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Serve un nuovo catechista

di UMBERTO DE VANNA

In un contesto sociale e in una situazione ambientale inedita ci accorgiamo di non riuscire a  raggiungere il cuore dei ragazzi. Occorre perciò una nuova figura, che qua e là già esiste…

 Il rinnovamento catechistico di questi ultimi anni propone istanze nuove, nuove strategie, nuove metodologie. Ma il problema vero, che deve coinvolgere tutti, è questo: attraverso i nostri incontri di catechesi, nel nostro impegno di trasmettere la fede, non riusciamo a raggiungere il cuore dei ragazzi, dei giovani, degli adulti. Abbiamo paura di parlare di Dio? Siamo incapaci di raccontare ciò che potrebbe affascinarli più di ogni cosa, e non troviamo il modo di proporlo con le parole giuste e la nostra vita? Comunicare la "bella notizia". Nella nostra catechesi si respira troppo spesso aria di ferialità, di stanchezza, di stantìo. I documenti insistono sulla testimonianza convinta e contagiosa, ma questo modo di fare catechesi non ha ancora raggiunto le centinaia di migliaia di catechisti che vi sono in Italia. A volte questa situazione ha cause complesse. Manca la possibilità di una vera selezione dei catechisti. I parroci devono riempire i quadri e, quando non sanno come fare, scelgono i primi che si manifestano disponibili. Ma occorre reagire, perché tutto l’immenso impegno catechistico delle parrocchie non sia inutile o troppo poco fruttuoso. Dal catecumenato antico ai nostri giorni. Il catechista ha un ruolo centrale sin dai primi secoli della Chiesa. Al tempo del catecumenato antico era il cristiano adulto che accompagnava i neofiti ai sacramenti dell’iniziazione cristiana: battesimo, cresima, eucaristia. Questo compito ha avuto sempre il suo vertice nel vescovo, ma era realizzato attraverso sacerdoti, religiosi e un numero ristretto di laici. Per molti secoli la catechesi è stata poi mandata avanti in prima persona da parroci e religiosi, con l’aiuto di qualche laico particolarmente impegnato. Si può dire che è stato così fino al Vaticano II. Oggi la catechesi è quasi interamente affidata a un numero crescente di laici. Ultima indagine sui catechisti. Attualmente questi catechisti, con tutti i limiti appena accennati, sono uno degli elementi più positivi e preziosi della Chiesa italiana. Se le parrocchie sono circa 23.000, i catechisti dovrebbero essere tra i 200.000 e i 300.000. Secondo l’ultima indagine di Morante-Orlando, Catechisti e catechesi all’inizio del terzo millennio (ElleDiCi 2004), i catechisti in Italia sono così suddivisi: il 79,9% sono donne, il 70% ha meno di 50 anni, il 58,7% ha il diploma di scuola superiore e il 15,2% la laurea. Quasi il 30% fa catechesi da oltre 15 anni; il 57,4% sono scelti dal parroco. Le principali motivazioni che spingono a fare catechesi sono le seguenti: si prosegue in questo modo il proprio cammino di fede (54%); si risponde alla vocazione cristiana che è essenzialmente missionaria (51,1%); si partecipa meglio all’attività e alla vita della comunità (44,7%). Un "ministero di fatto". Chi è chiamato a fare catechismo risponde alla chiamata del Signore a svolgere un servizio nella comunità ecclesiale. «I catechisti laici non sono semplici esecutori, casualmente incaricati dal parroco di svolgere un qualsiasi servizio. Sono invece destinatari di una chiamata divina, radicata nel battesimo e inserita nella Chiesa» (Cei, La formazione dei catechisti nella comunità cristiana 11). Dire questo significa collocare il servizio dei catechisti fra i "ministeri di fatto": si tratta di una vera e propria vocazione a uno specifico servizio ecclesiale. Come avviene la chiamata. L’invito viene dal parroco, che poi però non sempre accompagna i catechisti nella loro formazione. Naturalmente non mancano catechisti entusiasti, fantasiosi, molto motivati. Ma ancora oggi a tanti di loro basta arrivare alla fine della "lezione", leggere qualche pagina di un libro. Non è così che si trasmette la splendida novità del Vangelo. La catechesi non può limitarsi a trasmettere idee ed esortazioni, ma deve lasciare una traccia, scaldare gli occhi e il cuore di chi ascolta. I documenti sono piuttosto severi sulla mancanza di formazione dei catechisti. Si legge ne La formazione dei catechisti per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi (Ucn, 2006, 2): «Si deve constatare che in molte comunità ecclesiali il lavoro formativo è carente o addirittura assente, per cui è necessario "maturare una decisione coraggiosa a cambiare le cose"». E nel Direttorio generale per la catechesi 234 (1977): «Qualsiasi attività pastorale, che non faccia assegnamento per la sua realizzazione su persone veramente formate e preparate, mette a rischio la sua qualità. Gli strumenti di lavoro non possono essere veramente efficaci se non saranno utilizzati da catechisti ben formati». La sfida del contesto sociale. Oggi la catechesi deve affrontare nuove difficoltà. Oltre a quelle tradizionali, come la poca ricettività o addirittura la turbolenza dei ragazzi, e allo scarso interesse della maggior parte delle famiglie, i catechisti si trovano a dover svolgere la loro attività in un contesto sociale profondamente inedito. Sono cambiati gli adulti e i ragazzi. Vivono in un mondo dove è fortissimo l’influsso dei media, che impoveriscono e sviliscono molti valori, creano nuovi centri di interesse e inducono le persone a non avere un’identità stabile e ben formata. Prevalgono l’utilità, l’individualismo esasperato, l’indifferenza di fronte alle istituzioni. Perdono peso sociale la religiosità e la Chiesa. Evidentemente gli stessi catechisti sono coinvolti in questa situazione ambientale, che da una parte li condiziona e dall’altra li sfida a intraprendere una più decisa azione missionaria. Il famoso Documento base ai numeri 185-188 dice che il catechista è chiamato ad essere «testimone, insegnante ed educatore». Dopo 40 anni questo rimane ancora vero, ma è pure indispensabile pensare a una nuova figura di catechista, più adeguata alle sfide della società e più funzionale alla stessa catechesi. Nuova figura di catechista. Parlando in modo specifico di iniziazione cristiana, come dicevamo, non è più pensabile che un catechista s’impegni in interventi a sé stanti, quasi di tipo scolastico e slegati dalla vita. Se è stato così in passato, in cui l’impegno di trasmettere la dottrina era prevalente, oggi risulta oggettivamente del tutto inadeguato. Non è in questo modo che si possono iniziare i ragazzi alla vita cristiana nella sua globalità, garantire la crescita nelle dimensioni della conoscenza della fede, della celebrazione, del comportamento morale, dell’appartenenza ecclesiale e del servizio. Questo potrà avvenire se il catechista è disposto a mettersi in gioco nella formazione, se si rende abile a confrontarsi con gli altri catechisti e a collaborare con loro; se sa dialogare con i genitori dei ragazzi coinvolgendoli progressivamente nel cammino di maturazione dei loro figli attraverso un cammino personale di fede; se coinvolge i ragazzi in un’esperienza di gruppo che favorisca l’appartenenza alla comunità ecclesiale locale. Questa nuova figura di catechista qua e là già esiste, non è solo un sogno utopico. Per questo possiamo confidare in un futuro promettente.

 Umberto De Vanna direttore di Dossier Catechista