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Sinodo Vescovi: dinamiche vive e reali delle nostre famiglie

Come sarebbe bello se i vescovi che al Sinodo in ottobre parleranno ancora della famiglia passassero qualche giorno sulle spiagge…

Un buon cattolico d’estate va in montagna, non al mare. Nessuno me lo ha mai detto esplicitamente. Nemmeno l’ho mai letto. Ma da giovane questa idea faceva quasi parte strutturale dell’essenza della fede. Poi, quando 15 anni fa, per la prima volta ho avuto il coraggio di mettere maschera e pinne e guardare sotto ho capito che cercare di salire, di innalzarsi ai cieli, non è l’unico modo per “ascoltare” Dio. E forse nemmeno quello più “incarnato”. Guardare in basso, guardare dentro, nell’abisso da cui siamo sorti, parla altrettanto di Dio, ma da una prospettiva diversa.

Da bravo trasgressore oggi sono in spiaggia. E mentre mi cuocio leggo quello che papa Francesco ha detto qualche giorno fa a Guayaquil, commentando del nozze di Cana e parlando alle famiglie. E mi guardo attorno.

Davanti a me, a chiudermi la bellezza di questo mare, una donna e una bimba. Una decina d’anni la piccola e oltre i sessanta la grande. “Eleonora, vieni qua che ti metto la crema!” La bimba senza farsi pregare rientra saltellante dalla battigia. E mentre si lascia accarezzare protetta, dice: “Papà ha chiamato?”. “No, non ancora. Ma lo sai che lo fa quando può.” “Sì, lo so, nonna!” Quanta nostalgia in queste parole e nei suoi occhietti vispi e feriti. C’è un’assenza, una mancanza, nonostante l’allegria con cui scappa via. Manca la parola mamma.

Di lato a pochi metri, quasi dentro al timpano sinistro, è appena arrivata la parlata toscana di una donna che catechizza suo marito, e non la smette mai. “Ma se te tu lo pianti così il vento lo porta via. Mettilo inclinato!” Il marito esegue, non fiata, mentre lei dirige e sovrintende. “Gianluca! Gianluca, oh bischero! Vieni qua! Adesso l’è presto per andare in acqua”. “Perché mamma?” “Perché te tu lo fai quando lo dico io”. Anche il bambino tace e si adegua. “Amore, te tu hai preso la borsa dei giochi?”. “Sì. Sta li dietro a te” risponde il marito, mentre apre l’ombrellone. “Oh, attento!”, gli grida lei. “Te tu non mi vedi? Ormai mi infilavi l’occhio! Te tu proprio non guardi mai dove sono io. Ché son trasparente?” Lui tace, non la guarda, ormai sa già che non conviene reagire.

A destra, prima ancora che arrivassi, si sono accampati in tre ombrelloni. Il padre non finisce mai di sistemare i fili dei tiranti. Ha una laura in “ingegneria da spiaggia”. La figlia grande, Lucy, sui sedici anni, cuffiette nelle orecchie, spalmata sul telo, col sole che le brucia la schiena, non fiata e non guarda. Il figlio piccolo, Andrea, non arriva a tre anni. Incuriosito dalla buca che la madre gli sta scavando, è perso nelle parole della storia che lei gli inventa, fatta di un castello, di un fossato, dei coccodrilli e di una regina da salvare.

Il papa dice: “Questa è la buona notizia: il vino migliore è quello che sta per essere bevuto, la realtà più amabile, la più profonda e la più bella per la famiglia deve ancora arrivare (…) Gesù ha una preferenza per versare il migliore dei vini a quelli che per una ragione o per l’altra ormai sentono di avere rotto tutte le anfore“.

Eleonora gioca. Da sola ovviamente. Con un bastone cammina, saltella e corre sulla battigia, fino all’estremità della spiaggia. E la nonna, stesa a prendere il sole non la perde un istante. La testa tirata su e gli occhi incollati a quel costumino giallo fiorato. La riconoscerebbe anche a distanza di chilometri. Con tutto l’amore che ci mette, con tutta la responsabilità che si sente addosso. E adesso si ferma, Eleonora. Scrive qualcosa col bastone, ma le onde lo cancellano subito. La nonna si alza appoggiandosi su un gomito. Sarebbe bello sapere cosa ha scritto. Ma forse le basta vedere che nonostante tutto Eleonora vuole lasciare traccia di sé. Sorride, si mette giù e chiude gli occhi. Forse il vino migliore per Eleonora è che un giorno qualcuno arrivi, o ritorni, e dia pienezza a quel desiderio di vivere che il suo corpo di bimba non sa ancora trattenere.

“Oh Gianluca!! Già te l’ho detto: non andare in acqua! Che poi c’è un vento da impazzire. Amore, ma ché, ci stiamo davvero qui?” Non è passata nemmeno un’ora da quando sono arrivati. “E perché non andiamo nella spiaggia di ieri? Là c’era meno vento, meno sassi… dai che là si sta meglio tutti. Non ti pare, amore?” Lui non fiata. Continua a far finta di leggere il giornale. Ma sa già come andranno le cose. “Dai Giangi, vieni su che andiamo! Amore, non ti scoccia vero se cambiamo spiaggia? Te tu sei così bravo!” E a questo punto lui chiude il giornale e inizia rimettere dentro i giochi, appena sparsi. Ecco, il vino migliore per questa donna sarebbe un bel no, secco e deciso, senza ripensamenti. Perché si renda conto che le regine esistono solo nelle favole. Nella realtà sono un delirio.

La mamma di Lucy le batte sulla spalla. Lei si gira e si toglie le cuffiette. “Io e papà andiamo al bar per un caffè. Andrea è con te. Veniamo subito”. Non risponde e si rimette giù. Ma tempo due secondi Lucy si rialza, spegne l’iPod e si siede sul telo di Andrea. Sfodera un sorriso impensabile e dice: “Nano… ci hanno lasciati soli! E allora adesso finiamo il castello. Dove sta la regina?” E mentre loro giocano, mamma e babbo arrivano, in silenzio. E in un secondo, con telecamera e cellulare e immortalano la scena. Sicuramente insolita e inattesa. Ecco forse il vino migliore per Lucy è accettare questo fratellino, forse arrivato fuori tempo massimo, che complica le cose, ma che glene insegna anche tante altre.

Come sarebbe bello se i vescovi che andranno al Sinodo in ottobre passassero qualche giorno sulle spiagge. E’ uno dei pochi posti in cui le dinamiche vive e reali delle nostre famiglie sono esposte a tutti. Anche al Vangelo, se si vuole.

 

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