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Ruanda: storia di Clodette ragazza-soldato sfuggita alla follia

«I guerriglieri hutu arrivarono inaspettatamente nel liceo di Kibimba imbracciando i mitragliatori; scelsero tra un migliaio di studenti di varie etnie 400 ragazzi tutsi e li bruciarono vivi all’interno delle aule scolastiche, sparando su chi tentava di uscire per mettersi in salvo». Lo sguardo profondo di Clodette si fa triste e i suoi occhi fissano un punto indefinito all’orizzonte. I ricordi di quanto accadde nel 1993, agli inizi della guerra civile in Burundi tra hutu e tutsi, hanno colori forti che non sbiadiscono nel tempo. «L’Occidente ignora volutamente le guerre africane, soprattutto perché spesso vengono combattute con armi fabbricate o commercializzate dai maggiori Paesi industrializzati». In Burundi le due fazioni (i tutsi compongono il 15% della popolazione del Burundi, il restante 85% sono hutu) hanno lasciato sul terreno in 15 anni più di 500 mila morti e decine di migliaia tra feriti e mutilati. «Sono di etnia tutsi come tutta la mia numerosa famiglia. In quegli anni abitavamo a Ngozi ai confini con il Ruanda. Avevo venti anni e un giorno un commando hutu irruppe all’improvviso nella nostra abitazione. Uccisero a sangue freddo tutti i presenti in quel momento: mio padre, 2 sorelle e un fratello. Con loro se ne andò un pezzo del mio cuore, la mia spensieratezza e le mie speranze. Per lungo tempo abbiamo vissuto nel terrore che altri hutu potessero tornare, violentarci e ucciderci tutti». Clodette con grandi sacrifici riesce ad arrivare alla soglia dell’Università. Per accedervi però, bisogna obbligatoriamente ottemperare al servizio militare che dopo 12 mesi fornisce il foglio di "congedo", indispensabile per l’accesso a qualsiasi ateneo del Burundi. «Sono stati 12 mesi terribili, un inferno», racconta. «Sono stata testimone di vicende inenarrabili; purtroppo la realtà, nella guerra del Burundi come in quella del Ruanda, ha superato spesso la più macabra fantasia. Come soldato, appartenente alle forze militari governative tutsi, eseguivo continui rastrellamenti per contrastare le unità ribelli hutu che ci attaccavano con continue azioni di guerriglia. Cerchi, durante le azioni di guerra, di esorcizzare la paura che ti fa prigioniera. È la paura che non ti permette di pensare razionalmente, ti fa perdere i punti di riferimento e la tua identità; agisci continuamente condizionata da una fortissima ansia perché il tuo nemico può avere molti volti: una mina, un bambino, ma anche una persona che credevi amica». Ma proprio nei momenti più oscuri, per non lasciarsi guidare dalla «cultura di morte» in cui era immersa, Clodette si aggrappa disperatamente alla propria fede, abbraccia letteralmente ogni notte la Bibbia su cui inizia a pregare quotidianamente e forsennatamente. «La guerra trasforma tutte le cose che molte volte assumono false sembianze: tutto può costituire una minaccia alla tua vita; durante la notte mi chiedevo di continuo dove si trovasse il mio mitragliatore e se era pronto a sparare. In una situazione del genere rischi di impazzire; io mi sono aggrappata alla fede: pregavo molto, soprattutto pregavo affinché non mi chiedessero di uccidere o di fare azioni violente». Clodette porta a termine il servizio di leva ottenendo il congedo permanente che le permette di accedere all’Università. Nonostante il suo costante impiego in aree di combattimento, non sparerà neanche un colpo. Al suo ritorno a casa il vescovo della diocesi di Bururi, Bernard Bududira, amico del cardinale Piovanelli, offre alla giovane e ad altri 3 giovani burundesi la possibilità di raggiungere l’Italia per proseguire gli studi. «Dio mi ha salvato», dice Clodette. «È l’unica certezza che ho, nessun altro mi poteva tirare fuori da quell’inferno. Solo Dio poteva salvare me e la mia famiglia da questa immane tragedia». «Adesso, a parer mio», conclude, «non bisognerebbe impiegare il tempo in inchieste sui crimini commessi, questo significherebbe indagare su più di centomila fatti di sangue, non relativi a combattimenti, che si sono verificati negli anni del conflitto. Un’operazione investigativa gigantesca che rischia di avere pochi frutti e allontanarci da ciò che dobbiamo fare prioritariamente: comprendere l’assurdità di ciò che è accaduto per poi guardarci negli occhi e chiederci reciprocamente perdono. È un percorso lungo e difficile, ma è l’unico necessario perché il mio Paese possa avere un futuro». Marco Giorgetti – Jesus 9/2010