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Se al museo «s’inciampa» in Dio

Fare rete è diventato quasi un mantra del sistema culturale. Ma come in tante altre occasioni, l’intuizione rischia di tramutarsi in slogan. Eppure è davvero una delle poche difese, se intesa e perseguita con cognizione di causa, contro una crisi i cui morsi si fanno sentire particolarmente forti nella carne di musei, archivi e biblioteche.

Il tema è al centro del nono convegno biennale Amei dal titolo “La rete dei musei ecclesiastici: da strumento economico a laboratorio interpretativo”, iniziato ieri ad Assisi. «Poche realtà tra i musei religiosi, meno di una decina, fanno rete tra loro. Numerose altre partecipano alle reti provinciali. E nella maggioranza non partecipano a nessuna rete».

È una fotografia con più ombre che luci quella di monsignor Giancarlo Santi, presidente dell’associazione che riunisce i musei ecclesiastici italiani. A fronte di una presenza ampiamente diffusa sul territorio: al 2013 sono infatti 875 i musei religiosi di proprietà ecclesiastica mentre quelli di proprietà privata 116. I musei diocesani, che nel 1971 erano 37, nel 2013 hanno toccato quota 218 (compresi quelli aperti, in progetto e in restauro). Sembra paradossale, ma musei che dovrebbero essere nati come espressione di una comunità faticano a mettersi in comune tra loro: «C’è difficoltà a lavorare tra fratelli – prosegue Santi –. È la logica del campanile, che pure è stata un punto di forza nel far nascere una ricchezza culturale diffusa.

La crisi è una grande occasione per scoprire la rete e i suoi vantaggi. I nostri musei, che non la conoscono, temono più che apprezzare la vicinanza. Eppure il sistema premia la rete. C’è un eccesso di prudenza da parte dei responsabili ecclesiastici. La paura di nuove fonti di debito non dovrebbe prevalere sulla possibilità di avere un originale strumento di evangelizzazione. Sappiamo che questi musei sono spesso il primo annuncio verso un pubblico che altrimenti la Chiesa non incontrerebbe.

Un’occasione di inciampo per chi non crede». Sono circa duecento gli iscritti al convegno, un bel segnale della vitalità di questo mondo: «L’incontro è il primo passo verso la rete. C’è una grande attesa di proposte. Si tratta di renderle operative, tenendo sempre al centro l’identità pastorale della missione di queste realtà». Le reti, come spiega Alberto Garlandini, presidente di Icom Italia, restano ancora «una sfida da vincere». Di due tipi sono infatti le difficoltà in campo: «La crisi economica, innanzi tutto, che costringe la spesa pubblica a contrarsi, mettendo in difficoltà le reti più fragili, quelle che non si sono stabilizzate ma vivono su accordi informali e convenzioni.

C’è però un altro aspetto, più recente e forse ancora più grave, legato alla crisi istituzionale degli enti locali. La creazione e la gestione di reti museali e sistemi bibliotecari era stata delegata alle province e alle comunità montane. La loro soppressione cancella il riferimento per tutti gli istituti. E allo stato attuale non si sa bene chi si assumerà competenze e sistemi. Io penso che sarebbe un errore grave se a occuparsene fossero le regioni, che devono essere enti di indirizzo e sostegno».

Chi riesce meglio a far fronte alla situazione sono le reti in cui si mescolano pubblico e privato, inteso come terzo settore e volontariato: «È la sfida di cui parlavo, in realtà una vera e propria rivoluzione. È importante valorizzare l’apporto della sussidiarietà orizzontale all’attività di un museo.

Ma senza professionisti non può avanzare. Volontariato e figure professionali sono due facce necessarie, che non si eliminano a vicenda ma si rafforzano. La rete consente di acquisire professionisti che lavorano per più musei, consentendo di ottimizzare costi e risorse e di sviluppare progetti più ambiziosi. Ma il volontariato lasciato a se stesso non può inserirsi in modo corretto nelle dinamiche degli istituti culturali. Una persona che gestisce il rapporto con il volontariato per tutta la rete può certamente portare a benefici in scala». «L’idea alla base dei musei ecclesiastici è molto moderna – spiega Daniele Jalla, docente di museologia e membro del consiglio direttivo di Icom: – le opere entrano nelle collezioni solo quando non possono essere mantenute nel loro contesto originario per ragioni di sicurezza oppure vengono dismesse dall’uso liturgico».

E proprio il legame con il territorio, se mantenuto e potenziato, può diventare secondo Jalla la forza di queste realtà: «Il museo diffuso, non come metafora ma come strumento organizzativo, è quello che consente meglio di incrociare tutela e valorizzazione, grazie all’azione di perno che possono svolgere le realtà nel loro contesto. Ma si può fare anche un passo in più: ricomporre la logica del museo diffuso e dell’ecomuseo. Quest’ultima, più che una struttura, è una pratica partecipata. Il patrimonio ecclesiastico, che è bene ma anche comunità, ha la possibilità di svolgere tutela e valorizzazione attraverso i membri stessi della comunità. La partecipazione può comunicare nel modo migliore, prima ancora che i “beni”, i valori della fede. E rendere viva la missione pastorale di questi musei».

 

Alessandro Beltrami -avvenire.it