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Ricordo di Seamus Heaney. Quando la poesia inizia dalla gioia

di Enrico Reggiani

Uno straordinario poeta dotato di un “profondo rispetto per ciò che è umano”: virtù rara, questa, che “ha conferito alla sua opera un’irripetibile capacità di comunicare il rifiuto di ogni violenza, ingiustizia e pregiudizio e di spronare noi tutti ad esprimere il lato migliore della nostra natura umana”. Così l’Irlanda tutta – senza divisioni di sorta – ha accolto, sgomenta e ferita, la notizia della morte a 74 anni di Seamus Heaney, premio Nobel per la letteratura 1995 (che egli definì il suo Stockholm business). Indiscusso il suo prestigio internazionale: il poeta americano Robert Lowell (1917-1977) lo definì il più grande poeta irlandese dopo Yeats; da un suo verso memorabile il presidente Clinton plasmò il titolo di un libro sulla sua visione del ruolo degli Stati Uniti nel ventunesimo secolo: Hope and History Rhyme (traduzione libera: “quando storia fa rima con speranza”).
Il grande successo editoriale della sua opera poetica, che in tempi recenti pare raggiungesse i due terzi delle vendite di libri di poesia nel Regno Unito, non ne mutò la natura umile, generosa e disponibile, che i lettori italiani hanno potuto apprezzare in numerose occasioni (compreso chi scrive, in Italia e altrove): non gli instillò il virus letale della presuntuosa e pretenziosa autoreferenzialità individualistica – assai diffuso presso i protagonisti della scena letteraria contemporanea – e non gli impedì di continuare ad essere “la voce della sua comunità, un uomo del popolo che conosceva bene la sua comunità e che ne rifletteva la storia e la ricchezza culturale”. Riconoscente per ogni minimo anfratto della propria vicenda personale e nazionale, nel dicembre 2011 sentì il dovere di compiere il gesto simbolico di provvedere personalmente a recapitare il proprio ingente archivio di note, appunti e bozze alla National Library of Ireland rinunciando a quanto avrebbe guadagnato da una loro vendita all’asta.
Per Heaney la poesia “inizia nella gioia e finisce nella coscienza di sé”: ben diversamente, annota il quotidiano britannico “Telegraph” del 30 agosto, da quella “scuola di poesia che inizia nell’infelicità e finisce nel dubbio esistenziale”. È una gioia gratuita, responsabile, creativa e coraggiosa nei confronti della realtà tutta – senza esclusione alcuna – che ispira la sua ultima raccolta fin dal suo emblematico titolo e fin dal testo poetico omonimo: Human Chain (2010; Catena umana, Milano, Mondadori, 2011): la gioia di “una poesia sulla fede, che non usa mai questa parola” e che è consapevole che “lo straordinario è implicito nell’ordinario e viceversa”, com’ebbe a scrivere sir Andrew Motion (Poet Laureate of the United Kingdom dal 1999 al 2009); la gioia del “legame tra le generazioni” (Peter McDonald, su “The Times Literary Supplement”); la gioia dei “limiti della natura umana e della relazione spirituale che quei limiti può superare” (“The Spectator”); la gioia, infine, che viene dall’azione del “protendersi verso una dimensione altra, sconosciuta, ma non del tutto temuta”; quella, ad esempio, dei “santi gaelici, amati e ancora potenti, capaci di miracoli come di esaltare la bellezza delle azioni semplici, preziose nel loro ripetersi, ricchezze accumulate per il qui e ora, ma anche provvista spirituale per il viaggio supremo, oltre il mondo fisico” (Bianca Garavelli).

(©L’Osservatore Romano 1 settembre 2013)