essere stato anche un combattente della pace, questa forse è la cosa più importante che, a suo tempo, gli procurò solamente guai e che oggi gli lascia un ricordo perpetuo.

D. – Due nomi, quasi due vite, un simbolo della pace e un riferimento assoluto per il mondo dello sport …

R. – Diciamo che c’è questa singolare frattura dei due personaggi: finisce Cassius Clay e comincia Muhammad Alì, questo fa epoca come atteggiamento a volte frainteso da tanti. Poi abbiamo visto che anche nella sua attività religiosa, chiamiamola politica religiosa di musulmano, è rimasto un moderato. Una persona che soprattutto chiedeva che ci fosse pace. Nessun altro nello sport ha raggiunto con tanto sacrificio le vette di Muhammad Alì; tanti bravissimi, tanti campioni, ma lui è riuscito ad esserlo in un ambito allargato, totale, globale. Ed è per questo – credo – che tutti abbiamo seguito con passione gli ultimi minuti della sua vita appena ci è giunta la notizia che forse era arrivato alla fine.

D. – Qual è il suo ricordo personale? Che cosa la lega a Cassius Clay?

R. – Un ricordo personale è legato ad un momento incredibile: la sconfitta con Frazier, perché sembrò crollare il mondo. Non era possibile che potesse perdere con quel giovanotto che pochi giorni dopo ho ricevuto nella redazione di Stadio a Bologna, il quale diceva commosso che non sapeva come fosse successo che il grande Muhammad Alì fosse caduto ai suoi piedi. È stata quella l’unica sconfitta che ricordo e l’unico momento particolare di un uomo che era abituato a vincere sul ring, sulle scene, nella vita quotidiana, con una battuta, un sorriso, un atteggiamento magari guascone che poi era tutto legato a quei suoi “tre round e poi la storia è finita”, che esibiva come marchio di fabbrica.

D. – Possiamo dire che Cassius Clay-Muhammad Alì sia un grane campione, non solo che lo sia stato?

R. – Sì, per il bene che il mondo gli sta dimostrando. Ho visto le rassegne stampa di mezzo mondo. C’è una passione incredibile! Non credevo ci fosse tanta memoria nei confronti di questo atleta, i cui ultimi anni con una decadenza fisica visibile, poteva forse esser uscito del tutto di scena. Invece no. E’ anche un momento affettuoso quello che gli hanno dedicato in tutto il mondo quando si è appreso della sua morte. Diverso da quello che è stato nella vita: diciamo che in vita ha esibito la gloria sconfinata del suo essere, dei suoi atteggiamenti; negli ultimi minuti è diventato, forse, un vecchio fratello di tutti: tutti piangono un vecchio fratello che se ne è andato.