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Scoperte / Riemerge dal mistero del tempo la più antica pagina di musica scritta che sia mai stata conosciuta dall’uomo

Si tratta di una tavoletta in alfabeto cuneiforme, risalente al XIII secolo avanti Cristo e ritrovata durante scavi archeologici effettuati a Ugarit, in Siria. E la marcia in più di questo ritrovamento è che non siamo di fronte a un frammento: è una composizione integrale di sessanta battute, con tema centrale e tre strofe.

«Ci sono molte ripetizioni – spiega Enzo Sartori, giovane pianista piemontese cui è stata affidata la missione di tradurre in suoni la tavoletta – ma si tratta di qualcosa di speciale. La musica che si rivela è in re maggiore, la tonalità più facile da cantare, e infatti sopra la notazione musicale c’è un testo. Una sorta di spartito ante litteram che assomiglia molto come struttura al gregoriano. C’è una monodia che sommando le parti porta alla polifonia vocale, e letta in verticale svela l’armonia».

Sartori veniva da un bel disco di piano solo intitolato May day quando è stato chiamato dagli scienziati che hanno scoperto la tavoletta. «Avevo conosciuto gli archeologi Giorgio Buccellati e sua moglie Marilyn quando mi fu commissionata un’installazione chopiniana in un orrido alpino. Loro scavano da trent’anni a Mosan e Ugarit è a poca distanza. Quando hanno trovato questa tavoletta ed è stato chiaro fosse musica mi hanno contattato. Inizialmente per suonare il brano a un convegno, poi si è pensato a un disco». E il disco che ne è uscito si intitola Urkesh Suite: Urkesh era il nome della principale città edificata nella zona degli scavi, nel IV millennio avanti Cristo, dalla civiltà urrita insediatasi in Mesopotamia durante l’età del bronzo.

Ovviamente Sartori non poteva ridare filologicamente la musica urrita com’era, e lui spiega bene: «Su internet hanno provato a cantare l’incisione così com’è. Alla sua epoca, veniva suonata da cetre: ne hanno trovate diverse accanto alla tavoletta. Io solo nel primo brano della suite, The song of Urkesh, ho dato una traccia quasi radiografica della partitura. Poi ho lavorato su una rielaborazione al pianoforte». Lo scopo di portare su uno strumento occidentale un’antica musica orientale è in parte artistico in parte ben più alto, quasi etico.

Da un punto di vista musicale, racconta Sartori, «il pianoforte permette massima pulizia espressiva e ha varianti timbriche, senza contare l’uso esplicito delle corde e la sua potenzialità percussiva. Ma ho elaborato il tema con armonizzazioni semplici usando sempre e solo toni e semitoni, e mai i microtoni della musica orientale, anche perché volevo riavvicinare tramite l’arte Oriente e Occidente oggi in guerra».

Al momento infatti tra conflitti ed embarghi gli scavi sono fermi. «E questa è una situazione dannosa per le ricerche: l’idea degli archeologi era di creare un ecoparco che permettesse alla zona di valorizzarsi con una propria microeconomia. Anche di qui nasce l’idea di testimoniare l’importanza della ricerca partendo da questo “spartito”, perché l’arte avvicina i popoli».

Certo ai puristi suonerà strana musica orientale del XIII secolo avanti Cristo eseguita al pianoforte in forma suite… «E invece la suite fa capire le consonanze fra mondi oggi in difficoltà a parlarsi. La tavoletta mostra musica rituale di corte, i suoi sigilli parlano di un inno del popolo e assieme di musica sacra. Lei prenda Bach, gli tolga la parrucca e lo sposti sul mappamondo: è esattamente come veniva fatta e fruita la musica da noi fino al Settecento. Camerismo, sacralità, intimità messi insieme».

L’unico rimpianto di Sartori è che il disco per ora sia solo su web: «Costava troppo fare un cd, e comunque in fondo ci piaceva fosse disponibile ovunque con un clic. Vorrei però farlo sentire dal vivo: a maggio lo eseguirò a Milano, prima di dedicarmi a lavori su Buzzati e Liszt».

L’orgoglio di Sartori, invece, è il risultato ottenuto nella patria della tavoletta. «Ho ricevuto su YouTube un commento, in stentato inglese, di un signore di laggiù: mi ha raccontato che ha fatto sentire la suite nella piazza del suo paesino e la gente si è radunata ad ascoltare il proprio passato. Questo conferma che abbiamo centrato gli obiettivi: facendo rivivere musica di secoli fa per la sua gente e per il mondo intero. Nel mio piccolo, vorrei servisse anche per la pace».

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