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Se sparisce la coscienza

 

di Ferdinando Cancelli

 

“If thought corrupts language, language can also corrupt thought” (“se il pensiero distorce il linguaggio, anche il linguaggio è in grado di distorcere il pensiero”) scriveva George Orwell. Cambiare le definizioni di alcuni atti, eliminare nomi scomodi o preferire neutre affermazioni per edulcorare la realtà e renderla più accettabile è molto più frequente di quanto si possa pensare.
Ci è capitato spesso di far riflettere alcuni giovani specializzandi in medicina sulla differenza che c’è tra il termine “aborto” e “interruzione volontaria di gravidanza” oppure tra le parole “eutanasia” e “dolce morte” e di fronte ai loro sguardi un po’ infastiditi abbiamo compreso quanta strada sia già stata fatta verso quella distorsione del pensiero operata dal linguaggio a cui si riferisce molto acutamente George Orwell. Se però c’è una cosa di cui il giovane medico ha bisogno è di soffermarsi sul proprio codice deontologico, sulla conoscenza dei propri doveri, vero patrimonio fondante la pratica professionale.
Nel leggere la bozza di revisione dell’attuale Codice di deontologia medica italiano si corre il rischio di restare smarriti, o meglio di vedere smarrite alcune parole fondamentali presenti nella versione del 2006. È sparito il “malato” per ricomparire come “persona assistita” ma quest’ultima non potrà più rischiare di subire “un’eutanasia” – altro termine scomparso – ma solo un “trattamento finalizzato a provocare la morte”, ovviamente entrambi vietati dalla legge vigente in Italia. Sono spariti molti verbi come il vecchio “dovere” che si è ritrovato a essere trasformato in altri parenti più innocui: così adesso il medico non “deve” più prestare giuramento ma si trova vagamente, e con ogni probabilità debolmente, “vincolato ai principi del giuramento”.

(©L’Osservatore Romano 21 settembre 2013)