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Scienza e teologia, punti fermi del dialogo

Il dialogo tra scienza e fede? Possibilissimo come dimostra la storia, necessario come richiede ancor di più l’attuale momento culturale. Ma a due condizioni: un certo “scientismo” deve lasciar cadere la tesi secondo cui soltanto quella scientifica, fondata su fatti sperimentalmente accertati, è conoscenza certa. Così come «il teologo deve rinunciare alla pretesa di piegare in senso apologetico i risultati della ricerca sperimentale». Lo ribadisce il gesuita Giandomenico Mucci sull’ultimo numero della Civiltà Cattolica, in un lungo intervento che ha comunque di mira la prima delle due condizioni e difatti si intitola “Le critiche degli scienziati alla teologia”. Padre Mucci passa in rassegna alcune delle voci che si occupano di scienza sui media italiani e ne stigmatizza l’approccio segnato da un «fastidioso atteggiamento di supponenza e di superiore saggezza» rispetto al mondo credente. Quell’atteggiamento che liquida l’esperienza religiosa come un insieme di «suggestioni evocative e autoconsolatorie» che frenano «le migliori predisposizioni morali dell’uomo» (Gilberto Corbellini), o che arriva a vedere nel magistero papale l’idea «che è la scienza in sé a essere pericolosa» (Armando Massarenti).
Una mentalità «provinciale», pungola Mucci, se si guarda per esempio al contesto angloamericano. E qui il riferimento va in primis a quanto formulato da uno dei massimi biologi evoluzionisti degli ultimi decenni, Stephen J. Gould (1941-2002), con la sua proposta di considerare due «insegnamenti non sovrapponibili», quello della scienza che si interessa della «scena dell’essere e dell’esistere», e quello della teologia che si occupa del «fondamento».

A questa disamina un filosofo della scienza come Giulio Giorello ribatte che «si fa sempre bene a richiamare un nucleo di idee come quelle di Gould, anche per sgomberare il campo da argomenti di tipo sociologico che io trovo molto deboli. Come quando si prova a impostare il dialogo tra scienza e fede sul numero di scienziati credenti o non credenti censiti in un determinato Paese». E se Mucci richiama il fatto che la scienza dovrebbe essere «un’attività antidogmatica», anche qui Giorello conviene, «anche se preferirei chiamarla atteggiamento critico, che è il modo in cui funziona l’impresa scientifica. Certo, alcuni scienziati possono essere condizionati dalle passioni più diverse, ma sono d’accordo con quanto ha scritto il primatologo Frans De Waal ne Il Bonobo e l’Ateo, rispondendo a chi sostiene cheanche la scienza ha i suoi “dogmi”. De Waal dice che comunque, su lungo periodo, le obiezioni e l’anticonformismo in ambito scientifico vengono premiati. Anche se talvolta con fatica. Basti pensare alle puntigliose obiezioni mosse da Einstein alla meccanica quantistica e a Niels Bohr in particolare, che alla lunga hanno migliorato il livello di ricerca della stessa fisica quantistica. Io ho la sensazione che se c’è un contrasto tra scienza e fede non è perché parlano di due mondi diversi o dello stesso mondo cercando cose diverse. Ma nasce dal tipo di argomentazione che viene adottato. Nella scienza non c’è spazio per alcun principio di autorità, nessuna forma di sapere infallibile. Mentre la questione dell’infallibilità caratterizza, a partire dalle Sacre Scritture, diverse religioni».

Padre Mucci cita i «dolci lumi» evocati dalla filosofa Roberta De Monticelli e alla luce dei quali sarebbe possibile la soluzione delle conflitti tra scienza e fede. Ancora Giorello: «Concordo con De Monticelli sull’importanza dell’Illuminismo, ma è sul “dolci” che non sono d’accordo. Sono per valorizzare, come il grande studioso Jonathan Israel, quello che è chiamato “illuminismo radicale”, che ha la sua radice in Spinoza e Hume, che è stato un illuminismo rigoroso e soprattutto che non ha avuto paura delle forti polemiche. Il non aver paura delle polemiche è il nerbo della libertà filosofica. Se la religione è capace di essere coraggiosa nel difendere le proprie posizioni e nel rendere il valore cristallino della fede, ben venga. La considero un arricchimento».

Detto questo, Giorello non concorda comunque con la tesi di fondo del gesuita: «Non trovo che in Italia ci sia un rischio di “scientismo”, trovo invece che ci siano stati diversi movimenti  antiscientifici. Non c’è bisogno di tornare al caso Galileo: pensiamo ai danni fatti dalla vulgata dell’idealismo italiano, con le teorie scientifiche viste come un insieme di pseudoconcetti, o a esponenti del marxismo che sono arrivati ad applicare il materialismo storico financo alla teoria della relatività».

Da parte di un epistemologo e storico della scienza come Giorgio Israel c’è invece ab initio una presa di distanza dalla proposta di Gould, vista con simpatia da Mucci: «Non la condivido, perché il pensiero non può essere diviso in zone d’influenza come un territorio mediante una transazione politico-diplomatica. Non può che finir male. Nel passato, l’intolleranza religiosa ha perseguitato un libero pensiero che di per sé non aveva alcun elemento strutturale di ateismo o di riduzione del ruolo della ragione ai “meri fatti”. Oggi, si rischia la prepotenza di un pensiero ateistico-positivistico che, spacciandosi come portavoce della scienza, mira a dichiarare come irrazionale e illegittimo il pensiero religioso. Occorre ridare spazio a forme di pensiero che non s’identificano con il razionalismo “ridotto” e che non sono rappresentate dalla sola teologia».

E sul pregiudizio anti-religioso di non poca pubblicistica scientifica italiana, così commenta lo studioso: «Penso che andrebbe introdotta nelle scuole la lettura commentata dei brani in cui Edmund Husserl – che di scienza ne capiva più di molti “scienziati” di oggi – spiegava come la scienza moderna faccia parte di un progetto complessivo di comprensione razionale, una scienza onnicomprensiva della totalità dell’essere che riguarda tutti i problemi della ragione, e quindi non solo anche quelli metafisici, ma anche il “problema di Dio come fonte teleologica di qualsiasi ragione nel mondo, del senso del mondo”. Husserl ha spiegato come alcuni fraintendimenti e oscurità irrisolti in questo progetto siano all’origine di un concetto positivistico della scienza come “concetto residuo” che ha accantonato tutto ciò che non appare come “mero fatto”. Il caso più evidente è dato dalla trasformazione del dualismo cartesiano in una forma di monismo materialistico. Ed è ironico costatare che, tanto è forte il legame della scienza con la metafisica – che il positivismo fa credere di poter escludere – da riemergere nel tentativo di difendere una metafisica materialistica. Altro che mera aderenza positivistica ai fatti!».

«Ne è testimonianza – prosegue ancora Israel – l’interesse spasmodico che molti scienziati hanno più che nei temi specifici delle loro ricerche, nel dimostrare che il libero arbitrio non esiste, che tutto si riduce a Dna e neuroni. Beninteso, è legittimo coltivare una metafisica ateistica: a condizione di non spacciarlo come risultato della scienza. È un grave errore accettare una simile contraffazione e pensare di trovare terreni di transazione teorica entro discipline come la “neuroteologia”, che oltre a essere inconsistenti sono strutturalmente atee. Ed è un grave errore accettare l’idea che scienziato sia, per definizione, chi propugna quelle visioni. Se si ripartisce il terreno in questo modo – da un lato i teologi, dall’altro la scienza e gli scienziati, tutti positivisti e atei – non c’è da stupirsi che i media selezionino in un certo modo commentatori e divulgatori e gli altri non esistano. E allora di che stupirsi se questo alimenta toni sprezzanti da parte di chi si sente legittimato come unico rappresentante della “scienza”?».

avvenire.it