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Si sbriciolano i miti l’Europa imparerà?

GIORGIO FERRARI

Il 9 maggio di sessant’anni fa l’allora ministro degli Esteri francese Robert Schuman gettava in un ormai celeberrimo discorso le basi politiche e ideali della nascitura Comunità europea. Fu il primo atto ufficiale in cui compariva il concetto di Europa come unione economica e, in prospettiva, politica tra i vari Stati europei e rappresentava l’inizio del lungo processo d’integrazione del Vecchio continente. E’ opportuno rammentarlo, perché mai come oggi ­Festa dell’Europa – questa spinta originaria ha ritrovato una sua forza e una coesione che negli ultimi anni era malauguratamente venuta meno. Ci voleva la crisi greca, ci voleva il rischio di un in­cendio che potenzialmente può distruggere l’u­nità economica e monetaria della Ue e minare na­zioni anche solide come l’Italia e il Regno Unito per mettere a punto il piano di emergenza in dife­sa della moneta unica dagli attacchi della specula­zione mondiale. Una maratona che si è protratta nella notte di Bruxelles al tavolo dei capi di Stato e di governo dell’Eurozona, di quei sedici Paesi cioè che hanno adottato l’euro come valuta ufficiale. Una valuta severamente messa alla prova dagli as­salti degli hedge fund e dei grandi speculatori che in questi ultimi mesi hanno colpito ovunque vi fosse un varco nelle mura della fortezza europea, indebolendo significativamente l’euro nei con­fronti del dollaro (venerdì sera era sotto quota 1,27) grazie anche all’uso non sempre cristallino delle ‘pagelle’ somministrate dalle tre grandi a­genzie di rating , Moody’s, Standard & Poor e Fitch, ai debiti sovrani delle nazioni europee in difficoltà di bilancio. Non ci stupisce affatto l’assalto della speculazio­ne: essa fa esattamente il proprio compito, senza riguardi per nessuno. Ci preme piuttosto sottoli­neare come questi assalti siano stati possibili e per un certo periodo coronati da successo per al­meno due ragioni: la struttura stessa dell’edificio europeo e l’assenza di una politica e di una visio­ne unitaria. Invano si cercherebbero nella Bce piuttosto che nella Commissione europea respon­sabilità nella maldestra gestione iniziale della crisi greca che oggettivamente – vuoi per statuto vuoi per effettivi limiti d’azione – non potevano avere. Diciamo piuttosto che senza la Bce – senza cioè un organismo centralizzato che oltre alla vigilanza sulla stabilità dei prezzi esercita il controllo sulla base monetaria fissando i tassi di interesse a bre­ve – non saremmo stati in grado di costruire un ar­gine significativo nei confronti dell’offensiva mos­sa contro l’euro. E’ viceversa la struttura della ca­sa- Europa che è imperfetta e incompleta: i Trattati che faticosamente i Paesi membri si sono dati non configurano un’Europa efficacemente governabi­le, bensì la somma compromissoria di differenti sensibilità, quando non di visioni diametralmente opposte, tanto da essere stati varie volte violati o disattesi. Ma è soprattutto la politica ad aver latitato: a lungo incapaci di uscire dagli egoismi nazionali e di asse­gnarsi una guida che parlasse con una sola voce, i Ventisette si sono dati per l’ennesima volta una rappresentanza debole se non illusoria; come giu­dicare altrimenti il drammatico e insieme teatrale inserimento di Obama nelle trattative dell’altra notte a Bruxelles che scavalcava senza mezzi ter­mini la figura istituzionale del premier stabile Van Rompuy per scegliere come interlocutore quello che maggiormente rappresenta a tutti gli effetti la vera leadership europea, cioè Angela Merkel? Molti miti sono caduti nel corso di questa crisi, da quello dell’euro come moneta al riparo da o­gni pericolo a quello dell’Unione Europea come inespugnabile fortezza. Ci piace pensare tuttavia che assieme al frantumarsi di alcuni feticci siano sorte consapevolezze nuove: su tutte, quella che soltanto un fronte e un’azione comune potrà sal­varci dall’assalto alla nostra integrità. Meglio tar­di che mai. (avvenire)