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Sinodalità e consultività

settimananews

Uno degli aspetti più controversi della valorizzazione della fede che è creduta e vissuta dai membri delle comunità cristiane per il cammino sinodale è che, nella quasi totalità dei casi, questo processo ha comunque un carattere consultivo. Con questo termine si intende il fatto che quanto emerge dalla consultazione della base ecclesiale non vincola in alcun modo il pastore ­– parroco, vescovo o papa che sia –, ma è semplicemente un aiuto offerto al suo discernimento personale che potrà anche essere rifiutato.

Questa impostazione garantisce un’ottima efficienza dei meccanismi decisionali delle parrocchie, delle Chiese locali e dell’intera Chiesa cattolica, dal momento che l’eventuale inadeguatezza dell’ascolto dei fedeli non pregiudica in alcun modo la validità e la legittimità delle decisioni del pastore. In tal modo, tuttavia, questi può anche evitare di prendere sul serio la sua comunità senza che ciò comporti una delegittimazione delle sue scelte.

Sinodalità e coinvolgimento

I processi decisionali

Ma da dove nasce questo carattere consultivo delle opinioni dei fedeli? Mi sembra che esso affondi le sue radici nella necessità di normare in modo rigorosamente giuridico le dinamiche ecclesiali, convinzione che è emersa nella coscienza ecclesiale a partire del secondo millennio.

Evidentemente, senza un diritto canonico che stabilisca in modo molto preciso i compiti e le responsabilità dei credenti, le comunità cristiane degenererebbero in una condizione caotica che impedirebbe loro di vivere un’esistenza cristiana serena e di svolgere la loro missione nel mondo. Tuttavia, l’approccio giuridico paga la chiarezza delle proprie indicazioni con un forte ridimensionamento della ricchezza della visione teologica che dovrebbe tradurre in pratica.

A riguardo dei processi decisionali, ad esempio, il diritto chiede all’ecclesiologia a chi competa una determinata decisione, per poi garantire a questo soggetto l’autorità necessaria per prenderla senza possibili ingerenze da parte di soggetti che non siano i suoi superiori.

Questa garanzia è necessaria per evitare che la legittima disposizione di qualcuno possa essere giuridicamente invalidata da chiunque, e si arrivi così all’impossibilità di stabilire qualsiasi cosa. In questo modo, però, un pastore può ignorare sistematicamente le opinioni della sua comunità in quanto, in una visione gerarchica della Chiesa, gli è inferiore, pur rispettando formalmente quanto indicato dal diritto. La norma giuridica, infatti, non può normare né verificare la sincerità e la qualità della consultazione della base ecclesiale, che attiene alla sola maturità interiore del pastore.

Un ascolto sincero

Si tratta quindi di ricollocare la visione giuridica, necessariamente ristretta, in una prospettiva teologica più ampia, come tenta di fare il recente documento della Commissione teologica internazionale La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa: «La distinzione tra voto deliberativo e voto consultivo non deve portare a una sottovalutazione dei pareri e dei voti espressi nelle diverse assemblee sinodali e nei diversi consigli. L’espressione votum tantum consultivum, per designare il peso delle valutazioni e delle proposte in tali sedi avanzate, risulta inadeguata se la si comprende secondo la mens del diritto civile nelle sue diverse espressioni. La consultazione che si esprime nelle assemblee sinodali è infatti diversamente qualificata, perché i membri del Popolo di Dio che vi partecipano rispondono alla convocazione del Signore, ascoltano comunitariamente ciò che lo Spirito dice alla Chiesa attraverso la Parola di Dio che risuona nell’attualità e interpretano con gli occhi della fede i segni dei tempi. […] Per giungere a formulare le proprie decisioni, i Pastori debbono dunque ascoltare con attenzione i desideri (vota) dei fedeli» (n. 68).

Questo passaggio allude a un diritto ecclesiale che dovrebbe integrare la limitatezza della norma giuridica intesa in senso civile con la convinzione, di natura teologica, che i desideri dei fedeli vanno presi sul serio, perché potrebbero essere espressioni della voce dello Spirito. In realtà, si potrebbe obiettare che risulta molto difficile normare sul piano legislativo un ascolto sincero di ciò che emerge dalla coscienza dei fedeli. Questo dipende solo dalla maturità personale del pastore, in assenza della quale ogni regola può essere agevolmente aggirata o rispettata in modo meramente formale.

Dunque, la visione dell’autorità caratteristica della Chiesa cattolica è capace di tutelare molto bene la capacità decisionale dei pastori sulle loro comunità, impedendo che sia limitata da figure di ordine inferiore, ma suppone dei pastori con una maturità spirituale e psicologica davvero notevole che li renda capaci di mettersi sinceramente in ascolto dei loro fratelli e sorelle nella fede, anche se questo rallenta di molto i processi decisionali.

sinodalità

Leader spiritualmente e psicologicamente maturi

La domanda di natura pastorale che si pone è dunque la seguente: che livello di maturità è richiesto per poter essere pastori in questo modo? La mia impressione è che occorrano figure eccessivamente straordinarie, non solo sul piano spirituale ma soprattutto su quello psicologico. È evidente che la capacità di ascoltare e di lasciarsi mettere in discussione dalle opinioni degli altri risulti impossibile, ad esempio, in chi è prigioniero di un forte bisogno di controllo razionale sulla realtà, o deve esercitare un potere oppressivo su altre persone per sentirsi vivo e vegeto, o sta male se non è sempre al centro dell’attenzione e sotto i riflettori.

E anche quando un pastore può contare su una buona maturità personale di partenza, gli risulta molto difficile mantenerla in contesti nei quali, a fianco di responsabilità molto grosse, ha comunque un’autonomia decisionale pressoché assoluta sulla sua comunità, limitata soltanto dalla dottrina della fede e dell’etica evangelica.

In questa situazione si rischia inevitabilmente di veder riemergere gli aspetti più immaturi della propria personalità, senza che essi siano arginati da un confronto realmente obbligato con altre persone.

L’autorità dei pastori andrebbe dunque ripensata alla luce di questo necessario confronto. Questo nell’immediato è compito di ecclesiologi, pastoralisti e canonisti, ma, in tempi più lunghi, di un ripensamento complessivo dell’attuale modo di attuarsi della leadership ecclesiale.