Siria: le persone disabili de l’Arche di Damasco in guerra con le armi della fragilità e della tenerezza, “così ricostruiamo il nostro Paese”

Al Safina, in arabo significa “barca”. Il termine, accompagnato dall’immagine stilizzata di un’arca, con tre persone a bordo, campeggia in un grande logo posto all’ingresso di alcune antiche case, una attaccata all’altra, nel cuore della Damasco vecchia che si snoda lungo la Via Recta, il decumano romano citato negli Atti degli Apostoli in riferimento alla conversione di san Paolo. Al Safina è la sede siriana de L’Arche, la grande famiglia delle comunità di accoglienza di disabili, fondata agli inizi degli anni ‘60 da Jean Vanier. Non molto distante da qui si trova Bab Touma, la piazza della porta dell’apostolo Tommaso, uno dei luoghi più colpiti da razzi e mortai durante la guerra. Oggi la porta è ricoperta di foto di soldati siriani che hanno perso la vita in combattimento. Un check point militare vigila e controlla ogni auto che transita.

Ricordi di guerra. “Sui muri di casa non abbiamo segni visibili della guerra, ma certo che nella mente e nei cuori di tutti noi ce ne sono di invisibili”, spiega la responsabile di Al Safina, la signoraGhada Touma mentre chiama gli 8 ospiti della casa, aperta nel 1995. I primi ad arrivare sono Randa, Gaby, Karim e Imad. Tutti con gravi disabilità fisiche ed intellettive. Con loro due operatori, Ashraf e Fadi, coordinatori rispettivamente del foyer e dei laboratori. Riaffiorano i ricordi degli anni più duri della guerra, quelli delle bombe e dei mortai: “Da aprile dello scorso anno la situazione è decisamente migliorata.

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