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Stato-mafia, chiesti 11 rinvii a giudizio

Boss, politici, alti esponenti delle forze dell’ordine avrebbero avuto un ruolo nella trattativa tra la mafia e lo Stato nel periodo buio delle stragi del ’92 e del ’93 e potrebbero risponderne in un’aula di giustizia. Undici rinvii a giudizio è la pesante richiesta formulata dal pm Nino Di Matteo, dopo due giorni di requisitoria, davanti al gup Piergiorgio Morosini, nell’aula bunker dell’Ucciardone. Secondo il pm, «uomini dello Stato trattarono con la mafia in nome di un’inconfessabile ragion di Stato».

Resta fuori solo il boss Bernardo Provenzano che, dopo i dubbi dei periti sulla sua capacità di partecipare coscientemente all’udienza, segue una sorte processuale separata. Di Matteo, al suo fianco il procuratore aggiunto Vittorio Teresi, chiede il processo per i capimafia Totò Riina, Luca Bagarella, Nino Cinà e Giovanni Brusca, per gli ex vertici del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, per il senatore Marcello Dell’Utri e l’ex ministro Calogero Mannino, tutti accusati di violenza o minaccia a Corpo politico dello Stato. Mannino, però, ha scelto la strada del rito abbreviato, quindi verrà giudicato separatamente: il gup stabilirà quando alle prossime udienze. Chiesto il rinvio a giudizio anche per Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito, che ha rivelato e mostrato il famoso “papello” con le richieste dei boss allo Stato in cambio dell’interruzione della strategia del terrore e del sangue. Ciancimino risponde pure di concorso in associazione mafiosa e calunnia aggravata dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro. Infine, chiesto il processo per l’ex ministro Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza.

L’atto finale della procura di Palermo giunge al termine della ricostruzione di quello che sarebbe accaduto negli anni delle stragi mafiose, quando pezzi dello Stato sarebbero scesi a patti con la mafia. Di Matteo parte dal ’93 quando entra in scena, al posto dell’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino, Marcello Dell’Utri. Le bombe di Milano, Roma, Firenze, per i pm, servono a dare un’accelerazione alla trattativa già avviata nel ’92. E, secondo la Procura produssero qualche frutto: l’allentamento dei 41 bis, un segnale di disponibilità ad andare incontro ai desiderata di Cosa Nostra. La trattativa in questa fase sarebbe arrivata a toccare i più alti vertici istituzionali, dice il pm Di Matteo. Vengono sostituiti – sostiene la procura –  ministri ritenuti troppo intransigenti come Claudio Martelli e Vincenzo Scotti, mentre Nicola Mancino subentra al Viminale e Giovanni Conso alla Giustizia.
Si arriva così al 1994 quando, secondo il quadro ricostruito dalla Procura, la ricerca di Cosa Nostra arriva al punto e il patto si salda. Il destinatario dell’ultima minaccia è il neopremier Silvio Berlusconi. Si sfiora la strage con il fallito attentato all’Olimpico: messaggio intimidatorio chiaro che a Berlusconi sarebbe stato portato da Dell’Utri. Poi arriva la pace. Ma, in dichiarazioni spontanee, il boss Leoluca Bagarella nega di avere mai avuto contatti con politici di “qualsiasi” colore. Oggi si prosegue con gli interventi degli avvocati.

 

Alessandra Turrisi – avvenire.it