L’amore sconfinato di Dio nel NT

Fonte: Settimana news

Il libro rispecchia perfettamente la preparazione culturale e lo stile metodologico dell’autore, professore emerito di Nuovo Testamento alla Pontificia Università Lateranense. Da profondo conoscitore della letteratura greco-romana egli si tuffa con sicurezza nel mare magnum del tema dell’amore, con la sua vasta polisemia, indagandolo dapprima nell’antichità greca e latina (pp. 15-32).

Il lessico greco dell’amore comprende i termini erōs, philia e agapē.

Lo scandaglio che pesca nella poesia, nella filosofia e nella sua dimensione sociale rivela che l’erōs è un nobile sentimento, ma che parte dalla mancanza per trovare qualcosa che la colmi. Esso non è esente dall’istinto del dominio e del possesso. Anche Benedetto XVI ne ha esaltato l’aspetto positivo di ricerca e di anelito ma, nel complesso, il sostantivo e il verbo sono completamente ignorati nel NT.

Philia esprime l’amore di amicizia, nobile sentimento che, nella letteratura, raggiungerà espressioni di profondo spessore.

Agapē invece ha uno scarso impiego letterario e un significato estenuato di “stimare, avere affetto, prediligere”.

Nell’Antico Testamento e nel giudaismo (pp. 33-60) ci si confronta con un monoteismo dai contorni forti, al limite della rigidità. Il lessico dell’amore svaria su vari termini e poggia sul fondamento sicuro del fatto che Dio ama il suo popolo.

Questo fatto, davvero nuovo, è espresso con il concetto di “alleanza”. Dagli aspetti concreti e fattuali contenuti nei contratti di alleanza dell’ambiente politico-militare esso giunge fino a connotare le tenere espressioni di amore nuziale.

L’amore per Dio è presente, così pure il problematico amore per il prossimo, inteso tuttavia per lo più in senso ristretto con il proprio correligionario e membro dello stesso clan o tribù.

Non mancano pochissimi accenni all’amore verso il “nemico”, da aiutare in caso di bisogno (vedi l’asino che cade o l’animale che si perde: vanno aiutati e riportati al proprietario).

Si giunge così ad analizzare la novità cristiana dell’amore agapico (pp. 61-190).

Con l’avvento di Gesù si assiste a una vera e propria conversione semantica del verbo agapaō e del corrispettivo sostantivo deverbale agapē. I termini vengono a esprimere l’amore sorgivo, gratuito e indiscriminato di Dio Padre, in Cristo Gesù, connotato dallo Spirito Santo, nei confronti degli uomini. Una «scaturigine verticale [che] ricade verso il basso e si allarga a dismisura in direzione orizzontale», afferma Penna.

L’amore preveniente di Dio Padre si rivela storicamente in Gesù Cristo. La sua vita è segnata “scandalosamente” dall’amore per gli ammalati, i pastori e gli impuri (pp. 64-78).

Lo specifico paradosso della vita e dell’insegnamento di Gesù (pp. 79-92) si rivela essere l’amore “eccessivo”, “straordinario”: quello per i nemici. Un tratto continuato perfettamente dal grande apostolo Paolo.

Il paragrafo più impegnativo del libro, ma davvero esaltante, è quello riguardante l’essenza del mistero pasquale (pp. 93-115), in cui si rivela concretamente l’amore di Dio in Cristo per gli uomini.

La più antica professione di fede afferma che «Cristo è morto per i nostri peccati». Penna analizza il sintagma “morire per” nella cultura greco-romana. Si contemplava e si lodava il fatto che si potesse morire per una realtà positiva (la patria, l’onore ecc.). Ora, i peccati non lo sono. Bisogna quindi intendere che Gesù Cristo muore per allontanare gli uomini da una realtà negativa. L’espressione di 1Cor 15,3 si pone in definitiva sul crinale che fa convergere mondo greco e mondo ebraico, traendone una realtà nuova.

Dio ha dimostrato il suo amore per gli uomini in Cristo Gesù, proprio mentre non erano amabili, ma deboli moralmente, empi, nemici e peccatori (Rm 5,1-11). L’amore di Dio e di Cristo coincidono. Questo viene espresso in Rm 5,1-11 e in Rm 8.

Va da sé che dalla fede fluisce l’amore come impegno, cioè la morale cristiana (pp. 116-133). L’amore diventa il criterio dell’etica dei discepoli di Gesù, e connota la loro libertà come libertà-da (passioni e vizi schiavizzanti) e libertà-per (l’impegno la donazione, ecc.).

Esaminando l’aspetto ecclesiale dell’amore (pp. 134-151), Penna rinviene nel concetto “edile” di “edificare/edificazione/oikodomein/oikodomē” impiegato da Paolo il centro attorno a cui si coagula il criterio risolutivo delle varie problematiche ecclesiali che si rinvengono nelle lettere paoline, esaminate nel loro dispiegarsi cronologico.

L’autore si concentra infine a lungo su due testi specifici.

L’amore sponsale è visto come «un mistero grande» in Ef 5,21-33 (pp. 152-170), un testo in cui il verbo agapaō ricorre ben sei volte. Penna scorge un duplice livello del “mistero”. Vi intravede un’interconnessione tra l’amore perveniente di Cristo verso la Chiesa e il suo riverbero (ma anche la sua simbologia originante per esprimere questo) nel rapporto sponsale fra uomo e donna. Se, all’inizio, si sottolinea il primo aspetto, nei versetti finali si vira a sottolineare l’altro, che lo simboleggia “misteriosamente”. Valore creazionale e valore “sacramentale” (meglio, “misterico”, da mistērion) si intrecciano.

Buoni gli spunti della letteratura greco-romana presenti nei contratti matrimoniali. Si parla di “vita comune/symbiōsis”, rispetto, cura del marito verso la moglie, ma non di “amore”. Come esempio lampante per tutti, si veda il contratto di matrimonio del 14 aprile del 13 a.C. (B.G.U. IV, 1052 = SP, I, 3) citato da Penna a p. 157 nota 208 e riportato per esteso nel suo L’ambiente storico culturale delle origini cristiane, EDB, Bologna 6ª ed. 2012, 109. Apollonio si impegna a «fornire a Thermione tutte le cose necessarie e i vestiti, […] a non maltrattarla, a non cacciarla via, a non insultarla e a non introdurre un’altra donna, oppure egli perderà subito la dote…». La donna si impegna a fare altrettanto. Non si parla di amore qui, né di erōs né di agapē! «L’uno e l’altro sesso reca lo stesso contributo alla vita comune – riconosce il per altro grandissimo filosofo stoico Seneca –, ma l’uno è nato per obbedire (ad obsequendum), l’altro per comandare (altera ad imperium)» (La costanza del saggio, 1,1).

A una lettura non tanto razionale ma cristiana e credente, l’encomio dell’amore (1Cor 13, pp. 166-190) si rivela essere la descrizione dell’amore come valore assoluto, in cui il soggetto delle azioni è sia Dio in Cristo Gesù, tramite lo Spirito, nei confronti dell’uomo, sia la persona credente e battezzata che è posseduta pienamente dall’amore sorgivo e onnipervasivo di Dio.

Nel contesto letterario di 1Cor 8–14 (soprattutto cc. 12–14) l’amore si rivela il criterio valutativo dei carismi, la via “più eccellente” che rimane per sempre, anche oltre la fede e la speranza. Dell’amore si canta l’assoluta necessità, l’intrinseca bellezza e dignità, l’intramontabile durevolezza. Chi ha l’amore e lo vive, è; chi non lo ha e non lo vive rimane nella morte e non giunge al vero essere. Se Cartesio affermava cogito ergo sum, il cristiano può dire “amo ergo sum/amo, quindi esisto”, o meglio, “amor ergo sum/sono amato, quindi esisto”, oppure meglio ancora – essendo l’amore un valore relazionale – “amor/amamur ergo sumus/sono amato/siamo amati, quindi esistiamo”.

Per i cristiani il fondamento ultimo dell’amore è Dio. Il credente è colui che vive sola charitate, ma in ogni caso la integra con la fede. Non si dà fede senza amore («la fede che si rende operosa nell’amore», Gal 5,6) né l’amore senza fede («Noi abbiamo creduto all’amore che Dio ha per noi», 1Gv 4,16).

L’amore si dimostra sul piano del vissuto quotidiano, specialmente come amore per Dio (poco sottolineato nel NT), nell’amore per gli altri, e nell’amore all’interno della comunità ecclesiale e tendenzialmente verso tutti gli uomini.

In sintesi, si può affermare che «la qualifica di Dio come amore e insieme fonte di amore rappresenta “nientemeno che una rivoluzione nella storia delle religioni”» (p. 192, con citazione di C. Spicq, Agapé, 119).

Chiudono il bel volume l’ampia bibliografia consultata e citata (pp. 197-210), l’indice dei nomi (pp. 211-214) e l’indice delle citazioni bibliche (pp. 215-227) ed extrabibliche (pp. 227-235).

Pochissimi i refusi. Ricordo solo: a p. 44 r 3 invertire le due parole ebraiche; nella nota 25 r -2 leggasi “e la teologia”; a p. 46 nota 39 penultima e ultima riga, invertire le due parole ebraiche; a p. 54 nota 58 r 1 leggasi “Adamo rimprovera Eva”; a p. 86 r 13 staccare l’articolo greco dal sostantivo che segue; a p. 90 r 19 leggasi (2Cor 13,4); a p. 151 r -4 e a p. 152 r 3 si aggiunga l’accento al sostantivo agapē.

Romano Penna, Amore sconfinato. Il Nuovo Testamento sul suo sfondo greco ed ebraico, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2019, pp. 240, € 22,00.

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Riscoperte. Quando gli scrittori si ispirano alla Bibbia

Il “Codex Argenteus”, manoscritto del Nuovo Testamento in lingua gotica realizzato su pergamena color porpora e scritto con caratteri in argento e oro

Il “Codex Argenteus”, manoscritto del Nuovo Testamento in lingua gotica realizzato su pergamena color porpora e scritto con caratteri in argento e oro

Con la preziosa presentazione di Piero Boitani “Vita e Pensiero” riedita un capolavoro della critica letteraria, Il grande codice. Bibbia e letteratura, del critico canadese Northorp Frye. Il felice dubbio che sorge spontaneo dopo la “rilettura” di questo importante testo del 1981 è che non si tratti di semplice “critica letteraria”. La critica moderna della Bibbia, iniziata da Spinoza, con la sua “riduzione” a mera testualità, nella quale solo il gioco interpretativo dei significati giustifica la persistenza di quella che un altro grande critico letterario, Harold Bloom, non da solo, chiamava l’influenza e il conseguente obbligo da parte dello scrittore a disinterpretare il testo di riferimento del suo lavoro, ci ha disabituati a qualsiasi altra forma di sintesi. In altri termini: i fedeli credono a ciò che scrive la Bibbia; gli altri la interpretano; gli scrittori la usano come riserva infinita di metafore, narrazioni, linguaggi, figure, forme retoriche ecc. Unisce queste diverse categorie di “utenti biblici” il collante, dicono in via di estinzione, di una cultura sempre meno condivisa, destinata ad esplodere e disarticolare il corpus tradizionale della trasmissione testuale, sciogliendo il testo originario dai suoi vincoli con la tradizione e, soprattutto, relegando a insignificanza il contenuto “rivelativo” della Bibbia. È ciò che ha fatto la decostruzione di Jacques Derrida. È ciò che fanno coloro che dell’immenso edificio biblico estrapolano la dimensione letterale allontanandola da quella letteraria. Sembra una variante sul filo del gioco, ma non è così. In fondo, l’esasperato letteralismo di cui si nutre certa discussione teologica (un esempio per tutti è l’antigiudaismo nei testi della Bibbia cristiana) potrebbe essere ampiamente corretto ed evitato se si tenessero presenti le indicazioni di Frye sulla tipologia, vale a dire sul riconoscimento incessante nel Nuovo Testamento della relazione che la vita, la predicazione e la morte di Gesù hanno con la Bibbia ebraica. Non dice nulla a costoro il versetto «affinché si compisse la Scrittura »? Esasperato letteralismo, perché sia che lo si accolga sia che lo si respinga, entrambi i gesti presuppongono che la Bibbia parli un linguaggio che non chiede spiegazioni e interpretazioni. Di qui gli studi sul linguaggio sessista della Bibbia; o quelli sull’origine dello sfruttamento della natura e il conseguente incentivo all’inquinamento ecc. Non c’è praticamente aspetto della discussione culturale odierna che non abbia di mira il riverbero che la Bibbia getta sulla realtà che si deve valutare e discutere. Se questa è la situazione, la riedizione del Grande codice fornisce, nuovamente e opportunamente, dopo l’edizione einaudiana del 1986, motivi di grande riflessione. Esponente della Chiesa Unita canadese, morto nel 1991, Frye ha con- dotto in tutta la sua vita di studioso una ricerca indirizzata a fornire alla critica non solo gli strumenti tecnici per il suo corretto esercizio, ma, soprattutto, le sue motivazioni profonde che risiedono nello sforzo di indicare nell’espressione letteraria uno degli strumenti utilizzati dall’uomo per fronteggiare la dimensione enigmatica e, per certi versi, terribile di ciò che lo circonda. Per l’autore di Anatomia della critica e, tra altri importanti interventi, di quel controcanto discreto ma non meno efficace ai Miti d’oggi (1957) di Roland Barthes, che è Cultura e miti del nostro tempo (1967), vale forse la correzione che si potrebbe fare al titolo di un volume della rivista “In forma di parole” del compianto Gianni Scalia, dedicato alla critica testuale americana nel lontano 1985: «per una critica antagonistica ». Che non è quella, per altro inesistente e futile, dei centri sociali, bensì quella “agonistica” della lotta che l’uomo conduce ogni giorno con l’Angelo per l’affermarsi del senso e del significato della sua vita. Ma anche questa, e basterebbe l’amato William Blake che dice «l’Antico e il Nuovo Testamento sono il Grande Codice dell’arte» a ricordarcelo, trova radice nella Bibbia. Le tragedie della Storia, i conflitti, l’inaccettabile erompere della violenza tra le fedi monoteiste, traggono alimento non dalla vicinanza al testo biblico ma, al contrario, dall’allontanarsi dell’uomo dalla sua ricchissima e infinita tessitura letteraria.

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Il dibattito. Isacco disabile mentale? Lo strano caso del secondo patriarca

“Il sacrificio di Isacco” di Caravaggio (1571-1610)avvenire

E se Isacco fosse stato un “neurodiverso”, un uomo con problemi mentali, un figlio autistico di un padre anziano? Nelle pagine della Bibbia si incontrano numerosi disabili fisici: ciechi, paralitici, epilettici, sordi. Ma non emerge la disabilità psichica. «Forse perché occorre scavare più a fondo. Non è possibile che la Scrittura faccia finta che non esistano i nevrotici, i Down, i ritardati mentali», spiega don Gianni Marmorini. Parroco a Papiano, piccolo abitato in provincia di Arezzo ma nella diocesi di Fiesole, già impegnato nella Fraternità di Romena, è un cultore della Parola. E il suo articolato percorso di studi fra il Pontificio Istituto Biblico e la Pontificia Università Gregoriana di Roma lo ha portato a scrivere – in cinque anni – e a pubblicare di recente un volume che sta suscitando un interessante dibattito: Isacco. Il figlio imperfetto (Claudiana, pagine 221; euro 19,50). «Un inno al limite», lo ha definito nella presentazione don Massimo Grilli, docente di teologia biblica alla Gregoriana. E l’ipotesi di Marmorini è stata ampiamente citata da padre Giulio Michelini, il frate minore francescano professore di Sacra Scrittura all’Istituto Teologico di Assisi che nel 2017 è stato chiamato da papa Francesco a predicare gli esercizi spirituali di Quaresima alla Curia Romana.

L’idea che il secondo patriarca d’Israele avesse un “deficit” non è nuova di per sé. Ma non si tratta semplicemente della cecità senile di cui molto si è detto, ma di una disabilità ben diversa, psichica, magari frutto di cause genetiche. È l’interpretazione che Haim Baharier, studioso francese di ermeneutica nato da genitori ebrei d’origine polacca, ha fatto sua e che sta divulgando in Italia, sostenuta anche da altri rabbini sia ortodossi (come Harold Kushner) sia riformati. «Isacco è il “figlio della promessa”: una promessa che ha cambiato la storia dell’umanità – avverte Marmorini –. Eppure la sua figura risulta indefinibile, inconsistente. Nasce e cresce; si sposa, genera figli e muore; non delude e non inorgoglisce nessuno. Passa quasi senza essere visto. Niente nella sua vita lascia immaginare che farà scaturire una discendenza numerosa come le stelle del cielo. È un fragile. E lo si comprende fin da quando viene alla luce. Sorprende ad esempio il silenzio del centenario Abramo al momento della nascita di un figlio tanto atteso e desiderato. Abramo non proferisce parola, mentre la madre Sara si affida a frasi ironiche. Lo stesso nome Isacco, che significa “colui che ride”, rimanda in ebraico a un sorriso amaro: infatti il verbo yitzchak, ridere appunto, non ha un’accezione positiva nella Bibbia».

Gran parte del lavoro del sacerdote toscano si basa sul testo ebraico con un’esegesi che ritocca in più punti la traduzione italiana. Attraverso l’analisi narrativa Marmorini imbastisce una sorta di processo indiziario raccogliendo fra le pieghe della Scrittura una serie di elementi che, a suo dire, potrebbero far ritenere Isacco un “imperfetto”. «Un uomo talmente debole – osserva l’autore – che sarebbe assurdo non pensare a una persona con tante difficoltà se non addirittura, come in parte ha già fatto il Midrash, a un individuo segnato da qualche forma di menomazione mentale». I capitoli sono quelli della Genesi che vanno dal 21 al 35. «Isacco nasce da genitori ormai in là con gli anni. Per di più Abramo e Sara sono fratello e sorella da parte del padre», riflette Marmorini. E questi possono essere considerati i primi segnali di un possibile handicap. «Oltremodo emblematico è il capitolo 24, detto del matrimonio. Isacco che ha almeno 37 anni non si occupa delle nozze. Ela scena del fidanzamento al pozzo vede l’assenza del futuro sposo. Al suo posto c’è il servo di Abramo che dialoga con Rebecca. Altrettanto significativo l’incontro fra i due nubendi: mentre l’attenzione di Isacco si fissa sui cammelli, pur essendo Rebecca una donna bellissima, lo sguardo della futura moglie coglie subito il volto di colui che dovrà sposare e, racconta il testo ebraico, Rebecca vedendolo “cade rovinosamente” dal cammello. Uno stile sarcastico per descrivere Isacco. Poi, una volta entrati insieme nella tenda, tenda e giaciglio che furono di Sara, la Scrittura evidenzia che Isacco trova “conforto dopo la morte della madre”. Come interpretare il susseguirsi di questi avvenimenti? Forse Abramo, dopo la morte della moglie, si preoccupa che un’altra “madre” si prenda cura del figlio difficile».

Quindi ecco il confronto impietoso con il fratello “perfetto” Ismaele o il facile raggiro di Rebecca e Giacobbe per carpirgli la benedizione. «Tutte circostanze che testimoniano come il secondo patriarca sia uno “scarto”, qualcuno che non è all’altezza della vita così complessa anche in quelle epoche lontane o comunque con evidenti difficoltà relazionali e non solo», suggerisce il sacerdote. Certo, Isacco ha due figli: Esaù e Giacobbe. «È vero che i disturbi mentali sono spesso associati all’infertilità – replica lo studioso –; però può esistere un livello di queste sindromi, denominato minus, che consente di procreare». Ma quale patologia avrebbe “colui che ride”? «Impossibile identificarla con certezza. Tuttavia questa imperfezione invita chiunque a identificarsi con Isacco. Infatti lui è lo specchio di chi fa ogni giorno l’esperienza del proprio limite, della propria fragilità, di chi si sente invisibile agli occhi del mondo».

“Il sacrificio di Isacco” di Andrea del Sarto (1486-1530)

“Il sacrificio di Isacco” di Andrea del Sarto (1486-1530)

Nell’impianto di Marmorini viene rivisto anche il noto episodio del sacrificio (mancato) di Isacco da parte del padre Abramo. «In ebraico esiste una particolare costruzione sintattico-grammaticale che evoca un fatto già avvenuto, una notizia che il narratore si premura di dare al lettore che altrimenti potrebbe non comprendere quello che sta accadendo. E nel racconto in questione la troviamo. Così la frase iniziale “Dio mise alla prova Abramo” può essere tradotta anche con “poiché Dio aveva messo alla prova Abramo”. Qual era la prova a cui il Signore lo aveva già sottoposto? Quella di farsi carico di un figlio ritardato. Nella lettura tradizionale il padre che, per volere di Dio, alza la mano contro il figlio rappresenta una dimostrazione di fede. Secondo questa diversa interpretazione, la fede si esprime nel prendersi cura di chi non sembra essere perfetto e nel credere che attraverso uomini deboli la benedizione dell’Altissimo arriverà a tutti i popoli della terra. Allora l’episodio del sacrificio perde i connotati di paura e terrore e diventa icona di chi si confronta con il limite umano, di una fede che si manifesta nella responsabilità di amare l’“ultimo”. Pertanto Isacco non è più il personaggio senza volto, ma una speranza del mondo».

Il sacerdote ha coinvolto nella sua indagine la comunità parrocchiale, i gruppi che guida, gli amici. «E ho presentato questa versione anche ad alcune famiglie con disabili mentali. Quando leggevo loro gli appunti, ho visto i genitori piangere perché si sentivano capiti nel profondo». Accanto a una pastorale della disabilità, c’è bisogno di una teologia della disabilità? «Se, come annota san Paolo nella prima Lettera ai Corinzi, “Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti” – conclude Marmorini –, un patriarca toccato da disordini psichici è perfettamente coerente e si inserisce a pieno nel testo biblico. Ritenere Isacco un disabile dice l’alterità assoluta di Dio in modo certo e radicale, più di qualsiasi altra attestazione. E la Bibbia diventa davvero un “libro altro” che presenta fra i suoi campioni un autistico o un Down. In quale altro ambito o religione un disabile mentale viene ricordato nella storia? E l’handicap, questa alterazione della natura, nella misura in cui viene accettato e vissuto con amore, rende l’uomo più umano e gli rivela la possibilità di andare oltre la natura stessa e di legarsi per sempre all’eterno».

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Introduzione all’AT

Introduzione all’AT

Dopo essere stata pubblicata in prima edizione in “Frecce” nel 2008 (5 ristampe), vede ora una nuova edizione per i tipi Carocci-Aulamagna una pregevole introduzione storico-letteraria all’Antico Testamento. Coordinati da Paolo Merlo, docente alla Lateranense e invitato al PIB, vari studiosi analizzano, a livello storico-letterario, i vari blocchi compositivi dell’AT.

B. Ognibeni (Istituto Giovanni Paoli II-Roma) offre una panoramica generale sulla Bibbia ebraica e Antico Testamento cristiano (pp. 19-34), mentre P. Merlo tratta il testo dell’AT ebraico, studiandone le origini e i suoi testimoni: testimoni diretti (Testamento Masoretico-TM; Pentateuco samaritano; Rotoli del Mar Morto), indiretti (Versione greca dei LXX, Versioni aramaiche o Targumim; Versione siriaca Peshitta; le traduzioni latine e la Vulgata) (pp. 35-48).

Nel contributo successivo, lo stesso Merlo delinea la storia di Israele e di Giuda, dall’inizio (fissata nella situazione della Siria-Palestina nel Tardo bronzo (ca. 1550-1190 a.C.) alla sua conclusione con la distruzione del tempio nel 70 d.C. (pp. 49-68). L’autore traccia quindi in un contributo successivo (pp. 69-82) l’identikit della religione di Israele e di Giuda fino all’esilio babilonese: YHWH e le altre divinità; il culto; Dio e l’uomo in dialogo (La profezia; la divinazione; la magia), l’antropologia religiosa.

La religione di Giuda dall’età persiana alla distruzione del Secondo Tempio è invece studiata da C. Marton, docente a Torino (pp. 83-98): Persia ed editto di Ciro, politica religiosa dei sadociti, le riforme di Esdra e Neemia, periodo ellenistico-romano, con l’apocalittica enochica, esseni, sadducei e farisei.

Passando all’esame dei vari blocchi letterario-teologici dell’AT, F. Giuntoli (Urbaniana e PIB) presenta il Pentateuco con i suo innumerevoli problemi di composizione e di datazione: storia della critica e linee teologiche essenziali e portanti (pp. 99-128), mentre la storia deuteronomistica e cronistica (Gs, Gdc, 1-2 Sam, 1-2 Re, 1-2C Cr, Esd, Ne è analizzata dall’esperto veterotestamentarista C. Balzaretti (pp. 129-162).

M. Milani (Facoltà teologica del Triveneto) analizza nel suo intervento i libri sapienziali: Giobbe, Proverbi, Qohelet, Cantico dei cantici, i libri deuterocanonici della Sapienza e di Siracide. Il docente dell’Urbaniana G. Rizzi studia i libri profetici (pp. 197-240): il fenomeno del profetismo inquadrato nel contesto del Vicino Oriente antico; il messaggio dei profeti e suoi principali contenuti; i libri dei Profeti posteriori.

S. Bazyliński (Pontificia Facoltà San Bonaventura e invitato al PIB) presenta il libro dei Salmi, appartenente al genere dei libri poetici, esponendo i vari generi letterari (suppliche, canti di ringraziamento individuale, salmi regali), l’analisi poetica (parallelismo, figure retoriche, immagini e simboli), la lettura contestuale (elementi organizzativi del Salterio, tecniche compositive ed editoriali, chiusura del processo editoriale).

M. Zappella, profondo conoscitore dell’Antico Testamento, affronta il tema della narrativa e della storiografia giudaica in epoca ellenistica. Ne studia la dibattuta canonicità, l’accidentata situazione testuale (cf. Est, Tb, 2Mac), le lingue e il contesto originali, la questione del genere letterario e alcuni (s)nodi tematici: tra lealtà e solidarietà; tra omologazione e distinzione; tra dispersione e senso di appartenenza; tra inclusione ed esclusione.

P. Capelli (Università Ca’ Foscari di Venezia) conclude infine questo interessante volume con la presentazione delle tematiche riguardanti il libro di Daniele e l’apocalittica ebraica antica considerata come genere letterario e come visione del mondo. Di essa ne studia la questione dibattuta delle sue radici più profonde: la mitologia cananaica, la mantica babilonese, l’escatologia dualistica zoroastriana, la profezia biblica e la tradizione sapienziale. Esamina quindi i rapporti tra apocalittica, enochismo e umanesimo e presenta il libro di Daniele. Conclude, infine, il suo contributo delineando le principali apocalissi non canoniche: pentateuco enochico, testi apocalittici qumranici, l’apocalittica della diaspora (gli Oracoli Sibillini ebraici); 4 Esdra e 2Baruc.

Le note di ogni capitolo sono raccolte alla fine di ogni contributo (scelta legittima, ma secondo noi scomoda e infelice per il lettore). La bibliografia, divisa secondo i vari blocchi letterari esaminati, occupa le pagini finali del testo (pp. 311-327).

Testo molto interessante, che presenta sinteticamente il mondo storico, letterario e teologico dell’AT nei suoi rapporti con letterature non canoniche che aiutano a comprendere con maggior profondità le analogie e le peculiarità della letteratura biblica.

Volume adatto per studenti di teologia, studiosi e appassionati dell’inquadramento culturale e teologico dei non sempre facili testi dell’Antico Testamento.

Paolo Merlo (a cura), L’Antico Testamento. Introduzione storico-letteraria, Carocci-Aula magna, Roma 2018, pp. 330, € 15,00, ISBN978-88-430-9378-6.

settimananews.it

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Religione. Ravasi esplora tutti i giovani della Bibbia

da Avvenire

Andrea Mantegna, “Presentazione al tempio” (1455)

Andrea Mantegna, “Presentazione al tempio” (1455)

La parola più usata nell’Antico Testamento? Dopo il nome divino Jhwh (“Jahweh”) è ben, vale a dire “figlio”. Ce lo ricorda il cardinale Gianfranco Ravasi nel volume Cuori inquieti. I giovani nella Bibbia, pubblicato in occasione del Sinodo dei giovani voluto da papa Francesco. «La Bibbia – commenta il biblista, presidente del Pontificio consiglio della Cultura – è per certi versi un libro di figli buoni e cattivi che vedono alla fine entrare in scena in mezzo a loro il Figlio per eccellenza, Gesù Cristo». E osserva che il vocabolo ben deriva dal verbo ebraico banah,che significa “costruire, edificare”. «La casa infatti – spiega – cresce con le pareti, fatte di pietre vive e protese verso l’alto e il futuro, che sono i figli». Ed è pieno di episodi biblici in cui i figli si confrontano con i padri (da Isacco e Abramo al figliol prodigo), o i fratelli spesso litigano fra loro (da Caino e Abele alla vicenda rocambolesca di Giuseppe), questo libro che cerca di porre in rapporto gli eventi raccontati in quello che è stato giustamente definito il Grande Codice della cultura occidentale e il mondo di oggi, caratterizzato dal motto “digito, ergo sum”.

I nostri adolescenti, che trascorrono cinque ore almeno della loro giornata davanti al computer, comunicano in modo assai differente rispetto agli adulti e agli anziani, più abituati al dialogo vis-à-vis. Non a caso Ravasi cita la nota espressione di papa Giovanni: «Voi dite sui vecchi le stesse cose che dicevamo noi da ragazzi. È giusto. Ma un giorno altri ragazzi diranno lo stesso di voi». Ma, aggiunge il cardinale, «noi della generazione precedente trasmettiamo, con la nostra indifferenza, con le nostre prediche moralistiche, con l’assenza dei valori genuini, rami secchi che i giova- ni rigettano e non possono far rinverdire. Si crea, così, una sorta di deserto comune in cui ci trasciniamo». Per questo non bisogna mai smettere di rimarcare, in questi dialogo fra nuove e vecchie generazioni, che nell’animo dei giovani rimane sempre un’inquietudine positiva. Come ha detto l’attuale pontefice in un videomessaggio del luglio 2016 al raduno ecumenico “Insieme” di Washington: «So che c’è qualcosa, nei vostri cuori, che vi rende inquieti, perché un giovane che non è inquieto è un vecchio».

La parte più intensa del volume è quella dedicata a Gesù giovane. Servendosi dei pochi cenni che emergono dai Vangeli e rinunciando alle suggestioni di quelli Apocrifi, Ravasi ci ricorda che Gesù non è stato solo bambino ma anche adolescente e giovane, morendo poco più che trentenne, un’età che oggi consideriamo giovanile. Nel ritratto che emerge tutto parte dalla linea di demarcazione dell’episodio di Gesù dodicenne al tempio tra i dottori, «una sorta di bar-mizvah» che nella cultura giudaica significava l’ingresso nella giovinezza, con l’ammissione al culto e all’osservanza della Torah. Il piccolo saggio dedicato a Gesù consente di puntualizzare varie questioni aperte, dal mestiere che egli praticava (falegname o carpentiere?) alle lingue che parlava (aramaico, ebraico e anche greco?), se egli sapesse leggere e scrivere, sino al fatto se avesse fratelli o sorelle o se fosse sposato. Come accennato, Ravasi ricostruisce molte vicende delle Scritture in cui i giovani si confrontano con i vecchi, come nel caso di Salomone, il re famoso per la sua saggezza, e del figlio Roboamo, non solo inesperto ma del tutto incapace di governare. Solo la vera sapienza e lungimiranza possono costituire la stoffa del buon uomo politico e «non è automatico indizio di buon governo né un sovrano di lungo corso né un giovane e aitante innovatore ».

Per ricordarci la maledizione del profeta Isaia che riferiva questo oracolo divino: «Io metterò come loro capi dei ragazzi, dei monelli li domineranno»: ad una classe politica sprecona spesso finisce per succederne una del tutto incapace e arrogante. Ai nostri ragazzi portati ad avere rapporti amorosi spesso fugaci, il libro porta l’esempio supremo del Cantico dei Cantici: il poemetto insegna la verità autentica sulla relazione interpersonale, a partire da tre elementi. Il primo è la corporeità, che si esprime anche nella sessualità, «celebrata come un dono divino di attrazione e fecondità». Al secondo posto viene l’eros, che in questo libro biblico sta per «tenerezza, bellezza, fascino, sentimento, passione». L’ultimo anello è rappresentato dall’amore, nel quale i due protagonisti del Cantico «si donano nella totalità dell’essere ». Concetto ben illustrato dalla citazione di un altro testo famosissimo, Il Profeta del poeta libanese Gibran: «Amatevi l’un l’altro ma non fate dell’amore una catena: lasciate piuttosto che vi sia un mare in movimento tra i lidi delle vostre anime… Siete nati insieme e insieme sarete in eterno. Sarete insieme anche quando le ali bianche della morte disperderanno i vostri giorni. Sarete insieme anche nella silenziosa memoria di Dio».

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Domenica 18 febbraio è la Giornata diocesana della Bibbia. Pubblichiamo la lettera diffusa dall’Ufficio Catechistico diocesano

A tutti i presbiteri e i diaconi

Ai Consigli Pastorali

Al termine dell’Anno della Misericordia, papa Francesco ha scritto: «Sarebbe opportuno che ogni comunità, in una domenica dell’Anno liturgico, potesse rinnovare l’impegno per la diffusione, la conoscenza e l’approfondimento della Sacra Scrittura: una domenica dedicata interamente alla Parola di Dio, per comprendere l’inesauribile ricchezza che proviene da quel dialogo costante di Dio con il suo popolo. Non mancherà la creatività per arricchire questo momento con iniziative che stimolino i credenti ad essere strumenti vivi di trasmissione della Parola» (Misericordia et misera, 7).

Accogliendo tale invito si istituisce nella nostra Diocesi la Giornata della Bibbia fissandola la prima domenica di Quaresima, quest’anno il 18 febbraio 2018.

La scelta della prima domenica di Quaresima intende promuovere la Sacra Scrittura quale luogo privilegiato di incontro con la Parola di Dio all’inizio dell’annuale cammino penitenziale, a cui la stessa liturgia ci introduce richiamando le parole del Signore: «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Canto al Vangelo, Mt 4,4b). Sarà l’occasione affinché le diverse iniziative pastorali che contrassegnano l’inizio della Quaresima nelle nostre parrocchie tengano in grande considerazione la Bibbia, «regola suprema» della fede della Chiesa (Dei Verbum, 21).

Nella Giornata della Bibbia non sono previsti appuntamenti diocesani; essa è affidata a ciascuna Unità pastorale affinché ogni comunità parrocchiale e ogni assemblea liturgica possano celebrarla secondo le proprie possibilità.

Il Servizio Apostolato Biblico diocesano – che durante tutto l’anno promuove varie iniziative – in occasione della Giornata della Bibbia suggerisce proposte di metodo per incontri con bambini/giovani/adulti (da realizzare il giorno stesso oppure in altri momenti) e proposte per la celebrazione eucaristica di quella domenica. In vista della prima Giornata della Bibbia nella nostra Diocesi, nei giorni di sabato 27 gennaio (9.30-12) e sabato 3 febbraio (15.30-18) alcuni membri delSAB sono disponibili a incontrare e preparare coloro che sono interessati a tali proposte per realizzarle nelle proprie parrocchie (oratorio Don Bosco, via Adua 79; iscrizione obbligatoria ainfo@apostolatobiblicore.it).

Per il corrente anno pastorale, si chiede una particolare attenzione a far compilare il questionario a tutte le persone che partecipano alla Messa domenicale, secondo le indicazioni date. È un semplice strumento di lettura della realtà al fine di rinnovare la proposta pastorale.

 

don Giovanni Rossi

vicario episcopale per il coordinamento degli uffici pastorali

don Stefano Borghi

direttore dell’ufficio catechistico diocesano

laliberta.info

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