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Ritornare alla radice solidaristica. L’adozione dei figli oltre i nuovi «miti»

La società si nutre di miti, vale a dire di storie che si assumono come vere e che coinvolgono emotivamente l’ascoltatore. I miti non si discutono. Anche i giuristi, nella loro opera di ordinamento della realtà sociale, si nutrono di miti. E i giuristi cattolici italiani lo hanno ricordato e denunciato nel corso del loro Convegno nazionale, svoltosi a Roma nei giorni scorsi e dedicato all’istituto dell’adozione.
In passato il mito circolante sull’adozione era quello del sangue, per cui i legami affettivi tra genitori e figli sarebbero fondati sul rapporto biologico. La storia dimostra ampiamente che ordinariamente è così, ma non sempre: per i minori abbandonati il sangue non ha detto nulla; per i minori adottati, sottratti all’abbandono, la mancanza del sangue non ha impedito che il tutto potesse dirsi.
Oggi un mito ricorrente è quello dell’amore che, come si è acutamente notato, diviene «l’altro e vero oppio dei popoli». Si tratta di un mito che insidia l’intero istituto matrimoniale: la fine dell’amore giustifica la fine del matrimonio; la sussistenza dell’amore fa reclamare il riconoscimento come matrimonio di convivenze che tali non sono. Ora è evidente che l’amore costituisce il collante fondamentale della società domestica; tuttavia esso è giuridicamente irrilevante, perché non verificabile né quantificabile, non a caso il diritto matrimoniale e di famiglia hanno sempre evitato di riferirsi all’amore. L’art. 143 del codice civile richiede “solo”, tra i coniugi, fedeltà, assistenza morale e materiale, collaborazione nell’interesse della famiglia, coabitazione; non pretende che si vogliano bene. Così pure l’art. 147 non impone loro di amare i propri figli, ma “solo” di mantenerli, istruirli ed educarli, tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni degli stessi. L’amore al presente giustifica, invece, metamorfosi estreme e irrazionali della genitorialità.
Ma il mito più insidioso, e oggi in assoluto il più diffuso, è il «diritto al figlio», espressione di una più larga mitologia: quella della giuridificazione dei desideri. Ogni desiderio finisce per divenire un diritto sicché, a differenza di quanto accaduto nel passato, il positivismo giuridico sembra oggi celebrare i suoi trionfi non per mezzo dello Stato, ma per volontà dell’individuo.
Con l’affermarsi di differenti mitologie, l’antico istituto dell’adozione ha perso progressivamente di identità, polverizzandosi in una pluralità di figure giuridiche. Un indicatore eloquente di ciò è dato dalle varie forme di adozione sussistenti nel nostro ordinamento.
Il destino futuro dell’istituto appare problematico. Alle pressioni crescenti per il riconoscimento della adottabilità del figlio, naturale o adottivo, del partner (la cosiddetta stepchild adoption) e per l’apertura dell’adozione alle coppie omosessuali legalmente riconosciute, rispondono risposte positive dei legislatori statali e di una giurisprudenza che tende a divenire creatrice del diritto. Si tratta di processi culturali, sociali e giuridici che, come accade per tutto il diritto di famiglia, anche nel caso dell’adozione sembrano incidere a fondo su quella bipolarità tra diritto – cioè, per dirla con Benedetto XVI, la «ragione oggettiva che si manifesta nella natura» – e legge positiva, che invece deve essere conservata, per mantenere la legge quale strumento di giustizia e non di dominio.
Come hanno dimostrato i giuristi cattolici, occorre riassettare l’istituto dell’adozione su tre precise polarità: il primato dell’interesse dell’adottando, non dell’adottante; il primato delle motivazioni solidaristiche, non di quelle individualistiche; il primato del rilievo pubblicistico dell’istituto, secondo quanto desumibile dall’art. 30 della Costituzione, e non la sua riduzione a mero affare privato.

avvenire.it

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