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Onu ricorda la tragedia dei bambini soldato

Nel  febbraio 2018 300 bambini soldati del Sud Sudan sono stati salvati dalle Nazioni Unite

Gli Stati “adottano ogni misura possibile in pratica per vigilare che i membri delle loro forze armate di età inferiore a 18 anni non partecipano direttamente alle ostilità”, mentre “i gruppi armati, distinti dalle forze armate di uno Stato, non dovrebbero in alcuna circostanza arruolare né utilizzare nelle ostilità effettivi aventi un’età inferiore a 18 anni”. Il Protocollo opzionale sul coinvolgimento dei minori nei conflitti armati alla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, firmato da 153 Stati nel 2000, cerca di porre un freno alla piaga dei “bambini soldato” ricordato oggi a livello internazionale. Il fenomeno, definito una “tragedia” e una “schiavitù” da Papa Francesco rimane però ancora significativo nella maggior parte delle guerre nel mondo.

Coinvolte anche le ragazze

“Il bambino soldato è un giovane sotto i 18 anni di età che fa parte di una qualsiasi forza armata. Sono combattenti, cuochi, facchini, messaggeri ed è una dimensione che comprende anche le ragazze che vengono reclutate per fini sessuali e per matrimoni forzati”, spiega Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia intrervistato da Andrea De Angelis per Radio Vaticana Italia.

Bambini soldato in Africa e in Medio Oriente

Una definizione molto ampia che rende ancora più difficile quantificare in maniera esatta quanti siano i bambini sfruttati nei conflitti. “Ci sono bambini reclutati in Yemen”, spiega ancora Iacomini, “ci sono bambini reclutati in Sud Sudan, e in Centrafrica dove le cifre sono impressionanti: si parla di 15mila bambini in Sud Sudan e di 10mila in Centrafrica utilizzati come soldati. Vengono reclutati in Nigeria del Nord dove l’Unicef è riuscita a liberarne 833. Sono bambini soldato quelli che sono stati reclutati e che vengono tuttora arruolati in Afghanistan, in Siria e in tutti quelli che sono i contesti di guerre che noi conosciamo. Ma sono bambini soldato anche quelli nei Paesi di cui non si parla mai come la Costa d ‘Avorio, la Liberia. Basta vedere i numeri di questi Paesi per capire che è un fenomeno che anche per noi agenzie umanitarie è difficile da intercettare”.

Un crimine di guerra

La Corte penale internazionale considera l’arruolamento di bambini al di sotto dei 15 anni come un crimine di guerra, mentre l’Organizzazione nazionale del lavoro definisce il reclutamento una delle peggiori forme di lavoro minorile. Gli strumenti internazionali quindi ci sono, ma spesso la situazione sul terreno è più complessa. “Prima di tutto dobbiamo analizzare i motivi sociali che in questi Paesi portano al reclutamento dei bambini: se sono reclutati forzatamente, se si uniscono volontariamente ai gruppi armati, se devono fuggire da situazioni di povertà, di fame o addirittura per sostenere una causa”, afferma Iacomini. Solo poi si può “passare a quelle attività di prevenzione e di recupero che molti di Paesi sono complesse. C’è quindi bisogno di sostegno da parte della comunità internazionale, di progetti di smobilitazione – che spesso sono inefficaci o di facciata – e di monitoraggio delle situazioni”.

Un trauma difficile da superare

“Il recupero di un bambino soldato è un processo estremante complesso ma possibile”, afferma poi a Radio Vaticana Italia Giovanni Visone, responsabile della comunicazione di Intersos.”È ovviamente una grande gioia quando si riesce a reinserire un ex bambino soldato nella comunità e aiutarlo a riprendere una vita normale”, spiega, “certo non si cancella completamente il trauma subito, perché forse è impossibile, ma sicuramente il bambino può tornare ad una vita normale e a proseguire la sua vita”.

Il caso della Somalia

L’ong italiana Intersos opera da anni in Somalia, dove secondo gli ultimi dati diffusi dalle Nazioni Unite nel 2017 sono stati impiegati guerra circa duemila minori. In base alla Convenzione dei diritti dell’Infanzia ogni bambino trovato in combattimento deve essere consegnato entro tre giorni alle Nazioni Unite o alle associazioni non governative designate. In base a questo protocollo nel 2018 Intersos ha reinserito nella vita civile 108 ex-bambini soldato.

Il percorso rieducativo

“Ciascuno ha avuto un percorso personale di assistenza psicologica e poi di creazione delle condizioni per ritornare alla vita”, ha spiegato Giovanni Visone, “che vuol dire ricongiungimento famigliare, quando è possibile identificare la famiglia, o affidamento ad una famiglia che svolge il ruolo di tutore nei confronti del minore. Ovviamente se il minore ha meno di 15 anni si intraprende anche un percorso di reinserimento scolastico”. “Se invece ha più di 15 anni e non è intenzionato a riprendere gli studi”, continua Visone “si aiuta il minore a fare dei corsi di formazione in cui insieme alle competenze base di alfabetizzazione si impara un mestiere. Quindi adesso tanti ex bambini soldato che noi abbiamo recuperato si ritrovano adesso ad essere elettricisti o falegnami o ad avere anche un piccolo lavoro”.

vaticannews