Crea sito

Seppellire i morti: tema religioso che solleva un dibattito spietato

Per quanto le notizie religiose siano minoritarie, anche in Rete, non bastano dei bravi robot come i miei per scovarle tutte, specie se le si considera secondo un’accezione larga. Ad esempio, a loro (e a me) era sfuggita la circostanza che il recupero, avvenuto ieri, di centinaia e centinaia di corpi dei migranti affondati con il loro barcone il 18 aprile 2015 ha suscitato, sui social network, un dibattito spietato (in senso letterale) sull’opportunità di questa operazione, specie essendo stata finanziata da denaro pubblico. Lo scopro grazie a Chiara Brivio, che rilancia su Facebook la cronaca della fetta di quel dibattito sviluppatasi attorno al programma di Radio 3 “Tutta la città ne parla” ( tinyurl.com/h4fk48f ) attraverso il profilo del conduttore Pietro Del Soldà. Qualche verifica in Rete, a campione, mi fa dire che questi “spietati” non erano affatto concentrati tra gli ascoltatori di Radio 3: si è trattato di una reazione diffusa.
Non credo di dover spiegare qui (anche perché so che Eraldo Affinati ne scrive in questa stessa pagina) perché il tema della degna sepoltura di un corpo morto è “religioso”: stiamo infatti parlando di una delle opere di misericordia. Posso spiegarmi invece un’ostilità così ampia interpretandola come una reazione “politica” all’amplificazione che le istituzioni pubbliche hanno dato all’iniziativa. Ma sta di fatto che quell’ostilità mi ha indignato, e lo voglio spiegare facendo riferimento a una circostanza molto personale.
Porto il nome che porto perché nel 1941 un uomo con questo nome, fratello di mia madre, amico di mio padre, è finito in fondo a quello stesso mare. L’incrociatore sul quale navigava stava scortando un convoglio diretto in Libia quando un sommergibile “nemico” lo ha affondato, 75 miglia a sud-ovest di Lampedusa. Dei suoi marinai, quasi 500 sono rimasti “sepolti” in mare, e sono certo, perché ne sono stato testimone, che il dolore dei loro familiari sia stato moltiplicato dalla circostanza di non poterne piangere il corpo. Non credo che i familiari dei migranti affondati un anno fa abbiano un’anima meno sensibile.

avvenire