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Salviamo i templi più belli del mondo

SOS CHIESE

Leonardo Servadio – avvenire.it

Sono 67, in 41 Paesi di tutto il mondo, i siti a rischio segnalati quest’anno dal World Monuments Fund (Wmf), il Fondo per i monumenti nel mondo, organismo nonprofit che ha sede a New York. «Hanno bisogno sia di risorse economiche, sia di nuove idee – dice Bonnie Burnham, la presidente del Wmf –. Questi luoghi, e innumerevoli altri, raccontano la storia dell’essere umano». Ma tra disastri naturali e causati dall’uomo, guerre, incuria, possono perdersi.

Dal 1996 il Wmf ogni due anni pubblica un rapporto, il World Monuments Watch, che individua alcuni siti su cui, per promuoverne il recupero, richiama l’attenzione dell’opinione pubblica. Per quanto la presenza di monumenti statunitensi quest’anno sia corposa (6 sui 67), la fotografia in apertura del rapporto mostra l’isola di San Giorgio a Venezia: un’immagine molto espressiva dei tempi che corrono.

Infatti il suo profilo non si staglia sul panorama della città lagunare, coi suoi campanili e le chiese, perché sullo sfondo campeggia l’enorme murata di un transatlantico alto come un grattacielo, lungo come due campi di calcio, tribune comprese. Certo, Venezia è da secoli in condizioni precarie ma – come nota il rapporto del Wmf – negli ultimi 5 anni l’arrivo di navi da crociera è cresciuto di quattro volte e nei momenti “caldi” ogni giorno sbarcano ventimila turisti. Ne nasce un «effetto cavalletta» sull’economia e sugli spazi della città che spinge i residenti ad andarsene (negli ultimi dieci anni la popolazione locale sarebbe diminuita del 50%).

Già negli anni ’60 il Wmf era intervenuto a Venezia, ma la sfida del turismo-cavalletta è totalmente nuova. Gli altri siti segnalati in Italia sono le voliere degli Orti Farnesiani a Roma, architettura cinquecentesca che domina l’ansa del Tevere dal colle Palatino, costruita su resti archeologici e decorata a sgraffito (tecnica tipica dell’epoca, consistente nel disegno a incisione di strati di intonaco colorato sovrapposti): necessita un’opera di conservazione che ne arresti il degrado.

Poi il Muro dei Francesi presso Ciampino, sito archeologico vicino al quale è stata individuata una sontuosa villa del I secolo a.C. (ma il nome deriva da una battaglia che Alberico da Barbiano vinse contro le truppe francesi, contribuendo a mettere fine alla cattività avignonese del papato); e infine il centro storico dell’Aquila: come è scritto nel rapporto, «quattro anni dopo la catastrofe (il terremoto del 2009, ndr) è importante lanciare l’allarme perché la situazione non ha trovato soluzione»; si parla dell’inagibilità del sito, delle famiglie che vivono in ricoveri provvisori, del rischio di perdere definitivamente il patrimonio culturale.

Negli Stati Uniti si segnalano diversi luoghi, alcuni emblematici di certa architettura contemporanea ormai divenuta storica. Per esempio a Spring Green (Wisconsin) l’insediamento di Taliesin, emblematico della progettazione wrightiana, che funse da laboratorio di ricerca per il maestro e i suoi allievi sin dai primi anni Trenta. Oppure a Portorico (che, per quanto isola caraibica, è territorio non incorporato degli Usa, in attesa di acquisire la condizione di Stato federato) la casa di Henry Klumb, che fu collaboratore di Frank Lloyd Wright e vi compì molte opere dopo esservisi trasferito nel ’44; la sua casa, quasi senza pareti, è una specie di manifesto dell’architettura “moderna”; ma dal ’98 è caduta in dissesto in seguito a un uragano. Molti tra i siti segnalati sono i luoghi ecclesiastici.

Come il convento e la chiesa di Santa Caterina da Siena a Buenos Aires, progettati a metà del Settecento dal gesuita Giovanni Andrea Bianchi: sono «un’oasi di spiritualità nel centro della capitale argentina», ma ora l’amministrazione comunale ha approvato la costruzione di una torre di 18 piani proprio lì accanto e questo rovinerà il valore storico del contesto urbano, oltre a soverchiare il convento. L’appello è che gli amministratori della città rinuncino a compiere opere dall’impatto nefasto. Ancora: il monastero San Gregorio (patrono degli armeni) a Dsegh in Armenia; al suo interno l’iscrizione più recente è del 1247, si pensa sia stato eretto nel X secolo e abbandonato dopo l’invasione mongola: oggi è in rovina. L’appello mira a risvegliare l’attenzione verso quello che potrebbe essere un centro fondante della fede cristiana in quella regione.

C’è poi la chiesa di Sainte-Croix a Liegi (Belgio), costruita tra il XIII e il XIV secolo, con la sua torre ottagonale che risalta nel contesto urbano; ma negli anni ’60, per far passare una superstrada, le case del quartiere sono state tutte abbattute. Rimasta senza parrocchiani, la chiesa è stata abbandonata e si deteriora rapidamente. Un altro sito è la chiesa di Yemrehanno Kristos nel Nord dell’Etiopia, posta in una caverna; è ben conservata, accudita dal locale clero ed è luogo di pellegrinaggi, ma vi sono segni di deterioramento e si attende che la costruzione di una strada aumenterà il flusso di visitatori: il problema è prepararsi a gestire con saggezza la nuova situazione.

Poi si segnalano le chiese di Saint-Merri e di Notre-Dame-de-Lorette a Parigi: la prima in gotico fiammeggiante del XVI secolo, la seconda eretta tra il 1823 e il 1836 in stile neoclassico; non essendo molto note, sono trascurate, ma «sono gioielli da conservare». Fra gli altri siti religiosi il monastero di Negotino-Poloshko in Macedonia, architettura tardo bizantina del 1340: quando negli anni ’60 fu creato il lago artificiale di Tikveš, il villaggio venne sommerso e solo il monastero, costruito su un’altura, si salvò; però rimase letteralmente isolato. Se ne occupano alcune suore, ma l’umidità ne danneggia le superfici affrescate.

Poi i retablos (monumentali pale d’altare) delle chiese di San Cristobal de las Casas nel Chiapas in Messico e di altre chiese della zona: sono 36 e risalgono al XVI e XVII secolo. Qui la minaccia principale sono i furti: sono necessari un inventario delle opere e un’attenta guardiania da parte delle comunità locali; la cappella della Virgen Concebida di Kuchuhuasi (Cuzco, Perù), costruita nel XVII secolo in terra cruda (adobe) e completamente dipinta all’interno; i fedeli cercano di conservarla e ogni 5 anni rifanno le coperture in paglia, tuttavia l’umidità minaccia non solo le superfici ma anche i muri stessi, in parte crepati.

Si richiedono interventi specialistici. In Romania si segnalano le chiese di legno della Oltenia settentrionale e della Transilvania meridionale, ma anche la grande sinagoga di Iasi; in Spagna la chiesa di San Pedro Apostolo a Cuenca; in Tanzania la cattedrale di Zanzibar; in Turchia la cattedrale di Mren, costruita nell’anno 638 e «drammaticamente deteriorata» negli ultimi anni. Ci sono anche siti complessi (come la Serra da Moneda in Brasile, costituita da molteplici opere minerarie affiancate da case antiche in rovina), siti di archeologia industriale (le lampade a gas di Berlino o le cremagliere di Valparaiso in Cile, che dall’inizio del ’900 permettono di salire con facilità le forti chine della città); architetture inconsuete (come Funi Aziri Bangwe, una porta urbana su più ordini nella città di Ikoni nelle Comore); luoghi misteriosi (quali Uaxactun, col suo tempio delle maschere Maya nascosto nella foresta nel Guatemala). A guardarli tutti si apprezza quanto è grande il mondo: più che in estensione, in varietà.

E quanto c’è da conoscere, quanto da tramandare nel tempo perché si possa godere appieno il grande miracolo della creatività, che fiorisce solo là dove c’è vera civiltà.

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