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Se il Verbo si fa liturgia…

di Piero Di Perri Santo
Sulle discussioni riguardo al «pauperismo» nelle suppellettili utilizzate da Papa Francesco nelle celebrazioni

C’è un rito, nell’eucaristia, che mi fa piacere celebrare, anche se le rubriche non lo prevedono. Stiano tranquilli i liturgisti, è solo un’orazione mentale, niente che disturba il momento celebrativo; anzi, se devo essere sincero, mi permette di apprezzarlo di più. Quando mi accingo a distribuire la comunione ai fedeli, faccio sempre molta attenzione a scendere lo scalino del presbiterio, mentre ripeto nella mia mente: “et incarnatus est“. Sì, perché mi piace ricordare che il momento supremo dell’incarnazione del Verbo non sta solo nella transustanziazione della specie, ma nel suo farsi intimamente vicino all’umanità, in quell’atto di “scendere il gradino” che lo rende così prossimo ai suoi discepoli.

Ed è questo che mi ha provocato a riflettere parecchio in queste ultime settimane, caratterizzate da un lato dai primi gesti di papa Francesco e dall’altro dai vari commenti che circolano in certi blog “cattolici” (o pseudo tali) in merito alla scelta di “povertà” che necessariamente deve trovarsi a fare i conti con la liturgia e lo stile celebrativo. C’è chi giustifica la preziosità delle suppellettili e condanna forme di pauperismo invocando lo stesso san Francesco con le sue fonti, e chi controbatte ostentando di conoscere san Giovanni Crisostomo e la sua scala di priorità («Prima sazia l’affamato, e solo in seguito orna l’altare con quello che rimane»); chi invoca un’esatta applicazione del principio della “nobile semplicità” del Vaticano II, e chi rimarca l’aspetto misterico-trascendentale della liturgia e la necessaria contrapposizione tra sacro e profano.

Tutte discussioni valide – sia chiaro! – anche se forse per lo più faziose. Perché il punto, a mio parere, è uno solo: capire (e quindi celebrare) l’incarnazione. Un dogma essenziale alla nostra fede, che molte volte stentiamo a comprendere fino in fondo. Capire, cioè, che la volontà di Dio in Gesù Cristo è stata quella di farsi prossimo all’uomo, al fondo dell’uomo, al punto che l’unigenito figlio di Dio «spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini» (Fil 2,7); vicino alle sue condizioni, alle sua ansie, ai suoi bisogni. E se proprio non vogliamo saperne di pensare la chiesa nell’idea mohleriana della “incarnazione continuata”, dovremmo però accontentarci di accoglierla come una realtà in analogia al Verbo incarnato, umana e divina allo stesso tempo, come ci ha insegnato il Concilio.

Se teniamo a mente questa premessa, allora la povertà della chiesa scaturisce non da un’esigenza imposta da fuori, ma dalla sua stessa essenza: la chiesa dev’essere povera, anche negli arredi, perché si fa solidale all’uomo povero di oggi. E se si vuole “incarnare” nella società odierna – quella stessa società nella quale c’è quasi più fila ai negozi di “Compro oro” che al supermercato – questa chiesa non può continuare ad ostentare metalli e argenti preziosi, non perché non li merita Colui che in essi è contenuto, ma perché non li merita quell’umanità alla quale Egli si è fatto vicino, rinunciando per primo alla propria ricchezza. Del genere – direbbe qualche brillante mente paolina – che tutto è lecito, ma non tutto giova. Così, il fatto che grandi santi e padri, nella bimillenaria storia della chiesa, abbiano giustificato tale uso, non ci autorizza a scavalcare l’analisi delle circostanze sociali attuali e a trascurare sic et simpliciter le esigenze della comunità di oggi, fatta da uomini e donne che non attendono altro che sentire la vicinanza di Dio nella loro vita. Fedeltà a Dio – ci insegna la prassi catechetica – ma anche all’uomo!

Soltanto in questa maniera potremo continuare a ripetere, scendendo quegli scalini e come una perenne liturgia, che il Verbo si è incarnato e che noi, sua chiesa, di questo siamo testimonianza vivente. E solo così la nostra testimonianza risulterà credibile, e sarà anch’essa una celebrazione dell’amore di Dio.

vinonuovo.it