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Siloe: la comunità monastica ecocompatibile

I monaci nel loro giardino (foto A. CANDIDO).

I monaci nel loro giardino (foto A. CANDIDO).

Nel monastero di Siloe i lavori non hanno mai sosta. Durante i mesi freddi, dopo la raccolta delle olive e la spremitura, ci sono gli alberi da potare e i terreni da preparare. Ci sono le piante di peperoncino, la nuova vigna e i delicati fiori di zafferano di cui prendersi cura. Giornate dense, ma ben bilanciate dall’antico motto Ora et labora. Una piccola comunità monastica – sette monaci e tre novizi – di spiritualità benedettina che porta nuova vita in un angolo impervio e bellissimo della Maremma Toscana. «Siamo arrivati a Poggi del Sasso nel 1996», ricorda padre Stefano Piva, 50 anni. Ad accogliere i monaci un podere, denominato Le piscine, donato da una signora del posto, per la presenza di una sorgente d’acqua, che ha ispirato il nome della comunità nascente: Siloe. Dal nome della storica piscina di Gerusalemme, che forniva d’acqua la Città Santa. I lavori per la costruzione del monastero sono iniziati nel 2002 e proseguono ancora oggi: due lati su quattro sono stati costruiti. Siloe cresce anno dopo anno, in base alle disponibilità economiche della comunità. Ma il progetto è ben definito sulla carta e soprattutto nella mente dei monaci che lo stanno portando avanti: un luogo di preghiera e di ricerca di Dio nella vita fraterna, aperto all’ospitalità, unendo insieme un’antichissima tradizione con le istanze specifiche del nostro tempo, siano esse spirituali, culturali e sociali. Sta crescendo così, nella Maremma toscana, un monastero “ecocompatibile” che combina diversi elementi (antichi e moderni) per ottenere il minimo impatto sull’ambiente circostante. «La costruzione rispetta le moderne tecniche della bio-architettura, a partire dalla scelta dei materiali», spiega padre Stefano. A eccezione dei piani interrati, realizzati in calcestruzzo, tutto il complesso è costruito con materiali che combinano la massima permeabilità con il minimo spreco energetico: laterizio, legno, lastre di zinco titanio. L’acqua viene attinta da un pozzo a pochi metri dal monastero e viene restituita alla campagna circostante grazie a un impianto di fitodepurazione.

Uno scorcio del monastero (foto A. CANDIDO).

Uno scorcio del monastero (foto A. CANDIDO).

Ma i materiali non sono tutto: «Abbiamo rispettato l’orientamento e la struttura degli antichi monasteri, con tutta la simbologia soggiacente, che venivano costruiti tenendo conto dell’esposizione al vento e al sole», spiega padre Stefano, «in questo modo si crea un clima interno favorevole, che non richiede grandi interventi di climatizzazione». Una struttura in piena armonia con il Creato, che ricava l’energia dal sole grazie a un impianto fotovoltaico e solare-termico, mentre per scaldarsi nei mesi invernali i monaci hanno realizzato un impianto a biomassa: «Come combustibile usiamo il nocciolino, gli scarti legnosi della lavorazione delle olive», spiega padre Stefano, «che recuperiamo in un frantoio a una decina di chilometri da qui». Ma “impatto zero” ed “ecocompatibilità” sono le conseguenze di motivazioni più profonde. Pannelli solari ed altri accorgimenti tecnici rappresentano gli elementi visibili di uno stile di vita che ha radici solide e profonde. «Non sono le soluzioni tecniche, che pure ci vogliono, a risolvere i problemi ambientali. Anzi, a volte diventano un alibi per non cambiare fino in fondo», spiega padre Stefano. «Serve una vera conversione, da parte di ciascuno di noi, che ci permetta di relazionarci con i fratelli e con il Creato con modalità diverse da quelle che ci hanno condotto a questa situazione di disastro ecologico, sociale e antropologico».

Alcuni dei monaci di Siloe mostrano i peperoncini che producono (foto A. CANDIDO).

Alcuni dei monaci di Siloe mostrano i peperoncini che producono (foto A. CANDIDO).

Uno stile di vita moderno (pensiamo a tutti i libri e ai trattati scritti negli ultimi anni sulla decrescita felice e sui nuovi stili di vita sostenibili) che affonda le sue radici nell’antica esperienza dei monaci. Molte biografie dei Padri del deserto ce li presentano in completa armonia con il Creato, addirittura con le bestie feroci. «Un’armonia», aggiunge padre Stefano, «che scaturisce da un lungo cammino di conversione personale, come ci ricorda san Massimo il Confessore: “Se vuoi realizzare il Paradiso fuori di te, devi prima realizzarlo dentro di te”». Il paesaggio intorno a Siloe, fatto di boschi, vigneti e uliveti certo può facilitare tutto questo. Sono i monaci a prendersi cura delle oltre 1.500 piante che tratteggiano l’orizzonte e ne raccolgono i frutti trasformandoli in pregiato olio biologico.

Una statua di san Benedetto (foto A. CANDIDO).

Una statua di san Benedetto (foto A. CANDIDO).

«Queste sono zone collinari, impervie: la potatura e la raccolta si fanno a mano. Se guardassimo al mero tornaconto economico non ci sarebbe convenienza nella coltivazione dell’olivo qui», spiega padre Stefano. Ma per i monaci di Siloe lavorare queste terre «è quasi un atto d’amore», non vogliono che vadano in rovina e per questo, negli ultimi anni, hanno portato le loro cure anche su alcuni terreni adiacenti che erano stati abbandonati. A riempire le ore dedicate al lavoro, ci sono altre colture molto particolari, sempre condotte con metodo biologico. «L’idea di coltivare il peperoncino è nata quasi per caso», ricorda padre Stefano. Ma con un’accurata selezione e qualche esperimento, quella che voleva essere una semplice coltura ornamentale si è trasformata in un prodotto eccellente. C’è poi una piccola produzione di zafferano e da un anno a questa parte la gestione di una vigna che era abbandonata da molto tempo. La Liturgia delle ore, la preghiera personale e il lavoro scandiscono la giornata dei monaci e dei loro ospiti. Sebbene la foresteria non sia ancora stata costruita, i monaci possono ospitare chi desidera trascorrere qualche giorno di riflessione e preghiera. Per trasmettere quell’esperienza di ricerca di interiorità nell’apertura a Dio e ai fratelli che è alla base della vita e dell’opera dei monaci di Siloé.

Ilaria Sesana – jesus aprile 2013