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Sprechi… Ospedali, ogni anno si butta cibo per 400 milioni

La cultura del recupero non passa per un articolo di legge. Certo le norme aiutano, soprattutto quando vanno a rendere più conveniente per un’azienda il dono dei pasti in esubero. Incentivi che, però, nel nostro Paese non ci sono ancora. Ma la questione è ben più complessa della semplice dicotomia obbligo di legge-libertà di dono quando si tratta di enti pubblici. In Italia la normativa è chiara. Da undici anni, grazie alla legge del buon samaritano, viene concessa la possibilità per le onlus di recuperare il cibo equiparandole al consumatore finale, sollevando la società donatrice dalla cosiddetta “responsabilità di percorso”.

Un traguardo che ha permesso nel 2003 la nascita di Siticibo, il progetto del Banco Alimentare per il recupero di pasti pronti da mense aziendali, scuole e ospedali. Ma adesso anche associazioni e Caritas diocesane si stanno muovendo in questa direzione. Possibilità, dunque, non obbligo per le aziende pubbliche di destinare le eccedenze agli enti caritativi che si occupano di sfamare i bisognosi. Nelle asl e negli ospedali, ad esempio, finisce nel secchio il 40% del cibo dei pazienti. Il danno per la spesa pubblica sanitaria è enorme.

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Questi pasti infatti, costano dai 12 ai 18 euro. Poiché, stando al rapporto del ministero della Salute sulle attività di ricovero, ci sono 11 milioni di ingressi in corsia l’anno con durata media 6 giorni, la spesa annua per i pasti dei degenti è circa 1 miliardo di euro. E quindi pasti per circa 400 milioni finiscono in discarica. Ci sono ospedali che già oggi salvano i pasti non consumati. Alle Molinette di Torino si riescono a donare 80 porzioni al giorno – 14mila pasti l’anno – oppure all’Asl di Empoli che ogni mese consegna nelle mense dei poveri 150 kg di frutta e 67 di pane. Ma ancora troppe realtà faticano a sposare la causa, trincerandosi dietro la scusa del «non si può fare».

Proprio per questo il dicastero della Salute sta lavorando con il Banco Alimentare e la grande distribuzione per predisporre linee guida con le prassi igienico-sanitarie per il recupero del cibo. Perché il dono non può essere scisso dagli standard di qualità. «Saranno pronte entro l’autunno», assicura Silvio Borrello, direttore generale per la sicurezza degli alimenti al ministero, e operative «entro l’Expo». Nel manuale Ghp saranno stabiliti compiti e opportunità, così «si toglierà qualsiasi alibi» agli enti pubblici e «si ridurrà al minimo l’interpretazione della norma», dice il direttore del Banco Marco Lucchini, aumentando anche il numero dei donatori. Ma il punto cruciale è pure usare meglio gli strumenti esistenti. Sarebbe bello, propone Lucchini, passare per chi dona dalla sola agevolazione sull’Iva, a «veri incentivi fiscali sull’imposta sul reddito». Fisco, dunque, unito allo sviluppo di una cultura del recupero farebbero la differenza.

Lo scorso anno con Siticibo sono stati raccolti 791mila piatti pronti di cibo cotto dalle mense aziendali e 309 tonnellate di pane e frutta da grande distribuzione e ristorazione organizzata. In cantiere poi c’è anche il recupero delle eccedenze da bar e ristoranti dell’Expo. Sulla stessa direzione si muove Caritas Lombardia, per poterle servire nel loro refettorio del quartiere Greco di Milano. A Roma invece – come a Cagliari, Parma, Vicenza e Vercelli – la Caritas recupera da tempo frutta e pane dalla mense scolastiche.

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