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Sudamerica, la guida di Maria nel viaggio del Papa

Anche nella sua America latina Francesco entra dalla porta di servizio. Preferendo, come si è fatto osservare, Paesi geopoliticamente e geoecclesialmente più marginali rispetto ai grandi del Cono Sud, compresa la sua stessa Argentina.

Scelta meditata, e pensata fin dall’inizio del suo pontificato, che chiaramente assume significato e indicazione non secondarie in una visione universale. Ma c’è una porta che marginale proprio non si può dire in questo viaggio sostanzialmente missionario di Francesco e dalla quale intende passare. È una porta universale: quella della Misericordia, a Guayaquil in Ecuador.

È il primo gesto deciso che il Papa compie mettendo piede nel continente. Come a rimarcare che se per prima non si varca questa porta non si va da nessuna parte. Così come non si va da nessuna parte se non si comprende e non ci si fa prossimi a quella realtà umana, culturale, sociale e religiosa che si va ad incontrare.

E a queste latitudini, capire le differenze, le diversità etniche e idiomatiche, le originalità storico-culturali che caratterizzano le popolazioni e sentire le vibrazioni più profonde della profonda America significa anche farsi prossimi a quella mistica popolare che li contraddistingue; che è modalità legittima di vivere la fede, incarnata nella cultura, «frutto di una sintesi tra le culture dei popoli originari e la fede cristiana» e che si esprime in particolare nei confronti della devozione alla Madre di Dio. Per tutti è la madre, e dunque fattore di identità. Attraverso le varie devozioni mariane, legate ai santuari, Maria «condivide le vicende di ogni popolo che ha ricevuto il Vangelo ed entra a far parte della sua identità storica» ricorda Francesco nell’Evangelii Gadium, come pure è ripreso nelle pagine sulla pietà popolare del documento di Aparecida «E quale madre di tutti, è segno di speranza per i popoli che soffrono i dolori del parto finché non germogli la giustizia… e ogni volta che la guardiamo torniamo a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza».

La Virgen
perciò è anche paradigma di inclusione e modello ecclesiale, di vita pastorale e di stile missionario perché «Maria è più importante dei vescovi e degli apostoli», la Chiesa «non è ‘il’ Chiesa, ma ‘la’ Chiesa, e la Chiesa è madre». Per questo subito dopo aver varcato la soglia della Divina Misericordia a Guayaquil l’altra porta che Francesco attraversa in Ecuador è quella del santuario nazionale mariano di El Quinche a Quito. La visita ai santuari mariani si ripete anche negli altri Paesi. Le case della Virgen costellano le tappe di questo viaggio. Anzi, la porta mariana è l’accesso ad ogni singolo stato.

In Bolivia, significativamente Francesco incontrerà le autorità civili nella Cattedrale di La Paz dedicata a Nostra Signora della Pace. Così come In Paraguay, ad Assunciòn riceverà il clero e i religiosi nella Cattedrale dell’Assunta e concluderà la visita idealmente in quella capitale spirituale di Caacupè, nel santuario di Nostra Signora dei Miracoli dove sono attesi migliaia di pellegrini anche dall’Argentina. Non si può dunque non sottolineare anche la dimensione mariana di questo uscita verso il Sudamerica. Dimensione che è anche una griglia con la quale il Papa legge la realtà socioculturale di questi tre Paesi e la missione particolare della Chiesa. Sono Madonne dai tratti meticci e indio quelle che il popolo venera.

L’origine della devozione a la Virgen del Quinche, padrona dell’Ecuador risale a un episodio miracoloso accaduto agli indigeni Lumbisi. Ogni mese di novembre migliaia di pellegrini della Vergine, conosciuta pure come la ‘Omota’, che significa piccola, giungono a piedi di sera per chilometri al santuario. Gli ecuadoriani portano questa devozione dovunque emigrano.

Così come i paraguaiani con la Virgen di Caacupè. Anche questa Signora dei Miracoli, scolpita come ex voto, è legata alla storia degli indios e alla quale il fervore religioso della popolazione fece costruire un tempio maestoso.

Tra queste tappe mariane una è anche legata alla devozione personale di Papa Bergoglio. È quella alla Virgen dolorosa che egli visiterà in forma privata nella Chiesa della Compagnia di Gesù a Quito. È un’immagine dell’Addolorata molto venerata dagli ecuadoriani e cara ai gesuiti che dagli inizi del secolo scorso ne diffusero la devozione. Francesco ne è diventato devoto a partire dagli anni Ottanta, quando da rettore del Collegio Massimo di Buenos Aires visitò il collegio della Compagnia a Quito. Da allora la porta sempre con sé nel breviario. Ma per Bergoglio la devozione personale, come quella di ogni cristiano e della Chiesa nel suo insieme, come popolo fedele di Dio vanno sempre insieme, camminano insieme secondo quanto è espresso da Isacco Stella, uno dei Padri della Chiesa perché quello che si dice di Maria, s’intende in generale della Chiesa.

Lo stile mariano nell’attività evangelizzatrice della Chiesa è perciò fondamentale. «In lei vediamo che l’umiltà e la tenerezza non sono virtù dei deboli ma dei forti, che non hanno bisogno di maltrattare gli altri per sentirsi importanti» scrive nell’Evangelii Gaudium.

«Guardando a lei scopriamo che Colei che lodava Dio perché ha rovesciato i potenti dai troni e ha rimandato ai ricchi a mani vuote è la stessa che assicura calore domestico alla nostra ricerca di giustizia. Questa dinamica di giustizia e di tenerezza, di contemplazione e di cammino verso gli altri è ciò che fa di lei modello ecclesiale». A Colei dunque che è madre di tutti, «e senza indugio parte per aiutare», Regina degli ‘scarti’, Regina dell’inclusione, Francesco, unendosi al fedele popolo di Dio di quei tre Paesi chiede «che con la sua preghiera materna ci aiuti affinché la Chiesa diventi una casa per molti, una madre per tutti i popoli e renda possibile la nascita di un mondo nuovo».

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