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Sudafrica, la Casa del sorriso delle donne abusate

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Bulelwa ha poco più di 30 anni, lo sguardo assente, di tanto in tanto trema. Si tiene sofferente la parte sinistra del corpo, soprattutto il braccio e la spalla. “Credo siano i sintomi di un infarto”, dice. Bulelwa vive a Philippi, 100mila abitanti a mezzora da Città del Capo, una delle township più problematiche di un Sudafrica che domani torna al voto con le speranze del post-apartheid sempre più tradite da una realtà ancora lontana dal pieno sviluppo. Bulelwa è solo una delle decine di migliaia di donne sudafricane abusate dal marito. L’uomo ormai non vive più con lei, ha un’amante da tempo, ma a volte torna a casa e a quel punto la violenza si fa regola. “Sono venuta qui per farmi aiutare, so che molte ragazze sono riuscite a ripartire, spero mi accettino”.

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Bulelwa si è rivolta alla Casa del Sorriso, un progetto realizzato nel 2007 dall’Ong italiana Cesvi che ha l’obiettivo di accogliere le donne vittime di violenza domestica e i loro bambini. Ci accoglie il prezioso coordinatore Luvuyo Zahela, mentre l’anima della Casa è Mama Pilisani (nella foto), che per il suo impegno ha ricevuto nel 2011 il premio internazionale Donna dell’anno assegnato dal Consiglio regionale della Val d’Aosta.

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“Accogliamo le donne abusate dai partner, dalle famiglie o dalla comunità e che non hanno un posto dove andare, senza discriminazioni di alcun tipo – spiega -. Alcune vengono da sole, altre accompagnate qui dalla polizia, altre ancora le andiamo a “scovare” noi stessi. Sono originarie di tutto il Sudafrica ma anche di altri Paesi, come Zimbabwe e Congo”.

La struttura è costituita da una parte residenziale – con anche una cucina, le cui pareti sono tappezzate di foto e disegni dei bambini – e da un centro comunitario dotato di consultorio, dove si svolgono attività di assistenza psicologica, mentre per l’assistenza medica le donne vengono accompagnate in strutture esterne.

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“Ne ospitiamo dieci alla volta, con due o anche tre bambini a testa, alcune sono sieropositive – spiega Mama Pilisani – Stanno con noi solitamente dai sei ai dodici mesi, periodo in cui recuperano dal trauma delle violenze e usufruiscono di corsi di formazione, che le ragazze frequentano al mattino. Quando arrivano qui, alcune di loro non hanno alcuna qualifica professionale, ma è importante ottenerla perché non torneranno più dal marito e dovranno mantenersi da sole. Noi stiamo attente a lasciarle andare solo quando capiamo che sono realmente pronte”. Durante la seconda fase del sostegno, le donne possono trasferirsi in piccole abitazioni di comunità, un modo per reinserirle al meglio nella vita della township. Mentre le donne frequentano i corsi – c’è chi diventa cuoca, chi infermiera, chi impara a cucire – i figli vengono accompagnati a scuola dagli operatori.

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Il Sudafrica ha il più alto numero di omicidi femminili commessi dal partner (in media uno ogni sei ore) e ben il 45,6% delle donne è vittima di violenza sessuale. “Le cause sono tante – osserva Mama Pilisani – ma due incidono in maniera particolare: l’abuso di alcol e la povertà. Inoltre è considerato ‘normale’ che l’uomo abbia delle amanti, e il rapporto di coppia poi si deteriora. Spesso, inoltre, anche le donne che hanno il coraggio di denunciare arrivate in tribunale lasciano cadere le accuse, perché è il marito quello che porta il pane a casa e perché è il padre dei loro figli. Oppure non ci sono prove sufficienti, e men che meno testimonianze di qualche vicino”.

E i politici?. Domani si vota, se i numeri delle violenze sono così gravi il tema sarà tra quelli al centro del dibattito. “I politici parlano, parlano, parlano – conclude Mama Pilisani – Dicono che stanno agendo, che già hanno fatto tanto. Ma da noi le donne abusate continuano ad arrivare”.

 

Paolo M. Alfieri – Città del Capo
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