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Riparare la Chiesa. In questo tempo di riparazione e di purificazione, la chiesa italiana si riunisce a Firenze per il suo quinto convegno

di Massimo Toschi – fonte: Città Nuova

La giustizia riparativa si ottiene non solo nel tribunale, ma restituendo ai poveri quello che è stato loro preso. Cardinali, vescovi, ecclesiastici, cristiani comuni riconsegnino nelle mani di papa Francesco, il papa dei poveri, ciò che ai poveri è stato tolto. In questo tempo di riparazione e purificazione, la Chiesa italiana si riunisce a Firenze per il suo quinto convegno
San Pietro e il VaticanoIn questo tempo di inizio autunno, molte cose sono accadute: la lettera dei 13 cardinali al papa, le voci sulla malattia di Francesco, le scelte discutibili di alcuni ecclesiastici, l’uscita di due libri sulle finanze vaticane che contraddicono il pontefice e il suo disegno della Chiesa dei poveri.

I grandi giornali, ultimo La Stampa, tendono a presentare il papa come una figura di grande leadership spirituale, ma fragile e incerto nel governo della chiesa sul piano della dottrina e su quello della disciplina. Un papa che insegue gli eventi, senza governarli. Questa è una vulgata astuta e falsa. Non corrisponde alla profondità di ciò che accade. Dimostra una incomprensione radicale del mistero di papa Francesco, che vive del vangelo, della sua autorità e della autorità dei poveri

La forza profetica di papa Francesco, la sua lettura della parola di Dio, la sua spiegazione quotidiana di essa a santa Marta, i suoi interventi, ci consegnano la parresia del vangelo, che dà saldezza alla fede dei credenti e sostiene la testimonianza dei discepoli. Non si tratta di essere sbrigativi e abili nelle scelte dei collaboratori, ma di chiamare tutti a seguire il Signore, compresi i collaboratori.

Se guardiamo ai dodici che Gesù chiama a sé e costituisce apostoli, sono un gruppo in cui non ci sono perfetti, ma in esso sono presenti chi tradisce, chi rinnega, chi cerca il potere, chi fugge per non essere coinvolto nella croce.

Gesù, secondo il vangelo di Marco, rimane da solo, abbandonato da tutti. Gesù stesso condivide l’eucaristia con Giuda, che un attimo dopo lo tradirà. Non lo cambia, non lo sostituisce, ma condivide con lui il pane spezzato e il calice versato fino al punto supremo di abbassamento, nella sepoltura.

Papa Francesco non impone la sua autorità, ma consegna la sua vita. Questa è la via del buon pastore, che dà la sua vita per le pecore. Ecco il vero governo della chiesa: il governo della vita, del dare la vita. Non una operazione di piccolo potere, ma di servizio e di servizio radicale, secondo lo stile di Gesù, che ha dato la sua vita per noi, quando eravamo nemici e peccatori.

Spesso si cita l’immagine di Dio che regna dal legno. Significa che il governo di Dio e di suo figlio ha la misura della croce, sta sulla croce, si manifesta nella debolezza della croce… E la epifania della croce e del crocifisso illumina, giudica e governa la devastazione di poteri e dei potenti, religiosi e no. Ecco quello a cui assistiamo in queste ore. Troppo denaro nei luoghi ecclesiastici e il denaro rinvia ai poteri, a legami di gruppi e cordate, agli intrighi, alle bande di ogni tipo.

Tutti sembrano giustificarsi, ma la strada che indica il papa è un’altra: non la difesa giuridica, ma la giustizia riparativa. Riparare la Chiesa non solo nel tribunale, ma restituendo ai poveri quello che ai poveri è stato preso. Cardinali, vescovi, ecclesiastici, cristiani comuni compiano semplicemente questo gesto. Restituiscano quanto indegnamente preso. Riconsegnino nelle mani di papa Francesco, il papa dei poveri, ciò che ai poveri è stato tolto. Siano all’altezza dell’amministratore infedele del vangelo di oggi, che non avendo la forza di zappare e vergognandosi di mendicare, dimezza il debito che i poveri nel tempo hanno acquisito con lui.

Chi è abituato ai consigli di amministrazione e frequenta le burocrazie di ogni tipo, usa la forza, ma questa non è la logica dei discepoli del Signore . Gesù ci ricorda, parlando ai dodici, “Fra voi non così”. Ecco il presente costituzionale del vangelo, che pone il servizio fino a dare la vita come la misura alternativa ai potenti del mondo. Papa Francesco vuole governare la chiesa non secondo la logica del mondo, ma seguendo il Signore fino alla fine.

Riparare la chiesa non significa affidarsi ad un nuovo e abile amministratore delegato, ammesso che ci sia e sia migliore di quelli che ci sono stati fino ad oggi, ma vivere il paradosso evangelico della debolezza: è quando sono debole che sono forte. È l’astenia (debolezza) di Gesù. La storia non la fanno i potenti, ma gli umili e papa Francesco ci chiama a riconoscere in queste ore la forza degli umili di Dio.

Francesco di Assisi ascolta a san Damiano la voce del Signore che gli dice “va e ripara la mia casa”. Egli comprende che non deva fare una casa e chiamare un muratore: il riparare la casa avviene con il vangelo e nient’altro. È il vangelo stesso di Gesù che in Francesco di Assisi ripara la casa. È il vangelo di Dio che forma la sua Chiesa.

Papa Francesco oggi attualizza questa via per riparare la chiesa. In questo modo la scure è davvero posta alla radice dell’albero. Ben di più e ben meglio di una sostituzione di un collaboratore o di una collaboratrice.

Per questo i poveri si riconoscono in Francesco, perchè hanno capito, prima degli editorialisti, che Francesco costruisce la loro casa con i mezzi poveri, che sono quelli di Dio e non del potere.

In questo tempo di riparazione e di purificazione, la chiesa italiana si riunisce a Firenze per il suo quinto convegno. Anche per noi e per essa il vangelo della penitenza e della conversione: uscire da un cristianesimo tentato dal potere; non cercare protezioni in leggi e concordati che si trasformano in prigionie; abbandonare i convegni fatti di parole e di presunto potere; preparare e celebrare il sinodo come vangelo ascoltato e vissuto; riparare la chiesa come casa dei poveri e per i poveri.

Viviamo con gioia questo tempo di riparazione e purificazione indicato da papa Francesco: è il segno che non siamo lontani dal vangelo. E questo ci basta.