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Siria, «ho visto musulmani salvare croci»

Puoi solo ascoltarlo in silenzio. Vedere il suo sguardo illuminarsi, quando mostra sul computer il video dei musulmani che portano in salvo un crocifisso, divelto poco prima dal Daesh (acronimo che identifica lo Stato islamico) in una chiesa del centro. Un segno di rispetto per la fede cristiana. Gridano «Raqqa libera», rischiando la vita. «È questa la Siria di cui voglio parlare, terra di convivenza, terra di amicizia tra fedi. Soprattutto adesso».

Jimmy Botto Shahinian, attivista siriano da qualche mese rifugiato in Turchia, lo mette subito in chiaro. Molte volte i capi dell’Esercito siriano libero (Esl) «fanno vivere nelle basiliche i loro familiari per evitare che, essendo deserte, vengano completamente distrutte dai miliziani », come ha fatto Abu Issa per la chiesa cattolica armena dei Santi Martiri a Raqqa. Lo Stato islamico «non centra nulla con l’islam, con la religione e la spiritualità – dice – è una distorsione del Corano, fondata sulla rabbia e sul desiderio di potere». Per questa «identità nuova
» è diventato attraente per 50mila stranieri, «che si sentono a disagio nella loro società. Ecco il nostro vero problema – ammette – non i tremila siriani che fanno parte dell’Is».

Ingegnere informatico, ventisette anni e già tre arresti sulle spalle «per aver scelto di opporsi al Daesh a viso aperto», ora collabora con il governo provvisorio del Paese «perché il suo sogno – come quello di tutti i profughi ammassati a confine degli Stati circostanti – è arrivare presto alla pace per iniziare a ricostruire la Siria». Oggi le statistiche parlano di «400mila morti dall’inizio della guerra civile, i siriani invece temono siano più di un milione». Botto scuote la testa. La sua città d’origine, al-Raqqa, è ormai controllata dall’Is da più di un anno. Anzi viene considerata da tutti la “capitale” del Daesh.

Qui abitavano «1.200 famiglie cristiane », tra cui quella di Jimmy, ma «ora le informazioni che mi arrivano dagli attivisti musulmani ancora presenti lì parlano di appena sei famiglie rimaste in città», perché troppo povere per poter scappare. Vivono nella paura e sono costrette a nascondersi. Le altre hanno trovato in questi mesi rifugio in Libano, Armenia, Iraq, «aiutandosi tra popoli di etnie e religioni diverse come non mai».

Botto è seduto in un caffè del centro di Roma, arrivato qui dalla Turchia grazie all’associazione Un ponte per, per spiegare alle commissioni Esteri e Diritti umani del Parlamento cosa accade «davvero» nel
suo Paese. «Ho visto con i miei occhi cristiani consegnare i propri averi ai vicini di casa musulmani, attraversare la frontiera insieme e poi riavere i propri tesori, come si fa con un fratello». Jimmy racconta infatti che i musulmani di norma non vengono perquisiti e spogliati dei loro averi, mentre i cristiani sì. Così questo «è l’unico modo per riuscire a salvare qualcosa, dopo aver perso la propria casa».

I «non musulmani» vengono torturati e picchiati in prigione – la mente di questo ragazzo ora in giacca e cravatta vola a giorni lontani – «perché siano di esempio per gli altri cristiani che pensano di ribellarsi ai soprusi». Lui ne è la prova. Arrestato per la terza volta a fine 2013 insieme ad altri 14 oppositori all’Is musulmani, è stato l’unico ad uscire di prigione dopo tre mesi «con entrambe le spalle fratturate e numerose ossa rotte».

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